Summit sulla Sicurezza Nucleare a Washington – Il pericolo atomico dei “due blocchi”, est-ovest, è ora superato dal “terrorismo internazionale diffuso”. Obama che propone un governo mondiale per la sicurezza, contro la bomba

Barack Obama e il presidente ucraino Viktor Yanukovych (foto di Pete Souza dal sito della Casa Bianca)

Al “Summit sulla sicurezza nucleare” di Washington conclusosi il 13 aprile scorso hanno partecipato, ai massimi livelli (con i loro leader) 47 nazioni: tutti quelli che, in un modo o nell’altro gestiscono “materiale nucleare”: cioè hanno partecipato al vertice anche i paesi che pur non avendo armi nucleari hanno materiale radioattivo per l’energia civile, per scopi di ricerca, laboratori medici. Assenti non casuali (e problematici) Israele (rappresentata da un funzionario) e l’Iran (che è stato il vero tema forte del Summit del “pericolo bomba” nella guerra in Medio Oriente e, in generale, del pericolo di coinvolgimento bellico atomico di tutto il pianeta).

Il vertice di Washington è stato il coronamento della “settimana atomica” di Obama: prima c’è stato l’annuncio della nuova dottrina nucleare americana con una limitazione dei casi in cui farebbe uso dell’atomica, poi la firma a Praga col russo Dmitri Medvedev dello storico accordo Start 2 che ha ridotto del 30% le testate delle due superpotenze; e infine, appunto, gli impegni presi a Washington dalle 47 nazioni di una maggiore cooperazione per arginare la proliferazione, e della messa in sicurezza di tutti i materiali nucleari nel giro dei prossimi quattro anni.

E’ l’ultima fatica, in ordine di tempo, di un presidente (Obama) superattivo e che vede gli occhi (ma anche le speranze) del mondo concentrate su di lui. In una fase in cui nessuna grande potenza in possesso della bomba atomica ha interesse di “lanciarla” contro un’altra nazione (perché tutti sono concentrati in una gara difficile di sviluppo economico interno, con una recessione mondiale che va in senso contrario allo sviluppo); in questa fase difficile il mondo sembra non essere per niente sicuro (rispetto a prima) sul “pericolo atomico”: ci sono medi  paesi nello scacchiere internazionale (come la Corea del Nord, il Pakistan, ma in primis l’Iran…) che stanno “cercando la bomba”; e ci sono gruppi terroristici internazionali (come Al Quaeda) che potrebbero venirne in possesso (pensiamo agli arsenali poco sicuri del dissolto blocco dell’Est).

Spesso, nel parlare di geopolitica, ci troviamo in questo blog a concentrarci su questa figura dell’attuale presidente degli Stati Uniti; Barack Obama che sta diventando (lo è già) non tanto “il leader mondiale” (in un mondo dove la leadership concentrata in un unico Stato, l’America, si è del tutto dissolta) ma il vero autentico, unico, “portatore di speranza” per le persone di un pianeta sempre in bilico tra tante guerre locali e, appunto, il pericolo della distruzione totale nucleare.

Barack Obama al summit (foto di Pete Souza dal sito della Casa Bianca)

Tempo fa, in un’intervista Obama ebbe a dire che lui non può fare tutto (disse “non sono Gesù Cristo”), e adesso ribadisce continuamente questo concetto (al summit concluso di Washington ha detto “non sono la bacchetta magica”). Eclatante poi il fatto che Obama è in forte calo di consensi nel suo Paese, e molti analisti della società americana dicono che rischia di non essere rieletto alle prossime elezioni fra poco più di due anni. Chi può far venire in mente? …Il Gorbaciov degli anni tra gli ’80 e ’90 del secolo da poco passato: l’uomo della fine del muro, di una rivoluzione politica copernicana, dissoltosi e accantonato proprio dal Paese che lui aveva cambiato restituendo ai suoi concittadini libertà fondamentali.

E qui, nel mondo in cui la leadership è sempre più cosmopolita (Usa, Cina, India, Russia…) si fa vedere l’assoluta mancanza di alcuna credibilità internazionale dell’Europa, divisa in singoli mediocri governanti, dove tutti propongono qualcosa, senza nemmeno consultarsi tra loro, e (quel che è peggio) senza nemmeno crederci loro di poter esercitare un ruolo positivo per la pace mondiale. Per questo individuiamo nelle nostre (microscopiche) possibilità la necessità di muoverci positivamente per ricostruire l’unità europea e un ruolo efficace del progetto originario che l’Europa deve svolgere.

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IL MONDO SENZA STECCATI

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 14/4/2010

La firma dei 47 leader sull’accordo di Washington contro il terrorismo nucleare sancisce la nascita della nuova architettura internazionale promossa da Barack Obama che già aveva iniziato a prendere forma nel settembre scorso in occasione del G20 di Pittsburgh contro la minaccia della recessione globale. I due summit internazionali che Obama ha presieduto hanno in comune un format.
Questo tipo di format archivia i dogmi dell’architettura della comunità internazionale ereditata dal Novecento: non ci sono più i blocchi geopolitici di Est e Ovest o quelli economici di Nord e Sud, scompaiono gli steccati fra Paesi ricchi e poveri come fra quelli che possiedono armi nucleari o ne sono privi.

A sostituire l’equilibrio fra i blocchi ci sono tavoli multilaterali dove il numero dei presenti cambia in forza dell’agenda discussa e gli invitati dicono la propria, assumendosi precise responsabilità, in una cornice di pari rispetto e dignità.

Tanto il G20 che il summit sulla Sicurezza Nucleare si rifanno al modello delle Nazioni Unite che si originò dal summit di San Francisco del 1945, ma con qualche correzione, perché se da un lato si tratta di forum globali dall’altro non vi si è ammessi per diritto ma in quanto si è pronti ad assumere specifici compiti, con tanto di cifre e scadenze da rispettare.

Di conseguenza l’America esercita il proprio ruolo di leadership non per i diritti acquisiti vincendo le guerre del secolo passato contro militarismo, nazifascismo e comunismo ma in forza delle maggiori responsabilità che è disposta ad assumersi. Sono infatti gli Stati Uniti a spendere di più sia per mettere al sicuro le scorte nucleari disseminate dall’ex Urss all’America Latina sia per varare stimoli fiscali che sostengano una debole crescita economica globale.
Ciò significa che anche le altri potenze, più o meno grandi e ricche, possono auspicare a ritagliarsi ruoli di primo piano nell’affrontare le emergenti sfide globali. Ma a patto che accettino di sostenere i costi, economici e politici, che ciò comporta. Nella nuova architettura che Obama sta iniziando a realizzare l’America resta la «nazione indispensabile», come dice l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, ma lascia agli altri tutto lo spazio che vogliono occupare. (Maurizio Molinari)

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IL PRESIDENTE MULTILATERALE

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 14/4/2010

WASHINGTON «Per una crudele ironia della storia – dice Barack Obama – vent’ anni dopo la fine della guerra fredda il rischio di un attacco nucleare è aumentato». «Se Al Qaeda dovesse mettere le mani sull’atomica – conclude Obama – sarebbe una catastrofe mondiale».

Non è un allarme teorico, quello che ha spinto il presidente a ospitare il più grande vertice mai organizzato dagli Stati Uniti dopo la creazione dell’Onu nel 1945. I terroristi ci hanno già provato, e forse sono arrivati vicini a procurarsi materiale nucleare. Una cellula di Al Qaeda in Arabia saudita ha tentato di comprare atomiche russe sul mercato nero, con la benedizione di esponenti islamici radicali che giustificano l’uso di armi di distruzioni di massa contro gli «infedeli».

Un episodio misterioso è accaduto in Sudafrica: un commando armato è arrivato quasi a impadronirsi di un deposito nucleare. Nell’America che non ha dimenticato l’ 11 settembre, inevitabilmente queste notizie vengono collegate anche con gli arresti recenti per una tentata strage nel metrò di New York.

L’allarme non riguarda solo gli Stati Uniti. Obama ha ricordato che tutto il mondo è in pericolo: al Qaeda o i suoi alleati hanno già colpito anche Londra e Madrid, Mumbai e Bali. Con il summit di Washington, il presidente ha alzato il livello di consapevolezza internazionale su questo pericolo. Ha ottenuto sulla carta dai 47 leader mondiali un impegno a migliorare le difese dei depositi nucleari esistenti. Lo ha fatto anche per rafforzare la propria credibilità all’interno degli Stati Uniti.

La sicurezza nazionale è un terreno dove tradizionalmente i presidenti democratici sono considerati più «deboli». Ha scelto ancora una volta una decisa rottura con il metodo di George Bush: puntando su un’azione multilaterale, concordata. Ha dimostrato fiducia nella legalità internazionale dei trattati, che il suo predecessore considerava come fastidiosi vincoli.

Come spiega Ben Rhodes, del National Security Council, per questa Casa Bianca «arrivare a un potenziamento del trattato di non proliferazione è essenziale, perché le nazioni che non lo rispettano come l’Iran siano tenute a pagarne un prezzo». Dietro le conclusioni positive di questo vertice, quanto incisivi saranno i risultati nelle aree più critiche del pianeta?

Obama è partito con un’eredità pesante. Decenni di politica estera americana, di una realpolitik contraddittoria, oggi gli presentano il conto.

Un esempio drammatico è nel subcontinente asiatico. Il Pakistan fu usato dall’America per foraggiare al Qaeda ai tempi in cui era l’ Unione sovietica a combattere i taliban in Afghanistan. Ora il Pakistan è un paese instabile, con un’opinione pubblica sempre più antioccidentale, una polveriera atomica che potrebbe finire nelle mani di un governo fondamentalista. I suoi servizi segreti continuano a fare il doppio gioco con i taliban. Lì per i terroristi non è impensabile trovare la «pista» giusta per procurarsi l’atomica.

Anche se l’Iran non era nell’agenda del summit, se ne è parlato molto, soprattutto fra americani e cinesi. La «bomba atomica sciita» rischia di essere la prima prova drammatica della politica estera di Obama. La tenacia con cui il presidente oggi persegue le sanzioni, gli serve a dimostrare che la sua offerta originaria di dialogo con il governo iraniano non era un sintomo di debolezza. Ma quanto potranno essere efficaci le sanzioni, per indebolire il regime o dissuaderlo dai suoi piani nucleari?

«Non sono la bacchetta magica», ha ammesso ieri Obama. In passato le misure di embargo già attivate si sono rivelate un colabrodo perfino negli Stati Uniti: sono recenti le rivelazioni sulle vendite di apparecchiature militari made in Usa a Teheran. Nell’immediato le sanzioni «forti e dure entro la primavera», che promette Obama, servono a fermare un’azione militare preventiva da parte di Israele per colpire i siti nucleari del grande nemico. Basterebbe questa funzione – impedire la deflagrazione di un conflitto incontrollabile in Medio Oriente- per giustificarle.

Ai margini del vertice Obama ha fatto progressi per ottenere l’appoggio della Cina, indispensabile all’Onu. «La Cina è preoccupata delle conseguenze economiche», ha detto Obama. L’ America ha dovuto mobilitare i suoi alleati del Golfo Persico per mettere in campo contropartite robuste. I sauditi e gli emirati garantiscono che forniranno alla Cina tutto il petrolio di cui ha sete la sua economia, se l’Iran non fosse più in grado di farlo. Non basta.

Pechino vuole preservare anche il valore dei suoi investimenti colossali nell’ industria energetica del Medio Oriente. Se dovesse perderci in Iran in conseguenza alle sanzioni, l’Arabia saudita le concederà addirittura dei diritti di estrazione, con la benedizione americana. La cooperazione cinese non è gratis. Ma in questo come in altri casi, l’ entourage di Obama adotta il «teorema dell’ industria della salsiccia»: anche in politica, è meglio gustarsi il prodotto finito, senza vedere tutto ciò che ci viene messo dentro. (Federico Rampini)

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Washington, 14 apr. (da Adnkronos/Ign) – Le 47 delegazioni riunite a Washington per il vertice sulla sicurezza nucleare hanno raggiunto un accordo di parte. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al termine del summit ha detto che grazie alle decisioni prese sulla sicurezza nucleare “il mondo è più sicuro”. Tra i principali capitoli dell’intesa una maggiore cooperazione per arginare la proliferazione.

La messa in sicurezza di tutti i materiali nucleari nel giro dei prossimi quattro anni. Inoltre, Usa e Canada hanno annunciato che intendono creare un fondo di dieci miliardi di dollari per la sicurezza nucleare. Ribadito anche l’appoggio all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Il presidente francese Nicolas Sarkozy chiede sanzioni contro l’Iran entro maggio.

L’allarme di Obama sugli attacchi nucleari – Nel mondo del dopo guerra fredda il “rischio di uno scontro nucleare tra paesi è diminuito, ma è aumentato il rischio di attacchi nucleari”, ha detto il presidente Usa nel corso della sessione plenaria al secondo giorno del vertice a Washington.

Il presidente Usa, che ha aperto il vertice con un minuto di silenzio per ricordare il presidente polacco Lech Kaczynski, la moglie Maria e le altre vittime della sciagura aerea di Smolensk, ha affermato che un attacco terroristico da parte di “al Qaeda” con armi nucleari sarebbe “una catastrofe per il mondo“. “Solo la più piccola quantità di plutonio, delle dimensioni di una mela, possono uccidere o ferire centinaia di migliaia di persone innocenti“, ha aggiunto sottolineando che network terroristici come al Qaeda hanno cercato di entrare in possesso di materiale per armi atomiche e se dovessero riuscirci sicuramente le userebbero”.

“Il pericolo del terrorismo nucleare è una delle minacce maggiori alla nostra sicurezza” ha ribadito Obama intervenendo al Washington Convention Center dove è in corso il summit, da lui definito “un incontro senza precedenti per affrontare una minaccia senza precedenti”. Ma che d’ora in poi diventerà un nuovo appuntamento per l’agenda internazionale, dal momento che, ha annunciato sempre l’inquilino della Casa Bianca, la Corea del Sud ha accettato di ospitare il follow up del vertice nel 2012.

Sulla questione iraniana, Obama è reduce da un parziale dietrofront della Cina. Sembrava infatti che ieri il presidente Usa fosse riuscito a convincere il presidente cinese Hu Jintao a sostenere un nuovo pacchetto di sanzioni contro l’Iran. Ma oggi la portavoce del ministero degli Esteri cinese Jiang Hu ha affermato che ”la Cina ha sempre sostenuto che le sanzioni e le pressioni non possono risolvere alla base il problema (del programma nucleare dell’Iran, ndr) e che il dialogo e i negoziati sono il sistema migliore per risolverlo”.

Dal canto suo l’Iran, che non ritiene che la Cina sia davvero disposta ad approvare una nuova risoluzione con sanzioni (le dichiarazioni “non significano l’approvazione della posizione e delle azioni ingiuste degli Stati Uniti”, ha fatto sapere che “è pronto ad affrontare qualsiasi attacco dei suoi nemici”. Il ministro degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, ha poi bollato le ‘minacce’ di raid aerei avanzate da Usa e Israele come “parole vuote, utili solo per fini propagandistici”. “L’Iran – ha aggiunto – è pronto ad affrontare qualsiasi attacco dei suoi nemici”.

Il numero due dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran (Oeai), Behzad Soltani, ha annunciato che l’Iran diventerà una potenza nucleare entro un mese. Pochi giorni fa il responsabile dell’Oeai, Ali Akbara Salehi, aveva rivelato che entro l’estate entrerà in funzione la centrale nucleare di Bushehr, nel sudovest del Paese. Secondo Soltani, che non ha aggiunto particolari riguardo a questa affermazione, “nessun Paese penserà di attaccare l’Iran dopo il suo ingresso nel club” dei Paesi nucleari. Mentre oggi Salehi ha fatto sapere che l’Iran è disponibile a scambiare il proprio uranio arricchito al 3,5% in cambio di combustibile nucleare al 20%, ma a determinate condizioni.

L’atteggiamento della Cina non ci sorprende, anche se avremmo sperato in una maggiore disponibilità“, è stato il commento del ministro degli Esteri Franco Frattini che ha però aggiunto: “Siamo convinti che nel medio e lungo termine la Cina comprenderà che è suo interesse un mondo senza armi nucleari, a cominciare dalla necessità di fermare l’azione iraniana che sta accelerando”.

Il presidente francese Nicolas Sarkozy – in un’intervista concessa alla CBS – ha detto di non volere “che il mondo si svegli davanti a un conflitto tra Israele e Iran perché la comunità internazionale non è stata in grado di agire”. Al summit sulla sicurezza nucleare, il leader dell’Eliseo ha rivolto un appello all’azione per fermare la minaccia atomica. Il modo migliore per prevenire quello che ha definito un ”disastro” sarebbe, secondo il leader dell’Eliseo, ”adottare le misure necessarie a far capire a Israele che siamo determinati a garantire la sua sicurezza”.

La delegazione olandese a Washington ha invece proposto la creazione di un Tribunale internazionale speciale con sede nei Paesi Bassi per esaminare denunce di violazioni dei trattati di non proliferazione nucleare. Una proposta, ha annunciato il premier, Jan Peter Balkenende, alla quale il presidente americano Barack Obama ha reagito positivamente nel corso della cena di lavoro di ieri sera, ha riferito oggi l’agenzia di stampa ‘NOS’.

Il governo turco non darà il suo sostegno a un nuovo pacchetto di sanzioni internazionali contro il programma nucleare di Teheran, auspicato dal presidente degli Stati Uniti, ma si propone come mediatore nella ricerca di una soluzione diplomatica alla crisi. Lo ha dichiarato il premier turco Recep Tayyip Erdogan, in visita in questi giorni a Washington per il vertice internazionale sulla sicurezza nucleare, in un’intervista alla Cnn. “Credo che bisogni trovare una via d’uscita”, ha detto Erdogan, ricordando che il suo paese ha rapporti strategici con l’Iran fin dal 17esimo secolo.

Mentre l’Ucraina trasferirà con ogni probabilità in Russia l’uranio altamente arricchito di cui ancora dispone. Lo ha precisato il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, al termine dell’incontro di ieri fra Barack Obama e Viktor Yanukovich.

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OBAMA: SICUREZZA FALLIMENTO DISASTROSO. ATTACCHEREMO AL QAIDA OVUNQUE SIA

di Marcello Foa, da “il Giornale” del 14/4/2010

Nuove misure annunciate dal presidente Usa dopo il vertice di Washington. “L’attacco si poteva prevenire, risponderemo ad al Qaida ovunque sia” –  Yemen, preso un capo dell’organizzazione terroristica

Ha ascoltato i responsabili della Sicurezza degli Stati Uniti. C’erano proprio tutti, ieri pomeriggio alla Casa Bianca, anche il segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro della Difesa Robert Gates, ma soprattutto il capo della Cia, Leon Panetta, quello dell’Fbi Robert Mueller, nonché i due a rischio di licenziamento, il ministro degli Interni Janet Napolitano e il superdirettore dell’Intelligence Dennis Blair. In tutto venti tra ministri, consiglieri presidenziali e direttori di agenzie statali.
Obama li ha ascoltati, pazientemente. Poi li ha redarguiti, perché dall’inchiesta sul fallito attentato del giorno di Natale è emerso che il mancato arresto del terrorista nigeriano Umar Farouk Abdulmutallab è attribuibile «a un errore umano» ovvero all’incapacità di collegare i numerosi indizi a suo carico. «Il sistema di sicurezza americano ha fallito in una maniera disastrosa» ha detto Obama, «sono stati commessi errori inaccettabili», perché il sistema non è stato in grado di mettere insieme i vari elementi che indicavano il pericolo e che avrebbero messo in condizione di prevenire l’attacco.

«Non è stato un fallimento nella raccolta di intelligence, ma nell’analizzare le connessioni tra queste informazioni», ha detto Obama, che ha poi aggiunto di essere comunque «soddisfatto per la revisione delle misure di sicurezza» fatta dalle agenzie statunitensi per la sicurezza». Il presidente ha parlato di una «crisi della massima gravità», ma ha ribadito che gli Usa attaccheranno Al Qaida ovunque sia radicata.
Il nome di Umar era sulla lista della Cia e il padre aveva denunciato la pericolosità del figlio proprio all’ambasciata americana. Ma queste tracce si sono perse tra i file dei sedici organismi che si occupano di terrorismo federale e il nigeriano si è imbarcato senza problemi, benché, tra l’altro, non avesse spedito alcuna valigia al check-in.
Obama è apparso serio, grintoso, determinato. Ha tentato di rassicurare l’opinione pubblica, per mettere a tacere i repubblicani che lo accusano di essere troppo debole nella lotta al terrorismo e di aver sottovalutato la gravità del tentato attentato del 25 dicembre. Proprio ieri mattina Newt Gringrich, una delle voci più taglienti della destra americana, ha dichiarato che «oggi gli americani sono meno al sicuro rispetto a un anno fa». Come dire: Bush ci proteggeva meglio. Un’insinuazione che la Casa Bianca respinge con decisione.
Obama ha spiegato al pubblico i nuovi provvedimenti, che in realtà, però, in parte erano noti. Una delle novità più significative riguarda l’ampliamento dell’elenco delle persone ritenute pericolose. Fino ad oggi esistevano tre livelli: una lista grigia di 550mila persone, considerate a basso rischio, un’intermedia di individui molto sospetti, e una ristrettissima di noti estremisti. Quella intermedia è stata ampliata con ben 16mila nomi. Il «listino» è diventato un «listone»: ognuno degli iscritti sarà sottoposto a perquisizioni e a verifiche accurate quando vorrà imbarcarsi su un aereo diretto verso gli Usa.
Per il resto il presidente ha confermato l’intenzione di sostituire rapidamente i metal detector con i «body scanner», soprattutto per i voli internazionali verso gli Stati Uniti. Ha ribadito che quattordici Paesi, tra i quali anche Algeria e Nigeria, sono considerati «sponsor del terrorismo» e quindi soggetti a speciali controlli. E ha enfatizzato la propria determinazione a combattere Al Qaida.

Insomma, ha interpretato come meglio poteva il ruolo, a lui poco congeniale, del duro e autorevole Comandante in Capo. Con quali effetti è presto per dirlo. È bastato un attentato fallito e un falso allarme all’aeroporto di Newark, per fare riemergere antiche paure. Sono passati più di otto anni dall’11 settembre, ma l’America non sembra avere superato la paura del terrorismo. (http://blog.ilgiornale.it/foa)

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LE BOMBE D’ ARABIA

di Guido Rampoldi, da “la Repubblica” del 14/4/2010

E’ stato il più imponente summit internazionale mai organizzato sul suolo statunitense dal remoto 1945, ripetevano ieri le telecronache con un enfasi eccessiva. Ma scegliendo un riferimento storico tutto sommato appropriato. Cinquantacinque anni fa nasceva, insieme alle Nazioni Unite, un’ architettura mondiale alla cui sommità era installato il club atomico, gli attuali cinque membri del Consiglio di sicurezza.

In un mondo dagli assetti molto più sfuggenti, Obama dà avvio ad un progetto di lunga durata tanto audace quanto incerto nei risultati: costruire un consenso, una procedura e un’ atmosfera internazionale che liberino il pianeta dall’ incubo dell’ attacco atomico. Della «Bomba di al Qaeda», dirà il presidente americano, materializzando un rischio meno remoto di quanto appaia.

L’ impresa è titanica, proiettata in un futuro non immediato e destinata a conoscere battute d’ arresto e rovesci. Eppure quel progetto visionario è uscito dal libro dei sogni e già produce qualche risultato, nella forma degli impegni assunti ieri da Paesi detentori di uranio arricchito.

Restano irrisolti problemi enormi, il più spinoso dei quali ha inizio a Teheran. Il congegno immaginato da Obama non potrà mai ingranare finchè il Grand’ ayatollah Khamenei e il suo circolo di millenaristi non fossero rovesciati o non rinunciassero alla Bomba. Il pericolo più immediato che costoro rappresentano non risiede tanto, come in genere si crede, nella eventualità che essi tentino di realizzare, insieme all’atomica, la loro profezia sinistra, «Israele scomparirà dalla carta geografica».

Anche il più forsennato fondamentalista sciita non può non considerare gli effetti di un’esplosione atomica in un territorio densamente popolato da mussulmani, dove si trovano i luoghi più sacri all’islam dopo la Mecca e la Medina. Senza contare che la rappresaglia israeliana sarebbe micidiale, e che comunque l’Iran pare ancora lontano anni da un effettivo arsenale nucleare. Il pericolo invece incombente, già ora concretissimo, è una proliferazione atomica per imitazione in tutto il mondo arabo. Per i timori e le ambizioni più diverse, i regimi limitrofi all’ Iran non potrebbero accettare la condizione di debolezza in cui li precipiterebbe una missilistica nucleare persiana.

Non lo accetterebbero la monarchia saudita e gli emiri del Golfo, nella cui sovranità ricadono larghe e talvolta indocili minoranze sciite. Non lo accetterebbe l’Egitto, per le inderogabili questioni di principio legate al primato che il Cairo rivendica sul mondo arabo. Alcuni di questi Paesi hanno già segnalato la volontà di dotarsi di centrali atomiche; una volta che avessero il nucleare civile, il passo al nucleare militare sarebbe breve.

E anche se questa corsa atomica non innescasse un effetto-domino tra gli altri Paesi arabi, assisteremmo comunque ad un largo spargimento di tecnologie, materiali fissili e know-how nucleare nella regione dove operano terrorismi islamisti da tempo alla ricerca di un fornitore di Bombe «sporche». Dunque non fa dell’allarmismo Obama quando avverte il mondo del pericolo di un «Bomba di al-Qaeda». Né esagera quando nota che la scienza ormai è in grado di fabbricare Bombe miniaturizzate, al plutonio, che possono essere trasportate e nascoste con relativa facilità.

E non si tratta di un’impresa scientifica o industriale proibitiva, se anche il Pakistan ha avviato la produzione di quel tipo di ordigni. Al momento il nucleare pakistano non è motivo di allarme (ma lo diventerebbe se i Taliban vincessero in Afghanistan) quanto invece il nucleare iraniano. Per indurre Teheran a retrocedere Obama vorrebbe applicare sanzioni internazionali mirate su segmenti del vertice iraniano, in particolare i capi delle Guardie della rivoluzione, l’ossatura militare del regime, e sugli affari che quella controlla.

I russi potrebbero accettare queste misure, forse; ma i cinesi nicchiano. A Washington per la prima volta ieri hanno accettato di discutere la possibilità teorica di infliggere all’ Iran qualche punizione. Però non sembrano disponibili alle sanzioni ad personam immaginate da Obama, in quanto i colpiti sarebbero innanzitutto i loro partner commerciali. Però sanzioni indiscriminate sarebbero controproducenti. Sicché l’imponente macchinario della speranza messo in scena al vertice da quarantasette Stati resta inceppato dal quarantottesimo, l’assente: l’Iran. – Guido Rampoldi

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SICUREZZA Aperto il summit nella capitale Usa. Assenti Ahmadinejad e Netanyahu. Primi veti di India e Pakistan

Terrorismo nucleare, l’incubo di Obama

Il Gazzettino del 13/4/2010, di Maurizio Cerruti

Il summit sulla sicurezza nucleare e la non proliferazione, voluto dal presidente Obama, con 47 governi rappresentati e 38 statisti di tutto il mondo, si è aperto simbolicamente con un gesto di buona volontà delle due potenze che da sole controllano il 90% delle armi nucleari sul pianeta e che dal 1994 hanno riciclato ad uso civile l’equivalente di 15mila armi atomiche.

Il segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov hanno firmato il protocollo attuativo dell’accordo del 2000 – rimasto sulla carta – per trasformare ad uso civile 68 tonnellate (34 per parte) di plutonio, il materiale più usato nelle armi nucleari.

Gli Usa si faranno carico anche delle spese per i russi: 400 milioni di dollari. Si stima che l’America disponga di 92 ton. di plutonio – basterebbe per 20mila bombe atomiche – e la Russia 145. Il summit mira a trovare il massimo consenso sulla nuova politica Usa volta ad impedire che un’arma atomica cada in mano a terroristi e che indica il Trattato di non proliferazione (Tnp) l’«elemento cruciale» della sicurezza internazionale e la protezione dei materiali fissili.

Le scorte di uranio arricchito e plutonio nel mondo basterebbero per 120mila testate, afferma Sam Nunn, uno dei politici americani più impegnati contro la corsa alle armi nucleari sul pianeta, aggravata dal venir meno del vecchio “equilibrio del terrore” della guerra fredda.
L’America vorrebbe rinnovare il Tnp con protocolli che rafforzano le ispezioni e prevedono pressioni e sanzioni quasi automatiche agli inadempienti: quelle dell’Agenzia atomica dell’Onu (Aiea) sono risultate poco efficaci nei confronti, ad esempio, dell’Iran che impunemente ha violato o aggirato i monitoraggi. Tra i grandi assenti oltre all’Iran di Ahmadinejad, anche il premier israeliano Netanyahu, il cui Paese dispone di un arsenale nucleare segreto e che non ha aderito al Tnp al pari di Pakistan, India e Corea del Nord.

India e Pakistan respingono la proposta Usa di moratoria sulla produzione di materiali fissili nel mondo e anzi stanno aumentando le scorte nel quadro di una pericolosa gara nuclear-missilistica tra loro. Dopo il Cile che ha appena consegnato agli Usa gli ultimi 28 chili di uranio arricchito, l’Ucraina ha invece annunciato l’eliminazione delle sue scorte entro il 2010 e il leader kazako Nazarbaiev ha assicurato ieri a Obama l’impegno ad adottare rigorse misure per la sicurezza delle riserve kazake, pari a un quinto dell’uranio naturale mondiale.

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STOP ALLA NUOVA CORSA ATOMICA

(Mercoledì 14 Aprile 2010) il Gazzettino

La Cina non esclude sanzioni all’Iran. Misure antiterrorismo nucleare. Incognita nordcoreana

WASHINGTON – Il presidente Obama ha esortato il mondo ad agire rapidamente «con azioni concrete» contro il terrorismo nucleare: sarebbe una «catastrofe planetaria» se materiale nucleare cadesse nelle mani di organizzazioni come Al Qaida. Il presidente Usa ha definito il terrorismo nucleare «una delle minacce più grandi alla sicurezza globale».

Le 47 delegazioni al summit sulla sicurezza nucleare a Washington, tenacemente voluto dall’inquilino della Casa Bianca, hanno dato il loro sostegno al piano americano di porre sotto chiave entro 4 anni, le decine di tonnellate di uranio altamente arricchito e di plutonio disseminate nel pianeta, così da garantire che non cadano nelle mani di paesi ad alto rischio o di gruppi terroristi «che non avrebbero alcuna esitazione ad usarlo».
Le misure concordate a Washington prevedono più stretti controlli sui materiali nucleari utilizzabili per creare ordigni atomici e la lotta ai traffici clandestini di tali elementi. Il documento sottolinea comunque che le misure non violeranno il diritto di sviluppare energia nucleare per scopi pacifici, una porta aperta ai paesi in via di sviluppo di una energia nucleare ‘pulita’.
«Anche un quantitativo minimo di plutonio, delle dimensioni di una mela, potrebbe uccidere centinaia di migliaia di persone» ha ammonito Obama. Gli Usa hanno cercato di dare il buon esempio firmando a Washington un accordo con Mosca per l’eliminazione di 34 tonnellate di plutonio per ciascuno dei due paesi, bruciandole nei reattori a uso civile. Dopo la rinuncia dell’Ucraina entro il 2012 alle sue scorte di uranio altamente arricchito (con l’aiuto tecnico e finanziario Usa) il Messico ha promesso di rafforzare i controlli sui materiali nucleari in suo possesso.
Mentre gli Usa stanno perseguendo all’Onu una nuova serie di sanzioni contro l’Iran, per bloccare il suo controverso programma nucleare, al Palazzo di Vetro andrà in scena anche un importante consesso in maggio per la revisione del Trattato per la non proliferazionenucleare (Tnp). Il presidente Obama, per evitare che il summit di Washington resti un evento isolato, ha annunciato una seconda riunione nel 2012 nella Corea del Sud: sarà invitata anche la Corea del Nord, uno dei paesi ritenuti più a rischio.
Da parte dell’Italia, Berlusconi annuncia che il nostro Paese ha «deciso di creare un’Agenzia nazionale per la sicurezza nucleare con competenze in campo di protezione fisica degli impianti e dei materiali radioattivi e una scuola per la sicurezza nucleare per la formazione di personale da paesi emergenti che sempre più si avviano all’utilizzo di questa nuova fonte di energia».

Il discorso a braccio non si discosta molto dal testo scritto, anche se il Cavaliere sfuma un po’ i meriti personali, rivendicati anche ieri, del nuovo trattato Start firmato a Praga. Berlusconi spiega che la «visione di un mondo senza armi nucleari» avanzata da Stati Uniti e Russia con la firma del trattato ”Start 2” rappresenta «una speranza per tutti noi, per i nostri figli e le generazioni future». Rivolgendo lo sguardo prima al presidente Usa Barack Obama e subito dopo a quello russo Dmitri Medvedev, Berlusconi ringrazia: «Credo che tutto il mondo vi sia grato per quello che siete riusciti a fare. Complimenti e andiamo avanti così».L’impegno che l’Italia prende in questo vertice è la creazione dell’Agenzia per la sicurezza che di fatto anticipa il rientro del nostro paese nelle tecnologia nucleare.

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L’ APPELLO DI OBAMA:UNITI CONTRO L’ATOMICA

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 12/4/2010

«Tutte le opzioni sono aperte per gli Stati Uniti contro l’ Iran», incluso il ricorso all’ arma nucleare, se si concretizza la minaccia atomica di Teheran. Lo ha detto ieri il segretario americano alla Difesa Robert Gates, precisando che «per adesso» l’ Iran non dispone ancora di bombe nucleari.

Così la tensione è risalita di colpo sul dossier iraniano, proprio mentre i leader mondiali affluivano a Washington per il maxivertice sul nucleare convocato dagli Stati Uniti. «Dopo la fine della guerra fredda – dice Barack Obama – il rischio di un conflitto nucleareè diminuito ma i pericoli di attacchi nucleari sono in aumento».

Da 15 anni Al Qaeda cerca di procurarsi materiale radioattivo per costruire un’ arma atomica. Incredibile è che non ci sia ancora riuscita, vista la quantità di uranio e plutonio disseminati in tutto il pianeta, a volte in depositi dalla protezione dubbia. È per affrontare questa emergenza che Obama ha voluto il più grande vertice mai ospitato da un’ Amministrazione Usa dai tempi della creazione delle Nazioni Unite.

È il Nuclear Security Summit, a cui hanno partecipano per due giorni 47 leader. C’ è tutto il club atomico tradizionale – Russia, Cina, Francia e Inghilterra – che coincide con i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ Onu. Ci sono le potenze atomiche ufficiose o non-legali come India, Pakistan e Israele.

Grande assente però è Benjamin Netanyahu, che si fa rappresentare da un sottosegretario, per sottrarsi alle pressioni su Israele perché aderisca al trattato di non proliferazione.

Partecipano anche i paesi che pur non avendo armi nucleari hanno materiale radioattivo per l’energia civile, per scopi di ricerca, laboratori medici. All’ordine del giorno c’è un unico tema, quel terrorismo nucleare che Obama definisce «la più immediata ed estrema minaccia per la sicurezza globale». È un tema che lo preoccupa da tempo: nell’ agosto 2005, molto prima di candidarsi alla Casa Bianca, da senatore partecipò a una missione in Russia, Ucraina e Azerbaijan per ispezionare i reperti più pericolosi della guerra fredda: gli arsenali di testate nucleari a rischio di incursioni terroristiche, o di fughe verso il mercato nero.

Obama rimase colpito e nel suo programma elettorale mise questo obiettivo: «Mettere al riparo, in condizioni di sicurezza affidabili, tutto il materiale nucleare del pianeta». La mappatura dei rischi è impressionante.

Ci sono le testate nucleari custodite dai militari, la cui sicurezza non è a tenuta stagna: 12.000 armi in Russia, 9.400 negli Stati Uniti, 300 in Cina e in Francia, 185 in Inghilterra e altre centinaio tra Israele, India, Pakistan. Più i “preparativi” in corso in Iran, Siria, Corea del Nord. Poi c’è l’ uranio usato per altri scopi e soggetto a sorveglianza meno stretta: 4 tonnellate l’anno vengono usate come propellente per navi e sottomarini, in laboratori di ricerca e negli ospedali. Bastano 25 kg per costruire un rudimentale ordigno atomico.

Se si aggiungono le centrali nucleari, ci sono 1.500 tonnellate di uranio arricchito e 500 tonnellate del plutonio, divise tra 40 nazioni. Di che costruire 120.000 bombe atomiche, secondo le stime del Fissile Materials Working Group.

E il club atomico continua ad allargarsi. A parte i paesi che hanno piani segreti per la bomba, l’ ultima crisi energetica ha dato il via a una nuova corsa mondiale verso la costruzione di centrali nucleari: Cina e India da sole ne hanno in cantiere oltre 50 a breve termine. Nessuno è veramente al riparo da un “incidente”, dall’ incursione di estranei, dalla “scomparsa” di materiali che sul mercato nero hanno un’attrattiva evidente.

Obama ha già incassato delle promesse concrete alla vigilia del vertice. La Gran Bretagna ha deciso di aprire alle ispezioni internazionali alcuni suoi impianti per una verifica trasparente dei livelli di sicurezza. La Russia s’ impegnerà a eliminare 34 tonnellate di plutonio da testate nucleari disattivate. Il Cile ha chiesto agli americani di sbarazzarlo di tutto l’uranio arricchito. Canada e Ucraina annunceranno la conversione dei reattori delle loro centrali all’uranio non-arricchito, che è più difficile usare per costruire armi. Il vertice è il coronamento della “settimana atomica” di Obama: prima c’è stato l’ annuncio della nuova dottrina nucleare americana con una limitazione dei casi in cui farebbe uso dell’ atomica, poi la firma a Praga con Dmitri Medvedev dello storico accordo Start 2 che ha ridotto del 30% le testate delle due superpotenze. – (Federico Rampini)

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One thought on “Summit sulla Sicurezza Nucleare a Washington – Il pericolo atomico dei “due blocchi”, est-ovest, è ora superato dal “terrorismo internazionale diffuso”. Obama che propone un governo mondiale per la sicurezza, contro la bomba

  1. Luca Piccin domenica 18 aprile 2010 / 14:07

    l «teorema dell’ industria della salsiccia»: anche in politica, è meglio gustarsi il prodotto finito, senza vedere tutto ciò che ci viene messo dentro.

    Per chi, come me, si impegna ogni giorno affinché le comunità possano avere accesso a un cibo buono, pulito e giusto è difficile essere d’accordo con questa classe politica.
    E si parla di un certo Barack Obama, non dei nani del vecchio continente…

    Che si parli di cibo o di politica, servono idee chiare e valori condivisi.
    Mi sembra finalmente, che se l’idea di Obama è di debellare il mondo dal pericolo nucleare, il teorema non è più valido. Bisognerà vedere se il consenso ci sarà.

    La corsa al nucleare di Cina, India, Iran, ma anche Francia e dulcisinfundo Italia, testimonia di una volontà contraria a quella di chi è a torto considerato un “Gesù Cristo”, ma soltanto una persona che sa fare bene il suo mestiere : quello di politico lungimirante.

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