CUBA: l’utopia mai realizzata. Dissidenti e blogger all’attacco di un regime che sembra avere i giorni contati (ma saprà poi questa “intellighenzia dissidente” trovare un progetto credibile per questo meraviglioso Paese?)

Yoani Sánchez, cubana, premiata nel 2008 come la miglior blogger del mondo nella categoria “Reporters sans frontière” (foto da Google)

   Uomini contro a Cuba: Guillermo Fariñas, psicologo, giornalista, dissidente: negli ultimi anni ha fatto per protesta 23 scioperi della fame, l’ultimo ora in corso. Orlando Zapata, dissidente morto il 23 febbraio a 42 anni dopo 85 giorni di sciopero della fame. Zapata, ritenuto «prigioniero comune» per le autorità cubane, era in cella dal 2002, con qualche breve periodo di libertà.

   Lo sfasamento del regime cubano, senza più alcun progetto (cioè il mito del paese rivoluzionario baluardo contro l’imperialismo americano a due passi da casa del nemico statunitense), per molti osservatori internazionali porterà di qui a poco a un possibile colpo di Stato dell’esercito; che cercherà di portare nel paese quel che manca di più: beni di consumo e la fine di una povertà che mette “tutti contro tutti” (il mercato nero imperversa e l’essere a contatto con beni pubblici serve spesso a procurarsi furtivamente cose essenziali).

   A denunciare il tutto (fuori dal Paese) una fascia sempre più larga di dissidenti, alcuni dei quali arrivati a contestazioni estreme, come lo sciopero della fame di 85 giorni di Orlando Zapata che lo ha portato alla morte. E accanto a forme estreme e coraggiose di opposizione politica al regime, troviamo anche una nuova categoria di “denunciatori” del regime castrista, e questi sono i “blogger”, cioè giovani intellettuali che comunicano al mondo (via internet) le condizioni di vita e di non democrazia dentro il Paese caraibico.  

dissidenti cubani manifestano a Miami

Noi non sappiamo fino a che punto gli strati popolari vivano questa condizione di un regime verso la fine del suo corso (durato più di 50 anni). E’ naturale pensare che la necessità quotidiana di procurarsi beni essenziali di consumo superino magari i tentativi che il regime ha fatto in questi decenni a Cuba di assegnare perlomeno alcuni servizi fondamentali (come la sanità) che i paesi vicini dell’America Latina Centrale manco sapevano cos’erano. Insomma questo per dire che una valutazione lucida del senso e del livello del regime totalitario castrista potrà essere effettivamente fatto quando esso (regime) cesserà del tutto. E, nella sua fine, è auspicabile che ci sia qualcuno in grado di traghettare il paese verso una democrazia condivisa (senza violenza e sangue) con un miglioramento dei livelli essenziali di vita della popolazione.

   Su questo conterà la presenza significativa a positiva (speriamo) degli altri paesi dell’America Latina, ma in particolare degli USA (magari il fatto che il “nemico americano imperialista” sia rappresentato da un giovane presidente che dice e tenta di realizzare cose che poco niente hanno di sapore imperialista potrà aiutare).

   E’ da capire, infine, se queste forme di dissidenza intellettuale diffusa sapranno organizzarsi all’interno del Paese formando una classe dirigente e un progetto credibile per il futuro armoniosa della vita della meravigliosa Cuba.

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A CUBA I CARMELITANI CON LE SCARPE

di YOANI SANCHEZ   

   Occhi attenti, timpani specializzati a captare il rumore sfuggente della sottrazione di risorse e uniformi di un color marrone, simile alla terra. Sono i “carmelitani”, un vero e proprio esercito di ispettori che sorvegliano i centri di produzione affinché il furto non sottragga il poco che ci resta.

   Funzionano come un corpo di protezione non subordinato all’amministrazione del centro di lavoro dove sono demandati e rispondono – come soldati – a una struttura superiore di ordine e comando. Ricevono in cambio un salario migliore, alcuni chili di pollo ogni mese e un’appetitosa merenda che rivendono sul mercato nero.  Compongono la nuova truppa dei revisori, in un paese dove la gente lavora non per quel che guadagna ma in funzione di quante cose può sottrarre per rivenderle sul mercato nero. 
   Questi revisori restano poco tempo in ogni industria, per evitare che entrino in relazione con gli impiegati e possano finire nei meccanismi della corruzione. Nelle fabbriche di tabacco, devono perquisire gli operai perché non portino via – nascosti tra i vestiti – le foglie o i sigari completi; nella Planta de Suchel del municipio Cerro si occupano di cercare tra le borse dei lavoratori gli estratti di sciampo o di profumo; per strada controllano che ogni passeggero di un autobus abbia il suo regolare biglietto e nel Río Zaza dovevano impedire che uscissero fuori le borse di latte o il concentrato di pomodoro.

   Pure se sono allenati a verificare timbri, chiudere lucchetti e prendere nota dei prodotti esistenti in un magazzino, non sono riusciti a fermare le continue appropriazioni indebite. Sembra un compito impossibile quello di creare sfere di efficienza e controllo in un’Isola dove rubare allo Stato è una pratica di sopravvivenza.

   Il problema è che il governo sa che la gente ruba in tutti i centri di lavoro, ma comprende pure che chiudere ogni possibilità di saccheggio produrrebbe un clima di grande tensione sociale. Fino a questo momento, far finta di non vedere le ruberie era un modo per tenere tranquilli i trasgressori perché non andassero a dimostrare pubblicamente la loro non conformità.

   La maggioranza dei cittadini è consapevole che applaudire o stare zitti impedisce il controllo sul loro modo di vivere e contribuisce a nascondere il sostegno illegale di cui si nutrono le loro famiglie. Accettare l’esistenza dei furti è stato per lunghi anni il modo migliore per ricompensare la docilità. Per questo è difficile modificare la situazione senza far saltare in aria il sistema. I “carmelitani” non potranno evitare che vengano ancora sottratte risorse, perché la corruzione è la linfa che nutre – fondamentalmente – coloro che oggi spediscono un gran numero di revisori per le strade.
P.S. Vi raccomando di leggere l’articolo di Esteban Morales “Corruzione: La vera controrivoluzione?” (http://www.desdelahabana.net/?p=2210 ). (Traduzione di Gordiano Lupi, tratto da “la Stampa.it) – Tratto dal Blog di YOANI SANCHEZ el PortalDesde Cuba 

Yoani Sánchez, licenciada en Filología. Reside en La Habana y combina su pasión por la informática con su trabajo en el PortalDesde Cuba. (tratto da « laStampa.it)

Generación Y è un Blog ispirato alla gente come me, con nomi che cominciano o contengono una “y greca”. Nati nella Cuba degli anni 70 e 80, segnati dalle scuole al campo, dalle bambole russe, dalle uscite illegali e dalla frustrazione. Per questo invito a leggermi e a scrivermi soprattutto Yanisleidi, Yoandri, Yusimí, Yuniesky e altri che si portano dietro le loro “y greche”. (Yoani Sanchez)

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MORTO DOPO 85 GIORNI DI SCIOPERO DELLA FAME

da “il Mattino di Padova” del 25/2/2010

L’AVANA. Giornata ad alta tensione all’Avana. Dopo 85 giorni di sciopero della fame, è morto il dissidente Orlando Zapata, che ha trascorso in carcere gli ultimi sette anni. Il presidente cubano Raul Castro si è detto «dispiaciuto», smentendo nel contempo che l’oppositore sia stato torturato.

   La morte del 44enne di colore Zapata, che prima di essere arrestato faceva il muratore, è coincisa non solo con il secondo «compleanno» di Raul al potere come presidente al posto del «lider maximo» Fidel, ma anche con la visita di due ospiti illustri, i presidenti del Venezuela, Hugo Chavez, e del Brasile, Lula. A quest’ultimo, un consistente gruppo di oppositori anti-Castro hanno chiesto di fare pressing sul governo per ottenere la libertà.

   «Quello di mio figlio è stato un omicidio premedidato», ha sottolineato la madre del dissidente, Regina: «In prigione è stato sempre torturato. L’hanno tenuto 18 giorni senza acqua», ha detto la donna nella sua abitazione a Banes, nella provincia di Holguin. Ormai da molti giorni, la dissidenza aveva avvertito che Zapata era «tra la vita e la morte». Subito dopo la notizia del decesso, avvenuto in un ospedale, l’opposizione ha denunciato la vicenda definendola una dimostrazione «dell’aumento della repressione» durante i due anni di potere di Raul.

L'immagine di Orlando Zapata su una porta all'Havana (AP Photo/Franklin Reyes)

   Il fatto che il presidente si sia detto «dispiaciuto» ha una rilevanza d’altra parte del tutto particolare, visto che è la prima volta che i vertici dello Stato comunista fanno una dichiarazione di questo tipo negli ultimi 40 anni. Le parole del minore dei fratelli Castro non si sono però fermate al «dispiacere»: a Cuba «non esistono torturati, non ci sono stati torturati, non c’è stata un’esecuzione. Queste cose succedono alla base di Guantanamo», ha rilanciato il presidente incontrando i cronisti a Mariel (a 40 km dall’Avana) in una cerimonia insieme a Lula.

   In fondo – è il ragionamento di Raul – la morte di Zapata rappresenta «il risultato dei rapporti con gli Stati Uniti». La sfida governo-opposizione è poi proseguita in occasione dei funerali di Zapata: almeno 25 persone che intendevano parteciparvi sono state arrestate, ha detto al Elizardo Sanchez, portavoce della Commissione di diritti umani.

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CASTRO NON LASCERA’ MORIRE FARINAS

da “la Nuova Venezia” del 14/3/2010

L’AVANA. Il governo cubano di Raul Castro non vuole che si ripeta la tragica morte del dissidente Orlando Zapata, all’origine di un’ondata di proteste in tutto il mondo, e avrebbe deciso di fare il possibile per impedire che lo stesso destino tocchi a Guillermo Farinas, in sciopero della fame dal 24 febbraio scorso.  

   Le autorità tacciono ma Farinas resterà in ospedale, dove è stato ricoverato, «settimane o mesi», ha detto Elizardo Sanchez, portavoce della commissione cubana per i diritti umani e la riconciliazione nazionale (Ccdhrn, illegale ma tollerata).  Zapata, morto il 23 febbraio dopo 85 giorni di sciopero della fame, era un detenuto politico sconosciuto fino a qualche giorno prima di morire. E’ stato ricoverato quando ormai era troppo tardi.  

   Farinas, psicologo e giornalista di 48 anni, è invece un noto dissidente dal 1989, protagonista di 23 scioperi della fame e rimasto per 11 anni e mezzo in carcere. E’ al centro dell’attenzione da quando il 24 febbraio ha cominciato il digiuno totale nella sua casa di Santa Clara (centro dell’isola) per protesta contro la morte di Zapata e per chiedere la liberazione di 26 detenuti politici malati.  

   Il giornalista è stato ricoverato in ospedale il 3 marzo dopo aver perso conoscenza ed è stato dimesso qualche ora dopo. Secondo il suo dottore personale, l’oppositore Ismely Iglesias, i medici dell’ospedale Arnaldo Millan non lo hanno trasferito nel reparto di terapia intensiva perché «controrivoluzionario».

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Diritti violati

SE E’ CUBANO IL DISSIDENTE NON COMMUOVE NESSUNO

di Pierluigi Battista, da “il Corriere della Sera” del 19/3/2010

   Mancano pochi giorni, o forse poche ore, per impedire che la seconda «Primavera nera» di Cuba possa provocare tutti i suoi effetti luttuosi. Il dissidente Guillermo Fariñas versa in gravissime condizioni dopo tre settimane di sciopero della fame e della sete. Se gli aguzzini dell’ Avana non smetteranno di definirlo un «criminale» e un «mercenario», Fariñas farà la stessa fine di Orlando Zapata, morto dopo 75 giorni di protesta eroica ed estrema contro un regime le cui carceri sono zeppe di prigionieri politici. Per evitare questo esito catastrofico, la comunità internazionale ha ancora un margine di tempo, sempre più esiguo, per premere sui maggiorenti della dittatura cubana.

   Finora hanno fatto sentire la propria voce gli Stati Uniti e, pur nel silenzio degli altri Paesi dell’Unione Europea, la Spagna e l’Italia. Amnesty International chiede di entrare a Cuba per verificare le condizioni di vita dei dissidenti rinchiusi in prigione: ma L’Avana ha respinto la richiesta bollandola come un’intrusione del nemico. Anche la Croce Rossa Internazionale vuole accertare la gravità delle condizioni di Fariñas: ma anche in questo caso le autorità cubane si sono rifiutate di collaborare, trattando la vittima come un «ricattatore».

   I dirigenti di Cuba, Raúl Castro in testa, hanno espresso il loro «rammarico» per la morte di Zapata. Non hanno aggiunto che Zapata stava in galera, condannato a oltre vent’ anni di detenzione per un reato d’opinione. Nel 2003, nella prima «Primavera nera», giornalisti, sindacalisti, medici e avversari del regime vennero sbattuti in carcere, condannati in processi farsa. Le loro abitazioni furono messe a soqquadro. Vennero confiscati i computer, i parenti minacciati e ricattati sul lavoro.

   La polizia politica agì con brutalità metodica, approfittando del disinteresse di una comunità internazionale paralizzata nell’attesa della scomparsa del dittatore Fidel. Alcuni dissidenti tentarono di fuggire per mare con imbarcazioni di fortuna. Furono riacciuffati e fucilati, schiacciati dalle solite, risibili accuse: di essere al soldo della Cia, «mercenari», «criminali comuni», sabotatori del socialismo.

   Cuba, la terra del socialismo tropicale, l’isola dell’utopia realizzata tra spiagge meravigliose e avventure alla Hemingway, dell’icona del «Che», dell’epopea dei barbudos nella Sierra Maestra, gode ancora, nonostante un cinquantennio di oppressione feroce e sistematica di ogni dissidenza, di una certa benevolenza. Ma l’immagine dei dissidenti che si lasciano morire, l’enormità delle condanne comminate senza un minimo di garanzie civili e di diritto, restituiscono il volto più lugubre del regime dell’Avana.

   Qualche giorno fa, accanto a Mario Vargas Llosa che non ha mai cessato di denunciare il carattere oppressivo del comunismo cubano, si sono mobilitati per salvare la vita di Fariñas e degli altri dissidenti impegnati nello sciopero della fame anche intellettuali come Pedro Almodóvar e Fernando Savater, la cui appartenenza alla sinistra è nota a tutti.

   In Italia tutto è più difficile. L’indignazione selettiva acuisce la reattività per le malefatte compiute a Guantanamo, ma spegne la sensibilità per i lager costruiti nella stessa isola, ma sotto il controllo del regime di Fidel Castro. Cuba non è più un modello, un sogno, lo specchio dei desideri di una sinistra sempre meno attratta dal richiamo del terzomondismo anti-americano, ma viene cancellata nell’indifferenza e nell’interesse pubblico, come se, sepolti i sogni, si volesse evitare di fare i conti con un incubo.

   Se si fosse consapevoli che una pressione appena appena più visibile potrebbe salvare la vita di persone che hanno l’unico torto di dissentire dal regime cubano, probabilmente l’opinione pubblica potrebbe uscire dal letargo. Prima che sia troppo tardi. Prima che la comunità internazionale, gli stessi organismi che dovrebbero tutelare il rispetto dei diritti umani (a cominciare ovviamente dall’Onu) non abbiano a pentirsi di una passività che salva i buoni rapporti con Cuba ma rende impossibile la vita di chi è nel mirino della dittatura. E stavolta, davvero, è solo questione di tempo. (Pierluigi Battista)

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“CASTRO DURA POCHI MESI”

di Mimmo Candito, da “la Stampa” del 26/3/2010

«I quadri dell’esercito non tollerano più la corruzione e la povertà del paese»

MIAMI – C’è voluto quasi un mese perché Obama si avvedesse che qualcosa pare davvero muoversi a Cuba, pur nella mummificazione di un regime artritico e sordo, e, ora, trovato un piccolo spazio tra faccende di ben altra gravità – la riforma sanitaria, le resistenze di Israele, le baruffe cinesi -, ora fa sapere tutto il suo dolore per la morte per fame, all’Avana, di un prigioniero politico. Ma Castro, che nei suoi 80 anni le antenne le ha ancora ben tese, reagisce come un ventenne, e a tambur battente pubblica sul giornale del partito la sua risposta: che il Gran Nemico che sta a Washington non dica «sciocchezze», ma piuttosto mediti che la riforma sanitaria che arriva «finalmente» negli Usa i cubani ce l’hanno già da 50 anni.
   Non è la solita scaramuccia tra il vecchio comunista e l’imperialismo yanqui. Nell’asprezza del giudizio di Fidel si possono leggere anche apprezzamenti per quell’imberbe giovanotto che governa a Washington. E in politica bisogna badar bene, anche un leggero vento può segnalare una bufera.
   Sembra saperlo bene Salvador Lew: «Ormai è questione di mesi. Pochi mesi ancora, e loro non ci saranno più». E lo dice convinto, abbassando con forza la sua testa canuta. Per lui, i fratelli Castro sono alla fine della loro storia politica. «Cinquant’anni bastano. Finito». Lui è uno dei nomi storici della diaspora cubana, qui a Miami, e la sua radio – Radio Azul – fu la prima delle emittenti che davano voce all’anticastrismo, già negli Anni ‘60.

   «Non ci si è resi ancora conto bene che la lotta all’interno stesso del regime si è fatta molto aspra, e che ora anche i militari sono stufi», spiega Lew. Oggi, all’Avana, i militari sono dentro il potere e sono il potere: anche Raùl Castro è un militare, ma pare che la sua tenuta sul blocco delle Forze Armate mostri qualche primo segno di cedimento, e se non sugli alti gradi dello Stato Maggiore (che godono di privilegi consolidati) certamente sull’ufficialato di secondo livello, da maggiore o capitano in giù. «Anche un capitano, quando rientra a casa la sera, vede la tavola spoglia, vuota, e la moglie che lo guarda e lo rimprovera, senza nemmeno dovergli dire una parola». E le Forze Armate sono la spina dorsale del regime. «Saranno i militari a prendere in mano la situazione», dice Lew. «Non le posso dire le fonti da cui ho queste informazioni, ma sono più che attendibili», e mi dà appuntamento a tra un paio di mesi. «Poi, mi darà ragione».
   Nel vecchio Ristorante Versailles, cuore ribollente dell’anticastrismo più ortodosso, quelli che ci siedono vicini, e ci ascoltano, calano anch’essi la testa, convinti. Sono anch’esse, in gran parte, teste canute; la loro memoria è la memoria della fuga da un paese che – ai loro occhi – diventava «una dittatura comunista». E se cerchi di distinguere, precisare, spiegare, allora anche tu diventi subito «un comunista». Al Versailles non si dialoga: si milita. Convinti o no, qualcosa comunque sta certamente cambiando a Cuba. E per i giornalisti che nell’isola non sono ammessi, le notizie che filtrano a Miami da mille rivoli di informazione sono elementi preziosi di un mosaico che non è impossibile ricomporre. Cominciamo dalla morte di Orlando Zapata per sciopero della fame. È il 12.mo prigioniero politico che sia morto per fame; però mai prima c’era stata una simile reazione di protesta e di indignazione in tutto il mondo. E già c’è un altro detenuto – Guillermo Farinas – che rinuncia a cibo e acqua per protesta contro il regime.
   A seguire la triste fine di Zapata, non ci sono stati soltanto i duri del Versailles, quelli che l’Avana chiama «gusanos», cioè vermi, o più ancora «maffia cubana», ma anche larga parte dell’esilio che non è legata soltanto al debito della memoria, e che in questa Guerra Fredda del Caribe non intende assumere posizioni radicali, di rottura intransigente. Sono, costoro, i figli o addirittura i nipoti dei primi esiliati, che si sentono anzitutto cittadini americani anche se la loro radice sta dentro l’isola, e guardano a Cuba con sentimenti di nostalgia, ma non di un ritorno da programmare o, peggio ancora, di una vendetta.
   Juan Carlos Gonzàlez, avvocato e socio di uno studio legale con altri tre avvocati, tutti di origine cubana, parla spagnolo, naturalmente, e però d’istinto preferisce usare l’inglese: «Sono venuto qui da ragazzo, ma son venuto per cercare fortuna, perché all’Avana tutto mi sembrava ingessato, immobile, senza possibilità alcuna di sviluppo. E ora che questa fortuna ce l’ho, non voglio rinunciare. A Cuba, quando sarà libera, ci torno certamente; ma come turista, soltanto come turista».
   E allora, il cambiamento? E la fine dei Castro? «Valutiamo con distacco, ragioniamoci», dice Modesto Obregòn, che è stato 17 anni in galera a Boniato, presso Holguìn, come prigioniero politico, dopo aver lavorato un paio d’anni nell’ufficio Propaganda della Revoluciòn. E ora è uno dei 2 milioni di esiliati cubani.

   «Sì, è vero, si è ridotta la presa della paura, nell’animo della società cubana. Il regime non mostra la ferrea capacità di controllo che ha avuto per decenni. E la settimana di proteste nella strada che hanno potuto far vedere al mondo le Damas de Blanco, simili alle Madres de Plaza de Mayo argentine, si è svolta senza incidenti molto gravi. Però ciò che conta è che il governo ha mostrato di poter reggere senza danni anche una protesta pubblica; e aspettarsi un aiuto dall’esterno, da fuori dell’isola, è pura illusione. Parole e parole dagli Stati Uniti, parole e parole dall’Europa, ma ben poco di concreto». Modesto non dà appuntamenti. La storia di Cuba aspetta conferme che nemmeno Miami conosce.

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CUBA, LA RIVOLTA DEGLI INTELLETTUALI. ADESSO CASTRO LIBERI I DISSIDENTI

di Omero Ciai, da “la Repubblica” del 2/4/2010

   YOANI non è più sola. E non perché alcune decine di giovani, blogger come lei, utilizzano come possono internet per opporsi alla censura di regime. In questi giorni il virus della dissidenza ha sfiorato perfino un cantautore come Silvio Rodriguez, da sempre più che allineato – a differenza di Pablo Milanés, il suo compagno d’avventure musicali giovanili nella “Nueva trova cubana” – con la retorica rivoluzionaria.

   Ma c’è di più: la frattura è arrivata fin dentro all’Uneac, l’Unione degli scrittori e artisti, storica associazione degli intellettuali rivoluzionari. La prima ad avere il coraggio di dissociarsi è stata Ena Lucia Portela, giovane autrice (è del ‘ 72) più volte premiata sull’isola, conosciuta anche in Francia e Spagna.

   Alla metà di marzo, dopo la morte per lo sciopero della fame in carcere del dissidente Zapata, la Uneac rispose, dalle colonne del Gramna, con durezza al gruppo di intellettuali spagnoli e latino-americani che, con un manifesto, chiedevano il rispetto dei diritti umani. «È una campagna contro Cuba organizzata da persone senza morale», sentenziò l’ Uneac sulla raccolta di firme alla quale avevano aderito Pedro Almodavar, Antonio Muñoz Molina, Juan Marsé, Mario Vargas Llosa ma anche due storici artisti comunisti, ex difensori del castrismo, come i cantanti Ana Belén e Victor Manuel.

   Stesso discorso per Guillermo Farinas e gli altri due dissidenti in sciopero della fame descritti dalla stampa di regime, a seconda delle circostanze, come ex galeotti, mercenari pagati dagli Usa o semplicemente traditori. «Sono membro dell’Uneac- ha scritto l’altro ieri Ena Portela ai promotori del manifesto – ma non sono per niente d’accordo con la dichiarazione emessa dall’Unione scrittori di Cuba. Aggiungete il mio nome alla raccolta di firme e accada quel che deve accadere. Io – prosegue – come molti artisti e scrittori cubani residenti sull’isola non ho alcun possibilità di accedere ad internet e per questo non conoscevo il vostro testo che con molta chiarezza esprime quello che pensiamo e sentiamo in tanti, qui, là e in tanti altri luoghi. Tra i nomi dei firmatari cubani non vedo – aggiunge ancora Portela – quello di nessun artista o scrittore residente sull’isola. Non mi sorprende, visto l’alto prezzo che ha esprimere opinioni nel mio paese. Ma basta. Non posso aggiungere la mia firma attraverso il web, quindi vi prego che lo facciate per me».

   La morte del prigioniero politico Orlando Zapata, il 24 febbraio scorso, rischia di acuire nuovamente l’isolamento di Cuba proprio quando la malattia del lider maximo e l’arrivo al potere di suo fratello Raul avevano lasciato immaginare un cammino diverso. Mentre l’Unione europea e gli Stati Uniti condannano e annullano gli incontri bilaterali, artisti ed intellettuali, fuori e dentro Cuba, cominciano ad alzare la voce.

   Prima di Ena Portela, anche un fedelissimo come Silvio Rodriguez dopo aver ricordato «le numerose ragioni esistenti per credere nella rivoluzione cubana» ha chiesto «cambiamenti e riforme». «È ora di rivedere un sacco di cose, un sacco di concetti, persino le istituzioni», ha detto presentando all’Avana il suo ultimo Lp davanti al ministro della Cultura Abel Prieto. Rodriguez, che per la sua storica militanza non può essere bollato e archiviato come un mercenario al soldo dei nemici, ha anche aggiunto che bisogna smetterla di dare «tutta la colpa all’embargo americano perché è una menzogna». Da Madrid lo aveva preceduto Pablo Milanés che dopo la morte del primo dissidente politico aveva condannato l’atteggiamento ufficiale. «Ci vuole un’altra rivoluzione- aveva detto con franchezza poetica Milanés – perché il grande Sole del ‘ 59 è diventato vecchio ed è pieno di macchie». – (Omero Ciai)

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UNA CREPA NELLE COSCIENZE

di Carlos Franqui, da “la Repubblica” del 2/4/2010

   Gli scioperi della fame dei dissidenti e le proteste degli intellettuali e degli artisti legati al regime stanno creando a Cuba una situazione nuova e, a questo punto, anche sempre più difficile da controllare per il governo dell’ isola. Il fatto che musicisti come Pablo Milanés e Silvio Rodriguez siano, con accenti diversi, molto critici sullo stato delle cose che hanno a lungo condiviso e si facciano portavoce di un malessere che – come dimostra l’opposizione alla linea ufficiale di un’altra giovane scrittrice, Ena Lucia Portela – potrebbe essere molto diffuso tra gli intellettuali residenti sull’isola, è molto importante. Apre fessure e crepe nelle coscienze.

   La morte di Orlando Zapata e il sacrificio di altri dissidenti, come Guillermo Farinas, sta portando al limite una situazione che gli intellettuali a Cuba cominciano a vivere come insopportabile. È possibile che la censura, il dovere di aderire ad una linea ufficiale imposta nella quale si sostiene che qualsiasi problema a Cuba è una responsabilità dell’embargo americano, insieme all’impossibilità di esprimersi liberamente possano avere effetti più dirompenti della quotidiana odissea per “mettere insieme il pranzo con la cena”.

   Quando arrivò al potere in seguito alla malattia del fratello, Raul aveva illuso molti dentro e fuori Cuba con le sue prime riforme. Oggi invece è probabile che egli sia in difficoltà, non solo perché Fidel sta evidentemente meglio e influenza nell’ombra qualsiasi decisione, ma anche per i suoi errori.

   Nella Cuba di Fidel Castro, quella precedente alla sua uscita di scena ufficiale, un dissidente politico non sarebbe mai morto. In un modo o nell’altro il regime avrebbe evitato di aver a che fare con un cadavere, a suo modo eccellente, che ha riacceso sull’isola l’interesse di tutti i mass media del mondo.

   Ma ci sono altri strani segnali, come la caduta in disgrazia di alcuni generali vicini a Raul tra i quali Juan Escalona, avvocato generale dello Stato per oltre vent’anni. Però la sua massima debolezza è l’incapacità di reagire di fronte ai dissidenti politici in sciopero della fame, e alle richieste di rispetto dei diritti umani che ormai arrivano anche da personalità della sinistra latinoamericana. Raul è convinto che qualsiasi segnale d’apertura su questo fronte sarebbe solo l’inizio della fine. Come Perestrojka e Glasnost di sovietica memoria. Per questo non libererà i prigionieri politici e proseguirà nel muro contro muro sperando che il peggio passi rapidamente. – (Carlos Franqui)

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Diritti umani – Toni da Guerra fredda all’ Avana dopo la condanna internazionale per i casi Zapata e Fariñas

RAUL CONTRO USA E UE: «RICATTATORI»

Castro non cede sugli oppositori: «Chi digiuna è responsabile della sua fine» – L’ invettiva: «Si tratta di una gigantesca campagna di discredito diretta dai centri del potere imperialista»

di Elisabetta Rosaspina, da “il Corriere della Sera” del 6/4/2010

MADRID – In spagnolo, in arabo, in tedesco, in francese, in inglese, in portoghese, in italiano: la risposta di Raúl Castro alle pressioni internazionali per il rispetto dei diritti umani nelle carceri di Cuba è riprodotta in sette lingue dall’organo del comitato centrale del partito comunista dell’ isola, il quotidiano Granma.

   Perché «il nemico» non possa dire di non aver capito il messaggio forte e chiaro: «Preferiamo scomparire piuttosto che sottometterci – avverte il presidente in carica e fratello di Fidel Castro -. Non cederemo mai al ricatto di nessun Paese o gruppo di nazioni, per quanto potenti».

   All’ Avana, la chiusura del IX Congresso dell’Unione dei giovani comunisti offre al regime l’occasione per rispolverare lo spirito bellicoso dei tempi eroici della rivoluzione contro l’imperialismo yankee e i reazionari europei: «Più di mezzo secolo di combattimento permanente ha insegnato al nostro popolo che vacillare è sinonimo di sconfitta». Per il giornalista Guillermo Fariñas, che ha iniziato il 24 febbraio uno sciopero della fame e della sete per ottenere la scarcerazione di 26 detenuti politici malati, il lungo discorso di Raul Castro suona come campane a morto: «Si sta facendo il possibile per salvargli la vita – assicura inflessibile il capo del governo, senza citarlo -, ma se insisterà nel suo comportamento autodistruttivo sarà responsabile, assieme ai suoi sostenitori, della sua fine. Che neppure noi desideriamo».

   Non serviranno le condanne internazionali, seguite alla morte di Orlando Zapata, prigioniero «comune» per le autorità cubane e «politico» per l’opposizione, stroncato da 85 giorni di identica protesta, condotta dietro le sbarre fino alle estreme conseguenze. Non servirà neppure l’eventuale intervento della Commissione Interamericana dei diritti umani, il tribunale internazionale cui si è rivolto direttamente Fariñas, perché condanni le violazioni commesse dall’ «illegittimo regime cubano».

   Per Castro, tutto fa parte di un nuovo complotto antirivoluzionario, «una gigantesca campagna di discredito contro Cuba, diretta e finanziata dai centri del potere imperiale negli Stati Uniti e in Europa, dietro al paravento ipocrita dei diritti umani». La controffensiva annunciata dal governo sarà quella sempre utilizzata con successo nell’ ultimo mezzo secolo: arroccarsi e resistere.

   Certamente più a lungo di quanto potrà sopravvivere il dissidente, ricoverato dall’ 11 marzo nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Santa Clara. E determinato a non ingerire un solo boccone. Il suo deterioramento fisico, come l’indignazione del mondo, non tolgono il sonno al generale-presidente che, a 78 anni, riassapora i memorabili trionfi della guerra fredda contro il colosso americano, la disfatta della superpotenza nella baia dei Porci, la determinazione dimostrata di fronte a John Kennedy, durante la «crisi dei missili» nel 1962, e cerca di trasmettere lo stesso entusiasmo ai compatrioti più giovani. E già meno palpitanti per gli spartani ideali marxisti. (Elisabetta Rosaspina)

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CUBA: COSA SUCCEDERA’ DOPO LA MORTE DEL DISSIDENTE ZAPATA?

da http://blog.panorama.it/mondo/ del 25/2/2010

   Quali sono le conseguenze della morte in ospedale all’Avana dopo 85 giorni ininterrotti di sciopero della fame del dissidente cubano Orlando Zapata?

   Sul piano internazionale senz’altro molte, su quello interno pochissime perché a Cuba parole come democrazia e multipartitismo o azioni quali la liberazione degli oltre 200 prigionieri politici invocata dalla Casa Bianca sono impronunciabili e impensabili e gli unici timidi cambiamenti di Raul Castro avvengono sul fronte economico.

   Sui dissidenti, infatti, è assai probabile che il successore Fidel alla guida del regime si comporti come il fratello maggiore e, dunque, dobbiamo aspettarci che la morsa sulle voci dissidenti venga rafforzata e non attenuata.

   Del resto, se così non fosse stato anche in passato sarebbe difficile spiegare la tenuta di una dittatura da oltre 50 anni (la più antica del pianeta) sopravvissuta ad ogni cambiamento geopolitico globale. “Sono dispiaciuto” ha detto Raul Castro riferendosi alla morte di Zapata per poi aggiungere che a Cuba “non esistono torturati”, che queste cose “succedono solo a Guantanamo, nella base statunitense” e che la morte di Orlando è solo “il risultato dei rapporti con gli Stati Uniti”.

   Frasi che se da un lato sottolineano il “new deal” di Raul (mai Fidel aveva fatto cenno a dispiacere per i dissidenti) dall’altro confermano una durezza non nuova del regime che con il pretesto degli Usa continua a perseguitare ogni forma di opposizione interna. La stessa cosa, infatti, era successa dopo il crollo dell’URSS e la conseguente crisi economica che aveva colpito la perla dei Caraibi.

   Quando tre fuggiaschi dal “paradiso” del socialismo cubano avevano tentato di rubare un’imbarcazione per fuggire in Florida, dopo la loro cattura e nonostante le vibrate proteste della comunità internazionale, Fidel fece infatti applicare la pena di morte nei loro confronti. A mo’ di esempio per chiunque volesse imitarli: scappate pure ma non rubate le nostre barche il succo del discorso.

   Sul piano internazionale, invece, la morte di Zapata è probabile rallenti ulteriormente il già difficile dialogo Usa-Cuba sulle politiche migratorie e le piccole aperture dell’Avana verso l’economia di mercato. Molte le reazioni di condanna della morte di Orlando a cominciare da quelle di paesi con cui Raul Castro aveva cominciato a dialogare per aprire seppur timidamente al mondo la traballante economia dell’isola caraibica, come la Spagna e gli Stati Uniti. Sinora il più chiaro sul tema è stato il capo del governo iberico José Luiz Rodriguez Zapatero.

   Alle prese con una difficilissima situazione interna (economica e politica) l’inquilino della Moncloa ha detto chiaramente oggi che dopo la morte di Zapata ”esige la liberazione di tutti i prigionieri politici cubani“.

Più defilata la Casa Bianca che si è limitata a chiedere “la liberazione immediata di oltre 200 prigionieri politici detenuti ingiustamente” e il Nobel per la pace 1983 Lech Walesa ha lanciato un appello agli altri Premi Nobel per promuovere un’azione comune contro il regime cubano per la liberazione dei prigionieri politici nell’isola caraibica.

   Resta infine da segnalare che l’agonia e la morte di Zapata hanno coinciso con l’arrivo sull’isola del presidente del Brasile Lula a cui un gruppo di una cinquantina di dissidenti cubani avevano inviato nei giorni scorsi un accorato appello perché intervenisse in loro aiuto. Il Brasile del resto è un interlocutore privilegiato di Cuba. Non solo per i numerosi crediti concessi negli ultimi anni, un totale di circa un miliardo di dollari complessivamente, ma anche per i progetti di trivellazione e sfruttamento petrolifero in programma nelle acque territoriali cubane.

   Staremo a vedere come Lula riuscirà a gestire questa crisi. Per ora dall’Avana dove è in visita ufficiale il presidente brasiliano ha espresso il suo “profondo dispiacere” per la morte di Zapata e alla stampa brasiliana ha detto di non avere ricevuto l’appello dei dissidenti. (Paolo Manzo)

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Da: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/generaciony/hrubrica.asp?ID_blog=272

 25/3/2010 – LA LETTERA – La blogger Yoani Sanchez scrive a Lula

“PERCHE’ NON POSSO VISITARE IL BRASILE?”

di YOANI SANCHEZ

Signor Ignacio Lula Presidente del Brasile:
   Una volta mi hanno raccontato che le imbarcazioni che trafficavano schiavi africani lasciavano una parte del carico a Cuba e un’altra parte nelle coste del Brasile. In questo modo separavano fratelli, padri, figli e amici di tutta una vita.

   I nostri popoli derivano da una stessa radice. Per questo motivo appare perversa ogni azione che cerchi di separarci e speriamo che un giorno o l’altro esista libera circolazione tra tutte le nostre nazioni americane. Detto questo, non comprendo come mai le autorità del mio paese mi impediscano di visitare il suo. Nella prima occasione – datata ottobre 2009 – avrei voluto presentare il mio libro De Cuba con cariño pubblicato dalla casa editrice Contexto. L’ufficio emigrazione che si occupa di rilasciare i permessi di uscita ai cittadini cubani mi ha informato che non ero autorizzata a viaggiare. Era la quarta volta che mi veniva negata quella autorizzazione.
   Prima mi era stato impedito di recarmi in Spagna per ricevere il Premio Ortega y Gasset, subito dopo in Polonia e successivamente negli Stati Uniti, per ricevere la menzione speciale del Maria Moors Cabot rilasciata dalla Columbia University. Sono stata invitata una seconda volta in Brasile, in occasione della presentazione di un documentario sulla mia persona, realizzato da un gruppo di cineasti di Jequié. Sono convinta di non avere difficoltà per ottenere il visto della sua ambasciata all’Avana, ma al tempo stesso sono certa che le autorità del mio paese torneranno a negarmi il permesso di uscita. Lei ha dimostrato recentemente di confidare molto nella buona fede del governo cubano.
   Mi illudo che chi governa il mio paese voglia mantenere viva la sua fiducia e penso che se ci fosse un invito ufficiale mi permetterebbe di visitare il Brasile. Lei non deve far altro che chiedere in mio nome ciò che per qualsiasi cittadino brasiliano – e per qualunque essere umano – è un diritto inalienabile. Mi perdoni per averle rubato il tempo che le è costato leggere questa lettera e mi perdoni anche per averla scritta in spagnolo. Tuttavia, non mi perdoni di pensare che lei auspichi per i cubani il compimento degli stessi diritti che desidera per i brasiliani. (Traduzione di Gordiano Lupi, da La Stampa.it)

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QUANDO IL FIUME SUONA

Tratto dal Blog di YOANI SANCHEZ el PortalDesde Cuba 19/4/2010

Caridad non potrebbe indicare sulla carta geografica dove si trova Sancti Spíritus, la provincia dove è situata l’impresa amministrata dal cileno Max Marambio, ma è al corrente di tutte le voci intorno alla chiusura e agli episodi di corruzione. Ha imparato a decifrare le omissioni della stampa e a leggere nella ripetizione di certi argomenti l’intenzione di occultarne altri più interessanti. Per questo non si accontenta della pillola indorata che somministra il notiziario nazionale.

   Le voci che questa avanera quarantenne ha udito per strada nelle ultime settimane le hanno fatto pensare a un refrain che ripete incessantemente: “quando il fiume suona, porta le pietre”. Proprio il nome della fabbrica Río Zaza torna con insistenza nelle conversazioni, anche se il Granma si è limitata a citare l’inchiesta di cui è oggetto in una breve nota inerente la morte del suo amministratore generale Roberto Baudrand.
   Nelle scuole di giornalismo dovrebbero impartire certe lezioni. Una importante – che noi cubani abbiamo appreso a forza di leggere tra le righe – è che nascondere una notizia ravviva l’interesse per conoscerla, aumenta il racconto e la discussione sui particolari.

   Mentre siamo chiamati ad assistere ad atti di riaffermazione rivoluzionaria e a condannare una campagna mediatica contro Cuba – della quale non si pubblica un solo documento – tutti supponiamo che con questo rumore vogliono nascondere qualcosa di più grande.

   Il ritardo nel confermare che è successo qualcosa in quella industria a capitale misto, ha fatto sì che la stampa straniera, i giornalisti indipendenti e i blogger abbiano tolto l’argomento ai misurati reporter ufficiali. A loro tocca soltanto cantare le glorie, non amano parlare di spazzatura nascosta sotto il tappeto. Caridad ha avuto ragione nel dare ascolto alle voci di strada, a quel ruscello che si è trasformato in un’assordante cascata. Qualcosa di molto sporco si nasconde dietro il silenzio e la distrazione.
   Fetore di biglietti verdi, di appropriazioni indebite e di corruzione non localizzabile in un posto preciso ma che fa parte del sistema. L’enorme quantità di revisori che verrà impiegata nei prossimi giorni non potrà fermare questo impoverimento. Servirebbe un numero simile di persone per controllare gli stessi ispettori, vigilare su chi vigila, supervisionare chi supervisiona. Le pietre che porta con sè il fiume sono troppe e molto grandi, tutti le sentiamo distintamente in un sottofondo di parole d’ordine. (Traduzione di Gordiano Lupi, da “la Stampa.it)

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ORGANICI GONFIATI

Tratto dal Blog di YOANI SANCHEZ el PortalDesde Cuba 15/4/2010

   In un ciclo che sembra non finire mai si annunciano frequenti rimedi per rendere dinamica la nostra economia. Questa volta è il momento di “eliminare gli organici gonfiati”, anche se dal punto di vista di chi resterà senza lavoro il provvedimento si riassume in una parola: “disoccupazione”.

   Lunghi reportage televisivi mostrano che il problema dell’inefficienza dipende da un eccesso di personale negli uffici, nelle fabbriche e persino negli ospedali. Ogni giornata di lavoro deve essere produttivo per evitare l’ozio, dicono i media, come se una formula così elementare fosse stata scoperta da un paio di settimane.

   Alcuni economisti avvertono che mandare a casa tutto il personale in eccesso farebbe aumentare il numero dei disoccupati di oltre un 25%. Uno ogni quattro lavoratori potrebbe essere licenziato per risanare un’economia gravata da un numero eccessivo di impiegati, perché il paese non dispone di liquidità sufficiente per continuare a pagare braccia inattive.

   Un così alto numero di disoccupati potrebbe far aumentare le tensioni sociali, spingendo centinaia di migliaia di persone verso occupazioni illegali e provocando la fine del sistema di creare impieghi fittizi per truccare le statistiche occupazionali.
   Voglio proprio vedere cosa accadrà in certi uffici statali pieni di burocrati o cosa succederà nel sempre più grande elenco di coloro che lavorano per la Sicurezza di Stato. Subiranno anche loro una riduzione di organico? Visto il numero crescente dei poliziotti in abiti civili che circolano per strada, credo che si dovrebbe cominciare da queste persone per eliminare il personale in esubero.

   Per motivi d’immagine coloro che resteranno fuori organico non verranno chiamati disoccupati, ma con una terminologia più raffinata – già usata in altri momenti – eccedenti o superflui. A pochi giorni dalla celebrazione del primo maggio, molti cubani stanno rischiando di perdere il posto di lavoro. Tuttavia, sono sicura che non vedremo nella sfilata di Piazza un solo cartello non conforme né alcuna critica di fronte alla riduzione del personale.

   Lo stesso presidente della CTC ha detto che il giorno dei lavoratori sarà importante per riaffermare il sostegno al processo rivoluzionario e per criticare la cosiddetta campagna mediatica contro Cuba. Il solo sindacato legale del paese dimostra ancora una volta di essere un semplice ingranaggio per trasmettere agli operai gli orientamenti del potere, ma incapace di rappresentare le istanze della base.

   Vedremo gli operai sfilare davanti alla tribuna, sul punto di perdere il lavoro, ma sostenendo uno striscione con parole di ripudio nei confronti dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Nessuno potrà fare di quel giorno un momento di vera protesta, un appuntamento per pretendere di non essere lasciato per strada da quel gran datore di lavoro chiamato Stato. (Traduzione di Gordiano Lupi, da “la Stampa.it)

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