Caino abita al Nord, e in provincia – CRIMINI FAMIGLIARI: la crisi dei medi e piccoli comuni, incapaci di trasformarsi istituzionalmente, diventa anche un problema di disagio nei comportamenti delle persone. La proposta geografica di incominciare a progettare ovunque AREE METROPOLITANE

"Faccio fatica e anzi non riesco a riconoscermi in questo territorio informe, in questa plaga immobiliare per me senza senso; dove le relazioni personali sono povere e rarefatte, dove le persone si chiudono e si isolano, comunicano attraverso i cellulari, internet, i social network, dove le paure sono le lenti degli occhiali con cui guardiamo gli altri e il mondo, dove il mondo e gli altri arrivano nelle case e agli occhi delle persone attraverso i media, dove la politica è antipolitica, dove i partiti non sono più idee e associazioni ma leader e oligarchie, senza idee e senza associazioni" (da “Sillabario dei tempi tristi”, di ILVO DIAMANTI, ed. Feltrinelli). Ilvo Diamanti, sociologo, dall’analisi statistica propone un tentativo di ricomporre la mappa di un disagio, cercando una bussola per orientarsi nella trasformazione dei nostri luoghi

   La “provincia” (intesa come città piccole, e i tanti -troppi- comuni che ci sono) è palesemente in crisi. Un malessere che può sfociare (e spesso sfocia) in disagio mentale tangibile e manifesto. A volte in orribili delitti. E’ un fatto – la cronaca recente lo testimonia – che i più orrendi delitti familiari vengono commessi nelle piccole città e nei paesi. E non di rado è proprio nella “provincia”, che le grandi organizzazioni criminali infilano i loro tentacoli, al riparo dalla ribalta dell’informazione nazionale.
   Sintomatico che se adesso voi cercate libri gialli di scrittori italiani (che parlano di omicidi, eccetera) quasi sempre sono autori che ambientano le loro verosimili storie nella “provincia”.

   Noi non crediamo alla casualità del fatto che la maggior parte dei delitti (e altri stati violenti) ora si svolga di più nelle piccole città, nei comuni, in “periferia”. Ci dev’essere un motivo. Se esiste una forte relazione tra disturbi mentali e atti violenti, Il fatto che questi ultimi siano concentrati in periferia in un certo senso confermerebbe questa relazione (disturbo – violenza) perché, come ben sappiamo – fuori dei centri urbani, nelle aree a minore densità abitativa, i servizi socio-sanitari sono molto rarefatti, quasi inesistenti. Se a questo aggiungiamo il dato culturale per cui rivolgersi a servizi che curano la salute mentale significa ammettere di avere in famiglia un “mato”, il resto viene da sè… (per uscire dal vago, riportiamo qui sotto, di seguito, alla fine, i dati sintetici di una recente indagine statistico-scientifica in materia).

   Il senso di spaesamento, di fine dell’identità territoriale che i comuni (sviluppatisi in questi decenni uno dietro l’altro, nell’abitare lungo le strade, in funzione quasi sempre dell’uso del mezzo privato, dell’automobile…) che i comuni vengono a vivere, questa fine di identità e spaesamento è tangibile, si tocca con mano (ognuno può verificarla nella propria realtà).

   Comuni di poche migliaia di abitanti, cittadine piccole e con mediocri servizi essenziali: anche quelli sociali, sanitari, spesso latitano (poche strutture socio-sanitarie e mal organizzate). Non c’è più la piazza, il bar di riferimento, con il barista amico che dà un’occhiata ai tuoi figli, e che magari ti segnala che qualcosa non va. “Operatori di strada” spontanei, fatti dalle professioni che esercitano (il barbiere, l’alimentarista, l’edicolante, il barista appunto…): niente più di questo; solo case lungo le strade e nessuna vera piazza, nessun vero credibile luogo di incontro.

la città diffusa del Nordest (fotografia di Corrado Piccoli, dal sito della Fondazione Benetton Studi e Ricerche)

   Pare strano ma le città ora offrono più servizi, specie ai giovani, ai bambini. Più opportunità. E dove mancano le opportunità c’è il disagio sociale, che si tramuta a volte naturalmente in forme di violenza, che si scatenano molto spesso in famiglia. I medi e piccoli comuni da tempo non sono più realtà credibili. Se Aristotele diceva che “il luogo dove si abita” (la città) è il posto che gli uomini hanno scelto (e creato) per avere la felicità, ebbene tutto questo è palesemente in crisi. Specie negli insulsi e confusi nostri comuni di questa epoca.

   Per questo insistiamo, da questo blog geografico, sulla necessità di trasformare istituzionalmente “l’abitare”: creare “aree metropolitane” dappertutto, che si riconoscano ciascuna sull’aspetto geomorfologico (di pedemontana, rivierasche, costiere, montane, di alta o di bassa pianura, eccetera), per la loro storia ed economia principale; entità metropolitane che “fanno squadra”, offrono più opportunità, condividono un unico progetto “di felicità”, di città unica. Pur rimanendo, dentro la città metropolitana, i borghi, i “comuni” con le loro specifiche identità; e le loro risorse ambientali che vanno non solo conservate ma incentivate. Basta allora con l’identità del “comune che fa da sè”. Se i comuni non si riuniranno in città vere (anche se territorialmente sparse), in aree metropolitane (diciamo noi), non potranno mai offrire quei servizi innovativi che invece i cittadini di “città vere” offrono ai loro abitanti: nel campo della formazione e degli studi per i giovani, in quello della mobilità, dello sport e del tempo libero, delle iniziative culturali, della sicurezza personale e, appunto, dei servizi socio-sanitari. L’allargarsi di forme di pazzia diffusa nei piccoli centri sempre più anonimi, è il sintomo che dobbiamo agire sulla strutturazione istituzionale delle città e, in particolare delle “non città”.

……………

L’articolo di Ilvo Diamanti che qui di seguito vi proponiamo è “datato” (nel senso che è stato pubblicato nel 2007): parla dei crimini “in famiglia” sempre più diffusi (un trend iniziato dal 2002, ma anche prima); ve lo proponiamo perché è più che mai attuale in quel che sta accadendo in questi mesi di proliferazione di “omicidi famigliari”; con un’interpretazione di grande spessore dell’autore sui motivi del disagio di Territori, che son cambiati ma le istituzioni che riescono a dare risposte innovative

PICCOLI MOSTRI DI PROVINCIA

di Ilvo Diamanti, da “la Repubblica” del 14/1/2007

    Per spiegare la vertigine aperta dall’omicidio di Erba, il vescovo, durante il rito funebre, ha evocato Caino. L’ombra del male, che ci segue d’appresso. Vicino a casa, in famiglia, nei luoghi della nostra vita quotidiana. Che è dentro di noi. Sempre. Però, bisogna ammetterlo: da qualche anno con maggiore frequenza. Come testimonia la scia di sangue prodotta dai (mis)fatti di “ordinaria follia”, commessi da persone che propongono biografie “normali”.

   Basta ripercorrere i giornali; o meglio: guardare la tivù. Perché la violenza che esplode tra la gente comune risulta particolarmente spettacolare. E più visibile di un tempo. Però è indubbio che si ripeta incessante. E proponga alcuni elementi che la rendono inquietante. Non è solo il fatto che avvenga, sempre più, al di fuori della criminalità organizzata.

   Secondo il rapporto curato da Eures in collaborazione con l’Ansa, dal 2002, in Italia, la maggioranza assoluta degli omicidi si verifica in famiglia, nella cerchia dei parenti, degli amici, dei conoscenti, del vicinato. Il rapporto rivela, inoltre, una geografia dell’orrore piuttosto precisa. Questo tipo di delitti avviene prevalentemente nel Centro-Nord. Anzi, nel Nord. Ancor più precisamente, in provincia.

   Basta ripercorrere le cronache. Partendo dal caso di Pietro Maso, che nel 1991, complici alcuni amici, massacrò i genitori. Poi, andarono tutti insieme in discoteca. Al ritorno, diede l’allarme, dopo aver cercato di simulare una rapina. La scena: Montecchia di Crosara. Piccolo paese affondato nella Pedemontana, fra Verona e Vicenza. Stessa vertigine, stesso clamore, esattamente dieci anni dopo. Quando, a Novi Ligure, Erika, spalleggiata dal fidanzato Omar, ammazza a coltellate la madre e il fratellino.

   Insieme al delitto di Cogne, costituiscono gli idealtipi dei delitti familiari. Che coinvolgono figli che ammazzano i genitori. E genitori accusati di aver ammazzato i figli. E per questo attraggono la morbosa attenzione dei media. Altre vicende degli ultimi anni, però, si iscrivono in questa classe di delitti. A Parma, ad esempio, incontriamo Ferdinando Carretta. Scomparso per anni, nel 1998 ricompare. E a “Chi l’ ha visto” confessa di aver ammazzato padre, madre e fratellino, 10 anni prima.

   Ma la categoria degli omicidi familiari, nella provincia del Nord, è particolarmente folta. Vi occupa un posto importante Guglielmo Gatti, quarantenne di Brescia. Nell’ agosto 2005 ammazza gli anziani zii, che vivevano nella stessa villa, nell’appartamento sotto al suo. Dopo averli narcotizzati, li porta nel garage, e li uccide. Poi li fa a pezzi e ne sparge le spoglie in montagna, intorno al passo del Vivione. Infine, lo scorso settembre, a Chiuppano, nell’alto vicentino, Assunta Beghetto viene spappolata con una mazzetta da muratore dal nipote, poco più che ventenne. Il quale, raccattati in fretta pochi euro dall’appartamento della nonna, se ne va al bar, a giocare a videopoker con gli amici.

   C’ è poi la saga dei serial killer. In cui ha un ruolo da protagonista Gianfranco Stevanin, arrestato negli anni Novanta per i suoi orrendi delitti ai danni di ragazze, prima violentate, poi uccise e sezionate, con sistematica e “chirurgica” ferocia. Nato a Montagnana, ridente cittadina del padovano, al momento dei delitti viveva nella bassa veronese, in riva all’ Adige. Abitava in un casolare, colmo di arredi sacri e profani (vibratori, video porno, ecc.). Lo fiancheggia, degnamente, Donato Bilancia, detto “il giustiziere”. E’ di Genova. Fra il 1997 e il 1998 dichiara di aver ucciso 17 persone, tra cui 7 prostitute e 2 metronotte.

   Altri omicidi di provincia si consumano all’ombra dei riti satanici. Fra gli episodi più sanguinosi e clamorosi, due avvengono nelle valli lombarde. Nelle zone padane più a Nord. Il primo a Chiavenna, dove, nel 2000, suor Maria Laura Mainetti viene “sacrificata” da tre ragazze di buona famiglia. Il secondo episodio vede protagonista un gruppo di satanisti, giovanissimi. Le “bestie di Satana”. Fra il 1998 e il 2004, uccidono tre compagni, loro coetanei, e ne inducono un quarto al suicidio. Gli assassini, capeggiati da Nicola Sapone, e le loro vittime, abitano fra Busto Arsizio e Somma Lombardo, in provincia di Varese.

   Delitti nell’ ambito degli amici e dei conoscenti. Come dimenticare la povera Desirée Piovanelli? Violentata e uccisa a coltellate, il 4 ottobre del 2002, da alcuni amici, in una cascina abbandonata; con la complicità, pare, di un adulto, Giovanni Erra, sposato e con un figlio. Abitava a Leno, in provincia di Brescia. Infine, per avvicinarci ai nostri giorni, rammentiamo il piccolo Tommaso Onofri di un anno e mezzo. Rapito e quindi ucciso. In questo caso, per la verità, si tratta di una violenza a scopo di estorsione. Commessa, però, da conoscenti. Gente del paese. Di Castelbaroncolo, frazione di Sorvolo, vicino a Parma. Persone a cui il padre aveva affidato dei lavori di ristrutturazione della casa. Infine, pochi giorni fa: Giuseppina Brasacchio, di Mirandola, vicino a Pavia, da anni disabile. Il figlio, disoccupato, e a sua volta ammalato, la massacra con 40 sprangate.

   Un catalogo, incompleto ma non troppo, dei delitti commessi nei luoghi di vita quotidiana. Da persone che ci stanno intorno. Non per il piacere dello splatter. Non ci appartiene e non lo sappiamo “raccontare”. Ma perché fa impressione – davvero – vederli in sequenza, questi delitti. Uno dopo l’ altro. Collegare i fatti ai contesti. Associare l’orrore alla normalità.

   Ne emerge, chiaro, il legame con il territorio. Caino abita soprattutto a Nord. In provincia più che nella metropoli. Nelle città medie e nei piccoli paesi. Il che, ovviamente, non serve a stabilire relazioni causali. Sarebbe ingenuo, infatti, indulgere a un sociologismo positivista di basso profilo. Sostenere che l’ambiente “produca” i mostri. Che la provincia del Nord “generi” Caino.

   Tuttavia, questa geografia dell’orrore quotidiano serve a contraddire lo stereotipo opposto. Che induce allo stupore ogni volta che avviene un fatto di sangue come questo. Il pregiudizio, radicato, che la provincia del Nord sia un ambiente sicuro. Protetto. Lontano dall’alienazione e dalla disgregazione metropolitana. Al riparo dalle minacce che provengono dal mondo.

   La provincia, quella provincia, non c’è più. E’ finita. Insieme all’ esplosione dell’ economia diffusa, che negli ultimi vent’ anni ha trasformato la Pedemontana del Nord in un unico grande reticolo di aziende.  Insieme al dilagare della plaga immobiliare, che ha ridotto la Padania, e in particolare la Pedemontana del Nordest, in un unico ammasso urbano. Cresciuto senza un disegno. Sulla base di interessi grandi e piccoli.

   Con un unico esito: che la provincia, intesa come rete di piccoli centri, dotati di visibile e specifica identità, non esiste più. Da tempo, ormai. Ma negli ultimi anni tutto ciò è diventato più evidente. Anche a chi ci vive. La provincia padana e pedemontana del Nord.

   Cuore dello sviluppo; area tra le più internazionalizzate d’Europa. La società si è arricchita in fretta. Ha lavorato duro e ha conquistato un meritato benessere. Non è più luogo di emigrazione. Al contrario: attrae flussi di immigrati fra i più elevati d’Italia, come ogni zona che abbia conosciuto benessere e sviluppo. (L’immigrazione è sempre un indicatore di benessere e di sviluppo). Tuttavia, questi paesi, sono divenuti e si sentono insicuri.

   La classifica relativa alla crescita dei delitti denunciati dal 2001 a oggi (proposta dall’annuale inchiesta del Sole 24 Ore sul benessere delle province), vede, agli ultimi 20 posti, 15 province del Centro-Nord. Di cui 10 del Nord. Fra queste: Bergamo, Reggio Emilia, Modena, Parma, Cremona. In fondo, epicentri della nuova insicurezza, Verona, Trento e, ultima, Mantova.

   La provincia del Nord. Non produce mostri: ma non riesce più a impedirne la riproduzione. Né a contrastare il diffondersi dell’insicurezza. Al contrario: in qualche misura la alimenta. Perché non dispone più dei tradizionali meccanismi di integrazione e di controllo sociale. I legami di famiglia; le reti degli amici e di vicinato.

   Le cerchie comunitarie. Hanno subito un degrado profondo. Come l’ambiente intorno. I vicini: sono sempre più lontani. E la strada, la piazza: hanno smesso di essere luoghi sociali. Devastati dal traffico e dalle rotatorie.

   Gli stessi bar. Non sono più luoghi sociali, accoglienti. Ma luoghi di consumo, perlopiù anonimi. Che i più giovani frequentano restando fuori. In piedi.

   I paesi pedemontani del Nord. Contesti globali e globalizzati. Frammenti di una grande metropoli. Dove si respira insoddisfazione, risentimento. Dove cresce la protesta politica e sociale. I paesi del Nord padano e pedemontano, il Nordest: in larghi settori rammentano Los Angeles. Con una grande differenza. Che non se ne rendono conto. Non ne hanno l’ organizzazione, i servizi. La cultura. Non più paesi, ma neppure città. Tanto meno metropoli.

   E non si rassegnano, al cambiamento. Non ci rassegniamo. Per cui proviamo disagio, un dolore profondo. E ogni volta che avviene un fatto orrendo, vicino a noi, cerchiamo i colpevoli altrove. Lo straniero di turno. Per dimenticare, scacciare da noi il pensiero molesto di cosa e come siamo diventati. Stranieri noi stessi, di una metropoli inconsapevole. Dove, nel silenzio che avvolge l’ordinaria normalità, talora esplodono storie di straordinaria ferocia. (Ilvo Diamanti)

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IL MALE OSCURO DELLE FAMIGLIE. UN OMICIDIO OGNI DUE GIORNI

di Piero Colaprico, da “la Repubblica” del 27/4/2010

– Violenza fra parenti, il 45 per cento avviene al Nord L´Italia in vetta alle tristi classifiche europee in tema di “regolamenti di conti” domestici –

   «L´unico consiglio che da donna posso dare alle donne è questo, di non sposare mai né un uomo prepotente né un uomo dipendente. Spesso è quest´ultimo, incapace di reggere il rifiuto, che prende un´arma»: parola di Isabella Merzagora, professore di criminologia alla facoltà di Medicina di Milano. Da trent´anni conosce assassini e vittime, ne ricostruisce le storie e ha materia, purtroppo, in abbondanza per le sue analisi.
   Al Nord infatti si uccide di più e il mantovano Omar Bianchera, con le sue tre vittime di domenica, braccate e ammazzate, non rappresenta un’eccezione ma una conferma: oltre il 45 per cento degli omicidi in famiglia avviene al Nord, seguono sud e Isole quasi con il 33, e ultimo è il centro, vicino al 22 per cento. Il dato è stabile.
   Finita la stagione delle grandi gang degli anni Settanta e Ottanta, ridotto ai minimi termini il terrorismo, eliminate negli anni Novanta molte strutture mafiose, soprattutto al Nord si è vista la violenza, che stava in strada, sfondare le porte dei tinelli, infiltrarsi sotto gli zerbini. È dal Duemila che in Italia, paese dove la retorica della famiglia è a mille, viene censito dagli investigatori un omicidio in famiglia ogni due giorni. Anzi, per la precisione, «ogni due giorni, due ore e venti minuti», come indicano all´associazione degli avvocati matrimonialisti: i quali, a loro volta, analizzano gli studi criminologi di Vincenzo Mastronardi. Simili numeri portano l´Italia in vetta in Europa, nostro il tragico primato di «regolamenti di conti» domestici.
   In questa strage delle ragioni del cuore, il maggior numero di vittime sono donne. E al secondo posto ci sono i bambini. Prima muoiono i deboli, poi seguono altri gradi di parentela. E la spiegazione è semplice ma agghiacciante. Se la coppia scoppia non tra le carte bollate ma con il sangue, che cosa succede? «Quando le donne uccidono in famiglia – prosegue la criminologa Merzagora – uccidono spesso i piccoli, invece quando ad uccidere sono gli uomini il loro principale pensiero di morte è per la moglie, o ex moglie».
   Esemplare, in questo senso, la tragedia avvenuta nel week end a Feletto Umberto, in Friuli. Coppia con figli: Salvatore, operaio di 39 anni, strangola per gelosia Carmela, bidella, di un anno più giovane, che aveva intrecciato una relazione con un altro uomo. Poi avvisa dal balcone di casa una vicina. E si scopre, nella storia familiare, che anche la madre di Carmela, vent´anni fa, era stata uccisa dal proprio marito: era stata scaraventata giù dalle scale, a Napoli. Una replica di donne vittime di mariti maneschi e «dominatori».
   Quando si vanno a cercare i moventi di questi omicidi, si resta stupiti dal tasso di malessere: se in un caso d’omicidio su quattro la spinta è passionale, dettata dalla gelosia o da forme infelici d´amore, c’è da registrare che oltre il sedici per cento degli omicidi trovano terra fertile nei «disturbi psichici». Non sembrano bugie e scuse da avvocati. Non sono pochi i mariti che paiono «normali», ma nascondono una bestia dentro.  I soldi? Contano, ma meno: il quindici per cento degli omicidi viene deciso «per l´assegnazione della casa», e un otto per cento dipende da «altre ragioni economiche», come l´assegno di mantenimento.
   Ma perché nel Nord si uccide di più? Una risposta precisa non c´è, ma (forse) ancora oggi nel centrosud i segnali di disagio non passano sempre e completamente inosservati. Invece nelle province del Nord, ricche, spigliate, così simili alle città per stili di vita nel bene e nel male, quando qualcuno s´inabissa in un mix di solitudine e violenza più difficilmente incrocia qualcuno che gli dia retta: almeno sino a strage avvenuta. È che non si comprende con facilità quando scatta il punto di «non ritorno», come ricorda la professoressa Merzagora: «Bisogna studiare meglio – suggerisce – come e perché ci sono molestie che restano molestie e molestie che, invece, deflagrano in omicidio. Lo stalking, essere stati assillanti con il partner, è diventato per tutta la letteratura straniera un indizio preciso».
   Le statistiche raccontano molto anche delle armi usate per questo sterminio coniugale. Per il cittadino ottenere il permesso per detenere un´arma non è difficile come sembra, anzi sembra più difficile togliere il porto d´armi a chi ce l´ha e non se lo «merita»: come accaduto a Milano e nella provincia di Novara, anni fa, dove due uomini con chiari indizi di pericolosità sociale si affacciarono alla finestra per eliminare «nemici» e passanti. Questi assassini familiari hanno spesso o un’arma da fuoco, oppure si procurano un coltello da incursore, come accadde la scorsa estate non lontano da Tradate, dove un papà uccise la moglie che si voleva separare da lui e i due bambini. É come scegliere di essere in guerra con la famiglia, ma uno la guerra ce l´ha già dentro: e, probabilmente, lo sa.

………….

dallo studio ESEMeD-WMH, presso l’Istituto superiore di sanità

ESEMeD (European Study of Epidemiology of Mental Disorders) CENTRO …

Studio ESEMeD. Istituto Superiore di Sanità. Laboratorio di Epidemiologia.

Sintesi dello studio ESEMeD: secondo il rapporto in Italia una persona su 5 ha sofferto di disturbi mentali nella vita

ISS 07/03/2008

I dati

• La popolazione indagata

   Secondo i dati del progetto europeo ESEMeD in Italia il 7.3% dei soggetti intervistati ha sofferto di almeno un disturbo mentale nell’ultimo anno. Il 18.6%, invece, ha sofferto di almeno un disturbo mentale nella vita. La prevalenza nella vita dei disturbi d’ansia e dei disturbi depressivi sono risultate essere entrambe dell’11%.

Essere separati, divorziati, vedovi, ma anche disoccupati e casalinghe e avere una disabilità fisica i maggiori fattori di rischio.

   Soltanto l’1% ha presentato un disturbo da abuso/dipendenza da alcool, ma quest’ultimo dato deve essere considerato con cautela. E’ possibile, infatti, che la tendenza a negare il problema, ma anche fattori legati alla tolleranza sociale, abbiano determinato la sottostima del fenomeno.

• Le patologie

   I disturbi più comuni sono risultati essere la depressione maggiore e le fobie specifiche: un soggetto su dieci ha sofferto nel corso della propria vita di depressione maggiore, il 6% degli intervistati ha soddisfatto nella vita i criteri diagnostici per la fobia specifica.

   Le donne hanno registrato un rischio tre volte maggiore di aver sofferto di un disturbo mentale nell’ultimo anno. Il rischio di un disturbo legato all’alcool è invece maggiore tra gli uomini.

Essere separati, divorziati o vedovi è associato a un rischio doppio di disturbo depressivo nell’ultimo anno.

Anche la condizione di disoccupazione è associata a un rischio doppio di disturbo depressivo nell’ultimo anno, mentre la condizione di casalinga si associa a un rischio doppio per qualsiasi disturbo mentale. La disabilità fisica è associata a un rischio 8 volte maggiore.

   Nonostante la mancanza di significatività statistica, va segnalata una maggiore prevalenza di disturbi sia depressivi che ansiosi nel Sud e nelle Isole rispetto al Centro e al Nord.

   I soggetti con scolarità elevata sembrano essere meno vulnerabili alla depressione.

   I risultati dello studio ESEMeD mostrano anche che di frequente il soggetto soffre contemporaneamente di più disturbi mentali (comorbilità). Circa il 40% di coloro che hanno sofferto di un disturbo depressivo nell’ultimo anno ha sofferto anche di un disturbo d’ansia, mentre il 27% di coloro che hanno avuto un disturbo d’ansia ha sofferto anche di un disturbo depressivo.

   Il fenomeno del suicidio è stato indagato distinguendo tra ideazione di suicidio, piano di suicidio e tentativo di suicidio. La prevalenza nel corso della vita di ideazione di suicidio è stata pari al 3%, di piano di suicidio è stata pari allo 0,7% e di tentativo di suicidio è stata pari allo 0,5%. Il rischio di tentativo di suicidio è risultato più elevato nelle donne e in generale nella fascia d’età compresa tra i 35 e i 49 anni.

• L’utilizzo del Servizio Sanitario

   I dati dello studio ESEMeD rivelano che la percentuale di coloro che si sono rivolti almeno una volta a un servizio sanitario per un problema psicologico è molto bassa: circa il 3% dell’intero campione studiato. Il ricorso ai servizi è stato di circa il doppio nelle donne, nei vedovi, separati e divorziati rispetto ai celibi/nubili, e nelle persone con più elevata scolarità.

   Considerando la divisione per fasce d’età il minor contatto con i servizi in assoluto si è osservato nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni. Quest’ultimo dato sollecita una riflessione: gli studi di popolazione condotti negli ultimi 15 anni hanno evidenziato che la maggior parte dei disturbi mentali comuni insorge in età giovanile, quindi è verosimile ritenere che tali disturbi per anni non arrivino all’attenzione dei servizi né vengano trattati. Un’analisi recentemente effettuata sui dati dello studio ESEMeD al fine di valutare il ritardo nel trattamento di soggetti affetti da disturbi mentali conferma tale supposizione: in Italia la mediana del ritardo nel trattamento è di 28 anni in presenza di un qualsiasi disturbo d’ansia e di 2 anni in caso di depressione maggiore; solo il 17% dei soggetti affetti da un qualsiasi disturbo d’ansia e solo il 29% dei soggetti affetti da depressione maggiore riceve un trattamento per il proprio disturbo nello stesso anno in cui insorge.

   Fra le persone affette da un qualsiasi disturbo mentale nell’ultimo anno solo il 17% si è rivolto ad un servizio sanitario. Solo il 51% dei casi più gravi è giunto all’osservazione dei servizi sanitari nell’anno precedente l’intervista.

   In Italia esiste quindi un problema di sottoutilizzo dei servizi sanitari ed in particolare dei servizi per la salute mentale da parte di coloro che soffrono di disturbi mentali comuni.

   Questo dato è ulteriormente confermato da uno studio del Gruppo PASSI 2006 (link BEN) dell’ISS che ha condotto un’indagine sulla depressione, coinvolgendo 35 ASL di 7 regioni (Emilia-Romagna, Campania, Umbria, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Veneto e Sardegna). E’ stato intervistato un campione casuale di persone dai 18 ai 69 anni per un totale di 4.905 persone. Il 18% ha riferito entrambi i sintomi che sono presi in esame per lo screening della depressione (perdita di interesse nel fare la maggior parte delle cose e il sentirsi giù di morale, depressi, senza speranze). Tra coloro che hanno riferito entrambi i sintomi, il 55% ha dichiarato che tale condizione ha reso la vita moderatamente difficile e il 33% molto o moltissimo difficile. Soltanto il 33,3% ha dichiarato di aver parlato con un medico o altro operatore sanitario, il 26,8% ne ha parlato con familiari o amici e il 39,9% non ne ha parlato con nessuno.

• I medici

   Tra coloro che hanno fatto ricorso al Servizio Sanitario il 38% ha consultato soltanto il medico di medicina generale; il 21% ha consultato soltanto uno psichiatra; il 6% soltanto uno psicologo ed il 28% ha consultato sia un medico di medicina generale che un professionista della salute mentale.

   Complessivamente dunque i medici di medicina generale sono stati consultati da più della metà delle persone con disturbi mentali e questo dato evidenzia come il medico di base sia nella realtà italiana una figura centrale nella gestione dei disturbi mentali comuni.

• I farmaci

   Il 41% delle persone affette da un disturbo mentale comune che hanno contattato un servizio sanitario ha ricevuto un trattamento esclusivamente farmacologico in monoterapia o in combinazione, il 15% ha ricevuto un trattamento esclusivamente psicoterapico, il 29% un trattamento combinato (farmacoterapia e psicoterapia) e ben il 14% non ha ricevuto alcun trattamento. Il trattamento farmacologico rappresenta pertanto la principale opzione terapeutica. La psicoterapia si configura invece come una terapia scarsamente utilizzata e questo è un dato che colpisce se si considera che proprio per tanti disturbi mentali comuni la psicoterapia è considerata il trattamento di prima scelta da sola o in associazione al trattamento farmacologico. L’Italia è all’ultimo posto in Europa per il ricorso ai servizi sanitari, sia specialistici che non, da parte dei soggetti affetti da disturbi mentali. E’ stato osservato che i più bassi tassi di consultazione si sono registrati nei paesi con più bassa disponibilità di servizi, come è appunto il caso dell’Italia. L’Italia è infatti all’ultimo posto tra i sei paesi europei inclusi nello studio per numero di posti letto psichiatrici per 100,000 abitanti, al penultimo posto per numero di psicologi clinici e al quarto posto per numero di psichiatri.

   Lo studio ha analizzato anche il consumo di farmaci psicotropi, evidenziato che il 15% del campione aveva assunto almeno un farmaco psicotropo nel corso dell’anno precedente l’intervista, indipendentemente dall’avere o no un disturbo mentale.

   L’utilizzo nelle donne è stato il doppio che negli uomini. Gli ansiolitici sono stati la categoria di farmaci più utilizzata (l’11% del campione li ha assunti in monoterapia), seguiti dagli antidepressivi (1% in monoterapia) e gli antipsicotici (0,5% in monoterapia). Un terzo di coloro che hanno sofferto nell’ultimo anno di un disturbo depressivo, d’ansia o d’abuso/dipendenza da alcool ha utilizzato un ansiolitico e un quarto lo ha utilizzato in modo esclusivo.

   La prevalenza del consumo di ansiolitici nei soggetti affetti da depressione maggiore è stata molto elevata (39%). Questi dati mettono in dubbio le strategie farmacologiche attualmente utilizzate nel trattamento della depressione maggiore che appare quindi come una condizione in cui il mancato trattamento si alterna a una terapia assai poco specifica. Abbastanza elevate le percentuali di soggetti con disturbo di panico (50%) e di ansia generalizzata (66%) che hanno ricevuto un trattamento farmacologico.

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Marco Paolini denuncia: «Il mio Veneto soffocato dai capannoni industriali»

L’attore bellunese ha esordito col suo nuovo spettacolo a Rovereto. Frecciatine a Galan e all’urbanistica del Nordest

VENEZIA (22 aprile, da “il Gazzettino”) – Pellagra fino all’ultima guerra e ora si soffoca di capannoni industriali: seguendo questo percorso l’attore e autore di teatro Marco Paolini ha esordito ieri sera a Rovereto, in Trentino, col suo nuovo spettacolo “Bisogna (la pellagra via sms)”, all’inaugurazione della terza edizione del Festival delle città impresa.
   Il recital è stato un invito a non rinunciare all’identità del paesaggio, alla forza dell’ambiente in nome, secondo l’attore, di un progresso artefatto che cela un’involuzione culturale prima che sociale.
   Paolini ha preso di mira soprattutto il suo Veneto, soffocato da capannoni industriali, da “motor city” e da grandi opere: dal Mose alla Pedemontana, per finire al passante di Mestre, «che non fanno altro che deturpare l’ambiente nella convinzione che bisogna fare finanza di progetto».
   «Una volta – ha ricordato l’attore – la zona tra Belluno e Treviso aveva la denominazione di “Zona depressa” ora il Montello è la Beverly Hills dei trevigiani».
   Con tempi teatrali ha scandito poi la trasformazione di quella che era la «terra della pellagra» in «galassia della Pedemontana, paradiso del tessile, culla dei miliardari del Cartizze, patria di fabbriche e della commercializzazione del “fai da te”, nonché un susseguirsi di rotatorie per auto». 

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