GEOMEDITERRANEO: il Sud dell’Europa (GRECIA, ma anche il nostro Meridione, Spagna e Portogallo) nel possibile virtuoso sviluppo economico con gli altri paesi del Mediterraneo

Significativa metafora, nella copertina dell'ECONOMIST, dell'Europa (rappresentata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel) e della Grecia, con l' "Apocalypse now" film del 1979 del regista Francis Ford Coppola, rappresentativo della caduta dell'impero americano nella guerra in Vietnam

   La difficile situazione greca di questi giorni (con gli scontri che si son verificati e i tre morti in una banca incendiata di Atene) dovuti alle proteste per la dura politica sociale che la Grecia si sta apprestando a mettere in atto per superare la grave crisi economico-finanziaria (e per rispettare il patto con l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale, che le hanno messo a disposizione un prestito di 110 miliardi di euro –peraltro con un interesse “da guadagnarci” del 5% – affinché il paese ellenico non fallisse), ebbene questa difficile situazione è ben più di un campanello d’allarme di una possibile estensione della crisi (e del tracollo finanziario) ad altri paesi europei. Una febbre, una malattia che potrebbe distruggere tutte le speranze e le utopie concrete di un’Europa unita in un unico progetto nel mondo globale (già, di per sè, le nazioni europee in questi anni hanno fatto di tutto per tenere lontana la prospettiva di quell’idea di “Stati Uniti d’Europa” sogno e speranza dei convinti europeisti). Ci si sta accorgendo sempre più, purtroppo concretamente, che un’unione monetaria senza unione economica, una moneta senza stato, non poteva che incorrere prima o poi in crisi come quella che sta avvenendo nel paese ellenico. Tempo fa in questo blog abbiamo parlato di Jacques Delors che negli anni ’90 del secolo scorso prospettò chiaramente (e inascoltato), da presidente della  Commissione europea, un Piano (che prese il suo nome) di accompagnamento della “moneta euro” con un unico piano europeo di politica economica (allora si preferì una mera e limitata “collaborazione intergovernativa”, ed ora si vedono i risultati…).

   Che un piccolo paese come la Grecia di 11 milioni di persone possa mettere in crisi il progetto europeo, è sintomatico che tutti pensano a cose ben più gravi ed estese che possono accadere di qui a poco. E nelle analisi e nelle idee che abbiamo potuto leggere nei giornali in questi giorni, forse si trascura quasi del tutto che il tema è sì il risanamento dei debiti e la sostenibilità economica-finanziaria (e del “tenore di vita” non sostenibile) della Grecia e degli altri paesi potenzialmente in pericolo (nell’ordine: il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda, e forse anche l’Italia…) ma è in primis l’incapacità che il Sud dell’Europa possa mettere in atto un suo autonomo volano di sviluppo economico (per ora si limita a imitare i modelli di sviluppo del centro-nord europeo) basato sulla creazione di una macroregione mediterranea: un “continente misto” fatto di paesi europei meridionali (Grecia, Paesi Balcanici come l’Albania la Bosnia e il Montenegro, poi il nostro Sud Italia, la Spagna, ma anche il Portogallo e la Francia meridionale). Non a caso è stata proprio la Francia, nei mesi scorsi, con il suo presidente Sarkozy, a lanciare l’idea di un’Unione mediterranea, che comprendesse oltre ai Paesi del Sud Europa l’Africa magrebina (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia), l’Egitto, fino a quei paesi che si affacciano alla estrema parte est del Mediterraneo, come Israele, il Libano, la Siria, la strategica Turchia (ponte ideale tra Europa e Medio Oriente…).  

i disordini ad Atene, che hanno provocato il 5 maggio 3 morti

Operazione non facile per Stati che molto spesso non hanno tra di loro molti motivi per amarsi: però il volano economico, l’interscambio e la collaborazione mercantile, produttiva… possono diventare una politica “pratica” per creare condivisioni e “cose in comune”. Insomma esiste un’area di congiunzione strategica tra Europa, Africa settentrionale, Asia, Medio Orienteche si riconosce in un importante mare, che è il Mediterraneo: paesi per lo più giovani (con un grande trend demografico) che non aspettano altro che iniziare il cammino di un benessere diffuso su grande scala. In una terra che viene ad avere buone condizioni climatiche, un passato storico illustre, possibilità di interconnettere agricoltura di pregio e trasformazione dei prodotti agroalimentari. Ma anche tecnologia e ricerca industriale. Produzione energetica alternativa rinnovabile (come il solare e l’eolico…). Attualmente esistono barriere doganali con dazi elevati che frenano ogni interscambio. E l’Area mediterranea può estendere i campi di azione del suo sviluppo a settori non ancora immaginati, proprio per le ricchezze ambientali e intellettuali che lì ci sono, e che ricerca e volontà di sviluppo possono mettere in moto. Possono nascere altre mille risorse, di qui a venire. Viene in mente lo sviluppo della “pietra lavica” dell’Etna come materiale da costruzione, arredamento, o per strumenti da cucina (fornelli etc.): ci si è accorti che un prodotto “spontaneo” di un vulcano, può diventare una risorsa, un materiale peraltro rinnovabile nel tempo, dato dalla produzione lavica dell’Etna…). E’ solo per fare un esempio che quando si mette in moto un sistema economico di benessere e ricchezza, in territori a forte presenza demografica, ci possono essere le condizioni di uno sviluppo che si autogenera.

  Questo per dire che il risanamento finanziario della Grecia (e degli altri Paesi europei che da qui a poco si troveranno in condizioni simili) non è sufficiente se non si mette in moto, a partire dall’area mediterranea dove si trovano i paesi europei ora più potenzialmente a rischio fallimento, anche un sano e concreto progetto di nuovo sviluppo economico (in un ambiente geografico che si presta ad essere vissuto intensamente).

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Politica Economica

EUROPA SVEGLIATI, LA PARTITA NON E’ FINITA

di Enrico Cisnetto, da “Il Messaggero”  del 3/5/2010

– Occorre rivisitare l’intera casa comune europea e le regole del “condominio dell’euro” –

   Finalmente. La soluzione in sede europea del “caso Grecia” è arrivata. Con 5 mesi di ritardo – la prima volta che se ne è parlato a Bruxelles risale ai primi di dicembre dell’anno scorso – e ci costa dieci volte tanto quello che avremmo sborsato se il problema fosse stato affrontato subito, e tre volte tanto se ci fossimo risparmiati le ultime due settimane di tira e molla, ma è arrivata.

   A fronte di un pacchetto di misure di austerità da 30 miliardi in tre anni varato da Atene e l’impegno del governo Papandreou a fare anche di più se fosse necessario, nonostante il paese ellenico sia nel pieno di una rivolta sociale, i ministri dell’Eurogruppo hanno concesso un prestito congiunto con il Fondo Monetario di 110 miliardi, di cui 45 subito, per due terzi a carico dei paesi del club dell’euro (5,5 l’Italia) e per un terzo erogato dall’Fmi.    Vedremo se sui mercati la speculazione prenderà atto che continuare la pressione sui titoli di stato greci è inutile – ricordiamo che finora non si è fermata davanti a niente – ma se così sarà, come è molto probabile, non illudiamoci che la questione si chiuda qui. E non solo perché è tutto da dimostrare che la Grecia riesca a tener fermi gli impegni, considerato che a fronte del risanamento della finanza pubblica si porta dietro il non meno assillante problema della recessione, visto che sarà l’unico paese europeo a chiudere anche il 2010 con il segno meno (prevede di perdere 4 punti di pil).
   No, la vera questione è un’altra: se abbandonerà la preda Grecia, cosa farà la speculazione? Potremmo pensare che la partita finisca qui solo se dovessimo davvero credere che la posta in palio di questa partita fosse la Grecia. Invece, è ragionevole immaginare che fosse, e che tuttora sia, l’euro. E quindi Eurolandia.

   Già, come si può credere che il vero tema sia un paese di 11 milioni di abitanti che nel 2009 ha prodotto una ricchezza nazionale di 235 miliardi, pari al 2% del totale dell’Unione e poco più del 2,5% dell’eurozona, che ha un’industria manifatturiera che pesa meno dell’1% in Europa e che pur avendo un debito percentualmente alto sul pil (si avvia verso il 118–120%) comunque ammonta a 250 miliardi, una bazzecola rispetto ai debiti sovrani che ci sono in giro per il mondo?
  
Ma se l’obiettivo è l’euro, e se ciò che viene misurato dai mercati – nelle cui mani stanno le sorti dei debiti sovrani perché ne valutano il rischio ogni momento – è la capacità di tenuta solidale dell’eurosistema, è ragionevole pensare che dopo aver attaccato la Grecia brandendo l’arma impropria dei rating (naturalmente essendocene i presupposti), ora la speculazione si diriga su altri paesi. Quali? Quelli che hanno un deficit corrente elevato e maggiore fragilità sono Portogallo e Irlanda, ma non è detto che i denti aguzzi della speculazione non tentino di azzannare anche i paesi più grandi, e quindi maggiormente in grado di mandare in tilt il sistema. D’altra parte, se di fronte all’attacco alla Grecia, l’Europa ha risposto tardivamente e mostrando clamorose divisioni tra le diverse cancellerie e perfino dentro il paese più solido, la Germania, la Bce non è mai stata in partita e lo stesso impianto della moneta unica ha mostrato vistose crepe, perché la storia dovrebbe finire qui?
   E siccome prevenire è meglio che curare, sarà bene che i sedici dell’eurogruppo si facciano un esame di coscienza. Perché è chiaro che le regole scritte a Maastricht per regolare la vita del “condominio dell’euro” si sono rivelate insufficienti (per la verità per chi scrive e per quegli europreoccupati o euroscettici che negli anni Novanta furono spregiativamente definiti eurodisfattisti, i limiti erano chiari fin dall’inizio), visto che non era stato neppure previsto che un paese potesse andare in default. E perché è evidente che il “patto di stabilità e sviluppo” (la seconda gamba degli obiettivi fu fortemente voluta dagli italiani, Ciampi in primo luogo), non ha per nulla perseguito la crescita economica, né avrebbe potuto farlo assegnando alla Bce, nello statuto fondativo, il solo compito di perseguire la stabilità dei prezzi combattendo l’inflazione – al contrario della Fed americana, che usa la politica monetaria come leva fondamentale per aiutare lo sviluppo – ma soprattutto non essendo supportato da un vero governo centrale.
   Insomma, parliamoci chiaro: la vicenda della Grecia mette a nudo i limiti drammatici dell’operazione che dal 1992 in poi ha portato alla moneta unica. Fu un errore grave non dico anticipare, ma almeno accompagnare la nascita dell’euro con un processo d’integrazione politico-istituzionale dei paesi membri del club. Ed è stato un errore esiziale non farlo dopo – sono passati ben 18 anni – quando si è capito che costruire gli Stati Uniti d’Europa non solo era necessario avendo creato l’euro, ma indispensabile di fronte agli effetti della globalizzazione.

   Farlo prima della crisi mondiale ci avrebbe risparmiato questi attacchi. Che non a caso sono partiti – e con successo – verso chi, l’Europa, tutto sommato ha meno debito sovrano, specie se calcolato in relazione al patrimonio, di altri player mondiali.
   In conclusione, bene abbiamo fatto a fronteggiare la deriva greca. Ma ora non cadiamo nella trappola di credere che la partita sia finita e che, di fronte ad altre situazioni del genere, si debba e si possa rispondere solo mettendo mano al portafoglio. Occorre alzare il tiro, e progettare uno stato federale sul modello Usa – questo sì che è buon federalismo – cui i paesi dell’euro (per gli altri undici dei 27 ci vorrà una fase due) delegano una parte importante dei loro poteri, in modo che la politica economica (industria, fisco, welfare) sia davvero una sola.

   Si può prevedere una marcia di avvicinamento, magari tirando fuori dai cassetti la vecchia proposta di Ciampi che mirava a fissare parametri condivisi, aggiuntivi a quelli di bilancio – per esempio, decidere un’eguale età di pensionamento e stabilire i tempi di convergenza – ma certo non dandosi tempi troppo lunghi. Perché ormai una cosa è chiara: o si rivisita l’intera casa comune europea, andando in questa direzione, oppure la speculazione non si fermerà ad Atene. (Enrico Cisnetto)

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ATENE NEL CAOS, GUERRIGLIA NELLE STRADE. TRE MORTI NELL’INCENDIO DI UNA BANCA

Tafferugli e violenze in Grecia – E’ assalto ai palazzi del potere – Papandreu: «Restiamo uniti»

   Tre persone, due donne e un uomo, sono morte in un attacco incendiario contro una banca al centro di Atene ai margini delle manifestazioni e dello sciopero generale contro il piano di austerità varato dal governo. L’incendio è stato provocato da un commando di quattro-cinque incappucciati, verosimilmente appartenenti al movimento anarchico, che hanno lanciato bombe molotov contro la sede della Marfin Egnatia Bank al piano terra di un edificio.
   Il fuoco, secondo testimoni oculari, ha subito distrutto la porta in legno dell’istituto di credito estendendosi agli appartamenti privati dei piani superiori. Tre persone sono rimaste intrappolate e sono morte per asfissia, mentre almeno una si è salvata lanciandosi dal balcone dell’appartamento. Tra le vittime, forse una donna incinta. Durante la grande manifestazione ad Atene scontri sono avvenuti tra gruppi di giovani e la polizia davanti al parlamento. È stato sulla strada di ritorno della manifestazione, e dopo il suo passaggio, che è avvenuto l’attacco incendiario trasformatosi in trappola mortale. Incidenti sono segnalati anche a Salonicco e Patrasso dove si sono svolte grandi manifestazioni.

Atene nel caos (i disordini del 5 maggio)

   Le morti sono avvenute durante una giornata caratterizzata dalla più grande manifestazione mai svoltasi in Grecia, secondo i sindacati, con la partecipazione di decine di migliaia di persone nel quadro dello sciopero generale contro il piano di austerità. Questo è stato deciso dal premier Giorgio Papandreou nell’ambito di un accordo con Ue e Fmi «per salvare il paese dalla bancarotta». L’eco degli incidenti è giunta in Parlamento, dove è atteso il voto sul piano di austerità. I deputati hanno osservato un minuto di silenzio. Il portavoce del gruppo parlamentare del Pasok, Petros Efthimoiou ha sottolineato la drammaticità della situazione provocata dai morti, anche se ha detto che «non c’era bisogno di questo per capire che situazione vive il paese». L’ex presidente dell’assemblea Dimitris Siufas ha invitato tutti i deputati a «difendere l’unità della Grecia».
   Il ministero della Difesa ha annunciato il rafforzamento della sicurezza di edifici e caserme, mentre la polizia è in stato di allerta. I giornalisti hanno sospeso lo sciopero dopo gli incidenti. La polizia ha risposto con il lancio di gas lacrimogeni e granate stordenti. Un palazzo del centro attaccato dai manifestanti è stato evacuato dopo che è scoppiato un incendio. Fiamme anche in una banca colpita da una molotov. A Salonicco i poliziotti hanno usato i gas lacrimogeni per fermare una sassaiola contro le vetrine dei negozi. Ad Atene 10mila manifestanti si sono uniti al corteo dei sindacati del settore pubblico e privato e altrettanti sono stati stimati per quello del sindacato comunista Pame. Tra gli slogan della protesta «Fmi e Ue stanno rubando un secolo di progresso sociale» e «I ricchi devono pagare per la crisi». Altre 14mila persone si sono radunate a Salonicco. Le manifestazioni hanno preso il via poco prima di mezzogiorno mentre la Grecia era paralizzata dallo sciopero generale, il terzo dall’inizio della crisi. I sindacati chiedono che il piano di rigore venga bocciato e che siano puniti i responsabili dell’esplosione del debito pubblico ellenico.

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SPEZZARE IL CIRCOLO VIZIOSO DEI PRIVILEGI

di Marco Fortis, da “il Messaggero” del 4/5/2010

   Immaginatevi il peggio dell’Italia degli sprechi moltiplicato “n” volte: questa è la Grecia giunta sull’orlo della bancarotta. Un Paese dove dal 2000 al 2007 il Pil è cresciuto in ben 5 anni su 7 di oltre il 4% all’anno.
   Ma come? Con un’enorme iniezione di denaro pubblico che è andata ad alimentare prestiti a fondo perduto, una poderosa proliferazione di false pensioni di invalidità, baby-pensioni ed incentivi per i dipendenti pubblici (persino bonus per chi arriva in orario in ufficio anziché multe per chi arriva in ritardo!), estensioni di ricche tredicesime e quattordicesime nel settore statale, la creazione di commissioni statali di ogni tipo.

   Il tutto in un contesto dove la corruzione è stata imperante. Ma ora tutti gli sprechi andranno radicalmente tagliati per poter ottenere gli aiuti dell’Europa e del Fondo Monetario Internazionale, assolutamente indispensabili per evitare il default di Atene. 

   Che lezioni ricavare dalla crisi della Grecia? Almeno due. La prima è che non solo la Grecia (che è uscita rovinosamente dai binari) ma l’Europa intera deve prepararsi ad un periodo di austerità in cui non ci sarà più spazio per gli sprechi di denaro pubblico e per i privilegi di caste di vario tipo alimentate con i denari dei contribuenti, visto che i deficit statali stanno andando alle stelle.
   Ciò non significa la fine dello stato sociale, che è una grande conquista dell’Europa, ma la fine dello Stato sprecone ed assistenziale. Se l’Europa vuole competere con la Cina, dove milioni di persone sono fermamente determinate ad uscire dalla povertà, deve fare piazza pulita di ogni sorta di spesa inutile e di privilegi e destinare le sempre più scarse risorse disponibili allo sviluppo vero: alla ricerca, alle infrastrutture, alla scuola e alla formazione.
   La seconda lezione è che l’ “Euro-area” deve darsi regole più incisive e chiare di convergenza e di trasparenza per consolidare il mercato e la moneta unica europea. È necessario inoltre un coordinamento europeo della politica economica non solo in materia monetaria, finanziaria e fiscale ma anche nel campo della politica industriale perché l’Europa avrà un futuro e non rischierà il declino come gli Stati Uniti solo se conserverà forte la sua manifattura.

   Serve una Europa più solida e credibile, che non perda per strada pezzi sia pur piccoli come la Grecia che non hanno rispettato le regole e fornito per anni false informazioni di contabilità pubblica. Una Europa simile, se i Paesi membri si riveleranno all’altezza della sfida, è tutt’altro che impossibile e può rilanciare quel progetto di debito pubblico europeo che è l’unica strada, visti i già alti debiti nazionali, per accrescere il volume di risorse da destinare agli investimenti e allo sviluppo. (Marco Fortis)

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MALINCONIE TEDESCHE

di Barbara Spinelli, da “la Stampa” del 3/5/2010

   Con il passare delle settimane, si è diffusa un’opinione malevola sulla Germania di Angela Merkel e sul suo modo di affrontare la crisi greca. Se ci sono state tante esitanti lentezze nel decidere, se l’aiuto di cui Atene ha bisogno è passato in due settimane da 45 miliardi di euro a oltre 100, se altri Paesi barcollano (Portogallo, Spagna) è perché il governo tedesco non sarebbe capace né di sguardo lungo, né di mosse rapide. Perché dipenderebbe dai sondaggi d’opinione, e si sentirebbe molto più minacciato dall’imminente voto in Renania-Westphalia che dal crollo di Atene e perfino d’Europa. Angela Merkel non avrebbe la stoffa di un grande leader che trascina, convince i connazionali, pensa in grande come seppero farlo Adenauer, Brandt, Kohl.
   Impaurita dalla crisi, e dalla prospettiva di finire nel gorgo assieme ai più deboli dell’Unione, il Cancelliere ha infine preso la decisione di soccorrere Atene e di prendere in mano il destino dell’euro. Ma lo ha fatto con fatica, quasi a malincuore, pensando e dicendo che in fondo fu sbagliato imbarcare nell’euro Paesi poco affidabili. Una sorta di malinconia minaccia di sommergere i governanti tedeschi, fatta di paura dell’impopolarità, di diffidenza istintiva verso il mondo esterno, e di quella singolare forma d’orgoglio che li spinge a rifiutare, in Europa, l’esercizio di una guida politica decisa. Il cancelliere Schmidt lo ripeteva spesso, con l’altezzosa modestia che lo caratterizzava: «Geopoliticamente pesiamo e vogliamo pesare quanto la Svizzera». La storia della doppia crisi greca ed europea è, al contempo, la storia della difficile uscita della Germania dalla malinconia. Della lenta, insicura gestazione di un Paese che accetta di guidare l’uscita dalla crisi ricominciando a credere nell’Europa.
   Non è un’impresa semplice, perché la malinconia ha radici possenti e antiche. In parte è un’accidia comune a molti europei: di continuo, l’Unione li costringe a toccare con mano il doppio limite che essa fissa alla sovranità degli Stati e alla sovranità del voto popolare, quindi alle democrazie nazionali. In parte è un’accidia specifica che suscita nei tedeschi il desiderio di ritrarsi, di occuparsi prioritariamente dell’ordine in casa propria. Non tutte le critiche mosse alla Merkel sono errate, in questo quadro.

   Spesse volte il breve termine e i sondaggi sono per lei più importanti della visione lunga: due terzi dei tedeschi osteggiano i salvataggi di Paesi in difficoltà, e questo conta nel suo giudizio. A ciò si aggiunga un senso di superiorità morale mal dissimulato: nei giornali come nei discorsi politici, i Paesi deficitari sono chiamati peccatori, e peccato è il nome dato all’indisciplina di bilancio.

   Intanto cresce in Germania la stanchezza d’Europa: non è irrilevante che il Cancelliere, provenendo dall’Est tedesco, sogni come altri europei orientali (come il ceco Vaclav Klaus ad esempio) una sovranità nazionale che si condivide avaramente. Alcuni difetti tedeschi sono difetti di molti politici europei: la fiducia nei mercati e nelle agenzie di rating non pare diminuita, malgrado la crisi del 2007-2009. Altri difetti sono tedeschi: fra questi la nostalgia del marco, non estinta.
   Ma la Germania è anche un Paese che ha appreso l’arte di uscire dai malesseri scommettendo prima di altri sull’Europa e sulla limitazione delle sovranità. I suoi politici più sapienti hanno sempre saputo che nessuno spleen nazionale è superabile, se non si va alle sue radici e non lo si combatte con la costruzione europea. Non stupisce che chi in questi giorni ha più lavorato in questa direzione sia un uomo politico che contribuì alla nascita dell’euro, dopo la caduta del Muro: Wolfgang Schäuble, per anni considerato il delfino di Kohl, oggi ministro delle Finanze, medita da decenni sulle paure tedesche e su come queste paure possono, attraverso l’Unione, equilibrarsi e calmarsi.
   Vale dunque la pena risalire indietro nel tempo, se si vuol capire la Germania, e rievocare il cammino della moneta unica. Un cammino iniziato prima della riunificazione. L’appello del partito democristiano all’unione monetaria risale al 1984. Nel 1988, il deputato Cdu Gero Pfennig annuncia: «I francesi hanno cominciato una trattativa con noi: la sicurezza militare contro la sicurezza monetaria». Dopo l’89 il progetto si affina, e se l’euro vede la luce lo si deve a Kohl e al francese Mitterrand: alla loro tenacia, alla resistenza che ambedue oppongono a tutti coloro che temono il sacrificio delle monete nazionali.
   Il sacrificio era duro soprattutto per la Germania, uscita dall’ultima guerra con una sovranità dimezzata, con un Paese diviso, con lo sguardo del mondo puntato non sempre benevolmente sulla sua nascente democrazia. Il marco era divenuto lungo gli anni l’equivalente della bandiera classica, che i tedeschi non potevano e non volevano più sventolare con la baldanza di prima. Il patriottismo si condensò nell’icona del marco. Un patriottismo non autarchico, ma assai fiero della propria forza.
   Si può dunque immaginare cosa rappresentò, per la nazione tedesca, rinunciare nel 1999 alla sovranità monetaria. La riunificazione divenne legittima grazie a questa rinuncia, e Mitterrand non esitò a presentarla come laccio che imbrigliava il nuovo colosso tedesco. Una visione che la classe dirigente tedesca accettò, ma a denti stretti. Una parte della socialdemocrazia scalpitava. La Banca centrale tedesca resistette fino all’ultimo.
   È il motivo per cui i più europeisti in Germania, da Kohl a Schäuble, puntarono sulla moneta unica ma vollero completarla con un potere politico europeo. L’euro non doveva essere che un inizio: proprio perché la rinuncia al marco era stata una tribolazione, e perché in caso di crisi future avrebbe potuto suscitare nei tedeschi risentimenti e disillusioni, i governanti tedeschi si aspettavano dall’amicizia con Mitterrand qualcosa di più fortemente europeo: una democratizzazione delle sue istituzioni, un potere più vasto dell’Unione. Il massaggio era chiaro: una moneta senza Stato poteva affermarsi, ma alla lunga non avrebbe dato né pace ai tedeschi, né stabilità all’Europa. L’euro aveva un difetto grave: era visto come un armonioso approdo finale. Quello che allora pareva impensabile – la bancarotta di uno Stato – non era contemplato, così come non era contemplato l’esplodere nei tedeschi del risentimento. La moneta senza politica fa oggi fallimento.
  
Fu in quell’epoca, nel 1994, che Schäuble elaborò un piano assieme a Karl Lamers, consigliere di politica estera. In esso si preconizzava l’istituzione, accanto all’euro, di un’unione politica ristretta e potente. In particolare, Berlino proponeva a Parigi la messa in comune delle forze militari, in modo che anche la spada, oltre che la moneta, divenisse sovrannazionale. «In nessun caso siamo disposti ad accettare che la nave più lenta arresti lo sviluppo dell’Unione», disse Kohl in difesa del piano. Nel testo Schäuble scriveva: «Difendere se stessi è il nocciolo duro di qualsiasi sovranità. Questo deve valere per gli Stati dell’Unione europea: solo in comunità essi possono mantenere la propria sovranità».
   Il piano Schäuble-Lamers fallì per colpa della Francia. La risposta di Balladur, premier conservatore di Mitterrand, fu negativa. Sarkozy, allora portavoce del governo, accusò i tedeschi di «inaudita brutalità» verso i Paesi non invitati nel «nucleo stretto». Non era la prima volta che Parigi bloccava sul nascere un progresso decisivo dell’Unione. Era già accaduto quando venne affossata, nel 1954, la Comunità europea di difesa.
   Qui hanno la loro radice le nuove ansie della Germania, le sue nuove diffidenze verso l’Europa. Qui la forza frenante che s’impersona nella sua Corte Costituzionale. Qui la scarsa leadership europea che esercita Angela Merkel. Perché la vecchia scommessa di Schäuble riprenda il suo cammino occorre non solo che la Germania ricominci a pensare l’Unione, ma che tutta l’Europa – Parigi in testa – ripensi se stessa e le difficoltà tedesche. Le grandi crisi sono l’occasione perché questo possa accadere. (Barbara Spinelli)

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GRECIA, IL DRAMMA ELLENICO E L’EUROPA SPEZZATA

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 29/4/2010

   In principio Europa erano i Balcani. O meglio, ciò che noi chiamiamo oggi Penisola Balcanica. Nella mitologia degli antichi popoli che solcavano l’Egeo, “Europa” era infatti il nome delle terre a occidente del Bosforo, “Asia” di quelle a oriente.

   Nel tempo, Europa e Balcani sono diventati, da sinonimi di fatto, termini culturalmente antitetici. Con il primo a significare ogni virtù morale e civile, il secondo a evocare un rompicapo di etnie irrequiete e solipsiste, destinate a combattersi in guerre infinite per le quali poi chiameranno a pagare il conto gli europei “veri”: l’ Europe européenne cara ad alcuni intellettuali francesi, ben distinta dalla Turquie d’Europe, ossia dai Balcani – Grecia inclusa – marchiati dalla plurisecolare dominazione ottomana.

   Accade così che i cittadini dell’odierna Repubblica Ellenica, che non cessano di proclamarsi eredi di coloro che inventarono il magico nome “Europa”, occupino nelle mappe mentali degli europei che contano (tedeschi innanzitutto) un angolo alquanto periferico. Quasi extraeuropeo. Molto balcanico.

   Il primo ministro George Papandreou può invocare le “forze dell’Ellenismo”, ma solo ad uso interno. A nord di Salonicco pochi vedono nei greci attuali gli eredi di Pericle o di Aristotele. E se Stati e staterelli post-jugoslavi, ossia balcanici, tuttora separano la Grecia dal nucleo centrale della famiglia comunitaria, è anche perché il motto di Bismarck su quelle terre che non valevano le ossa di un suo soldato campeggia ancora nei retropensieri dei banchieri di Francoforte come dei decisori di Berlino o di Parigi.

   Il caso greco è un eccellente rivelatore della disunione dell’Unione Europea. Dei pregiudizi – o postgiudizi, a seconda dei punti di vista – che continuano a segnare i rapporti fra i popoli e i paesi che la compongono. Come in qualsiasi crisi, nessuna esclusa, la nostra Unione si divide. È accaduto in (non) risposta alla crisi prima finanziaria, poi economica e sempre più sociale, tracimata da Wall Street verso il resto del mondo nell’estate-autunno 2008.

   Ancor più in queste settimane di eccitata discordia intorno a come impedire che il malato greco diffonda il suo morbo ad altri pazienti, dal Portogallo alla Spagna all’Irlanda o financo all’Italia (i famigerati “Piigs”). Dieci anni dopo il suo lancio, l’euro affronta un incerto futuro all’insegna dell’epidemia che potrebbe diffondersi dal fallimento di Atene. Default da impedire, o almeno rinviare, con un pacchetto di aiuti intorno al quale si affannano gli altri Stati dell’Eurozona e il Fondo monetario internazionale – un’ umiliazione per gli europeisti doc.

   Eppure, malgrado il dramma ellenico in pieno corso, nessuno intende affrontare il problema alla radice: una moneta senza Stato non è mai esistita, e per ottime ragioni. La disomogeneità anche geopolitico-culturale dell’ area economica e monetaria su cui l’euro insiste è destinata prima o poi a riprodurre gravi crisi, che alla lunga potrebbero mettere in discussione l’esistenza stessa della divisa partorita a Maastricht.

   Si pensi inoltre alla latitudine di manovra che hanno oggi la Banca centrale britannica piuttosto che quella americana, abilitate a battere moneta per finanziare i rispettivi deficit statali, rischiando una prossima inflazione, ciò che alla Banca centrale europea è espressamente impedito. Peggio: la crisi greca tocca un’economia che non ha serie prospettive di crescita. I mercati lo sanno benissimo, così mettendo a repentaglio le risorse europee e internazionali che saranno devolute a impedire il collasso dei conti pubblici di Atene.

   Uno scenario che i critici dell’euro, a cominciare dai vertici della Bundesbank, avevano prefigurato già negli anni Novanta. Senza però convincere i leader politici, Kohl in testa, che scommettevano sulla “moneta unica” in base ai loro criteri, non propriamente tecnici. Se cancellerie e mercati avessero la memoria lunga, ricorderebbero poi come la Grecia moderna non sia nuova alla tutela finanziaria delle potenze continentali.

   Fin dalla sua nascita come Stato nazionale, favorita dalle infusioni di denari britannici e non solo dai sacrifici eroici di Lord Byron (1821) o Santorre di Santarosa (1825). A coronare il senso della tutela esterna, il primo monarca della Grecia redenta dalla presa ottomana era il bavarese Ottone di Wittelsbach. E nel 1898, dopo la disastrosa sconfitta subìta l’anno prima per mano turca – che seguiva la bancarotta annunciata in Parlamento il 10 dicembre 1893 dal primo ministro Charìlaos Trikoupis con le celebri parole «Purtroppo, siamo falliti» – s’installarono ad Atene i messi della Commissione internazionale di controllo.

   Austria, Francia, Germania, Inghilterra, Italia e Russia assoggettavano così alla loro sorveglianza le finanze pubbliche greche. Ancora una volta i denari stranieri significavano influenza straniera. Peraltro, sia pur ridenominato, il controllo esterno sulla Grecia sarà formalmente abolito solo nel 1978, tre anni prima dell’ingresso di Atene nella Comunità Europea, ventitré prima dell’ ammissione fra gli eletti dell’euro.

   Oggi i tedeschi e altri europei “virtuosi” chiedono misure draconiane alla Grecia, sull’onda di opinioni pubbliche più che mai attente al particulare. Frau Merkel sarà rigida, come lamentano non solo i greci, ma è difficile pretendere da un leader democratico dei nostri tempi di trascurare il sentimento dei quattro quinti dei suoi elettori, indisponibili a sborsare un soldo per Atene. Viene solo da chiedersi, in questo contesto, che cosa significhi oggi la parola “Europa”. Se significa qualcosa. – LUCIO CARACCIOLO

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Grecia nel caos (il 5 maggio)
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One thought on “GEOMEDITERRANEO: il Sud dell’Europa (GRECIA, ma anche il nostro Meridione, Spagna e Portogallo) nel possibile virtuoso sviluppo economico con gli altri paesi del Mediterraneo

  1. Luca Piccin giovedì 6 maggio 2010 / 13:17

    Gira su molti giornali la “paura dei black block”: non mi sembra il caso di star qui a sottilizzare sulla degenerazione di una protesta che tocca TUTTA la società greca. Ricordo per esempio che un giovane greco sotto i 30 anni guadagna in media 600 euri e un professore ne guadagnava 1500 e con le misure di austerità passerà di colpo a 1100, senza tredicesima e/o quattordicesima. Personalmente il torto lo vedo più in un sistema economico e finanziario appoggiato da una classe politica fallimentare, piuttosto che nei giovani (e non solo) che manifestano violentemente la loro rabbia.
    Ricordo anche che durante il vertice di Nizza le manifestazioni furono considerate violente, come consuetudine, ma nessuna menzione fu fatta della carta dei diritti europei scaturita dagli oppositori ad un certo tipo di europa (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/05/06/da-seattle-alla-grecia-chi-sono-gli.html).
    Per dire che questi politicanti più o meno corrotti a seconda dei paesi, prima mettono al rogo gli eretici (quando le loro critiche sono scomode), poi se ne appropriano le idee. Altro esempio? L’agricoltura biologica era considerata ILLEGALE in Francia, dove è nata. E’ passata poi ad uno statuto ALTERNATIVO. Solo dopo molti anni è stata riconosciuta istituzionalmente. Oggi molti criticano la riforma europea che aumenta la percentuale di OGM (da 0,1 a 0,9%) nei prodotti bio: questa come altre misure sono viste come una banalizzazione di questo modo di produrre, adatto a piccole aziende e non alle grandi culture meccanizzate e nebulizzate.
    Questo è solo un esempio, ma ve ne sono altri… Per dire che adesso li sentiremo parlare di coesione, unità, senza dimenticare i paroloni come riformare o moralizzare il capitalismo.
    Non sono certo contro l’europa unita, ma per un’altra europa unita.
    Dietro l’europa ci sono i potenatati economici, le burocrazie, i tecnocrati di Bruxelles, come ce lo ricordano spesso i governanti leghisti.
    Hanno dato il via libera alla patata AMFLORA della BASF, e subito Zaia ha ribadito il no secco agli OGM, così come hanno fatto il governo austriaco e persino MacDonald e Burger King in Germania, che ci vdono un dannoo all’immagine, ma anche un costo sull’approvvigionamento (http://sloweb.slowfood.it/sloweb/ita/dettaglio.lasso?cod=C2744B880a6d61BD75iHN1E81681) !
    Questa Europa non è democratica. Guardate gli allevatori che protestano ciclicamente, distruggono i raccolti, sversano liquami, uccidono le loro bestie affette da nouvi morbi, buttano il latte che costa al litro meno di una caramella!!! Politica Agricola Comune : fallimento.
    Moneta unica: sì, ma senza stato, come si legge nell’articolo.
    La proposta di Ciampi potrebbe riuscire dal cassetto?
    Io vi propongo di andare a vedere il sito dell’Istituto Agronomico Mediterraneo, (www.iamb.it) che da diversi anni lavora sull’agricoltura e lo sviluppo rurale del mediterraneo, anche e soprattutto della riva sud. A dimostrazione che davvero “esiste un’area di congiunzione strategica tra Europa, Africa settentrionale, Asia, Medio Oriente… che si riconosce in un importante mare, che è il Mediterraneo”, come Fernand Braudel lo ha già dimostrato sul lungo periodo…
    Se LORO non vogliono farla, dobbiamo essere NOI, adesso facendoci sentire e domani con i nostri progetti, a costruire un’altra europa!

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