ABITARE dove e come – le città che cambiano natura e pelle, e non sempre in bene (per non parlare delle periferie e delle anonime città diffuse) – l’ “abitare” virtuoso, come recupero del diritto di cittadinanza

Central Park, New York - "La notte, dormendo in un vecchio loft sulla Quinta Strada mi svegliano i rumori delle tubature, yelling, screamimg pipes, non capisco di che si tratta ma è come se l’intero palazzo si stesse lamentando nelle sue ossa, accusandone i reumatismi. Rumori lancinanti di leve, di chiavi inglesi che straziano piombo e latta. In realtà, mi spiegano l’indomani, si tratta dei vecchi tubi di riscaldamento che si dilatano, si restringono, si allargano, si sfibrano, si scompongono in segmenti cingolanti. New York è vecchissima come può esserlo solo la modernità (…) -Koolhaas rimprovera i suoi colleghi di non essere mai abbastaza moderni, come lo sono per esempio i cinesi che non si fanno scrupolo di costruire milioni di metri cubi, perché modernità è massa, “Bigness”, immensa grandezza, velocità-. Eppure la modernità è finita, da lungo tempo si è ritirata nella sua vecchiaia, è andata via con la sua moda e gli architetti ne prolungano l’agonia per motivi loscamente professionali. New York è vecchia di stratificazioni, di lotte perenni tra il marciapiede, il marciapiede ampio di questa città, tre, quattro metri e il disadattato per eccellenza, il grattacielo, un disadattato dell’abitare, che deve essere abitato suo malgrado. New York è fatta di altre dimensioni, quelle della Bowery, del Lower East Side e perfino della decorosa West Side Midtown. Una città dell’Ottocento egizia, déco, liberty, con i lampioni che inchiodano il cielo della sera al marciapiede, con un’altezza media di due piani, le stoomps, le rampe d’accesso di pietra alle case, fatte per evitare gli allagamenti. Questo è l’abitare di New York, una città assediata dall’acqua. Senza la strada e la sua forza di attrazione verso il basso i grattacieli non esisterebbero. E’ la vita di strada che consente al grattacielo di essere quello che è. Case e strade che affermano, anche in presenza dei grattacieli, che la vertigine è possibile solo riconducendo tutto a una dimensione orizzontale, il tran tran newyorkese che non guarda verso l’alto, ma ne sente l’ebbrezza nella gravità. I grattacieli sono un paradosso. E’ la vita di strada che consente loro di darsi delle arie, una vita che adesso per la prima volta è davvero destinata a sparire per lasciar posto all’immagine tutta esterna, brandizzata, per turisti. I turisti vengono a New York per sentirsi moderni, per comprarne l’illusione di modernità, quel delirio decantato da Koolhaas ma finito da un bel pezzo". (FRANCO LA CECLA, da “Contro l’architettura”, Ed. Bollati Boringhieri, euro 12,00)

“L’abitare è la comunicazione diretta tra l’inconscio delle città e l’inconscio degli abitanti” (Franco La Cecla)

   Qual è secondo voi il bene strumentale più importante per una persona? …risposta facile, ovvia. E’ la CASA, avere una casa, un luogo dove rifugiarsi. Da soli o con un’altra persona, in famiglia o come più il “bene casa” può rispondere alle sue aspettative e alle sue speranze future. Basta questo bene strumentale, “logistico”, a creare le condizioni strutturali per vivere bene il presente e progettare il futuro? In parte sì, ma solo in parte. Cioè non basta.

   Una casa, per quanto intima e bella possa essere al suo interno, armoniosa e sistemata come a chi vi abita piace, tutto questo rischia di non esprimere completamente il desiderio di comunità, di aggregazione sociale, che ogni persona intravede tra i suoi bisogni primari. Nel senso che se il contesto esterno alla casa lascia a desiderare (ad esempio vivere lungo una strada inquinata, rumorosa, trafficata; oppure in un “non luogo” come può essere un “quartiere dormitorio”…) ebbene qualcosa vuol dire che non funziona nella relazione tra l’individuo che sì, magari ben si trova tra le pareti domestiche, ma è come essere in un’astronave in una galassia sconosciuta, un deserto desolante per ogni comunicazione.

   Le città, grandi, medie e piccole, ora mostrano palesi segnali di crisi sui modi dell’abitare, delle relazioni quotidiane che una volta erano naturali, date dalla loro stessa essenza per la quale (città) era stata costruita (Aristotele diceva che la città nasce perché l’uomo possa raggiungere un contesto di felicità). Per questo cerchiamo qui di tracciare alcune considerazioni ed idee sul nuovo ruolo che le città dovrebbero esprimere. Ma prima vogliamo soffermarci su tre punti.

1- Per troppo tempo si è pensato che un luogo, perché riuscisse a diventare “un posto dove si sta bene”, doveva affidarsi all’espansione edilizia. Ne è nata una caterva di luoghi orribili, molto spesso disabitati (cioè con molti appartamenti e case vuote). Qualcuno ha detto che il capitalismo in questi anni si è salvato (ha dato profitto e benessere) con la speculazione edilizia, l’espansione immobiliare. E questo è sicuramente vero, ma è utile pensare, per dare lavoro e ricchezza, di poter individuare cose da farsi diverse dallo spreco abnorme di territorio?

2- Se non bastano più le città come sono (o come potrebbero essere per vivere meglio), se ne progettano delle altre, nuove città, ottimo modo di dare una notevole spinta propulsiva agli affari edilizi e a tutto l’indotto che è connesso all’edilizia: niente di male (anzi! chi fa economia dev’essere visto con riguardo positivo) ma qui si tratta spesso di sfruttare territori oramai esausti nel loro ambiente, con opere di cui non vi è alcuna necessità. Si progettano mega centri commerciali (anche a servizi e a residenza): caso eclatante quello nel Nordest di “Veneto City”, tra Padova e Venezia (vi diamo conto qui con un articolo da “la Nuova Venezia”) oppure del  “Quadrante di Tessera”, mega intervento commerciale-direzionale vicino all’aeroporto veneziano (che ora ha ritrovato impulso nel concretizzarsi con le proposta delle Olimpiadi del 2020 in Veneto). Ma altre idee e proposte di “nuove città” nascono e cercano la strada politica per esprimersi praticamente.  

3- Se le città stanno male, e vanno ridefinite, ben peggio stanno le PERIFERIE (delle stesse città: conurbazioni spesso fatte di piccoli e medi comuni ingranditi proprio con quello che si diceva poc’anzi, cioè la speculazione edilizia; e forse ancora peggio stanno le realtà urbane sorte nei piccoli paesi: la cosiddetta “città diffusa” di cui ad esempio il Nordest è pieno, tanto da considerarsi (il nordest) un’unica conurbazione urbana, senza però avere in questo senso i vantaggi della metropoli,  un’identificazione riconosciuta (si attraversano decine e decine di comuni senza che il paesaggio edilizio-urbano cambi…) e, appunto, senza che questa conurbazione urbana abbia servizi adeguati e riconosciuti per i suoi abitanti; che possono essere considerati cittadini di “serie B” raffrontati a quelli con maggiori opportunità (di mobilità pubblica, di studio, di efficienza nei servizi sanitari, del tempo libero, della sicurezza etc.) che ritroviamo nella cosiddette “città riconosciute”. Insomma parliamo sì in quest’occasione del “senso di città” che dovrà esserci nel prossimo futuro, ma pensiamo anche a quelle che ora sono “non città”.

   E, nel ripensare la città, nel riprogettarla, un rischio che appare chiaro, è la possibilità di considerare il modello ora imperante di nuovi agglomerati “di moda”, che si rifanno alla presenza nella loro progettualità magari di famose “archistar” (gli architetti in voga ora chiamati a “dare un segno” del loro modo di progettare)… città come brand, marchio di riconoscimento di essere alla moda (come vestirsi “firmati”)…. E i restauri delle città tendono ora a conformarsi su questo.

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da “Contro l’Architettura“ di FRANCO LA CECLA

…y ventana  y ventana y ventana y / ventana y ventana y otra puerta otra / puerta otra puerta otra puerta. / Hasta el duro infinito moderno / con su infierno de fuego cuadrado, / pues la patria della geometria / sustituye a la patria del hombre.

Pablo Neruda

(…e finestra e finestra e finestra e / finestra e finestra e altra porta altra / porta altra porta altra porta. / Fino al duro infinito moderno / con il suo inferno di fuoco quadrato, / e poi la patria della geometria / si sostituisce alla patria dell’uomo)

   I versi che Pablo Neruda ha dedicato all’amata Valparaiso in Cile raccontano la differenza tra la città abitata dagli uomini, dove le porte e le finestre sono una festa di confusione e di colore, e la città fatta dal fuoco quadrato della geometria, la città squadrata della dura modernità. Questi versi possono servire come incipit a un lavoro sulla Barcellona della gente e una Barcellona degli urbanisti. La vocazione mediterranea di Barcellona, il grande teatro della socialità e degli scambi che qui si è costituito nei secoli, fa sì che si possa pensare a un equilibrio tra la Barcellona vissuta e quella pensata. Un equilibrio possibile se anzitutto si dà molta dignità al modo in cui la gente ha costruito la propria città e il proprio quartiere, con quel minuto e intenso lavoro che si chiama abitare. Lo diceva anche William Shakespeare molto tempo fa: “What are cities but people?”, “Che altro sono le città, se non persone?”. Una città è anzitutto una grande convivenza di un insieme eterogeneo di persone, parte – una parte piccola – delle quali si conoscono e gran parte delle quali non si conoscono affatto.

   Un insieme di case e di palazzi, i più bei monumenti e le migliori architetture, i parchi meglio organizzati e i viali riccamente alberati non costituiscono una città, ma un semplice scheletro dentro cui non c’è vita. Sono le persone a dare l’anima a una città, a conferirle il carattere inconfondibile, a riempire di energia e di voci le strade e le ramblas, a illuminare i più anonimi condomini e le strade più trafficate.

   È anche vero però che una città influisce sulle persone che la abitano, che le piazze, le case, le strade hanno un effetto sul modo in cui la gente vive, si incontra, e che esse finiscono per far parte dell’identità delle persone , che spesso le persone finiscono per assomigliare alla propria città. Un grande scrittore siciliano, Elio Vittorini, diceva in un romanzo sulla sua terra, Le città del mondo, che città belle producono “gente bella”, ma città brutte producono pericolosamente “gente brutta”. Belle strade o brutte architetture, palazzoni disumani o magnifici sentieri in mezzo ai monumenti sono in grado di determinare una convivenza buona o cattiva, una maggiore tolleranza tra le persone o invece conflitti e tensioni.

   Però, c’è qui un però, gli abitanti possono sempre investire tanta energia in un quartiere o in una zona da trasformare un luogo poco gradevole in un mondo pieno di vita e di varietà. L’attività paziente dell’abitare è in grado, con il passar del tempo, di rendere vivibili anche i luoghi più selvaggi e le periferie più brutte. Insomma all’affermazione precedente, a proposito dell’influenza reciproca tra città e abitanti, occorre sempre aggiungere la considerazione che gli abitanti riescono ad addomesticare, con rare eccezioni, in un modo o nell’altro, con più o meno fatica, il posto in cui abitano. (Franco La Cecla)

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LA CITTÀ PERDUTA – EDILIZIA E ARCHISTAR GOVERNANO L’ ITALIA

di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 13/4/2010

   «L’ urbanistica? È ormai figlia dell’ architettura. E l’ architettura, ridotta a pura forma, assorbe tutto il dibattito culturale. Tutto lo spazio dell’ informazione. Diventa il paradiso delle archistar. Si bada più al singolo progetto che non al disegno complessivo. Più al singolo manufatto che non alla città. Più all’ individuo che non al collettivo. Occorre invece che l’ urbanistica recuperi la sua linfa sociale». Italo Insolera ha ottantun anni, è uno dei padri della disciplina che regola o dovrebbe regolare la città, ma che spesso si limita a descrivere il suo formarsi e il suo divenire, lasciando che tutto lo spazio sia occupato dalle mirabolanti invenzioni di architetti-scultori.

   Si rigira fra le mani “Roma, per esempio. La città e l’ urbanista” (Donzelli, pagg. 135, euro 25), un libro che raccoglie un gruppo di suoi saggi usciti negli ultimi cinquant’ anni su varie riviste, da Il Veltro a Comunità. Lo sfoglia e dice: «Sono riflessioni sulle vicende romane, che poi sono esemplari di come negli ultimi cinquant’anni sono cresciute le città italiane. La storia di questo mezzo secolo è in gran parte il ripetersi degli stessi avvenimenti con una crescente carica polemica che rivela il persistere dei vecchi problemi».

In questo mezzo secolo le nostre città sono peggiorate?

«Dagli anni Ottanta, proprio mentre perdono residenti, le città crescono sprecando terreno e soldi. È saltata ogni forma di pianificazione, per cui si invade la campagna e gli insediamenti che sorgono sono agglomerati di case tirate su a prescindere da tutto, dai servizi, le scuole, i trasporti, il commercio. I beni comuni sono sempre residuali, sono il prodotto occasionale una volta realizzate tutte le parti private, quelle che danno rendita».

Per esempio?

«Per esempio Roma, appunto».

Alla quale lei dedicò nel 1962 uno dei libri fondamentali nell’ideale biblioteca dell’ urbanistica italiana, Roma moderna, più volte aggiornato fino al 2002.

«In quel volume raccontavo cent’anni di storia urbana. Ma ora mi accorgo che la stagione delle speculazioni di cui fu protagonista la Società Generale Immobiliare, contro la quale si scagliarono Antonio Cederna e L’Espresso, non è mai finita. Anzi si è intensificata. A guardarle oggi le operazioni che al settimanale diretto da Arrigo Benedetti ispirarono il titolo “Capitale corrotta=nazione infetta” sembrano piccole rispetto alle cosiddette “centralità”o agli altri insediamenti nell’agro romano decisi dal nuovo piano regolatore, che in totale prevede 70 milioni di metri cubi in una città che perde 180 mila residenti. Sa cosa diceva Giulio Carlo Argan nel 1988?»

Che cosa diceva?

«”La storia urbanistica di Roma è tutta e soltanto la storia della rendita fondiaria, dei suoi eccessi speculativi, delle sue convenienze e complicità colpevoli”. La scena non è cambiata».

Da che cosa dipende questa espansione senza limiti?

«Dal fatto che non si pianifica più, indipendentemente da chi governa le città. La pianificazione è l’ attività specifica dell’urbanistica ed è insieme iniziativa sociale, economica, commerciale, investe tante componenti, non solo quella edilizia. E invece la trasformazione delle città non è affidata né all’urbanistica e neanche all’architettura, ma, appunto, all’edilizia. Però c’è anche un altro aspetto».

Quale?

«Negli anni Cinquanta e Sessanta i partiti, la Dc, il Pci, il Psi, il Pri, avevano idee sull’urbanistica. Ne discutevano al loro interno, organizzavano convegni e litigavano. Ora la politica ha smesso di avere un’opinione in materia urbanistica, lasciando spazio a una burocrazia che ha assunto funzioni esorbitanti e con la quale gli investitori privati, i costruttori, gli immobiliaristi intrattengono rapporti troppo discrezionali. Albert Einstein diceva nel 1937: “La burocrazia ucciderà la democrazia”».

È una malattia tipicamente italiana, sembra di capire.

«In tutta Europa ci si è mossi in questi decenni e ci si muove tuttora in altro modo. Le grandi trasformazioni delle città sono controllate, in maniera più o meno consistente, dalla mano pubblica. Il criterio prevalente continua a essere l’acquisto da parte delle amministrazioni dei terreni e la cessione ai privati del diritto a costruire. In questo modo urbanistica e architettura possono viaggiare di concerto. E anche le archistar si sottopongono a queste regole. Ma non mancano in Europa le eccezioni negative, basti vedere che orrori si sono compiuti sulle coste spagnole o francesi».

Ma complessivamente l’Italia resta un’eccezione.

«Direi di sì. Prenda il quartiere di Slotermeer, ad Amsterdam, una delle realizzazioni più celebri programmate a partire dalla metà degli anni Trenta del Novecento. Ho sempre pensato che la buona riuscita di un progetto urbanistico la si dovesse giudicare alla terza generazione. Ora che a Slotermeer chi andò ad abitarci è diventato nonno, si può verificare che il quartiere funziona perfettamente, com’era stato urbanisticamente immaginato, dalle strade alle fermate per i tram, dai laghi ai boschi».(Francesco Erbani)

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LE CITTA’ DEL FUTURO

– da Stoccolma a Friburgo, la faccia nuova dell’ Europa –

di Valerio Gualerzi, da “la Repubblica” del 21/4/2010

   Vecchi palazzi, musei, monumenti, natura incontaminata. Quasi ogni viaggio che facciamo è anche un viaggio nel passato, un tuffo nella storia. E il futuro? Andarci è decisamente più difficile, ma scegliendo anche la più tradizionale delle mete turistiche ci si può arrivare con una semplice deviazione o un tragitto di pochi minuti, scoprendo che la macchina del tempo è spesso un banale tram che fa capolinea in periferia.

   Oppure una linea di autobus che ci porta in quartieri di capitali europee ammirate per ben altri motivi, dove possiamo capire come saranno le nostre città se sapremo raccogliere la sfida della sostenibilità. Zone libere dalle auto, ricche di verde e di spazi a misura di socializzazione, dove sorgono edifici che consumano quantità irrisorie di energia e sfruttano sole, vento e acqua per alimentarsi.

   Piccole oasi di questo genere iniziano a spuntare ormai in diversi paesi del Vecchio Continente, Italia inclusa. L’illuminazione pubblica a led (primo caso al mondo) di Torraca, piccolo comune del Cilento; l’idrogenodotto della zona artigiana di San Zeno ad Arezzo; il quartiere Casenove realizzato a Bolzano secondo i dettami dell’efficienza energetica fissata dagli standard Klimahaus. Possono essere tutti buoni punti di partenza a portata di mano, ma se si vuole davvero rimanere impressionati, allora meglio prendere il volo, ovviamente verso Nord.

   Prima tappa è obbligatoriamente Friburgo. Incuneata tra Francia e Svizzera, questa cittadina tedesca di oltre 200mila abitanti sorge ai margini della Foresta Nera. Dagli anni Novanta ha fatto della vocazione ambientale una scelta e oggi il colpo d’occhio per il turista è davvero notevole. Fiore all’occhiello della municipalità è il quartiere di Vauban, completato due anni fa. Tutte le case abitate dagli oltre cinquemila residenti producono più energia di quanta ne consumano grazie ad efficienza energetica, pannelli fotovoltaici e collettori termici solari. Ma per il turista italiano che sceglie di fare una deviazione sino a questo rione l’aspetto più sbalorditivo è quello legato alla gestione del traffico. In Italia abbiamo oltre sessanta automobili ogni cento abitanti (compresi i minorenni e gli ultraottantenni). A Vauban questo rapporto crolla a settanta ogni mille. In compenso la mobilità è stata rivoluzionata attraverso un’attenta analisi delle esigenze di spostamento degli abitanti e sono state offerte soluzioni alternative, come il car-sharing e le piste ciclabili. La realtà di Friburgo è talmente unica da aver innescato anche un mercato turistico specializzato, con gruppi di professionisti impegnati nei settori dell’urbanistica, dell’energia e dell’architettura che arrivano da tutto il mondo per quello che è stato ribattezzato appunto il FuTour.

   Sempre nel cuore della vecchia Europa c’è un altro “trailer di futuro” a portata di turista. È a Linz, terza città austriaca per numero di abitanti (quasi 200mila). Si chiama Solar City, un quartiere di circa quattromila persone (diventeranno presto 25mila) progettato con il contributo di star dell’architettura come Norman Foster. Anche qui i pannelli fotovoltaici sono parte integrante del panorama, ma lo sforzo dei progettisti si è concentrato soprattutto sull’adozione di soluzioni per tenere le auto fuori dalla zona, studiando attentamente la viabilità in modo da promuovere gli spostamenti pedonali e in bici, rendendo tutto il centro del quartiere off-limits per le auto.

   Più piccolo, ma dall’aspetto ancor più futuribile, è BedZed, il quartiere a zero emissioni a sud di Londra progettato dall’architetto Bill Dunster. Un centinaio di esercizi commerciali e case sormontate da suggestivi comignoli a vento in grado di garantire alle abitazioni il giusto riciclo d’aria, impedendo sprechi di riscaldamento e di aria condizionata. Tutti gli edifici sono costruiti tra l’altro seguendo i criteri della bioedilizia, con legname locale e plastica riciclata, mentre i distributori della zona dispongono di colonnine per la ricarica delle auto elettriche. Per arrivarci è consigliato prendere la metropolitana scendendo alla stazione di Hackbridge.

   Chi ha in programma un viaggio a Stoccolma, oltre a visitare il museo Vasa e ad ammirare l’intreccio unico tra terra e acqua della capitale svedese, può andare invece a dare una sbirciata all’avvenire nel quartiere di Hammarby Sjöstad, nella parte meridionale della città, che una volta ultimato ospiterà circa ventimila abitanti. Anche qui le case sono autosufficienti grazie all’efficienza energetica associata al ricorso alle rinnovabili. Rispetto a Linz e Friburgo, la diversa latitudine ha imposto però il ricorso anche a fonti diverse dal sole, rendendo il tutto ancora più affascinante. Gli scarichi domestici e una parte dei rifiuti selezionati grazie alla raccolta differenziata contribuiscono a creare biogas usato per il riscaldamento domestico. Altri contributi energetici arrivano poi dalla combustione di olio biologico e dall’energia idrica prodotta dalle acque di scarico. L’ imperativo della sostenibilità domina poi anche il sistema dei trasporti. Alle piste ciclabili e ai punti di scambio per il car-sharing, si aggiungono distributori per auto elettriche, a biogas e ad etanolo. – (Valerio Gualerzi)

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MARZOTTO E LA CITTA’ SOCIALE

di Giovanni Valentini, da “il Mattino di Padova” del 3/1/2010

   Abitazioni, scuole, asili-nido, colonie per le vacanze, case di riposo, servizi per gli operai e per le loro famiglie. Non è il libro dei sogni o il regno dell’utopia. Ma l’inventario completo delle Istituzionali sociali e ricreative che Gaetano Marzotto junior, alfiere della grande dinastia veneta di imprenditori tessili, realizzò negli anni Trenta per i suoi dipendenti e poi, su consiglio dell’amico banchiere Raffaele Mattioli, conferì nel ’59 a una Fondazione, insieme a una cospicua dotazione in denaro.

   A cinquant’anni di distanza, quell’inventario – asciutto e puntuale – rivive nella ristampa anastatica di un libro, corredato di dati, di cifre e di belle fotografie d’epoca, che fu pubblicato nel 1951. E che oggi Pietro Marzotto, presidente della Fondazione ed erede diretto di quella tradizione, ha voluto ripubblicare con i tipi del Mulino per onorare la memoria del padre. Una testimonianza di famiglia e, soprattutto, una delle pagine più edificanti della storia imprenditoriale italiana.

   Di fronte alle accuse di paternalismo che le sue iniziative a volte suscitavano, Gaetano Marzotto si difendeva con determinazione: «Noi accettiamo la qualifica e dichiariamo che abbiamo mirato alla elevazione sociale, al miglioramento del tenore di vita, al benessere, alla unione delle famiglie, per alleggerire loro le preoccupazioni giornaliere onde potessero vivere più serenamente secondo le leggi sociali e morali». E rivendicava l’idea che «il progresso deve essere realizzato tenendo di mira l’elevazione delle classi lavoratrici e avendo in massima considerazione valori umani come l’intelligenza, l’esperienza e l’onestà».

   Ma il suo, come osserva Ferruccio de Bortoli nella prefazione, «non era una forma di paternalismo strumentale, diretta a negare diritti, magari sindacali, in cambio dell’erogazione di servizi aggiuntivi». Si trattava, piuttosto, di un «fordismo veneto illuminato», di stampo liberl-democratico, fondato sul principio che «non c’è crescita, della società e dell’azienda, se il dipendente non vi partecipa a sua volta come consumatore e investitore più consapevole». Nella contrapposizione fisiologica tra padroni e operai, insomma, il “welfare aziendale” di Marzotto coltivava l’ambizione di favorire la condivisione di valori fondamentali, come il lavoro, il sacrificio, la fatica, il senso del dovere. E magari di alimentare, dentro la fabbrica, sentimenti di rispetto reciproco o addirittura di amicizia.  

   Il bisnonno di Gaetano, Luigi, aveva avviato il primo lanificio a Valdagno nel 1836 con 12 addetti. Negli anni Venti e Trenta, il gruppo di sviluppò a ritmi vorticosi fino a raggiungere i settemila dipendenti, mentre raddoppiava la produzione di tessuti e quella dei filati quadruplicava. Nel frattempo, sulla riva sinistra del fiume Agno, nasceva quella “città sociale” che doveva diventare la continuazione ideale della fabbrica e che sopravvive ancora oggi: dalle case, appartamenti e villette ai servizi di assistenza familiare, dagli impianti sportivi alle strutture ricreative.

   A sfogliare l’inventario delle realizzazioni innovative di Gaetano Marzotto, si trovano anche i “Soggiorni climatici” come la colonia alpina «Dolomiti», ai piedi del Pasubio; il Villaggio al mare di Jesolo; l’albergo «Monte Albieri» di Castelvecchio. E poi ancora l’Azienda agricola di Portogruaro, destinata a rifornire i dipendenti di prodotti alimentari in un periodo di stenti e difficoltà a cavallo della guerra. Per ciascuna attività, nella ristampa del libro non mancano neppure i rendiconti con la registrazione dettagliata delle spese, degli incassi e degli orari di lavoro.  

   Nel ritratto di uno storico dell’Economia come Giorgio Roverato, riprodotto dal testo di una conferenza tenuta nel centenario della nascita, Gaetano Marzotto si può considerare dunque a pieno titolo un «umanista d’impresa». Non solo per i suoi molteplici interessi extra-aziendali, dall’arte alla letteratura, dal mecenatismo al rispetto dell’ambiente sociale. Quanto per l’ispirazione culturale e civile che lo animava, nella concezione del lavoro «come conquista e realizzazione dell’uomo e non come semplice fattore di reddito».  

  Al di là della retorica di ogni commemorazione, l’utopia di Marzotto richiama e testimonia a mezzo secolo di distanza la funzione sociale dell’impresa, la sua responsabilità nei confronti dei propri dipendenti e dell’intera comunità. Un esempio, un modello tuttora attuale, tanto più in una fase di forte crisi economica. «La grandezza di un imprenditore – conclude Ferruccio de Bortoli – non è misurata dai profitti e dal valore creato, ma dal benessere che è capace di diffondere, fatto spesso più di valori intangibili (fiducia, sicurezza, serenità) che di valori materiali (salari, stipendi, bonus)». In una società dominata dall’individualismo e dall’egoismo, quella di Valdagno è una storia tutta italiana che merita di essere tramandata. – Giovanni Valentini

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E in questi anni in Veneto, quale Urbanistica sta andando avanti?

VENETO CITY SPA CERCA NUOVI SOCI

di Renzo Mazzaro, da “la Nuova Venezia” del 2/9/2009

PADOVA. Si è rimessa in moto la macchina di Veneto City, società per azioni costituita tra una schioppettata e l’altra dall’imprenditore trevigiano Bepi Stefanel e dall’ingegnere padovano Luigi Endrizzi, grandi appassionati di battute di caccia, che assieme a Olindo Andrighetti di Piove di Sacco (imprenditori di legnami) e a Fabio Biasuzzi di Treviso (escavazioni) costituiscono il nucleo fondatore.  

   Il gruppo storico della spa, costituita nel 1997, ha deciso un aumento di capitale. Servono soldi, energie fresche, soprattutto è il momento di assestare gli equilibri interni perché si passa alla fase due. Dalla teoria alla pratica, dalle chiacchiere alle ruspe.

   I soci fondatori mettono in vendita il 40% delle quote, pilotando l’allargamento con pacchetti del 10%, valore indicato 7 milioni di euro al pacchetto. I contatti sono tenuti da Rinaldo Panzarini, il nuovo amministratore delegato, ex direttore generale della Cassa di risparmio del Veneto, passato a gestire la fase più delicata di Veneto City: quella di conquistarsi una credibilità che finora è mancata. I gruppi contattati sarebbero una dozzina.

   Interessati ad entrare fino a questo momento si sono dichiarati la Mantovani spa di Piergiorgio Baita e la Mattioli spa, con le imprese del Consorzio Stabile, che vuol dire Compagnia delle opere. Per un equilibrio perfetto mancherebbero solo le cooperative rosse, ma non è detto che il consorzio Ccc non si faccia avanti. Contatti sono in corso anche con Condotte Immobiliare spa di Roma. L’operazione è in pieno svolgimento.

   «Siamo interessati ma stiamo anche valutando tutti gli aspetti dell’operazione – conferma Piergiorgio Baita -. Primo perché si tratta di grosse cifre, secondo perché non basta il conto economico della società a farci prendere la decisione. Se fosse per i bilanci, una volta che hai valutato terreni, immobili, spese sostenute, hai raggiunto delle certezze. E’ sulle prospettive che è imperniata la trattativa: qui hai potenzialità che paradossalmente possono diventare anche negative, perché il mercato immobiliare può evolvere in diversi modi.

   E’ certo che siamo in presenza di un grosso piano di crescita: io sono rimasto meravigliato, quando me l’hanno presentato. Non lo conoscevo. La proposta è dichiarata di interesse pubblico, ma non basta certo chiamarla Veneto City per risolvere i problemi di viabilità, per esempio, che sono fondamentali per chi verrà ad insediarsi. Tanto più che non ci rivolgiamo al mercato italiano ma a quello europeo e non possiamo spendere il nome di Venezia, perché siamo nelle campagne di Dolo».  

   Temi che Baita porterà nel Cda del gruppo, per una decisione che sarà presa, dice, entro fine anno.  Molto prima si pronuncerà la Mattioli: «Riunirò il consiglio di amministrazione a metà settembre – spiega il presidente Gioacchino Marabello -. Siamo molto interessati a entrare nella società, ma non per uno scopo speculativo, anche se il problema principale è quello di trovare i soldi. Il nostro interesse è garantire lavoro non solo alla Mattioli ma alle 10 imprese del Consorzio Stabile. E’ l’aspetto sociale che ci interessa. Per questo puntiamo ad una presenza rilevante nel board della società».  

   Del tutto superate a questo punto appaiono le incertezze legate all’iter amministrativo del progetto, che va considerato concluso con l’ultimo passo fatto prima delle elezioni dalla Provincia di Venezia che l’ha approvato. Veneto City, che pure comporta l’urbanizzazione di 550.000 metri quadrati di campagna nell’area centrale veneta, con 2 milioni di metri cubi di cemento e 10.000 persone che arriveranno a lavorarci ogni giorno, non ha mai goduto di grande trasparenza da parte della mano pubblica. Fu un’inchiesta del nostro giornale a parlarne per la prima volta nel 2005, quando progetto aveva già le dimensioni e le ambizioni attuali. Il presidente Galan si dimostrò molto sorpreso: «Se c’è una benedizione politica sull’affare – disse – di certo non sono stato io a darla». Evidentemente ci ha ripensato. (Renzo Marzaro)

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