Il PETROLIO in mare al largo della LOUISIANA divarica gli schieramenti mondiali: verso le energie rinnovabili o verso il nucleare?

La macchia di petrolio (dal satellite Nasa, 10/5/2010) - Non pare vicino a una soluzione il dramma ambientale della macchia di petrolio nel Golfo del Messico. Dopo il fallito tentativo di collocare una cupola di contenimento sul fondale, un sommergibile teleguidato ha iniziato a iniettare nel pozzo delle sostanze chimiche per cercare di diluire il greggio riversato in mare dopo l'esplosione, il 22 aprile scorso, di una piattaforma offshore della Bp. In Louisiana ci si prepara al peggio, e il pozzo sta riversando in mare 750mila litri di greggio al giorno

   Il 22 aprile scorso, al largo delle coste della Louisiana, nella parte sud-est degli Stati Uniti, nel Golfo del Messico, è affondata la piattaforma petrolifera della Bp (British Petroleum), che sta inevitabilmente provocando un danno ambientale di dimensioni inenarrabili, mai accadute. Un primo tentativo di installare una cupola a copertura dell’uscita continua di petrolio dal fondo del mare (750.000 litri al giorno) per farlo convogliare in una nave petroliera, è fallito. Ora si pensa a una nuova cupola, e a una serie di altre proposte, che vanno da quelle rudimentali di scaricare in mare balle di fieno (!?), a una nuova diversa cupola, ad azioni di contenimento, a incendiare il petrolio; fino alla terribile proposta dei russi di dare luogo a esplosioni nucleari in grado di fermare la fuoriuscita del petrolio… (che poi la British Petroleum lanci in internet un “concorso di idee” per trovare la soluzione giusta, è cosa che non si riesce a interpretare nel suo contenuto, ma è in ogni caso drammatica…). Insomma è probabile che ci vorranno mesi per arrivare a contenere la fuoriuscita continua quotidiana, con danni al Golfo del Messico (e in particolare alle coste meridionali statunitensi della Lousiana, della Florida, del Missisipi…) che sono, a detta degli esperti, inimmaginabili. Un disastro, per flora, pesci, animali di tante specie, e anche per l’economia di piccoli e medi pescatori, indicibile e irreversibile.

la foto dell'incidente (da "la Stampa.it")
   Qui di seguito cerchiamo di dare un po’ conto del contesto. Ma prima, in questa premessa, vogliamo porre all’attenzione alcune questioni fondamentali, messe purtroppo bene in evidenza con questa tragedia ambientale.

1- E’ possibile che questo incidente si ripeta in futuro: la spasmodica ricerca di pozzi petroliferi in luoghi sempre più ambientalmente e geologicamente difficili, e a profondità sempre maggiori, porterà ad alzare il rischio; ancor di più in paesi magari a scarsa capacità democratica, in via di sviluppo e desiderosi di trovare risorse energetiche importanti.

2- E’ altresì comunque prevedibile che la comunità internazionale (il tentativo difficile di “governo mondiale”, che non decolla, ma che volta per volta è costretto a proporre decisioni collettive) chiederà maggiori garanzie e tutele ai paesi più responsabili: questo farà sicuramente aumentare il costo del prelievo di petrolio, con possibili ulteriori aumenti del prezzo del greggio. Una materia prima che, tra l’altro, è in fase di esaurimento. Insomma, da queste prime due osservazioni, si dovrebbe dedurne che l’era del petrolio si sta inesorabilmente concludendo, lo si voglia o meno.

3- Riprenderà vigore (è già ripresa), da questo terribile episodio di inquinamento delle coste della Lousiana nel Golfo del Messico, la forza di chi prospetta un massiccio sviluppo del nucleare: visto quel che è accaduto, che sta accadendo, sempre più opinione pubblica sembra orientata verso fonti diverse dal petrolio; e, appunto, “all’angolo” la più vicina tra le soluzioni di cui si discute, la scorciatoia, è data dalla possibilità di un grande ulteriore sviluppo del nucleare (pensiamo in particolare all’Italia e al suo ritorno a questa forma di produzione energetica)

4- Se è pur vero che la produzione di fonti energetiche alternative (rinnovabili: come la biomassa, l’acqua, il sole, l’eolico etc.) sta ampliandosi sempre più, è anche vero che il suo carattere di “energia diffusa” nei territori (in tante piccole centraline, di azioni individuali, seppur incentivate dai governi…) richiede probabilmente un contesto politico di “controllo democratico” delle fonti energetiche.      Insomma, per spiegarci meglio, rivolgiamo a voi che leggete una domanda: quanti di voi sanno, sono in grado di avere coscienza perlomeno da dove arriva la corrente elettrica che consumiamo accendendo l’interruttore della luce, o i computer, o dei nostri elettrodomestici? … per i più responsabili la domanda è ingrata (e magari si sta decidendo di installare pannelli solari o attuare coinbentazioni di risparmio energetico nella propria casa…). Ma è una domanda provocatoria per dire che un virtuoso monopolio di un’energia autoprodotta in loco, da fonti energetiche appunto rinnovabili, richiede pure una presenza democratica, partecipativa, generalizzata, dei cittadini. Insomma bisogna crederci in modo assoluto (…se tutti gli enti locali decidessero che tutti i loro edifici di proprietà e possesso devono essere autosufficienti energeticamente con fonti rinnovabili, allora la situazione si farebbe interessante…).

   Per dire che disastri ambientali, crisi e guerre sul pianeta per il controllo del petrolio, e nuovo modello di sviluppo, richiedono sforzi partecipativi dal basso (e l’ipotesi federalista di cui si discute nel mondo, in Europa e in Italia adesso, lo è) che possono dare concretezza anche a forme di produzione energetica compatibili con l’ambiente in cui si vive.

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LA TERRA DEGLI ULTIMI PELLICANI

di Mario Tozzi, da “la Stampa” del 1/5/2010

– Le «wetland» del Delta ospitano delle specie rarissime: dopo Katrina questo potrebbe essere davvero il colpo fatale –

   C’è un orologio che si è messo a correre e sta per segnare il tempo delle decisioni irrevocabili. Non ha cominciato ieri la sua scansione, ma molto tempo fa, per la precisione 150 anni fa, quando il colonnello «Drake» perforò il primo pozzo di petrolio in Pennsylvania nel 1859. Anzi, decine di milioni di anni fa, quando la Terra ha cominciato a secernere idrocarburi dalle sue viscere, trasformando antiche paludi salmastre in un liquido scuro e vischioso che avrebbe cambiato per sempre il volto del pianeta con l’arrivo degli uomini. Quell’orologio ha suonato in questi giorni nel Golfo del Messico, ma aveva già dato diversi preavvisi di allarme.
   Il più recente è stato quello dell’uragano Katrina, che nel 2005 ha sconvolto New Orleans: e ormai siamo sicuri che non si è trattato di un caso. Le dune costiere del delta del Mississippi, le più importanti paludi e la vegetazione rivierasca sono state cancellate in decenni di infrastrutturazione per lo più petrolifera. Eppure si tratta di ecosistemi di valore assoluto: sono i residui di tutta la grande fascia costiera che andava sostanzialmente dalla Florida fino in Messico, zone umide in cui vivono specie animali o ancora minacciate dall’estinzione o appena recuperate dall’estinzione, come il pellicano bruno (o marrone) che con questo colpo rischia di non riprendersi più. Sembra di trovarsi di fronte a uno scenario sul tipo di quelli descritti dal «Rapporto Pelican» di John Grisham, il cui simbolo era appunto quel pellicano. Un intrigo apparentemente assurdo, privo di legami diretti, si rivela fin troppo vero e pericoloso.  

pellicani in volo in Louisiana

  Ora l’ecosistema della Louisiana rischia di essere ferito a morte. Un analogo rischio corrono le attività produttive legate ad ecosistemi preservati come ad esempio l’allevamento di molluschi e crostacei. Ma se sulla costa si concentrano gli sforzi di conservazione, l’entroterra è rimasto indifeso: e nessuno se ne è preoccupato, pensando che il progresso non fosse conservare la ricchezza della vita, ma l’accumulo del profitto. Al prossimo uragano – e lì ce ne sono parecchi ogni anno – il sistema costiero sarà ancora più vulnerabile, fiaccato dalla massa nera che vi si sta abbattendo.
   Ma abbiamo continuato a fare finta di niente. Come se non ci fossero stati decenni di incidenti (e proprio qui il più grave su piattaforma prima di questo, nel 1979), come se le petroliere non avessero già distrutto queste e altre linee di costa, come se i residui della combustione degli idrocarburi non avvelenino le nostre quotidiane esistenze e permeino l’ambiente di un sottile velo chimico invisibile ma mortifero. Anzi, il presidente Obama riapre alle trivellazioni in Alaska, dimenticando che risparmierebbe molto di più obbligando i costruttori statunitensi a fabbricare autovetture che consumano meno, azzerando, magari, accessori inutili.
   Sono anni che ci si domanda quando finirà il petrolio e ci si interroga sul momento in cui si verificherà il picco al di là del quale il greggio costerà troppo e sarà più difficile da estrarre. Non abbiamo capito che la domanda giusta non è affatto quella, ma quanto ancora siamo disposti a sopportare le conseguenze della ricerca, estrazione e raffinazione del petrolio. Quelle esternalità, che, guarda caso, non si pagano alla pompa di benzina o con la bolletta elettrica, ma che comunque la collettività si accolla educatamente ogni volta che qualcuno muore di cancro ai polmoni, o che si perdono milioni di animali ed ecosistemi vitali.

   Tutto questo fino adesso lo abbiamo pagato noi, mentre la BP, come le altre major petrolifere, fa finta di niente e addirittura si è ribattezzata Beyond Petroleum (oltre il petrolio). Stavolta sembra però che l’ora sia suonata: Obama assicura che tutto il disastro sarà a carico della corporation britannica, che, però, se si assoggettasse al giusto principio che chi inquina paga, fallirebbe in poco tempo. Speriamo che non ci siano passi indietro: sarebbe la prima volta. (Mario Tozzi)

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da “il Corriere della Sera.it” del 10/5/2010

Vertice alla casa bianca con Obama. Finora spesi 350 milioni di dollari

LOUISIANA: NESSUNO SA COME FERMARE IL GREGGIO. LA BP CHIEDE AIUTO SUL WEB

Aperto un sito per raccogliere le possibili soluzioni: «Magari spunta una buona idea»

NEW YORK – Il petrolio esce al ritmo di 750mila litri al giorno dal fondo del mare e ha raggiunto le coste dell’Alabama. In Lousiana, dopo il fallito tentativo di bloccare con una cupola la fuoriuscita dal fondo del mare, insieme all’allarme per il disastro ambientale cresce una convinzione drammatica: nessuno sa più cosa fare.

   La verità è che, dopo oltre due settimane di tentativi, la soluzione è ancora di là da venire: la Bp si è rivolta al pubblico e ha aperto un sito per raccogliere consigli e suggerimenti (deepwaterhorizonresponse.com), in cui le “idee” arrivano direttamente al tavolo dei “cervelloni” del gigante petrolifero: «Esperti da tutto il mondo che stanno collaborando», ha detto il portavoce, Bryan Ferguson, al centro emergenza allestito a Robert, in Louisiana.

   La Bp ha allestito anche un “numero verde”. «Sono sicuro che ci sono un sacco di buone idee e molte altre idee che potrebbe essere non altrettanto praticabili». «Non so se funzionerà ma tutti vogliono fare qualcosa e la gente merita uno sforzo». Ma se il piano funzionasse per raccogliere il greggio fuoriuscito, come fare per chiudere la falla? Su questo il portavoce dello sceriffo della contea di Walton non si sbilancia: «Magari spunta qualcuno in Louisiana con un’idea…».

SECONDO TENTATIVO CON UNA CUPOLA. ALLO STUDIO ALTRE SOLUZIONI – A conferma che le si tentano tutte, la Bp ha reso noto che ci sarà un secondo tentativo, probabilmente con una cupola più piccola, per frenare la falla di petrolio.

   L’annuncio è dei tecnici, dopo aver fallito il posizionamento della speciale cupola di cemento sul fondale dell’oceano, per contenere la fuga di greggio nel Golfo del Messico. La compagnia petrolifera prenderà in considerazione anche altre opzioni, per bloccare la quotidiana fuoriuscita di greggio. Una delle ipotesi allo studio è quella dell’uso di un “tappo” di gomma e di altri materiali per cercare di chiudere la falla. La polizia della Florida ha invece suggerito di mettere balle di fieno in acqua. Un piano audace in tre fasi: chiatte galleggianti al largo dei 50 chilometri di coste incontaminate, riempite con giganteschi rotoli di fieno e dotate di compressori per “sparare” nelle acque oleose il fieno.

   «Il fieno si aggregherà insieme al greggio e renderà più agevole rimuovere i detriti dall’acque», ha spiegato il portavoce dello sceriffo, Mike Gurspan. Un’altra ipotesi per arginare la marea nera è quella di tappare le falle del pozzo con un cumulo di rifiuti. A riferirlo è il comandante della Guardia Costiera Thad Allen che, riporta la Cnn, ha rivelato il nuovo piano attualmente in corso d’analisi da parte dei tecnici della compagnia britannica.

   Il sistema, spiega Allen, consisterebbe nell’invio di «una massa di detriti, prevalentemente pneumatici tritati, palline da golf e altri rifiuti simili che, inviati ad elevate pressioni verso l’elemento danneggiato potrebbero fermare la perdita». La Bp ha intanto reso noto che continua l’uso di solventi chimici in profondità nei pressi della perdita per tentare di eliminare almeno l’alta concentrazione di greggio.

BP: FINORA SPESI 350 MILIONI di DOLLARI – Bp ha reso noto che la “marea nera” provocata dall’esplosione di una piattaforma situata nel Golfo del Messico gli è già costata 350 milioni di dollari. Il gruppo petrolifero ha elencato in una nota tutti gli sforzi finora compiuti per contenere e contrastare la fuoriuscita di greggio dalla piattaforma danneggiata Deepwater Horizon. La holding britannica appena la scorsa settimana aveva valutato i danni della catastrofe in 6 milioni di dollari.

VERTICE CON OBAMA – In giornata, in programma un vertice alla Casa Bianca con il presidente Obama per fare il punto della situazione.

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da “la Stampa.it” – news ambiente, ambiente 

12/05/2010 – DISASTRO ECOLOGICO

Petrolio, Obama studia nuova tassa “Un cent a barile per le compagnie”

I fondi contro l’inquinamento

   Una tassa supplementare di un centesimo di dollaro a barile a carico delle compagnie petrolifere per finanziare la sicurezza: lo propone il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. I fondi supplementari racconti con la nuova tassa, stimati in 118 milioni di dollari l’anno, andranno in un fondo destinato a un programma di risposta ai rischi di marea nera. L’Amministrazione Obama suggerisce inoltre di alzare a 1,5 miliardi di dollari il tetto per gli indennizzi.

   Intanto si continua a cercare una soluzione per arginare la marea nera. E c’è chi fa delle proposte estreme. Un suggerimento per fermare la perdita di petrolio nel golfo del Messico viene da un articolo del quotidiano russo Komsomoloskaya Pravda, secondo cui ai tempi dell’Unione Sovietica problemi simili sono stati risolti con esplosioni nucleari controllate. «In passato questo metodo è stato usato almeno 5 volte – scrive il quotidiano – la prima per spegnere i pozzi a gas di Urt Bulak, il 30 settembre 1966. La carica usata fu da 30 chilotoni, una volta e mezza quella di Hiroshima, ma fatta esplodere a 6 chilometri di profondità».
   Secondo il quotidiano l’esplosione sotterranea farebbe in modo da spingere le rocce facendo loro chiudere la falla. Degli altri tentativi effettuati nell’ex Urss, continua l’articolo, solo uno non ha funzionato, nel 1972, mentre gli altri hanno raggiunto l’obiettivo anche con testate di 60 chilotoni. «Il metodo non è stato testato sott’acqua – insiste il quotidiano – ma secondo alcuni calcoli di esperti in Russia le probabilità di fallimento sono solo del 20%. Basterebbe scavare un pozzo vicino alla perdita, e far detonare la bomba. La Russia ha una grande tradizione nelle esplosioni sotterranee controllate – conclude l’articolo – che potrebbe essere messa a disposizione degli Usa».

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ORA IL NUCLEARE FARA’ MENO PAURA

di Vittorio Emanuele Parsi, da “la Stampa” del 3/5/2010

   Verde, nero e giallo. Non è il vessillo di un ennesimo nuovo Stato riconosciuto dall’Onu. Verde, nero e giallo sono invece i colori che rappresentano il disastro ambientale che, a una manciata di anni da Katrina, si sta abbattendo sulla costa meridionale degli Stati Uniti: dalla Louisiana alla Florida. C’è il verde dell’ambientalismo più dogmatico e intransigente, che ha gridato al tradimento quando un presidente, nero e pragmaticamente ecologista, si è dichiarato favorevole al nucleare per ridurre l’inquinamento atmosferico e i rischi connessi alle trivellazioni sempre più «audaci».
   C’è il nero della marea di greggio che ormai ha iniziato ad abbattersi sulle coste, mettendo in ginocchio una parte del Paese già stremata, e che ci ricorda come i disastri provocati dall’uomo possiedono quasi invariabilmente due caratteristiche: sono peggiori dei disastri naturali e, contemporaneamente, potevano essere quasi sempre evitati, con un po’ più di cautela e con un po’ meno cupidigia. C’è il giallo, infine, che è il colore tradizionalmente associato al pericolo: quello che si sta materializzando nel Golfo del Messico, ma anche quello evocato da ogni discorso sul nucleare; il giallo, ancora, che ci ricorda della crescente domanda energetica cinese, associata alla totale sconsideratezza messa finora in mostra dalle autorità di Pechino sulle questioni ecologiche e ambientali.
   Fuori di metafora, mentre si cercano i responsabili di un simile scempio e si tenta di correre ai ripari, si prova anche a quantificare il danno e a capire quanti decenni ci vorranno per rimettere più o meno in sesto l’ecosistema della zona.

   Una cosa però dovremmo averla chiara nella testa. A fronte di una domanda di energia che sarà crescente e di prezzi che non potranno che salire, incidenti come questi saranno più frequenti, non meno. Dovremo trivellare di più e in situazioni più estreme, per soddisfare la domanda, e il crescere dei prezzi renderà «economiche» trivellazioni in condizioni e in luoghi finora risparmiati dalle piattaforme e dalle torri. Se a questo uniamo gli appetiti delle compagnie e la mancanza di scrupoli dei governi non democratici, la nostra previsione diventa quasi una profezia che si auto-avvera.
   Proprio la magnitudine della tragedia ci offre però anche l’opportunità di chiedere con forza che si ricominci, finalmente, a riflettere con serietà e senza pregiudizi sul fatto se il mondo può permettersi di continuare a puntare in maniera quasi esclusiva sugli idrocarburi e i combustibili fossili, con quel tanto di fonti rinnovabili che assolvono la nostra cattiva coscienza o se invece, all’inizio del XXI secolo il nucleare non sia alla fine l’investimento meno pericoloso.

   Anche su questo aleggia il colore del giallo, con dati che si inseguono e che si contraddicono, con «alibi» esibiti in luogo di prove, e sicurezza assolute sbandierate a destra e a manca. L’opinione pubblica ha invece il diritto di essere messa al corrente dei progressi compiuti verso un nucleare più sicuro come delle questioni ancora irrisolte (a partire da quella delle scorie).
   È una responsabilità a cui sono chiamate la comunità scientifica e la classe politica, ognuna per la parte che le compete: agli scienziati di presentare il quadro più esaustivo possibile dello «stato dell’arte» e delle ragionevoli aspettative future; ai politici di assumere in maniera trasparente le decisioni che ritengono appropriate, di spiegarle e di convincere l’opinione pubblica della bontà della scelta adottata. E a tutti noi, il dovere di far valere il peso di un giudizio informato e non pregiudiziale: pensando un po’ di più, anche in questo campo, alle generazioni future è un po’ meno al nostro «giardino di casa». Assumendoci anche noi, qualunque sia l’opzione, le nostre responsabilità.

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IL MEDITERRANEO NON E’ IMMUNE DA RISCHI

di Daniele Zappalà, da “Avvenire” del 11/5/2010

DA PARIGI. Che cosa accadrebbe se una fuga di greggio paragona­bile a quella nel Golfo del Messico interessasse il Mediterra­neo? L’ipotesi preoccupa da tem­po gli esperti, data l’alta densità di popolazione e di attività econo­miche in tutta l’area. «Il Mediter­raneo è una specie di microcosmo concentrato dei problemi marini presenti su scala globale», riassu­me Peter Neill. Gli incidenti non sono mancati: «Abbiamo dovuto fronteggiare u­na marea nera al largo del Libano circa 3 anni fa», ricorda Keith Al­verson: «In questo contesto criti­co, è nato il progetto Moon, ovve­ro il Mediterranean Operational Oceonagraphy Network. Il perico­lo è particolarmente avvertito ad esempio nel Delta del Nilo. La den­sità umana è fortissima, così co­me quella dei terreni coltivati, e negli ultimi anni il traffico marit­timo di petroliere è cresciuto con­siderevolmen­te.
   Una forte dispersione di greggio avreb­be effetti mol­to più dram­matici di quel­li in corso nel Golfo del Messico». Un’analisi condivisa dall’esperto britannico Julian Barbiere, coor­dinatore della conferenza mon­diale di Parigi: «È vero che nel Me­diterraneo non c’è un’estrazione di petrolio off-shore diffusa, ma la densità del trasporto di greggio è fra le più alte del Pianeta». Questo fattore marittimo si coniuga con il rischio potenziale di eventi come gli tsunami, impossibili da esclu­dere per via della sismicità diffusa in tutta l’area: un problema che si pone in particolare in Algeria e su tutta la costa del Maghreb. Qui, fra l’altro, la fitta presenza di oleodot­ti e altre infrastrutture costiere le­gate allo sfruttamento petrolifero coesiste con una frequenza di scosse sismi­che ancora maggiore.
   Secondo gli e­sperti, un al­tro fattore di vulnerabilità è la distribu­zione finora non uniforme delle sentinelle di monitoraggio: «I cen­tri di ricerca si trovano principal­mente in Spagna, Francia e Italia, dunque sulla riva settentrionale. Una delle sfide aperte è il trasferi­mento delle competenze del Nord sulla riva Sud. Per il momento, è chiaro che la capacità di reazione varia in base ai Paesi», aggiunge Barbiere.
   Attualmente, il piano Marpol, ra­tificato da quasi tutti i Paesi medi­terranei, prevede la possibilità d’interventi incrociati in caso d’in­cidenti con effetti devastanti sul­l’ambiente. A preoccupare gli e­sperti sono soprattutto le ‘vene giugulari’ del traffico, a comincia­re da quella che dal Canale di Suez conduce verso i porti di Genova e Marsiglia. O ancora quella che col­lega Suez con lo stretto di Gibil­terra. Sul piano della ricerca, ope­ra già anche la rete Mama, un pro­getto finanziato dall’Unione euro­pea che federa organismi della stessa famiglia del Cnr e dell’Enea. Attualmente, il coordinamento si trova in Sardegna, nei pressi di O­ristano.
   I biologi marini concordano per­lopiù sul fatto che molte specie an­nidate in habitat particolari pos­sano subire dei danni irreversibili dopo una catastrofe petrolifera. In modo silenzioso e incessante, è tuttavia soprattutto l’inquina­mento di origine terrestre, a co­minciare dai fertilizzanti riversati in massa in mare, a provocare un degrado costante della vita mari­na nel Mediterraneo. Uno degli ef­fetti invisibili ma non meno deva­stanti dell’inquinamento ‘ordina­rio’ è il problema dell’acidifica­zione marina. (Daniele Zappalà)

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PETROLIO –  LA LUNGA CORSA ALL’ORO NERO

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 21/4/2010

   «Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette e gli occhiali scuri. Andiamo». Era il 1980 quando i “Blues Brothers”, Dan Akyroyd e John Belushi, riassumevano così la felicità di essere americani, la vertigine inebriante che quel pieno di benzina spalancava sotto le loro ruote. Il grande terrore del ricatto e dell’embargo sul petrolio lanciato dai Paesi arabi nel 1973 sembrava superato, l’America del XX secolo, costruita sopra, sotto, attorno al motore a scoppio, come quella del XIX era stata costruita sugli zoccoli dei cavalli e sulle traversine delle ferrovie, era tornata a credere che l’età meravigliosa dell’ oro nero, dell’indipendenza, fosse ricominciata, e tutti fossero ritornati a quel 1950 quando gli Stati Uniti producevano tutto il petrolio che consumavano.

   Ma sono bastati 30 anni, una generazione, perché anche questa illusione dell’invulnerabilità energetica, del non avere bisogno di nessuno per riempire il serbatoio della vecchia auto dei “Blues Brothers” si bruciasse, insieme con il mito della invincibilità sui campi di battaglia della Corea e del Vietnam. I serbatoi delle auto che circolano sulle strade e sulle superstrade, ormai per la maggior parte fabbricate o progettate fuori dall’America, sono ancora pieni, e il costo di un litro di benzina verde rimane non più di un terzo di quanto la paghino gli automobilisti di quelle nazioni europee e asiatiche i cui emblemi ornano il cofano delle vetture americane.

   Non esistono ragioni economiche, e certamente non più di abbondanza della materia prima, che permettano agli Stati Uniti di avere carburanti così a buon mercato, ma restano soltanto imperativi politici. Una nazione cresciuta da nonni, padri, figli nella certezza divina di avere petrolio a miliardi di barili sotto la crosta della propria terra, dal primo fiotto che sgorgò dai campi della Pennsylvania nel 1859 a Titusville, non sa, non vuole, non si rassegna ad ammettere che per ogni quattro di quei pieni che spalancavano la notte davanti ai “Blues Brothers”, tre sono oggi riempiti da greggio prodotto in altre nazioni.

   Nessun uomo politico, che non abbia vocazione al suicidio o non intenda condannarsi alla parte del grillo parlante nel suo bozzolo marginale come Ralf Nader, può davvero e fino in fondo mettere i cittadini di fronte alla fine di questa parte del “sogno americano”, spingerli ad accettare il fatto che l’era del petrolio americano e della benzina a poco prezzo da bruciare dentro motori mostruosi sta finendo, come finì l’era di quelle creature ormai fossili che il tempo ha trasformato in liquido combustibile.

   Non lo ha potuto fare neppure Barack Obama, che nella sua campagna elettorale aveva pur battuto con forza sull’imperativo della «indipendenza energetica» come necessità politica e strategica, senza la quale nessuna forza militare avrebbe potuto mettere l’America al riparo del ricatto di quegli stati canaglia che saranno pure canaglie, ma stanno seduti sul sangue nero che circola nel corpo della prosperità occidentale.

   Ora che anche il Pentagono, certamente non una Ong di ecologisti anticapitalisti, ha ammesso che la petroliodipendenza è una minaccia alla sicurezza nazionale, Obama ha dovuto cedere, in parte, all’illusione. Pagare tributo al mantra isterico e infantile che i Repubblicani e soprattutto la Reginetta dei Ghiacci, quella Sarah Palin che ha governato lo stato che dipende interamente dal petrolio per sopravvivere, l’Alaska, avevano martellato: « Drill, Baby drill ». Trivella, tesoro, trivella.

   Ma anche trivellare quello che ancora rimane di non sforacchiato e succhiato nel suolo americano, al largo delle coste della Virginia e della Florida, o nelle ultime riserve naturali di Anbar in Alaska, che Obama ha fatto finta di permettere per ora come “studi”, sarà un placebo rispetto alla malattia, che è, e rimane, la dipendenza dal liquame nero.

   Gli esperti di petrolio hanno concluso, unanimemente, che anche se tutte le piattaforme davanti alle coste e le trivelle in Alaska trovassero la bolla di combustibile prevista ed entrassero in piena produzione, quelle riserve provocherebbero una riduzione di tre centesimi al gallone, quattro litri, sul prezzo di oggi. Una variazione che sui cartelloni dei distributori di benzina avviene quasi quotidianamente, quando la quotazione del greggio varia e il gestore della pompa si arrampica per spostare le cifre mobili sull’ insegna.

   Che la strada sia, prima che la promessa delle energie alternative si realizzi davvero, il risparmio e la riduzione del consumo, è ovvio, quanto doloroso. Se la flotta complessiva di automezzi oggi circolanti negli Stati Uniti abbassasse la media del consumo di benzina a quella del parco macchine che viaggiano in Europa, non una zona sottosviluppata quindi, l’America risparmierebbe un terzo del petrolio che oggi brucia.

   Sarebbe un effetto gigantesco che nessuna trivella, nessun nuovo pozzo potrebbero mai raggiungere. Ma sarebbe la rinuncia alla leggenda dell’unicità americana, la riduzione alla normalità del quotidiano. Il rapporto fra l’America e il suo petrolio, trionfalmente consumato nella Seconda Guerra Mondiale, quando l’abbondanza dei combustibili contrastava contro la disperata e insaziabile sete di petrolio dei nemici italiani, tedeschi e giapponesi, è un rapporto di sangue, come avverte il titolo di una bella e cruda saga cinematografica del 2007 sullo sfruttamento della California, « There will be blood », ci sarà – appunto – sangue. Dove c’è petrolio, ci sarà sangue.

   C’è stato sangue in Iraq, quando il segretario di Stato americano del 1991, Baker, ebbe l’onestà di ammettere che l’annessione irachena dei giacimenti del Kuwait non poteva essere tollerata per il bene dell’America, c’è stato anche in Iraq o in Afghanistan, chiave di progettati e futuri gasdotti e oleodotti. Non è neppure una coincidenza se, di fronte al progressivo, inesorabile esaurirsi dei grandi bacini di greggio, come il Permiano sotto le praterie texane, la nazione abbia portato alla Presidenza due oil men, uomini di una famiglia texana che si era identificata, per interessi, fortuna e tentativi falliti, nel caso di «W», proprio con il petrolio,e che sembrava promettere il nuovo Eldorado fossile.

   La decisione obamiana di socchiudere la porta all’ultimo assalto delle trivelle a quello che ancora rimane da succhiare al sottosuolo esausto, è il segno che ancor l’America non è pronta a svezzarsi dal “vizio nero”, rinunciare alla propria eccezionalità anche in materia di quei combustibili fossili che la fecero potente e intoccabile dai nemici. E che ora, rovesciando la storia, l’hanno resa vulnerabile proprio a coloro che stringono fra le dita il rubinetto della trasfusione. Quel «serbatoio pieno» che eccitava i Blues Brothers è diventato come il mezzo pacchetto di sigarette. Qualcosa che può fare molto male. – VITTORIO ZUCCONI

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L’ULTIMO PARADISO AMERICANO INGHIOTTITO DALLA MAREA NERA

Le isole Chandeleur, al largo delle coste della Louisiana, ospitano un patrimonio straordinario di biodiversità. Ora, però, sono state investite dalla macchia di petrolio che sta avvelenando il Golfo. E i danni sono immensi

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 7/5/2010

CHANDELEUR ISLANDS – A venti miglia dalla costa senti già quel puzzo che appartiene all’inferno e non a questo paradiso. A trenta miglia il capitano frena i 150 cavalli del “Pelican” e inorridito prova a capire cos’è quello schifo verdastro che tappezza la superficie del “suo” mare. A trentacinque miglia la risposta che non volevi ti circonda lo scafo, l’olfatto, la vista, la testa…

   Avete mai provato a navigare nel Day After? A un’ora dalla costa l’apocalisse prossima ventura è già qui: il petrolio che sta per insidiare le coste della Louisiana e del Mississippi, dell’Alabama e della Florida è già penetrato nel cuore dell’arcipelago naturale che commosse Teddy Roosevelt e resistette perfino a Katrina. Chiazze di ruggine circondano quel microsistema paludoso unico al mondo. I pellicani non volano più qui, i delfini non danzano più, il cielo è inutilmente splendente e la brezza che spinge lieve da sud è un’illusione mortale: il vento è cambiato e dopo la tregua degli ultimi tre giorni adesso gioca di nuovo contro.

   I primi testimoni avevano dato l’allarme martedì: la marea nera è già lì. Le immagini dal satellite avevano fatto sobbalzare il professor Hans Graber: il mostro nero sta già stringendo i suoi tentacoli. Eppure ancora ieri il contrammiraglio Mary E. Landry ha continuato a dire che sì, la chiazza è vicina, ma le coste dell’arcipelago sono ancora salve. Dov’era la signora che Barack Obama ha messo a guardia del mostro nero?

   Non sul “Pelican” di Mark Stebly, che punta diritto verso l’arcipelago di famiglia. Il capitano guarda il mare che sanguina quella schifezza rossastra e sente un tuffo al cuore. Sono 35 anni che naviga in questo tratto e 50 viaggi all’anno per 35 fanno 1.700 visite a quel paradiso di cui lui solo finora aveva le chiavi. “Qui navigava mio padre e prima di lui mio nonno. Gli alberi su Horn Island li aveva piantati lui. Come quelli su Ship Island, che però Katrina si portò via per sempre. Ma adesso è peggio di Katrina. Un uragano viene e passa. La vita torna. Per i pescatori, paradossalmente, dopo la tragedia è una festa. I pesci tornano più di prima. Ma stavolta no. Stavolta sarà la fine per dieci, venti, trent’anni. Forse di più. Questo è peggio di un uragano. Un’uragano lungo un mese”.

   Dalla Louisiana al Mississippi, il Delta del fiume è una costa che sconfina continuamente tra mare e terra. Le Chandeluer Islands sono la barriera naturale a forma di arco che viste dall’alto sembrerebbero quasi proteggere la Louisiana. Cent’anni fa quello spicchio di paradiso disabitato dall’uomo fu dichiarato riserva naturale dal primo presidente ambientalista del mondo. L’ecologismo dovevano ancora inventarlo, ma chissà che direbbe oggi il vecchio Teddy Roosevelt a vedere affondare i suoi gioielli proprio nell’era della coscienza verde. Capitan Mark non ci crede: “Questo era il tratto di mare più vivo che abbia mai visto. Uccelli, delfini. Niente più”.

   Il viaggio dal porticciolo di Ocean Springs fino all’homeboat del “Pelican” potrebbe essere una traversata da godersi col sole a picco e il mare che sembra una tavola: sarebbe un sogno se non si trasformasse subito in un incubo. “Che succede?”. L’allarme arriva all’altezza di quella torre dell’Air Force piantata nel mezzo del Golf del Messico. Prima c’era una specie di avamposto, ma Katrina e i suoi fratelli hanno cancellato tutto. Eppure fino all’altro ieri quella torre era ancora un rifugio dei pellicani. Adesso è spettralmente vuota.

  L’inquietudine cresce quando l’acqua diventa improvvisamente putrida e densa. Petrolio? No, questo non è petrolio. Questo sarà il regalo di quei dispersanti chimici con cui la Bp sta cercando di sciogliere la marea nera: e c’è già chi giura che sia una cura più cattiva del male. Quando il “Pelican” attracca all’homeboat non c’è più dubbio: questo sì è petrolio.

   “Ma come fanno a negare ancora?”. La piccola base è già in subbuglio. Sbarca un miniteam dell’Università della Louisiana. Sono i ragazzi terribili del Biological Survey Department: quelli che non ci stanno alle dichiarazioni di pace fornite da Bp. Mentre la “cupola” che in realtà è un box è stata piazzata sulla falla, il Ceo Tony Hayward continua a fare buon viso al cattivissimo gioco. Phil McCharty non si sbilancia: è venuto fin qua per fare gli accertamenti e poi la sua università emetterà la sentenza.

   L’ultimo report sostiene che la macchia nera è già arrivata a Freemason Island. “Dritta di fronte a noi”, dice Captain Stelby. La cosa che inquieta di più è che questa è la parte concava dell’arcipelago. La piattaforma maledetta è esplosa dall’altra parte: 30 miglia più a sud. Ma allora com’è che l’olio ha già aggirato l’ostacolo?

  E come faranno quei pochi chilometri di “booms” – le fortificazioni galleggianti – a fermare l’orrore? La risposta è già scritta nel paesaggio incredibile che si affaccia da queste spiagge da paradiso. “Vuole sapere che cos’è quella torre là in fondo? Una piattaforma…”. Pieno di piattaforme, qui intorno: le vedi a occhio nudo. In fondo questa è una storia già scritta. “La marea nera arriverà: solo questione di tempo”.

   La prima volta che suo papà lo portò su quelle isole, Mark aveva 11 anni. A quindici anni ha cominciato a fare la traversata in solitario. Da 35 anni lo fa di mestiere. Sulla rotta del ritorno ecco finalmente l’unico delfino di tutta la traversata: va verso le Chandeleur. Il capitano ha ancora voglia di scherzare: “Ha preso la direzione sbagliata”. E’ in ottima compagnia: navighiamo tutti verso il disastro. (Angelo Aquaro)

……………

 

come contenere la chiazza (da "il Gazzettino.it")

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One thought on “Il PETROLIO in mare al largo della LOUISIANA divarica gli schieramenti mondiali: verso le energie rinnovabili o verso il nucleare?

  1. alberto de angelis giovedì 13 maggio 2010 / 13:24

    Si , possiamo affidarci alle energie alternative, ovviamente soltanto attraverso accordi economici tra stati.
    investire sulla ricerca e andare in produzione su scala mondiale di macchine capaci di prelevare energia pulita ci consentirà di gestire il pianete.
    E’ soltanto una questione di accordi tra persone che praticano la vera polica a favore delle persone e del pianeta. Il resto .. hanno fatto il loro tempo ed è arrivato il momento di cambiare. Grazie

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