FEDERALISMO DEMANIALE – primo passo nel processo di riforma territoriale (ma servirebbero CITTA’ al posto dei Comuni, le AREE METROPOLITANE al posto delle Provincie, le MACROREGIONI al posto delle Regioni)

il litorale di Iesolo

La settimana che va dal 17 al 21 maggio è decisiva per l’attuazione della prima concreta fase del federalismo (approvato con legge delega del Parlamento il 21 maggio del 2009, la n. 42): quello Demaniale. Si tratta di un’operazione colossale di devoluzione periferica di beni statali: spiagge, porti, rade, fiumi, laghi, aeroporti regionali, miniere, aree e fabbricati non utilizzati per esigenze governative. Passeranno i beni con relativi benefici e oneri, e spesso con incertezze sulla loro esatta configurazione. Però, va detto, sicuramente sarà (il decreto attuativo sul federalismo demaniale) il meno importante (a nostro avviso) dei decreti attuativi che seguiranno (rispetto ad esempio al federalismo fiscale e a quello che stabilirà i “costi standard” uguali per tutte le regioni, in particolare sui servizi scolastici e sanitari). E sarà il più semplice da attuare.

Anche se (nella devoluzione del Demanio dallo Stato agli Enti locali) nascono delle perplessità. La possibilità di dare in gestione beni finora statali (spesso abbandonati), ad eccezione di quei beni di rilevante valore artistico e istituzionale, ebbene questa devoluzione preoccupa per il fatto che l’assegnazione andrà alle Regioni (il demanio idrico e marittimo: cioè spiagge e laghi che bagnano più province), alle Provincie (laghi chiusi e miniere che stanno in un’unica provincia), e poi, più in generale alle cosiddette “autonomie locali” (Comuni, città metropolitane, Provincie e Regioni) i beni del Demanio militare dismesso (le caserme), le aree e i fabbricati statali e le miniere. Quel che preoccupa è pertanto la frammentazione di patrimoni che rischiano di andare nelle mani di 8.101 comuni, 107 provincie, 15 aree metropolitane (10 previste dal Parlamento e 5 dalle Regioni a Statuto speciale) e 20 regioni.

immagine del Lago di Garda

E’ pur vero che in queste ore si stanno immettendo, nel decreto attuativo che il Governo dovrebbe approvare mercoledì, norme di salvaguardia, di garanzia e tutela: le spiagge, ad esempio, saranno sì “regionali” (come Demanio idrico marittimo) e potranno vedere una gestione diretta dei Comuni dove esse sono (come ha preannunciato farà il Veneto), ma per ogni eventuale vendita e operazioni di sdemanializzazione rimarranno di competenza statale (siamo poi fiduciosi che sarà cura dell’Ente Regione “comportarsi meglio” nei confronti dei litorali marittimi, rispetto agli ultimi trent’anni di incredibile saccheggio edilizio speculativo: ora tutti sentono che, se proprio “business” si vuol fare, la tutela e la qualità di luoghi del turismo è prioritaria).

Quel che non convince, a nostro avviso, resta la frammentazione, la spezzettatura istituzionale. Troppe regioni, troppi comuni, le provincie poi… Una politica virtuosa, ad esempio, di sviluppo dei beni demaniali al sud Italia (ricchissima, a livello planetario, di posti di rilevanza turistica…) meglio sarebbe tutelata da una Macroregione “Sud”, anziché da singole regioni che vengono a perpetrare folli burocrazie locali e spesso palesi collusioni con la criminalità. Ma anche al Centro e al Nord Italia si può rilevare un effettivo fallimento dell’esperienza delle “Regioni” (ne parla qui, nell’ultimo articolo che vi proponiamo e vi invitiamo a non perdere, Giorgio Ruffolo). Burocrazie che si sommano a burocrazie. Non parliamo qui delle Provincie e dei Comuni, che sono troppi e costano cos’ tanto in spese correnti a danno dei servizi ai cittadini che dovrebbero amministrare.

L’ipotesi di creazione di MACROREGIONI (il Nord, il Centro, il Sud con le due isole) e di un potere centrale (presidenziale) forte, di garanzia dell’unità del paese, risponderebbe anche al progetto geografico, geopolitico europeo, di creazione degli “Stati Uniti d’Europa” e di sviluppo economico virtuoso di determinate aree geografiche in difficoltà (come quella mediterranea).

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IL VENETO SI RIPRENDE LE SPIAGGE

di Filippo Tosatto, da “il Mattino di Padova” del 15/4/2010

– Zaia: “trasferirò la proprietà dei litorali ai Comuni” –

VENEZIA. Lido, Cavallino, Rosolina, Jesolo, Caorle, Bibionecento chilometri di spiagge che assicurano al Veneto il primato dei flussi turistici in Italia. Un patrimonio dello Stato che, a breve, potrebbe cambiare casacca: «Le restituiremo ai legittimi proprietari, cioè ai rispettivi Comuni», annuncia il governatore Zaia.  Come sarà possibile? «Attraverso l’attuazione del decreto sul federalismo demaniale, già pronto», anticipa il presidente dalle colonne della «Padania». Non solo località di mare in ballo: «Penso anche, tra gli altri, all’Arsenale e alla Punta della Dogana che vogliamo restituire al municipio di Venezia».

COSA C’E IN BALLO. Non si tratta di bazzecole. Il valore delle proprietà (immobiliare e commerciale) spalanca opportunità ghiotte agli enti locali: «Sì, ma aldilà dell’aspetto economico, ciò che ci sta più a cuore è la potestà pianificatoria, cioè la possibilità di rivisitare complessivamente l’urbanistica del territorio», commenta il sindaco di Jesolo Francesco Calzavara. Il litorale della sua città misura ben sedici chilometri, secondo in Italia per estensione dopo Rimini: «La svolta federalista ci consentirà di pianificare nuove modalità di flussi e di servizi, una tappa istituzionale che favorirebbe anche le attività economiche legate al turismo». Ma il “capitolo balneare”, pur figurando in cima all’agenda dei “cento giorni” della giunta, rappresenta un tassello nel mosaico di una riforma più ambiziosa.

IL NODO DELLE RISORSE. «Se meta el cor in paxe/quei che ga paura de un rabalton/Col voto del Popolo veneto/xe scomisiada na nova stajon». Parole e musica tratte dal messaggio di Zaia agli elettori all’indomani del voto plebiscitario. La Lega della “rivoluzione federalista” ha fatto un punto d’onore, pena il fallimento epocale. Ma la grande trasformazione promessa – capace di invertire il secolare rapporto gerarchico tra Regione e Stato – non esige soltanto volontà e idee, né si accontenta di un Governo amico. Richiede una robusta dotazione finanziaria, al momento assente. «Non abbiamo risorse», ha lamentato il neo governatore nei lunghi mesi di campagna elettorale «del centinaio di miliardi in bilancio regionale, il 90% è vincolato alla spesa sanitaria. Restano le briciole».  

CONFRONTO CON ROMA. E allora? «Occorre rivedere il flusso dei trasferimenti dal Veneto allo Stato, trattenere una percentuale significativa della ricchezza che produciamo, altrimenti l’autogoverno resterà una parola vuota e in casa nostra i padroni continueranno ad essere gli altri». L’obiettivo è convincere lo Stato (gravato da un enorme debito pubblico che richiede flussi incessanti di entrate) a rinunciare a una fetta della torta: Zaia incaricherà tre “saggi” di studiare un approccio che eviti strappi e lungaggini. Un’ipotesi è quella di aprire un tavolo alla Conferenza Stato-Regioni: «Un errore che si tradurrebbe in una perdita di tempo», avverte il costituzionalista Mario Bertolissi «perché la Conferenza è un organo collaborativo tra centro e periferia dove ogni Regione cerca di strappare le condizioni più vantaggiose. E’ un luogo di confronto non di cambiamento delle regole. Cercare di modificare gli assetti in quella sede equivale a tentare di cambiare una gomma con l’auto in corsa».  La strada maestra, allora? «Lavorare seriamente all’attuazione della legge-delega sul federalismo fiscale, agendo con equilibrio e rigore. Le contrapposizioni vanno evitate – e così l’assalto alla diligenza che scatenerebbe lotte a non finire tra Nord e Sud – privilegiando il metodo della persuasione. Io sono convinto che la nostra Regione abbia le carte in regola per diventare il motore del cambiamento». Prima il Veneto? «Il Veneto per l’Italia, direi». – Filippo Tosatto

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FEDERALISMO

SPIAGGE, LAGHI, CASERME E TERRENI: CONTO ALLA ROVESCIA PER LA CESSIONE

– Primo sì al passaggio dallo Stato alle autonomie locali. Il parere della commissione parlamentare. Alle Regioni il demanio idrico e marittimo. Previsti i fondi immobiliari, il ricavato andrà a ridurre il debito o agli investimenti –

di Alberto D’Argenio, da “la Repubblica” del 14/5/2010

Fiumi e laghi che attraversano più regioni, come il Po e il Garda, rimarranno in capo allo Stato. Così come il Quirinale, le sedi di Camera e Senato e quelle degli altri organi di “rilevanza costituzionale”. Spiagge e caserme dismesse passeranno invece agli enti locali.

Mentre in commissione bicamerale compare la bozza di parere sul federalismo demaniale – che prevede un via libera condizionato al progetto leghista – è braccio di ferro tra Carroccio e opposizione sul calendario. La Lega è decisa a portare la creatura del ministro alla Semplificazione Roberto Calderoli al prossimo Consiglio dei ministri utile, probabilmente quello della prossima settimana, mentre Pd, Idv e Api hanno chiesto qualche giorno in più per risolvere i nodi ancora aperti, costi dell’operazione demaniale in testa.
La bozza sul primo tassello del federalismo fiscale è stata discussa ieri dalla bicamerale. A sorpresa presente il leader leghista Umberto Bossi, arrivato a dar manforte a Calderoli. La proposta di parere messa a punto da Marco Causi (Pd) e Massimo Corsaro (Pdl) pone alcuni paletti in grado di dare qualche nuova indicazione sulla faccia che assumerà l’Italia federalista. Per quanto riguarda il demanio idrico, i relatori hanno suggerito di escludere i beni “di ambito sovra-regionale”, come appunto il Po e il Lago di Garda, da quelli trasferibili. Gli specchi d’acqua “chiusi e privi di emissari di superficie”, come il Lago di Bracciano, andrebbero invece alle province. Per il resto i beni del demanio idrico e marittimo, come le spiagge, saranno trasferiti alle regioni, anche se una quota dei proventi derivanti dalle concessioni andrà alle province.

Secondo il parere, entro un anno andranno quindi individuati i beni del ministero della Difesa, le caserme dismesse, da trasferire agli enti locali. Sono previste anche sanzioni per gli enti che non rispetteranno gli obiettivi per cui hanno richiesto l’assegnazione di un bene. Ad ogni modo le spese per la gestione non peseranno ai fini del Patto di stabilità interno per un importo pari a quanto lo Stato già spendeva per la gestione dello stesso bene.

Se un ente venderà il bene ricevuto dovrà usare l’85% dell’incasso per abbattere il suo debito (in caso di attivo dovrà reinvestire) mentre il 15% andrà al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. La bozza della bicamerale suggerisce poi che ogni 2 anni vengano attribuiti agli enti locali i nuovi beni “eventualmente resisi disponibili”.
Dopo la discussione del testo la Lega ha fatto sapere di voler portare il federalismo demaniale al più presto al Consiglio dei ministri. Un modo per centrare l’obiettivo della sua approvazione entro un anno dall’entrata in vigore della delega, e cioè il prossimo 21 maggio. L’opposizione ha invece chiesto più tempo per affinare il testo. Bossi ha smentito qualsiasi tipo di problema sulla questione dei costi (“col federalismo lo Stato ci guadagna”) o con Tremonti (“con lui è tutto a posto”) ma ha sottolineato: “Vedo che la sinistra vuole allungare un po’ i tempi”. Anche per questo il Senatur si è fatto vedere nel pomeriggio alla bicamerale insieme a Calderoli, che da mesi è al lavoro sul decreto demaniale, il primo tassello della realizzazione pratica del progetto federalista approvato un anno fa.
E sul calendario ha vinto il centrodestra, approvando a maggioranza (contrario il Pd) la proposta che fissa il voto sul parere per mercoledì prossimo. Il democratico Francesco Boccia ha avvertito che la fretta potrebbe essere letale. L’Udc deciderà nei prossimi giorni il proprio orientamento: “Ci siamo riservati di riesaminare il testo che ha accolto alcune nostre spiegazioni”, ha spiegato il centrista D’Alia. Critica l’Api, che con Linda Lanzillotta ha sottolineato il rischio di un “supermercato del patrimonio”, mentre l’Idv ha chiesto i costi del provvedimento contro il quale ieri i Verdi hanno organizzato un sit-in di denuncia di fronte a Montecitorio.

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FEDERALISMO, SPIAGGE E STRADE NON SARANNO IN VENDITA

da “IL TEMPO” del 15/5/2010

– Si continua a lavorare sul testo che prevede il trasferimento di beni demaniali alle Regioni Federalismo, spiagge e strade non saranno in vendita –

Spiagge e strade «salve» dal rischio vendita; possibilità di mandare un commissario nel caso un ente «maltratti» un bene che gli è stato trasferito e un articolo ad hoc per l`«utilizzo ottimale» del bene da parte delle autonomie. Il governo lavora alla nuova versione del decreto attuativo sul federalismo demaniale che dovrà recepire le indicazioni venute da tutti i gruppi parlamentari e inserite nel parere della commissione bicamerale per l`attuazione del federalismo fiscale che lo voterà mercoledì prossimo.

Ed entrano una serie di «norme di salvaguardia» e specificazioni, nate da indicazioni delle opposizioni e delle commissioni di Camera e Senato che lo hanno vagliato. Tra le novità dell`ultima versione del testo, allora, una norma che specifica che il demanio idrico-marittimo, che pure passerà alle Regioni, resti di fatto non vendibile perché, anche se diventa «demanio regionale», sarà sempre lo Stato a decidere su una eventuale «sdemanializzazione» (ovvero un passaggio da bene del demanio a bene del patrimonio e dunque anche vendibile).

«Vincoli» in arrivo anche per quanto riguarda le strade di interesse statale. Il decreto sul demanio nella versione uscita dal Consiglio dei ministri prevedeva l`esclusione dai beni trasferibili alle autonomie (e dunque di seguito vendibili o sui quali in teoria potrebbero essere applicati «balzelli») nel nuovo testo si parla anche delle «reti di interesse statale, ivi comprese quelle energetiche».

Novità in arrivo, poi, anche per «costringere» gli enti locali ai propri doveri. Nel momento in cui richiedono un bene, dovranno accompagnare la domanda a una relazione indicando «finalità e modalità prevalenti di utilizzazione». Obiettivi che se non verranno rispettati, tra l`altro in tempi certi, potranno comportare il commissariamento da parte del governo. Nel decreto entrerebbe, anche se semplicemente come osservazione, la possibilità che il governo, in chiave di «federalizzazione» del patrimonio idrico, valuti con una legge ad hoc l`ipotesi di fissare dei tetti minimi e massimi per le concessioni idroelettriche.

Il testo potrebbe in ogni caso subire ulteriori limature. A quanto si apprende, infatti, la Lega starebbe valutando se esistano i margini tecnici per andare incontro alla richiesta del Pd di inserire tra i beni trasferibili anche i beni non utilizzati dal ministero della Difesa (il compito di valorizzare i quali è in capo a Difesa Spa). Se ci fosse disponibilità su questo punto il Pd potrebbe anche arrivare a votare il decreto. Un testo che, ripete il partito di Bersani, è stato in ogni caso già ampiamente riscritto con il contributo dell`opposizione. Certo, sottolinea il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, sarebbe stato necessario più tempo per l`esame parlamentare del provvedimento. Richiesta che avanza anche la finiana Flavia Perina.

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IL COMPIMENTO FEDERALISTA
di Oscar Giannino, da “Il Messaggero” del 6/5/2010

Non sono state di circostanza, le parole del Capo dello Stato hanno dato inizio alle celebrazioni del 150° dell`unità d`Italia. (….) E’ il valore dell`unità, quello sul quale occorre tornare, E per non apparire retorici, occorre farlo guardando all`Italia di oggi, al suo dibattito politico, alla sua economia, e al contesto internazionale in rapida mutazione col quale dobbiamo misurarci. Il federalismo fiscale e istituzionale rappresenta l`appuntamento promesso e ormai obbligato (…).

Ma proprio in questi mesi decisivi, quelli dedicati all`approvazione dei 17 decreti di attuazione della legge delega sul federalismo, serve più che mai richiamare alcuni princìpi di fondo. Princìpi che levano fondamento a ogni riproposizione della polemica per la quale il federalismo sarebbe nemico e attentatore dell`unità, o addirittura premessa se non strumento della secessione. Al contrario, il federalismo può e deve diventare occasione e compimento di una nuova fase dell`unità italiana. Senza cadere nell`enfasi, la terza unità italiana: dopo quella dell`unificazione dei codici e del diritto amministrativo, disposta nel 1865 dalla destra storica, e dopo quella della Costituzione repubblicana del 1948.

i disequilibri finanziari tra regioni (da "Avvenire" del 13/5/2010)

Al di là delle diverse opinioni storiografiche e politiche sul processo che condusse all`unità, e sulle responsabilità del grave insuccesso nel colmare i persistenti divari tra diverse aree d`Italia, il federalismo non può che vivere nell`unità del Paese. Per almeno quattro buone ragioni, che hanno a che vedere con i nostri conti.

La prima si identifica con il nostro debito pubblico, pari al 115,8% del Pil in via di aumento al 118% a fine di quest`anno. Lo scatenarsi della tempesta sulla Grecia, come dimostrano le reazioni dei mercati da due giorni a questa parte, è purtroppo solo l`inizio di una fase di tensione sui maggiori debiti pubblici di tutti i Paesi avanzati, in via di considerevole aumento per fronteggiare la crisi dell`economia reale che ci ha colpito due anni fa. In questa fase di forte instabilità, chiunque pensasse a decisioni straordinarie che rompessero l`unicità della garanzia della Repubblica sull`intero ammontare dei titoli di debito pubblico italiano nelle mani dei mercati mondiali, candiderebbe Nord e Sud a una immediata espulsione dal novero delle nazioni degne di credito. E così impensabile, che mette appena conto dirlo. Ma comunque è il caso di ricordarlo.

Vi sono poi almeno tre altre buone ragioni, che hanno tutte invece a che fare con l`attuazione stessa del federalismo fiscale. I decreti attuativi della riforma avranno tre pilastri. Il principio di responsabilità territoriale. Quello di solidarietà. E quello di equità.

Il primo indica che le Regioni efficienti devono poter usare i propri risparmi di spesa per abbassare le tasse ai propri cittadini, e quelle inefficienti invece accrescerle per coprire i propri extra costi. Il secondo postula che, in presenza dei gravi squilibri di reddito procapite presenti in Italia, la spesa pubblica non può essere ancorata al solo reddito del territorio ma, per i servizi essenziali, va proporzionata anche alla popolazione, perché per tali servizi la spesa pubblica procapite deve essere omogenea in tutte le Regioni. Il terzo deve puntare a ottenere un analogo o non troppo dissimile tasso di evasione fiscale in tutte le aree del Paese, a differenza di quel che capita oggi in cui i divari sono nell`ordine anche del 300% (per esempio nell`Iva, ancor più che per l`Irpef) con diverse province del Mezzogiorno più dedite all`economia sommersa che emersa.

Questi tre princìpi postulano, una volta stabiliti i costi standard per servizio pubblico, un periodo di transizione per il loro pieno ottenimento, per il quale servirà un fondo di perequazione volto a realizzare la convergenza. E la convergenza, nell`Europa e nel mondo attuale colpite da una crisi che non è solo dei conti pubblici.

Significa che un territorio è da considerarsi davvero autosufficiente solo quando la sua spesa pubblica discrezionale è parametrata non ai trasferimenti dal centro, ma alla capacità di reddito prodotto dal settore dell`economia produttiva esposto alla concorrenza. Solo così, dopo un periodo di tempo che alla luce dei gap italiani attuali sarà nell`ordine di un decennio e oltre – la Germania dopo 20 anni dall`unità ha colmato i due terzi dei divari tra Est e Ovest, ed è uno straordinario successo il federalismo fiscale potrà realizzare quella convergenza che renderà superfluo il principio di solidarietà e un ingente fondo di perequazione.

E, a quel punto. il federalismo potrebbe dire di essere riuscito laddove, in Italia, non riuscì né Crispi né Giolitti, né la Prima Repubblica, tranne che negli anni dal 1948 al 1960, quando il reddito degli italiani crebbe in meno di 15 anni del 5 50%, la maggior crescita concentrata rispetto all`850% che rappresenta l`aumento dall`unità d`Italia a oggi.

I numeri che mancano al federalismo, e che verranno stabiliti nei prossimi mesi, devono avere questo traguardo come obiettivo, non quello di alimentare divisioni che sono oggi, semplicemente, impraticabili perché porterebbero dritte al fallimento di tutti. La terza unità d`Italia sarà quella dei territori convergenti, uniti nella ripresa della crescita senza di cui non si sostiene il debito e non si pagano i conti per le generazioni future. Ne sarebbero felici, i tanti lombardi che indossavano la camicia rossa al seguito di Giuseppe Garibaldi. (Oscar Giannino)

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IL FEDERALISMO? UN LAVORO SU COMMISSIONE

di Guido Gentili, da “il Sole 24ore” del 27/4/2010

Ma questi decreti attuativi “vanno fatti ad ogni costo”? Perché non istituire nel Pdl una commissione di studio di cui facciano parte i governatori del Nord e del Centro-Sud?
Nella sua strategia dei distinguo politici, uno dei terreni-chiave su cui mettere sotto pressione il governo Berlusconi e la Lega Nord è il federalismo, quello fiscale innanzitutto. Il presidente della Camera Gianfranco Fini non ne è un sostenitore entusiasta. Tutt’altro. Vorrebbe vederci più chiaro, evitando di correre troppo verso l’approvazione dei decreti attuativi del federalismo fiscale (previsti dalla legge delega approvata nel 2009 a larghissima maggioranza dal Parlamento e con il concorso attivo del Pd). Inevitabile, allora, porsi la domanda: ma davvero si sta approvando a scatola chiusa, senza garanzie di confronto (in primo luogo sul rapporto Nord-Sud) il progetto federalista, cioè la “madre di tutte le riforme”, come dice il ministro Giulio Tremonti?
A leggere la road map del federalismo fiscale, francamente, non sembra. A cominciare dagli organismi che se ne devono occupare. C’è la commissione parlamentare per l’Attuazione del federalismo (15 senatori e 15 deputati nominati dai presidenti di Senato e Camera) presieduta dall’onorevole Enrico La Loggia, siciliano doc. La commissione verifica l’attuazione del progetto e riferisce alle camere; formula osservazioni, fornisce al governo elementi utili per i decreti attuativi della riforma ed esprime i relativi pareri. C’è poi la commissione tecnica paritetica per l’Attuazione del federalismo fiscale, presieduta dal professor Luca Antonini, istituita presso il ministero dell’Economia pur operando nell’ambito della Conferenza unificata: 30 componenti di cui 15 rappresentanti tecnici dello stato e 15 rappresentanti degli enti territoriali. Alle riunioni partecipano un rappresentante tecnico della Camera e uno del Senato, nominati dai rispettivi presidenti. Tra l’altro, questa commissione opera quale sede di condivisione delle basi informative finanziarie, economiche e tributarie che provengono dalla pubblica amministrazione centrale e periferica.
C’è il comitato dei rappresentanti delle autonomie territoriali (12 membri) che svolge funzioni di raccordo con gli enti territoriali e si raccorda a sua volta con la commissione La Loggia. C’è la commissione parlamentare di Vigilanza sull’anagrafe tributaria (11 componenti nominati dai presidenti delle due camere) che svolge indagini conoscitive sulla gestione dei servizi di accertamento e riscossione dei tributi locali. C’è, infine, la conferenza permanente per il Coordinamento della finanza pubblica istituita nell’ambito della conferenza unificata stato-regioni, che deve verificare periodicamente la realizzazione del percorso di convergenza dei costi, dei fabbisogni standard dei vari livelli istituzionali e degli obiettivi di servizio.
Articolata anche la procedura di adozione dei decreti attuativi, che qui è impossibile riassumere. Immaginiamo una sorta di corsa a ostacoli (o “gioco dell’oca”) con almeno due passaggi fondamentali in sede di conferenza unificata e per il parere della commissione bicamerale e delle singole commissioni competenti.
Vedremo come finirà la proposta di Fini (definita «ottima» da Berlusconi). Ma certo non correvamo il rischio di approvare il federalismo fiscale ad occhi chiusi. (Guido Gentili)

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LA LEGA “LASCIA” IL PO ALLO STATO

di Eugenio Bruno, da “il Sole 24ore” del 13/5/2010

Pur di portare a casa in tempo il primo decreto attuativo del federalismo, la Lega è disposta a sacrificare il suo simbolo più caro dopo Alberto da Giussano: il Po. Durante la riunione fiume di ieri tra il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli, i tecnici, il presidente della commissione bicamerale Enrico La Loggia e i due relatori Massimo Corsaro (Pdl) e Marco Causi (Pd), è stato infatti deciso che dal trasferimento dei beni demaniali alle regioni sarà tenuto fuori il demanio idrico interregionale. Di cui fa parte il fiume tanto caro al Carroccio che ogni anno vi celebra il rito dell’ampolla.
In cambio l’opposizione, in primis quella democratica, non chiederà la proroga di 20 giorni prevista dalla legge delega per i casi più complessi e proposta dal Pd come unica alternativa allo stralcio delle questioni più spinose. Se accolto, lo slittamento avrebbe fatto superare la data fissata per l’emanazione del primo decreto attuativo (il 21 maggio). Con conseguenze non tanto tecniche, dal momento che la concessione della proroga avrebbe fatto slittare di 20 giorni anche la deadline per l’adozione del provvedimento, quanto politiche. E, in un periodo in cui all’interno del Pdl le voci contro la riforma non mancano, il superamento dei termini sarebbe stato letto come una sconfitta leghista.
Il pericolo, visto con gli occhi dei lumbard, sembra per ora scampato. Come confermato dal presidente pidiellino La Loggia, oggi i relatori presenteranno la bozza di parere, che dovrebbe essere unico salvo eventuali distinguo su singoli aspetti; dopodiché si aprirà la discussione che dovrebbe concludersi al massimo martedì 18 con un parere sul testo favorevole e bipartisan, sebbene vincolato al recepimento di alcune osservazioni. Ripetendo così lo stesso canovaccio seguito ai tempi dell’approvazione della legge delega e fatto di una lavoro gomito a gomito tra maggioranza e minoranza.
A rafforzare i convincimenti dell’opposizione hanno contribuito le ulteriori rassicurazioni fornite ieri dal ministro Calderoli. Ad esempio che il demanio idrico e marittimo – fatta eccezione per quello interregionale di cui sopra che resterà allo stato – dovrebbe passare alle regioni mentre le province avranno una quota sui proventi di gestione del primo. Oppure che le strade demaniali saranno escluse dal procedimento di devoluzione. Al tempo stesso, il titolare della Semplificazione avrebbe garantito che l’eventuale sdemanializzazione dovrà sempre essere decisa dallo stato a prescindere dal livello di governo che si aggiudicherà il cespite.

Modifiche che si sommano a quelle già giunte nei giorni precedenti. A cominciare dallo snellimento della disciplina sui fondi immobiliari: scompare la delega a uno o più regolamenti di delegificazione per la loro riforma complessiva mentre appare la clausola che un immobile potrà essere conferito solo a un fondo chiuso, a prevalente quota pubblica e sottoposto al controllo della Consob. Contemporaneamente dovrebbe vedere la luce la specificazione che i proventi delle alienazioni saranno vincolati alla riduzione del debito pubblico, in una misura che potrebbe essere dell’85% per quello locale e del restante 15% di quello statale. Due novità che vanno incontro ai rilievi provenienti dalle altre commissioni parlamentari che hanno dato parere favorevole al federalismo demaniale. Tra cui Finanze e Affari costituzionali di Montecitorio. (Eugenio Bruno)

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IN VENETO PROVE DI FEDERALISMO

Promemoria per il presidente Zaia

di Gilberto Muraro, da “il Mattino di Padova” del 5 maggio 2010

Promemoria per il presidente Zaia. Il federalismo fiscale va preparato e magari anticipato, soprattutto sorvegliando che non diventi un doppio costo. Quattro suggerimenti, in particolare.

SCUOLA VENETA. In base all’articolo 116 della Costituzione, voluto dal centrosinistra e allora osteggiato dalla Lega, il Veneto deve chiedere di gestire l’istruzione. Abbiamo tanti problemi nella scuola, ma i risultati veneti sono comunque migliori della media nazionale. Bisogna però che l’autonomia sia impiegata per prendere dal Paese e dal mondo gli insegnanti migliori, non per creare steccati nel reclutamento che sarebbero deleteri per la qualità didattica oltre che offensivi e pericolosi per l’unità nazionale.

PATTO DI STABILTA’ INTERNO. Oggi il patto impone vincoli per i singoli Comuni e le singole Province, bloccando investimenti anche in presenza di risorse. Seguendo il buon esempio della Toscana e del Piemonte, conviene fare un calcolo delle possibilità di investimento implicite nei patti locali e individuare il corrispondente vincolo a livello regionale. Si potranno così concordare in tale ambito compensazioni e priorità fra gli enti locali veneti: a parità di saldo complessivo, e quindi rispettando la lettera e la sostanza del patto con lo Stato, si potrebbe fare di più e meglio.

PEREQUAZIONE TRA GLI ENTI LOCALI. La legge delega sul federalismo prevede che lo Stato dia a ciascuna Regione un fondo per i Comuni e uno per le Province, in cui siano esattamente definiti i trasferimenti per i singoli enti. Concede però che Regione ed enti locali si mettano d’accordo su una diversa ripartizione dei due fondi. E’ un’importante occasione di autonomia, dato che le possibilità ed esigenze locali sono valutabili meglio in casa che non a Roma. Ma una volta definita la ripartizione fra singoli enti da parte dello Stato, e quindi entro maggio 2011 in base alla tabella di marcia, sarà di fatto impossibile cambiare. Nessun sindaco può infatti accettare di portare a casa, per via di un accordo regionale, meno di quello che lo Stato gli riconosce. L’accordo regionale va quindi fatto prima, a carte ancora coperte. E quindi, avviare subito studi e ipotesi di ripartizione, in modo da anticipare la decisione dello Stato.

FEDERALISMO DEMANIALE. Il decreto legislativo sarà pronto in versione definitiva tra giorni, comunque entro il 21 maggio. Si tratta di un’operazione colossale di devoluzione periferica di beni statali: spiagge, porti, rade, fiumi, laghi, aeroporti regionali, miniere, aree e fabbricati non utilizzati per esigenze governative. Passeranno i beni con relativi benefici e oneri, e spesso con incertezze sulla loro esatta configurazione. E’ politicamente vietato rinunciare per paura di quello che potremmo scoprire dopo, ma è anche da irresponsabili prendere tutto a occhi chiusi (il precedente nazionale dei beni ex Anas insegna). La soluzione è duplice: da un lato, chiedere più tempo rispetto ai 180 giorni previsti per il trasferimento, pretendendo che il trasferimento sia efficace per i singoli beni con il verbale di consegna e non con il semplice elenco contenuto nel decreto generale; dall’altro lato, impegnarsi a livello regionale in uno sforzo eccezionale per individuare e sanare le incertezze in tempi brevi.

SORVEGLIANZA SUL DOPPIO COSTO. In ciascuna delle quattro linee di azione menzionate ci sono più costi per la periferia, che deve far fronte a competenze nuove. Se non si ridurrà l’apparato centrale, il federalismo comporterà un aumento e non una diminuzione di costo, a dispetto di tutte le potenzialità di maggiore efficienza ed efficacia che ci inducono a invocarlo. La vicenda dell’importante decentramento attuato a fine anni Novanta con le leggi Bassanini ci ammonisce che il pericolo è grave e probabile. Un presidente regionale che appartiene alla coalizione di governo ha più possibilità di evitarlo e quindi più colpa nell’accettarlo.
Buon lavoro, presidente. (Gilberto Muraro)

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FEDERALISMO E SEPARATISMO

di Giorgio Ruffolo, da “la Repubblica” del 12/5/2010

Rifare l´Italia era il titolo di un celebre discorso pronunciato alla Camera da Filippo Turati il 26 giugno del 1926. Le circostanze sono radicalmente altre. Ma forse quel titolo ha riacquistato tutta la sua attualità. Per quel che sta succedendo l´unificazione italiana rischia di essere celebrata, tra qualche anno, non nel segno di una conferma ma sotto l´incubo di una minaccia. Mai come di questi tempi le sorti delle due parti di cui si compone il paese sono sembrate più lontane. Mai esso è sembrato così pericolosamente lungo.

E così insidiato dal rischio di una decomposizione territoriale: una condizione nella quale il Nord somigli, come diceva un grande storico italiano, Adolfo Omodeo, a un Belgio grasso, e il Sud a una colonia mafiosa. Non soltanto appare incerto il futuro del Paese, tanto che il presidente Napolitano ha dovuto ricordare quale sciagura, quale “salto nel vuoto” sarebbe una secessione. Ma è anche sottoposto a revisione il passato della nazione.

«Si vedono emergere giudizi sommari e pregiudizi volgari – ha detto il capo dello Stato in un recente discorso – su quel che fu nell´800 il formarsi dell´Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861. Bisogna reagire all´eco che suscitano, in sfere lontane da quella degli studi più seri, i rumorosi detrattori dell´Unità d´Italia».
In questo clima, il richiamo al federalismo, così insistito da parte dell´attuale maggioranza, rischia di tradursi nella rivendicazione di un separatismo regionale, ove sia limitato all´aspetto dell´autonomia fiscale. Ciò che prevale in questo federalismo separatista è la denuncia del peso che il Nord subisce per trasferimenti di risorse al Sud, ingenti e malamente gestite: il cosiddetto “sacco del Nord”. Ora, che quei trasferimenti siano molto malamente gestiti, è fuor di dubbio. Che ciò, però, giustifichi una loro drastica riduzione sarebbe un gravissimo errore storico: sarebbe l´abbandono della questione meridionale come aspetto cruciale dell´unità del paese, in nome di un nordismo provinciale, miope sia rispetto al venir meno di un impulso che giova a tutto il paese, sia rispetto alla minaccia che grava su tutto il paese, di diventare un “Mezzogiorno d´Europa”, centro nevralgico della grande rete della criminalità mondiale.
Il federalismo non può e non deve essere inteso come separatismo, ma, secondo l´originale ispirazione risorgimentale, quella dei Cattaneo dei Dorso dei Salvemini, come un patto storico tra il Nord e il Sud, che saldi finalmente l´Italia in una autentica unità nazionale. In questo senso va intesa la proposta di una grande riforma federalista unitaria, basata su due fondamentali innovazioni: l´istituzione delle macroregioni e il patto nazionale tra di esse. Più un terzo elemento essenziale.
La prima proposta muove dalla constatazione del fallimento dell´esperienza regionalistica risoltasi in una frammentazione di governi e di burocrazie locali, fortemente esposti alla dissipazione assistenzialistica e alla pressione corruttrice. Elevare il livello dei grandi costituenti federalisti: il Nord, comprensivo delle regioni settentrionali e centrali e il Sud, di quelle meridionali e insulari. Ciò ridurrebbe drasticamente il peso degli interessi locali e promuoverebbe la formazione di una classe politica non provinciale, capace di rappresentare istanze generaliste.
La seconda individua lo scopo storico del federalismo unitario: quello di realizzare finalmente l´unità della nazione sulla base di un patto di sviluppo comune e comunemente gestito, che non pregiudica l´autonomia fiscale, ma la finalizza a un interesse superiore. Strumento essenziale di questo patto, non una Banca erogatrice, ma un Fondo di programmazione di un piano di risanamento e di sviluppo. Risanamento, soprattutto delle aree urbane del Sud, la cui degradazione sociale costituisce il vero e principale ostacolo alla vittoria sulla criminalità mafiosa e allo sviluppo civile ed economico. Sviluppo, in chiave europea, delle potenzialità economiche rappresentate dall´area mediterranea.
In questo quadro – ecco il terzo essenziale aspetto – avrebbe senso, sia la posizione mediatrice di un “distretto” centrale, costituito da Roma e dalla sua proiezione laziale; sia una riforma presidenzialistica che assegnerebbe al capo dello Stato la responsabilità suprema di garantire, di fronte alle due grandi componenti della costruzione federalista, gli scopi e gli interessi superiori della nazione.
Sono ben consapevole dei rischi e della componente “utopistica” di una proposta così sommariamente riassunta. Ma anche del rischio di gran lunga più grave: quello della decomposizione territoriale dell´unità del paese che l´attuale deriva comporta. E quanto all´utopia, penso che il fatto più grave, e qui parlo soprattutto della sinistra, sia proprio la sua totale e deprimente assenza. (Giorgio Ruffolo)

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