THAILANDIA tra dittatura soft e sembianze di democrazia – BANGKOK, scene di morte e guerriglia urbana: “Ratchaprasong Intersection”, il trafficato centralissimo “quartiere-incrocio di strade” divenuto “città nella città”, avamposto dei ribelli oppositori di un governo imposto dal vecchio monarca Bhumibol

19-5-2010: l’esercito thailandese ha lanciato l’offensiva contro le “camice rosse”. Imbracciando i fucili d’assalto M-16 un centinaio di poliziotti si è fatto strada gridando ai manifestanti rifugiati nelle tende: «Uscite e arrendetevi altrimenti vi ammazziamo»

Perché Vi parliamo in questo blog della Thailandia? Certo per i fatti tragici che lì stanno accadendo. Ma anche perché è un caso geopolitico sì drammatico, ma purtroppo tutt’altro che unico. Cioè un paese (un grande e importante paese nell’area del sud-est asiatico) che non sa scegliere il suo destino presente e futuro; e che vive una dura guerra civile al suo interno.

   Un re anziano (83 anni) che perde il controllo (velatamente dispotico) che ha mantenuto per 60 anni, e che qualsiasi scelta faccia ora perde il controllo diretto del paese: infatti con una dittatura il potere va in mano all’esercito (ai generali), con la democrazia e il libero voto il potere torna a un leader spodestato nel settembre 2006 dall’esercito, Thaksin, e ai suoi adepti (che si riconoscono per le camicie rosse). In entrambi il vecchio apparato del re (anche qui il riconoscimento mediatico è dato da un colore, le camicie gialle) ne viene sconfitto. La vicenda della Thailandia la potete trovare narrata molto bene e nei dettagli già dai primi due articoli (di Francesco Sisci, de “la Stampa”), considerando inoltre l’episodio dell’attentato-assassinio di Khattiya Sawasdipol, il generale con più esperienza di guerra della Thailandia, leader delle camicie rosse, cioè dell’opposizione, colpito da un cecchino mentre rilasciava un’intervista a un giornalista americano.

   Tornando al tema della situazione della Thailandia, di una condizione autoritaria ma che vuole permearsi di velata democrazia, è da chiedersi: che fare allora?  Una condizione di “non scelta”, sicuramente dispotica e di democrazia apparente. Ma che non scioglie alcun nodo della possibilità di sviluppo e benessere per le persone di quel paese. E il punto è che sempre più nazioni (il vecchio nazionalismo sorto nell’800 persiste…) sono in questa condizione di falsa democrazia e di dispotismo più o meno mascherato (per tutte pensiamo alla Russia di Putin e Mevdev…).

   E, se fino a qualche tempo fa si discuteva se il modello di democrazia occidentale era esportabile in molti paesi di cultura e tradizioni assai diverse rispetto alla nostra, ora il problema sembra capovolgersi. Cioè non è la democrazia che si estende o meno in altri paesi. Sono forme dittatoriali che sembrano allargarsi. Ma non nei modi tradizionali, cruenti e visibili apparsi nel passato recente e remoto. Troviamo invece un “dispotismo leggero”, dove magari si svolgono più o meno regolari elezioni, ma dove anche spesso il risultato è sempre scontato, prevedibile. L’onda crudele di chi comanda, di chi controlla magari le risorse principali del paese (che possono essere le materie prime strategiche, ma anche il sistema finanziario, con punte di gestione del sistema mediatico) (la Russia resta un esempio riscontrabile).

   Ecco che in questi contesti di non democrazia e di dittatura nascosta ma reale, a volte scoppiano violenze contrapposte, tra chi non ci sta al sistema e i filo-governativi. Come in Thailandia. E gli avvenimenti di protesta accadono quasi sempre nella capitale, o almeno lì ci si accorge di quel che accade. Nel tessuto urbano più visibile, dove si decidono le scelte del Paese.

   Ratchaprasong Intersection è uno dei  più trafficati “quartieri-incrocio” nel cuore di Bangkok. Resistere lì è un modo anche per farsi sentire al mondo. Perché non resti sordo all’esigenza di giustizia di queste micro parti (che tanto “micro” non sono! La Thailandia conta 64 milioni di persone…) del pianeta, villaggio unico di noi tutti. E rispondere a tutte le sollecitazioni di giustizia e democrazia sarebbe (è) importante.

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INFERNO A BANGKOK. UCCISO UN FOTOREPORTER ITALIANO

Blitz dell’esercito, le camicie rosse annunciano la resa ma i manifestanti bruciano tv e Borsa. Paese nel caos

da “La Stampa.it” del 19/5/2010

L’esercito spara contro il tempio dei ribelli: almeno nove vittime. La minaccia del governo: “Pena di morte per chi causa disordini”

BANGKOK. Dopo due mesi di tensione la protesta le “camicie rosse” thailandesi si è conclusa oggi con un cruento blitz dell’esercito che all’alba è penetrato nell’accampamento al centro di Bangkok in un’operazione che ha portato all’uccisione di sei persone, tra cui un fotografo italiano, Fabio Polenghi.
   Ma la resa annunciata dai leader del movimento antigovernativo è stata seguita da pochi manifestanti, mentre gli altri si sono sparpagliati nella capitale appiccando il fuoco a decine di palazzi, tra cui la Borsa e il principale centro commerciale. «Atti di terrorismo», questi, che hanno spinto il governo a dichiarare il coprifuoco, prevedendo la pena di morte contro i responsabili. In tarda serata, con centinaia di manifestanti – tra cui diversi feriti, ma secondo una fonte medica anche nove morti – intrappolati in un tempio al centro dell’ex bivacco «rosso», sparatorie sporadiche tra militari e dimostranti sono ancora in corso, mentre vaste aree centrali della capitale sono al buio e senza elettricità.
   Le tv nazionali, censurate dalle autorità militari che gestiscono la risposta alla protesta, trasmettono solo le disposizioni del governo e diversi siti di informazione funzionano a singhiozzo. Alcuni fonti locali hanno anche denunciato l’oscuramento di Twitter e Facebook  L’esercito ha sfondato le barricate a sud dell’accampamento intorno alle 8 di mattina, con l’ausilio di mezzi blindati. Un esiguo ma agguerrito gruppo di manifestanti ha cercato di rallentarne l’avanzata, innescando alcune sparatorie. In una di queste, sul lato nord del parco Lumphini, è stato ucciso il milanese Polenghi, colpito all’addome mentre stava fotografando i dimostranti in fuga dai proiettili dei militari. L’avanzata dell’esercito si è poi fermata ai margini dell’accampamento, mentre alcune migliaia di “rossi” rimanevano intorno al palco eretto presso la Ratchaprasong Intersection.
   La pressione ha però convinto i leader dei sostenitori dell’ex premier Thaksin Shinawatra a consegnarsi alla polizia, invitando i loro seguaci a fare altrettanto. L’annuncio è stato fischiato da una parte dei dimostranti, e subito dopo sono iniziate le devastazioni. Il Central World, un enorme centro commerciale di fronte al palco di Ratchprasong, è stato saccheggiato e poi dato alle fiamme, che si sono sviluppate per ore senza l’intervento dei vigili del fuoco. In tarda serata l’incendio non era ancora stato domato e parte dell’edificio è crollata. Secondo l’esercito, nella zona si nascondono cecchini che impediscono il tentativo di spegnimento. Lo storico Siam Theatre, un cinema nella piazza di Siam Square, è stato distrutto dal rogo. Il fuoco è stato appiccato anche al palazzo della Borsa, qualche chilometro a est dell’accampamento. In tutto, 27 edifici sono stati dati alle fiamme.
   Fino alle 6 di domattina (l’una di notte in Italia) Bangkok è sotto coprifuoco, un provvedimento esteso ad altre 21 province del nord e del nord-est, roccaforti dei «rossi», dopo diverse segnalazioni di attacchi contro edifici pubblici nelle città della regione. Il primo ministro, Abhisit Vejjajiva, si è detto fiducioso che le operazioni militari «riporteranno la calma» nella notte. Esercito e polizia, ha annunciato la task-force militare che gestisce la risposta alla protesta, procederanno a «una repressione armata» contro chi si dà ad «atti di terrorismo», che prevedono – è stato specificato – la pena di morte come massima punizione. Le violenze, ha dichiarato il portavoce dell’esercito, hanno provocato sei morti e 59 feriti, tra i quali figurano tre reporter stranieri: un olandese, un canadese e un americano. Un medico ha però segnalato che all’interno del tempio di Wat Phatum, dove negli ultimi giorni avevano trovato rifugio in particolare donne e bambini, ci sono nove morti e sette feriti.
   Sparatorie tra militari e alcuni manifestanti asserragliati impediscono l’arrivo dei soccorsi: un giornalista australiano, che riesce a scrivere dall’interno del tempio, ha riferito di essere stato bersagliato mentre cercava, assieme ad un monaco, di aiutare un thailandese colpito al petto da una pallottola che l’ha trapassato da parte a parte. Quasi tutti i leader della protesta si sono arresi senza opporre resistenza, mentre un altro, l’ex cantante Arisman Pongruangrong, è stato arrestato successivamente. Le autorità giudiziarie si sono già mosse anche contro lo stesso Thaksin, che dal suo autoesilio continua a finanziare le «camicie rosse» ed evoca la possibilità che ora si trasformino da pacifici manifestanti in pericolosi «guerriglieri». Contro l’ex premier, insieme ad altre nove persone, la Corte criminale ha spiccato un mandato di cattura per terrorismo.

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19/5/2010 (17:6) – BAGNO DI SANGUE IN THAILANDIA – da “la Stampa.it

BANGKOK, UCCISO FOTOREPORTER ITALIANO

Scontri nella capitale thailandese: tra le vittime anche Fabio Polenghi

BANGKOK. Nei suoi piani di ieri, questa mattina non sarebbe dovuto andare nell’accampamento delle “camicie rosse”. Invece Fabio Polenghi è stato ucciso da un proiettile al petto proprio mentre stava fotografando i manifestanti in fuga all’inizio del blitz dell’esercito contro l’ex cittadella rossa, liberata dopo nove ore.
   Fabio indossava il casco ed un giubbetto di quelli che usano i giornalisti, con diverse tasche, ma non antiproiettile. È stato subito soccorso da altri dimostranti e trasportato in moto verso l’ospedale, ma era probabilmente già morto. È questa la ricostruzione degli ultimi istanti del fotografo milanese, 45 anni, che si trovava nel Sudest asiatico da tre mesi, nei quali era uscito alcune volte dalla Thailandia per dei lavori da realizzare per alcune riviste europee. La vicenda thailandese lo interessava molto, secondo una conoscente che era stata tra le prime persone a spiegargli i contrasti tra le “camicie rosse” e il governo, subito dopo il suo arrivo.
   Polenghi è morto intorno alle 9 di questa mattina, vicino all’intersezione Sarasin all’interno dell’accampamento dei «rossi», subito dopo che i militari erano entrati dalle barricate a sud del bivacco, sfondate con l’aiuto di alcuni mezzi blindati. «La sparatoria è iniziata e lui si è messo in posizione per fotografare i dimostranti in fuga, mentre altri tra noi hanno cercato immediatamente una copertura», ha raccontato all’agenzia Ansa Masaru Goto, un fotografo giapponese che era sul posto.

   «Non sono in grado di dire da chi sia partito il proiettile che l’ha colpito, ma sicuramente i militari stavano sparando dal parco Lumphini, punto da cui erano avanzati». Nella stessa sparatoria è rimasto ferito anche un collega olandese, uno dei tre reporter feriti – gli altri due sono un canadese e un americano – nelle operazioni militari di oggi. Polenghi è stato subito soccorso dai manifestanti, che l’hanno caricato di peso su una motocicletta e portato al Police Hospital, un chilometro più a nord, in una corsa rivelatasi inutile.

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C’ERA UNA VOLTA UN RE

Il ruolo dell’anziano Bhumibol di Thailandia è al centro della crisi in corso, lui solo può decidere il futuro politico del paese

di Francesco Sisci, da “la Stampa” del 16/5/2010
   In altre città, in altri paesi, i sovrani si accontentano di mettere la loro faccia sulle monete o le banconote; solo altri stati, con altri sistemi di governo, mettono le statue e i ritratti dei loro leader per le strade, agli incroci, nelle piazze principali. Re Bhumibol Adulyadej di Thailandia è uno dei rari esempi invece di sovrani ubiqui, sia sulle monete che nei ritratti di piazza, e probabilmente merita questo suo status.

   Nato il 5 dicembre del 1927, e acclamato in pubblico come “il grande”, con un termine preso dal sacro sanscrito “Maharaja”, è al trono dal 9 giugno 1946. È il capo di stato al potere da più tempo, è il sovrano con la reggenza più lunga della storia millenaria del Siam ed è, per la rivista americana Forbes, il re più ricco del mondo con una fortuna stimata di 35 miliardi di dollari. È anche una personalità molto delicata: una legge molto ampia di “lesa maestà” lo tutela contro chiunque thai o straniero parli di lui in modo critico.

   Negli oltre sei lunghi decenni del suo regno ha mantenuto il paese sostanzialmente stabile. Per oltre 30 anni la sua Thailandia è rimasta indenne dal contagio dell’insurrezione comunista che premeva da quasi tutti i lati, da nord, dalla Cina, da est, dal Vietnam. Né però ha coinvolto il paese nella lunga e crudele guerra che in Indocina poi ha travolto i vicini regni di Cambogia e Laos. La duttilità, l’astuzia della sua Thailandia era agli inizi degli anni ’80 il motore del processo di pace in Cambogia che dava inizio a una lunga fase di sviluppo del paese e della regione.

   In tutti questi anni re Bhumibol e la sua corte hanno governato da dietro uno schermo, attraverso una successione di 17 colpi di stato, la maggior parte dei quali incruenti, e sostegni intermittenti a governi costituiti da coalizioni raccogliticce. La mancanza di maggioranze chiare e forti, la minaccia costante dei militari creava oggettivamente una situazione per cui il re era l’ago della bilancia finale. Un suo cenno del capo lanciava poi la politica in una direzione o un’altra.

   Con il senno di poi non è chiaro se questa fragilità politica era artificiale, istigata dalla corte per creare uno spazio “oggettivo” di potere del re, o se viceversa Bhumibol suppliva a una debolezza reale profonda della società thai.

   Comunque sia l’arrivo al potere del miliardario Thaksin Shinawatra nel 2001 cambia la scena. Lui è il primo premier della storia thai eletto con una maggioranza assoluta, quindi non ha bisogno di alleati politici in parlamento né ha bisogno dell’appoggio o del favore del re o della sua corte. Il successo elettorale si allarga poi nel 2005, e Thaksin diventa il primo premier thai mai rieletto. La sua popolarità sfiora e adombra quella del re, secondo monarchici oltranzisti che lo accusano di volere rovesciare la monarchia. In effetti la popolarità di Thaksin tra i contadini beneficiari delle sue riforme economiche diventa stellare. Quei contadini erano la base della fede quasi religiosa nel re.

   L’attenzione per le campagne di Thaksin, la sua promozione di una nuova classe imprenditoriale, irrita invece la classe media di Bangkok che si schiera con il re. C’è anche un problema di interessi: Thaksin spesso si rifiuta di condonare debiti contratti da grandi imprenditori con la crisi asiatica del 1997 e preferisce sostenere nuove imprese rurali. Dimostranti in camicia gialla, il colore del sovrano, invadono così Bangkok chiedendo le dimissioni di Thaksin per corruzione. Thaksin ritorna alle urne e vince ancora, ma le proteste non recedono, e lui non lascia il potere. In una situazione di grande confusione per la prima volta nella sua lunga storia, nel 2006, la corte esce dal suo ascetismo politico e lancia un messaggio alle truppe perché depongano Thaksin. È il colpo di stato del settembre.

   In altri tempi un golpe e un anno di potere dei generali avrebbe sanato tutto, invece stavolta non funziona. Nuove elezioni alla fine di dicembre 2007 danno la vittoria a un partito nuovo, organizzato in fretta e furia, ma ancora leale a Thaksin. È uno schiaffo per il re che aveva mostrato chiaramente il suo sgradimento per Thaksin, la gente si è opposta a lui. I monarchici accusano Thaksin di essersi comprato i voti, di essere populista e ricominciano le proteste, ma stavolta l’intervento della corte è più chiaro. I tribunali monarchici costringono in pochi mesi due premier filo Thaksin alle dimissioni, Thaksin stesso viene condannato per corruzione e fugge all’estero. A quel punto alcuni deputati filo Thaksin si alleano con il partito democratico sostenuto dalla corte e sconfitto alle elezioni, per formare un governo guidato da Abhisit.

   Bhumibol torna finalmente ultimo arbitro del mondo thai. Abhisit è debolissimo e deve appoggiarsi alla corte. Ma il nuovo equilibrio è molto più precario che in passato. Si regge su un sovrano di oltre 80 anni che sta male e che non vorrebbe come successore l’erede predestinato, il principe Maha Vajiralongkorn, amico di Thaksin. Questi è sempre un’ombra nella politica thailandese attraverso la forza crescente dei suoi militanti, le camicie rosse. Nel frattempo il re da semidio, adorato, diventa “la balena” su tanta parte di internet thai.

   Una spallata contro Thaksin arriva dalla sentenza del 26 febbraio del 2010 che confisca la sua fortuna di famiglia, circa 2 miliardi dollari, già da anni congelati in banca. La confisca dovrebbe togliere ossigeno finanziario ai rossi, invece i militanti di Thaksin alzano il livello della protesta e assediano il palazzo di governo chiedendo di andare subito a nuove elezioni. La prima dura risposta di Abhisit arriva il 10 aprile, quando soldati aprono il fuoco sui dimostranti.

   Da allora la contabilità dei morti sfiora il centinaio mentre i feriti sono quasi mille. I rossi oggi si preparano a entrare in clandestinità dopo la dura repressione del governo, e si organizzano nel nord, base di potere di Thaksin. Forse anche in mezzo a questa guerra civile basterebbe una parola del re per richiamare le truppe, tornare alle urne e ritrovare la pace, ma ciò darebbe la vittoria ai rossi. D’altro canto la prospettiva di una guerra civile, evitata per 64 anni, sembra un annuncio da funerale per l’anziano sovrano. Né un governo dominato da militari pare meglio: senza un mandato popolare essi governerebbero solo in base al favore esplicito del re, cosa che Bhumibol ha evitato finora. Eppure come anche per i semidei la morte è inevitabile, così anche nella politica ci sono leggi imprescindibili: chi comanda prima o poi deve farlo direttamente. Così forse anche re Bhumibol non può esimersi dalla scelta di mandare la Thailandia in una direzione o in un’altra. (Francesco Sisci)

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THAILANDIA AL COLLASSO

Lo scontro politico ha perso ogni equilibrio e si è trasformato in massacro che prepara il bagno di sangue per le strade

di Francesco Sisci, da “la Stampa” del 15/5/2010

   Il destino della Thailandia è quello paradigmatico di un paese dove lo scontro politico perde il suo equilibrio e diventa lotta barbara di sopravvivenza tra due gruppi contrapposti. Alla fine il risultato inevitabile, oggi come ai tempi antichi, lì come qui, è quello del sangue per le strade.
   Bangkok era piena di militari in allerta rossa, bande contrapposte di militanti armati erano in cerca di uno scontro frontale, il paese pareva sull’orlo di una devastante e sanguinosa guerra civile. Questa era la città che fino a qualche settimana prima sembrava destinata a essere solo e per sempre la capitale del turismo, la Mecca del servizio per gli ospiti, il mondo dei sorrisi, il paradiso della vacanza.
   La Thailandia che fino a qualche anno fa era leader del sudest asiatico, che pareva destinata a inseguire Sud Corea e Giappone sulla strada dello sviluppo, in pochissimo tempo ha deciso di suicidarsi. Oggi sembra cercare la morte come paese e seguire quindi compatta il destino del suo sovrano Bumiphol, ormai vecchio e malato: se il re è morente, lo stato pare volerlo seguire nella tomba.
   I problemi attuali, che coinvolgono tutta la regione, riguardano due aspetti diversi ma collegati proprio nella persona del re. Uno evidente è l’incapacità del paese di trovare un punto mediano di accordo, di compromesso. Questo “equilibrio di equità”, che in inglese diventa “fair play”, è quel modo di convivenza politica per cui chi vince accetta di non stravincere e chi perde accetta di perdere. Tale accordo è la base della democrazia, chi perde le elezioni non perde tutta la sua fortuna o la vita.
   Questo accordo è saltato in Thailandia quando alcuni poteri forti, dietro il re, hanno rifiutato il verdetto delle urne che consegnavano il potere a Thaksin. La conseguenza politica razionale sarebbe stata quella di istaurare una dittatura con una conseguente spietata repressione. Questo è accaduto nella vicina Birmania.
   Ma in Thailandia le élite non hanno potuto o voluto instaurare una dittatura vera e volevano invece le sembianze di democrazia… senza però tornare alle elezioni. Ciò è evidentemente insostenibile perché senza repressione quelli che pensano di poter vincere le elezioni, in questo caso le camicie rosse leali a Thaksin, vogliono tornare alle urne e perciò protestano. Le alternative sono estremamente difficili per il re: se instaura una dittatura chi comanda sono i generali, altrimenti è Thaksin. In entrambi i casi lui perde il potere.

folla di camice rosse a Ratchaprasong Intersection (uno dei più trafficati “quartieri-incrocio” nel cuore di Bangkok) diventato l'avamposto degli oppositori al regime

   È la fine di un re che ha dominato il paese dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi in perenne equilibrismo di forze politiche diverse ma senza nessuna prevalente. Oggi questo è finito ma il nuovo assetto politico non è ancora nato. Nel governo c’è da settimane l’idea di farla finita con le camicie rosse, solo che fino ieri era molto difficile nei fatti, poiché i militanti rossi erano guidati da Khattiya Sawasdipol, il generale con più esperienza di guerra della Thailandia. Khattiya prometteva di dare battaglia e spingere in ritirata le truppe che avessero tentato di ricacciare i dimostranti. Il governo in un scontro con i rossi poteva perdere centinaia di soldati ed essere comunque sconfitto sul campo.
   Giovedì notte un cecchino ha sparato a Khattiya e qualcuno tra gli anti Thaksin pensa che senza la sua guida militare i rossi siano più facili da sgominare. Potrebbero avere ragione, ma una soluzione militare funziona solo se spinta fino in fondo con una repressione dura e se si è pronti a subirne le conseguenze politiche ed economiche. Bangkok in mano a leader con le mani lorde di sangue non sarà più un paradiso delle vacanze, la sua economia si avviterà verso il basso e lo sviluppo della regione ne subirà le conseguenze. Non è chiaro se le élite di Bangkok sono pronte a tutto questo, e senza di questo le proteste, presto o tardi torneranno a esplodere.
   Le parti dovrebbero trovare un compromesso razionale, ma in realtà una volta aperto il vaso di Pandora della politica emozionale nulla è più come prima e non c’è spazio per la ragione. Così il destino della Thailandia pare segnato, come per un malato terminale e ciò riprova anche una vecchia lezione dei sistemi democratici: sono fragili e vanno maneggiati da tutti con cura, il ritorno alla dittatura non è mai sconfitto per sempre e anzi è sempre in agguato. (Francesco Sisci)

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IL REPORTAGE

BRUCIANO I COPERTONI NELLE STRADE. IN FIAMME IL CIELO SOPRA BANGKOK

I ribelli usano le ricetrasmittenti per tenersi in contatto e coordinare le azioni di guerriglia. Coperto di cenere il grattacielo della East Asiatic public company, uno dei simboli della città in fuga

di RAIMONDO BULTRINI da “la Repubblica” del 17/5/2010

BANGKOK – Il grattacielo della East Asiatic Public Company sulla via Rama IV è il simbolo di una delle più antiche e prestigiose istituzioni economiche thailandesi. I suoi vetri perfettamente lucidi in tempi di pace, ieri erano coperti di cenere e faticavano a riflettere la densa nube nera che saliva su per i suoi 50 piani e oltre, fino a coprire i cieli di Bangkok.
   In mezzo alla strada a quattro corsie, centinaia di copertoni d’auto erano stati ammassati e fatti bruciare dalle camicie rosse antigovernative per “segnare” un’area sempre più grande del loro territorio. Invece di ritirarsi dentro al recinto di Ratchaprasong, dove li sta accerchiando da quattro giorni l’esercito, hanno preso possesso di un lungo tragitto rettilineo dell’arteria dedicata a un antenato dell’attuale Re. La via Rama IV collega direttamente i quartieri ghetto di Bon Kai e Kloen Toei, dove vivono alcuni tra i più poveri abitanti della capitale, agli uffici eleganti delle grandi società come la East Asiatic.
   Ogni poche centinaia di metri si vedeva una nuova fiammata e un fungo nero di vapore, e poi altri ancora, finché l’aria immobile della capitale non li ha trasformati in un’unica nuvola scura che volava sopra il più alto edificio della metropoli. Da una via laterale ci siamo affacciati sulla grande arteria principale, per poi ritirarci ai primi spari, mentre attorno si alzavano le fiamme e si udivano gli scoppi di bombe e granate. Dalla direzione di Silom correvano verso il nostro nascondiglio gruppi di ragazzi con le magliette nere, l’ala militare di questo movimento ispirato all’ex premier esule Thaksin e al loro leader moribondo, l’ex generale Khattyia Seh Daeng. Erano rimasti a mani nude, dopo aver lanciato molotov e sassi contro i soldati. Poi dalle baracche del ghetto sono sbucati altri ragazzi, con nuove bombe molotov. Si dice che siano membri delle gang locali, alleate con le camicie rosse. Ma anche la propaganda è parte di questa guerra civile ormai iniziata.

   Di certo, sono tutti decisi ad appropriarsi di tratti sempre più lunghi di quest’arteria stradale che finisce nel cuore del potere finanziario, e sono di una razza ben diversa dal popolo di uomini, donne e bambini che si ostina a restare pacificamente e rumorosamente nel vicolo cieco di Ratchaprasong, il quartier generale della rivolta.
   La strategia dell’ala dura dei rossi, dotata di ricetrasmittenti per coordinare gli attacchi, è quella di aprire piccoli nuovi fronti di guerriglia che tengono occupati i soldati ed estendono gli effetti delle loro azioni all’intera città. Nessuno dalla periferia si azzarda a raggiungere il centro, e tutti i treni del metrò e di superficie sono bloccati da giorni. La gente, anche su esplicito invito del governatore, se ne sta a casa e assiste dalla televisione al delirio del centro, come se le immagini provenissero da Beirut, da Bagdad, da Gaza. Invece succede proprio a Bangkok, e non solo a Rama IV, ma a Silom, Pratunam, Ding Daeng, in direzione del vecchio aeroporto a nord.
   Per compiere le azioni esterne, i guerriglieri rossi hanno abbandonato il perimetro dove si trovano i militanti che vogliono vincere la loro battaglia senza armi. Agiscono come il topo con il gatto, provocando i soldati in più punti possibile. Ma finora sono stati solo i civili a cadere sotto i colpi di soldati e cecchini nelle aree che i cartelli dell’esercito definiscono “a fuoco libero”, dove a sparare può essere chiunque, compresi civili volontari che appoggiano l’azione del governo.
   Sulla via del ritorno si attraversa una lunga e sottile striscia d’asfalto che raggiunge la Sukhumvit. C’è la solita barriera di bambù e copertoni, la solita pattuglia di soldati a controllare ingressi e uscite, la solita fila a presentare i documenti per avere il permesso di accesso all’area proibita. Ma oggi accade qualcosa di nuovo: attraverso le barricate escono poco alla volta i primi reduci dal fronte di Erawan e Ratchaprasong, l’accampamento delle camicie rosse che dovrebbe essere sgombrato entro oggi alle 3. Molte donne con i bambini hanno dunque accettato di abbandonare il campo, e di rifugiarsi in un tempio vicino. Qui dovrebbero raccogliersi tutti coloro che vogliono tornarsene a casa nei villaggi, a centinaia di chilometri di distanza. Il governo gli ha preparato i pullman, e ha garantito che nessuno sarà schedato né punito per la sua partecipazione alla guerra dei prai, gli “uomini comuni” che volevano abbattere il governo di Bangkok.
   I monaci cercano di far capire ad alcuni tra i più riluttanti l’urgenza di convincere più persone possibile a uscire dal recinto e di mettersi al sicuro. Le ore passano e i soldati avanzano. Anche se altri fuochi di guerriglia terranno impegnate parte delle truppe, è a Ratchaprasong che si concentrerà il grosso dei militari. Dalle barricate emergono vecchi portati a spalle dai parenti più giovani, e madri con i bambini in braccio. Di certo altri ne seguiranno. Ma è difficile calcolare quanti alla fine cederanno e accetteranno l’ultima offerta di salvezza. (Raimondo Bultrini)

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IL GOVERNO RIFIUTA LA TREGUA DEI RIBELLI

da “IL SOLE 24 ORE” di mercoledì 19 maggio 2010

– a Dìn Daeng, nella zona nord della città, un`importante via di comunicazione continua a essere bloccata e gli scontri con l`esercito non cessano –

Thailandia, Bangkok. Sale a 39 il bilancio dei morti durante i disordini dei giorni scorsi. Nella capitale situazione calma con pochi incidenti. E il governo rifiuta la tregua dei ribelli. La condizione per le trattative è che le camicie rosse lascino il centro della città.

   Bangkok ha vissuto ieri la giornata più tranquilla dallo scorso giovedì grazie a un primo timido tentativo di mediazione tra governo e manifestanti portato avanti da una sessantina di senatori. L`ipotesi di aprire un nuovo tavolo negoziale è stata accolta senza esitazioni dalla leadership delle camicie rosse, ma con freddezza dall`esecutivo. E in serata non era ancoro chiaro se, al di là di certe inevitabili dichiarazioni circa le precondizioni per aprire una trattativa, esistessero i margini per avviare un negoziato.

   In particolare è mancata una presa di posizione del primo ministro thailandese Abhisit Vejjajiva che, secondo quanto riferito dal suo portavoce, «è al corrente dell`iniziativa ma per il momento non ha una posizione al riguardo». Di diverso tenore invece le parole di Nattawut Saikua, uno dei leader della rivolta, che ha spiegato di aver accettato la proposta di mediazione per scongiurare il rischio che, nell`attuale situazione di stallo, continuino a esserci altre vittime.

   Secondo alcuni analisti il fatto che il tentativo di mediazione sia stato avviato solo da 64 senatori su 150 non deporrebbe a favore della sua riuscita. In mancanza di una presa di posizione del premier ci hanno pensato altri membri dell`esecutivo a sottolineare che il prerequisito essenziale per avviare una trattativa è lo sgombero spontaneo di Ratchaprasong, il centralissimo quartiere commerciale di Bangkok in mano ai dimostranti.

   Stabilire con certezza fino a che punto queste condizioni saranno vincolanti è difficile anche perché, ritirandosi prima di avere incassato degli impegni da parte del governo, i manifestanti si priverebbero della loro unica arma negoziale e commetterebbero un suicidio politico. E, almeno per il momento, le condizioni all`interno dell`accampamento benché peggiorate non sono drammatiche: l`odore di immondizia è ogni giorno più penetrante, alcuni dimostranti sono tornati ai propri villaggi, ma i rifornimenti di cibo, acqua e carburante non si sono ancora interrotti.

   A conferma della complessità di questa crisi anche ieri, nonostante i tentativi di pacificazione, si sono registrati degli incidenti. Non si è trattato di nulla di paragonabile a quanto accaduto nel fine settimana, il conto dei morti è salito “solo” a 39, ma è senza dubbio un segnale difficile da fraintendere circa l`animosità di una parte dei manifestanti. A Din Daeng, nella zona nord orientale della città, un`importante via di comunicazione continua a restare bloccata dai rottami di due camion dati alle fiamme e gli incidenti tra esercito e manifestanti non accennano a cessare.

   Allo stesso modo non sembra dare segni di cedimento la formidabile macchina logistica dei dimostranti che riesce a far arrivare alle prime linee pneumatici da bruciare e benzina con cui preparare bottiglie incendiarie con grande efficienza. Anche ieri ci sono stati almeno due feriti tra i dimostranti di Din Daeng, tra cui un giovane colpito al collo da una pallottola. «Certo che voglio andarmene a casa – spiega uno dei suoi compagni – ma prima voglio la democrazia. E preferisco morire qui, combattendo, piuttosto che di vecchiaia nel mio villaggio».

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THAILANDIA, GUERRA PER SFIDUCIA

Mancano i margini minimi per una trattativa politica: il governo teme di avere tutto da perdere mentre i rossi credono che da perdere non hanno più niente

di Francesco Sisci, da “la Stampa.it” del 18/5/2010
Il governo thailandese ieri ha respinto l’ultima offerta di colloqui con l’opposizione delle camicie rosse perché manca ormai una minima fiducia fra le parti.

   Invece nei giorni scorsi sembrava fosse stato raggiunto un accordo per fermare gli scontri. Il compromesso prevedeva una qualche soluzione processuale per risolvere la tensione fra le parti. Il governo avrebbe dovuto accettare che si aprisse un procedimento penale contro il premier per le morti di aprile, e in cambio i leader delle camicie rosse avrebbero fatto lo stesso. Il premier Abhisit avrebbe dovuto accettare di essere messo sotto processo rimanendo a piede libero, i leader rossi avrebbero dovuto essere messi sotto processo dopo essere stati arrestati, e sarebbero stati rilasciati dietro cauzione.

   Il governo, ancora prima del 13 maggio, quando un cecchino ha sparato al generale Khattiya, capo dei militanti rossi, aveva però rotto le trattative. Dopo Khattiya, morto ieri in seguito alla ferita riportata, i rossi hanno chiesto una trattativa con la mediazione dell’Onu, perché ormai non c’è più alcuna fiducia nel governo.

   Il problema per il governo è che se accetta di essere processato per le morti, mette in discussione la legittimità della sua repressione, anche futura, contro i dimostranti, e se accetta l’intervento dell’Onu ammette il limite al suo potere interno. I rossi invece vogliono sottolineare il loro diritto a manifestare e chiedere elezioni democratiche subito, cosa che motiva la resistenza alla repressione attuale.

   Il governo, sostenuto dalla corte, non vuole andare alle elezioni, o meglio vuole andarci dopo settembre, quando saranno fatte le nuove nomine ai vertici miltari, e applicando una serie di limitazione alla propaganda politica dei rossi. Il governo vuole arrestare i leader rossi, leali all’ex premier Thaksin, deposto con un golpe nel 2006, e vuole chiudere le loro radio.    In queste condizioni, affermano le camicie rosse, anche se il loro partito riuscisse malgrado tutto a vincere le elezioni, avrebbe puntato alla testa il fucile dei nuovi vertici militari nominati dal governo attuale.  Il governo in altre parole vorrebbe guadagnare tempo per potere fare un ripulisti nell’esercito, il quale oggi è diviso sul comportamento da tenere con i rossi. Abhisit il 16 maggio aveva proclamato il coprifuoco su alcune zone di Bangkok, ma subito dopo è stato smentito dall’esercito secondo cui la situazione non era grave da coprifuoco. I generali attuali, a fine mandato, non vogliono chiudere la carriera lordandosi di sangue, e Abhisit ha bisogno di qualche mese per promuovere altri generali con il mandato più o meno chiaro di intervenire duramente contro i rossi. Il governo in altre parole pensa che se i rossi vincono è la fine completa di un sistema politico durato decenni che si regge nell’alleanza tra corte, alcuni vertici militari e alcune grandi aziende. Né i rossi si fidano, e si stanno preparando ad entrare in clandestinità e organizzare una guerriglia urbana a Bangkok e nelle città di provincia.

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THAILANDIA (da wikipedia)

Il Regno di Thailandia è uno Stato del sud-est asiatico, confinante con Laos e Cambogia ad est, golfo di Thailandia e Malesia a sud, e con il mare delle Andamane ed il Myanmar (ex-Birmania) ad ovest.

La Thailandia è nota anche come Siam, che è stato il nome ufficiale della nazione fino al 24 giugno 1939. Il nome Siam è stato in seguito utilizzato dal 1945 fino al 11 maggio 1949, data della definitiva assunzione dell’attuale denominazione.

La parola Thailandia deriva da Thai, aggettivo che significa “libero” nella lingua thailandese e viene talvolta utilizzato in italiano al posto di thailandese. Poiché questa parola dà anche il nome al popolo Thai, alcuni abitanti (in particolare la considerevole minoranza cinese) continuano ad usare il nome Siam.

Il ceppo Thai, popolazione sinotibetana, creò il suo regno nel 1298 a Sukothai, dove oggi possiamo vedere i resti di quel meraviglioso periodo. Nel 1350 venne fondato il Regno di Ayutthaya che nel 1431 saccheggiò Angkor, capitale dell’Impero Khmer, e nel 1438 annesse il regno di Sukothai. In questo periodo, il Buddhismo divenne il credo predominante.

Nel 1787, Pya Chakri si proclamò re del regno con il nome di Rama I. Questa dinastia esiste ancora: infatti oggi il re è Rama IX. Rama I promosse la riorganizzazione dello Stato e la rinascita della cultura Thai. Strano è che tutti gli stati attorno a sè, come la Birmania (Myanmar), il Laos, la Cambogia, la Malaysia, furono influenzati dalla colonizzazione europea a differenza della Thailandia. Solamente nel 1826, grazie ad un accordo commerciale, la corona britannica ottenne considerevoli privilegi, stabilendo un’influenza sul Siam, perduta agli inizi del XX secolo, ma nonostante ciò, non venne mai colonizzata.

Rama IV, che regnò dal 1851 al 1868, avviò la modernizzazione del Paese con l’aiuto di alcuni consiglieri europei; invece suo figlio, Rama V (Chulalongkrong), rinforzò lo Stato, creando solide élite.

Durante il regno di Rama VII nel 1932, un colpo di Stato pose fine alla monarchia assoluta e diede inizio ad una monarchia costituzionale. Da questo momento, il Siam cambiò il nome in Thailandia, che vuol dire “Terra degli uomini liberi”, ma iniziò una fase di instabilità politica, mitigata però da una fortissima stabilità dinastica.

Nel 1946 ascendeva infatti al trono il giovane Bhumibol Adulyadej Rama IX, il quale è a tutt’oggi il capo di stato da più tempo tale al mondo. Questo Sovrano, che gode di un notevolissimo prestigio sia interno che internazionale, ha assicurato al paese una certa stabilità socio-economica anche nei momenti politici più turbolenti.

Il 26 dicembre 2004 un terremoto con epicentro a Sumatra (Indonesia) provocò uno tsunami che raggiunse le isole e le coste thailandesi, causando centinaia di migliaia di vittime tra gente locale e turisti di tutto il mondo.

Nel febbraio 2005, con la vittoria del partito di Thaksin Shinawatra, viene assicurato un periodo di stabilità politica che termina nel settembre 2006 con un colpo di stato dei militari. La presa del potere da parte dei militari avviene senza vittime e con l’assenso del Re e del popolo. Il primo ministro Thaksin vive esiliato a Singapore. Nel dicembre 2007 sono indette democratiche elezioni, in cui vinse il partito dell’attuale Primo Ministro Somchai Wongsawat. Le elezioni sono durante tutto l’anno successivo sospettate di brogli, tant’è che nel novembre dell’anno successivo gli oppositori al Governo occupano gli aeroporti per protesta, causando molti disagi anche a cittadini stranieri. A seguito di ciò, dopo più accurate indagini, il 2 dicembre 2008 la Corte Costituzionale appura i brogli e scioglie il partito di maggioranza, bandendo anche Somchai Wongsawat per cinque anni dalla vita politica.

In Thailandia, come negli altri paesi dell’area, è in vigore la pena di morte per l’omicidio, per il traffico di droga e per altri reati gravi.

Con i suoi 513.000 km² di superficie, la Thailandia è il 49° stato del mondo per estensione. È paragonabile per dimensioni alla Spagna.

La Thailandia è sede di molte regioni geografiche distinte, in parte corrispondenti ai gruppi provinciali. Il nord del Paese è montagnoso, con il punto più alto corrispondente al monte Doi Inthanon a 2.576 metri. Il nordest è costituito dall’altopiano del Khorat, confinante ad est con il fiume Mekong. Il centro della nazione è invece dominato dalla valle fluviale in gran parte pianeggiante Chao Phraya, che si getta nel golfo del Siam. Il sud è costituito dallo stretto ponte di terra dell’istmo di Kra che si allarga nella penisola malese. Sul golfo del Siam e sul mar delle Andamane sono presenti molte isole, le quali, con spiagge bianchissime e attrezzature turistiche spettacolari e all’avanguardia, sono una delle principali fonti di ricchezza del paese degli uomini liberi. Alcuni nomi sono Phuket, Phi Phi Island, Koh Samui, Koh Lanta,… Il clima locale è di tipo tropicale e caratterizzato dalla presenza dei monsoni. Tra metà maggio e settembre si assiste ad un monsone sudoccidentale caratterizzato da grande piovosità, caldo e nuvolosità. Tra novembre e metà marzo si assiste invece al manifestarsi di un monsone asciutto e freddo di nordest. L’istmo meridionale è invece caldo e umido. Accanto alla capitale Bangkok le città principali sono Nakhon Ratchasima, Khon Kaen, Udon Thani, Nakhon Sawan, Chiang Mai, Chiang Rai, Surat Thani, Phuket e Hat Yai (Provincia di Songkhla).

Clima. Le temperature variano in ragione delle zone, ad esempio nella Thailandia centrale, settentrionale e orientale la stagione fredda va da meta’ ottobre a gennaio durante la quale le temperature scendono fino ai 15 °C, la stagione calda intercorre tra febbraio e aprile con temperature che arrivano anche a 40 °C infine la stagione delle piogge ha inizio a giugno e termina a ottobre con temperature che arrivano a toccare anche lo zero. Al contrario, nelle aree meridionali le stagioni sono solo tre, poiché si passa subito da quella delle piogge a quella calda dal momento che il monsone che soffia sulle regioni che si affacciano sul Mar delle Andamane fa si che le piogge terminino un paio di mesi dopo rispetto al resto del Paese.

Il clima della Thailandia è tropicale quindi risente della circolazione monsonica. Vi si possono distinguere 3 stagioni: – un periodo fresco e asciutto, da novembre a febbraio, quando soffia il monsone nord-occidentale; – un periodo molto caldo, da marzo a metà maggio; – la stagione delle piogge, da maggio a ottobre, determinata dal monsone sud-occidentale. La Thailandia meridionale è spesso colpita da cicloni (quando l’acqua supera i 26 °C) anche devastanti durante il periodo estivo-autunnale.

Popolazione. Il popolo dei Thai si suddivide in quattro grandi sottogruppi: Thai centrali, nord-orientali (anche detti “Isan”), settentrionali e meridionali. I Thai centrali hanno a lungo dominato il paese dal punto di vista politico, economico e culturale, pur rappresentando solo 1/3 circa dell’intera popolazione ed essendo così di poco superati in numero dai Thai nord-orientali. A seguito dei processi di scolarizzazione e di formazione di un’identità nazionale, oggi gran parte dei thailandesi parla, accanto ai propri dialetti locali, anche la varietà del thailandese usata dai Thai centrali.

La principale minoranza non-Thai è rappresentata dai cinesi, che hanno storicamente giocato un ruolo molto importante nell’economia, specie se rapportato alla loro consistenza numerica. Molti di essi sono ormai perfettamente assimilati alla cultura thailandese e hanno perciò abbandonato il loro centro principale, la Chinatown di Bangkok. Altri gruppi etnici minoritari sono i malesi (lungo il confine meridionale), i mon, i khmer e alcune tribù delle colline. Con la fine della guerra in Vietnam, molti vietnamiti trovarono rifugio in Thailandia, specie nelle regioni nord-orientali.

Lingua nazionale è il thai, scritto con un proprio alfabeto. Numerosi e molto diffusi sono i dialetti thai, mentre le minoranze etniche utilizzano i propri idiomi (soprattutto mon e khmer). Sebbene sia ampiamente insegnato nelle scuole, l’inglese non è molto diffuso, specie nelle regioni più remote.

Stando all’ultimo censimento (2000), il 95% circa dei Thai professa il buddhismo nella variante Theravāda. Seguono i musulmani (4,6%), concentrati nel sud del Paese e rappresentati in particolare dalla minoranza malese. I cristiani, soprattutto cattolici, costituiscono invece lo 0,75% della popolazione. Nelle città vi sono infine esigue minoranze di sikh e hindu, nonché una piccolissima comunità ebraica risalente al XVII secolo.

Economia. Quasi il 70 percento dell’intera popolazione thailandese (circa 64 milioni) è costituito da agricoltori, che coltivano una terra alluvionale così ricca che la Thailandia è al primo posto nel mondo per l’esportazione di tapioca, al secondo per quella di riso e di caucciù, al terzo per quella di ananas in scatola. Inoltre questo paese è tra i principali esportatori di zucchero, granoturco e stagno. In via di sviluppo sono l’industria dell’abbigliamento e l’elettronica. In via di incremento il turismo internazionale che si concentra, in particolar modo, nella zona costiera. La moneta locale è il Bath Thailandese, che nel 1997 venne pesantemente svalutato in seguito ad una grave crisi economica, dando il via ad un effetto domino che fu una delle cause della famosa crisi delle “tigri asiatiche”. La pesca viene fatta sulla tipica imbarcazione, la Kolae.

Fabio Polenghi, fotoreporter italiano ucciso negli scontri a Bangkok del 19/5/2010
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One thought on “THAILANDIA tra dittatura soft e sembianze di democrazia – BANGKOK, scene di morte e guerriglia urbana: “Ratchaprasong Intersection”, il trafficato centralissimo “quartiere-incrocio di strade” divenuto “città nella città”, avamposto dei ribelli oppositori di un governo imposto dal vecchio monarca Bhumibol

  1. cristiano giovedì 27 maggio 2010 / 9:59

    vi invito a partecipare al sondaggio sulla democrazia sul mio blog,basato su una frase famosa di Sandro Pertini

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