L’attacco israeliano alle navi pacifiste verso GAZA, con l’uccisione di 9 persone, mette in crisi ancor di più i rapporti arabo-israeliani. Un “presidio-presenza” della Comunità internazionale a Gaza come inizio della soluzione all’isolamento di quell’area del Medio Oriente

Il blitz israeliano contro la flotta ong diretta a Gaza

21:01 del 31/5/2010: “Nove i morti, arrestati 32 attivisti, feriti otto soldati, due gravi” – Secondo il sito del quotidiano israeliano Haaretz, tutte le navi della Freedom Flotilla sono nel porto israeliano di Ashdod. Il bilancio, secondo Haaretz, è di nove morti, 34 attivisti feriti ricoverati in ospedali israeliani e almeno altri 32 arrestati. Nel raid sono rimasti feriti otto soldati israeliani, due dei quali sono gravi. Gli attivisti palestinesi a bordo della “Mavi Marmara” – 500 o 600 a seconda dei siti israeliani- sono ancora trattenuti a bordo, in attesa di essere identificati e interrogati. Successivamente, spiega il sito Ynet News, verranno divisi per nazionalità e trasferiti nel carcere di Beersheba. Al momento, riferisce Haaretz, solo 25 attivisti che erano a bordo delle altre navi della Freedom Flotilla hanno accettato di farsi espellere da Israele. Altri 32, fra i quali 16 che hanno rifiutato di farsi identificare, sono stati arrestati.

   Il Blitz israeliano per impedire l’arrivo della navi pacifiste a Gaza (che Israele ha isolato dal mondo) è una delle operazioni (politiche, ma anche militari) che dimostrano la debolezza di Israele. Infatti in tutte le operazioni “dure”, di contrattacco (a volte riteniamo anche giustificato) di questi ultimi decenni, uno degli elementi che nessuno metteva in discussione delle invece opinabili (e assai crudeli) operazioni militari israeliani, era l’ “efficienza” dell’esercito (fossero truppe “normali” o cosiddette “teste di cuoio”, cioè reparti specializzati a fare dei blitz).

Di fronte alle immagini dei commandos israeliani che aprono il fuoco sul ponte della nave della Freedom Flotilla, è impossibile, anche per il più strenuo difensore dello Stato ebraico, parlare di diritto di difesa, di pericolo immanente. Quelle navi portavano aiuti umanitari, non armi. E l'eventuale resistenza opposto dagli assaliti non può giustificare la reazione assolutamente spropositata dei soldati di Tsahal. E tutto questo in acque internazionali. Per Israele è un'onta destinata a durare nel tempo. Per la comunità internazionale, è un banco di prova. L'ennesimo. Quelle immagini di sangue hanno già fatto il giro del mondo. In particolare del mondo arabo e musulmano. Sono destinate a infiammare gli animi, a divenire una straordinaria arma di propaganda per i gruppi della nebulosa qaedista che propugnano il Jihad globalizzato contro il “Nemico sionista” e i suoi alleati. Una reazione inadeguata alla enormità del fatto, alimenterebbe la convinzione che nel tormentato Medio Oriente, l'Occidente, gli Usa in primis, continuino ad adottare la politica dei “due pesi, due misure”, dove la misura adottata verso Israele è quella della sostanziale impunità. Ma questa tragedia annunciata è anche un banco di prova per Israele, per la sua democrazia: giustificare l'attacco, o pensare di risolvere il tutto con parole di rincrescimento, sarebbe una ulteriore prova di arroganza. E di debolezza. Perché aprire il fuoco su quelle navi non è un segno di forza, ma di debolezza, di vuoto politico. La psicosi dell'accerchiamento, il sentirsi perennemente in trincea, sta portando Israele ad un passo dal baratro, trasformandolo in un ghetto atomico in guerra contro tutto e tutti. Alla fine, anche contro se stesso. (Umberto de Giovannangeli, da LIMES, rivista di geopolitica italiana, 31/5/2010)

   La rovinosa conclusione dell’attacco alle navi pacifiste partite dalla Turchia (e con la benedizione del governo di quel paese), mettono in evidenza che anche nel settore cosiddetto militare nulla è più sicuro in Israele. Il predominio delle forze isrealiane più intransigenti (che mettono ulteriormente in crisi pure la politica estera di Obama, rivolta a un compromesso possibile in quell’area così importante per il mondo), non dà nemmeno  i frutti (crudeli, di guerra) “sperati” dalla destra ora al governo nel Paese. E gli stessi cittadini israeliani è difficile che si possano sentire più sicuri da tale contesto che si è creato.

   Inutile dire che i già difficili (negli ultimi due anni) rapporti con la Turchia (che una volta erano buoni, gli “unici” buoni) ora non possono che essere pessimi. E mettono pure in crisi i pur deboli approcci di diplomazia pacifista (tra i due contendenti, arabi-palestinesi e israeliani) che l’Europa cerca da sempre di portare avanti.   Se poi mettiamo in conto che pure Hamas (l’ala più intransigente dei palestinesi, che ha vinto le elezioni nella striscia di Gaza) proprio in questi giorni mostrava una seppur timida disponibilità a interloquire positivamente con Isreale (proprio in cambio della fine del “muro” che Israele ha eretto ai confini con Gaza che impedisce ogni contatto col mondo) (leggi qui l’ultimo articolo), ebbene anche qui si torna a una condizione di tensione che sembra senza uscita.  
la Freedom Flotilla - Le navi di Freedom Flotilla portavano più di 700 passeggeri di 40 nazionalità diverse e volevano consegnare 10mila tonnellate di aiuti umanitari, tra cui cemento, medicine, generi alimentari, e altri beni fondamentali per la popolazione di Gaza. A bordo anche case prefabbricate, 500 sedie a rotelle elettriche e cinque parlamentari (di Irlanda, Svezia, Norvegia e Bulgaria) oltre a esponenti di Ong, associazioni e semplici cittadini filo-palestinesi intenzionati a forzare il blocco di aiuti umanitari a Gaza. L'obiettivo della spedizione, salpata giovedì dalla Turchia, era rompere l'assedio a Gaza e introdurre materiale. Le autorità israeliane avevano minacciato di utilizzare la forza se i militanti avessero tentato di avvicinarsi alle coste della Striscia di Gaza. (Redazione online de “il Corriere della Sera” 31 maggio 2010)

E’ forse in questi contesti così gravi che la comunità internazionale potrebbe (dovrebbe) “buttare il cuore oltre l’ostacolo”: cioè tentare l’impossibile; una proposta di presidio e presenza internazionale a Gaza, che Israele non potrebbe non accettare. Il riuscire a far accettare a Israele aiuti e presenza di volontari e ONG a Gaza, e di osservatori sul rispetto da entrambe le parti di condizione di “non belligeranza”, permetterebbe di ripristinare un dialogo tra le parti, oltreché di far sentire più sicuri gli israeliani dalle minacce del terrorismo; e di aiutare i palestinesi di Gaza ad uscire da una condizione di durissima difficoltà economica e di impedimento di diritti fondamentali di vita civile (la scuola per i giovani, l’assistenza sanitaria, la libertà di muoversi e di informazione…).

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COMUNICATO AMNESTY INTERNATIONAL

IL BLOCCO ISRAELIANO DI GAZA CONTINUA A SOFFOCARE LA VITA QUOTIDIANA

da: http://www.amnesty.it/  – A più di un anno dopo la fine dell’offensiva militare a Gaza, Amnesty International ha dichiarato che Israele deve porre fine al soffocante blocco della Striscia di Gaza, che isola 1.400.000 palestinesi dal mondo esterno e li costringe a vivere in condizioni di povertà disperate. L’organizzazione per i diritti umani ha raccolto e reso note una serie di testimonianze di persone che ancora hanno difficoltà a ricostruire le loro vite a seguito dell’operazione “Piombo fuso”, che provocò 1400 morti e alcune migliaia di feriti.
   “Le autorità israeliane affermano che il blocco di Gaza, in vigore dal giugno 2007, è la risposta al lancio indiscriminato di razzi contro il sud d’Israele da parte dei gruppi armati palestinesi. La realtà, tuttavia, è che il blocco non prende di mira i gruppi armati ma piuttosto punisce l’intera popolazione di Gaza, limitando l’ingresso di cibo, forniture mediche, strumenti educativi e materiale da costruzione” – ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Ai sensi del diritto internazionale, il blocco rappresenta una punizione collettiva e va tolto immediatamente“.
   A Israele, in quanto potenza occupante, il diritto internazionale richiede di assicurare il benessere degli abitanti di Gaza, tra cui i loro diritti alla salute, all’educazione, al cibo e a un alloggio adeguato.
   Durante l’operazione “Piombo fuso”, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, furono uccisi 13 israeliani tra i quali tre civili nel sud d’Israele e decine furono i feriti a seguito del lancio indiscriminato di razzi da parte dei gruppi armati palestinesi.
   A Gaza, gli attacchi israeliani danneggiarono o distrussero edifici e infrastrutture civili, tra cui scuole, ospedali e impianti idrici ed elettrici. Migliaia di case vennero distrutte o furono gravemente lesionate.
Delle 641 scuole di Gaza, 280 vennero danneggiate e 18 distrutte. Poiché più della metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni, l’interruzione dei programmi educativi a causa dei danni provocati dall’operazione “Piombo fuso” sta avendo un impatto devastante.

   Anche gli ospedali hanno subito le conseguenze dell’offensiva militare e del blocco. Le autorità israeliane negano spesso, senza fornire spiegazione, l’ingresso a Gaza dei camion dell’Organizzazione mondiale della sanità, contenenti aiuti sanitari. I pazienti con gravi patologie che non possono essere curati sul posto continuano a vedersi negare o ritardare il permesso di lasciare la Striscia di Gaza. Il 1° novembre 2009, Samir al-Nadim, padre di tre figli, è deceduto dopo che il permesso di lasciare Gaza per subire un’operazione al cuore era stato rimandato per 22 giorni.
   Amnesty International ha parlato con molte famiglie, le cui abitazioni vennero distrutte nel corso dell’operazione militare israeliana e che a un anno di distanza vivono ancora in alloggi temporanei.
Un anno fa, durante il conflitto, Mohammed e Halima Mslih lasciarono il villaggio di Juhor al-Dik insieme ai loro quattro bambini. Mentre erano assenti, la loro casa venne demolita dai bulldozer israeliani. “Quando siamo tornati, c’erano tutte macerie. La gente ci dava da mangiare, perché non ci era rimasto più niente” – ha raccontato Mohammed Mslih. La famiglia Mslih ha trascorso i primi sei mesi dopo il cessate il fuoco in una tenda di nylon. Ora è riuscita a costruire un’abitazione permanente ma teme che le continue incursioni israeliane possano abbatterla nuovamente.
   La disoccupazione a Gaza sta crescendo vorticosamente, dato che le piccole attività commerciali rimaste in piedi stentano a sopravvivere a causa del blocco. Lo scorso dicembre, le Nazioni Unite hanno reso noto che il dato era superiore al 40 per cento. “Il blocco sta strangolando praticamente ogni aspetto della vita della popolazione di Gaza, oltre la metà della quale è composta da giovani. Il crescente isolamento e la sofferenza degli abitanti di Gaza non possono continuare. Il governo israeliano deve rispettare i propri obblighi legali in quanto potenza occupante e togliere il blocco senza ulteriore ritardo” – ha concluso Smart. (Amnesty International)

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ISRAELE ATTACCA NAVI DEGLI ATTIVISTI PRO-PALESTINESI: “ALMENO 10 MORTI”

Redazione online de “il Corriere della Sera” 31 maggio 2010

–  Le imbarcazioni volevano forzare il blocco di Gaza: l’assalto dei militari finisce nel sangue –

   Finisce nel sangue l’assalto israeliano contro una flottiglia di navi appartenenti a organizzazioni non governative in rotta verso Gaza nel tentativo di forzare il blocco imposto da Tel Aviv nella zona. Il bilancio è ancora incerto: la tv israeliana, che aveva parlato inizialmente di 19 morti, ha poi corretto il totale affermando che le vittime sono «almeno 10», mentre i feriti – tra i quali ci sono anche alcuni militari israeliani – sono una trentina.

   Fonti dell’esercito affermano che i soldati avrebbero reagito dopo essere stati bersaglio di un attacco, anche con armi da fuoco, durante il blitz condotto su una delle navi (guarda il video); gli attivisti invece negano questa ricostruzione e assicurano di non aver sparato «un solo colpo». Gli scontri si sono verificati solo su una delle sei imbarcazioni, la Marmara, battente bandiera turca. Su tutte le altre navi, ha detto il comandante della marina militare israeliana, ammiraglio Eliezer Marom, l’operazione si è svolta senza incontrare resistenza violenta da parte dei passeggeri e perciò senza vittime.

   Il ministero dei Trasporti turco denuncia però che la flottiglia è stata illegalmente intercettata in acque internazionali, a circa 70 miglia nautiche (130 km) dalla terraferma. Fra gli attivisti a bordo delle navi c’erano anche quattro italiani: la Farnesina afferma che nessuno di loro è stato coinvolto nella sparatoria. Il blitz israeliano ha ovviamente provocato una serie di reazioni e polemiche internazionali: l’Unione europea ha chiesto l’apertura di un’inchiesta.

RICOSTRUZIONE ISRAELIANA – Il premier israeliano Benjamin Netanyhau, in visita in Canada, ha espresso il proprio «rammarico» per le vittime, ribadendo però il suo «pieno supporto» all’operazione dei militari. Dopo annunci e smentite, fonti del suo staff hanno fatto sapere che Netanyhau tornerà subito in Israele, annullando dunque l’incontro con il presidente americano, Barack Obama, previsto martedì a Washington. Intanto si cerca di fare luce sull’accaduto: le ricostruzioni sono contrapposte. Secondo l’esercito israeliano, i militari sarebbero stati oggetto di un attacco con armi da fuoco da parte di alcune persone presenti su una delle navi. «Durante l’intercettazione – sottolinea un comunicato militare israeliano – i dimostranti a bordo hanno attaccato il personale navale dell’Idf con armi da fuoco e armi leggere, incluso coltelli e bastoni. Inoltre una delle armi usate era stata strappata a un soldato dell’Idf. Come risultato di questa attività violenta, le forze navali hanno usato strumenti antisommossa, comprese armi da fuoco». 

   Secondo il ministro della Difesa Ehud Barak la responsabilità ricade sui promotori dell’iniziativa – soprattutto su una Ong turca – oltre che su chi ha contrastato con la violenza i militari. «Il mandato ai soldati era che si trattava di un’operazione di polizia – ha spiegato Mark Regev, portavoce di Netanyhahu – e di usare la massima attenzione. Sfortunatamente (i militari) sono stati attaccati con violenza» e hanno reagito. Il ministero degli Esteri ha fatto sapere di aver trovato armi a bordo della Flotta della Libertà.

RICOSTRUZIONE TURCA – Secondo altre testimonianze, però, i soldati sarebbero stati colpiti con armi da taglio e non da fuoco. Anche i funzionari doganali del porto di Antalya, in Turchia, respingono le accuse circa il fatto che la nave turca assaltata dalla marina di Tel Aviv trasportasse armi oltre che aiuti umanitari diretti a Gaza. Funzionari della direzione della dogana turca, citati dal quotidiano al-Zaman, hanno chiarito che tutti i passeggeri saliti a bordo della Marmara sono transitati attraverso i rilevatori a raggi X. Nessuno di loro, hanno precisato, aveva armi con sé. «Se i nostri funzionari avessero sospettato qualcosa, ce lo avrebbero riportato», hanno dichiarato dal direttivo della dogana turca.

SCEICCO – È giallo intanto sulla sorte dello sceicco Raed Salah, capo del Movimento islamico nei territori palestinesi. Secondo fonti citate da Haaretz, lo sceicco sarebbe rimasto gravemente ferito negli scontri. In serata, però, il deputato arabo della Knesset, Hanin Al-Zoghbi, ha smentito la notizia. Le voci sul presunto ferimento dello sceicco hanno scatenato gravi tumulti a Um el-Fahem, la città araba a 60 chilometri da Tel Aviv dove risiede il leader del movimento islamico. Fonti di sicurezza riferiscono di nutriti lanci di pietre da parte di dimostranti e di tentativi della polizia di disperderli con il ricorso a bombe assordanti e a gas lacrimogeni. Non si ha finora notizia di vittime. Martedì la popolazione araba in Israele osserverà una giornata di sciopero generale di protesta.

ARRIVO E ARRESTI – Nel frattempo le sei navi che facevano parte della flotta sono arrivate nel porto di Ashdod. L’ultima è stata proprio la nave-passeggeri turca Marmara. In precedenza erano state condotte ad Ashdod le altre cinque imbarcazioni. Gli israeliani hanno arrestato 83 attivisti della flottiglia internazionale e 25 di loro «hanno accettato di essere espulsi», ha riferito la portavoce della Polizia per l’immigrazione Sabine Hadad, fornendo un bilancio provvisorio dell’intervento. «Gli altri andranno in prigione», ha continuato la portavoce aggiungendo che «centinaia» di altri arresti sono attesi in nottata. Israele aveva già annunciato che avrebbe espulso gli attivisti sulle navi della flottiglia e avrebbe incarcerato chi si fosse rifiutato di cooperare con gli inquirenti e di accettare l’espulsione.

CHI C’ERA A BORDOLe navi di Freedom Flotilla portavano più di 700 passeggeri di 40 nazionalità diverse e volevano consegnare 10mila tonnellate di aiuti umanitari, tra cui cemento, medicine, generi alimentari, e altri beni fondamentali per la popolazione di Gaza. A bordo anche case prefabbricate, 500 sedie a rotelle elettriche e cinque parlamentari (di Irlanda, Svezia, Norvegia e Bulgaria) oltre a esponenti di Ong, associazioni e semplici cittadini filo-palestinesi intenzionati a forzare il blocco di aiuti umanitari a Gaza. L’obiettivo della spedizione, salpata giovedì dalla Turchia, era rompere l’assedio a Gaza e introdurre materiale. Le autorità israeliane avevano minacciato di utilizzare la forza se i militanti avessero tentato di avvicinarsi alle coste della Striscia di Gaza. (Redazione online de “il Corriere della Sera” 31 maggio 2010)

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31/5/2010 (16:0) – MEDIO ORIENTE AD ALTA TENSIONE

ISRAELE ATTACCA UNA FLOTTA UMANITARIA. E’ BAGNO DI SANGUE: ALMENO 10 MORTI

La nave trasportava aiuti a Gaza – “Ma a bordo c’erano delle armi” – Si teme un’escalation di violenza – Ankara: “Attacco inaccettabile”

da “LA STAMPA.IT” del 31/5/2010
   Il raid compiuto all’alba di stamane dalle forze israeliane a bordo della nave Mavi Marmara, che trasportava attivisti e aiuti umanitari a Gaza, si è concluso nel sangue, con almeno dieci morti, provocando forti reazioni in tutto il mondo e richieste di una indagine internazionale.

   La crisi, in seguito alla quale la Turchia ha richiamato il suo ambasciatore in Israele, ha portato anche alla cancellazione dell’incontro di domani a Washington fra il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama. La Mavi Marmara, battente bandiera turca, faceva parte di un gruppo di sei navi partite dalla Turchia e dalla Grecia con a bordo 700 attivisti che intendevano consegnare tonnellate di aiuti umanitari a Gaza. Del viaggio facevamo parte anche degli italiani, ma nessuno risulta vittima del raid.
   Israele aveva già avvertito la «Freedom Flotilla» che non avrebbe consentito lo sbarco a Gaza, bollando l’iniziativa come una «provocazione», e il raid è scattato alle prime ore del 31 maggio ad opera di un commando della marina.

   L’operazione si è però conclusa nel sangue: secondo l’esercito d’Israele i morti sono stati almeno dieci, ma altre fonti affermano che sono 19 e la televisione turca parla di 60 feriti. I feriti sono stati trasportati in elicottero negli ospedali israeliani e le navi della Freedom flotilla sono state costrette a dirigersi verso il porto israeliano di Ashdod. Un comunicato dell’esercito israeliano ha accusato gli attivisti della nave di aver reagito con la forza.

   «Durante l’intercettazione – si legge- i dimostranti a bordo hanno attaccato il personale navale dell’Idf con armi da fuoco e armi leggere, incluso coltelli e bastoni. Inoltre una delle armi usate era stata strappata a un soldato dell’Idf. I dimostranti avevano chiaramente praparato le proprie armi in anticipo per questo specifico scopo. Come risultato di questa attività violenta e pericolosa per la vita le forze navali hanno usato strumenti antisommossa, incluso armi da fuoco».
   Successivamente il sito del quotidiano israeliano Haaretz ha mostrato la foto di un manifestante a bordo della nave che brandiva un coltello ricurvo e citato fonti dell’esercito secondo le quali i soldati hanno aperto il fuoco dopo che uno dei militari è stato colpito al capo e calpestato. «Purtroppo c’è stato uno scontro, almeno dieci persone sono morte.

   Noi ci rammarichiamo di queste perdite di vite umane», ha dichiarato in serata il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu dal Canada, dove si trova in visita, aggiungendo che le truppe israeliane «erano giustificate» ad aprire il fuoco per ragioni di autodifesa. Netanyahu ha dichiarato che il blocco di Gaza «continuerà», ma che che Israele è pronto a far avere a Gaza gli aiuti umanitari per la Striscia che erano a bordo delle navi. Il primo ministro tornerà subito in patria per seguire la crisi e ha annullato il previsto incontro di domani con Obama.
   Il raid israeliano, sul quale ha discusso il Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha provocato reazioni in tutto il mondo. Durissima la Turchia, con il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan che ha parlato di «terrorismo di Stato» e richiamato l’ambasciatore in Israele. Su richiesta della Turchia, che fa parte della Nato, gli ambasciatori dell’Alleanza atlantica riuniti a Bruxelles terranno domani una riunione straordinaria.

   Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas ha parlato di «massacro» e la lega Araba ha convocato una riunione urgente. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha dichiarato che si è trattato di un atto «disumano», aggiungendo che «tali azioni portano il regime sionista più vicino al suo collasso finale». Il presidente Usa Barack Obama, che ha avuto un colloquio telefonico con Netanyahu, ha espresso «profondo rincrescimento» per la perdita di vite umane e ha dichiarato che è «urgente conoscere al più presto le circostanze sugli eventi tragici di questa mattina».
   «Israele – ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini- deve dare spiegazioni alla comunità internazionale. E lo dice l’Italia che in Europa è senza dubbio il migliore amico di Israele».Il capo della diplomazia italiana ha poi parlato sulla sua pagina Facebook di«un errore grave» da parte israeliana «cui bisogna assolutamente porre rimedio» e ha auspicato «un’inchiesta rapida e completa».

   Anche il presidente francese Nicolas Sarkozy ha chiesto che «venga fatta luce totale sulle circostanze di questa tragedia che sottolinea l’urgenza di rilanciare il processo di pace». E in una nota dell’Eliseo, il Presidente «condanna l’uso sproporzionato della forza e rivolge le sue condoglianze alle famiglie delle vittime».
   A richiedere un’inchiesta internazionale sono anche il segretario generale dell’Onu ban Ki Moon, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Catherine Ashton. Così come Gran Bretagna e Germania, con la cancelliera tedesca Angela Merkel che esorta a evitare «una escalation» in Medio Oriente. Una preoccupazione espressa a nome dell’Ue anche dalla Asthon. «L’Israele che amo con tutto il mio cuore aveva altri mezzi per operare nei confronti di queste navi », ha detto il filosofo francese Bernard Henri Levy, fra i firmatari di un appello di ebrei europei contro l’espansione degli insediamenti, secondo il quale il danno per Israele potrebbe essere «peggiore di una sconfitta militare». «Anche se non sappiamo ancora tutti i fatti- commenta il sito della rivista americana Foreign Policy- l’uccisione di almeno 10 persone che si trovavano a bordo della nave diretta a Gaza con gli aiuti umanitari ha già i tutti crismi di un enorme disastro di pubbliche relazioni».

   L’assalto si è trasformato in un bagno di sangue. Sangue destinato a pesare non solo e non tanto sul già traballante scenario politico-diplomatico mediorientale, ma soprattutto sull’immagine, sull’idea stessa di Israele nel mondo.

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GAZA, ESERCITO NEL MIRINO

Militari israeliani ancora sotto accusa per l’operazione “Piombo Fuso”

da “il Gazzettino” del 2/2/2010

   L’operazione “Piombo Fuso”, quell’attacco massiccio delle forze armate israeliane contro la striscia di Gaza di due anni fa, continua a mietere vittime. L’ultima, in ordine di tempo, la credibilità dei militari, del ministro della Difesa e di chi ha sottoscritto il rapporto di cinquanta pagine con cui Israele risponde al rapporto Goldstone. Betselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani, di fronte alle affermazioni ambigue contenute nel documento inviato all’Onu e nelle “precisazioni” dei responsabili della difesa, sollecita un’indagine criminale su quanto accadde nella striscia e sulle responsabilità delle forze armate. Per Ehud Barak, l’«esercito non è sotto accusa» e, al massimo, deve essere presa in considerazione una commissione d’inchiesta. Il ministro ha parlato poche ore la pubblicazione della notizia che alcuni ufficiali sono stati sottoposti a provvedimenti disciplinari per un episodio avvenuto nel corso dell’assalto a Gaza. Cosa hanno fatto? Non è chiaro. Secondo il quotidiano Haaretz, la questione riguarda l’uso del fosforo bianco contro una struttura dell’Onu dove si erano rifugiati 700 civili palestinesi. L’esercito non nega l’uso della sostanza ma fa sapere che i provvedimenti disciplinari sono stati decisi per l’intervento dell’artiglieria in una zona densamente abitata.

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“RICONOSCERE LO STATO DI ISRAELE? APRIAMO I NEGOZIATI E SE NE PARLERA’”

Khaled Meshal presenta la svolta diplomatica di Hamas

di Alix Van Buren, da “la Repubblica” del 31/5/2010

DAMASCO – «Prima o poi, qualcosa succederà. L´isolamento di Hamas non potrà durare più a lungo. È una finzione priva di logica. Il mio incontro con il presidente russo Medvedev spiana la strada ad altri, che vorrebbero seguirne l´esempio. Del resto, Medvedev ha fatto apertamente quel che molti occidentali fanno dietro le quinte. Lo ha detto lui stesso. Però, se considero il nostro impegno, i segnali in arrivo dal mondo, credo che il futuro sarà nostro».
Khaled Meshal, il leader supremo di Hamas in esilio, è tutto preso a distillare le novità. Nel suo villino-bunker di Damasco gli amici, e sono pochi, sventolano il riconoscimento offerto da Mosca. I nemici, e sono schiere, continuano a tacciarlo di ambiguità: «un terrorista», dicono, «in doppiopetto». E gli oltranzisti, dal canto loro, lo ammoniscono a non «inchinarsi» alla comunità internazionale, dopo che Hamas ha espresso pubblico rammarico per le vittime civili israeliane, colpite dai razzi di Hamas. Lo ha fatto nella risposta al rapporto Goldstone sulla guerra di Gaza.
Si aspettava l´incontro con Medvedev?
«No, non me l´aspettavo. Certo, ci eravamo già visti a Mosca. Però, la sua richiesta al presidente siriano Assad di favorire un incontro ufficiale qui a Damasco, mi ha colto di sorpresa».
Per Hamas che cosa significa questo incontro?
«È un segnale che il mondo comincia a riconoscere ad Hamas un peso nella scena regionale e palestinese, per il legittimo sostegno degli elettori, dei popoli arabi e islamici; per il ruolo politico e militare, soprattutto dopo la guerra di Gaza. E che la pace arabo-israeliana non avverrà senza Hamas. Quanto alla Russia, Mosca vuole una parte più importante nel processo di pace, soprattutto alla luce del fallimento della politica americana in Medio Oriente, e nei negoziati per la pace».
Le sue speranze non saranno eccessive?
«So bene che in politica non si fanno previsioni sulla base di un unico incontro. Ci aspetta un lungo lavoro. Però la Russia, infrangendo le precondizioni al dialogo con Hamas, di fatto le ha indebolite. Aprirà la porta, in futuro, ad altri che vogliono seguire le sue orme. Già i nostri rapporti con la comunità internazionale migliorano in Europa come in Asia, in Africa, in America latina. Ma mi riferisco anche ai molti funzionari occidentali, compresi quelli americani, che intrattengono con noi un dialogo a volte segreto, altre indiretto, altre ancora informale. Come vede, c´è un contrasto fra la teoria e la necessità pratica di dialogare».
Meshal, è ora che anche lei esca finalmente allo scoperto. Il Quartetto – Usa, Russia, Ue, Onu – le pone tre condizioni chiare: riconoscere Israele, aderire agli accordi già presi, rinunciare alla violenza. Lei che intenzioni ha?
«Se parliamo di condizioni, è necessario distinguere fra “precondizioni”, che sono un ostacolo al dialogo, e “condizioni”, che hanno invece lo scopo di raggiungere un accordo. Sono due cose diverse. All´interno di un negoziato, ogni parte pone sul tavolo le proprie condizioni, che vanno discusse in vista di un´intesa».
Questo vuol dire che, per lei, il riconoscimento di Israele è una carta da giocare in un´eventuale trattativa?
«Proprio così. L´ho detto a tutti, anche al presidente Carter. Ascolti, Hamas accetta uno Stato palestinese sovrano entro i confini del 1967, con Gerusalemme capitale, e il ritorno dei profughi nell´ambito della posizione araba e palestinese. Però, questo non significa accettare la formula dei due Stati, né riconoscere Israele».
Perché tanta ambiguità? Qual è la differenza? Accettare i confini del 1967 non comporta un riconoscimento indiretto di Israele?
«La differenza è importante, e gliela spiego: nel caso della Palestina, diversamente da altri Paesi arabi che hanno terre occupate da Israele, se Israele tornasse alle frontiere del ‘67, non restituirebbe tutti i territori, ma soltanto il 20-21 per cento della Palestina storica. Conserverebbe il 79 per cento. E la metà dei palestinesi proviene proprio dai territori occupati nel 1948».
Lei vuole tornare, nientemeno, al 1948?
«No, non dico affatto questo: Hamas accetta i termini dell´attuale negoziato, le risoluzioni dell´Onu. Però è bene procedere un passo alla volta. Prima si consenta ai palestinesi di vivere in uno Stato indipendente sulle linee del ‘67. E poi si chieda loro se intendono riconoscere o no lo Stato di Israele. Non si può imporlo adesso, mentre la metà dei palestinesi è sotto occupazione e l´altra metà nella diaspora. Si cominci col riconoscere i loro diritti».
Il presidente Abbas procede con i negoziati. Lei resta escluso. L´inflessibilità paga?
«Abbas, come Arafat, ha riconosciuto Israele. E in cambio non ha ottenuto niente. Sul tavolo c´è anche il piano arabo del 2002: riconoscimento di Israele e normalizzazione dei rapporti in cambio del ritiro alle frontiere del ‘67. Però Israele non risponde. La ragione è evidente».
Si spieghi.
«Mancano due condizioni essenziali: non c´è la volontà internazionale d´imporre a Israele il prezzo della pace, e i negoziatori arabi e palestinesi non dispongono di carte da far valere nel negoziato. La carta più forte, a nostro avviso, è la resistenza».
Il caporale israeliano Gilad Shalit è ancora vostro prigioniero. Fino a quando?
«Finché Stati Uniti e Israele non sbloccheranno le trattative per il suo rilascio. Eravamo prossimi a un accordo. Poi Netanyahu si è rimangiato la proposta fatta al mediatore tedesco. L´America è contraria a un´intesa, perché pensa che rafforzerebbe Hamas e indebolirebbe Abbas. Lo ha detto il padre di Shalit: la responsabilità è dell´America».

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carta della situazione geopolitica a GAZA dopo l'ultima guerra (operazione "Piombo fuso", dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009) – da LIMES rivista di geopolitica italiana, carta di Laura Canali)
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