Geolibri – “Il sentiero degli dei”: scavalcare a piedi l’Appennino da Bologna a Firenze, estrema forma di lettura del paesaggio e delle sue ferite; su montagne poco vissute e “perforate” da gallerie sempre più lunghe e treni ad alta velocità

«Esistono due diversi modi per uscire a piedi da una città e lasciarsela alle spalle. Il primo è come venire fuori da una bolla di sapone, che piano piano si allunga, si deforma, pare non volerti lasciare andare e poi invece esplode in una nuvola di gocce e ti accompagna ancora per un bel pezzo con il suo odore di cemento armato. Il secondo è trovare una via di fuga, una porta girevole tra l’urbe e il contado, di solito un parco, una strada secondaria, una pista ciclabile» Wu Min 2 – il disegno qui sopra è della copertina del libro di Wu Min 2 “il sentiero degli dei” ed è di Emanuele Lamedica)

   Vi proponiamo un libro sull’importanza del CAMMINARE (ma ancor di più del guardare il paesaggio): riprendere possesso di facoltà umane così importanti che in tutti i modi, nella nostra quotidianità, cerchiamo di evitare: guardare con calma attorno a noi, e avere spirito critico e conoscenza dei luoghi.. Ed è anche un libro (quello che vi proponiamo) sul senso del viaggio come ATTRAVER- SAMENTO, cioè consapevolezza dei luoghi diversi che percorriamo, e che è di estremo interesse vederli, scoprirli, assimilarli nella nostra mente.

   La velocità sempre più alta che ricerchiamo nel viaggiare da un luogo all’altro, ci porta a perdere il “senso del viaggio”: vedere quella parte di paesaggio che dà senso al nostro andare in un altro luogo. Non è un caso che la montagna (come gli Appennini nel caso del libro di cui tra poco vi diciamo, ma ancor si più le Alpi, dove gallerie di più di 50 chilometri si stanno approntando nel Brennero e in Val di Susa), le montagne siano vissute come “ostacolo”, cosa negativa da superare in fretta (dal che il bisogno dell’alta velocità e le lunghe gallerie).

   Il tentativo di questo libro di Wu Ming 2 (autore che vuole essere anonimo), “il sentiero degli dei” (edito da una piccola ma di grande qualità casa editrice, “Edicicloeditore” (costo 17,50 euro), tentativo di far riscoprire “il senso dei luoghi” attraverso l’attraversamento cosciente (camminando per cinque giorni, oltre le gallerie dell’alta velocità ferroviaria sotto la montagna, per soli 20 minuti di viaggio, sotto i sentieri che da Bologna portano a Firenze, e viceversa) ebbene appare chiaro che è riuscito, come tentativo, a far capire l’importanza del “camminare” come riscoperta dei luoghi, dello spazio vissuto (e di conseguenze di noi stessi). Proposta che si inserisce non in un isolamento e solitudine contro ogni modernità, ma invece in un essere ben presenti nel mondo, con una proposta innovativa di dialogo e scambio globale. Appunto riscoprendo il “camminare” come momento strepitoso di ripresa di coscienza di sè stessi, dei luoghi, dell’ambiente. Nel libro poi vi è la capacità di esaminare i “luoghi del cammino” per i loro elementi naturali (la montagna appenninica nella sua bellezza), per l’artificio umano (come i sentieri), per gli accadimenti storici (dalla presenza espansionistica dell’impero romano fino alle vicende partigiane dell’ultimo conflitto mondiale).

   Ma il tema principale del libro è il paesaggio, deturpato nel corso della storia (in primis proprio dall’alta velocità, dalla situazione recente di sfruttamento) che fa sì che diventi libro di denuncia della nostra incapacità di salvaguardia delle forme paesistiche “macro” (generali di un posto) e “micro” (di dettagli e particolari che meritano di essere conservati e visti).

   Il rischio che corriamo negli spostamenti da un luogo all’altro, nel viaggio, è quello di perdere il senso vero della distanza, dei paesaggi che portano dal luogo di origine a quello di destinazione. E’ abbastanza ovvio che, se ciò accade “in forma totale” (sia chiaro, avere mezzi di trasporto efficienti, capaci, non è certo un disvalore), se non ci interessa nulla dell’ “attraversamento” e di quel che c’è di importante in quei territori, il fatto che essi diventino meramente “servitù di passaggio”, che vengano degradati e rovinati, è automatico.

   L’elogio della lentezza non va visto pertanto come voglia malinconica dei “bei tempi andati”, ma invece può pertanto diventare un valore di “ritorno all’efficienza” nel nostro rapporto con i paesaggi. Un nostro amico (Alexander Langer) diceva che i moti (olimpici) che caratterizzano la nostra società sempre affannata, “di corsa” e “di competizione”, cioè  citius, più veloce, altius, più alto, fortius, più forte, ebbene, “essi vanno trasformati in lentius, più lento, profundius, più profondo, suavius, più dolce. Con questi motti nuovi non si vince nessuna battaglia frontale, però si ottiene un fiato più lungo” (A. Langer).

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UN LIBRO SCRITTO CAMMINANDO

di Michele Serra, da “la Repubblica” del 25/5/2010

   Di camminatori-scrittori, e di scrittori-camminatori, c’è crescente abbondanza. Al punto di far sospettare la nascita di una moda, per giunta di una moda “facile” in virtù del facile nesso tra i due ritmi, quello delle gambe e quello della scrittura, e delle facili suggestioni del lento procedere e del piacevole osservare. Lo sbocco del pedante geografismo, e peggio ancora del narcisismo performante, è sempre in agguato.

   Eventuali pregiudizi del lettore, prendendo in mano Il sentiero degli dei di Wu Ming 2 (membro del collettivo anonimo di scrittori Wu Ming), rischiano di infittirsi. Il libro è una specie di “pellegrinaggio ideologico” sulla stessa rotta appenninica, tra Bologna e Firenze, lungo la quale corre, sottoterra, il prepotente tubo della Tav.

   Fare a piedi, in superficie, lungo il ciglio dei monti, la stressa strada che il supertreno percorre in mezz’ ora, e metterci cinque giorni. Legittimo temere la retorica della lentezza, e il ripasso non indispensabile di ogni buona e meno buona ragione che alimenta la cultura NoTav. Beh. Pregiudizi sbaragliati, e dunque, evidentemente, sbagliati.

   Il racconto di Wu Ming 2 ha un merito essenziale: il protagonista non è il camminatore, ma il percorso. Sono i suoni percepibili e quelli immaginati, le case, le recinzioni, i cartelli, sono le stratificazioni, i doni e le ferite che natura e uomo hanno impresso sul territorio, il tempo (velocissimo, altro che Tav) che si comprime e si espande nei sussulti della memoria. La linea gotica, la guerra partigiana, le vestigia romane, gli scavi archeologici, l’ epopea sanguinosa della Direttissima (la nonna della Tav, voluta da Mussolini), gli operai morti per acqua, per fuoco e per silicosi, le falde disseccate, gli sventramenti e gli sciali che la Modernità si è lasciata alle spalle nella sua corsa forsennata.

   “Tutti crimini che rimandano a un crimine più grande: il tentato assassinio di una differenza”. Di questa differenza Wu Ming2 ha saputo farsi narratore, e vendicatore, usando – in una sola parola – attenzione. Contro la disattenzione di quel dio distratto che è il progresso, l’ attenzione del camminatore, per il quale anche un acciottolato, un muro diroccato, una vite antica, sono presenze che segnano il mondo, sono “luogo”.

   Minimi indizi di lunghe storie, che la scrittura (e, prima della scrittura, la comprensione) aiuta a rievocare, come cocci da rimettere insieme, pazientemente, gentilmente. L’ epica del libro, che pure è asciutto nei toni e ben più breve di quanto la lunghezza del viaggio farebbe temere, sta soprattutto nel contrasto immanente tra il treno che corre “sotto”, cieco e indifferente, e l’uomo che cammina “sopra”, attento, sensibile.

   E’ una specie di underground rovesciato (si potrà dire “overground”?): i veri segreti, i veri misteri, le vere rivelazioni vivono in superficie, sotto le stelle e in mezzo alla nebbia e agli alberi. E’ quello il mondo non rivelato, non più conosciuto, sono l’aria aperta, la montagna, i boschi a costituire la dimensione ormai occulta.

   Là si deve avventurare chi ancora insegue la differenza. Il sentiero degli dei è pubblicato dal piccolo e coraggioso Ediciclo, editore “naturalista” e di viaggio. Volendo, è anche un’ ottima guida (con tanto di cartina, e fotografie) per chi volesse ripercorrere i passi di Wu Ming 2, e gli infiniti passi di chi lo ha preceduto: leggendo il libro, pare di sentirne ancora gli echi, nonostante il frastuono dei camion a fondovalle.  MICHELE SERRA

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Il sentiero degli dei, ultimo lavoro di Wu Ming 2 e seconda uscita per la collana A passo d’uomo della casa editrice Ediciclo.
Ecco le due pagine che aprono il volume.

Nota dell’Autore
(alla maniera di Paco Ignacio Taibo II)

   Una buona parte di questo libro consiste nella descrizione del cammino che va da Bologna a Firenze, da Piazza Maggiore a Piazza della Signoria, conosciuto con il nome di Via degli Dei. Tappa per tappa, il lettore può seguire il percorso e il camminatore arrivare a destinazione. C’è pure una scelta di foto scattate lungo il tragitto e una guida pratica per chi vorrà cimentarsi.    Mancano però le mappe topografiche al 25000 e il tono dei vari paragrafi è narrativo, partigiano e sentimentale. Sarebbe dunque difficile sostenere che questa è una guida per escursionisti.

   Una buona parte di questo libro ha per protagonista un personaggio fittizio, con i suoi pensieri e le sue motivazioni. Alcune avventure che gli accadono sono frutto di invenzione, altre – le più numerose – si basano su fatti realmente accaduti. Tuttavia la trama del libro è il semplice susseguirsi dei passi e il protagonista è una mano tesa al lettore, per invitarlo a camminare. Sarebbe dunque molto difficile sostenere che questo è romanzo. Di certo, non è letteratura.

   Cinque parti di questo libro sono racconti brevi (i “notturni”) che si possono leggere anche in maniera autonoma, e forse altre sezioni del testo hanno la stessa caratteristica. Tuttavia, sarebbe difficile sostenere che questa è una raccolta di novelle.

   Una buona parte di questo libro si basa sulle esperienze dell’autore lungo la Via degli Dei, che egli ha percorso in due occasioni: dal 25 al 29 settembre 2002 e dal 1 al 5 ottobre 2009. Il cammino qui narrato, però, non corrisponde al resoconto di quelle giornate e molti argomenti contribuiscono a portarlo fuori strada. Sarebbe dunque difficile sostenere che questo è un diario di bordo.

   Una buona parte di questo libro denuncia le “emergenze ambientali” che affliggono l’Appennino tra Bologna e Firenze, in particolare quelle legate ai lavori per il Treno ad Alta Velocità. In fondo al volume vengono citate tutte le fonti dei dati e delle affermazioni riportate. Tuttavia, per quanto documentato, l’autore non è né un tecnico né un giornalista. Sarebbe dunque difficile affermare che questo è un saggio, un reportage o un’inchiesta.

   Le cinque (o più) tappe della Via degli Dei attraversano due Regioni, due Province e quattordici comuni.
   Se non vi piace attraversare i confini, camminare sui crinali e stare nei margini, temo che questo libro non faccia per voi. In caso contrario, potreste provare a leggerlo, e trovarci dentro una guida per escursionisti, una raccolta di novelle, un diario di bordo, un saggio, un reportage, un inchiesta e chissà cos’altro.

Wu Ming 2 nasce nel gennaio 2000, dopo essere stato Luther Blissett per 5 anni e molte altre cose per una ventina. Deve a suo padre l’amore per i sentieri e a sua madre quello per le storie. Ha partecipato alla scrittura collettiva dei romanzi Q, Asce di Guerra, 54, Manituana e Altai, tutti pubblicati per Einaudi Stile Libero. Come solista, ha raccontato in Guerra agli Umani (Einaudi 2004) una storia di fughe, crimini ed ecologia radicale, ispirata da un primo viaggio a piedi sulla Via degli Dei.

LA TRAMA

   In una mattina di fine estate, Gerolamo porta i suoi due figli a Parco Talon, distesa di boschi e prati alle porte di Bologna. Seguendo le tracce di un capriolo, i tre finiscono su un sentiero mai visto, di fronte a un cartello che punta verso sud e dice semplicemente: Firenze. Passa un giorno e sul piazzale della stazione, Gerolamo contempla la stele di Trenitalia eretta per celebrare l’apertura della tratta Bologna-Firenze ad Alta Velocità.

   Nasce così l’idea di scavalcare a piedi l’Appennino, per scoprire il mondo che i nuovi treni attraverseranno in galleria, senza potergli dedicare nemmeno uno sguardo. Come uno strano detective alla rovescia, Gerolamo si mette in strada per scoprire non il colpevole, ma le vittime di un delitto annunciato. Cosa ci si perde, a guadagnare venti minuti di tempo nel percorso tra due città?

   Cosa non vedono i milioni di italiani che ogni anno passano per questo imbuto del trasporto nazionale, un territorio al servizio di auto ed Eurostar? La risposta, per nulla scontata, arriverà dopo cinque giorni di viaggio a cinque chilometri all’ora, tra incontri e leggende, disastri ambientali e faggete silenziose, caprioli che brucano sotto i viadotti e ruderi di antiche locande che ospitano nuovi pellegrini.

Wu Ming 2 – Il Sentiero degli Dei – edicicloeditore 17,50

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I DESIDERI NEL TEMPO DELLA FRETTA

di Zygmunt Bauman, da “la Repubblica” del 15/2/2010

   È stato Stephen Bertman a coniare i termini «cultura del momento» e «cultura della fretta» per definire il nostro modo di vivere in questa società. Sono definizioni idonee e che risultano particolarmente comode ogni volta che cerchiamo di cogliere la natura della condizione umana liquido-moderna. La mia tesi è che tale condizione si caratterizza principalmente per la sua tendenza (un caso fin qui unico) a rinegoziare il significato del tempo.

   Il tempo, nell’ era liquido-moderna della società dei consumatori, non è né ciclico né lineare, com’ era normalmente per le altre società note della storia moderna o premoderna. Direi che è invece puntinista, frantumato in una moltitudine di pezzetti distinti, ognuno ridotto a un punto che si avvicina sempre di più alla sua idealizzazione geometrica di non dimensionalità.

   Come ricorderete sicuramente dalle lezioni di geometria a scuola, i punti non hanno lunghezza, larghezza o profondità: esistono, si sarebbe tentato di dire, prima dello spazio e del tempo; sia lo spazio che il tempo ancora non sono cominciati. Ma come quell’unico punto che, secondo quanto ipotizzano le teorie cosmogoniche più avanzate, precedeva il big bang che diede inizio all’universo, ogni punto si presume contenga un infinito potenziale di espansione e un’infinità di possibilità che attendono di esplodere se adeguatamente innescate.

   E ricordiamo che nel «prima» che precedette l’ eruzione dell’ universo non vi era nulla che potesse fornire la benché minima avvisaglia che stava avvicinandosi il momento del big bang. I cosmogonisti ci dicono un mucchio di cose su quello che avvenne nelle prime frazioni di secondo dopo il big bang; ma conservano un odioso silenzio sui secondi, i minuti, le ore, i giorni, gli anni o i millenni prima.

   Ogni punto-tempo (ma non c’ è modo di sapere in anticipo quale) potrebbe – soltanto potrebbe – recare in sè la possibilità di un altro big bang, anche se questa volta su scala ben più modesta, da «universo individuale», e i punti successivi continuerebbero a essere visti come punti recanti tale possibilità, indipendentemente da ciò che sarebbe potuto succedere con i punti precedenti e nonostante l’ esperienza accumulata dimostri che la maggior parte delle possibilità di solito è predetta in modo errato, trascurata o mancata, che la maggior parte dei punti si è rivelata infruttuosa e che la maggior parte dei sommovimenti è morta sul nascere.

   Una mappa della vita puntinista, se mai venisse tracciata, assomiglierebbe a un camposanto di possibilità immaginarie o irrealizzate. O, a seconda del punto di vista, come un cimitero di occasioni sprecate: in un universo puntinista, i tassi di mortalità infantile e di gravidanze abortite della speranza sono molto elevati. È proprio per questa ragione che una vita «del momento» normalmente è una vita «della fretta».

   La possibilità che potrebbe essere contenuta in ogni punto lo seguirà nella tomba: per quell’unica, particolare possibilità non ci sarà una «seconda possibilità». Ogni punto può essere vissuto come un nuovo inizio, ma spesso e volentieri il traguardo arriverà poco dopo la partenza, e in mezzo sarà accaduto ben poco.

   Solo una moltitudine, in inarrestabile espansione, di nuovi inizi può – semplicemente può – compensare la profusione di false partenze. Solo le vaste distese di nuovi inizi che siamo convinti ci aspettino più avanti, solo una moltitudine sperata di punti le cui potenzialità da big bang ancora non sono state messe alla prova, e che perciò ancora non sono state screditate, possono salvare la speranza dalle macerie delle conclusioni premature e degli inizi abortiti.

   Come ho detto prima, nella vita «adessista» dell’ avido consumatore di nuove Erlebnisse (esperienze vissute), la ragione di affrettarsi non è acquisire e collezionare il più possibile, ma rottamare e sostituire più che si può. C’ è un messaggio latente dietro a ogni spot che promette una nuova opportunità inesplorata di beatitudine: non ha senso piangere sul latte versato. O il big bang avviene proprio ora, in questo esatto momento e al primo tentativo, oppure attardarsi in quel particolare punto non ha più senso: è tempo di spostarsi su un altro punto.

   Nella società dei produttori che ormai sta scomparendo dalla memoria (almeno nella nostra parte del pianeta), il consiglio, in un caso simile, sarebbe stato: «insisti». Ma non nella società dei consumatori: qui, gli utensili inefficaci devono essere abbandonati, non affilati e rimessi alla prova con più competenza, più impegno e migliori risultati. E si lascino perdere anche quegli elettrodomestici che non sono riusciti a fornire la «piena soddisfazione» promessa a quelle relazioni umane che hanno prodotto un «bang» meno «big» di quanto ci si aspettava.

   La fretta dev’essere massima quando si tratta di correre da un punto (che ha deluso, che sta deludendo o che sta cominciando a deludere) a un altro (ancora non collaudato). Si dovrebbe rammentare l’ amara lezione del Faust di Christopher Marlowe: finire all’ inferno per aver desiderato che il momento solo perché piacevole – potesse durare per sempre. Data l’ infinità di opportunità promesse e presunte, a trasformare in «punti» sbriciolati la più attraente novità del tempo, una novità che si può star sicuri che verrebbe abbracciata avidamente ed esplorata con passione, è la doppia aspettativa o speranza di prevenire il futuro e neutralizzare il passato. Riuscire a mettere a segno un doppio successo di questo tipo, dopo tutto, è l’ideale della libertà. (…)

   Partiamo dalla straordinaria impresa della neutralizzazione del passato. Essa si riduce a un unico cambiamento nella condizione umana, ma un cambiamento realmente miracoloso: la possibilità di «rinascere» con facilità. D’ora in poi, non sono solo i gatti a poter avere nove vite. Durante quel lasso di tempo terribilmente breve che trascorriamo sulla terra, deplorato non troppo tempo fa per la sua detestabile brevità e che da allora non si è prolungato più di tanto, gli esseri umani – come i proverbiali gatti – ora hanno la capacità di spremere molte vite, una serie infinita di «nuovi inizi».

   Rinascere significa che la/e nascita/e precedente/i, insieme alle relative conseguenze, viene o vengono annullata/e: sembra l’ avvento dell’ onnipotenza di tipo divino, sempre sognata ma fino ad ora mai sperimentata. Il potere di determinazione causale può venire disarmato, e il potere del passato di limitare le opzioni del presente può venire drasticamente contenuto, forse addirittura abolito del tutto.

   Ciò che eri ieri non preclude più la possibilità di diventare qualcuno di totalmente diverso oggi. Dal momento che ogni punto nel tempo, ricordiamolo, è pieno di potenziale, e che ogni potenziale è diverso e unico, si può essere diversi in modi realmente innumerevoli: è qualcosa che oscura perfino la sbalorditiva molteplicità di permutazioni e la strabiliante varietà di forme e sembianze che gli incontri casuali di geni sono riusciti finora e probabilmente continueranno a produrre in futuro nella specie umana.

   Si avvicina a quella capacità di eternità che sgomenta, in cui, considerando la sua infinita durata, ogni cosa può/deve, prima o poi, succedere, e in ogni caso potrà essere/sarà, prima o poi, fatta. Ora quella mirabile potenza dell’ eternità sembra essere stata compressa nel tutt’ altro che eterno intervallo di tempo di una singola vita umana.

   Di conseguenza, l’impresa di disinnescare e neutralizzare la capacità del passato di limitare le scelte successive, e quindi di circoscrivere pesantemente le occasioni di «nuove nascite», deruba l’eternità della sua attrattiva più seducente. Nel tempo puntinista della società liquido-moderna, l’eternità non è più un valore e un oggetto di desiderio, o per meglio dire, quello che era il suo valore e che la rendeva un oggetto di desiderio è stato espunto e trapiantato nel momento presente. Di conseguenza, la «tirannia del momento» della tarda modernità, con il suo precetto del carpe diem, gradualmente ma costantemente, e forse inarrestabilmente, rimpiazza la tirannia premoderna dell’eternità, con il suo motto del memento mori. (2008 The President and Fellows of Harvard College Traduzione di Fabio GalimbertiZYGMUNT BAUMAN)

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In questo blog sul CAMMINARE abbiamo già parlato nell’articolo dedicato al libro “CAMMINARE” di David Henry Thoreau:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/09/02/geolibri-%e2%80%93-camminare-di-david-henry-thoreau-%e2%80%93-l%e2%80%99interpretazione-geografica-di-un-ritorno-a-conoscere-la-natura-e-i-luoghi-camminando/

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