Censimento – l’INDIA che si conta e “che conta” sempre di più – censimento e demografia in un’era globale che ha sconvolto per sempre i tradizionali equilibri di predominio occidentale del mondo

Immagine di donne indiane – L’India ha dato il via a un censimento, il quindicesimo dal 1872, che prevede il rilevamento di dati biometrici per tutti gli abitanti sopra i 15 anni. Le informazioni raccolte saranno poi utilizzate per il rilascio delle carte di identità. Per «intervistare» la popolazione indiana (1,2 miliardi di abitanti) in base a sesso, religione, occupazione e livello di istruzione, saranno impegnati un milione e mezzo di operatori che, nell’arco di un anno visiteranno oltre 7mila città e 600mila villaggi. Le informazioni raccolte riguarderanno per la prima volta anche l’utilizzo di internet o l’esistenza di servizi igienici nelle abitazioni. Il censimento vero e proprio, la conta del numero di abitanti, avverrà tra il 9 e il 28 febbraio 2011. I risultati sono previsti per la metà del 2011. Il censimento costerà 1,3 miliardi di dollari alle casse dello stato indiano

   L’india in questi mesi sta andando al censimento più importante della sua storia secolare. E’ un tentativo, una “volontà”, di prendere in mano le redini di un paese che non si sa come possa essere stato finora unito. Usciti dalla colonizzazione britannica nel dopoguerra (nel 1947 l’India ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna, ma venne divisa in due governi indipendenti tra India e Pakistan, per volontà della Lega mussulmana, e solo tre anni più tardi, nel 1950, l’India divenne una repubblica federativa costituzionale, con 28 stati federati), forse gli indiani hanno avuto come collante (nonostante lingue, etnie e religioni diverse) un’unica identità culturale che li ha accomunati, li ha fatti sentire come un unico popolo. Esperienza interessante quella dell’India (come del resto anche se in condizioni assai diverse quella degli USA, ma lì ci sta il tema della grande migrazione, non solo europea, verso una nuova terra; in India non è stato così…). E inoltre l’India deve fare i conti con una storia di terrorismo interno mai sopita, frutto probabilmente anche di incredibili differenziazioni sociali tra ricchi e poveri che pochi paesi al mondo conoscono: ora il pericolo maggiore alla sicurezza del paese sembra essere rappresentato dalla cosiddetta “guerriglia maoista”; ma molti dicono che spesso strumentalmente il governo viene a considerare “terrorismo” ogni opposizione interna troppo radicale.

  Un’India tra la permanenza di forme arcaiche in sperduti villaggi (circa 600.000 sono i villaggi) e megalopoli di milioni di persone (basti pensare ai 12 milioni di abitanti di Bombay…); con 400 milioni di analfabeti, la presenza ancora delle caste e, all’opposto, con giovani manager indiani che dirigono tante multinazionali nel mondo….

   Con duemila etnie, una trentina di lingue completamente diverse l’una dall’altra, milioni di persone che non conoscono bene neanche qual è l’anno in cui sono nate… E un censimento, quello che ora sta partendo che si avvale addirittura di mappe satellitari per “scoprire” e non dimenticare nessuno di questi 600.000 villaggi del Subcontinente indiano. L’India silenziosa con i suoi cinquecento milioni di indigenti e i quattrocento milioni di analfabeti: cose che fanno arrossire di vergogna l’India del miracolo economico, con un tasso di sviluppo annuo vicino all’otto per cento. L’India che è la più grande democrazia al mondo, che riesce a tenere assieme un paese in un’unica autorità di governo (pur nei 28 stati federati)…

   L’India tra miseria profonda e diffuse forme di eccellenza, intellettuale e tecnologica… Con paesaggi geografici di una diversità tra loro strabiliante (le megalopoli e gli impenetrabili e sperduti villaggi…). Un (sub)continente, quello indiano, che il censimento vuole scoprire meglio non solo nella geografia umana, ma anche nel rapporto tra risorse, ambiente e popolazione… L’India che negli ultimi cinquant’anni è cresciuta nella sua popolazione di tre volte (mentre la Cina, con un rigido, e duro, e crudele controllo demografico è cresciuta “solo” del doppio); e che è probabile, necessario, che anch’essa dovrà attuare politiche ferree (finora mai attuate) di contenimento demografico (se le condizioni di vita e di salute della popolazione crescono, come auspicabile e probabile, è ovvio che si rischia il collasso demografico).

  Il contesto degli squilibri demografici si notano nel rapporto tra i popoli dell’occidente storicamente ricco, industrializzato, che hanno flussi e livelli di natalità assai preoccupanti in negativo (la popolazione anziana prevale sempre più…), mentre paesi emergenti o ancora poveri devono controllare il boom di crescita della popolazione…

… Riuscirà il pianeta Terra a far fronte alla crescita demografica dei paesi poveri (la stragrande maggioranza dell’umanità)? Il controllo delle nascite, o la cosiddetta procreazione responsabile rischia di essere, o di essere già diventata (come nel caso della Cina) un elemento di repressione violenta di tradizioni e volontà di popolazioni. Ma è ineluttabile che al controllo della natalità ogni stato dovrà ricorrere. Il ferreo controllo demografico potrebbe essere attenuato e meno imposto in forma autoritaria (nel rispetto dei principi e diritti fondamentali) con l’avverarsi di un meno traumatico “travaso” di popolazioni in altri luoghi dove la natalità langue (come nella vecchia Europa, “vecchia” in tutti i sensi…). Fenomeni migratori che, se governati con autorevolezza e sapienza (e senza paure a volte immotivate) potrebbero in breve tempo portare a un pianeta virtuosamente multirazziale, dove la convivenza tra persone provenienti da etnie diverse (e che ad esempio si riconoscono nello stesso luogo di vita, come nel caso della nostra, nonostante tutto, bellissima e variegata Europa) è un’opportunità da non mancare.

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INDIA, AL VIA IL 15° CENSIMENTO DELLA STORIA DEL PAESE

di Valeria Fraschetti, da “la Stampa” del 22/4/2010

New Delhi. Per quanto acuto e lungimirante, Kautilya, il funzionario dell’impero indiano dei Maurya, che 2300 anni fa scrisse il trattato Arthashastra descrivendo in dettaglio metodi e vantaggi dell’attività censuaria, non avrebbe potuto neanche lontanamente concepire l’esercizio demografico che è stato avviato il 21 aprile in India. Non solo per le sue colossali dimensioni, ma perché quello che si concluderà nel 2011 promette di essere un censimento da record: per la prima volta i cittadini non saranno solo numeri, ma verranno anche identificati con tanto di rilevazioni biometriche.
   Solo la Cina, con 1,3 miliardi di persone, conta più abitanti del Subcontinente, che nel 2001 risultava averne appena sopra il miliardo. Ma il governo di Nuova Delhi assicura che la mole e la complessità dei dati che sarà raccolta questa volta supererà di gran lunga quella prodotta dal censimento cinese del 2000. «È il più grande esercizio (demografico, ndr) della storia dell’umanità» ha dichiarato il ministro degli Interni Palaniappan Chidambaram.

   Il conteggio della popolazione indiana è sempre stato un’impresa epica. Stiamo parlando di una nazione che presenta uno dei più assortiti minestroni di etnie (duemila), lingue (ventinove) e religioni (sei). Dove il 35 per cento è ancora analfabeta. In cui milioni di persone non conoscono con precisione la propria età, perché vivono in zone dove non si usa andare all’anagrafe e in cui il tempo è una dimensione mitica, registrata dalla memoria umana più che da calendari e orologi.
   Eppure una nazione come l’India, che famosa non è per la sua puntualità, è una delle poche al mondo che non hai mai saltato il suo decennale appuntamento col censo. Forse anche per via della sua maniacale indole burocratica, non ha sgarrato neanche in tempi di guerre e carestie da quando nel 1871, sotto l’impero britannico, iniziò a censire sistematicamente la sua popolazione. Allora era di 237 milioni. Oggi si stima che sia attorno al miliardo e duecento milioni.

   Per avere dati certi, il governo spenderà per il suo quindicesimo censimento circa 1 miliardo di euro e impiegherà undici tonnellate di carta. Dagli sperduti rifugi sull’Himalaya fino alle capanne dei tribali sulle isole Andamane, passando per i tortuosi slum delle megalopoli, un esercito di funzionari e volontari folto quasi quanto la cittadinanza di Roma (2,5 milioni di persone) si recherà per mesi in ogni angolo del Subcontinente per censirne gli abitanti. I cittadini dovranno fornire informazioni su fertilità, istruzione, lavoro, religione. E, per la prima volta anche sulla presenza nelle case di servizi igienici, Internet, telefonini e sul possesso di conti bancari. Dati che aiuteranno a comprendere dove effettivamente arrivi il poderoso sviluppo economico indiano.
   La vera portata storica di questo censimento, però, sta nel processo d’identificazione. Che si tratti di santoni che meditano sul Gange, tribali sperduti nel Nordest, paperoni dell’industria informatica di Bangalore, ogni cittadino sopra i 15 anni sarà schedato. Con foto e impronte digitali. Dati biometrici che, uniti agli altri, serviranno a creare un’anagrafe nazionale, in base alla quale il governo rilascerà un documento con un numero identificativo personale riconosciuto su tutto il territorio indiano.

   Di fronte all’idea di un grande fratello digitale tanto minuzioso i paladini occidentali della privacy scenderebbero in piazza, in India la gran parte supporta il progetto, anche se una minoranza di attivisti mette in guardia dall’uso politico di questa massa spaventosa di dati personali. Nelle speranze di governo e cittadini sarà una panacea per migliorare l’efficienza amministrativa mettendo ordine alla babele anagrafica esistente.

   In India, infatti, esistono almeno una ventina di documenti per attestare la propria identità, ma nessuno è valido a livello nazionale. Soprattutto, i ladri d’identità abbondano. Va da sè che i milioni di rupìe che lo Stato spende in sussidi e programmi d’aiuto per i poveri spesso finiscono per beneficiare le persone sbagliate. Ecco quindi il perché di un rilevamento biometrico. Proprio le impronte digitali, sostengono le autorità, saranno la garanzia contro le frodi d’identità.
   Nuova Delhi spera anche che la mastodontica impresa aiuterà a incrementare il numero dei contribuenti del fisco, oggi un misero sette per cento della popolazione. Anche per questo intende minimizzare quel 2,3 per cento di margine d’errore registrato nell’ultimo censimento, il primo a scandagliare digitalmente i questionari cartacei. Stavolta, per non lasciare nessuno fuori dal radar, i censori sono stati muniti di mappe satellitari dei 600 mila villaggi del Paese.
   L’indagine è iniziata ieri alle ore 10,30 a casa della signora Pratibha Patil, presidente della Repubblica. Per i dati finali bisognerà attendere la metà del 2011. Difficilmente, però, conterranno anche le impronte digitali delle migliaia di guerriglieri maoisti che da anni lottano contro lo Stato nascondendosi nelle foreste dell’India orientale.

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INDIA, TUTTI PARLANO DEL CENSIMENTO MA NON DELLA SOVRAPOPOLAZIONE

da http://www.politicambiente.it/

   E’ partito il censimento-mammouth, come lo hanno definito i media anglofoni, e cioè la numerazione degli abitanti dell’India, il secondo Paese più popoloso al mondo che, secondo il Census Bureau of USA, si avvicina oggi a 1.200.000.000 di abitanti. Ma nessuno dei mezzi di comunicazione – in Italia come all’estero – ha colto l’occasione per parlare dell’andamento demografico planetario, che comincia già a creare grossi problemi e ancor più ne creerà in futuro. E’ un argomento tabù che non piace affatto alle Nazioni del terzo mondo – in maggioranza numerica all’ONU – le quali  usano la sovrappopolazione come arma di pressione, se non di ricatto morale e materiale, verso i Paesi più ricchi.

   Ed è visto come il fumo negli occhi dalle religioni monoteiste, che difendono a spada tratta “la sacralità della vita”, asserendo addirittura che la sovrappopolazione è un dono della provvidenza. Infine, la crescita demografica incontrollata non dispiace affatto a vasti settori dell’economia mondiale, che la vedono come un’occasione di crescita ma senza preoccuparsi delle lotte che si scateneranno per accaparrarsi materie prime e risorse ambientali (e molte sono già in atto attorno al petrolio o ai grandi corsi d’acqua in Asia e in Africa).

   Ma per avere un’idea di cosa stiamo parlando, sarà bene fare un illuminante confronto – sempre su dati ufficiali del Censis Bureau of USAtra l’incontrollata crescita di popolazione  avvenuta nell’ultimo mezzo secolo in India e la situazione della Cina, dove invece si è pensato da tempo a frenare la sovrappopolazione.

   Nel 1959, infatti, sul territorio indiano vivevano 436 milioni di  persone  con una densità di circa 147 abitanti per chilometro quadrato; nello stesso anno in Cina si contavano  654 milioni di persone, con una densità di circa 68 abitanti per kmq. Oggi, dopo mezzo secolo esatto, senza alcun freno alla crescita demografica la popolazione indiana è quasi triplicata (1 miliardo e 200 milioni circa) con una densità che sfiora i 400 abitanti per kmq; mentre in Cina è solo raddoppiata (1 miliardo e 330 milioni) con una densità di 139 abitanti per kmq.

   Se i governi cinesi non avessero imposto il controllo delle nascite, oggi il loro Paese si avvierebbe all’iperbolico record di  ben 2 miliardi di abitanti, con conseguenze immaginabili sulle condizioni di vita e sullo stesso sviluppo economico. Non va dimenticato, ad esempio, che proprio in questi giorni si sta parlando di una grave crisi idrica e di siccità nelle regioni sud-occidentali della Cina, anche lungo il fiume Mekong, con oltre 50 milioni di persone coinvolte. Senza parlare del sovraffollamento delle città e delle conseguenze climatiche e ambientali che ne derivano.

   Nonostante ciò – e come se fossimo ancora nel Medioevo, quando la specie umana viveva sotto l’incubo di epidemie e carestie – la stragrande maggioranza dell’umanità vede la crescita della popolazione come una benedizione. Perciò il censimento in India è oggi solo un’occasione, per i media, di snocciolare cifre iperboliche e di fare del “colore” giornalistico. Niente di più.

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Per un quadro storico-geografico sull’India si può vedere wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/India

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INDIA E TERRORISMO

SABOTAGGIO SUI BINARI, TRENO DERAGLIA. STRAGE NEL BENGALA OCCIDENTALE

I morti sono almeno 71. Sospetti su un gruppo filo-maoista per l’attentato nella regione di Calcutta. Rimosso un tratto di traversina, il convoglio è andato a schiantarsi contro un carro merci. Centinaia di feriti

di Raimondo Bultrini, da “la Repubblica” del 28/5/2010

   E’ di almeno 71 vittime il bilancio provvisorio del tragico sabotaggio sui binari di una tratta ferroviaria nello Stato del West Bengala. Oltre 120 i feriti. Il “comitato del popolo contro le Atrocità della polizia” (Pcpa) ha rivendicato l’attentato. Il treno è deragliato all’1.30 locale nel distretto di West Midnapore, una roccaforte maoista circa 135 chilometri a ovest di Calcutta, capoluogo del Bengala occidentale. Ha successivamente centrato un convoglio merci che sopraggiungeva in direzione opposta. Le forze di polizia dicono che le operazioni di soccorso proseguono e si teme che tra i rottami del convoglio possano esserci ancora molti corpi. Un sopravvissuto, Ranjit Ganguly, ha raccontato di essere stato scaraventato fuori il vagone dalla violenza dell’esplosione ma che i suoi figli sono ancora intrappolati all’interno.
   Secondo i primi esami effettuati sulla linea ferrata dov’è avvenuto il deragliamento del treno, che da Calcutta era diretto alla periferia di Mumbai, l’incidente è stato causato da un pezzo di traversina mancante. Secondo il ministro delle Ferrovie e diversi ufficiali di polizia non c’è dubbio che si sia trattato di un sabotaggio: è stato asportato meno di mezzo metro del binario sul quale viaggiava il treno passeggeri pieno di gente che dormiva in cuccetta. L’operazione – ha spiegato lo stesso ministro – sarebbe stata predisposta appositamente per far scontrare i vagoni diretti a sud ovest con un treno merci che in quel momento proveniva in direzione contraria, come infatti è successo. Sul posto sono stati fatti trovare numerosi volantini del movimento Naxalita (nato proprio in queste regioni del Bengala occidentale con una rivolta contadina contro i latifondi e oggi diffuso in 20 dei 28 Stati indiani), che incitavano allo sciopero generale proprio per la giornata di ieri.

   Non è il primo treno preso di mira dai 20.000 militanti del movimento che ha recentemente anche compiuto un agguato militare nelle foreste di Chhattisgarh uccidendo 71 soldati, una cifra che potrebbe essere superata dal bilancio delle vittime di ieri. Ma l’attacco alla grande rete ferroviaria dell’India rappresenta un’escalation, perché mirato al principale sistema di comunicazione del Paese, con oltre 18 milioni di passeggeri e 14mila treni passeggeri e merci al giorno in transito. Finora si era trattato in genere di attentati contro linee periferiche, spesso con vere sparatorie.
   Ma quello di ieri – avvenuto nell’area maoista delle foreste di Paschim Medinipur – può rappresentare un salto di qualità inquietante, tale da rendere insicure da ora in poi le linee interstatali in gran parte dell’India, comprese quelle utilizzate dai turisti. Se confermata la matrice terrorista, il deragliamento del treno dimostra che pochi uomini possono procurare danni spaventosi in un qualsiasi punto della più grande (e incontrollabile) rete ferroviaria del mondo. Non a caso il primo ministro Manmohan Singh ha definito la guerriglia naxalita e maoista “la più grave minaccia alla sicurezza del Continente”, e alla fine dello scorso anno ha autorizzato il ministero dell’interno a condurre una delle più grandi operazioni militari della storia nazionale chiamata Green hunt, Caccia verde, con l’impiego di 100mila uomini addestrati in aggiunta alle forze locali di polizia.
   Di certo però, quel pezzetto di traversina sottratto dimostra che nemmeno l’impiego di un milione di soldati potrebbe garantire la sicurezza dei treni. Resta la trattativa coi ribelli, che già controllano parecchie migliaia di chilometri di foreste nel cosiddetto “corridoio rosso” tra Bengala, Orissa, Chattisgarh, Jharkhand. Ma il ministro responsabile ha già detto invece che vorrebbe più poteri per la polizia. Una strada giudicata suicida da molti intellettuali indiani, tra i quali la scrittrice Arundhati Roy che è arrivata ad accusare l’esercito di “genocidio” per i metodi usati contro i contadini e tribali sospettati di simpatie maoiste. (Raimondo Bultrini)

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libri-romanzi sull’India

Denunce – Incontro con l’ autore de «La storia dei miei assassini» ospite al Lingotto

TEJPAL: LA MIA INDIA SENZA MIRACOLI

di Dino Messina, da “il Corriere della Sera” del 10/5/2010

«Racconto il Paese reale dove i maoisti hanno milioni di seguaci»

New Delhi – «Mio padre era un ufficiale dell’ esercito indiano e ho conosciuto bene il nostro Paese perché ogni due anni la famiglia doveva seguirlo nei suoi trasferimenti. Nel 1983, a vent’ anni, avevo già deciso di diventare uno scrittore, ma a quel tempo in India non si poteva nemmeno immaginare di guadagnarsi da vivere con i romanzi, così ripiegai sul giornalismo: avevo bisogno di soldi anche perché volevo sposare una mia compagna di college, Giita, che poi è diventata mia moglie. Abbiamo avuto due figlie».

   Tarun J Tejpal, seduto alla scrivania da direttore del settimanale «Tehelka», sintetizza così in poche parole la scelta che l’ha portato a essere uno dei maggiori scrittori del suo Paese. “L’ alchimia del desiderio”, pubblicato da Garzanti nel 2006, ha venduto quattrocentomila copie nel mondo, e “La storia dei miei assassini” (pagine 468, 19,60 euro), uscito in ottobre sempre da Garzanti, è subito diventato un bestseller internazionale. E oltre che scrittore, Teipal è un giornalista di straordinario coraggio ed efficacia.

   Dopo aver lavorato all’«Indian Express», al «Telegraph», a «India Today» e al settimanale «Outlook» e aver fondato la casa editrice che tra l’altro pubblicò “Il dio delle piccole cose” di Arundhaty Roy, Tejpal si lanciò nell’ avventura che lo ha portato a essere definito riduttivamente dalla tribù editoriale italiana come «il Saviano indiano».

   Nel 2000 il giornalista di successo e scrittore ancora sconosciuto fondò un sito, «Tehelka», che si specializzò nel giornalismo d’inchiesta e di investigazione. «Dopo un anno dall’apertura del sito – racconta Tejpal, barba brizzolata, capelli fluenti, sguardo caldo, modi diretti del reporter di razza – lanciammo la storia che avrebbe provocato un terremoto nel governo di destra e ci avrebbe portato alla chiusura. Avevamo scoperto un giro di tangenti a tutti i livelli nell’approvvigionamento di armi da parte dell’esercito indiano. Fu uno scandalo enorme: il ministro della difesa George Fernandes e il presidente del partito di maggioranza, il Bjp, Bangaizu Laxman, dovettero dimettersi. E noi da allora non avemmo più requie. I nostri finanziatori cominciarono a essere attaccati, fummo costretti a ingaggiare venticinque avvocati per difenderci da ogni genere di accusa, il sito passò da 124 a 4 dipendenti fino a essere costretto alla chiusura, io stesso venni minacciato di morte e ho vissuto per otto anni con la scorta. Se lei fosse venuto pochi mesi fa a trovarmi, mi avrebbe visto in compagnia di una guardia del corpo. Ma per tre anni i poliziotti che sorvegliavano sulla mia incolumità erano otto».

   Tejpal minacciato di morte come il protagonista della “Storia dei miei assassini”, pure lui un giornalista. «Le somiglianze tra la mia vicenda personale e la storia del mio secondo romanzo – dice l’autore – finiscono qui». Non esattamente, perché così come i mandanti delle minacce a Tejpal non sono mai stati scoperti, i potenti che stanno alla base del complotto nel libro restano avvolti da una opaca ambiguità.

   «Come scrittore e giornalista – spiega Tejpal – sono sempre stato affascinato dalla natura del potere, ma questo è solo un aspetto del romanzo, che ha come obiettivo di raccontare l’India vera, la realtà che non troverai mai sui magazine patinati, interessati alla pubblicità e ai lettori in quanto consumatori». In effetti, “La storia dei miei assassini”, sotto la forma del thriller, è uno straordinario insight del Paese reale, «l’India silenziosa che con i suoi cinquecento milioni di indigenti e i quattrocento milioni di analfabeti fa arrossire di vergogna l’India del miracolo economico», con un tasso di sviluppo annuo vicino all’otto per cento.

   I veri protagonisti nelle quasi cinquecento pagine del romanzo sono i cinque presunti assassini – il ragazzo del villaggio che ha imparato da piccolo a maneggiare il coltello per autodifesa, il musulmano gentile, il figlio di un incantatore di serpenti, un trovatello e una testa calda – che sono stati usati da qualcuno molto in alto che rimane nell’ ombra. Quando uscì L’ alchimia del desiderio, storia di un’ ossessione erotica, il Nobel Naipaul gridò al capolavoro, e anche questo secondo romanzo non ha deluso i critici. La storia dei miei assassini è tuttavia più vicino ai temi che Tejpal affronta ogni giorno nel suo lavoro giornalistico a «Tehelka» – settimanale nato cinque anni fa sulle ceneri del sito – che vende centomila copie nell’ edizione inglese e trentamila in quella hindi, proponendo a ogni numero un argomento sociale forte.

   «I due temi su cui abbiamo concentrato i nostri sforzi negli ultimi tempi – spiega il giornalista scrittore – sono la questione musulmana e l’ insorgenza maoista. L’ India, con i suoi 180 milioni di fede maomettana, è il secondo Paese musulmano al mondo, ha più musulmani dello stesso Pakistan. Il nostro sforzo è di ridurre il pregiudizio verso questa significativa minoranza che ha da sempre convissuto pacificamente con la maggioranza hindu e in cui gli estremisti sono davvero pochi. Il problema più grande oggi è a mio avviso rappresentato dall’ insorgenza maoista che coinvolge diciotto Stati e milioni di persone». In ottobre il governo ha lanciato una massiccia offensiva militare nella regione tribale del Chhattisgarh e «Tehelka» con una lunga analisi di Shoma Cahudury ha cercato di spiegare perché la risposta delle armi sia insufficiente per risolvere quello che non è un problema politico-militare ma un grande problema sociale. Un’ analisi confermata in aprile quando 65 poliziotti sono stati trucidati nell’ attacco di un commando maoista.

   «Il nostro governo – spiega Tejpal – non deve mandare truppe contro minatori, braccianti, contadini ma promuovere interventi sociali, che è l’unico modo per ridurre l’influenza dei fanatici maoisti». Conversare con Tarun Tejpal è come andare sulle montagne russe: ti porta in giro per la sua India; ti parla dei poveri di New Delhi e del Mahabharata, il poema epico più lungo del mondo, scritto tremila anni fa, i cui eroi ha conosciuto da bambino attraverso i racconti del padre; del suo amore per la filosofia induista di cui pervade i suoi scritti, anche se religiosamente lui si dichiara un agnostico; della formazione letteraria rappresentata da due triadi: il Franz Kafka del Processo e del Castello, Fëdor Dostoevskij, il George Orwell di Omaggio alla Catalogna e i poeti George Eliot, Walt Whitman e Conrad Aiken; della sua antipatia per «la tendenza alla semplificazione di tanti scrittori di successo che pretendono di descrivere l’ India vivendo all’ estero». Chiediamo qualche nome, ma Tejpal è giornalista troppo esperto per non fiutare la trappola e cita soltanto i due autori cui è particolarmente legato: l’ amica Arundhati Roy e V. S. Naipaul, «cui tutti noi scrittori della nuova generazione dobbiamo molto».

   Non a caso nella sua galleria di foto, alla parete dello studio, una ritrae Tejpal con Arundhati Roy a New Delhi e una a Stoccolma con Naipaul che si prepara a ricevere il Nobel. Tejpal parteciperà sabato e domenica al Salone del libro di Torino che ha come Paese ospite l’ India. Forse anticiperà i contenuti del suo nuovo libro, che ha per titolo The Village of Masks, il villaggio delle maschere, che è «una parabola sulle patologie del puritanesimo, si tratti di islam, cristianesimo, induismo o comunismo. Credo sia il mio libro migliore». (Dino Messina)

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L’INDIA RIDISEGNA LA MAPPA DEMOGRAFICA, AL VIA IL CENSIMENTO DEI RECORD

– E’ l’operazione di calcolo più grande del mondo: riguarda un miliardo e 200 milioni di persone – Ci vorranno 11 mesi di lavoro. Per ogni cittadino registrati foto, impronte e dati –

di Raimondo Bultrini, da “la Repubblica” del 2/4/2010

   Il ministro dell’Interno indiano Palaniappan Chidambaram lo ha definito “uno dei più grandi esercizi di calcolo della storia umana”. Un miliardo e 200 milioni di uomini, donne e bambini saranno non solo censiti, ma fotografati, registrati con impronta digitale e dotati per la prima volta – dai 15 anni in su – di una carta d’identità nazionale biometrica. Sempre per la prima volta dovranno anche dire quanti computer usano, quanti cellulari, e – è il dato più inedito tra tutti – quanti conti bancari hanno aperto.
   L’operazione, destinata a inaugurare il Registro della popolazione nazionale (Npr), è partita formalmente ieri mattina dagli affollatissimi uffici al numero due di Man Singh Road, nella capitale Nuova Delhi, dove hanno sede il Registro generale demografico e l’apposito Commissariato. La prima a riempire il questionario nel suo Palazzo di Rashtrapati Bhavan è stata la presidente Pratibha Patil, dando il via a una ricerca che durerà 11 mesi. Due milioni e mezzo di ispettori (ufficiali locali, insegnanti, spesso funzionari in pensione in gran parte volontari), saranno distribuiti attraverso 35 Stati del continente, 600mila villaggi e settemila città dove vivono 24 milioni di famiglie, tutte da registrare e intervistare. Nemmeno la più popolosa nazione del mondo, la Cina, con un miliardo e 300 milioni di abitanti, ha mai fatto niente di analogo.
   Per rendere più mirate le successive pianificazioni governative, in questa prima fase del censimento – il quindicesimo della storia indiana – i cittadini dovranno spiegare di quanta acqua (potabile e non) dispongono nei distretti rurali e in quelli urbanizzati; dove e per quante ore hanno l’elettricità; quanti sono i bagni privati e quelli in comune. Basterebbe questo ultimo dato a permettere di stabilire a che punto è arrivata la campagna per eliminare una delle piaghe igieniche più gravi del Paese. Spesso infatti le donne e le bambine devono attraversare i villaggi e i centri abitati anche per chilometri prima di raggiungere un luogo isolato per le loro necessità, con conseguenti malattie dell’apparato urinario e gastrointestinale, senza contare i casi di violenze sessuali.

Nella seconda fase, a febbraio, l’indagine si occuperà del numero reale di abitanti del Paese, che nel 2001 ammontavano a un miliardo e 28 milioni. Dai risultati finali, previsti per la metà del 2011, il governo ricaverà anche la precisa distribuzione territoriale e le rispettive condizioni di vita dei diversi gruppi religiosi ed etnici, comprese, di riflesso, le caste di appartenenza, che non rientrano ufficialmente nella ricerca, ma condizionano fortemente il sistema sociale indiano.
   Nel questionario è compresa ogni genere di richiesta di informazioni, dal numero di cucine, di bombole del gas, di radio, telefoni, biciclette, motorini e auto posseduti, fino – ed è la prima volta – ai conti bancari, in un Paese dove solo il 59 per cento della popolazione adulta (pur sempre di una cifra senza uguali al mondo) possiede un deposito o un libretto postale.
   La carta d’identità biometrica per i cittadini sopra i 15 anni è comunque la novità più rilevante, da quando nel 1872 fu istituito dai colonizzatori britannici il primo censimento, con un Paese che contava allora 230 milioni di anime. Le difficoltà tecniche anche stavolta non saranno poche, specialmente nei numerosi Stati dove i guerriglieri maoisti – ai quali è stata addirittura promessa un’amnistia, se riempiranno i questionari – minacciano già quotidianamente ogni attività governativa.
   Dalle 12mila tonnellate di carte destinate a essere riempite da qui a febbraio del prossimo anno, dovrebbe anche uscire la più dettagliata fotografia dell’India dagli inizi del boom. Sapremo chi ha guadagnato e chi ha perso con la globalizzazione, dove – e soprattutto come – vivono i più poveri tra i poveri, ai quali proprio recentemente il governo ha dovuto garantire per legge 25 chili al mese di riso.
   Sarà però solo a partire dal 2013 che ogni cittadino adulto disporrà di un codice d’identificazione elettronico che agevolerà il rilascio dei documenti e (tra l’altro) un calcolo più preciso delle famose quote destinate ai ceti emarginati per i posti di lavoro pubblici e le scuole. Se non risolverà, come probabile, i problemi di iniqua distribuzione della ricchezza, il censimento aiuterà quantomeno a identificare con più precisione le aree e le categorie a rischio. Nella speranza che poi non resti tutto soltanto sulla carta.

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QUESTIONI DEMOGRAFICHE

DEMOGRAFIA DEL CAPITALE UMANO

di Massimo LIVI BACCI

da http://www.rivistailmulino.it/item/353  (8/2/2010)

   Stiamo entrando nel secondo decennio del secolo. Chi è nato attorno al giro del millennio avrà un ciclo di vita assai diverso rispetto alle generazioni precedenti, con una longevità che nella media – almeno per le donne – potrebbe largamente superare i 90 anni, e un cospicuo aumento degli anni vissuti in buona salute.

   A ciò dovrà corrispondere una diversa allocazione di formazione e lavoro, non più incasellati entro rigidi confini anagrafici, ma intersecati e alternati. Una trasformazione analoga dovrà avvenire anche per il tempo dedicato alla cura dei figli e al lavoro extradomestico, attività che in Italia sono lungi dall’aver raggiunto la piena compatibilità. L’immigrazione – per ragioni demografiche ed economiche fenomeno strutturale della società italiana – dovrà essere governata da politiche lungimiranti, intese a favorire l’integrazione e l’accesso alla cittadinanza. Quando il radicamento risulti difficile, infatti, gli immigrati tendono a vivere in contesti segregati, dove trovano incubazione criminalità e conflitto. Le risposte a queste esigenze emergenti possono essere racchiuse in una formula: valorizzazione del capitale umano.
(Massimo Livi Bacci è professore di Demografia nell’Università di Firenze. E’ socio dell’Accademia dei Lincei e Senatore della Repubblica. Tra le sue pubblicazioni con il Mulino: “Storia minima della popolazione del mondo” (III ed. 2005), “Conquista. La distruzione degli indios americani” (2005), “Eldorado nel pantano” (2008), “Avanti giovani, alla riscossa” (2008). Collana “Prismi”, Bologna, il Mulino, pp. 192, euro 18.)

……….

Lo scritto che qui di seguito vi proponiamo è datato di qualche anno, ma è di grande interesse per l’impostazione e i temi sulla questione demografica mondiale che Massimo Livi Bacci (forse il più importante esperto di demografia in Italia) viene a trattare.

LA POPOLAZIONE NEL MONDO

di Massimo Livi Bacci

Tratto da: http://www.fondazioneibm.it/if/

(Professore ordinario di Demografia presso l’Università di Firenze. Già presidente dell’International Union for Scientific Study of Population)

   La popolazione mondiale di quasi sei miliardi di persone nel mondo è destinata a crescere esclusivamente nei paesi in via di sviluppo. Questo aumento, che porterà a otto miliardi di persone nel 2025, preoccupa non tanto sotto il profilo economico, quanto per le conseguenze ambientali.

   Allo scoccare dell’anno Duemila gli statistici delle Nazioni Unite ci informeranno che l’umanità ha superato i 6 miliardi e che è bene avviata verso quota 7 miliardi che sarà presumibilmente toccata verso il 2011. Queste cifre sono in genere accolte con timore dall’opinione pubblica, soprattutto quando si ricorda che per arrivare al primo miliardo – toccato quando le prime locomotive correvano sulle strade ferrate – sono occorsi centinaia di migliaia di anni; per arrivare al secondo un centinaio d’anni, per il terzo (toccato nel 1959) un’altra quarantina d’anni e un uguale periodo per gli altri tre miliardi.

   Questa accelerazione appare inesorabile e foriera di catastrofe; tuttavia essa può essere vista anche sotto una luce meno negativa. Infatti il tasso d’incremento della popolazione mondiale ha toccato la sua velocità massima durante gli anni Sessanta – con un tasso annuo di circa il 2% – ridottasi a 1,7% durante gli anni Ottanta e a meno di 1,5% nei primi anni Novanta; sembra poi plausibile che questo rallentamento debba continuare nei prossimi anni. Anche l’incremento assoluto ha cominciato a flettere: tra il 1985 e il 1990 si sono aggiunti 87 milioni all’anno e tra il 1990 e il 1995 81 milioni. Questo non significa, naturalmente, che il problema della rapida crescita sia stato risolto; ma si può affermare che non stiamo andando verso la catastrofe a testa bassa e senza freni.

   Fin quando l’umanità è rimasta prigioniera nella tenaglia delle costrizioni ambientali e materiali, la sua capacità di crescita è stata nel complesso modesta, condizionata dall’elevatissima mortalità. Si calcola che dall’inizio dell’era cristiana alla rivoluzione industriale il tasso medio di accrescimento della popolazione mondiale sia stato assai inferiore all’1‰ annuo, compatibile con la lenta espansione delle risorse naturali legata alla disponibilità di terra e condizionata dalle tecniche rudimentali utilizzate.

   È solo a partire dalla rivoluzione industriale che l’espansione della produzione di energia e di beni materiali e il progresso tecnologico con essa associato ha permesso di spezzare i vincoli tradizionali alla crescita demografica. Popolazioni meglio nutrite, meglio alloggiate, meglio vestite, con maggiori conoscenze per difendersi dalle malattie infettive e con tecnologie adatte a combatterle hanno ridotto la mortalità. In una prima fase la natalità è rimasta più o meno costante, cosicché il tasso di accrescimento è cresciuto fortemente, fino a toccare – nei paesi che oggi chiamiamo sviluppati – valori compresi tra il 10 e il 15‰. Ma gradualmente anche la natalità è andata poi riducendosi, rispondendo all’accresciuta pressione di molti figli sopravviventi sulle risorse familiari, e il tasso di accrescimento si è ridotto sfiorando lo zero in questa fine di secolo.

   Nei paesi poveri la storia è stata analoga, ma con tempi e cadenze assai diversi: prima della metà di questo secolo la speranza di vita in India e Cina era inferiore ai 40 anni e così era per gli altri paesi poveri; la limitazione delle nascite era quasi sconosciuta; il tasso d’incremento relativamente basso. È a partire dagli anni Quaranta che il rapido trasferimento in queste popolazioni delle tecnologie mediche e sanitarie accumulate lentamente durante un secolo nei paesi ricchi, determina una veloce riduzione della mortalità. L’impiego del Ddt riduce fortemente l’incidenza della malaria; la somministrazione degli antibiotici combatte le malattie infettive, le vaccinazioni di massa comprimono la mortalità infantile.

   Tra il 1950 e il 1990 la speranza di vita dei paesi in via di sviluppo è aumentata da 40 a 62 anni: in Francia e in Gran Bretagna – per prendere i paesi più avanzati d’Europa – un progresso analogo si è compiuto tra la metà dell’Ottocento e gli anni Trenta e Quaranta di questo secolo, e cioè in un tempo più che doppio. Alla rapida discesa della mortalità non ha corrisposto un immediato abbassamento della fecondità rimasta, nel complesso dei paesi poveri, attorno ai sei figli per donna fino agli anni Sessanta. È così che il tasso d’incremento, che era restato sotto il 10%0 fin verso il 1940, ha raggiunto il suo massimo – 25‰. – durante gli anni sessanta, per poi declinare lentamente man mano che la natalità ha iniziato la sua riduzione a partire dagli anni Settanta. Nella prima parte degli anni Novanta il numero medio di figli per donna è sceso a 3,3 e il tasso d’incremento è rallentato al 17‰.

   Se la natalità continuerà a ridursi, come appare probabile vista la rapida diffusione del controllo delle nascite in larga parte del mondo povero, il rallentamento della crescita si rafforzerà nei prossimi anni. Quanto precede non può dar conto delle enormi differenze territoriali che per la forte inerzia dei processi demografici si ripercuoteranno nella crescita e nella distribuzione della popolazione. In grande sintesi si possono indicare i punti che seguono:

a) l’insieme dei paesi sviluppati ha una natalità oramai completamente sotto controllo e – nei paesi europei e in Giappone – notevolmente al di sotto dei livelli necessari per mantenere la stazionarietà della popolazione;

b) nei paesi poveri (1990-1995), la fecondità è oramai vicina ai due figli per donna in Cina e nei paesi dell’Asia orientale; essa aumenta con un gradiente est-ovest fino al massimo di 4,1 del Medio Oriente. In America Latina la fecondità è pari a 2,9 figli per donna; in Africa si è ancora al 5,7, e ben oltre 6 nell’Africa tropicale, dove il controllo delle nascite resta praticamente sconosciuto.

   La geografia della fecondità riflette, invertita, la geografia della sopravvivenza: dove la fecondità è bassa, la speranza di vita è alta (in Cina 2 figli per donna e 70 anni di speranza di vita alla nascita), dove la fecondità è alta, la speranza di vita è bassa (Africa orientale: rispettivamente 6,4 figli e 48 anni). Naturalmente vi sono eccezioni, ritardi e anticipi, ma questo è il quadro generale;

c) una vita prolungata e in buona salute è il requisito fondamentale e necessario per lo sviluppo sociale ed economico. Nella fase attuale, nei molti paesi nei quali la speranza di vita è ancora molto bassa (inferiore ai 60 anni) ulteriori progressi dipendono da un’adeguata organizzazione sanitaria e dal raggiungimento di sufficienti standard di alimentazione e dalla disponibilità elementare di beni materiali – l’acqua in primo luogo, senza la quale l’igiene personale e pubblica rimane precaria. In presenza di condizioni materiali di grande arretratezza i progressi della sopravvivenza, dopo una prima fase di successi legati alle tecnologie di massa, tendono a farsi più lenti e difficili;

d) per quanto riguarda i prossimi due o tre decenni la previsione di ulteriori diminuzioni della fecondità e della mortalità sono del tutto plausibili, ma con una grande varietà di situazioni. Per la fecondità, infatti, la discesa in molte aree del mondo potrebbe rivelarsi (come è avvenuto nell’ultimo decennio) più veloce del previsto, sostenuta da efficienti programmi di pianificazione familiare e, soprattutto, da uno sviluppo sociale intenso: più istruzione, più emancipazione ecc. Ma in altri paesi – pensiamo a quelli dove ancora il controllo delle nascite è assente e il livello di sviluppo bassissimo – la riduzione della natalità potrebbe essere molto più lenta di quanto non si pensi. Come in tutte le fasi di forte transizione aumenteranno rapidamente i differenziali tra paesi e, all’interno di ciascun paese, tra gruppi sociali diversi.

   Per la mortalità i progressi nelle aree dove non sono stati raggiunti livelli elementari di benessere potrebbero rivelarsi assai lenti; nell’Africa sub-sahariana pesa la diffusione dell’epidemia di AIDS che potrebbe vanificare per molti decenni le speranze di miglioramento dello stato sanitario. Quali gli effetti delle tendenze in corso e di quelle che presumibilmente si verificheranno nei prossimi decenni sulla distribuzione geografica dell’umanità? Le Nazioni Unite, nella revisione più recente (1996) delle previsioni demografiche (variante media) per paese e area geografica, ci danno la risposta. Benché le previsioni si spingano al 2050, è prudente non superare l’orizzonte di una generazione – diciamo il 2025 – che è un intervallo sufficientemente lungo ma non tanto lungo da vanificare l’effetto inerziale dei processi demografici. La popolazione mondiale passerà dai 5,77 miliardi del 1996 agli 8,04 del 2025; il tasso d’incremento scenderà sotto il 10‰. nel 2020-2025.

   Questa flessione è la conseguenza di una combinazione di ipotesi che prevedono un ulteriore calo della fecondità dai tre figli per donna del 1990-1995 a meno di 2,3 trent’anni dopo, e dall’aumento della speranza di vita, nello stesso periodo, da 64 a 71 anni. Ogni decimo di punto di fecondità in più o in meno, nel 2025, rispetto all’ipotesi di previsione (e presumendo una discesa lineare) comporta, nel 2025, 150 milioni di abitanti in più o in meno.

   Circa il 98% dei 2,3 miliardi d’incremento della popolazione mondiale nel trentennio in questione sarà dovuto all’apporto dei paesi in via di sviluppo, poiché nei paesi ricchi si prevede una sostanziale stabilità: l’incremento che si verificherà nel nordamerica compenserà la diminuzione dell’Europa e del Giappone. Forti sono i mutamenti nella distribuzione della popolazione: i paesi oggi definiti sviluppati contenevano il 32,1% della popolazione del mondo nel 1950, il 18,5% nel 1996 e appena il 14,8% nel 2025. Il peso dell’Africa, che era pari all’8,9% nel 1950 e al 12,8% nel 1996, salirà al 18,1% nel 2025, invertendo la traiettoria dell’Europa (21,7% nel 1950, 12,6% nel 1996 e 8,7% nel 2025). L’Asia perderebbe, tra il 1996 e il 2025, un punto percentuale e l’America del Nord meno di un punto; stazionarie (beninteso in termini di peso relativo) America Latina e Oceania.

   Nel tempo, la graduatoria dei paesi secondo l’ammontare della popolazione è notevolmente cambiata, fatto salvo il fatto che troviamo sempre Cina, India e Stati Uniti ai primi tre posti, nel 1950 come nel 2025. Ma Russia e Giappone, al quarto e quinto posto nel 1950, sono scalzati da Pakistan e Indonesia nel 2025; dei sei paesi europei (tra cui l’Italia) nei primi venti posti nel 1950, rimarrà solo la Germania nel 2025. Infine la crescita differenziale di paesi ricchi e paesi poveri sta alterando fortemente il rapporto numerico di aree confinanti: Stati Uniti e Messico, separati dalla frontiera del Rio Grande, stavano in rapporto numerico di 4,5:1 nel 1950 e questo rapporto si ridurrà a 1,9:1 nel 2025.

   Così, nell’area mediterranea dove i paesi della più ricca riva nord stavano in proporzione di 2,1:1 con i paesi poveri delle rive sud ed est nel 1950, il rapporto si rovescerà toccando 0,6:1 nel 2025. Le forti differenze nella crescita di paesi vicini, o di gruppi conviventi in uno stesso periodo – spesso in storico conflitto – determina mutamenti nei rapporti numerici che possono avere conseguenze politiche ed economiche significative. Molti si chiedono se i 6 miliardi di oggi e gli 8 miliardi del 2025 non siano troppi per le risorse del pianeta e se non ci si stia pericolosamente avvicinando a quei limiti del popolamento paventati da Malthus e oltrepassati i quali l’umanità è costretta a pagare prezzi catastrofici.

   Altri non vedono ragioni di preoccupazione, constatando che l’umanità, man mano che cresceva di numero, ha saputo creare nuove risorse e migliorare le condizioni di vita. Altri ancora, ottimisti a oltranza, ritengono che la crescita sia di per sé un fatto positivo per lo sviluppo. Nel 1679 l’olandese Leeuwenhoek calcolò, per l’intera terra abitata, un limite massimo di 13,385 miliardi di abitanti, poco più che doppia della popolazione attuale. Lo studioso americano Joel Cohen ha recentemente raccolto e analizzato 93 stime delle capacità di popolamento della terra fatte da studiosi da Leeuwenhoek all’attualità: di queste 17 danno una cifra inferiore ai 5 miliardi, 28 tra i 5 e i 10 miliardi, 24 tra i 10 e i 25 miliardi e 24 più di 25 miliardi.

   La valutazione mediana cade, curiosamente, attorno ai 10 miliardi, una cifra che gli esperti ritengono raggiungibile nella seconda metà del prossimo secolo. Questi tentativi, di per sè interessanti, non ci aiutano granché poiché siamo di fronte a valutazioni che dipendono da ipotesi statiche riguardanti modi di vita, tecnologie e risorse che invece sono modificabili e, di fatto, sono in continuo mutamento.  

   Potremmo però interrogarci su due temi che, generalmente, sono oggetto di preoccupate riflessioni.    Il primo riguarda l’eventualità che la crescita demografica non porti con sé una rarefazione e una scarsità di risorse. Per quanto riguarda le risorse alimentari, ad esempio, la storia recente è, nel complesso, abbastanza incoraggiante. La produzione alimentare pro capite è cresciuta al tasso annuo dello 0,5% mentre il livello reale dei prezzi dei beni alimentari è diminuito di circa il 4% all’anno: una forbice impensabile se il sistema produttivo mondiale si fosse trovato in stato di grande tensione.

   Che la scarsità non si sia prodotta nel recente passato non è buona ragione per ritenere che essa non possa prodursi in futuro: tuttavia il fatto che non vi siano tensioni sui prezzi e che il ritmo d’incremento stia rallentando permette di guardare con un certo ottimismo ai prossimi decenni, almeno per quanto riguarda il sistema-mondo (nel quale abbondano, come ognuno sa, le situazioni di crisi).

   Per quanto riguarda le risorse non rinnovabili, essenziali per sostenere la produzione e il livello di vita, la preoccupazione che queste possano esaurirsi bloccando lo sviluppo, ha una lunga storia. L’economista Jevons prevedeva, nel secolo scorso, l’esaurirsi delle scorte di carbone, con grave danno per l’industria: il Club di Roma, un quarto di secolo fa, fece simili previsioni per una varietà di materie prime. Ma tre ragioni, strettamente connesse, ci fanno ritenere che i limiti siano ancora lontani.

   La prima è che il rapporto tra riserve (non quelle potenziali, ma quelle che possono essere sfruttate con profitto economico dati i prezzi correnti) e produzione – che esprime la durata di tali riserve con i tassi correnti di estrazione – è andato aumentando e non diminuendo durante gli ultimi decenni per i maggiori minerali. La seconda ragione è che i prezzi reali delle materie prime sono storicamente diminuiti nonostante l’aumento della produzione. La terza ragione riguarda il progresso tecnico che determina un alto grado di sostituibilità delle risorse non rinnovabili; quando la scarsità di questa o quella materia prima emerge i prezzi crescono favorendo lo sviluppo di nuove tecnologie che ne permettono la sostituzione.

   L’ulteriore crescita demografica che certamente proseguirà per larga parte del prossimo secolo non preoccupa né per un eventuale effetto negativo sullo sviluppo economico, né per l’eventuale scarseggiare di risorse di base. Essa preoccupa, invece, per l’influenza che può avere sui fragili equilibri ambientali, sia contribuendo all’effetto serra e al riscaldamento climatico, sia accentuando altre forme di inquinamento. Molte sono le vie attraverso le quali la crescita demografica ha un impatto ambientale. L’aumento del 40% della popolazione mondiale da oggi al 2025 – ad esempio – determinerà un aumento almeno proporzionale della domanda di cibo e in particolare dei cereali.

   Per soddisfare questa domanda si possono estendere i terreni coltivati – la cui espansione è stata peraltro assai modesta negli scorsi decenni – o coltivare più intensivamente i terreni già sfruttati. Questa seconda via richiede accresciuti input di fertilizzanti e pesticidi, con conseguenze negative per l’inquinamento dei terreni e delle acque. Un secondo esempio: nei paesi poveri le popolazioni aspirano a moltiplicare il loro reddito pro capite di due, tre o più volte nel corso della prossima generazione. Poiché il livello di partenza è molto basso, il flusso addizionale di beni per persona dovrà essere ottenuto con altri input di energia, materie prime, spazio per ogni dollaro prodotto – i poveri hanno bisogno infatti di cibo, utensili, vestiario, abitazioni, combustibili più che di beni ‘immateriali’ (servizi).

   Considerando che in capo a un paio di generazioni le popolazioni povere si saranno raddoppiate di numero e che il flusso di beni per persona si sarà moltiplicato varie volte, è facile capire che questa pur indispensabile crescita non possa sostenersi indefinitamente. Nei paesi ricchi, che pure consumano una quota sproporzionatamente alta delle risorse e sproporzionatamente contribuiscono all’inquinamento, la situazione futura è meno preoccupante perché la loro popolazione resterà stazionaria e perché ogni dollaro aggiuntivo di ricchezza contiene proporzionalmente meno in termini di materie prime e di energia.

   Non parlo poi di altri effetti potenzialmente negativi della crescita demografica (combinata a stili di vita e a scelte economiche particolari): dalla concentrazione della crescita nelle più fragili aree costiere, alla sproporzionata cementificazione degli spazi, agli insediamenti in aree marginali o in habitat preziosi per gli equilibri ecologici, come le foreste tropicali.

   Da queste considerazioni emerge una morale. Associati alla crescita demografica vi sono pericoli ambientali reali, anche se incerti nella loro portata; ciò consiglia comportamenti prudenti che, in demografia, si traducono in un rallentamento della crescita, peraltro già in corso. (Massimo Livi Bacci)

Tratto da: http://www.fondazioneibm.it/if/  

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