NUCLEARE SI’, NUCLEARE NO in Italia – L’informazione, l’economia, la politica, pur nel caos di questi tempi, stanno consolidando la scelta nuclearista. La ineluttabile difficoltà a rapportarsi geograficamente con luoghi che ospitano (o ospiteranno) centrali nucleari

Il Delta del Po, uno dei luoghi (tra i più affascinanti del mondo) indicato tra i siti possibili di insediamento di una nuova centrale nucleare

   Quel che sta accadendo nel Golfo del Messico in questi mesi certo aiuta chi vuole, propone, le centrali nucleari. Partendo da una critica e analisi che accomuna tutti, ineluttabile, della problematicità dell’uso del petrolio: come fonte esauribile, ma anche un motivo di grave inquinamento, e non solo nei casi di incidenti come quello al largo delle coste della Lousiana, ma come emissioni inquinanti, in tutte le aree urbane del mondo, causa di milioni di malattie (e morti) ogni anno.

   Il peso e l’avanzata delle energie provenienti da fonti rinnovabili è buona, in progres, ma con i consumi attuali certo non sufficiente a sostituire il petrolio, il carbone e il gas. E i consumi energetici sembrano proprio non calare. Ma non è questo il problema. La vera questione è che, nel caos diffuso di questi mesi ed anni, la “scelta nucleare” si consolida di giorno in giorno: chi vuole questo tipo di energia (di tecnologia) sta lavorando sodo e con convinzione: gruppi stranieri che “si offrono” per il nuovo business in Italia, e l’imprenditoria interessata italiana già da tempo mostra di credere a questo progetto, a prescindere dal caos politico. Insomma, basta che si verifichi un’altra crisi energetica, magari che Russia o Algeria minaccino (o chiudano veramente per qualche tempo) i loro metanodotti verso l’Europa occidentale e l’Italia, e vedrete che la scelta nuclearista (che sta proseguendo politicamente, seppur con incidenti di percorso, come le recenti dimissioni del ministro che più ci credeva, Scajola…) si farà sempre più concreta.

   Sì, è vero che scelte diffuse di singoli cittadini, associazioni che si creano (come i gruppi di acquisto solidale…) mostrano di voler positivamente e concretamente “resistere” alla scelta nuclearista. E che Comuni e istituzioni diverse a vari livelli fanno scelte innovative nel campo delle energie rinnovabili. Ma sembra una partita destinata a chiudersi in pareggio: sì, non si trascureranno le scelte di energie alternative ma, nell’ambito di “non trascurare nulla”, anche la scelta nucleare avrà la sua parte, la sua “percentuale” (il 25% è previsto) di presenza, di apporto energetico.

   A noi che, lo diciamo chiaramente, il ritorno al nucleare non ci convince e ci preoccupa (ci piacciono assai le tecnologie complesse e innovative, ma non quelle “complicate” -e pericolose- e non alla portata del “controllo di tutti” ma solo in mano ad “esperti” cui dobbiamo fidarci…), noi non possiamo però non prendere atto che l’avanzata verso il nucleare potrà essere una prossima futura situazione di alcuni luoghi italiani nella complessa (e, anch’essa complicata) geomorfologia della penisola italica. Che fare allora? Come rapportarsi a uno luogo che potrebbe diventare, essere, il sito di una centrale nucleare? Come inoltre pensare a luoghi di deposito delle scorie radioattive che dureranno migliaia di anni. E, ci viene da chiedere, che “cartelli di pericolo” installare a “giusta distanza” che li possano leggere le prossime 100-200 generazioni?….

   Le centrali nucleari, oltre ogni pericolo e necessità di controllo garantito, sono il massimo delle questioni geografiche irrisolte. I LUOGHI DELLE CENTRALI, dove sono esse installate (in Europa, nel mondo), e dove lo saranno (in Italia?), questi luoghi mettono in crisi la Geografia più di ogni altro contesto. E non abbiamo ancora risposte adeguate da provare a dare.

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REPORTAGE

L’ATOMO «SICURO» DEI FRANCESI: MODELLO PER L’ITALIA?

di Diego Motta, da “AVVENIRE” del 10/6/2010

   Dalla sommità che sovrasta il cantiere di Flamanville si scorge una bellissima spiaggia bianca, adorata da famiglie e surfisti. Intorno sono nate due centrali nucleari, attive ormai da più di vent’anni, e sta prendendo corpo il reattore Epr in cui ci troviamo, il più tecnologicamente avanzato d’Europa. Poco più in là si intravede il sito di La Hague, che tratta i residui di combustibile nucleare prodotti da oltre 100 centrali in tutto il mondo. Com’è possibile che il più grande distretto dell’atomo della Francia e del Vecchio continente sia nello stesso tempo meta di turismo per il resto del Paese?

   Per capirlo, occorre entrare in questo enorme reticolo fatto di cavi, gru e cemento armato di proprietà dell’Edf, il colosso dell’energia pubblico d’Oltralpe che tre anni fa ha siglato un accordo di collaborazione con Enel. Un’opera valutata 4 miliardi di euro, che ha già creato e creerà oltre 3mila posti di lavoro, più centinaia di posti nell’indotto. È il «modello Flamanville», divenuto in questi mesi di incertezza (anche da parte del governo italiano) l’ultima speranza, nel nostro Paese, per chi vuole investire nelle nuove centrali. Perché mette insieme gruppi industriali e governo, tecnici e sindaci, cittadini e sindacati.
   L’atomo del futuro sta nascendo qui e sarà, dicono gli esperti, molto più sicuro e conveniente rispetto al passato. A regime, il grande cratere circolare su cui adesso si muovono ininterrottamente ruspe e camioncini di tutte le specie, sarà un reattore con una doppia struttura di protezione in cemento armato, in cui verranno installati ben quattro sistemi di sicurezza. A Flamanville esiste già un impianto di simulazione del reattore, con possibilità di arresto delle attività ogniqualvolta si verifichino delle anomalie.«Priorité securité» recita lo slogan che campeggia sugli edifici del cantiere, dal cancello d’ingresso dove le regole per i visitatori sono rigidissime alla sala operativa. La priorità è la sicurezza, non solo per chi vi lavora.
   «È una struttura a prova di missile» spiega monsieur Philippe Leigner, direttore Edf della centrale, con un pizzico di sciovinismo. «Flamanville 3 nascerà per arginare il calo di capacità produttiva nell’energia elettrica atteso per il 2020. Sia ben chiaro, però: questa non è una rivoluzione, ma l’evoluzione di un modello».
   Per i nostri cugini, abituati da sempre ad essere autonomi in materia di approvvigionamento energetico, la «rivoluzione francese» resta ben altro, ma per l’Italia forse raccontare la storia di questa località normanna può essere utile: un centro di ex pescatori e minatori riconvertiti all’atomo. Chi è rimasto in questo paesino con meno di 2mila anime (e popolazione raddoppiata nell’ultimo decennio) lo ha fatto perché nella «fabbrica» nucleare hanno trovato posto i genitori, una sorella, un parente. E perché sono arrivati soldi, tanti soldi (nessuno sa dire quanti) per costruire asili, scuole, biblioteche, ristoranti.
   Nella regione vivono anche 58 ingegneri dell’Enel, impegnati a Flamanville nello studio dell’Epr: per loro esserci significa innanzitutto capire «come si fa», riacquisendo conoscenze andate perdute. «È quello che stiamo facendo, investendo molte risorse soprattutto all’estero» osserva Paolo Luconi, responsabile del progetto Epr per l’Enel.
   Poi c’è un’altra lezione che andrebbe imparata in fretta: è quella legata alla partecipazione della comunità locale. Nel salone del Consiglio comunale di Flamanville, il sindaco Patrick Fauchon, un socialista eletto grazie ai voti di una lista civica, ci dà il benvenuto e mostra subito un puntino sulla cartina. «Vede, quarant’anni fa qui hanno deciso di tagliare la costa per fare spazio agli impianti. All’epoca non ero sindaco e non so se sarei stato favorevole a una scelta del genere» ammette.
   Ma la decisione venne presa e a lui adesso è chiesto di rispettarla, senza ridiscutere quel che poteva essere e non è stato. Negli anni, anche in Francia si è fatto strada un ambientalismo ragionevole che, pur non cedendo sui valori di riferimento, si è dimostrato aperto alle ragioni dell’impresa. «Quel che conta è il rispetto dei principi intangibili», spiega Fauchon.
   Quali sono? Fauchon li elenca quasi a memoria: sicurezza della popolazione, trasparenza assoluta, partecipazione degli enti locali nella fase decisionale, gestione responsabile delle scorie e dei rifiuti radioattivi, sviluppo sostenibile del territorio. In sintesi: concertazione e coinvolgimento, prima durante e dopo. «Senza consenso non è concepibile un progetto come l’Epr» sorride monsieur Leigner. «Vorrei che i sindaci italiani venissero a Flamanville per capire che il nucleare porta benessere e sviluppo» aggiunge il sindaco. Difficile che il suo invito oggi possa essere accolto. (Diego Motta)

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INTESA TRA EON E GDF-SUEZ

di Jacopo Giliberto, da “il sole 24ore” del 8/6/2010

   Nasce la seconda cordata nucleare italiana. È formata dalla tedesca Eon e dalla francese Gaz de France Suez e presto dovrebbero aggregarsi anche altre società interessate a giocare la partita nucleare, in alternativa alla prima cordata dell’Enel con l’Eléctricité de France. È il polo che potrebbe aggregare il raggruppamento al quale – se ci saranno le condizioni – dovrebbero partecipare per esempio l’A2A, oppure l’Ansaldo Energia, che ha firmato intese con la Westinghouse per poter lavorare sulla tecnologia del reattore statunitense Ap1000, o ancora la Saipem con il ruolo di general contractor, o ancora la Cassa depositi e prestiti come partner finanziario. La cordata è ancora “in nuce”, e il progetto continuerà se ci saranno le condizioni.
   Nelle settimane scorse le due società avevano firmato un “memorandum of understanding”, un protocollo d’intenti, nel quale concordavano di voler costituire una società mista per partecipare al programma nucleare voluto dal governo. Un accordo tenuto nel congelatore in attesa che si chiarisse lo scenario, poiché il quadro normativo è ancora traballante e il ministero dello Sviluppo economico non ha ancora trovato un assetto definitivo dopo le dimissioni di Claudio Scajola.
   Ieri pomeriggio una delegazione delle due aziende – delegazione guidata da Aldo Chiarini, direttore generale della GdF Suez Energia Italia, e dal Klaus Schäfer, a capo dell’Eon Italia – è stata ricevuta dal sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Gianni Letta, al quale è stato presentato il protocollo d’intesa. L’ordine di investimenti non è definito. Dipende dal numero di centrali che sarà possibile costruire.

   L’ipotesi di produrre con l’uranio un quarto della corrente elettrica italiana corrisponde in teoria a sei o sette centrali di taglia media. Enel ed EdF pensano a un impianto medio in Alta Italia, uno grosso (due reattori) in Italia Centrale (con ogni probabilità a Montalto di Castro, sulla costa tra Toscana e Lazio) e uno nel Mezzogiorno. Lo spazio per il secondo raggruppamento è per altre una o due centrali, più difficilmente tre, molto improbabile quattro centrali. Il costo di ogni impianto è nell’ordine dei 3-5 miliardi di euro, secondo le esperienze in via di realizzazione all’estero.

   L’accordo prevede la costituzione di una società mista con quote paritetiche del 50% l’uno per sviluppare in Italia i progetti atomici. «La società mista sarà aperta alle collaborazioni possibili», specifica Aldo Chiarini. In particolare le due società hanno deciso di accettare le candidature eventuali di utility e grandi consumatori, come è stato fatto con il modello della finlandese Tvo a Olkiluoto.
   Entrambe le società hanno in tutto 16 centrali nucleari. Per esempio la Gaz de France, attraverso la controllata belga Electrabel, ha sette impianti con le diverse tecnologie, per complessivi 8mila megawatt. Inoltre la società partecipa al 33% nel progetto di costruzione di un nuovo Epr a Tricastin, in Francia, la stessa tecnologia adottata dall’intesa tra l’Enel e la francese EdF.
   Come osserva con cautela Schäfer (Eon), «se le condizioni nel mercato italiano evolveranno nella direzione auspicata, la nostra cooperazione con GdF Suez potrebbe contribuire nel futuro alla costituzione di un ulteriore consorzio». I dubbi non mancano: «Prima bisogna avere un quadro regolatorio chiaro e stabile – avverte Chiarini di GdF Suez – quando ci sarà un’autorità nucleare ben consolidata, quando sarà chiara l’accettazione locale ai progetti, un elemento fondamentale vista la nostra cultura aziendale di coinvolgimento con le istanze locali».
   Aggiungeva ieri Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, a Milano per l’assemblea della Federchimica: «Ci aspettiamo che il governo vada avanti spedito sul nucleare, senza che il cambio alla guida del ministero dello Sviluppo economico porti a incertezze o ritardi nei tempi». Secondo il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, «il paese in questo momento non può permettersi centrali atomiche. Non a caso tutti i ritardi, sia per il completamento dell’agenzia nucleare, sia per l’individuazione dei siti per le centrali sono ritardi governativi». (Jacopo Giliberto)

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MARGHERITA HACK: IL MIO SI’ AMBIENTALISTA AL NUCLEARE

di Fabio Pagan, da “Il Riformista” del 15/5/2010

Margherita Hack, ha sorpreso molti questa tua adesione a una lettera dura nei confronti della politica energetica del Pd, conoscendo i tuoi sentimenti per Berlusconi sembra paradossale il tuo appoggio alla decisione di tornare al nucleare. Perché l`hai firmata?

   L`energia non è né di destra né di sinistra. Io credo che intanto si dovrebbero sfruttare al massimo le energie rinnovabili, il solare, che è utilizzato più dalla Svezia che dall`Italia, il Paese del sole. Le rinnovabili non saranno sufficienti per i bisogni sempre crescenti dell`industria, quindi bisognerà per forza ricorrere al nucleare. Ci sono molte paure, anche irrazionali, perché noi siamo circondati dalle centrali nucleari: la Francia ce ne ha almeno 35, la Germania una quindicina. Centrali nucleari ci sono in Svizzera, in Austria, quella di Krsko, al confine tra la Slovenia e Croazia, in pratica è come averla in Friuli Venezia Giulia, ed è anche abbastanza vecchiotta. Noi siamo costretti a comprare energia, anche nucleare. Dobbiamo pagarla agli altri perché siamo completamente dipendenti dall`estero, e se ci fosse un disastro in uno di questi Paesi noi avremmo tutti i danni senza averne i vantaggi. Quindi c`è molta paura, irragionevole, anche scientifica, per l`energia nucleare, per gli Ogm. Quello per cui invece bisogna essere prudenti è stabilire bene modalità e luoghi dove mettere le scorie.

   Tu sei un`astrofisica e non un ingegnere nucleare, ma sai quali sono le obiezioni degli antinuclearisti e degli ambientalisti: il problema della scelta dei siti, che è difficile dappertutto, in Italia lo sarebbe ancora di più vista la conformazione geologica e sismica. C`è il problema dei costi enormi di costruzione, i tempi lunghi di lavorazione (8-10 anni almeno), i costi nascosti delle centrali per lo smantellamento dopo 30 40 anni e il problema delle scorie, che si accumulano di anno in anno con le 440 centrali che ci sono nel mondo.

   Sono grossi problemi, che sono stati affrontati e risolti anche in altri Paesi. Può darsi che in Italia sia più difficile. C`è la Sardegna, “libera” dal punto di vista geologico. Bisogna affrontare il problema, d`altra parte se ci fossero stati disastri noi avremmo avuto subìto lo stesso tutte le conseguenze perché molte centrali sono al confine con l`Italia.

   Le centrali di oggi sono più sicure anche se la sicurezza non è mai assoluta. Mi sembra che in questa lettera ci sia qualcosa di più, il timore di un atteggiamento anti-scientifico e di paura della scienza nella sinistra italiana.

   Mi sembra che sia così. Anche questa demonizzazione dell`Ogm è un altro segno di una grande ignoranza scientifica e di una grande paura della scienza che un po`dimostra anche come la classe dirigente italiana ritenga la scienza non una cosa importante, basta vedere anche la nostra industria, che spende meno del 0.4 per cento del Pil per la ricerca. Nulla in confronto al Giappone, Paese uscito dalla guerra come un Paese non industriale, che investendo nell`industria ha invaso il mondo con i suoi prodotti. Noi siamo rimasti al palo. E pensare che subito dopo la guerra l`Italia era la terza potenza nucleare tra le nazioni pacifiche.    Noi abbiamo lasciato morire tutta questa cultura, tutte queste possibilità. Oggi costerebbe enormemente tornare al nucleare, ci vorrebbero tanti anni per farlo, ma se non fosse stato abbandonato oggi saremmo molto più avanti almeno dal punto di vista dell`energia.

   La lettera l`avete indirizzata a Bersani, che ha già risposto no perché «a queste condizioni non ci stiamo ad appoggiare il piano del governo Berlusconi». Anche dalla sinistra ambientalista sono arrivate critiche. Realacci, responsabile economia verde del Pd, l`ha definita «un appello figlio di ideologie del passato». Altre risposte più pesanti adombrano sospetti di lobbying congiunta di Ansaldo, Edison, Enel.

   Figuriamoci! Io sono ambientalista, so che l`energia nucleare inquinerebbe molto meno dell`energia a petrolio, a metano e a carbone, a cui dovremmo comunque ricorrere e a cui ricorriamo effettivamente visto che non disponiamo dell`energia nucleare. Essere a favore del nucleare da un punto di vista scientifico non vuol dire certo essere a favore di Berlusconi. (Fabio Pagan)

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MEGLIO IL NUCLEARE

di Chicco Testa, da “Il Riformista” del 27/4/2010

   Il mondo dipende troppo dal petrolio perché l’ulteriore incidente che lo riguarda, l’esplosione di una piattaforma con conseguente travaso in mare di milioni di galloni, susciti qualche cosa di più dell’ennesimo processo mediatico. Certo ci saranno ricorsi, tribunali al lavoro, richieste d’indennizzo, pubblici mea culpa. Ma il potere dell’oro nero, prima ancora di quello delle grandi compagnie che lo estraggono, è troppo grande nel mondo contemporaneo perché possa essere messo in discussione.

   Le profezie sul prossimo esaurimento del petrolio sono cominciate con le prime crisi degli anni ’70. Da allora il suo utilizzo continua ad aumentare. È certo che un giorno finirà, come tutte le cose, ma quanto sia lontano quel giorno nessuno lo sa. Il suo potere, oltre che dalle quantità enormi di cui necessitiamo, è moltiplicato dal suo valore. Ed il paradosso è che, normalmente, incidenti come questo lo accrescono, creando una situazione di momentanea crisi, su cui si innestano facilmente le speculazioni finanziarie.
   Nell’anno passato in Cina sono state immatricolati 15 milioni di autoveicoli, con un aumento del 50% rispetto all’anno precedente. Così il parco autoveicoli cinese (45 milioni) ha raggiunto un livello di penetrazione pari a meno di 1 auto ogni venti abitanti. In Europa è all’incirca di 1 a 2. Negli Usa di 2 a 3.
   Di quanto ancora crescerà il fabbisogno cinese? Senza considerare che il petrolio è materia prima ancora più preziosa per tutta la filiera della chimica. A ciò si aggiungono le tensioni geopolitiche, che spingono Obama, in nome di una maggiore indipendenza energetica Usa, a riaprire le ricerche per le estrazioni petrolifere off-shore, sottoponendosi all’ “infamante” accusa di assomigliare a Sarah Palin.
   Nel frattempo il sogno di energie alternative continua a rimanere nel cassetto. Nei numeri, che dicono la verità, se non nei cuori pieni di desideri scambiati per realtà. Nella soddisfazione del fabbisogno energetico del mondo, oltre al petrolio, la fanno da padroni il carbone e il gas. Questi ultimi, in particolare, continuamente in aumento nella produzione di energia elettrica.

  Responsabili di un inquinamento questo sì mortale e calcolato dall’ Organizzazione mondiale della Sanità in circa 1.000.000 di decessi all’anno. Questa dipendenza è anche il problema energetico principale dell’Italia, che deve ai combustibili fossili il 90% dei suoi consumi. Per questo il ricorso a una certa quota di energia nucleare, che da sola certo non risolve il problema, dovrebbe essere visto con favore. Anche con realismo. 

   Qualcuno spieghi per esempio a Berlusconi che nemmeno l’entusiasmo del neofita può fargli credere che lui e Putin riforniranno il mondo in qualche anno dell’inesauribile sorgente costituita dalla fusione nucleare.
Forse è più facile sconfiggere il cancro in tre 3 anni. In compenso lo strabismo verde si mobilita con forza emotiva adeguata solo quando c’è in ballo l’energia nucleare. Nel frattempo, come sempre, vincono i “cattivi”: i combustibili fossili.

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I SITI IMPOSSIBILI

di Mario Tozzi, da: http://tozzi-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/ del 11/5/2010

   E’ possibile ospitare una centrale nucleare o un deposito definitivo di scorie in Italia? La risposta non dovrebbe essere politica o ideologica, anche se non si può fare a meno di fare una premessa di questo tipo. Nelle recenti elezioni regionali nessun candidato (né eletto a governatore né trombato) ha fatto pubblica dichiarazione a favore dell’imposizione di una centrale nucleare nella propria regione. In particolare spesso si è sentito dire “il nucleare va bene, ma noi non abbiamo bisogno”. Come faranno a tornare indietro senza fare una figuraccia? Anzi, senza tradire il patto fatto con gli elettori che, magari, li hanno eletti anche per questo diniego?
Veniamo alle questioni tecnico-scientifiche. Un sito che ospita una centrale nucleare (o scorie nucleari di categoria elevata) deve:
1) essere in pianura;
2) non presentare rischio sismico elevato oppure essere costruito con un adeguato coefficiente di sicurezza;
3) non presentare rischio di frane e alluvioni;
4) non presentare rischio vulcanico;
5) non incombere su aree troppo abitate;
6) poter resistere a un impatto con un grande jet carico di kerosene (parametro giunto dopo l’11 settembre e, come vedremo, particolarmente significativo per i costi);
7) avere grosse disponibilità di acqua di raffreddamento (si parla di almeno 50-60 m3/sec, per intenderci una città come Roma gode di 25 m3/sec); questo vale per le nuove grandi centrali di tipo francese che si vogliono mettere da noi; resistere senza perdite di radioattività per decine di migliaia di anni (questo vale per le scorie).
In Italia quanti siti possono godere di requisiti di questo tipo ?
  
L’Italia è un paese di montagne e colline, con il 50% del territorio a rischio sismico e oltre il 60% a rischio idrogeologico, per non parlare delle aree vulcaniche. E nessun fiume italiano permette quelle portate di acqua, visto che il più grande (il Po), ha una portata di magra (quella che conta) di circa 10 m3/sec. Dunque in nessun sito interno della Repubblica è possibile mettere una centrale nucleare, neanche sui grandi fiumi, e rimangono solo le regioni costiere di pianure. Non tanto territorio, mi pare. Un recente rapporto ENEA parla di 4500 kmq di coste italiane a rischio inondazione se l’innalzamento del livello dei mari continuerà. Rimangono perciò pochissime aree, quelle in cui c’erano le vecchie centrali a mare (Latina, Montalto di Castro, Garigliano), oggi però non recuperabili, o Sardegna e Puglia che lo stesso Berlusconi ha escluso categoricamente in campagna elettorale. (Mario Tozzi)

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ENEL: SUL NUCLEARE PRONTI A PARTIRE

di Giancarlo Pagan, da “il Gazzettino” del 19/5/2010

   L’Enel apre con Marghera il roadshow sul ritorno al nucleare. Prossime tappe Brescia e Milano. Lo fa assieme a Confindustria con l’obiettivo di creare massa critica e superare i dubbi della politica. Così mentre ieri al Vega i manager del colosso elettrico spiegavano il programma alle aziende venete interessate a partecipare alle gare d’appalto, l’ad dell’ Enel Fulvio Conti all’Università di Tor Vergata, a Roma, ostentava sicurezza. «Sono tranquillo, contiamo di partire nel 2011».

   In realtà i ritardi del rilancio del nucleare in Italia, a cominciare dalla costituzione dell’Agenzia, qualche apprensione la creano. Perché il piano ha tempi stretti. «Ritardi, inefficenze e incertezze rischiano di costare enormemente in un investimento di questa portata» – ammette Massimo Beccarello, responsabile energia di Confindustria.
      A che punto siamo? C’è il piano, concordato con la francese Edf, che prevede di investire 18 miliardi per costruire 4 centrali Epr di terza generazione. L’Enel conta di ottenere le autorizzazioni, (la scelta dei siti) e iniziare a costruire nel 2013 per accendere il primo reattore nel 2019.

   In nuce è pronta anche la filiera “atomica” made in Italy. Confindustria schiera 250 aziende dall’elettricità alle costruzioni, venti solo nel Veneto, quattro delle quali (Acciai Speciali Forgiati, Safas, Acciaieria Velbruna, Forgital) stanno già lavorando nella centrale che Edf costruisce a Flamanville in Francia, di cui l’Enel ha una quota.

   «Non possiamo tirarci indietro – dice il presidente di Confindustria Venezia Luigi Brugnaro – il ritorno al nucleare rappresenta una opportunità di ricerca e di sviluppo ed è una necessità, se non vogliamo che tutte le imprese energivore se ne vadano dal nostro Paese». L’obiettivo spiega Gianluca Comin, direttore delle relazioni esterne dell’Enel e vicepresidente di Confindustria Venezia, è quello di cambiare il mix produttivo.

   Se nel 2020 un quarto della produzione di energia elettrica arriverà dall’atomo, i prezzi scenderanno rispetto alle bollette attuali e saremo meno dipendenti dal petrolio e dal gas. «Non siamo gli unici a puntare sul nucleare – avverte Comin – nel mondo sono in esercizio 438 reattori in 30 Paesi. 26 nel raggio di 200 km dall’Italia. Attualmente si stanno costruendo 54 centrali. Non solo in Cina, in India e in Russia, ma anche negli Usa, con il sostegno dell’amministrazione Obama. La stessa Svezia ha fatto una clamorosa inversione di rotta e ha varato un progetto per realizzare 10 nuovi reattori». Il ritorno al nucleare assicura Comin, non comporta un rallentamento delle energie rinnovabili, dove l’Enel conta di investire da qui al 2014 oltre 5 miliardi per passare dalla capacità attuale di 5.600 a 9.000 MW. (Giancarlo Pagan)

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L’INTERVISTA Sicurezza, stoccaggio dei rifiuti radioattivi e reperibilità dell’uranio, Comin replica ai dubbi

«Scelta obbligata, convinceremo gli italiani»

L’Italia è uscita dal nucleare con un referendum dall’esito bulgaro dopo il disastro di Cernobyl. Ancora oggi il 60% è contrario. Come pensate di convincere gli italiani?
     
«E’ una scelta che non ha alternative – spiega Gianluca Comin, responsabile delle relazioni esterne dell’Enel. Sul piano dei costi, il nucleare consente di vendere energia ad un prezzo del 20% più basso. E’una opportunità tecnologica per il sistema Italia e per lo sviluppo locale. Ma anche per l’ambiente. Non emette C02. Se riuscissimo a produrre il 25% del fabbisogno nazionale stimato al 2020 con l’atomo, anziché con combustibili fossili, ridurremmo le emissioni in atmosfera di 70 milioni di tonnellate l’anno, ossia elimineremo metà dell’anidride carbonica prodotta ogni anno da tutte le centrali italiane».
      E le scorie radioattive?
     
«Questo tipo di centrali genera pochi scarti, 7 metri quadri di materiale l’anno. In una prima fase saranno stoccati nella centrale stessa dove si recupera la parte riciclabile. Poi la Sogin, una struttura individuata dal decreto ministeriale, sceglierà i siti più adatti per stivare le scorie. Che non saranno abbandonate. Continueranno ad essere trattate».
      C’è abbastanza uranio nel mondo per investirci così tanto? Le miniere non sono in aree a rischio quanto i giacimenti di petrolio?
      «Ci sono riserve per 150 anni e il mix di Paesi produttori va dall’Africa, Australia, Asia, America…»
      I più veloci a realizzare una centrale sono stati i giapponesi. Ci hanno impiegato 10 anni. Voi ipotizzate di accendere il primo reattore entro il 2020…
     
«Se non ci saranno intoppi burocratici specialmente nell’individuazione dei siti, siamo in grado di farcela». (19/5/2010)

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Il 10% DELLA FILIERA NUCLEARE E’ VENETO

da “la Tribuna di Treviso” del 19/5/2010

  VENEZIA. E’ veneto il 10% delle aziende coinvolte nella filiera dell’industria del nucleare. Sono infatti già una ventina le società registrate da Enel, per mappare il know how e le competenze presenti in regione in tema di energia nucleare. Questo in sintesi il quadro presentato ieri da Enel e Confindustria Veneto al Vega di Marghera.  

   Coinvolte nell’evento un centinaio di aziende ad alta tecnologia, alle quali sono state illustrate le opportunità del ritorno al nucleare in Italia. Dei 30 miliardi di euro di investimenti complessivi stimati da Confindustria per il «rinascimento nucleare italiano», Enel con il partner Edf coprirà una fetta tra i 16 e i 18 miliardi, per la realizzazione di quattro centrali con tecnologia Epr (reattore nucleare di quarta generazione).  

   Ancora nessuna indiscrezione sui siti delle centrali, mentre è forte e chiaro il messaggio di Andrea Tomat agli industriali veneti: «Guardiamo avanti con ottimismo a progetti come questo – dice il presidente di Confindustria Veneto – rappresenta una grande occasione per il futuro, una prospettiva di crescita e sviluppo tecnologico per le nostre aziende e uno dei grandi processi che offrirà opportunità di lavoro per superare questa fase economica».  

   Indipendenza di approvigionamento da Paesi esteri spesso politicamente instabili. Prezzi dell’energia più competitivi con risparmi fino al 20% e zero emissioni di Co2. Queste le motivazioni a supporto della necessità del ritorno al nucleare secondo Massimo Beccarello, Responsabile Energia Confindustria. E ancora un bilancio energetico nazionale riequilibrato nel rispetto dei patti Ue: nel 2020 il 25% dell’energia dovrà essere prodotta da nucleare, con aumento dell’energia da rinnovabili (oggi al 6%) e abbassamento della quota da fossile.

   Dello stesso avviso Gianluca Comin, responsabile comunicazione Enel, che sottolinea come il nucleare possa rilanciare l’industria veneta, la ricerca e l’innovazione.  «Pensiamo a tutto il know how perso nei vent’anni che ci separano dal referendum dell’87 che bandì il nucleare dopo Chernobyl. Dobbiamo far capire le grandi opportunità di lavoro offerte dal nucleare, perchè questo settore farà da volano alla modernizzazione dell’industria e le nostre aziende potranno andare anche fuori dall’Italia a costruire centrali in Gran Bretagna, Francia, Russia».  

   «Una centrale Epr vale 4,5 miliardi di euro di investimento – spiega Vincenzo Pieragostini, project manager Epr Italia – L’apertura dei cantieri è prevista per il 2013, nel 2015 ci sarà il primo calcestruzzo per il reattore e nel 2020 inizierà l’esercizio commerciale». (s.p.)

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IL REPORTAGE

MONTENEGRO, IL BUSINESS DELL’ENERGIA. LE MIRE ITALIANA SUL NUOVO ELDORADO

L’asse Berlusconi-Djukanovic per privatizzare il Paese. Centrali, ferrovie ed elettrodotti: appalti per 5 milioni di euro in cambio dell’ingresso nella Ue – Di Paolo Berizzi da “la Repubblica” del 19/5/2010

PODGORICA -Un fiume di denaro pubblico italiano finito – come minimo in perfetto conflitto d’interessi – sui conti della banca di Milo Djukanovic. Lui, il pluri-inquisito ma inscalfibile premier montenegrino – pericoloso contrabbandiere internazionale e favoreggiatore di latitanti secondo le procure di Bari e Napoli, “amico” e “partner affidabilissimo” se si sta a Berlusconi e ai nostri ministri – , che per garantirsi il sostegno di Roma all’ingresso del Montenegro nell’Unione europea e nella Nato svende l’argenteria di casa.

   Come? Concedendo allettanti (e opache) privatizzazioni. Soprattutto nel settore dell’energia, la vera manna delle nostre imprese oltre Adriatico. Si sono date tutte allo shopping, qui, nell’ex Tortuga delle sigarette e dei loschi traffici divenuta oggi, grazie a una partnership in parte ancora da decriptare, e complice l’imposta su redditi più bassa d’Europa (9%), un nuovo Eldorado. Una specie di terra promessa per gli italiani, ora impegnati a colonizzarla come non riuscì all’ammiraglio Vittorio Mollo nel 1918 e al generale mussoliniano Pirzio Birolli nel 1941.
   Altre epoche. Girata la ruota, cambiati i protagonisti. Oggi si chiamano Claudio Scajola (non più ministro dello Sviluppo economico), Valentino Valentini (fidato consigliere di Berlusconi per i rapporti internazionali), Maria Vittoria Brambilla (ministro per il Turismo). È anche un po’ merito loro, in missione per conto del presidente del Consiglio, che pure l’anno scorso è venuto a trovare Djukanovic in visita ufficiale, se la giovane Repubblica autonoma montenegrina – giovane come il suo discusso primo ministro (48 anni, a 29 già aveva in mano il paese e non l’ha più mollato, tra pochi giorni affronterà la prova delle amministrative cercando di scacciare le ombre che lo inseguono), è ora talmente lanciata da essere al centro di un mosaico affaristico-imprenditorial-politico.

   Assimilabile, per alcuni aspetti, alla stretta attualità italiana. Non vi sono, ad ora, risvolti penali, negli interscambi tra i due Paesi. Ma anche qui si parla di accomodanti relazioni politiche, di centinaia di milioni di euro, di grossi appalti, di operazioni bancarie più o meno filo-dirette. E, soprattutto, di energia. La stessa (in questo caso eolica) per la quale, in Italia, si è molto adoperato il coordinatore del Pdl Denis Verdini.
   Per scattare una fotografia del Montenegro visto dai palazzi romani si può partire da una telefonata. È il 18 gennaio del 2009. Denis Verdini, indagato per corruzione dalle procure di Roma e Firenze, chiama il suo amico Riccardo Fusi, costruttore fiorentino patron di Bpt (Baldassini-Tognozzi-Pontello), la società finita al centro dell’inchiesta sui Grandi Appalti e ritenuta dagli investigatori la “copertura” del consorzio Stabile Novus infiltrato dalla mafia.

   Non è un evento, la telefonata: “Ci sentivamo anche dieci volte al giorno”, dice Fusi, contattato da Repubblica. Il tema di quella conversazione catturata, tra migliaia, dai Ros dei carabinieri, e ricordata dallo stesso Fusi, è il Montenegro. “Domani Valentini va a Podgorica con un gruppo di imprenditori, vuoi andare anche tu?”, è l’invito di Verdini. Al suo amico, il coordinatore del Pdl fa presente che in Montenegro c’è la possibilità di guadagnare parecchio. “Purtroppo non sono riuscito ad andare per impegni già presi”, si dispiace Fusi.
   Il volo di Stato per Podgorica è organizzato da Valentino Valentini tramite Simest (società del governo che sostiene gli investimenti italiani all’estero). Con il ministro Brambilla e il sottosegretario al commercio estero, Adolfo Urso, ci sono una sessantina di imprenditori (A2A, Enel, Terna, Banca Intesa, Ferrovie dello Stato, Edison, Valtur, Todini). È il primo passo nell’intesa commerciale tra Berlusconi e Djukanovic.
   Ce ne saranno altri due. Decisivi. Uno il 17 marzo 2009: la visita di Berlusconi. Il premier, accolto come un eroe, incontra Milo, come lo chiamano gli elettori. Promette che avrebbe fatto diventare grande il Montenegro. Il 16 giugno spedisce qui un altro suo fedelissimo, il ministro Scajola, che mette la firma su due contratti: energia e infrastrutture.

   Investimenti per 5 miliardi di euro. Col primo scendono in campo A2A – la multiutility quotata in Borsa nata dalla fusione delle municipalizzate di Milano e Brescia – e Terna. A2A acquisisce il 43% della società energetica pubblica Elektroprivreda. Dei 450 milioni italiani per la privatizzazione, una parte, almeno 300, sono stati versati sui conti della Prva Banka, il colosso bancario controllato dal fratello del premier, Aco Djuknovic, e del quale possiedono azioni lo stesso Milo e la sorella Ana. Lo conferma il direttore della Prva, Predag Drecun.

   L’opposizione al governo parla di operazione “affrettata e poco trasparente”, sponsorizzata da Berlusconi e messa in piedi per favorire il potente clan Djukanovic. In effetti è come se Berlusconi privatizzasse una società pubblica e facesse versare i soldi sui conti della Mediolanum. Ma tant’è, tutto è possibile nel Montenegro delle (sin) energie. Grazie al “prego si accomodino” deciso da Milo, Terna costruirà un elettrodotto sottomarino Pescara-Tivat per portare l’energia balcanica nello stivale. A2A, ancora lei, realizzerà quattro centrali idroelettriche, Enel un impianto a carbone in collaborazione con Duferco che, a sua volta, tirerà su un termovalorizzatore. E per finire il progetto di Italfer (Ferrovie dello Stato): una ferrovia Bar-Belgrado (1 milione già stanziato da Scajola).
   Dietro la campagna montenegrina – è il timore del deputato Pd Alessandro Maran – si nasconde “la nostra illusione di fare nei Balcani tutto quello che non si può fare in Italia, trasferendolo dall’altro lato del confine”. No, “è semplicemente una partnership costruttiva e interessante per tutti e due i paesi – ragiona l’ambasciatore italiano Sergio Barbanti – questo è uno Stato che vuole e può crescere”.

   Ma l’assalto all’oro montenegrino è visto da qualcuno come un azzardo. Anche per lo stesso ex regno delle sigarette. Avverte un imprenditore locale: “È vero che sfruttiamo solo il 17 per cento del nostro potenziale, ma questa è una terra da salvaguardare”.

   Buona parte del territorio montenegrino è sotto il patrimonio dell’Unesco. Anche volendo fare la tara a quello che scrivono i giornali vicini all’opposizione, come il “Dan” – titoli forti tipo “è arrivata la mafia dell’energia” – ; anche volendo prendere con le pinze le parole del leader del Movimento per il cambiamento Nebojsa Modojevic (“c’è il rischio che la mafia italiana bruci nei termovalorizzatori qualsiasi porcheria e il rapido accordo con A2A è frutto solo degli interessi personali di Berlusconi e Djukanovic”), è un fatto che il filo che corre tra Italia e Montenegro si regge su un equilibrio ancora ballerino.
   La Procura di Bari, che come quella di Napoli aveva chiesto l’arresto di Djukanovic poiché ritenuto a capo di una cupola mafioso-finanziaria dedita al traffico internazionale di sigarette (mille tonnellate al mese), droga, armi e coperture per 15 criminali, l’anno scorso ha archiviato il fascicolo. Non si può procedere perché Milo è un capo di governo straniero protetto dall’immunità. Ma le preoccupazioni per Djukanovic arrivano anche dal suo paese. La suprema corte di Podgorica ha acceso i riflettori su nove omicidi di testimoni “scomodi” legati al contrabbando (nel 2004 in città fu ucciso anche il giovane direttore del quotidiano Dan). Un’indagine che sta facendo tremare i palazzi del potere. (…) (Paolo Berizzi)

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nucleare no

DENSITA’ ABITATIVA E TERREMOTI, RISCHIO ELEVATO

di Giovanni Valentini, da “la Repubblica” del 26/11/2009

   Mettiamo pure da parte le questioni ideologiche: a cominciare dal pregiudizio che il nucleare, nato come energia di distruzione e di morte, non potrebbe mai diventare un’ energia pulita, vitale, fonte di sviluppo e di benessere. Concentriamo piuttosto il discorso, in termini più pragmatici, sul rapporto tra costi e benefici.

   Allo stato degli atti, la produzione di energia nucleare risulta ancora troppo cara e rischiosa: e nel nostro Paese è rischiosa soprattutto sul piano ambientale, nell’impatto con il territorio e con la salute della popolazione. Avete presente la cartina dell’Italia, esibita dagli organismi ufficiali all’indomani del terremoto dell’Aquila, con la penisola quasi interamente coperta da macchie gialle, arancioni e rosse? Ecco, il nostro è scientificamente uno dei paesi a maggiore rischio sismico di tutto il Mediterraneo.

   Questa caratteristica deriva dalla sua posizione sulla Terra, nella zona di convergenza fra la zolla africana e quella euroasiatica. Qui le forti spinte compressive provocano l’ accavallamento dei blocchi di roccia. Tant’è che in 2500 anni è stato interessato da più di 30.000 terremoti di media e forte intensità. Poi c’è l’alta densità abitativa, determinata da una forte antropizzazione del territorio e cioè dalla presenza diffusa dell’ uomo e delle sue abitazioni: 194 abitanti per chilometro quadrato contro una media europea di poco superiore ai 69.

   In una penisola lunga e stretta come la nostra, un incidente nucleare o una fuga radioattiva potrebbe provocare conseguenze molto più gravi che altrove. E comunque, senz’altro più gravi per noi di un incidente che avvenisse al di là delle Alpi: per esempio, nella vicina Francia che peraltro nel mese di ottobre, per la prima volta dopo l’inverno 1982-83, è diventata importatore netto di energia elettrica in seguito ai numerosi stop alle centrali nucleari e dove all’inizio di novembre sono stati chiusi 18 reattori su 58.

   Sono proprio questi due fattori ambientali, rischio sismico e densità abitativa, che rendono pericolosa l’installazione di centrali nucleari sul nostro territorio. È vero che, rispetto ai tempi di Chernobyl, la tecnologia si è evoluta e i nuovi impianti sono stati costruiti in modo da resistere ai terremoti. Ma anche qui la sicurezza non è garantita al cento per cento, se è vero che la centrale più grande del mondo quella giapponese di Kashiwazi-Kariwa, vicino Tokyo – nonostante sia stata progettata secondo le più moderne tecniche antisismiche, dopo l’ultima scossa ha subìto tante e tali lesioni che è stata chiusa ed è ferma da due anni.

   Sono rischi che non riguardano solo l’ ipotesi di un incidente nucleare o una fuga radioattiva, bensì la stessa conservazione e gestione delle scorie. Una maledizione biblica che, attraverso l’ inquinamento delle falde freatiche nel sottosuolo, può protrarsi per millenni e di fronte alla quale il mondo scientifico non è stato in grado di fornire una soluzione rassicurante e definitiva.

   Al di là del cosiddetto “effetto Nimby”, acronimo che sta per not in my back yard (non nel mio giardino) e riassume la contrarietà delle popolazioni locali alle centrali nucleari nel proprio territorio, in Italia l’ultima proposta di collocare un sito per lo smaltimento delle scorie a Scanzano jonico, in Basilicata, ha suscitato la sollevazione degli abitanti e dell’amministrazione cittadina.

   Quanto alla tesi che lo sviluppo del nucleare consentirebbe al nostro Paese di ridurre la dipendenza energetica dal petrolio e quindi dall’ estero, forse vale la pena ricordare che l’ Italia non dispone di “oro nero” come non ha giacimenti di uranio. In compenso, per far funzionare le turbine delle centrali atomiche, occorre consumare un’ enorme quantità d’acqua e noi ne abbiamo molto meno della Francia, dove il 40 per cento viene assorbito dal nucleare.

   Infine, il paesaggio. In un Paese nel quale perfino le energie rinnovabili incontrano qualche ostilità, a causa dell’impatto ambientale delle pale eoliche o dei pannelli fotovoltaici, è singolare che la sagoma inquietante e minacciosa delle centrali nucleari non provochi reazioni analoghe. Non abbiamo acqua, petrolio o uranio. Ma almeno teniamoci stretto il nostro patrimonio di risorse naturali, di beni artistici e culturali, se non altro per difendere la prima industria nazionale: quella del turismo. – (Giovanni Valentini)

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ZAPATERO: “NUCLEARE? SI’ GRAZIE”

di Gian Antonio Orighi, da “La Stampa” del 10/6/2010

ALTRI 10 ANNI DI ATTIVITÀ PER DUE IMPIANTI DI ENDESA (ENEL), POSSIBILE ANCHE PER TUTTI GLI ALTRI – Il premier spagnolo prometteva lo stop alle centrali, invece ne prolunga la vita

MADRID. Dietro-front di Zapatero sul nucleare. In una Spagna dagli 8 reattori atomici il premier socialista aveva promesso nel programma elettorale del 2008 l`uscita dall`energia nucleare. Ma l`altro ieri il ministero dell`Industria ha deciso di rinnovare la licenza per 10 anni alle centrali Almaraz I e II (entrambe proprietà al 36% di Endesa, il cui azionista di controllo col 92% è l`Enel). Un segnale inequivocabile della svolta dell`esecutivo.

   Tanto che Endesa (che produce il 44% dell`elettricità grazie a 7 siti atomici) chiede adesso di allungare la vita utile delle centrali da 40 a 60 anni. Gli ambientalisti, come il «Collettivo Chiudere Almaraz» e «Ecologistas en Accion», hanno palesato la loro delusione. « È scandaloso che venga allungata la vita dei reattori di Almaraz, che negli ultimi 3 anni hanno causato 75 incidenti», protesta Bianco, portavoce di Chiudere Almaraz. Di parere opposto il responsabile delle relazioni industriali delle due centrali dell`Estremadura, secondo cui la luce verde «è un riconoscimento dell`ottimo lavoro degli ultimi anni».

   Almaraz I (costruita nel 1981) e Almaraz II (1983), reattori con una potenza rispettivamente di 997 e 980 MegaWatt, coprono il fabbisogno energetico di 4 milioni di utenti. La decisione del ministero dell`Industria è importante perché spiana la strada ad altre che stanno a cuore a Endesa: l`autorizzazione per Vandellos II (di cui possiede il 72%) scade il prossimo luglio, quelle per Ascó I (di cui controlla il 100%) e per Ascó II (sua all`85%) nell`ottobre 2011.

   Il voltafaccia di Zapatero è accompagnata anche da un cambiamento di tendenza dell`elettorato spagnolo rispetto all`energia atomica. Un sondaggio rileva che i favorevoli all`energia nucleare sono il 42% e i contrari appena il 37%. (Gian Antonio Orighi)

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2 thoughts on “NUCLEARE SI’, NUCLEARE NO in Italia – L’informazione, l’economia, la politica, pur nel caos di questi tempi, stanno consolidando la scelta nuclearista. La ineluttabile difficoltà a rapportarsi geograficamente con luoghi che ospitano (o ospiteranno) centrali nucleari

  1. LUCA martedì 19 ottobre 2010 / 11:12

    CONSUMI ALLE STELLE = SPRECO DELLE RISORSE
    Mentre in Cina non si è mai estratto così tanto carbone, che è la principale risorsa energetica del gigante economico asiatico, ovunque si continua a parlare di ecologia, di biodiversità, di sviluppo sostenibile. La retorica verde sarà il leit-motiv degli anni a venire, per confortare (leggere: nascondere) la nuova bolla speculativa. I più ottimisti interpreteranno ciò come la possibilità di creare nuovi posti di lavoro legati alle imprese che installano pannelli, pale e quant’altro.
    Nel frattempo, a dimostrazione che i paroloni sopra elencati sono insabbiati nel discorso politico, la realtà è all’investimento nucleare e allo sfruttamento delle risorse altrui: nel Sudan o in Nigeria per esempio, o ancora in Iraq, dove la democrazia latita, ma i pozzi sono tutti sotto controllo.
    Come se non bastasse a provare che mai come oggi il consumo di energia richiede una drastica riduzione, ho pure trovato una carta molto interessante, non chiarissima, ma dalla quale sembra possibile capire che sotto i nostri mari giacciono tonnellate di greggio…

    Se qualcuno ne sa di più potrebbe aiutarmi a capire ?
    Qui il link alla mappa :
    http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=2396

  2. Giuseppe Ramondetta mercoledì 1 dicembre 2010 / 18:29

    Sono cosciente della gravità del problema energetico (sopratutto per un paese come il nostro, da sempre privo di fonti energetiche adeguate al suo crescente fabbisogno). A mio parere, tuttavia, ritengo che lItalia, per la sua conformazione e per la posizione geografica, non sia adatta ad ospitare una centrale nucleare (per quanto moderne e sicure possano essere le tennologie adottate). Il suolo italiano, infatti, è (quasi tutto ) instabile e quindi soggetto a frequenti movimenti tellurici e certamente ciascuno di essi renderebbe necessario mettere subito in sicurezza gli impianti, fermando la produzione (con le evidenti conseguenze). Ma i danni maggiori li soffrirebbe tutta la popolazione (data la conformazione geografica del Paese), che, naturalmente, vivrebbe in uno stato di costante apprensione ed insicurezza.

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