15-23 giugno 1918: i giorni della BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO – La Grande Guerra (cui si approssima il centenario) come elemento significativo del recupero di significato dell’unità nazionale, oggi tra FEDERALISMO improrogabile e MULTIETNICITA’ del nostro Paese

LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO (15-23 giugno 1918) costata 240.000 giovani soldati morti - Nel 1918 gli austriaci pianificarono una massiccia offensiva sul fronte italiano, da sferrare all'inizio dell'estate, in giugno. La mattina del 15 giugno, gli austriaci superarono il Piave e riuscirono a conquistare il Montello e il paese di Nervesa. L’Aeronautica italiana mitragliava il nemico volando a bassa quota per rallentare l'avanzata. Colpito da un cecchino austriaco moriva il magg. Francesco Baracca, asso dell'aviazione italiana. Le passerelle gettate sul Piave dagli austriaci il 15 giugno 1918 vennero bombardate incessantemente dall'alto e ciò comportò un rallentamento nelle forniture di armi e viveri. Ciò costrinse gli austriaci sulla difensiva e dopo una settimana di combattimenti, in cui gli italiani cominciavano ad avere il sopravvento, gli austo-ungarici decisero di ritirarsi oltre il Piave, da dove erano inizialmente partiti. Centinaia di soldati morirono affogati di notte, nel tentativo di riattraversare il fiume in piena. Durante gli otto giorni della Battaglia del Solstizio (iniziata il 15 giugno e conclusasi il 23 giugno 1918) gli Austriaci spararono 200mila granate lacrimogene ed asfissianti. Sul fronte del Piave, quasi 6.000 cannoni austriaci sparavano sino a raggiungere fino a 30 km di distanza il centro della città di Treviso. La tentata offensiva austriaca si tramutò in una pesantissima disfatta: tra morti, feriti e prigionieri gli austro-ungarici persero quasi 150.000 uomini; e le perdite italiane nella violentissima battaglia ammontarono a circa 90.000 uomini. (i dettagli della battaglia su: http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_del_solstizio ) (l’IMMAGINE qui sopra riprodotta è del Monte Grappa, settore ovest, forze impiegate nella battaglia del solstizio (15 giugno 1918) durante la Grande Guerra del ‘15-‘18 – immagine ripresa da un pannello del museo a cielo aperto della prima guerra mondiale sul Monte Grappa – fonte Kronos con licenza libera a Wikipedia )

   Tornando a parlare dei temi dei 150 anni di unità d’Italia (1861-2011), delle celebrazioni che vi si vogliono svolgere, e del senso adesso dello “stato-nazione”, tra rivendicazioni a nostro avviso legittime (macro)regionali (pensiamo a un sistema virtuoso di gestione delle entrate e della spesa con il federalismo fiscale), e dall’altra la necessità di sentirsi molto di più di quel che si è ora “europei” (e cittadini del mondo), ebbene, nel ripercorrere il senso e l’ “essere” in uno stato-nazione che ha raggiunto e superato a fine 2009 i 60milioni di abitanti (di cui ben il 7 per cento di stranieri stabilmente residenti); nel fare questo, ci è venuto in mente di aprire questo blog con la ricorrenza di giugno, di questi giorni, della “battaglia del Solstizio”, violentissima e crudele battaglia iniziata il 15 giugno 1918 (e durata otto giorni) con l’offensiva austriaca che passa il fronte del Piave, e la reazione italica che respinge questo attacco, e segna il capovolgimento si può dire definitivo delle sorti della prima guerra mondiale (in quei otto giorni ci son stati ben 240mila morti, 150mila tra gli austro-ungarici e 90.000 tra gli italiani).

fronte sul Piave nel 1918

   La ricorrenza, che ci sarà nei prossimi anni, del centenario della prima Guerra mondiale (1914-1918, iniziata nel ’15 per l’Italia), porterà a una rivisitazione dei luoghi e dei fatti accaduti allora: un secolo, a ben pensare, non è poi molto, se pensiamo che ancora adesso esistono anziani (in particolare donne, pochissimi uomini) centenari che, allora bambini, un po’ ricordano quei cruenti avvenimenti (per le donne e i bambini in particolare nel Nordest si ricordano gli spostamenti di popolazioni in zone d’Italia più sicure…). E “l’unità d’Italia” è molto avvenuta in quel contesto di guerra, molto più che negli anni ’60 dell’800 tra vari (falsi?) plebisciti: ad esempio i soldati meridionali chiamati dal 1915 al nord a combattere non si sapeva bene per chi e per che cosa.  

distruzioni a Nervesa dopo la battaglia del solstizio

La rivisitazione del “centenario” della (così chiamata) “Grande Guerra” ha interessato pertanto un popolo ritrovatosi (nella inutile carneficina) unito suo malgrado, ma anche i territori italici, i “luoghi”: non solo lo scontro interessa i territori del Nord-Est, ma vi è tutta una base logistica (di approvigionamenti, di raccolta di truppe, di asili e ricoveri per bambini, anziani e donne profughe dalle aree di guerra…) che interessa larghe parti di territori italiani che non sentivano certo i rombi dei cannoni. Anche se i luoghi di guerra diventano senza dubbio elementi più “interessanti” per capire gli avvenimenti dell’ “inutile strage”.

   Se un luogo è infatti dato da tre cose (natura, artificio umano e accadimenti storici) potrà porsi l’occasione, nell’anniversario del centenario della Grande Guerra, di scoprire meglio quei tre elementi nei luoghi di guerra; ma anche di individuarne un quarto: il futuro di quei luoghi, ora quasi sempre in situazione di trascuratezza e al volte degrado.

   Insomma vogliamo “aggiungere” al senso della discussione sull’ “unità nei 150 anni” di questi giorni, un pensiero storico, geografico, ambientale su uno degli accadimenti (la Grande Guerra) così rilevanti per una parte importante del territorio italiano. Nondimeno cercando di capire le necessità dell’unità italica di adesso, dalla necessità di un federalismo spinto a il riconoscimento di una multietnicità di fatto consolidata. (su questo blog già abbiamo scritto qualche tempo fa: L’ITALIA a 150 anni dall’UNITA’ )

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COSA SIGNIFICA ESSERE ITALIANI?

di Ilvo Diamanti (la Limes, rivista di geopolitica italiana)

Esiste l’Italia? Questa è una domanda che mette in imbarazzo. Perfino la Lega, da picconatrice del tricolore a difensore dell’identità nazionale contro gli immigrati. Tra mille fratture territoriali finora abbiamo fatto finta di niente. Ma arriva l’anniversario dell’unità…

Non è chiaro a cosa ci si riferisca quando si parla di “identità nazionale”. Entrambi i termini – identità e nazione – sono ambigui e polisemici. Usati, cioè, con significati diversi. Eppure, raramente sono echeggiati tanto spesso come in questa fase. Non solo in Italia. Ma in Italia più che altrove. Forse perché in Italia – più che altrove – evocano un fondo problematico, tanto più alla vigilia di un evento che impedisce ogni reticenza. I 150 anni dell’unità nazionale. Italiana. Per celebrarli diventa impossibile eludere la questione. Chiedersi cosa significhi essere italiani. Su cosa insista la nostra identità nazionale. E quindi se effettivamente esista.
Perché fino a ieri abbiamo vissuto nella migliore delle situazioni possibili, per un paese che soffre di una cronica debolezza di identità. Nazionale. Cioè: fingere che il problema non esista. “Fare” gli italiani senza dirlo. Neppure a noi stessi. D’altronde, siamo un paese segnato da differenze profonde. Tra nord e sud, tra una regione e l’altra, tra una provincia e l’altra, tra una città e l’altra, tra un quartiere e l’altro. Difficile trovare un paese attraversato da altrettante diversità culturali, di gusto, costume, stile di vita, linguaggio – oppure lingua. Per non parlare delle differenze di opinione e di fede. L’Italia: terra di conflitti profondi. Guerre civili: politiche e religiose. Così, a ricordarci di essere italiani, a rafforzare il valore dell’unità nazionale ha contribuito la Lega, nei primi anni Novanta. Agitando la bandiera della secessione, ha reso realistico il rischio della “divisione”. Ne ha fatto un progetto – o almeno – una parola d’ordine. E ha risvegliato un sentimento nazionale da sempre tiepido. Implicito. Per reazione alla paura di cosa potrebbe succedere “se cessiamo di essere una nazione”, come recita il titolo di un fortunato saggio di Gian Enrico Rusconi pubblicato in quegli anni (Il Mulino, 1992).
Così, gli italiani si sono scoperti tali – italiani – e hanno ravvivato il loro orgoglio nazionale come mai, nella precedente storia della Repubblica. E neppure in quella seguente. Il successo della Lega e la crisi della prima Repubblica, peraltro, hanno indotto a cercare risposte politiche e istituzionali al problema del particolarismo italiano. Spingendo, diversamente da prima, ad accettarlo senza viverlo come un dramma. Senza annullarlo nel “centralismo romano”. Cercando, al contrario, di istituzionalizzarlo. E, ancor prima, di riconoscerlo. L’Italia, ebbe a sostenere Carlo Azeglio Ciampi durante la sua Presidenza della Repubblica, è una nazione “unita dalle differenze”. Soprattutto, da quelle territoriali. Una nazione di città e di regioni, con una storia lunga e un’identità radicata.
La ricerca scientifica del tempo rivalutò questo tessuto economico costellato da sistemi produttivi locali. I distretti di piccola impresa, base dello sviluppo e del benessere degli ultimi trent’anni. Negli anni Novanta si afferma quel singolare modello di  federalismo all’italiana che avviene in modo disordinato e intermittente. Sollecitato dagli strappi leghisti e dalle reazioni degli altri partiti. Si assiste, da allora, a un trasferimento di poteri dal centro alla periferia, dallo Stato ai Comuni e alle Regioni, attraverso una pluralità di provvedimenti e di leggi. (Ilvo Diamanti)

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Dati ISTAT sulla popolazione e gli spostamenti a fine 2009

L’ITALIA SI SCOPRE SEMPRE PIU’ MULTIETNICA

di Marino Collacciani, da “Il Tempo” del 8/6/2010

– Al 31 dicembre 2009 popolazione a quota 60.340.328 – Gli stranieri residenti rappresentano il 17 per cento –

Con il 7% della popolazione straniera, l`Italia si scopre sempre più Paese multietnico. E il livello numerico della popolazione cresce solo perché arrivano gli immigrati, con un numero di bambini nati sempre in calo e che viene «tenuto su» soltanto dai figli dei «regolari». Questa la fotografia della popolazione italiana «scattata» dall` Istat nel bilancio demografico per il 2009: al 31 dicembre risiedevano nel nostro Paese 60.340.328 persone, con un aumento di 295.260 unità (+0,5%) rispetto alla fine 2008, dovuto esclusivamente alle migrazioni dai Paesi esteri.

   Quel 7 per cento in più di stranieri residenti rappresenta una crescita di mezzo punto rispetto al 2008 (6,5 stranieri ogni cento residenti). La presenza straniera è molto più elevata in tutto il Centro-Nord (rispettivamente, 9,8% e 9,3% nel Nord-Est e nel Nord-Ovest e 9,0% al Centro), rispetto al Mezzogiorno, dove la quota di stranieri residenti, è solo del 2,7 per cento. Nel 2009 si è passati dall` 1,7% al 13,6% del totale dei nati vivi; in valori assoluti, da poco più di 9mila nati stranieri nel 1995 si è arrivati a oltre 77mila nel  2009. Nel Nord i bambini nati da genitori stranieri sono circa il 20%; nelle regioni del Centro sono il 15%, mentre nel Mezzogiorno soltanto il 3,6%.

   Un altro aspetto che viene evidenziato dal rapporto sta nel flusso degli immigrati regolari, in calo. Nel 2009 sono state iscritte in anagrafe 442.940 persone provenienti dall`estero: ovvero, un numero inferiore di più di 90mila unità rispetto al 2008. La diminuzione del flusso di iscritti dall`estero, che rimane comunque molto elevato, è in gran parte imputabile al progressivo esaurimento dell`effetto dall`allargamento dell`Ue del maggio 2007.

   Grazie al decreto sulla libera circolazione e il soggiorno dei cittadini comunitari, un numero molto elevato di cittadini neo-comunitari – in particolare romeni – si è avvalso della possibilità di iscriversi nelle anagrafi italiane senza più l’obbligo di esibire il permesso di soggiorno. Tale effetto si è progressivamente affievolito già nel corso del 2008 e ancor più del 2009.

   Italiani migrano da Sud a Nord. L`anno scorso i trasferimenti di residenza interni hanno coinvolto circa 1 milione e 350 mila persone tra italiani e stranieri: confermando la tradizione, si è avuto uno spostamento dalle regioni del Sud a quelle del Nord e del Centro. Il tasso migratorio oscilla tra il -3,9 per mille della Basilicata e il 2,6 per mille della provincia autonoma di Trento, seguito dal 2,5 per mille dell`Emilia-Romagna.

   Anche gli stranieri – Le migrazioni interne sono dovute anche agli stranieri residenti, che seguono una direttrice simile a quella degli italiani, ma presentano una maggior propensione alla mobilità. Infatti, i cittadini stranieri, pur rappresentando il 7,0% della popolazione, contribuiscono al movimento interno per più del 16%.

   Il saldo naturale, natalità e mortalità. Nel 2009 sono nati 568.857 bambini (7.802 in meno del 2008) e sono morte 591.663 persone (6.537 in più ma il tasso di mortalità è stabile al 9,8 per mille). Il saldo naturale, dato dalla differenza tra nati e morti, è risultato negativo e pari a meno 22.806 unità, con un valore che rappresenta il picco negativo dell`ultimo decennio, dopo quello del 2003, anno in cui la mortalità toccò valori elevati per la forte `calura estiva.

   Il saldo naturale è positivo nella ripartizione Sud, specificatamente in Campania e Puglia, ma anche nel Lazio, nelle due province autonome di Trento e Bolzano, in Veneto, Lombardia e Valle d`Aosta.

   Paese di piccoli centri. Nei 12 grandi comuni con popolazione superiore ai 250 mila abitanti risiedono poco più di 9 milioni di abitanti, pari a solo il 15,1% del totale. Nel complesso di questi comuni si registra un incremento di popolazione rispetto all`anno precedente pari a 30.377 unità.

   Crescono le grandi città del Centro Nord: Milano (+9,1%), Firenze (+8,8%) e Roma (+7,1%). Mentre so- no in calo i grandi comuni del Mezzogiorno: tra questi il più sostenuto si verifica a Palermo (-5,1%).

   Italiani vivono in famiglia. Il 99,5% della popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2009 vive in famiglie. Le famiglie anagrafiche sono 24 milioni e 905 mila circa; il numero medio di componenti per famiglia è pari a 2,4 e risulta stabile rispetto all`anno precedente. Il valore minimo è di 2,0 e si rileva in Liguria, mentre il massimo è di 2,8, riscontrato in Campania. Il restante 0,5% della popolazione, pari a circa 320 mila abitanti, vive in convivenze anagrafiche (caserme, case di riposo, carceri, conventi, ecc.). (Marino Colacciani)

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(a proposito di luoghi importanti della Grande Guerra) Territorio-fiume: il Piave in crisi d’acqua

PIAVE, RISORSA SPRECATA

di Francesco Dal Mas, da “la tribuna di Treviso” del 20/5/2010

   Il Piave, pardon «la» Piave, fiume sacro alla Patria? Macché. Provate a leggere l’ultimo libro di Alessandro Marzo Magno, “Piave. Cronache di un fiume sacro” (edizioni Il Saggiatore), e scoprirete un corso d’acqua che tanto ha dato alla storia, ma che poco o nulla ha ricevuto. Ed è per questo che Marzo Magno lo definisce «il fiume dei paradossi».

   Il primo? «Non esiste quasi più, in compenso ha due sorgenti (ai piedi del monte Peralba) e due foci: quella originale, tra Jesolo e il Cavallino e la foce attuale, a Cortellazzo. Il secondo? Non c’è in Europa un corso d’acqua più sfruttato. Con le conseguenti «guerre dell’acqua» tra la montagna che pretende il minimo deflusso vitale e la pianura, trevigiana e veneziana, che ha crescenti esigenze d’irrigazione.  
   “Piave” di Marzo Magno non è un libro storico, ma scrivere del Piave non è possibile senza ricordare che è stato teatro di conflitti cruenti. E da ricordare – ecco un altro paradosso – ci sono ben due “battaglie del Piave”. Lo sapevate, ad esempio, che già nel 1809 gli austriaci entrarono da Caporetto e si piazzarono sul Piave, esattamente come fecero 108 anni dopo? «Ci fu allora una battaglia del Piave, molto cruenta e sanguinosa, tra austriaci e francesi di Napoleone, esattamente come sarebbe successo nel 1917».  

Bacino fluviale del Piave

   E, si badi, per quanto riguarda la prima guerra mondiale bisogna essere cauti – come consiglia Marzo Magno – ad esaltare «la vittoria di Vittorio Veneto». «La battaglia di Vittorio Veneto è un derivato della battaglia del Solstizio. La vera svolta si ebbe nel giugno del 1918 quando gli austriaci furono ribattuti indietro dagli italiani. Ad ottobre si vinse perché dall’altra parte non c’era praticamente più nessuno. Le truppe dell’impero austroungarico si sono erano disciolte, perché non esisteva più l’impero, non avevano da mangiare e morivano di fame, soprattutto perché c’erano dei contrasti fortissimi tra gli ungheresi e gli alleati. Ungheresi che se ne andarono».  
   I 220 chilometri del corso del fiume danno modo a Marzo Magno di scoprire luoghi e personaggi a volte sconosciuti dagli stessi residenti: Faè, per esempio, ha dato i natali alla faesite, il primo sex shop d’Italia è stato aperto a Busche, la balia di Luchino Visconti arriva da Cesiomaggiore, Zenson di Piave ha avuto un sindaco pescatore. Più note le tragedie, come quella del Vajont, e le problematiche dell’acqua e dell’energia elettrica. Venezia deve molto a questo fiume: tremila zattere l’anno trasportavano in laguna 330 mila tronchi, per le fondamenta della città, ma anche per i cantieri navali. Conosciuta ed apprezzata anche l’enogastronomia, dal prosecco al raboso, ai formaggi.  

   Il Piave, dunque, come risorsa? Sì, ma in parte sprecata. Soprattutto sul piano del turismo naturalistico. Secondo Marzo Magno, «la foce è tenuta in modo indecente, senza nemmeno cartelli che indicano che quello è il Piave».  Resta «immutata» la razza Piave. «Che non ha nulla di etnico – precisa subito Marzo Magno, a scanso di equivoci -. Anzi, ha un’origine strana, equina. L’interpretazione più autentica la prendo a prestito dal campione di basket Dino Meneghin: sono orgoglioso, mi ha detto, di far parte della razza Piave perché è composta di gente seria, di poche chiacchiere e tanti fatti. Quella che un tempo concimava i campi con lo sterco raccolto in strada oltre che nelle stalle e che oggi è ai vertici dello sviluppo economico e sociale».   – Francesco Dal Mas

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Un brano del libro (Alessandro Marzo Magno, “Piave. Cronache di un fiume sacro” (edizioni Il Saggiatore) (sempre da “la tribuna di Treviso” del 20/5/2010):

IL FIUME PARADOSSALE CHE QUASI NON C’E’ PIU’

   Parliamo di un fiume scomparso. Di un fiume che vive nella memoria collettiva di un paese, ma che nel suo letto ormai è morto. Non c’è più. O quasi. Bevuto da centoventuno centrali idroelettriche, assorbito dai campi al ritmo di novantotto metri cubi al secondo (solo nei mesi secchi, per carità, in quelli invernali invece alimenta con la sua acqua gli impianti di innevamento artificiale attraverso trentasette “punti di attingimento”), in realtà è un fiume che fa di tutto, fuorché fare il fiume.

   Ovvero non scorre, non fluisce, non si gonfia, non esonda. Non mormora più. In compenso ci rifornisce di energia elettrica, di mais e grano coltivati con le sue acque, di ghiaia cavata dal suo alveo. E’ stato imbrigliato e addomesticato.  Era un fiume impetuoso – «il fiume rapidissimo della Piave» lo definisce Marco Magno, provveditor sopra la Piave, in un dispaccio che nel 1611 manda da Cimadolmo al Senato della Serenissima e non solo veloce, ma anche cattivo – «rapacissimo» lo chiamavano, con le sue piene apocalittiche riusciva addirittura a invadere il letto di un altro corso d’acqua: quando il Piave rompeva a Nervesa andava giù dritto fino a Treviso e si buttava nel Sile.

   Ma poi è stato ingabbiato, reso rassicurante, acquiescente.  «Fiume simbolo del coraggio, dell’eroismo, del patriottismo degli italiani. Fiume simbolo, oggi, della loro cecità» lo definisce Gian Antonio Stella. Se una nuova armata austroungarica dilagasse per la pianura friulana e veneta, non ci sarebbe più un Piave a fermarla e a far sì che «i resti di quello che fu uno degli eserciti più potenti del mondo risalgano in disordine e senza speranza quelle valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza», come si legge sui bollettini della Vittoria riprodotti su mille muri d’Italia.  

   E’ un fiume paradossale, il Piave: se lungo il suo corso è ridotto al 10 per cento di quello che era, in compenso può fregiarsi di ben due fonti e due foci. La sorgente ufficiale è una, ma ce n’è un’altra che la gente del luogo assicura essere quella “vera”. Più o meno come il Danubio, i cui natali sono stati ufficialmente assegnati a Donaueschingen, spiega Claudio Magris, ma sono rivendicati anche da Furtwangen che preferirebbe chiamare Donau il Breg (…). La foce da cui oggi il Piave fluisce in mare ha da poco compiuto trecento anni (è stata tagliata dalla Serenissima nel XVII secolo), mentre la sua bocca storica, quella che si era guadagnato da solo serpeggiando per la pianura ai margini della laguna, è oggi diventata la foce del Sile (sono stati sempre i veneziani a scambiare un fiume con l’altro per evitare che la laguna venisse interrata). (Alessandro Marzo Magno)

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sull’unità Italia

LA LEZIONE DI CAVOUR SULLE ALLEANZE

di Gian Enrico Rusconi, da “la Stampa” del 8/6/2010

   L’unità d’Italia non è stata semplicemente il risultato di una straordinaria mobilitazione interna, vitale pur nelle sue contraddizioni e velleità. L’unità è stata anche il prodotto di una dinamica internazionale, genialmente colta e gestita da un uomo che sapeva di dover muovere temerariamente il piccolo Piemonte nel «sistema delle potenze». Negli interstizi delle loro tensioni.
   Ma se non fosse entrato in quel gioco duro e pericoloso, il Piemonte non ce l’avrebbe fatta. Questo l’aveva capito Cavour sin dall’avventura di Crimea e si è comportato in coerenza. Era l’unico statista che sapeva farlo nel pur ricco panorama di intelligenze e di passioni del Risorgimento.
   Nella sua appassionata e convincente lezione di storia dell’altro giorno a Torino, il presidente Giorgio Napolitano ha individuato con precisione nel luglio 1859 (dopo l’accordo di Villafranca che interrompeva la guerra contro l’Austria) lo snodo cruciale della vicenda risorgimentale. Anzi «il punto di rottura» che fa mutare a Cavour la prospettiva stessa sul Regno d’Italia che rischiava di nascere come sottoprodotto «destinato ad essere chiuso in una morsa di sfavorevoli condizioni internazionali».

   Detto in altre parole, dopo Villafranca c’era il pericolo della creazione di un modesto regno del Nord, incardinato in una ipotetica Confederazione italica, sotto protezione francese, comprensiva del regno di Napoli e tollerata dall’Austria. No. Non era questo il sogno dei patrioti, che avevano guardato a Torino nei mesi precedenti.
   Di colpo anche per Cavour acquista attualità l’idea «rivoluzionaria» dell’Italia unita da Nord a Sud. Inizia così la fase più audace e controversa dell’azione cavouriana: l’annessione al Piemonte delle regioni centrali, ma anche la cessione compensativa di Nizza e Savoia alla Francia; il cauto, arrischiato eppure determinante sostegno all’impresa garibaldina, l’invasione del territorio pontificio delle Marche e Umbria ma insieme la garanzia per il restante Stato della Chiesa.
   Il tutto avviene – si badi – con il disappunto e la disapprovazione di tutte le potenze europee. Ai loro occhi Cavour si è messo a fare di testa sua. È il momento più pericoloso per il regno sardo. Ma Cavour conta abilmente sullo sparigliamento delle potenze europee: placa le ambizioni francesi con la cessione dolorosa e controversa della Savoia e di Nizza; si incunea nella tensione tra le due potenze tedesche, la Prussia e l’Austria tra le quali c’è latente competizione per il controllo della Germania divisa in Stati e staterelli blandamente uniti in Confederazione.
   È un dettaglio tutt’altro che trascurabile: non dimentichiamo che Napoleone III interrompe la guerra nel 1859 che (secondo gli accordi segreti di Plombières) avrebbe dovuto concludersi soltanto a Trieste, perché la Confederazione tedesca e la Prussia si erano messe in agitazione e avevano mobilitato, temendo le ambizioni francesi sul Reno. Tra i tedeschi era diventato popolare lo slogan che «il Reno si difende sul Po». Che sarebbe successo se sull’Adige o sul Mincio fossero comparsi bavaresi e prussiani?
   Evidentemente Cavour aveva sottovalutato questo aspetto. Ma appena ritornato al governo inizia una massiccia, spregiudicata azione diplomatica nei confronti di Berlino. I tedeschi, pur simpatizzando con il movimento nazionale degli italiani, li rimproverano di essere succubi della Francia di Napoleone III. Cavour allora gioca pesante: non solo insiste nel sostenere la tesi delle analogie tra le due disunioni nazionali di Italia e di Germania; non solo assicura che l’alleanza con la Francia è meramente strumentale e di opportunità, ma arriva a proporre addirittura un’alleanza militare tra Piemonte e Prussia sulla base di una loro presunta affinità politica.
   Il 10 febbraio 1860 Cavour manda a Berlino una lettera in cui dice letteralmente di non capire come «il governo prussiano possa disconoscere il vantaggio di avere per ogni eventualità un alleato naturale oltre le Alpi, abbastanza forte da mettere sulla bilancia duecentomila uomini, sia contro la Francia che contro l’Austria. Che ci si lasci sviluppare e accrescere la nostre risorse e con duecentomila uomini fermeremo il passaggio sulle Alpi a tutta l’armata francese».

   Questo è Cavour! Ma è altrettanto sorprendente che in quegli stessi giorni, Otto von Bismarck, inviato prussiano a Pietroburgo, scriva le stesse cose: «Non abbiamo bisogno di essere complici o compari della Francia con piani temerari. Come nostro alleato naturale – detto a quattr’occhi fra di noi – considero molto di più il Piemonte contro la Francia, nel caso, così come contro l’Austria. Per il Piemonte se potesse appoggiarsi sulla Prussia, l’alleanza francese potrebbe cessare di essere pericolosa e ingombrante».
   Ma questa idea, nel febbraio 1860, è ancora fuori dalla realtà. La morte prematura di Cavour gli impedirà ogni rapporto diretto con Bismarck diventato primo ministro prussiano. Negli anni immediatamente seguenti Italia e Prussia seguiranno altre strade. Ma l’idea della «alleanza naturale» tra Piemonte e Prussia rimarrà sullo sfondo. Bisognerà attendere il 1866 perché si realizzi provvisoriamente un accordo militare per la conquista del Veneto – accordo che sarà sfortunato per l’Italia (sconfitta a Custoza e a Lissa) mentre segnerà il trionfo di Bismarck (a Sadowa) e porterà nel giro di quattro anni alla vittoria della Prussia contro la Francia nel 1870/71.
   Si aprirà allora un’altra costellazione europea rispetto alla quale quella risorgimentale italiana apparirà una vicenda conclusa. Rimane la lezione cavouriana che l’Italia per essere una grande nazione ha bisogno vitale di alleanze internazionali coraggiose e ponderate ad un tempo.  (Gian Enrico Rusconi) 

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