Uno stato indipendente palestinese (in Cisgiordania e nella striscia di Gaza) unico modo per andare oltre l’infinita CRISI MEDIORENTALE: il ruolo strategico e determinante che l’Europa potrebbe esercitare in questo momento di “vie senza uscita” (con la Turchia che pare perduta al progetto europeo e mediterraneo)

   Se dobbiamo dare un’opinione sull’azione della nave pacifista che il 31 maggio scorso al largo di Gaza (in acque internazionali) è stata attaccata (assaltata a mo’ di pirati) da Israele, causando nove morti tra i pacifisti, ebbene il giudizio (sulla nave, sui pacifisti, sull’azione intrapresa da essi) lascia molti dubbi. Su quel tipo di pacifismo, su un’azione che anziché aiutare la pace, la complica. Non a caso il pacifismo internazionale ha sì duramente condannato il violento attacco israeliano, ma si è dimostrato timido sui suoi adepti (pacifisti) di quel contesto. Ciò non toglie che un’azione “pacifista” della quale, appunto, si può fortemente dubitare negli effetti positivi, debba portare alla condanna a morte di nove persone che vi partecipano, è un fatto così tragico che rende onore e commozione per quelle persone uccise.

   E su questa linea (non si può ammazzare così chi svolge un’azione che non è di guerra, ma rivolta a raggiungere Gaza e portare aiuti) si son ritrovati tutti a condannare Israele che, ancora una volta, ha dimostrato di pensare di risolvere (solo) con la forza (con effetti disastrosi) una contesa così aspra con il mondo palestinese (in particolare con parte di esso, la frangia più estremista, quella di Hamas). Proprio in un momento dove si percepiva qualche spiraglio di concreta pace, di apertura reciproca fra le parti….. posizione di critica e condanna (a Israele) assunta dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti, dal segretario generale dell’ONU, dalle parole (in questo frangente di forte spessore politico) del Papa.

Foto di GAZA CITY - Tre anni sotto embargo. Nella Striscia di Gaza, lunga 40 km e larga 10 km, vivono 1,5 milioni di persone. Dal giugno 2007, dopo che Hamas ha preso il controllo del governo della Striscia cacciando il Fatah del presidente Abu Mazen, Israele consente solo l'importazione di alcuni beni di base e ha bloccato le esportazioni. La popolazione vive con meno di un quarto del volume di beni importati che riceveva nel 2005. L'Onu l'ha definita una punizione collettiva. La disoccupazione è al 42%. Fiorisce il traffico illegale attraverso i tunnel con l'Egitto. Dopo la crisi causata dal blitz contro la flottiglia, Israele ha consentito l'accesso nella Striscia di prodotti prima vietati, come patatine, biscotti e bibite, ma dicono funzionari palestinesi al confine “No a cemento e ferro”, che i palestinesi definiscono necessari per la ricostruzione, dopo la guerra di 22 giorni con Israele tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, nella quale sono morti 1.400 palestinesi e oltre 4000 case sono state distrutte (Paolo Valentino, “il corriere della sera”)

   E’ interessante anche che, nonostante tutto, il leader di Hamas nella Striscia, Ismail Haniyeh, non ha chiuso le porte ad una forza d’interposizione tra la Striscia e Israele: un’idea che non piace ad Israele e neanche a buone parte dei palestinesi,  ma che rimuoverebbe alcuni dei dubbi (su uno stato palestinese indipendente a Gaza, oltre che in Cisgiordania) dell’opinione pubblica israeliana, preoccupata degli attacchi dalla Striscia verso i suoi territori.

   E  verso la possibile definitiva realizzazione dell’idea di uno Stato Palestinese indipendente potrebbe ora nascere l’impegno della Comunità internazionale, in particolare del cosiddetto “Quartetto” (Usa, Onu, Russia, Ue). Per modificare la difficile condizione in cui Israele si è cacciata non è stata sufficiente per lo Stato ebraico la diversa condotta seguita qualche giorno dopo nei confronti della nave irlandese, la Rachel Carrie che trasportava (autentici) pacifisti. E tutto sembra complicarsi dalla palese lotta tra Stati per il predominio della leadership nell’area medio orientale, che vede impegnati soprattutto Turchia (che oramai sembra abbandonata dall’Europa nella possibile integrazione nella UE) e l’Iran con le sue mire espansionistiche e nucleariste (oltre che di controllo e repressione, con un consolidamento del regime, dell’opposizione interna).

   La Turchia, una volta  mediatrice autorevole  nel conflitto mediorientale ora sembra perduta per sempre a questo ruolo (o sicuramente per molto tempo non potrà essere mediatrice fra arabi e israeliani, anche per l’Unione Europea). L’Iran che acquista vigore politico diplomatico in quell’area mediorientale, dove il predominio politico-internazionale è cosa che interessa assai (e, come prima dicevamo, permette all’Iran di svolgere meglio la repressione interna verso la sua popolazione, contro ogni modernizzazione) (Turchia e Iran, con la fine dell’impero sovietico, sembrano contendersi il controllo del Medio Oriente… e il ritorno, in Turchia, allo spirito dell’impero Ottomano, è stato inoltre sicuramente agevolato dalle chiusure europee, specie di Francia e Germania, all’entrata turca nell’ UE)

   Tutta l’azione (diplomatica, politica degli stati, di Obama, dell’Europa…) di questi giorni, è volta a “fare o non fare” lo stato palestinese: da una parte, silenziosa ma sistematica, l’azione della Autorità palestinese, sia del presidente Malimoud Abbas (Abu Mazen) ma, soprattutto, del suo primo ministro Salarn Fayad (figura emergente di abile politico e mediatore) nel tentativo di dare basi fondative e consistenza politica al futuro Stato palestinese, operando sul piano economico (di sviluppo di una possibile seppur parziale autonomia palestinese sul piano economico) e con la creazione di un credibile sistema di forze di sicurezza, di polizia; dall’altra invece abbiamo chi non vuole proprio questo, in primis l’Iran, ma anche tutte le forze più estremiste presenti in quell’area (sì arabi, ma anche quelli israeliani più integralisti, che rifiutano ogni futuro di pace).

   Insomma siamo in presenza di quelle situazione dove il pendolo della storia può orientarsi verso una direzione o l’altra, in modo contrapposto, una rivoluzione pacifica o un disastro di guerra. Nel pessimismo calcolato del presidente palestinese Abu Mazen, che in questi giorni esprime appunto un pessimismo “cosmico”, ma che così ha l’opportunità di dire quali sono i due problemi prioritari del momento (dice Abu Mazen: “ci sono le difficoltà di raggiungere intese con Israele sulle due questioni iniziali, confini e sicurezza” senza contare che “sullo sfondo restano le «significative divergenze» sullo status di Gerusalemme, il ritorno dei rifugiati palestinesi del 1948 e la suddivisione delle risorse naturali, a cominciare dell’acqua”).

   Situazione difficile, complicata, in Medio Oriente; ma che l’azione convinta di tutti quelli che possono dire la loro (noi pensiamo all’Europa) potrebbe far pendere il pendolo della storia verso finalmente una soluzione definitiva pacifica (ed evitare inutili tragedie). Cerchiamo qui di darvi conto della cosa attraverso varie importanti analisi, a partire dai fatti accaduti dopo l’attacco israeliano alla nave turca pacifista.

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LA VIA DELLA PACE E’ SEMPRE PIU’ STRETTA

di Giuseppe Mammarella, da “Il Messaggero” dell’8/6/2010

   L’episodio dell`assalto israeliano alla nave turca Marmara ha creato per Israele una condizione di isolamento politico e di opinione che oltre che a livello di Stati e di organizzazioni internazionali ha avuto inevitabili ripercussioni tra gli amici di Israele e all`interno della stessa nazione ebraica. Nella dinamica dei rapporti internazionali l`isolamento è la peggiore condizione in cui un governo può ritrovarsi.

   Gli impedisce o rende comunque difficile comunicare le proprie ragioni e lo rende impotente di fronte alle accuse e alle azioni dei propri nemici, quelli tradizionali e quelli che dalla temporanea debolezza del governo in difficoltà si sentono incoraggiati a colpire.

   Nel coro di condanne suscitate dall`assalto delle forze speciali abbiamo avvertito, insieme a quelle indignate per una violenza ingiustificata, quelle che a prescindere da considerazioni morali denunciavano la stupidità della risposta israeliana ad una situazione che affrontata con diverse modalità e con diversi mezzi, avrebbe potuto giocare anche a favore del governo di Tel Aviv.

   Per modificare la difficile condizione in cui esso si è cacciato non è stata sufficiente la diversa condotta seguita nei confronti della nave irlandese, la Rachel Carrie che trasportava autentici pacifisti, e così le reazioni dei nemici dì Israele sono arrivate puntuali. 

   Ci sono poi stati due episodi diversi per la loro natura ma ambedue emblematici della complessa situazione che si è creata attorno al conflitto che paralizza la politica mediorientale. Il primo è l`uccisione da parte dei soldati israeliani di quattro sub palestinesi che stavano preparando un attentato, l`altro è l`annuncio del governo iraniano dell`intenzione di inviare navi iraniane con aiuti per gli abitanti di Gaza.

   Il tentato atto di terrorismo, che è tuttavia da precisare nella sua dinamica e nelle reali intenzioni degli assalitori, potrebbe essere il primo episodio di una nuova intifada che anche per le sue ripercussioni psicologiche sulla popolazione costituirebbe un grave pericolo per Israele.

   Anche il secondo episodio richiede una più puntuale interpretazione: che il governo iraniano pensi di provocare un`azione di forza che precipiterebbe un confronto diretto tra i due Paesi ci sembra più che irragionevole, irrealistico. In un momento in cui dal mondo islamico si alza il livello della protesta antì-israeliana. Teheran, che negli ultimi anni si è posto all`avanguardia nelle campagne contro Israele, non può tacere e soprattutto non può lasciare alla Turchia il monopolio della politica anti-israeliana.

   Ma l`azione di Teheran potrebbe avere anche un obiettivo più lontano, davanti alle intenzioni più volte manifestate da Israele di un attacco agli impianti atomici iraniani: quello di dimostrare di non temerlo e rispondere alla minaccia israeliana con un`azione sul piano propagandistico sul quale gli iraniani hanno più facilità a muoversi sostenuti come sono dalle masse più radicate del mondo islamico. Del resto, sullo stesso piano appena qualche giorno fa, lo stesso Ahmadinejad ha dichiarato che un eventuale attacco israeliano alle centrali atomiche iraniane si concluderebbe con la distruzione di Israele.

   L`uno e l`altro episodio, nonostante il loro diverso carattere, rischiano tuttavia di avere un risultato comune: quello cioè di accrescere il clima di tensione e di scontro nell`area e di bloccare quell`azione diplomatica che l`America di Obama sta conducendo dietro le quinte per trovare una soluzione al problema israelo-palestinese e a cui corrisponde una silenziosa ma sistematica azione della Autorità palestinese, sia del presidente Malimoud Abbas ma, soprattutto, del suo primo ministro Salarn Fayad nel tentativo di dare basi fondative e consistenza politica al futuro Stato palestinese operando sul piano economico e con la creazione di un credibile sistema di forze di sicurezza.

   Queste azioni stanno dando i primi risultati: in primis una attenuazione dell`intransigenza di Hamas che recentemente attraverso uno dei suoi leaders ha dichiarato una qualche disponibilità alle trattative con Israele.

   Un eventuale accordo tra il governo palestinese e quello di Tel Aviv con la mediazione americana, per la verità ancora lontano, ma di cui si comincia ad avere una qualche percezione, magari seguito da un`intesa con Damasco per la parziale restituzione del Golan, farebbe crollare tutta la politica iraniana nell`area basata sulla creazione dì un fronte anti-israeliano con Siria e Turchia e sull`utilizzazione di movimenti estremisti come Hezbollah e Hamas.

   Sarebbe allora Teheran a rischiare l`isolamento e probabilmente anche una crisi di regime. E’ quindi comprensibile che gli iraniani facciano di tutto per riattizzare i conflitti e riportare la tensione a livelli utili per la loro politica pur evitando uno scontro diretto con Israele. Il ritorno alla conflittualità e magari ad una nuova intifada creerebbe un`ostacolo difficilmente sormontabile alla diplomazia americana e agli sforzi di uomini come Fayad per preparare il futuro Stato palestinese. Ad essi si guarda con nuove speranze anche all`interno della società israeliana da parte degli elementi progressisti ma anche di tutti coloro che auspicano la creazione di una pace stabile.

   A margine dell`episodio dell`assalto alla nave turca è tornato a farsi sentire il movimento pacifista di Israele ma ancora più significativo è un episodio di qualche settimana fa. Una lettera di Elie Wiesel, premio Nobel per la pace e difensore storico di Israele, inviata ad Obama in cui si chiedeva al presidente americano di desistere dal chiedere il blocco degli insediamenti a Gerusalemme perché la città «apparteneva da sempre al popolo ebraico» e non avrebbe potuto essere che così anche nel futuro, ha suscitato la risposta irata di un centinaio di intellettuali e politici israeliani, che si sono dichiarati “oltraggiati” dalle parole di Wiesel, lo hanno accusato di irrealismo e di retorica e affermato che «Gerusalemme non poteva che essere divisa tra i due popoli e le due nazioni esistenti sul suo territorio». (Giuseppe Mammarella)

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Il capo dell’ANP si sfoga il giorno dopo l’incontro con Obama alla Casa Bianca

ABU MAZEN: I DUE STATI SONO UN SOGNO

«In Cisgiordania molti pensano ormai a un solo Stato, e a Gaza Hamas ostacola tutto»

da “la Stampa” del 12/6/2010

   «Le speranze per una soluzione della crisi in Medio Oriente basata sui due Stati stanno svanendo». E’ il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ad alzare il velo su quanto sta maturando sul terreno in Medio Oriente, a dispetto degli sforzi diplomatici.

   L’occasione è una tavola rotonda alla Brookings Institution di Washington, il centro studi più vicino alla politica estera dell’amministrazione, all’indomani dell’incontro con Barack Obama nello Studio Ovale. Se nelle dichiarazioni fatte alla Casa Bianca Abu Mazen era rimastr nel quadro negoziale basato sugli accordi di Oslo del 1993, l’ambiente informale gli consente di parlare con maggiore libertà e dunque porta il ragionamento in ben altre direzione: «Il concetto della nascita di uno Stato palestinese a fianco di Israele in pace e sicurezza temo si stia iniziando ad erodere» e «il mondo incomincia a dubitare della possibilità di raggiungere questa soluzione».
   Nei mesi passati era stato il governo israeliano a far trapelare dubbi sulla fattibilità del progetto dei due Stati attorno al quale Bill Clinton siglò nel giardino delle rose della Casa Bianca l’intesa fra Yizhak Rabin e Yasser Arafat il 13 settembre 1993 ma ora è Abu Mazen che dice: «Da un po’ di tempo ascoltiamo slogan nella Cisgiordania che invocano la soluzione di “Un solo Stato” anche se né noi, né gli israeliani non la vogliamo».

   Alla base di queste «opinioni sempre più diffuse – ha spiegato – ci sono le difficoltà di raggiungere intese con Israele sulle due questioni iniziali, confini e sicurezza» senza contare che sullo sfondo restano le «significative divergenze» sullo status di Gerusalemme, il ritorno dei rifugiati palestinesi del 1948 e la suddivisione delle risorse naturali, a cominciare dell’acqua.

   «Ne abbiamo parlato a lungo anche con Ehud Olmert quando era premier senza riuscire ad accordarci e poi il governo di Kadima è caduto» ha sottolineato, facendo trapelare un evidente scetticismo.
L’intervento di Abu Mazen ha colto di sorpresa molti dei presenti – incluso Martin Indyk, ex ambasciatore Usa in Israele ascoltato consigliere del presidente Obama – che si aspettavano un discorso incentrato sull’agenda dei «negoziati indiretti» con Israele e sulla possibilità che Washington presenti in autunno un proprio piano di pace.

   «Le speranze di arrivare ad una conclusione del conflitto sulla base della soluzione dei due Stati stanno svanendo» ha invece continuato a insistere il successore di Arafat, definendo la situazione «estremamente difficile» perché «è impossibile non ascoltare la voce di chi ritiene che questa strada non sia più percorribile».

   Senza contare che un altro fronte di instabilità è la situazione a Gaza dove «i leader di Hamas sotto l’influenza dell’Iran esercitano una sorta di veto su ogni possibile riconciliazione politica auspicata dai capi di Hamas che vivono invece dentro la Striscia».
   Mostrandosi preoccupato per le tensioni fra palestinesi, Abu Mazen si è soffermato anche su un altro aspetto del problema: «E’ vero che dentro Fatah ci sono persone contrarie all’operato del primo ministro Salam Fayad, del quale Hamas non vuole neanche sentir pronunciare il nome ma a me tutto ciò non interessa e continuo ad avere completa fiducia». La franchezza dell’esposizione dei problemi solleva ora l’interrogativo su quali potranno essere le prossime mosse della Casa Bianca.

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MA ANCORA UNA VOLTA HA VINTO TEHERAN

di Vittorio Emanuele Parsi, da “la Stampa” del 10/6/2010

   Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia).
   Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.
   Più in particolare, desta scalpore la presa di posizione turca, perché costituisce l’ennesimo strappo rispetto alla solidarietà atlantica e occidentale su un tema quale la sicurezza collettiva degli Stati membri e i rischi a cui essa è esposta dalla proliferazione nucleare e dalla perdita di prestigio degli Usa.  

   Ancorché la proliferazione non sia di stretta competenza della Nato, proprio il documento elaborato il 17 maggio di quest’anno dal cosiddetto «Comitato dei saggi» – costituito per ridefinire il nuovo «concetto strategico dell’Alleanza», adeguandolo al mutamento dello scenario internazionale – indicava nella proliferazione nucleare una minaccia maggiore, e nella capacità della Nato di fornire risposte efficaci e condivise un test decisivo di adeguatezza. A neppure una settimana dal pasticcio della «freedom flotilla», la Turchia compie un altro passo che la colloca oggettivamente ai margini dell’Alleanza e ne accredita la sempre più blanda appartenenza allo «schieramento occidentale».
   Tutto ciò accade a meno di 24 ore dall’annuncio iraniano di voler impiegare proprie unità navali «civili» in un nuovo pericolosissimo tentativo di forzare il blocco di Gaza: un’operazione che salda, per mano iraniana, la vicenda di Gaza con quella del programma nucleare di Teheran. Un incidente tra unità israeliane e iraniane al largo di Gaza sarebbe di per sé già gravissimo, perché materializzerebbe lo spettro israeliano di dover fronteggiare la possibile minaccia iraniana su due fronti: in Libano attraverso Hezbollah, e a Gaza attraverso Hamas.

   In una simile prospettiva la possibilità che Israele non decida un’azione contro l’Iran prima che esso divenga una potenza nucleare dipende solo dall’efficacia delle sanzioni approvate ieri.

   Ed ecco il secondo punto della nostra analisi. Le nuove sanzioni non sono quelle che gli Stati Uniti auspicavano: erano il massimo che si poteva ottenere, ma il massimo è probabilmente meno del minimo necessario. Esse non colpiscono i veri interessi vitali dell’Iran (idrocarburi), né impediscono all’Iran di aggirare i vincoli internazionali vecchi e nuovi. Finora il governo iraniano ha dimostrato di essere disposto a pagare (e far pagare al suo popolo) un prezzo economico alto in cambio di un ricavo politico ritenuto maggiore. Se non si modifica tale trade-off (e non mi pare che le nuove sanzioni lo facciano), Ahmadinejad non ha ragione di cambiare politica.
   È una lotta contro il tempo, in cui le carte buone le ha l’Iran e il tempo gioca a suo favore. Tra l’altro, sanzioni inefficaci non sono solo inutili, ma anche dannose, perché fanno il gioco del regime, alimentando la mentalità da stato di assedio che lo aiuta a radicalizzare il clima interno e massacrare le opposizioni (solo nella giornata di ieri ci sono state 15 impiccagioni).

   Colpisce, infine, il fatto che gli Usa sembra non riescano a capire se è possibile (e se conviene loro) trasformare il proprio ruolo di protettori di un ordine mediorientale (sempre più fragile) fondato sul predominio israeliano in quello di garante di un nuovo ordine più equo e stabile, ma forse impossibile da raggiungere in queste condizioni. (Vittorio Emanuele Parsi)

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La crisi in Medio Oriente

GLI ERRORI DI ANKARA

di Sergio Romano, da “il Corriere della Sera” del 1/6/2010

   Per molti anni la Turchia ha avuto nella politica israeliana un ruolo comparabile a quello degli Stati Uniti. Non poteva garantire la sicurezza dello Stato ebraico e non sarebbe mai intervenuta al suo fianco nelle guerre contro i Paesi arabi da cui è circondato. Ma il fatto che il maggiore Stato musulmano della regione gli fosse amico dimostrava che Israele non era isolato.

   Le forze armate dei due Paesi, i loro servizi di Intelligence e le loro economie hanno collaborato con vantaggi reciproci che a Gerusalemme erano particolarmente apprezzati. Sapevamo da tempo che quella fase doveva considerarsi conclusa e che la Turchia, soprattutto dopo avere migliorato i propri rapporti con Damasco, sarebbe stata tutt’al più un utile intermediario per un accordo sulle alture del Golan, occupate da Israele nel 1967.

   Ma la guerra libanese del 2006 e soprattutto l’operazione militare contro Gaza, alla fine del 2008, hanno cambiato la scena politica medio-orientale. Il segnale più evidente fu il clamoroso bisticcio fra il premier turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente israeliano Shimon Peres al World Economic Forum di Davos nel gennaio del 2009. Il secondo segnale, non meno clamoroso, è la partecipazione di Erdogan all’ incontro tripartito di Teheran, tre settimane fa, quando Turchia e Brasile hanno offerto all’Iran un accordo sull’arricchimento dell’uranio che ha permesso al regime degli ayatollah di sottrarsi alle pressioni degli Stati Uniti e di altri Paesi occidentali.

   È probabile che la costituzione ad Ankara di un governo musulmano, dopo la vittoria elettorale del partito Ak, abbia favorito la svolta della politica estera turca. Ma esistono altre ragioni, più importanti.

   Vent’ anni fa la Turchia era un Paese atlantico, fedele amico degli Stati Uniti, candidato all’Unione europea: un pezzo di Occidente fermamente incastonato in un’area politicamente e culturalmente diversa. La fine della guerra fredda e della minaccia sovietica non ha modificato le grandi linee della sua politica.

   Ma la disintegrazione dell’Urss ha aperto alla sua influenza una grande regione, dal Mar Nero all’Asia Centrale, che era stata sino ad allora ostile. Il Paese restava euro-atlantico, ma non era più la frontiera sud-orientale dell’Alleanza. Era altresì, ancora una volta, potenzialmente «ottomano» e disponeva di buone carte (la dimensione territoriale, la tradizione statale, le forze armate, l’economia) che avrebbe potuto, all’occorrenza, giocare con profitto.

   Gli Stati Uniti lo hanno capito e hanno fatto del loro meglio perché i legami della Turchia con l’Occidente venissero rafforzati dal suo ingresso nell’Unione europea. Ma alcuni Paesi – in particolare Francia e Germania – hanno lasciato chiaramente intendere che una tale prospettiva non era gradita. La Repubblica greca di Cipro ha rifiutato l’unificazione dell’isola, ma questo non le ha impedito di essere accolta da Bruxelles a braccia aperte.

   I negoziati fra la Turchia e la Commissione europea sono cominciati, ma con riserve, limitazioni e rinvii che hanno reso l’adesione incerta, se non addirittura improbabile. È davvero sorprendente che la Turchia, in queste circostanze, abbia cominciato a giocare le sue carte mediorientali?

   Il Paese euro-atlantico di una volta non poteva permettersi di avere una politica israeliana completamente diversa da quella dei suoi alleati occidentali. Ma il Paese «ottomano» non godrebbe di alcuna credibilità nella regione se non tenesse conto dei sentimenti che la politica israeliana suscita nelle società arabo-musulmane. Peccato che i complicati intrecci della politica interna israeliana impediscano al governo di Gerusalemme di anticipare le conseguenze dei suoi atti. (Sergio Romano)

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ANKARA AL BIVIO

di Vittorio Emanuele Parsi, da “la Stampa” del 1/6/2010

   L’assalto condotto dalle forze speciali di Tsahal alle imbarcazioni che si proponevano di violare il blocco navale di Gaza, dichiarato unilateralmente dal governo israeliano, sta facendo precipitare il livello delle relazioni tra Ankara e Gerusalemme ai minimi storici. La questione va però ben oltre il contenzioso bilaterale, e investe piuttosto la collocazione complessiva della Turchia nel «campo occidentale».
   Le conseguenze di quello che è successo al largo di Cipro, infatti, lasciano intravedere una questione che, nella sua semplice brutalità, può essere formulata come segue: «E’ ormai praticamente certo che la Turchia non verrà accettata in Europa; ma quanto a lungo la Turchia riuscirà ancora a stare nella Nato?».
  
Inutile nasconderselo, si tratta del disvelamento di un vero e proprio tabù, la cui esistenza spiega le ragioni della straordinaria insistenza americana, da Bush padre a Obama, affinché la Ue aprisse le sue porte ad Ankara. Il punto è davvero semplice. In questi ultimi vent’anni, e in maniera per nulla indolore, la Nato ha conosciuto un crescente coinvolgimento in Medio Oriente. E nessun indizio segnala che la tendenza sia destinata a cambiare: non solo per gli evidenti interessi Usa, ma anche perché i soci europei della Nato (in grandissima parte anche membri della Ue) sanno benissimo che il loro residuo valore politico-strategico agli occhi americani (tanto più per questo Presidente) si gioca anche nella disponibilità a lasciare che la Nato sia sempre più operativa laddove la sua azione è più necessaria: a partire dal Medio Oriente.
   Fintanto che la possibilità di un ingresso della Turchia nell’Unione restava aperta, proprio la prospettiva di una doppia membership (europea e atlantica) poteva oggettivamente aiutare a tenere in asse la Turchia con i Paesi europei della Nato. Ma ora che questa chance è sostanzialmente sfumata, le cose si complicano maledettamente. Chiusa fuori della porta d’Europa, la Turchia ha nel frattempo elaborato una sua politica mediorientale, cioè per la regione con cui sempre meno è confinante e di cui sempre più è parte. La sua rinnovata natura di attore mediorientale, evidentemente, la espone a rischi ben maggiori di coinvolgimento nei conflitti insoluti della regione di quelli che avrebbe corso in quanto Paese europeo, membro dell’Unione (o seriamente candidato a diventarlo).
   I fatti di queste ore, e in realtà di questi ultimi anni, ci danno conferma di quella che non è più solo un’ipotesi di scuola. Oltretutto, la politica dell’Akp, con il suo precario equilibrio interno tra laicità e confessionalismo, e la sua natura perlomeno ondivaga, avendo rilegittimato l’identità religiosa nel circuito e nella retorica politica turca, ha contribuito a risvegliare i moventi dell’internazionalismo e della solidarietà musulmane, se non islamiste, con l’ovvia conseguenza di rendere l’antica relazione speciale tra Ankara e Gerusalemme sempre più ingombrante per la politica turca in Medio Oriente. E anche questo allontana inesorabilmente Ankara dall’Europa e anche dall’intero Occidente, per i quali Israele non può e potrà mai essere considerato uno Stato mediorientale «come gli altri». (Vittorio Emanuele Parsi)

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WASHINGTON – IL RAID CONTRO I PACIFISTI DEFINITO “TRAGEDIA”

Israele allenta il blocco della Striscia – Obama offre aiuto ad Abu Mazen «A Gaza situazione insostenibile» – di Paolo Valentino, da “il Corriere della Sera” del 10/6/2010

– Quattrocento milioni di dollari dagli Stati Uniti ai palestinesi – Abu Mazen: ciò che noi palestinesi abbiamo a cuore è di vivere in coesistenza con Israele – Obama: trasformare una tragedia nell’occasione per migliorare la vita di Gaza –

Washington. La situazione a Gaza e nel Medio Oriente è ormai «insostenibile». Ma nei prossimi mesi, l’Amministrazione americana è fiduciosa che ci possa essere «un reale progresso» nei suoi sforzi per portare israeliani e palestinesi a negoziati di pace diretti.

   Ricevendo alla Casa Bianca il leader palestinese Abu Mazen, il presidente Obama non ha fatto mistero della gravità della situazione, ma ha cercato di cogliere le opportunità offerte dal momento. A poco più di una settimana dall’incidente nel quale i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro una flottiglia di navi turche, uccidendo alcuni dei volontari pacifisti che cercavano di forzare il blocco per portare aiuti umanitari a Gaza, Obama ha offerto l’idea di un «nuovo quadro concettuale», che cerchi di conciliare un embargo mirato a impedire l’introduzione di armi ed esplosivi, con le necessità di base della popolazione nell’ enclave palestinese.

   «Dobbiamo trasformare una tragedia nell’occasione per migliorare la vita di chi vive a Gaza», ha detto il presidente americano. In un gesto di buona volontà, ieri Israele ha compiuto un primo passo, allentando le maglie del blocco e annunciando che da questo momento potranno passare bibite, patatine, biscotti, marmellate, succhi di frutta e insalata, tutti prodotti fin qui proibiti. Resta però il bando sui laterizi, indispensabili per ricostruire un territorio devastato dai bombardamenti.

   Obama non ha condannato apertamente il raid navale, che ha però definito una tragedia, ripetendo che è importante avere una precisa ricostruzione di «tutti i fatti». Il presidente non ha risposto alla domanda se l’ospite palestinese gli avesse chiesto di assumere una posizione pubblica più dura nei confronti dell’azione di Israele, limitandosi a dire che la maggior parte dell’incontro è stato dedicato a discutere i modi di risolvere «il problema» nella Striscia.

   Obama ha annunciato l’invio a Gaza di nuovi aiuti per 400 milioni di dollari. Abu Mazen, che nell’enclave controllata da Hamas non ha punti di influenza, ha definito il gesto come «un segnale positivo» dell’impegno americano verso i palestinesi. «Ciò che abbiamo a cuore – ha aggiunto il leader moderato – è di vivere in coesistenza con Israele». Obama ha detto che il lavoro necessario a creare le condizioni della pace spetta a entrambe le parti: «Devono produrre un clima dove sarà possibile arrivare a una svolta».

   In particolare, il presidente ha detto che Israele deve tagliare gli insediamenti nei Territori occupati, mentre l’Autorità palestinese deve fra le altre cose compiere nuovi progressi nel garantire la sicurezza. «Noi continueremo a lavorare al vostro fianco, così come al fianco degli israeliani», ha assicurato Obama. Il colloquio con Abu Mazen avrebbe dovuto seguire quello con Benjamin Netanyahu il 1 giugno. Ma dopo l’incidente navale del 31 maggio, il premier israeliano aveva cancellato l’incontro facendo ritorno a Gerusalemme da Washington, dov’era già arrivato. (Paolo Valentino)

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intervista allo scrittore Abraham Yehoshua

YEHOSHUA: “E’ STATO UN BLITZ STUPIDO”

di Mario Baudino, da “la Stampa” del 1/6/2010

Lo scrittore israeliano: una reazione esagerata, non c’era bisogno di usare i commando

   Un’azione stupida. Persino più stupida che feroce. L’indignazione di Abraham Yehoshua è fredda, incredula. Il grande scrittore israeliano mette insieme i pezzi di questa brutta storia e non riesce a crederci. Ad Haifa, dove abita, le notizie sono arrivate tramite i media; le navi turche non le aveva viste né poteva vederle nessuno, e forse non erano nemmeno uno dei problemi più sentiti in città. Lui non ci aveva fatto particolarmente caso. Il loro arrivo non era stato motivo di tensione. Poi il blitz.
Se lo aspettava?
«Assolutamente no. E non avrei mai immaginato che potesse finire in un bagno di sangue. C’erano mille modi per fermare o ispezionare quelle imbarcazioni, e vedere se davvero portavano armi. Non era certamente il tipo di carico ipotizzabile per una spedizione come quella. Potevano benissimo nascondere qualche pistola, qualche fucile, persino qualche granata. Non mi sarei certamente stupito. A Gaza ce sono a migliaia in circolazione, non sarebbe cambiato proprio nulla»
Ma come spiega un intervento così aggressivo?
«Non me lo spiego. Anche dal punto di vista strettamente militare, non c’era alcun bisogno di usare i commandos come in un film americano. E’ ovvio che in una situazione del genere il combattimento divampa in maniera quasi inevitabile, e i soldati sparano se si sentono in pericolo. Se proprio si voleva l’azione di forza, bastava mandarne molti, salire con forze schiaccianti, e forse non sarebbe successo niente».
Ha l’impressione che si sia cercato l’incidente?
«No, questo no. Ho parlato di stupidità, non di malizia. C’erano infinite vie d’uscita: per esempio coinvolgere l’ambasciatore turco, chiedere a lui di ispezionare il carico. O anche solo il personale consolare. Non è stato fatto. Tutto questo non ha senso».
E accade proprio nel momento in cui persino Hamas sembrava disposta a qualche forma di trattativa.
«Quelli sono un piccolo movimento, e per di più circondato: da Israele, che peraltro si comporta come se Gaza fosse la Corea del Nord, e dall’Egitto».
Lei vede una contraddizione in tutto ciò?
«Temo che i nostri governanti pensino di far piacere a Abu Mazen, ma non credo proprio che i palestinesi di Fatah gradiscano questo “aiuto” da noi. Anche Hamas può essere un partner per la pace».
C’era un componente di provocazione a suo giudizio?
«Se questi pacifisti turchi volevano esprimere solidarietà a Gaza, che non è comunque sotto assedio economico, perché riceve beni e materiali, dovevano far rotta verso l’Egitto, che controlla i confini da cui passano le merci. Ma anche se si è trattato di una provocazione, non la si doveva fronteggiare a questo modo. Sono comunque dei civili. Non rappresentano un pericolo per Israele. Perché ci siamo comportati come un piccolo Paese terrorizzato e nervoso, perché spaventarsi per una nave? La mia sola risposta è: si è esagerato oltre ogni limite».
Ora teme reazioni sul piano internazionale? Il filosofo Bernard-Henri Lévy, in Israele per un convegno, ha appena parlato di immagini più devastanti di una sconfitta militare.
«Non saprei. Bisogna esaminare con precisione la dinamica dei fatti. Gravissimo comunque è il deterioramento delle relazioni con la Turchia, che è sempre stato un vicino affidabile fin dalla nascita dello Stato di Israele».
Ora la loro politica è cambiata. Non da ieri.
«Sì, con le aperture all’Iran. Ma noi continuiamo ad averne bisogno, soprattutto per negoziare con la Siria. La Turchia è importante per noi». (Mario Baudino)

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I LIMITI DELLE ARMI

di Amos Oz, da “la Repubblica” del 3/6/2010

   Per 2.000 anni gli ebrei hanno conosciuto la forza della forza solo sotto forma di frustate ricevute sulla schiena. Da vari decenni abbiamo noi il potere di usare la forza. Ma è un potere che a lungo andare ci ha inebriato. A lungo andare immaginiamo di poter risolvere qualunque problema cui andiamo incontro usando la forza. A chi ha in mano un martello, dice il proverbio, ogni problema sembra un chiodo.

   Prima che venisse fondato lo stato di Israele vasta parte della popolazione ebrea in Palestina non capiva che la forza ha dei limiti e pensava di poterla usare per realizzare qualunque obiettivo. Fortunatamente nei primi anni di Israele leader come David Ben-Gurion e Levi Eshkol compresero molto bene i limiti della forza e furono attenti a non superarli.

   Ma dalla guerra dei sei giorni del 1967 la forza militare è diventata una fissazione per Israele, un mantra: dove non si riesce con la forza si riesce con più forza. L’assedio israeliano alla striscia di Gaza è una delle conseguenze negative di questo modo di pensare. Nasce dal falso presupposto che Hamas possa essere sconfitta con la forza delle armi, o in senso più lato, che la questione palestinese possa essere stroncata invece di risolverla.

   Ma Hamas non è solo un’organizzazione terroristica. Hamas è un’idea. Un’idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione di molti palestinesi. Nessuna idea è mai stata sconfitta con la forza – né con l’assedio, i bombardamenti, i commando della marina. Nessuna idea si spiana con i cingoli dei carrarmati.

   Per sconfiggere un’ idea bisogna proporre un’idea migliore, più accattivante, più accettabile. L’unico modo che Israele ha per vincere su Hamas è stringere rapidamente un accordo con i palestinesi sull’istituzione di uno stato indipendente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza in base ai confini stabiliti nel 1967, con capitale a Gerusalemme est.

   Israele deve firmare un accordo di pace con Mahmoud Abbas e il suo governo e ridurre così il conflitto israelo-palestinese ad un conflitto tra Israele e la striscia di Gaza. Quest’ultimo conflitto può essere risolto, infine, solo negoziando con Hamas o, cosa più ragionevole, tramite l’integrazione del movimento di Abbas, Fatah, con Hamas.

   Israele può sequestrare altre cento navi dirette a Gaza, inviare altre cento volte truppe di occupazione nella striscia, dispiegare a oltranza le sue forze militari, di polizia e i servizi segreti, ma non riuscirà a risolvere il problema. Il problema è che noi israeliani non siamo soli in questa terra e che i palestinesi non sono soli in questa terra. Noi israeliani non siamo soli a Gerusalemme e i palestinesi non sono soli a Gerusalemme.

   Fino a quando noi, israeliani e palestinesi, non accetteremo le conseguenze logiche di questo semplice dato di fatto, vivremo in perenne stato d’assedio -Gaza sotto l’assedio di Israele e Israele sotto l’assedio internazionale e arabo.

   Non sottovaluto l’importanza della forza. La forza militare è vitale per Israele. Senza non potremmo sopravvivere un solo giorno. Guai al paese che sottovaluti l’efficacia della forza. Ma non possiamo permetterci di dimenticare neppure per un momento che la forza serve solo come misura di prevenzione – per impedire che Israele venga distrutto e conquistato, per proteggere le nostre vite e la nostra libertà. Qualunque iniziativa che preveda un uso della forza non come mezzo di prevenzione, di autodifesa, ma per stroncare i problemi e soffocare le idee, condurrà a nuovi disastri, come quello che ci siamo cercati in acque internazionali, in alto mare, di fronte alle rive di Gaza. (Traduzione di Emilia Benghi) – AMOS OZ

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LA CONDANNA DELLA MARIONETTA

di David Grossman, da “la Repubblica” del 1/6/2010

   Nessuna spiegazione può giustificare o mascherare il crimine commesso da Israele e nessun pretesto può motivare l’ idiozia del suo governo e del suo esercito. Israele non ha inviato i suoi soldati a uccidere civili a sangue freddo, in pratica era l’ultima cosa che voleva che accadesse; eppure una piccola organizzazione turca, dall’ideologia fanatica e religiosa, ostile a Israele, ha arruolato alcune centinaia di pacifisti ed è riuscita a fare cadere lo Stato ebraico in una trappola proprio perché sapeva come avrebbe reagito e fino a che punto era condannato, come una marionetta, a fare ciò che ha fatto.

   Quanto deve sentirsi insicura, confusa e spaventata una nazione per comportarsi come ha fatto Israele! Ricorrendo a un uso esagerato della forza (malgrado aspirasse a limitare la portata della reazione dei presenti sulla nave) ha ucciso e ferito civili al di fuori delle proprie acque territoriali comportandosi come una masnada di pirati.

   È chiaro che queste mie parole non esprimono assolutamente consenso alle motivazioni, nascoste o evidenti – e talvolta malvagie – di alcuni dei partecipanti al convoglio diretto a Gaza. Non tutti sono pacifisti animati da intenzioni umanitarie e le dichiarazioni di alcuni di loro riguardanti la distruzione dello stato di Israele sono infami. Ma tutto questo ora è irrilevante: queste opinioni non prevedono, per quanto si sappia, la pena di morte.

   L’ azione compiuta da Israele il 31 maggio scorso non è che la continuazione del prolungato e ignobile blocco alla striscia di Gaza, il quale, a sua volta, non è che il prosieguo naturale dell’ approccio aggressivo e arrogante del governo israeliano, pronto a rendere impossibile la vita di un milione e mezzo di innocenti nella striscia di Gaza pur di ottenere la liberazione di un unico soldato tenuto prigioniero, per quanto caro e amato.

   Il blocco è anche la continuazione naturale di una linea politica fossilizzata e goffa che a ogni bivio decisionale e ogni qualvolta servono cervello, sensibilità e creatività, ricorre a una forza enorme, esagerata, come se questa fosse l’unica scelta possibile. E in qualche modo tutte queste stoltezze – compresa l’operazione assurda e letale di ieri notte – sembrano far parte di un processo di corruzione che si fa sempre più diffuso in Israele.

   Si ha la sensazione che le strutture governative siano unte, guaste. Che forse, a causa dell’ansia provocata dalle loro azioni, dai loro errori negli ultimi decenni, dalla disperazione di sciogliere un nodo sempre più intricato, queste strutture divengano sempre più fossilizzate, sempre più refrattarie alle sfide di una realtà complessa e delicata, che perdano la freschezza, l’originalità e la creatività che un tempo le caratterizzavano, che caratterizzavano tutto Israele.

   Il blocco della striscia di Gaza è fallito. È fallito già da quattro anni. Non solo tale blocco è immorale, non è nemmeno efficace, non fa che peggiorare la situazione, come abbiamo potuto constatare in queste ore, e danneggia gravemente anche Israele. I crimini dei leader di Hamas che tengono in ostaggio Gilad Shalit da quattro anni a questa parte senza che abbia ricevuto nemmeno una visita dai rappresentanti della Croce Rossa, che hanno lanciato migliaia di razzi verso i centri abitati israeliani, vanno affrontati per vie legali, con ogni mezzo giuridico a disposizione di uno stato.

   Il prolungato isolamento di una popolazione civile non è uno di questi mezzi. Vorrei poter credere che il trauma per la sconsiderata azione alla nave turca ci porti a riesaminare tutta questa idea del blocco e a liberare finalmente i palestinesi dalla loro sofferenza e Israele da questa macchia.

   Ma la nostra esperienza in questa regione sciagurata ci insegna che accadrà invece il contrario: che i meccanismi della violenza, della rappresaglia e il cerchio della vendetta e dell’odio hanno ricominciato a girare e ancora non possiamo immaginare con quale forza.

   Ma più di ogni altra cosa questa folle operazione rivela fino a che punto è arrivato Israele. Non vale la pena di sprecare parole. Chi ha occhi per vedere capisce e sente. Non c’è dubbio che entro poche ore ci sarà chi si affretterà a trasformare il senso di colpa (naturale e giustificato) di molti israeliani, in vocianti accuse a tutto il mondo. Con la vergogna, comunque, faremo un po’ più fatica a venire a patti. DAVID GROSSMAN (traduzione dall’ebraico di A. Shomroni)

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“LA BATTAGLIA DEL MARE, UN BOOMERANG PER ISRAELE”

di Umberto del Giovannangeli (inviato a Gerico), da “L’ UNITA'” del 7/6/2010

Dopo gli attacchi alle navi della solidarietà, il mondo ha piena consapevolezza di dove può portare l`unilateralismo d`Israele». Incontriamo Saeb Erekat nel suo ufficio a Gerico (Cisgiordania).

Il capo negoziatore dell`Anp, primo consigliere politico del presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) ha appena terminato un lungo giro di telefonate con «importanti interlocutori internazionali». «Tutti – dice Erekat – hanno condannato l`atteggiamento israeliano, dichiarandosi disposti a sostenere la richiesta di una fine immediata del blocco a Gaza».

   Dopo il sanguinoso blitz degli uomini rana israeliani contro la Mara Marmaris, il presidente Abu Mazen parlò di «crimine di guerra» e di «atto di terrorismo di Stato». Affermazioni gravi, che Erekat non rinnega: «Le navi della Freedom Flotilla – rimarca il dirigente palestinese – sono state abbordate in acque internazionali. Israele afferma di non avere nulla da temere. Ma se così è, perché non accetta che sia una commissione d`inchiesta internazionale a fare piena luce su una vicenda che, è bene non dimenticarlo, è costata la vita a nove persone?». La nostra conversazione è interrotta da un assistente di Erekat che comunica una telefonata importante: quella dell`inviato di Obama in Medio Oriente, George Mitchell. Il capo negoziatore dell`Anp si assenta per una mezz`ora.

   Quando rientra appare più sollevato: «La Casa Bianca – ci dice – è consapevole che così non è possibile andare avanti e che prima che avvenga un disastro ancora più grande, è necessario agire per porre fine al blocco di Gaza, e in tempi rapidi».

   Come leggere le drammatiche vicende di questi giorni?

«Non posso che fare mie le parole della signora Pillay (l`Alto commissario dell`Onu per i Diritti umani, ndr): la legge umanitaria internazionale vieta di affamare un popolo come azione di guerra. Così come è contro il diritto internazionale imporre ai civili punizioni collettive. Hamas non può continuare ad essere l`alibi usato da Israele per giustificare l`ingiustificabile».

Ma questa denuncia non è in contraddizione con la decisione assunta dall` Autorità palestinese di riprendere i negoziati indiretti con Israele? Hamas vi ha attaccati per questo.

«Rinnegare la linea del negoziato è proprio quello che i falchi israeliani vorrebbero che noi facessimo. Ma non cadremo in questa trappola. E tanto meno lo faremo ora che il mondo ha più chiaro dove possa portare l`unilateralismo israeliano. Penso alla posizione assunta dall`Unione Europea, a quella americana, alle parole del Papa, del segretario generale delle Nazioni Unite. La prova di forza contro le navi della solidarietà ha indebolito politicamente Israele anche agli occhi di chi ne aveva sempre sostenuto a spada tratta le ragioni.

Negoziare non significa cedere. Significa far valere le nostre ragioni anche in sede diplomatica. Ed è ciò che intendiamo fare. So bene che non è impresa facile e che ogni giorno siamo chiamati a fare i conti con iniziative delle autorità israeliane che contrastano palesemente con l`asserita volontà di dialogo. Penso alla colonizzazione in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, penso al blocco di Gaza …Ma, lo ripeto, l`esibizione di potenza di cui ha dato prova Israele non è un segno di forza ma di debolezza».

Debolezza?

«Sì, debolezza. Perché non è attaccando navi pacifiste che Israele garantirà la sua sicurezza. Così alimenterà ancor più la rabbia non solo fra i palestinesi ma nel mondo arabo e musulmano, e nella stessa opinione che in Israele cresca la consapevolezza di ciò».

In una recente intervista a l`Unità, il leader di Hamas nella Striscia, Ismail Haniyeh, non ha chiuso le porte ad una forza d`interposizione tra la Striscia e Israele.

«E’ una proposta che l`Anp fa sua. Una forza internazionale sotto egida Onu può accompagnare la fine del blocco a Gaza e garantire la sicurezza di ambedue le parti. Aggiungo che questo meccanismo di verifica potrebbe poi presiedere all`attuazione di altri punti di un accordo di pace. Questo è un punto essenziale, perché le intese non basta firmarle, poi vanno applicate e fatte rispettare. E questo non potrà avvenire senza un impegno sul campo della Comunità internazionale, e in particolare del “Quartetto” (Usa, Onu, Russia, Ue) che ha tracciato un percorso di pace senza però definire tempi e modi della sua attuazione».

Un accordo che ha bisogno di un’assistenza” internazionale. In particolare degli Usa. Delusi da Barack Obama?

«No, non siamo delusi, semmai esigenti. Il presidente Obama crede davvero in un “Nuovo Inizio” in Medio Oriente e in una pace fondata sulla soluzione “due popoli, due Stati”. Per questo è osteggiato dalla destra oltranzista israeliana. A Obama, come all`Europa, chiediamo di dare continuità e maggiore determinazione alla propria iniziativa. Ora più che mai, perché, come dimostrato da quanto accaduto in questi giorni, il tempo non lavora per la pace”.

Si è più forti se si è uniti. Ma in campo palestinese l`unità tra Fatah e Hamas è una metà irraggiungibile?

«Sarebbe una sciagura se fosse così. Per quanto ci riguarda, perseguiamo l`unità. Una base già c`è: ed è quella mediata a suo tempo dall`Egitto. Se Hamas l`accetta, il più è fatto». (Umberto de Giovannangeli)

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MEDIO ORIENTE, MONITO DEL PAPA: “OCCUPAZIONE ISRAELIANA DESTABILIZZANTE”

da “l’Unità” del 6/6/2010

   Stretti tra il fondamentalismo islamico, l’autoritarismo di molti regimi dell’area e l’occupazione «ingiusta» dei territori palestinesi da parte di Israele, i cristiani arabi, iraniani, turchi sono costretti alla fuga e la loro scomparsa mette in pericolo non solo l’identità della Chiesa, che nel Medio Oriente affonda le sue radici, ma anche un futuro di democrazia e pluralismo per l’intera area.

   È il monito di fondo lanciato dal documento vaticano, l’Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente, presentato stamane a Cipro da papa Ratzinger. Nel testo si osserva che dalla capacità di costruire una convivenza con i musulmani, con i quali i rapporti sono spesso «difficili», dipende in gran parte «il nostro futuro».

   Il documento, una quarantina di pagine tradotte in inglese, francese, italiano e arabo, invoca l’attenzione del mondo verso il ruolo fondamentale dei cristiani mediorientali, ma, allo stesso tempo, chiede alle comunità locali di trasformarsi in «minoranze attive» e non «ghettizzate», di superare le divisioni liturgiche e le rivalità tra le varie chiese cattoliche orientali, di migliorare la propria formazione umana e spirituale, e di recuperare la trasparenza nella gestione del denaro. Denuncia il fondamentalismo islamico, «una minaccia per tutti», rigetta ogni tentazione di antisemitismo, ma osserva che il dialogo con gli ebrei «non è facile».
   I cristiani del Medio Oriente rappresentano «una ricchezza» non solo per la Chiesa ma per l’intero mondo democratico. È dunque una «grave responsabilità » la loro difesa, spiega il documento, denunciando come «nel gioco delle politiche internazionali si ignora spesso la loro esistenza». I cristiani – ricorda l’Instrumentum laboris – «appartengono a pieno titolo al tessuto sociale e all’identità stessa» della regione, sono stati «i pionieri della Nazione araba» e la loro scomparsa rappresenterebbe «una perdita per il pluralismo del Medio Oriente».

   In particolare i cattolici – esorta il Vaticano – «sono chiamati a promuovere il concetto di ‘laicità positiva’ dello Stato per «alleviare il carattere teocratico di alcuni governi e permettere più uguaglianza tra i cittadini di religioni differenti favorendo così la promozione di una democrazia sana».
   «Le relazioni tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso, difficili soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini», si legge nel testo. Il documento rilancia tuttavia un giudizio di Benedetto XVI:«il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro».

OCCUPAZIONE ISRAELIANA INGIUSTA E DESTABILIZZANTE «Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l’egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l’equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione», denuncia il documento che ribadisce come l’occupazione israeliana sia “un’ingiustizia politica imposta ai palestinesi”, che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche, come fanno alcuni movimenti neo-evangelici sionisti. Nel ribadire la condanna per ogni forma di antisemitismo, la Chiesa definisce il dialogo con gli ebrei “essenziale, benché non facile”.

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NELL’INFERNO DI GAZA ISOLATI DAL MONDO. COSI’ CI FANNO MORIRE LENTAMENTE

di Pietro del Re, da “la Repubblica” del 7/6/2010

GAZA CITY – È un mare torbido e maleodorante quello da cui doveva arrivare la manna umanitaria fatta di medicinali, cemento, quaderni, giocattoli e tutti quei beni che nella Striscia scarseggiano dal 2006, da quando cioè Israele ha cominciato a soffocarla lentamente, chiudendone i valichi terrestri e isolandola con un impenetrabile blocco navale.

   «Nutrivamo tutti molte speranze nella nave turca, perché sapevamo che era piena di attivisti e che questi non si sarebbero arresi facilmente», dice Aziz, il quale prima dell’embargo gestiva una fabbrica tessile in cui lavoravano cinquanta persone, ma che un paio d’anni fa è stato costretto a chiudere per mancanza di materia prima. Aziz sperava che l’arrivo della Flottiglia Free Gaza avrebbe concentrato l’attenzione dei grandi network internazionali sulle sofferenze della sua gente.

   «Da questo punto di vista è andata benissimo: mai come in questi giorni si è parlato delle conseguenze del blocco israeliano. E questo lo dobbiamo ai martiri della “Mavi Marmara”». Sulle case grigiastre che costeggiano la spiaggia, sventola qualche bandiera turca. L’aria è impestata dal fumo delle bancarelle dove vengono arrostiste pannocchie ancora acerbe.

   Dopo il cruento arrembaggio di lunedì scorso, quando due giorni fa s’è stagliata all’orizzonte la sagoma della “Raquel Corrie”, gli abitanti di Gaza l’hanno appena degnata di uno sguardo. Sapevano che gli israeliani avrebbero intercettato anche il cargo irlandese. Dice Aziz: «Sarebbe stato umiliante accettare quei doni, ma siamo ridotti così male che non avremmo potuto rifiutarli».

   Nel porticciolo dove dovevano attraccare le imbarcazioni dei pacifisti molti capannoni sono chiusi. Padre di dieci figli, Soher Bakir ci spiega che da quando c’è il blocco navale, ai pescatori non è consentito allontanarsi più di due miglia dalla costa, perciò oltre la metà della flotta di pescherecci è ormai in disarmo.

   «Il nostro mare non è più pescoso come una volta, quindi, per sfamare la mia famiglia, la notte sono costretto ad avventurarmi oltre il consentito, rischiando ogni volta la vita. Quando superi di poche decine di metri il limite stabilito, la marina israeliana ti spara addosso», dice Bakir che, suo malgrado, ha cominciato ad acquistare salmone surgelato importato a Gaza dai grossisti di Tel Aviv.

   Ex combattente delle milizie Azzadine el Qassam, il braccio armato di Hamas, Hamed Hassan è oggi uno dei leader dell’organizzazione estremista islamica. «Inizialmente i vertici di Hamas erano contrari all’arrivo della flotta umanitaria, perché sostenevano che sarebbe stato come chiedere l’elemosina. Poi, una volta capito il risvolto politico della faccenda, hanno cambiato parere. Ma attenzione: ricevere gli aiuti è anche un’ammissione della nostra incapacità a gestire l’ embargo di Israele».

   Quando gli chiediamo se è per questo motivo che Hamas non lascia entrare a Gaza il carico della “Mavi Marmara” che gli israeliani vorrebbero adesso consegnare ai loro destinatari originari, così risponde Hassan: «Non vogliamo prestarci al gioco di Israele che con una mano accarezza i nostri figli mentre con l’altra cerca di sgozzarti. Netanyahu e i suoi ministri vorrebbero farsi passare per benefattori. Ma si sbagliano se credono di farci la carità».

   Emblematica è la storia del piccolo e sorridente Taisir al Burai, cinque anni, da quattro tetraplegico per via di un farmaco sbagliato. Secondo i medici palestinesi e stranieri che l’hanno visitato, la sola opportunità per farlo guarire, o quanto meno migliorare, consiste nel portarlo in Israele o in Germania o addirittura in Giordania, comunque lontano dai decrepiti ospedali di Gaza. «Sono due anni e mezzo che chiedo all’esercito israeliano un visto per uscire da Gaza, ma da allora ho ricevuto soltanto rifiuti», dice suo padre Ramzi, secondo il quale lo Stato ebraico discrimina i più poveri, in particolare se musulmani, come appunto gli abitanti della Striscia.

   L’ esercito di Israele ha tuttavia rilasciato un visto alla moglie di Ramzi, che le permetterebbe di accompagnare il figlio all’estero, in una struttura sanitaria adeguata. «Perché non ce la mando? Perché c’ è il rischio che dopo il valico di Erez mia moglie venga stuprata da una banda di ebrei. Ma potrebbe anche finire in un carcere dei servizi segreti israeliani, dove le farebbero il lavaggio del cervello». Taisir necessita di farmaci che a Gaza difettano. In mancanza di meglio, il bimbo assume una molecola a cui ormai è assuefatto.

   Ma è proprio vero che nella Striscia scarseggiano le medicine? «Sì, mancano soprattutto quelli per le malattie croniche, che si tratti di antidiabetici o di anti-ipertensivi. Abbiamo solo quelli che arrivano dall’Egitto attraverso i tunnel», spiega la farmacista Ranya al Daouk. «E’ perciò vitale che i farmaci portati dalle imbarcazioni umanitarie arrivino al più presto, anche se come ho letto da qualche parte sono in parte scaduti e anche se una volta giunti nei nostri ospedali vengono distribuiti non in base al bisogno del paziente ma piuttosto all’identità del malato».

   Come i farmaci, anche l’ 80 per cento dei beni di consumo, dalla farina alle motociclette, entra a Gaza dai tunnel, che seconda una stima della polizia egiziana sarebbero circa 1.600. Secondo Mohammed Hassouna, proprietario dell’omonimo supermercato, questo significa che otto commercianti su dieci sono dediti al contrabbando. «Quanto agli altri sono morti di fame che vivono, o meglio sopravvivono, sia con le tessere alimentari dell’Onu sia di debiti», dice Mohammed. Il quale, per avvalorare la sua tesi, tira fuori da un cassetto un quaderno spesso come un elenco telefonico su cui da quattro anni segna i nomi di tutti i suoi debitori.  PIETRO DEL RE

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