1- Tanti dialetti locali, 2- tante lingue nel mondo, 3- un linguaggio unico autocreatosi (il Globish, lingua povera e di scarsi argomenti): le tre necessità, “obbligo” e tentativo di ciascuna persona e comunità per una diffusa geografia, pacifica e globale, di comunicazione virtuosa tra i popoli (oltre ogni rischio di omologa- zione culturale)

È morta ai primi di febbraio di quest’anno, e con lei è morta anche la sua lingua: Boa Sr, 85 anni, era rimasta l'unica persona a parlare il "bo", una delle dieci lingue del popolo dei Grandi Andamanesi, i nativi dell'arcipelago delle Andamane, nel Golfo del Bengala, da 65.000 anni insediato nelle Isole. Quando i britannici colonizzarono le isole, nel 1858, i Grandi Andamanesi erano almeno 5.000. Ora ne sopravvivono solo 52. Boa era una di loro. «Da quando era rimasta la sola a parlare il bo - ha raccontato un linguista - si sentiva molto sola, perché non aveva nessuno con cui conversare. Boa Sr aveva un grande senso dell'umorismo; il suo sorriso e la sua risata fragorosa erano contagiosi» (da “il Gazzettino” del 11/2/2010)

   Tentiamo di fare subito un esempio della necessità di “fare uno sforzo” per imparare lingue diverse dalla nostra: se conversando casualmente con una persona dell’area balcanica (croata, serba, albanese, macedone, bosniaca, montenegrina…), area geografica assai vicina (materialmente, geograficamente) a noi (persona che sia giovane o anziana fa lo stesso) le insegnate una parola particolare nel vostro (nostro) idioma, lingua, dialetto…(il nome di un fiore, un animale, una pianta, un aggettivo…), ebbene se per caso reincontrate quella persona dieci anni dopo, è assai possibile che si ricorderà la parola nella vostra lingua o dialetto che le avevate “insegnato”.

   Certi popoli che vivono in geografie di luoghi di passaggio secolare, spesso in condizioni storiche dure e difficili, mostrano una capacità di apprendimento di lingue diverse dalla loro che sembra apparire connaturata. Sforzo (e fatica) esemplare o “capacità naturale” che sia (noi propendiamo per la prima ipotesi), sta di fatto che opulenti società (come la nostra) dimostrano invece l’incapacità, la non volontà di apprendere “l’altro” anche e in particolare nella sua lingua, chiudendosi così una porta importante alla scoperta del variegato mondo esistente.

   E l’omologazione culturale di questi ultimi decenni (mondiale, generale) porta altresì a una sparizione di lingue molteplici parlate in modo attivo in tante parti del pianeta (l’Africa eccelle in questo). E delle 6500 lingue parlate oggi sulla Terra circa il 90 per cento sono destinate a estinguersi nel 21° secolo.

   Ha fatto scalpore l’episodio accaduto qualche settimana fa a Battaglia Terme, un paese tra Padova e Rovigo. E’ successo che la comprensione della parlata veneta, meglio conosciuta come dialetto, sia diventato uno dei requisiti richiesti alla prova di cultura generale di un concorso per un posto di vigile urbano. Chi supererà la prova di comprensione del veneto davanti alla commissione d’esame avrà due punti in più sui 30 complessivi previsti dal concorso. A proporre l’inserimento del dialetto tra le cose che un vigile deve sapere, l’Amministrazione comunale ha precisato che non si tratta di una provocazione contro persone non del posto, ma più semplicemente della giusta risposta al fatto che ci sono molti anziani che hanno il diritto di rivolgersi ai rappresentanti sul territorio dell’amministrazione comunale in modo diretto usando anche il dialetto. Noi pensiamo che questa necessità, di imparare a conoscere la lingua del posto, di “dove si è”, sia cosa legittima e necessaria: è per comunicare e “inserirsi” meglio; e serve a recuperare l’identità dei luoghi; a patto che la applichiamo senza volontà razzistiche di voler conservare (idiote e antistoriche) “purezze” etniche del luogo (ma la cultura veneta, a partire da quella della serenissima, è sempre stata aperta al mondo…).

   Andando a vedere nella globalità il fenomeno della sopravvivenza di idiomi, dialetti, lingue…negli Stati Uniti due docenti di linguistica della «City University of New York», Daniel Kaufman e Robert Holman, hanno deciso di lanciare il progetto «Endangered Language Alliance» (Alleanza per gli idiomi in pericolo): nelle scuole di New York si parlano 176 lingue, e in tutta la città si supera quota 800. Ma va pure detto che negli Stati Uniti l’inglese, o (meglio) l’americano, perde terreno davanti all’avanzata dello spagnolo, del tagalog filippino, del cinese, del coreano.

  E accanto al tentativo di salvare le lingue antiche e i dialetti locali si va altresì diffondendo il “global English, l’inglese scorretto, sgrammaticato, storpiato, che gli stranieri parlano per comprendersi tra di loro, e per comunicare.   Questa lingua rudimentale, semplificata, ridotta all’essenziale, impasto di Internet, pubblicità, musica e fumetti, ha un nome e una filosofia: è il “globish”, fusione di “global” ed “english”, ed è usata più o meno correntemente da 4 miliardi di persone, circa due terzi della popolazione terrestre. Il “globish” è la lingua di tutti, dei viaggi low coast, della mail, degli scambi tra persone rapidi…..

   Noi riteniamo che nel prossimo futuro questi fenomeni linguistici “si incroceranno”: tentativi (forse vani) di salvare i tanti dialetti (gli idiomi che restringono sempre di più la popolazione che li parla), e dall’altra il Globish, lingua sì interessante per comunicare, ma estremamente povera, per “non dirsi niente” o quasi (scambiarsi banalità). E’ pur vero che quest’epoca globale ha pure connotati positivi, di comunicazione possibile (quando una volta per certe fasce sociali esistevano poche possibilità); basta che sia una società che fa diminuire la volgarità esistente, ma ne dubitiamo.

……………

DE MAURO: «DIFENDIAMO I DIALETTI»

di William Cisilino, da “il Gazzettino” del 11/2/2010

   “In principio c’era la parola?” Questa suggestiva domanda, che evoca e ricompone in chiave umana il celebre incipit del Vangelo di S. Giovanni, dà il titolo all’ultimo libro del più importante linguista italiano, Tullio De Mauro, uscito da poco per l’editrice Il Mulino” (in contemporanea col libro-intervista “La cultura degli italiani”, Ed. Laterza, con Francesco Erbani).

   Una settantina di pagine, agili ed intense allo stesso tempo, che riescono a rapire l’attenzione anche del lettore meno esperto riguardo a un tema non semplice: il ruolo della lingua nella nascita e nello sviluppo della società umana. De Mauro, raro esempio di intellettuale di altissimo livello capace vestire i panni del divulgatore, dà conto dei principali ragionamenti sviluppatisi in seno alla cultura occidentale su tale tema, cedendo la parola, quando serve, a linguisti, filosofi, scienziati noti e meno noti. Non mancano i riferimenti all’attualità, come nelle pagine in cui sostiene pienamente le ragioni del pluriverso linguistico del paese. E proprio da qui incomincia il nostro dialogo col professor De Mauro, per capire i complessi rapporti fra lingue e società alla base del suo nuovo lavoro.
      Professore, ultimamente in Italia si è sviluppato un acceso dibattito sulla tutela della lingua friulana, estesosi anche alle parlate e dialetti della Penisola. Il leitmotiv era: “Investire soldi per il friulano è uno spreco, perché è inutile”. Che ne pensa?
     
«L’idea che fu del goriziano Ascoli, patriarca dei linguisti italiani, è stata ampiamente verificata ed è diventata ora un’idea guida dei documenti europei: rafforzare i legami con la lingua dell’ambiente familiare e locale è la via regia perché bambine e bambini conquistino poi le grandi lingue veicolari dominanti in un paese. Nelle presenti condizioni italiane chi scalpita contro ciò che può aiutare il rapporto con le parlate locali è un cattivo sostenitore dell’italianità linguistica e dell’apprendimento di altre grandi lingue di cultura, un apprendimento che ci sarebbe assai necessario per stare al passo con gli altri paesi europei».
      Che ruolo ha la lingua nella “nascita” della specie umana e che rapporto c’è tra la lingua e la cultura di un popolo?
     
«Un grande biologo del Novecento, Ernst Mayr, ha affermato che la conquista della parola è stata e resta l’evento più importante nella storia della specie umana, è il grande fatto che distacca quella umana dalle altre specie anche più vicine nella lunga scala evolutiva. E parola vuole dire modo per comprendersi e intendersi anzitutto tra vicini. È qui il seme della differenza tra le comunità umane che in luoghi e ambienti diversi hanno elaborato ed elaborano diverse forme di vita e, dunque, diverse culture e, in nesso con queste, le diverse lingue».
      Qual è, secondo lei, il motivo più profondo che sta portando ad una continua erosione del patrimonio linguistico mondiale?
     
«Le relazioni economiche sempre più strette tra aree anche lontane, le grandi migrazioni dalle aree povere a quelle più ricche, il flusso enorme di comunicazioni a distanza danno al mutamento linguistico, all’abbandono di antiche tradizioni e al diffondersi di nuove una forza maggiore che nel passato. Ma attenzione: l’erosione c’è sempre stata, per quel che riusciamo a intravedere».
      Quante lingue si parlano oggi nel mondo?
     
«Oggi da specialisti contiamo settemila lingue, ma appena qualche anno fa ne avevamo identificato poco più di duemila. Proprio l’accresciuta documentazione ci fa consapevoli del rischio di scomparsa di tante lingue parlate da comunità di esigua consistenza, addirittura di poche decine di persone».
      Che senso ha oggi fare letteratura usando lingue con pochi parlanti?
     
«Chi ama il modo in cui una lingua è usata da una comunità in cui si riconosce, è portato a usare quella lingua. Chi invece pensa solo o soprattutto ai diritti d’autore ovviamente fa bene a rivolgersi a lingue di grande diffusione usate in paesi con alto indice di lettura, come il cinese, il francese, il giapponese, l’inglese. Sconsigliabili l’arabo, l’italiano, il portoghese, lo spagnolo. Un romanzo in giapponese è un buon investimento, ma, ovviamente, bisogna conoscere a fondo la lingua».

………………

ESTINTA: MUORE L’ULTIMA SOPRAVISSUTA DELLA TRIBU’ DEI “BO” DELLE ISOLE ANDAMANE

Da : http://www.survival.it/ (4/2/2010)

   Boa Sr aveva circa 85 anni ed è morta la scorsa settimana. Era l’unica a parlare il “bo”, una delle 10 lingue dei Grandi Andamanesi. Boa era la discendente di una delle più antiche culture della Terra; si stima infatti che il suo popolo abbia vissuto nelle Isole Andamane per almeno 65.000 anni.

   Quella dei Bo era una delle 10 tribù di cui si componeva il popolo dei Grandi Andamanesi. Quando i Britannici colonizzarono le Isole, nel 1858, i Grandi Andamanesi contavano almeno 5.000 persone. Ora ne sopravvivono solo 52. La maggior parte fu uccisa dai colonizzatori o dalle malattie da essi importante.

Non riuscendo a “pacificare” le tribù con la violenza, i Britannici cercarono di “civilizzarli” catturandoli e tenendoli rinchiusi nella famigerata “Casa degli Andamani”. Dei 150 bambini nati nella Casa, nessuno ha superato l’età di due anni.

Isole Andamane

   Oggi, i Grandi Andamanesi sopravvissuti dipendono largamente dal governo indiano per il cibo e le case, e fra di loro è molto diffuso l’abuso di alcool. Boa Sr è sopravvissuta allo tsunami del 2004 e ha raccontato ai linguisti: “Eravamo tutti là quando è arrivata la scossa. Il più anziano ci ha detto: ‘La Terra potrebbe aprirsi, non scappate via e non muovetevi.’ Ecco quello che ci hanno detto gli anziani”.

   “Da quando era rimasta la sola a parlare [il bo]” ha raccontato il linguista Anvita Abbi che la conosceva da molti anni, “Boa Sr si sentiva molto sola perché non aveva nessuno con cui conversare… Boa Sr aveva un grande senso dell’umorismo; il suo sorriso e la sua risata fragorosa erano contagiosi.” “Non potete immaginare il dolore e l’angoscia che provo ogni giorno nell’essere muto testimone della perdita di una cultura straordinaria e di una lingua unica.”

   Boa Sr aveva detto al professor Abbi di considerare la tribù confinante dei Jarawa, che non erano stati decimati, molto fortunata per il fatto di poter continuare a vivere nella sua foresta, lontano dai coloni che attualmente occupano gran parte delle Isole. “I Grandi Andamanesi sono stati prima massacrati, e poi quasi tutti spazzati via da politiche paternalistiche che li hanno condannati a malattie epidemiche e li hanno derubati della loro terra e della loro indipendenza” ha commentato Stephen Corry, Direttore Generale di Survival International.

   “Con la morte di Boa Sr e l’estinzione della lingua bo, di una delle culture più antiche della Terra oggi ci è rimasto solo il ricordo. La perdita di Boa è un tetro monito: non dobbiamo permettere che questo accada ad altre tribù delle Isole Andamane.”

(Ascolta Boa Sr cantare in bo: translation missing: it, films, You need Flash Player to view this video Last of the Bo Tribe Sings  Boa Sr, the last member of the Bo tribe, who died in February 2010, sings.)

………………

New York

GRANDE MELA, LA BABELE MODERNA

 NEW YORK, UN ARCHIVIO PER LE LINGUE DEL MONDO

Tra immigrati e rifugiati si parlano 800 idiomi

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 12/5/2010

   Il vlashki istrorumeno nei sobborghi di Queens, il garifuna degli ex schiavi africani in una chiesa cattolica di Morrisania nel Bronx, l’austronesiano Mamuju gelosamente conservato da un unico abitante di Rego Park, l’ormuri-afghano esiliato a Flushing, il mandaico-persiano a Long Island e il massalit sudanese in New Jersey: New York non è solo la metropoli dove si parlano più idiomi ma anche il luogo dove si concentrano numerose lingue in via di estinzione.

   Due docenti di linguistica della «City University of New York», Daniel Kaufman e Robert Holman, hanno così deciso di lanciare il progetto «Endangered Language Alliance» (Alleanza per gli idiomi in pericolo) coordinando un team di studenti e ricercatori accomunati dalla scommessa di redigere la mappa di un’eredità culturale unica, che si concentra sul territorio della Grande Mela per effetto dell’arrivo di milioni di immigrati dalle più remote località del Pianeta.

   La posta in palio è molto alta: «Delle 6500 lingue parlate oggi sulla Terra circa il 90 per cento sono destinate a estinguersi nel 21° secolo, qui a New York possiamo salvarle» si legge nel documento di fondazione dell’iniziativa. Per avere un’idea delle dimensioni dell’impresa intrapresa da Kaufman e Holman basti pensare che se nelle scuole di New York si parlano 176 lingue – già un record – in tutta la città superano quota 800, con la palma della diversità che va agli abitanti di Queens con 138 idiomi.
   Fra quelli considerati «a rischio» vi sono l’aramaico, i dialetti semitici chaldico e mandaico, il chamorro delle isole Marianne, il bukhari parlato dagli ebrei di Buckhara più numerosi a Queens che in Asia Centrale, il gaelico irlandese, il kashubiano-polacco, l’olandese portato in Pennsylvania dai primi coloni, il retoromanzo di matrice svizzera, l’yiddish, dozzine di dialetti indigeni messicani e indiano-americani, e il vlashki istriano dal quale il lavoro di classificazione è iniziato.
   A parlarlo erano in origine gli abitanti della penisola adriatica a ridosso a Trieste ma dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato vittima prima del serbocroato imposto dalla Jugoslavia di Tito e poi della rinascita del nazionalismo croato che ha penalizzato le minoranze etniche con il risultato che «oggi molti dei villaggi vlashki sono vuoti e la maggioranza degli abitanti vivono in America» racconta al «New York Times» Valnea Smilovic, 59 anni emigrato negli anni Sessanta. A Queens sono almeno cento i madrelingua vlashki e c’è anche chi si sta occupando di pubblicare un vocabolario dimostrando una determinazione simile a quella che nel nord del New Jersey si ritrova nei centri di Paramus e Teanek, dove risiede una piccola comunità di siriani di fede ortodossa che in casa comunicano esclusivamente in neo-aramaico, versione moderna del linguaggio di Gesù e del Talmud.
   A Long Island invece sono alcune famiglie persiane a parlare il mandaico, che è una versione dell’aramaico, mentre il mamuju austroindonesiano ha in tutta New York un unico interprete: il signor Husni Husain, 67 anni, residente a Rego Park e originario della provincia di West Sulawesi. Non può parlare nella sua lingua neanche con moglie e figli, visto che la prima è di Giava e i secondi sono cresciuti a Giakarta.

   L’ormuri è un antico dialetto afghano, una volta diffuso anche in Pakistan, che ha la propria roccaforte fra le case popolari di Flushing così come il massalit è la lingua di alcuni membri delle tribù del Darfur fuggiti dal genocidio e riparati in New Jersey, dove Kaufman e Holman stanno tentando di aiutarli a codificare una grammatica che non è mai stata messa per iscritto.
   A venire dall’Africa è anche il garifuna, un idioma che venne portato dagli schiavi attraverso l’Atlantico e sbarcò nell’isola caraibica di St Vincent per poi da lì passare in America Centrale e a Brooklyn, da dove ha raggiunto il piccolo quartiere di Morrisania nel Bronx riuscendo a diventare il verbo di preghiera in una locale chiesa cattolica. Fra gli idiomi africani c’è anche il zaghwa-beria, che viene dalle regioni del Sahara a ridosso del Nilo ed è parlato da un gruppo di famiglie del Sudan orientale giunte negli ultimi anni a New York.
   Ciò che accomuna ricercatori e volontari impegnati a scongiurare la scomparsa di queste tradizioni è la convinzione che «il linguaggio è un’identità» come dice Daowd Salih, 45enne profugo del Darfur, secondo il quale «il dramma della mia terra è che i massacri in corso oltre ad uccidere le persone distruggono anche i loro dialetti». (Maurizio Molinari)

………………….

GLOBISH – IL MONDO IN 1500 PAROLE

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 17/6/2010

LONDRA. La lingua più parlata del mondo, sostiene il principe Carlo d’ Inghilterra con una delle sue battute più riuscite, non è l’ inglese: è il “global English“, l’ inglese scorretto, sgrammaticato, storpiato, che gli stranieri parlano per comprendersi tra di loro, e per comunicare, quando ci riescono, con gli abitanti di Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, insomma con quelli che l’inglese vero, l’inglese di Shakespeare, lo succhiano da piccoli insieme al latte del biberon.

   Questa lingua rudimentale, semplificata, ridotta all’ essenziale, impasto di Internet, pubblicità, musica e fumetti, ha un nome e una filosofia: è il “globish”, fusione di “global” ed “english”, ed è usata più o meno correntemente da 4 miliardi di persone, circa due terzi della popolazione terrestre.

   In passato erano gli imperi a imporre una lingua franca all’umanità. Il latino si diffuse nel Mediterraneo e in tutta Europa trascinato dalle legioni dei Cesari di Roma antica. L’inglese conquistò il pianeta seguendo l’espansione del British Empire, che all’apice del suo potere dominava un quarto delle terre emerse del globo. Quindi è venuto il turno di una nuova versione di inglese, l’americano, quando nella seconda metà del Novecento gli Stati Uniti hanno rimpiazzato la Gran Bretagna come superpotenza planetaria, conquistando il mondo non soltanto con la propria forza militare ed economica ma soprattutto con il “soft power” della propria cultura di massa, i film di Hollywood, il rock e più recentemente il linguaggio del web, la Microsoft e la Apple, Google e Facebook.

   La novità è che il «globish», a cui il settimanale Newsweek ha dedicato un lungo servizio, non avanza alla testa di un esercito, di una potenza economica o di un potere culturale. È la lingua dei vincitori, che i conquistati, i sedotti, i vinti, hanno digerito, imparato e rimodellato secondo le proprie esigenze. Il “globish” è l’ inglese dell’ era dei voli a basso costo, della terra resa piatta, non più rotonda, secondo la metafora di Thomas Friedman, da nuove forme di comunicazione e di trasporto che annullano le distanze culturali e geografiche.

   È la lingua dei messaggini e di Twitter, la lingua che dice «u r gr8» per intendere “sei grande” (“you are great”), che sintetizza in 160 caratteri l’amore e la morte, la letteratura e il giornalismo. È la lingua dei miliardi di nuovi immigrati ed espatriati. L’inglese tradizionale si è affermato perché era la lingua della diplomazia, del commercio, della finanza, dell’ aviazione e poi della Rete.

   Il “globish” ha spodestato l’ inglese tradizionale e perfino il suo successore, l’ americano, semplicemente perché è la lingua di tutti. L’ ironia della sorte vuole che a inventare il “globish” sia stato un francese, cittadino di uno dei paesi più sciovinisti della terra, dove i termini inglesi vengono messi al bando, talvolta con effetti comici, come quando si dice “ordinateur” invece che computer.

   Jean-Paul Nerrière, un ingegnere informatico della Ibm, si accorse durante un’esperienza di lavoro in Estremo Oriente che gli uomini d’ affari che non erano di madre lingua inglese comunicavano – in inglese – con clienti giapponesi e coreani molto più facilmente dei dirigenti d’ azienda americani o britannici. La ragione era evidente: tra stranieri, parlavano un inglese più semplice, meno corretto, meno articolato, ma infinitamente più facile da capire reciprocamente.

   L’ inglese ha un milione di parole, un buon dizionario ne contiene mezzo milione, un giornale colto come il Times ne usa 40 mila, a un tabloid popolare come il Sun ne bastano 7 mila, ma Nerrière ha calcolato che il «globish», l’ espressione da lui coniata per l’ inglese “decaffeinato”, come lo chiama ironicamente, ha un vocabolario di appena 1500 parole, e sono più che sufficienti.

   Ad esempio , invece di “nephew” (nipote), una parola dalla pronuncia non facilissima, il “globish” usa “the son of my brother”, una frase più lunga, una forma contorta, ma facile da pronunciare e dal senso inequivocabile. Lasciata l’ Ibm, Nerrière ha scritto un libro, Globish, e lanciato un sito, globish.com, per pubblicizzare la sua scoperta.

   Robert McCrum, un linguista inglese, già autore di un bel libro sulla storia dell’inglese, ora ne ha scritto un altro, con lo stesso titolo di quello di Nerrière. «La Torre di Babele non è stata completamente smantellata, al mondo esistono ancora e continueranno a esistere 5000 lingue differenti», dice McCrum. «Ma quando un indiano e un messicano vogliono commissionare una ricerca a un laboratorio in Thailandia, i cui consulenti sono israeliani, tra di loro comunicano, a voce e per iscritto, in globish, una sorta di inglese ridotto ai minimi termini».

   Farebbe inorridire le nostre insegnanti di inglese al liceo, eppure funziona. Perché chiunque sa un po’ di “globish”, ancora prima di cominciare a pensare di parlarlo: taxi, love, sex, phone, airplane, drink, one, thank you, please, good bye, sono parole universali, la base da cui partire senza timori. È insomma la vittoria dell’inglese maccheronico, l’inevitabile risultato della globalizzazione, anche se può venire il dubbio se sia nato prima l’uovo o la gallina: è stata la globalizzazione a portare il “globish”, o il “globish” che ha portato la globalizzazione?

   Come che sia, l’inglese per tutti trionfa perché l’inglese dei madre lingua creava complicazioni anche a loro stessi. «Due popoli divisi dalla stessa lingua», la celebre battuta di Oscar Wilde su inglesi e americani, è bene illustrata dalla vecchia storiella di due bianchi che si perdono, ognuno per proprio conto, nell’Africa nera e, dopo mesi di stenti e pericoli, finalmente si incontrano in una radura. Si abbracciano emozionati, poi uno dei due comincia a parlare. L’altro lo guarda interdetto, senza capire una parola. Allora sillaba lentamente, gesticolando per dare enfasi alle sue parole: «I-am-American. Where-are-you-from?» E l’ altro esterrefatto: «Liverpool».

   Con il “globish”, non si rischiano simili equivoci. Il paradosso è che, mentre trionfa l’inglese semplificato, in Inghilterra viene istituita per la prima volta un’ Academy of English, in difesa della lingua della regina, minacciata dagli slang creati dal multiculturalismo, il Chinglish dei cinesi, lo Spanglish degli ispanici, il Franglish dei francesi, e così via.

   E negli Stati Uniti l’inglese, o l’americano che dir si voglia, perde terreno davanti all’avanzata dello spagnolo, del tagalog filippino, del cinese, del coreano: nel 1980, soltanto 23 milioni di americani parlavano una lingua diversa dall’inglese; nel 2007 sono diventati 55 milioni, e continuano a crescere. Sempre più gente parla il “broken English” su cui ironizza il principe Carlo, sempre di meno parla il “Queen’ s English”, l’inglese forbito e perfetto di Sua Maestà.

   L’autore di Globish racconta che ogni venerdì sera, nel campus dell’università di Pechino, qualche centinaio di studenti si riuniscono sotto gli alberi di pino di una piazza ribattezzata English Corner, per fare “conversazione in inglese”. Parlano, in modo primitivo, di David Beckham e Paris Hilton, ripetono frasi fatte, si scambiano gentilezze a base di “please” e “thank you”, per concludere tutti in coro con un entusiastico: “Yes, we can”. Forse vogliono dire che anche la Cina, un giorno, potrà diventare libera e democratica. Ma per il momento intendono qualcosa di infinitamente meno complicato, sebbene non meno importante come segno di cambiamento: sì, anche noi possiamo parlare in inglese. Sorry, in “globish”.  (Enrico Franceschini)

…………………

GLOBISH – IL MONDO IN 1500 PAROLE/2

di Stefano Bartezzaghi, da “la Repubblica” del17/6/2010

   Ci sono un inglese, un francese, un tedesco, un brasiliano, un neozelandese, un russo, un indiano e un italiano. Non è una barzelletta prolissa, o una pubblicità della CocaCola. Avviene davvero, nel bar di un museo, nella stanza comune di uno studentato internazionale, nella sala d’aspetto di un aeroporto… Tutti chiacchierano con tutti, perché hanno tutti una lingua comune: all’ inizio, pare – ed è – molto bello.

   Dopo un po’ la conversazione risulta limitatissima: i pochi argomenti comuni non andranno mai molto oltre i motivi, spesso casuali, del loro incontro.  Il globish è la mera illusione di una lingua, per le stesse ragioni per cui la comunicazione, come la si intende ora, è soltanto una quantità, una diffusione superficiale. Aumenta l’ estensione della lingua, diminuiscono proporzionalmente le sue componenti.

   Il minaccioso imperialismo dell’inglese ha un secondo taglio, che è rivolto contro l’inglese stesso: lo tiene in ostaggio e manda per il mondo una sua versione semplificata, per gente che ha poco da dirsi e che ha le stesse (nulle) possibilità di capire Charles Dickens (non si dice William Shakespeare o Virginia Woolf) che aveva prima di imparare il suo stento globish.

   Da sempre al mondo ci sono i bilingui, gli ancor più rari poliglotti e poi una quantità di persone dotate di una lingua materna e del bagaglio di sopravvivenza per cavarsela in un paio di altre lingue. Il problema incomincia solo se (o quando) prendiamo il globish come una lingua vera e propria e incominciamo a richiedere alla nostra stessa lingua i soli servizi che ci rende il globish.

   Quante persone, in Italia, ragionano in globish? Non si tratta di poveracci, anzi: esprimono in un linguaggio italiano o anglo-spurio pensieri fatalmente poco articolati. Le stesse, quattro categorie emozionali (o «empatiche», come si dice) che compongono la combinatoria del marketing commerciale, mediatico, letterario, politico sono le uniche possibilità di contenuto di quella sorta di globish autarchico a cui ci stiamo confinando, con l’idea di diventare meno provinciali sotto la dittatura della semplificazione. In realtà fra cielo e terra ci sono molte più province di quanto non lasci sospettare la nostra provincialissima geografia: e la più vasta è anche la più provinciale di tutte, quella che porta a confondere la possibilità di scambiarsi informazioni stradali o meteorologiche con la fine di Babele. – STEFANO BARTEZZAGHI

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...