Il PETROLIO in fondo al mare – il disastro ambientale nel Golfo del Messico non è un’anomalia: altri casi è possibile accadano – La necessità di uscire dalle fonti energetiche (petrolio, uranio, carbone, ma anche il gas e le grandi dighe…) che possono provocare catastrofi ambientali e sottosviluppo per le popolazioni che subiscono lo sfruttamento

Pericolo iceberg. La stupenda COSTA DI TERRANOVA, in Canada. A circa trecento chilometri dalla costa di Terranova c’è la piattaforma petrolifera Hibernia, il più grande impianto di trivellazione in mare aperto del mondo. Costata cinque miliardi di dollari, presidiata da uno staff di 185 persone, produce 135mila barili di petrolio al giorno. La piattaforma è rinforzata per resistere all’impatto con gli iceberg. Ma in seguito al riscaldamento globale e allo scioglimento dei ghiacciai della Groelandia, sulla rotta dell’Hibernia arriveranno blocchi di ghiaccio sempre più grandi (da INTERNAZIONALE del 25/6/2010)

   A due mesi di distanza dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon della British Petroleum, l’Apocalisse che parte dal fondo del mare, cioè del petrolio che fuoriesce, è tutt’altro che terminata…. Disagio e sconforto per una cosa che sembra non finire mai. Dicono, quelli della BP, che il “tappo” messo nei primi giorni di giugno, ha ridotto a meno della metà la fuoriuscita di greggio… e che per agosto la cosa si può risolvere.  

Delta del Niger. La Nigeria è il quinto fornitore di petrolio degli Stati Uniti (dopo Canada, Messico, Arabia Saudita e Venezuela). La maggior parte del greggio proviene dalla regione del delta del Niger, ma gli abitanti non ne ricavano nulla, a parte i danni ambientali causati dall’estrazione. Per cercare di strappare al governo una parte di profitti provenienti dal petrolio, alcuni ribelli hanno imbracciato le armi. A guidare la lotta è il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (MEND). Whashington considera la ribellione una minaccia alla “sicurezza energetica” statunitense, quindi appoggia l’esercito nigeriano, I ribelli del Mend - il Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger - hanno annunciato la fine della tregua. Mesi fa avevano deposto le armi, salvo sporadici interventi, per tentare un dialogo col governo. Il loro obiettivo è quello di far rimanere in Nigeria una parte maggiore degli introiti derivanti dai giacimenti di petrolio, ora sfruttati interamente da compagnie straniere. Non avendo in tutto questo tempo ricevuto segnali di un possibile cambio di rotta, impugneranno nuovamente le armi. Da anni la Nigeria è terra di conquista per società straniere che, sfruttando un sistema statale molto morbido e malleabile, depredano il territorio di tutte le risorse disponibili, lasciandone le briciole alla popolazione. (da http://lanarkway.blogosfere.it/ - 10/1/2010)

   Segnali comunque che la più grande tragedia ambientale del mare accaduta, porta a dire che così “non si può andare avanti”. Vi riportiamo qui di seguito un articolo di un giornale americano ripreso nell’ultimo numero di INTERNAZIONALE (rivista settimanale, in edicola, dei migliori articoli di stampa estera) dove un analista ambientale di problemi di sicurezza, Michael Klare, dice che in fondo al mare vi sono altri giacimenti estrattivi che rischiano nei prossimi anni di procurare disastri ambientali uguali o peggiori a quello nel Golfo del Messico (…  nei mari adiacenti al Canada, la Nigeria, il Brasile, tra Giappone e Cina…).

   La marea nera del Golfo del Messico si estende ormai in un raggio di 200 miglia marine, pari a 320 chilometri, con centinaia di migliaia di piccole chiazze, e tiene in ostaggio l’intero Golfo. La vera entità dello sversamento resta di fatto un mistero …. quantità inimmaginabili… e poi ora in parte il petrolio che fuoriesce e arriva a galla lo si brucia al largo, creando pure inquinamento atmosferico …. il problema principale però non sarà sulle coste ma sul fondo marino, dove più scarsi sono i microrganismi in grado di metabolizzare le particelle di petrolio…. E va ribadito che l’entità del disastro non si saprà mai….

   In questa situazione la riconversione ecologica diventa una necessità drammatica: cambiare i nostri stili di vita (… le nostre comode e indispensabili automobili che vanno a benzina-petrolio…) è più facile a dirsi che a farsi veramente…. Bisognerebbe incominciare praticamente, con un vero piano di riconversione che accompagni la riduzione dei bisogni troppo dispendiosi energeticamente con alternative credibili, attraverso l’utilizzo di energie da fonti rinnovabili (e non inquinanti)… che non basteranno di certo (le energie rinnovabili) a garantire i modi di vita attuali…. (per questo lo stile di vita è necessario che cambi). Anche se tutto fa pensare che ciò avverrà quando l’emergenza avrà toccato livelli di invivibilità per il pianeta, sarebbe compito di tutti (delle persone, della politica, dell’economia, della cultura) iniziare a proporre concretamente vie di uscita virtuose.

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La geografia delle possibili catastrofi da estrazione di petrolio – simulazioni e scenari futuri tutt’altro che improbabili

QUATTRO INCUBI ENERGETICI

di Michael Klare, dal “TomDispatch”, Stati Uniti – articolo ripreso dal settimanale (in edicola) INTERNAZIONALE del 25 giugno/1 luglio 2010

– l’incidente della Deepwater Horizon non è un’anomalia. E’ un avvertimento –

   Fino a quando continueremo a estrarre petrolio, gas, carbone e uranio da posti rischiosi sotto ogni punto di vista – geologico, ambientale e politico – i disastri come quello della Bp continueranno ad accadere. Come sarà il prossimo?

PRIMA IPOTESI: HIBERNIA. A circa trecento chilometri dalla costa di Terranova c’è la piattaforma petrolifera Hibernia, il più grande impianto di trivellazione in mare aperto del mondo. Costata cinque miliardi di dollari, questa struttura mastodontica, presidiata da uno staff di 185 persone, produce 135mila barili di petrolio al giorno. E’ amministrata da una joint venture di quattro società (Exxon Mobil, Chevron, Murphy Oil e Statoil) con il governo del Canada. La piattaforma è rinforzata per resistere all’impatto con gli iceberg. Ma in seguito al riscaldamento globale e allo scioglimento dei ghiacciai della Groelandia, sulla rotta dell’Hibernia arriveranno blocchi di ghiaccio sempre più grandi. Immaginate la scena: è l’inverno del 2018, i venti superano i 130 chilometri all’ora, la visibilità è nulla e gli aerei sono bloccati a terra. Le onde sono alte più di quindici metri e i rimorchiatori non possono lasciare il porto. Evacuare il personale è impossibile. Un immenso iceberg colpisce la piattaforma, e un milione di barili di petrolio si rivesa in mare.

   Vi sembra un’eagerazione? Il 15 febbraio 1982, nel punto oggi occupato dall’Hibernia, la nave appoggio Ocean Ranger è stata colpita e affondata da onde di quindici metri. Sono morte 84 persone.

SECONDA IPOTESI: NIGERIA. La Nigeria è il quinto fornitore di petrolio degli Stati Uniti (dopo Canada, Messico, Arabia Saudita e Venezuela). La maggior parte del greggio proviene dalla regione del delta del Niger, ma gli abitanti non ne ricavano nulla a parte i danni ambientali causati dall’estrazione. Per cercare di strappare al governo una parte di profitti provenienti dal petrolio, alcuni ribelli hanno imbracciato le armi. A guidare la lotta è il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend). Whashington considera la ribellione una minaccia alla “sicurezza energetica” statunitense, quindi appoggia l’esercito nigeriano. E’ il 2013 e la ribellione del delta ha ridotto a un terzo la produzione della Nigeria. Gli oleodotti vengono bombardati e i lavoratori stranieri rapiti o uccisi. Il presidente degli Stati Uniti manda nel delta 20mila marines e soldati. Ma i morti non diminuiscono. Vi sembra inverosimile? Nel maggio del 2008 l’esercito statunitense ha effettuato una simulazione presso la scuola militare di Carlisle, in Pennsylvania, proprio per affrontare un’eventualità come questa nel 2013. Una crisi petrolifera in Nigeria è una delle ipotesi più probabili.

TERZA IPOTESI: BRASILE. Nel novembre del 2007 la compagnia petrolifera di stato del Brasile, Petroléo Brasileiro (Petrobas), ha annunciato una straordinaria scoperta: nell’Atlantico meridionale, circa trecento chilometri al largo della costa di Rio de Janeiro, c’è un bacino petrolifero nascosto sotto due chilometri e mezzo d’acqua e uno spesso strato di sale. Potrebbe contenere dagli otto ai dodici miliardi di barili di greggio. Estrarre petrolio a due chilometri e mezzo di profondità e sotto quattro chilometri di sabbi emobili e sale, però, richiede una tecnologia avanzatissima. Nel 2004 la costa brasiliana è stata devastata da un ciclone subtropicale che ha raggiunto la forza di un uragano. Il che ci porta alla terza ipotesi: è il 2020, al largo di Rio ci sono centinaia di impianti di trivellazione. Immaginate un ciclone subtropicale con la forza di un uragano  e onde che si abbattono  sugli impianti distruggendo in poche ore un investimento di oltre duecento miliardi di dollari. Il petrolio si riversa nell’Atlantico meridionale in quantità senza precedenti.

QUARTA IPOTESI: MAR CINESE. Tra Cine e Giappone, sul confine del mar Cinese orientale, c’è un prezioso deposito sottomarino di petrolio e gas naturale, chiamato Chunxiao dai cinesi e shirakaba dai giapponesi. In base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare ciascuno può esercitare il controllo su una “zona economica esclusiva” (Eez) che si estende per duecento miglia nautiche (circa 370 chilometri) dalla sua costa. Il mar Cinese orientale, nel punto più ampio tra i due paesi, è largo meno di seicento chilometri. Il giacimento è nella zona grigia. Entrambi i paesi ne rivendicano il possesso e non sembrano disposti a fare marcia indietro. Entrambi hanno forze militari nella zona contestata. Quarta ipotesi: è il 2022. I tentativi di risolvere la disputa con un negoziato falliscono. La Cina costruisce una serie di piattaforme di trivellazione sulla linea rivendicata dal Giappone. A Tokyo c’è un governo ultranazionalista deciso a far valere la sua autorità. I cinesi rispondono con le navi da guerra. Il conflitto è imminente. E’ un’ipotesi plausibile. Dal settembre del 2005 la Cina ha dispiegato una squadriglia navale nel mar Cinese orientale e ha spinto le sue navi fino alla linea mediana. In un’occasione, un aereo giapponese ha sorvolato una nave cinese e si è visto puntare contro i cannoni antiaerei.

   Questi esempi dovrebbero farci capire perché, in un mondo sempre più dipendente da riserve energetiche estratte in zone remote e pericolose, le catastrofi saranno inevitabili. Il disastro del golfo del Messico non è un’anomalia. E’ una freccia puntata verso incubi futuri. (Michael Klare, da INTERNAZIONALE)

(Michael Klare insegna Peace and world security studies all’Hampshire College di Amherst, nel Massachusetts. Ha scritto “Potenze emergenti” (ed. Ambiente, 2010)

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QUEL CHE OBAMA DOVEVA DIRE

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 18/6/2010

  La nuova stella dei liberal si chiama Rachel Maddow e deve fama e popolarità alla grinta con cui incalza ogni sera dal video il presidente per cui ha votato, Barack H. Obama.
   Trentasette anni, californiana e gay dichiarata, Maddow si definisce una «national security liberal» e per avere idea di cosa significa basta guardare come ha reagito al discorso di Obama alla nazione pronunciato dallo Studio Ovale martedì sera. Ventiquattro ore dopo, Maddow si è presentata all’appuntamento serale con i telespettatori nel suo show sulla Msnbc facendosi montare attorno in diretta un set identico a quello da cui aveva parlato Obama. E ha pronunciato lei le parole «che avrei voluto sentire dal mio Presidente».

   La durata è stata la stessa: poco meno di 20 minuti. Ma i contenuti sono assai più chiari delle tre promesse all’America fatte da Barack (ndr, v. articolo che segue, cioè: 1-fermare del tutto entro l’estate la fuga di petrolio; 2-assegnare risarcimenti giusti e veloci a chi sta soffrendo; 3-sviluppare nuove fonti di energia per ridurre la dipendenza dal greggio).

   Ecco le parole che ha pronunciato Rachel Maddow, autodefinendosi a più riprese «the fake president», il falso presidente: «Vi annuncio tre grandi novità. Primo, mai più nessuno potrà trivellare in posti dove è incapace di gestire le conseguenze di cosa fa. Secondo, ho creato un nuovo posto di comando federale per ripulire dal petrolio l’intero Golfo del Messico. Terzo, il Senato quest’anno passerà la riforma sull’energia che ci consentirà di liberarci del greggio». E ha chiuso con due annunci: «Chiediamo da subito aiuto a chiunque nel mondo è in grado di contribuire a chiudere la falla o a contenere il greggio, e chiuderò il carcere di Guantanamo».

   Timbro da anchorwoman a parte, ci sono pochi dubbi che sono queste le parole che la maggior parte degli americani – liberal o no – si aspettavano di ascoltare dal Presidente e se Rachel Maddow ha scelto di pronunciarle è per dare voce a un’America che non vuole lasciare ai conservatori del «Wall Street Journal» e di Fox Tv il monopolio delle critiche alla Casa Bianca.

   E’ un’America alla quale appartengono anche deputati e senatori democratici che hanno definito «troppo timido» il discorso di Obama, nonché il «New York Times» diretto da Bill Keller che è stato il primo giornale, con la firma di Frank Rich, a definire il disastro ecologico nel Golfo del Messico «peggio di Katrina» e che ha poi commentato l’intervento dallo Studio Ovale con un editoriale intitolato «From the Oval Office» rimproverando al Presidente di «non aver rassicurato gli americani» e di non aver saputo indicare «chi è il responsabile del disastro» a quasi due mesi di distanza dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon di British Petroleum.

   La scelta dei liberal di inchiodare il Presidente democratico ai propri errori ricorda quanto avvenne fra il 2005 e il 2007 quando furono giornali, tv e politologi conservatori a criticare più aspramente il repubblicano George W. Bush per i ritardi nella risposta all’uragano Katrina che aveva inondato New Orleans come per le difficoltà in cui versava la guerra in Iraq.
   Allora come oggi coloro che hanno voluto, sostenuto e votato per il Presidente in carica sono i suoi critici più spietati perché accomunati da una convinzione dichiarata: solo convincendo la Casa Bianca a riconoscere i propri sbagli e a correggerli al più presto si può sperare di vincere le prossime elezioni. Ovvero, difendere il proprio leader quando sbaglia è un suicidio politico. E l’errore più grave che i liberal come Rachel Maddow addebitano a Barack Obama è quello di essere un presidente debole e indeciso, che esita a compiere scelte forti come ad assumersi responsabilità pesanti, preferendo puntare sul facile populismo per additare al pubblico sdegno il capro espiatorio di turno. (Maurizio Molinari)

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MAREA NERA, RESA DELLA BP “PAGHEREMO 20 MILIARDI”

vertice alla Casa Bianca e vittoria di Obama: “Ora energia verde”

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 17/6/2010

   British Petroleum si piega a Barack Obama. Al termine di quasi due ore di teso confronto nella Roosevelt Room della Casa Bianca, i vertici della compagnia petrolifera hanno accettato le condizioni imposte dall’amministrazione per fare fronte alle «loro responsabilità nel più grande disastro ecologico avvenuto nella storia americana», come ha detto il presidente.

   È stato lo stesso Obama a far sapere che Bp ha accettato di costituire un fondo indipendente di 20 miliardi di dollari che servirà per pagare i risarcimenti a singoli e aziende della regione del Golfo colpiti a seguito della marea nera. Bp verserà i 20 miliardi ma non potrà gestirli perché ad assegnarli ai legittimi destinatari sarà un ente indipendente guidato da Ken Feinberg, che ebbe un ruolo analogo dopo l’11 settembre 2001 sugli indennizzi ai parenti delle vittime.
   «La legge prevede che le compagnie petrolifere paghino danni fino a 75 milioni di dollari ma si tratta di un ammontare in questo caso largamente insufficiente e sono lieto di annunciare l’accordo con Bp», ha aggiunto Obama, precisando che la cifra concordata «non è un tetto» e potrà essere aumentata. Uscendo, il presidente di Bp, Carl-Henric Svanberg, ha compiuto gli altri due passi espressamente richiesti da Obama: ha annunciato che «quest’anno non pagheremo dividendi» e ha chiesto «scusa al popolo americano, a nome di tutti i dipendenti di Bp».
   Essere riuscito ad ottenere da Bp quanto voleva, consente al presidente di disporre del primo risultato concreto a 58 giorni dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Nel discorso pronunciato la sera precedente, parlando per 17 minuti alla nazione in diretta tv dallo Studio Ovale, Obama aveva illustrato una strategia con tre obiettivi per rispondere alla catastrofe. Primo: «Fermare del tutto» la fuga di petrolio «entro la fine dell’estate». Secondo: «Assegnare risarcimenti giusti e veloci» a chi sta soffrendo le conseguenze economiche, soprattutto per i danni a pesca e turismo. Terzo: «Sviluppare nuove fonti di energia per ridurre la dipendenza dal greggio» che è «la causa principale di quanto avvenuto».
   Se per la ripulitura del Golfo e i risarcimenti Obama preme su Bp affinché i tempi siano celeri, sul fronte della riforma energetica la richiesta di «agire in fretta» è rivolta al Congresso ancora bloccato dai veti incrociati fra democratici e repubblicani.

   A completare l’offensiva di Obama vi sono le nomine di due «Zar», entrambi con pieni poteri: il ministro della Marina Ray Maybus avrà il compito di redigere il piano di rilancio di lungo termine della regione del Golfo, mentre all’ispettore generale del ministero della Giustizia Michael Bromwich spetterà la guida dell’ente federale che sovrintende alla produzione di petrolio e gas.

   Sarà dunque Bromwich a decidere quando le trivellazioni in profondità potranno riprendere. «Al momento ciò non è possibile perché ancora non sappiamo con esattezza cosa ha causato il disastro» ha sottolineato Obama. In attesa di sapere dai sondaggi la reazione degli americani ai passi del presidente sulla Casa Bianca continuano a piovere critiche. I leader democratici parlano di «discorso timido» e i repubblicani di «scarsi contenuti» mentre il «New York Times» picchia duro: «Obama non ha rassicurato gli americani, ancora non sappiamo il nome del responsabile del disastro». (Maurizio Molinari)

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MAREA NERA, GIUDICE BOCCIA LA MORATORIA ALLE TRIVELLAZIONI

da “il Secolo XIX” del 22 giugno 2010

   No alla moratoria di sei mesi per le trivellazioni in acque profonde decisa dal presidente Usa Barack Obama ai primi di maggio dopo il dramma della Deepwater Horizon, nel Golfo del Messico. Lo ha stabilito un tribunale americano di New Orleans, in Louisiana e la Casa Bianca ha annunciato che farà immediatamente appello.

   La decisione è stata presa dal giudice distrettuale Martin Feldman. Il giudice ha accolto il ricorso guidato dalla Honbeck Offshore Services, attiva nel campo delle trivellazioni, secondo cui la decisione della Casa Bianca è arbitraria perché nulla dimostra che le trivellazioni ad una profondità superiore ai 500 piedi (oltre 150 metri) siano più pericolose delle altre. Il ricorso ha l’appoggio, anche se implicito, del Governatore della Louisiana, Bobby Jindal, un repubblicano all’opposizione, secondo cui «abbiamo un sacco di incidenti sui ponti, ma non per questo dobbiamo chiuderli».

   La Casa Bianca farà immediatamente appello contro il giudice del Quinto distretto che ha bocciato la moratoria di sei mesi nelle trivellazione in acque profonde. Lo ha indicato il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, secondo cui «il presidente rimane decisamente convinto che continuare a trivellare a queste profondità senza sapere quello che succede non ha nessun senso e mette in pericolo” i lavoratori del petrolio e l’ambiente nel Golfo del Messico.

   In Louisiana Obama ed il suo ministro dell’interno Ken Salazar hanno l’appoggio di numerosi politici locali, tra cui i due democratici che contano, la senatrice Mary Landrieu, e il neo sindaco di New Orleans, Mitch Landrieu. Non la pensa affatto allo stesso modo Jindal, una delle star emergenti del partito repubblicano, che aveva già criticato la Casa Bianca per le lungaggini burocratiche nella protezione delle coste minacciate dal greggio, chiedendo una maggiore autonomia a livello locale.

   Jindal, un fautore dell’intervento statale ridotto ai minimi termini, si era però detto contrario sin dall’inizio dell’inquinamento provocato dal pozzo della Bp, alla moratoria sulle trivellazioni, anche perché per lo Stato della Louisiana significa una riduzione drastica delle entrate fiscali. Il suo discorso è semplice: già soffriamo per pesca e turismo, non aggiungiamoci il petrolio.

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GOLFO DEL MESSICO – Altri guai per la Bp che sta pompando il greggio dalla piattaforma affondata

MAREA NERA, NUOVA USCITA DI PETROLIO

da “il Gazzettino” del 24/6/2010

Un robot sottomarino fa saltare il tappo. Due morti tra i responsabili della pulizia delle coste

WASHINGTON – Incidente negli abissi del Golfo del Messico, dove da due mesi fuoriesce a enormi fiotti petrolio targato Bp. Un robot sottomarino ha urtato il ‘coperchio’ della Bp che cerca di contenere il petrolio, e i tecnici del gruppo petrolifero sono stati costretti a rimuovere l’intero ‘tappo’. Il flusso di petrolio è aumentato così in modo significativo, anche se parte del greggio viene bruciato in superficie.
      Ha cominciato in questo scenario la sua prima giornata di lavoro nel nuovo incarico il neo responsabile di Bp America, Bob Dudley. La Bp ha infatti optato per un cambio della guardia nel Golfo del Messico: dopo le figuracce rimediate dall’ex direttore esecutivo, Tony Hayward, la responsabilità delle operazioni in America e Asia è stata affidata a Robert ‘Bob’ Dudley, 55 anni, cresciuto in Mississippi. Che fin dal primo giorno ha dovuto affrontare problemi non da poco.
      Problemi accentuati dalla notizia che due persone sono morte in incidenti nel Golfo, anche se non direttamente collegati alle operazioni di contenimento del greggio. Dudley era alla ricerca di un ruolo di alto profilo nella società dopo che nel 2008 era stato cacciato da Mosca in una battaglia con gli azionisti russi della joint venture Tnk-Bp. Da ieri lavora fianco a fianco con le autorità Usa e se cercava una sfida l’ha certamente trovata.

   Anche perché negli Usa si profila una battaglia giuridica senza precedenti in America in materia di trivellazioni. Ieri un giudice della Louisiana, Martin Feldman, aveva ordinato lo stop della moratoria disposta dall’amministrazione Obama. La Casa Bianca ha replicato annunciando ricorso in appello, e il ministro dell’Interno, Ken Salazar, ha reso noto che «a breve» sarà varata una nuova moratoria.

   «Mentre il petrolio della Bp continua ad uscire, tocchiamo con mano ogni giorno che c’è bisogno di una pausa nelle trivellazioni in acque profonde» ha dichiarato Salazar. È probabile però che la Casa Bianca prima di procedere voglia conoscere l’esito dell’appello contro la decisione del giudice Feldman. Per il quale, secondo quanto riportato dalla stampa americana e britannica, si profila una questione di conflitto di interessi. Il giudice ha infatti interessi azionari in molte società che operano nel Golfo, tra cui anche la Transocean (proprietaria della piattaforma Deepwater Horizon).
      Dalle sue denunce dei redditi riferite all’anno 2008 risulta che ha incassato dividendi da più società. Molti giudici che operano nelle zone del Golfo del Messico hanno investito nelle compagnie petrolifere, ma – riportano i quotidiani – in gran parte hanno venduto le azioni prima di assumere casi legati all’emergenza marea nera. Non è il caso del giudice Feldman, nei confronti del quale si sono levate molte critiche. «Se il giudice Feldman ha investito in società petrolifere che operano nel Golfo è in flagrante conflitto di interessi» ha dichiarato il direttore di Pew Environment Group, Josh Reichert.
      Intanto due importanti compagnie petrolifere come Shell e Marathon hanno reso noto che aspetteranno comunque gli esiti dell’appello prima di riprendere le trivellazioni.

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LA MAREA NERA E’ GRANDE 320 CHILOMETRI. LA BP «OTTIMISTA» SUL TAPPO

di Rachele Gonnelli, da “l’Unità” del 7/6/2010

   La chiusura del «dannato buco» della Bp nel Golfo del Messico procede a tappe. La valvola, ha detto ieri l’amministratore delegato della compagnia petrolifera Tony Hayward in una intervista televisiva alla Bbc, sta dando buoni risultati arrivando a drenare non un terzo ma più di metà della perdita, stimata dalla Bp in 12-19mila barili al giorno.

   «La valvola riesce a pompare verso la superficie circa 10mila barili al giorno – ha dichiarato Hayward – cioè la maggior parte, probabilmente la stragrande maggioranza». Ciò che balza agli occhi è però quell’avverbio – «probabilmente» – che lampeggia come la spia di una mancanza di dati sull’effettivo ammontare del flusso di petrolio che continua a sgorgare, anche se in minor quantità, nelle profondità marine.

   Difetto di conoscenza o di sincerità. Le stime dell’amministrazione federale sono che lo sversamento di petrolio nel Golfo del Messico ha provocato una «marea nera» di 855 milioni di barili finora, una massa di idrocarburi emulsionati con acqua di mare che arriva a 5 mila piedi sott’acqua. «È un nemico insidioso quello che sta attaccando le nostre coste», lo definisce l’ammiraglio Thad Allen, comandante della Guardia Costiera e uomo forte della Casa Bianca per l’emergenza che riguarda Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida.

   Allen, diventato un eroe nazionale, dà il tracciato di superficie della marea che si estende ormai in un raggio di 200 miglia marine, pari a 320 chilometri, con «centinaia di migliaia di piccole chiazze» e «tiene in ostaggio l’intero Golfo».

   La chiusura definitiva? La Bp conta di chiudere la falla ancora un po’ di più la prossima settimana ma non conta di sigillarla definitivamente prima di agosto. Allen stesso non più tardi di una decina di giorni fa ipotizzava una perdita di greggio persino doppia di quella che continua a denunciare la Bp, fino a 25 mila barili al giorno.

   Mentre i 12 mila barili dichiarati adesso risultano in ogni caso una perdita doppia rispetto a quanto dichiarato nelle prime due settimane dalla stessa Bp. La vera entità dello sversamento resta dunque nel mistero. Parlando ai microfoni della Cnn Allen ha per altro ribadito ieri che «ancora nessuno può dire quanto a lungo ci sarà petrolio in acqua».

   Nicolas Pilcher, esperto internazionale di ecosistemi marini, sostiene che il problema principale non sarà sulle coste ma sul fondo marino, dove più scarsi sono i microrganismi in grado di metabolizzare le particelle di petrolio. Trovandoci di fronte alla più grande dispersione di petrolio della storia, ammette che è veramente troppo presto per fare previsioni sull’impatto che avrà e su quanti anni serviranno per smaltirne i danni. Sulle coste dell’Alaska investite dalla marea della Exxon Valdez nell’89 dopo 16 anni in alcune zone la situazione è inalterata rispetto alle prime settimane dal disastro. (rgonnelli@unita.it)

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Intervista a Pascal Acot, ricercatore presso il Centre National de la Recherche Scientifique e storico dell’ecologia

E’ LA NATURA CHE SI RIBELLA ALL’UOMO. OBAMA DEVE DIRE ADDIO AL PETROLIO

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 31/5/2010

   «La moratoria annunciata da Obama non basta. Non si può stare fermi ad aspettare che il peggio sia passato per poi ricominciare a tirar fuori il greggio come se niente fosse. Siamo di fronte al più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti: è l’ultimo campanello di allarme, ignorarlo vorrebbe dire assumersi una responsabilità gravissima. Quando si agisce contro la natura, la natura si ribella».

   Pascal Acot, ricercatore presso il Centre National de la Recherche Scientifique e storico dell’ecologia, guarda con grande preoccupazione a quello che sta succedendo nel Golfo del Messico, mentre i tentativi di arrestare la marea nera falliscono uno dopo l’ altro.

Obama è al centro di critiche sempre più pressanti. Come giudica le sue responsabilità?

«Gravi. Il presidente degli Stati Uniti, pochi giorni prima dell’esplosione nella piattaforma della Bp, aveva deciso di dare il via libera alle trivellazioni petrolifere anche in ecosistemi estremamente delicati assicurando che si trattava di tecnologie sicure. Le cronache dimostrano che non solo la sicurezza sbandierata non esisteva, ma non c’era nemmeno la capacità di fronteggiare l’emergenza. In altre parole è stato assunto un rischio grave senza avere un piano B, senza sapere come affrontare un eventuale incidente».

L’estrazione del petrolio in mare a grandi profondità non è l’unica tecnologia accettata senza la garanzia di poter controllare le conseguenze di un incidente. Chernobyl ha mostrato l’altra faccia del rischio energetico.

«Credo che questa sia l’occasione per discutere il rapporto tra le grandi lobby industriali e la politica. Che il presidente della principale potenza mondiale si trovi oggi impotente di fronte alla devastazione di uno dei principali ecosistemi degli Stati Uniti mostra il paradosso di cui parlo. Cosa sarebbe successo se un danno del genere fosse stato prodotto da un paese ostile?»

Obama comunque ha reagito con un pressing progressivo nei confronti della Bp.

«Ma, di fronte al ripetersi degli insuccessi e all’aggravarsi del disastro, non ha preso direttamente in mano la situazione. Il timone dell’emergenza resta nelle mani di chi ha prodotto il disastro. E i rappresentanti delle associazioni ecologiste e i biologi accorsi per aiutare le operazioni di pronto soccorso ambientale sono stati allontanati. C’è stata insomma una regia che ha cercato di nascondere il più possibile, dal punto di vista delle immagini e delle notizie, quanto sta succedendo sulle coste della Lousiana e della Florida».

Quanto ci vorrà prima di cancellare gli effetti della marea nera?

«La natura ha una formidabile capacità di recupero. Ma non ha fretta. Cinquanta o cento anni sono una frazione temporale irrilevante dal punto di vista geologico. Per noi è diverso. Cancellare per decenni la ricchezza di quegli ecosistemi è un danno enorme sia dal punto di vista ambientale che economico».

Chi pagherà?

«Bella domanda. Finora le compagnie petrolifere sono riuscite, a forza di appelli e rinvii, a pagare una quota irrisoria dei danni prodotti. Questa volta siamo di fronte a una catastrofe più grave di quella dell’Exxon Valdez in Alaska. Un flusso di petrolio compreso tra 1 e 4 milioni di litri al giorno si continua a riversare su uno degli ecosistemi più belli e, finora, protetti degli Stati Uniti. La patina oleosa distrugge la vita marina e gli uccelli, la frazione più pesante del greggio si inabissa creando una coltre di asfalto che seppellisce i fondali , le sostanze tossiche risalgono la catena alimentare costringendo a fermare l’attività di pesca in tutta la zona. Non credo che gli americani accetteranno a cuor leggero di pagare il conto».

Lei dice che la moratoria non basta. Cosa dovrebbe fare Obama?

«Deve prendere una decisione coraggiosa. Nel Golfo del Messico ci sono riserve di greggio comprese tra 3 e 15 miliardi di barili. Lasciamole dove stanno. L’industria del petrolio minaccia la salute del mare e quella dell’atmosfera: bisogna passare a un nuovo modello energetico basato sull’efficienza e sulle fonti rinnovabili. Solo così si riuscirà a prevenire sia altri disastri di questo tipo sia le conseguenze ancora più preoccupanti del caos climatico crescente prodotto soprattutto dall’uso dei combustibili fossili». (Antonio Cianciullo)

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In occasione della “Giornata della Terra” del 5 giugno scorso…

QUANDO RESTA UN SOLO ALBERO

di Mario Tozzi, da “la Stampa” del 5/6/2010

   Suscitiamo una certa pena, noi uomini, intenti come siamo ad armeggiare attorno a un buco da cui fuoriesce una marea di petrolio, senza riuscire ad attapparlo, pur spendendo quanto un anno di reddito di un’intera nazione africana. Pena e un po’ tenerezza, costretti nelle nostre amate scatolette metalliche per ore, ogni giorno, illudendoci di comunicare quando siamo più isolati che mai. E un po’ tristezza, distesi su spiagge sporche sulla riva di mari in cui riversiamo senza sosta tonnellate di liquami nell’intento di goderci una vacanza. E rabbia, mentre buttiamo via l’acqua di sorgente che poi ricompriamo imbottigliata a prezzi assurdi. O fabbricando sostanze come la plastica che contrastano il principio per cui in natura nulla si crea e nulla si distrugge.
   In un viaggio nell’Europa dell’inizio del XX secolo il mitico Tuiavii di Tiavea, sovrano delle isole di Samoa, metteva già alla berlina molti aspetti del progresso occidentale riducendoli a usanze strane e ridicole, come quella di suddividere il tempo, o malefiche, come quella di venerare il denaro come unico dio. Il capo indigeno concludeva la sua invettiva contro il papalagi (l’uomo occidentale) imponendo ai suoi sudditi di non recarsi mai in Europa, ché tanto non c’era nulla da imparare.
   Tuiavii aveva capito che c’è una differenza fra gli uomini e gli altri viventi. Una sola, ma fondamentale, che spiega la nostra apparente supremazia e, insieme, il nostro precipitarsi verso la crisi ecologica più grave che l’umanità abbia mai attraversato. Questa differenza non sta nella nostra scatola cranica più capace (se è per questo i neandertaliani avevano un cervello anche più grosso, ma si sono ugualmente estinti), in una presunta superiore intelligenza e nell’uso delle mani (basti studiare gli elefanti e la loro proboscide) o nella capacità di comunicare (solo Bach regge il confronto di armoniche con le balene). Questa differenza è quella che non permette di notare più quei paradossi della vita quotidiana che pure i nostri antenati mostravano di conoscere.
   Ma non è difficile coglierla, è la stessa che non aveva invece compreso l’ultimo indigeno dell’isola di Pasqua mentre tagliava l’ultimo albero: non poteva ignorare che così facendo avrebbe condannato la sua gente alla fine. Eppure lo ha fatto. Perché? A causa dell’accumulo e del profitto, sconosciuti al resto degli animali e dei vegetali, ma ben noti proprio agli uomini, che più posseggono e più vorrebbero. Questa è di fatto l’unica differenza che conta.
   Possiamo evitare che questa giornata della Terra diventi l’ennesima occasione perduta solo se diventerà un momento di conoscenza per gli uomini. Comprensione della storia naturale e dell’ambiente di cui facciamo parte, migliore conoscenza di noi stessi sulla Terra, verrebbe da dire, con gli antichi.

   Quella differenza è così fondamentale da farci ignorare che le risorse finiscono più in fretta di quanto speriamo, e che noi siamo sempre di più e abbiamo sempre maggiori esigenze su un pianeta che non può che rimanere lo stesso. Una riconversione ecologica delle attività produttive dell’intera umanità è quanto si dovrebbe e potrebbe ancora fare, ma perché gli uomini si dovrebbero impegnare in questa direzione? A cosa servirebbe? Facile, riduzione degli impatti umani, risparmio di acqua, riciclaggio dei rifiuti, energie rinnovabili, minor consumo di territorio servono semplicemente a sopravvivere senza tagliare il ramo su cui siamo seduti. Sarebbe già qualcosa. (Mario Tozzi)

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2 thoughts on “Il PETROLIO in fondo al mare – il disastro ambientale nel Golfo del Messico non è un’anomalia: altri casi è possibile accadano – La necessità di uscire dalle fonti energetiche (petrolio, uranio, carbone, ma anche il gas e le grandi dighe…) che possono provocare catastrofi ambientali e sottosviluppo per le popolazioni che subiscono lo sfruttamento

  1. ginolino72 mercoledì 7 luglio 2010 / 12:22

    Non male segnalare, sul sito della Corona,una spiaggia che ci sta a cuore,per ripulirla e riqualificarla..ricordo l’anno scorso il bel lavoro fatto con la spiaggia di Capocotta sul litorale laziale. Ecco dove suggerire quella di quest’anno http://www.coronasavethebeach.org/it/sube-tu-playa/ si vince un bel viaggetto per due in Messico

  2. SARA venerdì 9 luglio 2010 / 12:33

    bene qualcuno che si occupi dell’ambiente!!ottimo sarebbero loro da premiare.

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