Dove andare a vivere per avere “opportunità”? – Come rimediare alla bruttezza della “periferia diffusa”, dei paesi lungo le strade e anonimi? Il LUOGO e l’ABITARE, elementi strategici di una vita innovativa e creativa

Piazza dei Signori a Padova – “Io penso che se siamo fatti di qualcosa, noi umani, siamo carne e geografia. Siamo definiti da luoghi che ci hanno cresciuto, impariamo a muoverci nel mondo a partire da un orientamento che ha che fare con quell’andare su e giù per il corso a far vasche, che identifica nei limiti della nostra città il cerchio che andremo ampliando in vita ma che resterà come unità di misura dentro di noi. È una fortuna straordinaria essere cresciuti in una città che è divenuta nostra e che abbiamo ereditato, o che abbiamo conquistato negli anni, affezionandoci ad essa” – Franco La Cecla, antropologo

   “Se nasci in un paese piccolo sei fregato”: è una frase estrapolata a uno degli analisti più profondi e attenti della trasformazione antropologica che l’uomo (occidentale, e da esso tutto il pianeta) ha subìto nel ‘900; ci riferiamo a Pierpaolo Pasolini (lui parlava di genocidio culturale, l’abbandono in pochi anni di una millenaria civiltà contadina per sostituirla con una esclusivamente edonista, consumistica). Noi non sappiamo se nascere in un paese o in una grande città sia meglio o peggio. Banalmente verrebbe da dire che la possibilità di nascere e vivere in una città di medie (anche piccole) dimensioni, magari bella con le sue piazze (seppur ora in crisi di negozi essenziali, trasferiti nei centri commerciali…) è “la misura giusta”. I termini per stabilire la felicità di una persona passano per molti parametri, ma uno sicuramente di questi è il LUOGO dove si abita. E nella ricerca geografica e antropologica che in forma modesta tentiamo di portare avanti in questo blog, è per noi questo parametro (il “luogo” dove si vive) quello nel quale ci arrischiamo di dire qualcosa.

   Se Aristotele diceva che l’uomo ha costruito la città per ricercare la felicità, il diffuso vivere in luoghi spesso anonimi e tristi, non è una bella prospettiva di raggiunta felicità. Ma il tema vero forse è un altro. Cioè tentare di vedere l’adeguatezza di un luogo a una “vita di felicità” cercando un elemento ben identificabile. E questo elemento potrebbe essere quello di misurare le OPPORTUNITA’ che un posto offre per le giovani generazioni (i bambini, i ragazzi…. cioè in primis quelle persone che sono in fase di crescita e formazione, e si preparano ad essere protagoniste attive nella vita).

   Creano “opportunità” i luoghi della “periferia diffusa” veneta? (“periferia diffusa”: come la chiama lo scrittore Vitaliano Trevisan nel suo ultimo libro che qui di seguito recensiamo, e non la chiama invece come si usa fare “città diffusa”, termine troppo nobile per luoghi che nobili lo sono pochino…)?  Noi pensiamo che i luoghi della periferia diffusa sono ancora ricchi ed attivi,  e pertanto positivi per l’economia che ancora riescono a sviluppare (con il senso del limite che anche nel benessere economico in questi ultimi tempi appare…), ma sono profondamente in crisi sul tema delle “OPPORTUNITA’” offerte ai giovani: possibilità di incontri, relazioni, di studio, di innovazione, ricerca, di divertimento positivo…

   Allora negli articoli che qui vi proponiamo cerchiamo elementi geografici e urbanistici, per capire dove si potrebbe andare a vivere, almeno in simulazione, per dare opportunità ai giovani, ai figli, alle generazioni che verranno… (prendiamo, in uno degli articoli, anche come base la città dell’Aquila, che deve essere ricostruita nel suo vero “senso di città”). Prospettiamo città medio-piccole in primis, ricche di arte e di cultura, ma anche di economia e di formazione scolastica…. E ancora meglio se città “di confine” tra culture diverse; lingue e tradizioni che si incrociano: niente di più ricco esiste per un bambino, un giovane, poter incontrarsi quotidianamente con “fenomeni culturali” multipli (lingue diverse, tradizioni e modi di vita…. anche nelle cose piccole quotidiane… cibi multietnici, musiche e libri diversi…. periferie magari una volta separate da paurose barriere e ora cui ci si può inoltrare con curiosità e attrazione…). Ma alla fine non sta qui la soluzione.

   Nel senso che quello da farsi non è invitare a proporre difficili trasferimenti lontano dal proprio luogo in crisi, ma la soluzione sta nel trasformare il proprio luogo creando appunto quel sistema di “opportunità” che esso non riesce oggi ad avere, e che altri luoghi (città, aree di confine tra culture diverse…) riesce bene ad esprimere (come luogo di sapere, di innovazione, istruzione, voglia di vivere…). Per questo insistiamo nel credere che luoghi ora un po’ abbandonati e obsoleti nei quali viviamo, riescano a “mettersi assieme” nelle loro comuni caratteristiche geomorfologiche, storiche, economiche… così da creare aree metropolitane cui “la crescita” non è data dal “costruire” (che lo abbiamo fatto fin troppo) ma nel produrre idee e iniziative comuni, preservando il “bene ambiente”, e creando quelle condizioni “attive” che portano ad allargare grandemente le opportunità delle persone (a partire dai giovani, dai bambini). Un po’ nella realizzazione, concretizzazione, di quel che diceva Italo Calvino nel suo libro “le città invisibili”, e cioè che le città sono una proiezione ad occhi aperti dei sogni dei propri abitanti”.

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I GIOVANI E LE CHANCE / L`ANALISI

AVERE 20 ANNI AD ATENE, ROMA O BERLINO? QUESTA E’ L’EUROPA DEI FIGLI E FIGLIASTRI

di Antonio Golini, da  “il Messaggero” del 30/4/2010

   Se una cicogna molto attenta e disponibile volesse scegliere, nel mondo, dove lasciare il suo fagottino per assicurargli le migliori condizioni di vita, allora dovrebbe scegliere l`Europa. Ma quale parte del nostro vecchio continente? Se si guardasse alla durata della vita allora l`Italia andrebbe benissimo, dal momento che nel nostro Paese l`aspettativa di vita di un neonato è fra le più alte del mondo intero; attualmente un neonato in Italia può aspettarsi di vivere in media poco meno di 79 anni e una neonata 84, ma in Spagna vivrebbero anche un po` di più.

   Se guardasse al reddito pro-capite, allora dovrebbe scegliere il Lussemburgo, dove il reddito vale 276 fatto uguale a 100 quello della Ue in complesso, però il Paese è piccolino assai e non è in grado di accogliere un gran numero di nuovi arrivi; e allora in seconda battuta dovrebbe scegliere la Germania che è forte, ricca e potente; oppure l`Irlanda dove però i dati del 2008 non avevano ancora segnalato la tempesta in arrivo.

   Se guardasse alla più elevata istruzione da assicurare al suo prezioso carico, allora il paese da scegliere è Cipro dove si ritrova la migliore e più adeguata preparazione post-universitaria, ma pienamente soddisfacenti sarebbero l`Irlanda o la Francia. Se, infine volesse assicurare la maggiore possibilità di lavoro, allora il posto dove atterrare è l`Olanda dove i giovani di 25-29 anni hanno ì] maggiore tasso di occupazione giovanile, addirittura l`87 per cento (mentre in Italia sono ufficialmente occupati nella misura del 61 per cento. ultimo posto nella Unione europea); ma hanno anche le maggiori probabilità di ritrovare un lavoro, laddove capitasse loro di perderlo.

   A questo punto la cicogna volerebbe smarrita alla ricerca di un posto dove fosse possibile assicurare al suo prezioso carico la felicità, una miscela miracolosa composta certamente di salute, dí reddito, di lavoro, dí istruzione, ma anche di bellezza paesaggistica, di cultura, di arte, di clima, di cucina e allora, con ogni probabilità, dovrebbe essere scelta una bellissima città italiana, dove però i giovani non hanno attualmente la vita più facile, o magari anche una splendida isola greca dell`Egeo, il che però in questo periodo costituirebbe un errore clamoroso.

   Quale sia la miscela della felicità nella vita è questione ancora misteriosa da tutti i punti di vista e quindi lo è pure dal punto di vista statistico, anche se su questo tema – la “filosofia della statistica” e la felicità da misurare con la statistica – si è esercitato già circa 200 anni fa uno studioso italiano Melchiorre Gioia e attualmente, sempre dal punto di vista statistico, si va esercitando Orse, la più autorevole organizzazione di ricerca di tutto il mondo sviluppato.

   E quindi la cicogna sarebbe smarrita già da un punto di vista sincronico, dal momento che la sua scelta sarebbe diversa a seconda dell`indicatore che ritenesse di privilegiare nell`oggi, ma più che mai lo sarebbe dal punto di vista diacronico, se cioè ritenesse di dover scegliere il luogo dover far vivere la creatura trasportata non solo in base alla situazione del momento, ma anche in base alle prospettive di vita.

   La scelta infatti non sarebbe certo facile, dal momento che noi in Europa e in particolare in Italia ci troviamo in una situazione un po` schizofrenica. Da un lato, dal punto dì vista individuale, come genitori investiamo sui figli il massimo dì energie emotive – dal momento che un figlio è oramai non più un evento subìto, ma quasi sempre il frutto di una scelta consapevole e d`amore – e quindi di aspettative e di energie fisiche, ma poi anche di risorse economiche e di risorse di tempo. E proprio per assicurare loro il massimo di benessere, inteso in senso lato, ma non soltanto per questo abbiamo, giustamente, ridotto il numero di figli, forse finanche in numero eccessivo.

   Non solo, ma anche come collettività l`investimento è enorme, sia in risorse sanitarie, per assicurare loro la massima sopravvivenza, sia in risorse educative, per assicurare loro la massima istruzione e cultura. Il risultato è che mai nella storia dell`umanità si sono avute leve di giovani così “ricche” in primo luogo di capitale sociale, ma anche di capitale propriamente detto in termini di beni durevoli e non durevoli.

   Dall`altro lato però, come società ci troviamo a dilapidare in non piccola parte questo capitale, considerando l`elevata disoccupazione giovanile, la frequente precarietà del lavoro per coloro che sono occupati, la mancanza di una solida prospettiva di lunga durata, il che spesso non consente ai giovani di progettare il futuro in termini di vita coniugale, di procreazione e quindi passaggio del testimone della vita, di professione.

   Ormai la disoccupazione generale ha toccato nel nostro Paese il valore dell`8,5 per cento ed è quindi disoccupato 1 lavoratore su 11, un po` meno che nell`insieme della Ue e degli Stati Uniti, il che almeno in termini comparativi è motivo di conforto, mentre a essere gravissima è la disoccupazione giovanile – dì coloro che si trovano in età dai 15 ai 25 anni e che, ovviamente, non sono studenti – arrivata ormai al 28,2 per cento. Sono proprio i più giovani a pagare il prezzo più pesante della crisi occupazionale che colpisce in particolare l`Occidente, proprio le persone che con i loro contratti flessibili e precari hanno prima largamente garantito la tenuta del mercato del lavoro e della produzione e che ora senza protezioni particolarmente forti sono i più esposti alla disoccupazione.

   E questo nonostante che i giovani siano fortemente calati negli ultimi anni a causa della ben nota forte denatalità che caratterizza da molto tempo il nostro Paese; fra il 1999 e il 2009 infatti i giovani di 15-24 anni sono diminuiti, nonostante la consistente immigrazione straniera, di ben 2 milioni circa per arrivare agli attuali 6 milioni, mentre nei prossimi 10 anni dovrebbe aversi un`ulteriore riduzione di 500 mila persone.

   Nonostante si abbia quindi un capitale umano in forte riduzione, non riusciamo a trovar loro piena occupazione, evidentemente sia perché dal punto di vista quantitativo il numero di posti di lavoro disponibili non è sufficiente a coprire la relativamente ridotta offerta di lavoratori, sia perché dal punto di vista qualitativo il tipo di posti di lavoro disponibili non è in grado di attirare nel lavoro un maggior numero di giovani che risultano così essere scoraggiati, preferendo magari proseguire un percorso scolastico per inerzia piuttosto che per convinzione oppure ancora restando intollerabilmente inattivi senza lavorare e senza studiare.

   L`Italia, e in generale l`Europa, non può permettersi un tale straordinario spreco di risorse, che procura guasti individuali e collettivi. Anche perché a tutto questo si aggiunge l`enorme pressione demografica, economica e sociale che viene dalla sterminata massa di giovani dei paesi in via di sviluppo. Da un lato bisogna che gli adulti strutturino una società più a misura di giovani e dall`altro bisogna che i giovani stessi facciano sentire di più la loro presenza e la loro voce, senza che si adagino troppo sulla sussistenza che comunque viene loro assicurata e sul “patrimonio” che comunque i genitori hanno accumulato per loro.

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VIVA LA VITA SUI CONFINI

di Andrzej Stasiuk (scrittore, giornalista e critico letterario polacco)

Slovacchia, Ungheria, Ucraina. Passi le frontiere. Cambia tutto? In realtà nulla cambia

da “l’Espresso” del 31/7/2008

   Il petrolio è sempre più caro, ma io non mi arrendo e a volte mi metto in macchina solo per muovermi, senza uno scopo speciale. È cominciata l’estate e ogni viaggio sembra la partenza per le vacanze. Anche se partiamo la mattina e torniamo per pranzo. Dal finestrino aperto entra l’aria calda. Il verde ha perduto la freschezza primaverile. È scuro e getta un’ombra pesante. Ci si può fermare in piena campagna a mezzogiorno e ascoltare come nell’aria immobile stridono assordanti gli insetti.
   È quel che ho fatto qualche giorno fa nella Slovacchia di sud-est, in un punto dove si incrociano le frontiere di Ungheria e Ucraina. È una terra di pianure e paludi, poiché oltre alle frontiere vi si incontrano anche i fiumi: lo Uh, il Laborec, il Latorica, che facendo confluire le proprie acque danno vita al Bodrog. Ma dalla pianura umida intersecata di piccoli argini, dove si innalzano qua e là gruppi di pioppi, si apre la vista sulle vicine alture di Zemplin.
   I verdi coni vulcanici hanno forme dalla geometria perfetta. Li circonda la nebbia azzurra della calura. Sulle loro pendici si coltiva l’uva di Tokaj, sia dalla parte slovacca che da quella ungherese della frontiera. Probabilmente è lo stesso anche dal lato ucraino, ma l’Ucraina è accerchiata da una nuova cortina di ferro, è circondata da un’alta muraglia politica ed è chiusa con le dieci mandate della paura europea. Un anno fa ho passato dieci ore in fila al punto di frontiera slovacco-ucraino. Dunque possiamo solo immaginarci il sapore del vino dei Carpazi ucraini.
   Dalla Slovacchia in Ungheria però ora si può passare ovunque, attraverso i campi, seguendo i sentieri, e solo le indicazioni stradali con i nomi dei villaggi o le targhe delle automobili ci fanno capire che siamo già in un altro paese. Questa lenta escursione lungo la linea di frontiera sembra un po’ un sogno, una fantasticheria. Oltrepassiamo il confine e in apparenza nulla cambia, e al tempo stesso cambia tutto. È un varco che, da quando lo Stato ha smesso di controllarlo, per un qualche verso si è trasformato in una questione privata del viandante, in un’esperienza personale del viaggiatore. Io amo molto le frontiere, soprattutto quelle non controllate.
   Non riesco neanche a immaginare di poter vivere e abitare senza avere accanto un confine, senza poterlo oltrepassare in qualsiasi momento. Salgo in macchina e un attimo dopo sono già altrove. Persino i supermercati Tesco o Hypernova – in apparenza sovranazionali e globalizzati – cedono al diktat delle frontiere. Basta entrare nel reparto dei vini, basta guardarsi intorno in quello dei salumi. Solo in Slovacchia e in nessun altro paese si può comprare il lardo affumicato alto cinque centimetri. Solo in Ungheria troviamo il salame piccante e rosso che, come il vino, con il passare del tempo acquista un sapore migliore.
   La differenza e la varietà dei paesaggi, dei sapori, delle lingue costituisce la ricchezza di questo lembo di continente. Nei villaggi stanno una accanto all’altra le chiese di tre confessioni religiose. Cattolici, uniati e protestanti sono buoni vicini di casa. La lingua slovacca fluisce nell’ungherese e nel ruteno, che è una variante dell’ucraino. Le frontiere etniche, linguistiche e religiose non corrispondono a quelle statali e perciò questa terra diventa ancora più indefinibile, incerta, attraente. Se poniamo abbastanza attenzione, nei sobborghi dei villaggi riusciamo a scorgere i cimiteri ebraici. E se siamo fortunati, ci possiamo imbattere nei nomadi zingari in automobili sfasciate in viaggio chissà verso dove, oltre il tempo, oltre la cultura europea, in viaggio nel loro mondo, a noi inaccessibile.
   È qui che ha inizio la Grande Pianura Ungherese con la sua malinconia, le mandrie di bovini dalle grandi corna e l’aria fremente dalla calura, che va a comporre fate morgane di città inesistenti. È qui, su una delle alture sul fiume Bodrog, che doveva essere sepolto lmos, il padre di Arpád, il fondatore della patria magiara. A dir la verità è solo una leggenda, ma una leggenda che ci consente di guardare attraverso il paesaggio attuale e distinguervi i guerrieri magiari a cavallo, armati di archi e di scudi rotondi. Possiamo immaginare l’arrivo dei nomadi della steppa che avevano deciso di diventare europei, indifferenti alla propria solitudine fra le altre tribù europee, legate l’una all’altra da parentele slave o germaniche.
   È proprio per voi, Signori, che traccio questa descrizione un po’ idealizzata. Non vi recherete di certo mai in questi luoghi, e mi permetto quindi una sorta di cartolina dalle vacanze. I miei migliori saluti dall’incrocio di tre linee di confine. (Andrzej Stasiuk) – traduzione di Laura Quercioli Mincer

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IL BENESSERE NON SI MISURA SOLO CON IL PIL

di Francesco Signoretta, da “Il Secolo d’Italia” del 15/1/2010

– Tremonti: esistono anche cibo, cultura, bellezza e ambiente – Fini: il dato economico va integrato con altri indicatori –    

   Quei numeri con il “più” o il “meno”, per molti oggetto misterioso, per altri cifre che fanno da termometro allo stato di salute del Paese, ma solo con una logica matematica, sono troppo freddi. C`è qualcosa che non va, il Pil va ripensato, non fotografa bene l`Italia che è anche altro, meglio guardare al modello Sarkozy. Parola di Giulio Tremonti, che parla al convegno organizzato dall`Aspen Institute, dall`Istat e dall`Ocse proprio sui meccanismi che partoriscono quella strana creatura chiamata “Prodotto interno lordo”. I numeri non sono tutto, non spiegano in toto la realtà che viviamo.

   C`è la buona cucina, c`è la voglia di divertirsi. I riflettori sono accesi, in particolare, sul fatto che il sistema di calcolo non distingue tra gli investimenti positivi e negativi, finendo per mettere sullo stesso piano le spese fatte dai cittadini per il loro benessere e quelle delle ospedalizzazioni o per riparare i danni. E sul tavolo i risvolti legati al lavoro della commissione Stiglitz, istituita in Francia, secondo cui è necessario affiancare alla misurazione del Pil, basata sulla produzione, anche fattori come la distribuzione del reddito, la salute e i consumi.

   «C`è un legame – dice il segretario generale dell`Ocse, Pier Paolo Padoan – tra la misura, la conoscenza dei problemi e le politiche conseguenti. Quello che sta accadendo in questi mesi, il rinnovato interesse per la misura del progresso, può essere un`occasione per migliorare la politica. Una misura sbagliata può indurre a politiche sbagliate». Parole chiarissime che Padoan spiega meglio ricorrendo all`esempio della sanità.

   «Costa moltissimo – rileva – ma noi stiamo meglio? Le statistiche misurano il numero di letti negli ospedali, il numero dei medici, ma alla fine noi vogliamo sapere se stiamo meglio o no. E per questo, magari, sarebbe più opportuno capire le cause del decesso». Considerazioni che fanno dire a Tremonti che una riflessione è d`obbligo: «Le stime di un Paese – rileva – si costruiscono soprattutto sul Pil, Una misura giusta, ma ci sono elementi come qualità della vita e globalizzazione di cui bisogna tenere conto. Se nel Pil entrassero anche il cibo, la cultura, la bellezza e l`ambiente l`Italia conquisterebbe un imbarazzante primo posto. Purtroppo non è così» e questo finisce per essere un problema reale. Tanto che Sarkozy se ne sta già interessando e si interroga sulla necessità di un indicatore che «catturi pienamente la realtà dell`economia nazionale».

   In una moderna società il dato economico non è tutto. «È giusto – rileva Gianfranco Fini – prenderlo in considerazione, ma i dati con cui si misura il Pil vanno integrati con altri indicatori, senza cadere nella tentazione di archiviare il Prodotto interno lordo. Un conto è integrarlo, un altro sostenere che il suo calcolo non serve più». Al convegno dell`Aspen la terza carica dello Stato invita «a non sottovalutare il rischio concreto che l`eventuale messa in discussione del Pil, della quantificazione e della produzione della ricchezza, diventi un alibi per i Paesi a economia matura o stagnante per nascondere le difficoltà e per non promuovere quella innovazione indispensabile per essi come per i Paesi emergenti».

   Al lavoro, dunque, ma attenti a fare in modo che con l`acqua sporca non venga buttato via anche il bambino. Le statistiche hanno sicuramente una loro funzione ed è necessario che i cittadini abbiano fiducia in quello che cifre rappresentano. «Credo, invece – dice Fini che il livello di affidabilità dei dati ufficiali abbia registrato un decremento di fiducia da parte delle pubbliche opinioni. E il momento più forte di questo disallineamento, tra statistiche e percezione largamente diffusa, si è avuto con il rialzo dei prezzi che ha fatto seguito all`introduzione dell`euro».

   Tremonti trae le conclusioni e rileva che «il Pil non è un limite, ma un punto su cui riflettere dal momento che è stato inventato prima della globalizzazione. Non a caso si parla di un prodotto sostanzialmente “interno”», mentre esiste una realtà in cui «se chiedete in un`assemblea di imprenditori se c`è qualcuno che fa riferimento a una holding straniera quasi tutti alzeranno la mano». Da qui il problema proprietario, di chi consegue utili e poi li trasferisce all`estero, cui si accompagna un problema produttivo che nel nostro Paese riguarda «una gamma molto vasta di prodotti».

   Un conto è parlare della Finlandia, dove la Nokía fa da asso pigliatutto, un altro è essere un Paese con duemila o tremila prodotti come il nostro. «Si può calcolare quantità e prezzo – sostiene Tremonti – ma mi sembra che sfugga la rilevanza della qualità che pure è un pezzo della ricchezza prodotta da un Paese».

   Enrico Giovannini, presidente dell`Istat, scende nel reale e snocciola qualche cifra. Negli ultimi dieci anni in Italia la ricchezza a disposizione delle famiglie e delle piccole imprese a carattere familiare è diminuita mentre è quasi raddoppiata quella andata alle società finanziarie e addirittura triplicata quella finita all`estero (profitti di multinazionali e redditi di immigrati).

   Tremonti ha il quadro complessivo della situazione e sottolinea che «la realtà che si vede andando in giro non è quella che risulta dai numeri». Tutto deve essere tarato sulla base delle nuove necessità del Paese.  Lo stesso sistema di Welfare, così com`è stato pensato, ha fatto il suo tempo e Fini invita a «ripensarlo perché oggi è molto incentrato sulle garanzie e pochissimo sulle opportunità».

   Uno stato di cose che rischia di costituire un vincolo importante per lo sviluppo del Paese, «se è vero che la sfida del futuro dell`economia globale si giocherà sull`innovazione, sull`eccellenza, sul sapere, sulla scienza e sull`istruzione dei giovani, perché su questo si misurerà il livello di competitività di un Paese». (Francesco Signoretta)

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Partire da casi concreti – il caso DELL’AQUILA e della sua ricostruzione

Il modello di Renzo Piano:

‘COSI’ UNA CITTA’ TORNA A VIVERE’

di FRANCO LA CECLA, da “la Repubblica” dell’8/4/2010

   È Renzo Piano che mi racconta una storia che lo ha impressionato. Nel centro storico dell’Aquila c’è un solo caffè aperto, il Nurzia, ma è il punto di riferimento di chi è stato sfollato anche cento chilometri più in là. Perché venirsi a prendere un caffè qui significa mantenere il contatto con la città, con la propria città. Me lo racconta perché è parecchio tempo che lo inseguo per chiedergli come pensa si debba ricostruire.

   Lui è restio a parlarne, ma adesso, mi dice, può esprimersi un po’ più nel merito perché Claudio Abbado gli ha proposto di offrire agli aquilani, con i soldi della Provincia di Trento, un auditorium subito fuori le mura, tra il Castello e porta Castello. Precisa che è una piccola cosa di fronte alla grande avventura della ricostruzione, che è un lavoro a titolo del tutto gratuito e che non toglie alcuna delle risorse in loco.

   E che però ha un significato importante. È un esempio di come si può ricominciare da subito a ricostruire il centro con materiali leggeri, poco costosi, antisismici. Piano insiste: «una città non è un insieme di case, c’è qualcosa di talmente prezioso nel tessuto vitale di una città che non lo si può cancellare con un colpo di spugna». Non è che le case prefabbricate costruite dalla Protezione Civile siano un errore, andavano fatte, dice, ma sono costruzioni in un nulla urbano, sono piazzate su una zona a vocazione agricola.

   Non ci si può aspettare da queste case una rinascita. Ricostruire significa qualcosa di differente. La prima cosa da ricostruire è l’attaccamento delle persone alla propria storia in un luogo. Il pericolo è dimenticare che l’Aquila è un posto in cui esiste una storia personale e collettiva di identificazione con angoli, mura, luci, tramonti, vento, cani, montagne da sfondo, sapori di cibo, accenti di lingua, maniere di salutarsi.

   Gli dico che io penso che se siamo fatti di qualcosa, noi umani, siamo carne e geografia. Siamo definiti da luoghi che ci hanno cresciuto, impariamo a muoverci nel mondo a partire da un orientamento che ha che fare con quell’andare su e giù per il corso a far vasche, che identifica nei limiti della nostra città il cerchio che andremo ampliando in vita ma che resterà come unità di misura dentro di noi. È una fortuna straordinaria essere cresciuti in una città che è divenuta nostra e che abbiamo ereditato, o che abbiamo conquistato negli anni, affezionandoci ad essa.

   Per questo i terremoti possono cancellare una città solo se cancellano la voglia degli abitanti di riaverla, di rimetterla a posto, di rifarsi rifacendola. Ci sono magnifiche storie di comunità di rifugiati che hanno ricostruito la propria mappa mentale altrove, anche a migliaia di chilometri di distanza. Sono anche storie nostre. Quel terremoto che è stato per l’Italia l’emigrazione ha significato ricostruire i centri storici italiani come ” little italies” nel ventre di altri mondi.

   E oggi a Hong Kong le filippine emigrate come colf rifanno i propri villaggi una volta alla settimana sotto la hall della Hong Kong Bank dell’architetto Foster, con la cucina fumante, i saloni di coiffeur, la danza, il karaoke, i giochi dei bambini. Renzo mi ricorda che negli anni ’80 aveva lanciato ad Otranto un esperimento di partecipazione degli abitanti nella ricostruzione del proprio centro storico. Sotto un tendone aveva raccontato che si poteva restaurare da subito con cantieri aperti, materiali leggeri, senza cacciare via gli abitanti dalle proprie case mentre queste venivano restaurate. È la stessa cosa che pensa per l’ Aquila.

   L’auditorium con la piazza antistante deve servire anzitutto ad una popolazione che non ha più piazze, spazi per riunirsi e deve essere usata come “sportello” informativo per gli architetti, le imprese locali e gli abitanti. Renzo sa che alla base del movimento delle carriole c’è il costituirsi di consorzi di proprietari per cominciare da subito ad impiantare cantieri di vicinato. Sa quanto sia importante spiegare che esistono materiali e tecniche leggere ed agevoli; l’auditorium sarà costruito in pannelli di legno che resistono ad un terremoto della scala superiore di quello tragico di un anno fa.

   Quando gli chiedo se se la sentirebbe di proporre un piano di ricostruzione mi risponde che non ce n’è bisogno. Si perderebbe solo tempo, due tre anni e nel frattempo si perderebbe l’energia magnifica degli abitanti, la loro mappa mentale vivente, la rete di relazioni che consente che siano loro, gli abitanti la maggiore risorsa economica della ricostruzione. Dice che ci sono architetti venuti dal Friuli e dall’Austria, ma anche locali e giovani e comitati che stanno facendo un lavoro magnifico.

   C’è solo bisogno che queste energie non vengano frustrate, che vengano agevolate, mentre oggi ai proprietari nel centro storico viene perfino imposto di ricomprarsi le puntellature fatte da agenzie incaricate dalla Protezione Civile in cambio di una prelazione sulla ricostruzione. L’ importante è che l’effetto città, lo sdegno degli abitanti di fronte all’annullamento del proprio orizzonte di vita abbia lo spazio per diventare progetto quotidiano, minuto.

   Basta cominciare e un cantiere darà l’esempio a quello accanto, fuggendo la logica folle tipicamente italiana dell’assistenza e dei borghi fantasma del Belice. Si possono ricostruire le case come erano, perché il legno consente ogni tipo di intonaco e di modellatura e se non è il legno saranno altri materiali come le pietre rese antisismiche dalle casseforme inventate per la ricostruzione del Friuli. Come ci aveva insegnato l’Italo Calvino delle città invisibili le città sono una proiezione ad occhi aperti dei sogni dei propri abitanti. Per questo possono sempre rinascere. – FRANCO LA CECLA

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libri

IL NOSTRO VENETO. MACCHE’ LOCOMOTIVA: E’ UNA BETONIERA

di Nicolò Menniti-Ippolito, da “la Tribuna di Treviso” del 16/6/2010

   È un libro molto personale quello che ha scritto Vitaliano Trevisan. Perché “Tristissimi giardini” (Laterza, pag.176, 10 euro) è sì una indagine sul nordest d’Italia, ma una indagine che non ha nulla del giornalistico, nulla del saggistico puro: è una indagine su un territorio ma a partire dal proprio corpo, dalla propria vita, dalla propria casa, dalla propria strada, dal proprio paese.

   Non c’è uno sguardo da fuori, ma un raccontare vivo, da dentro. «Avrei fatto fatica – dice lo scrittore – a tirarmi fuori da questa storia, io ne sono responsabile in proprio come gli altri, non mi andava di fare il predicatore e il moralista».  

   Questa storia è la storia di un Veneto diverso da quello che viene raccontato e Trevisan rinnova i termini, le immagini, fa una sorta di pulizia etimologica. «Continuare a parlare di città diffusa – dice – è del tutto fuorviante. Col termine città, almeno in Europa, ci si riferisce a qualcosa di chiuso che per sua natura non può espandersi. Il Veneto è invece una periferia diffusa. Certo, parlare di città diffusa è più rassicurante, più elegante, ma crea confusione. Viviamo in una grande periferia policentrica che si pensa ancora come un reticolo di piccole città».  

   Si parte dunque dall’urbanistica, ed anche questo è un dato personale. «Io ho cominciato studiando architettura – dice Trevisan – e per molti anni ho lavorato in uno studio, in cui ho potuto non solo leggere molto, ma anche confrontarmi con chi di queste cose ne sapeva più di me come Rafael Moneo. Anche negli ambienti specialistici però la terminologia finisce per essere imprecisa». Ma l’analisi dello scrittore va oltre questo. «Si dice spesso – continua – che il Veneto è la locomotiva trainante dell’economia italiana. Mentre scrivevo mi è venuto in mente che è invece una betoniera che continua a rimestare, mentre percorre sempre le stesse strade».  

   Quella di Trevisan è una metafora ma non solo. Allude ad una economia che tende continuamente a lavorare su sè stessa fino all’autoconsunzione, ma anche, materialmente, all’instancabile costruire. «Leggevo anche oggi i dati su quanto ha costruito il Veneto di Galan. Sono dati impressionanti, ma il problema vero è che ormai gli spazi non esistono più, che il territorio è stato tutto mangiato ed è impensabile andare avanti così. La Spagna ha retto il suo boom economico sulla edilizia ed oggi ne paga le conseguenze, il Veneto ha frazionato, edificato, congestionato, oggi è saturo».

   E per Trevisan non è un dato solo fisico, è anche un dato psicologico. «Forse all’inizio non ne ero consapevole, ma il mio stesso scrivere è nato dal sentire questa congestione intorno a me».  Eppure Trevisan non è un pessimista nostalgico come Zanzotto, è un pessimista oggettivo, razionale. «Mi fa un po’ ridere quando si parla di tornare alla natura. I contadini come mio padre odiavano la natura, si commuovevano quando vedevano le lottizzazioni, perché per loro la natura era ostile. Quel Veneto non era come lo descrivono molti scrittori: ed oggi, poi, a quale natura bisognerebbe tornare se non ce ne è più?».

   E’ dunque un Veneto meno edulcorato, ma anche meno stereotipato quello che racconta Trevisan. «Il Veneto – dice – è ancora un luogo diverso dal resto dell’Italia. Quando si parla di me si dice sempre scrittore vicentino, mentre non lo si dice di un casertano. Ed è innegabile che sia comodo, anche politicamente, parlare male del Veneto, per questo ho cercato di non farlo. Però forse c’è anche la voglia di provare a capire cosa succede qui. Forse la Laterza che mi ha chiesto di scrivere questo libro si aspettava qualcosa di più leggero, ma per me non esistono libri diversi dagli altri, e questo è anche stilisticamente il libro che oggi mi sentivo di scrivere». – (Nicolò Menniti-Ippolito)

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LE MILLE LUCI DI NEW YORK

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 26/5/2010

NEW YORK – “Agrypnia excitata” è la definizione clinica di una patologia genetica: i suoi sintomi sono l’insonnia unita a una anomala energia nervosa, uno stato di ipertensione, e “la sensazione che stai realizzando sogni ad occhi aperti”. Un sonnabulismo frenetico e creativo. Per un individuo non c’ è alcun dubbio: è una malattia.

   Ma se è una intera metropoli ad esserne affetta, allora diventa un prodigio, un’estasi, una voluttà. Manhattan soffre senza alcun dubbio di “agrypnia excitata”. Nella celebre canzone del film omonimo, New York New York, immortalata da Liza Minnelli e da Frank Sinatra, è The City That Never Sleeps, la città che non dorme mai.

   Le notti di Manhattan sono dense, nervose, meravigliose, estenuanti come le sue giornate. Tutto è possibile, tutto è consentito ad ogni ora della notte, nel cuore sovreccitato della Grande Mela, illuminata a giorno da grattacieli che non badano al risparmio energetico. E’ una vecchia storia, in fondo. Nel 1959 il 32enne disc-jockey Peter Tripp passò alla storia perché in una discoteca con vetrina su Times Square lanciò una sfida epica: stare sveglio per 201 ore consecutive, inondando di musica nostop il cuore palpitante di Broadway.

   L’ America intera seguì la sua impresa, i curiosi si accalcavano davanti al suo locale per vedere quel matto scatenato. Times Square era già allora un luogo speciale, dai ritmi assurdi per il resto del mondo, il centro universale delle pubblicità “al neon” (oggi sostituite con raggi laser e ben altre energie luminose proiettate verso la stratosfera). Tripp sfidò le leggi della resistenza fisica, stravolse i confini naturali tra la luce e l’oscurità, tra veglia e sonno, quei ritmi che dovrebbero regolare l’esistenza di noi animali diurni.

   Le cronache ricordano che al termine della sua maratona musicale il disc-jockey dormì per 13 ore consecutive (appena), si svegliò chiedendo uova fritte, bacon e una copia fresca del New York Times. Oggi chi gli farebbe più caso?

   La “sleep deprivation“, quella carenza forzata di sonno che è stata usata dai torturatori di Guantanamo, per Manhattan è la normalità. Il New York Times ha un blog apposito, “All-Nighters”, dove i lettori insonni raccontano come trascorrono le loro notti. E nulla è banale. Scordatevi la movida di Madrid e Buenos Aires, non c’è gara. Scordatevi i quartieri a luci rosse di Hong Kong e Manila, le discoteche-centri massaggio-bordelli 24 ore su 24. Banalità. Manhattan offre tutto questo e di più, molto di più.

   L’ora in cui una massa umana indescrivibile sciama fuori dai teatri e dai musical di Broadway (e di off-Broadway, e off-offBroadway), e resta abbagliata dall’illuminazione di Times Square: quello è solo il preludio dell’ inizio. E’ il momento in cui i profani, già sazi della offerta di spettacolo, scoprono che lì la vita vera sta solo per cominciare. I locali musicali dove il jazz o il blues cominciano a mezzanotte come il Village Vanguard, The Stone, Smoke, Zinc Bar, sono un intermezzo rispettabile per addentrarsi nella notte vera.

   La peculiarità di Manhattan non sta solo nel ritmo incessante dell’entertainment. In nessun’altra parte del mondo ci sono così tanti ristoranti aperti tutta notte, e non solo le catene dei “diners”, le steakhouse e i Five Napkins Hamburger. E’ ancora più newyorchese andare in cerca del re dei falafel, del decano degli sheesh-kebab: indiani, pachistani, bengalesi, libanesi che presidiano i marciapiedi coi loro baracchini mobili da cui si innalzano colonne di fumo e di aromi inebrianti.

   Ognuno di quegli ambulanti ha la sua clientela di nottambuli affezionati: le lunghe code che si formano a questo o quell’angolo della Quinta o della Settima Strada dall’una alle quattro vi segnalano la mutevole classifica dei veri gourmet, una guida Zagat aggiornata costantemente per tenere il passo con le novità dell’alta cucina da piastra rovente nell’alta giungla d’asfalto. Ma siamo ancora alle ovvietà: divertirsi, ascoltare musica, bere, mangiare, ballare in discoteca.

   Manhattan by night è molto più di questo. E’ un luogo dove tutto, davvero tutto, è possibile a qualsiasi ora. Catene di fitness-club come Equinox sono frequentate da fanatici del tapis roulant che si allenano come ossessi alle tre, alle quattro di notte, fanno venti miglia di addestramento alla maratona sudando in palestra sotto un’illuminazione da Capodanno del Millennio. Naturalmente anche da Equinox sei sempre esposto in vetrina, perché tutta la vita notturna da Manhattan è spettacolo in pubblico, è una fatica condivisa, un rito collettivo.

   Anche il gesto più banale della vita quotidiana, fare la spesa, si compie come fosse normale anche alle due o alle cinque del mattino: l’intera città è presidiata dai Duane Reade, i drugstore aperti 24 ore su 24 che l’inesperto turista europeo scambia per farmacie. Sono in realtà degli ipermercati (i reparti più vasti sono sotterranei): lattee cereali, pasta e pelati, detersivi o shampoo, pretzel o lasagne surgelate, perché non dovreste averne bisogno quando il resto del pianeta dorme? Le prime luci dell’ alba sono precedute da un esercito di jogger, che corrono a Central Park e perfino sulla High Line, l’antica ferrovia sopraelevata trasformata in un giardino pensile con splendida vista aurorale sull’ Hudsone la costa del New Jersey.

   Mentre i treni dei pendolari rovesciano da Grand Central Station un esercito di trader pronti a invadere Wall Street per perpetrare disastri finanziari globali, i banchieri in gessato incrociano il popolo insonne che si ritira lentamente, con riluttanza. Nei giardini pubblici di notte ci sono panchine riservate ai club di lettori; qualche anima generosa lascia sempre giornali, libri, riviste per questi nottambuli della cultura. L’ insonnia edonistica di Manhattan forse è uno dei sintomi dell’ ultimo stadio di una decadenza imperiale.

   Come Berlino e Vienna negli anni Trenta, come Parigi e Londra negli anni Sessanta, come le stelle morenti che allargano i loro bagliori a milioni di anni luce, nel luccichìo permanente si consuma l’ultima vitalità di una civiltà che ha sprigionato il meglio di sè e non accetta nostalgie. New York non può arrendersi all’oscurità, perché solo se gli occhi restano sempre aperti il sogno sembra non finire mai. (Federico Rampini)

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One thought on “Dove andare a vivere per avere “opportunità”? – Come rimediare alla bruttezza della “periferia diffusa”, dei paesi lungo le strade e anonimi? Il LUOGO e l’ABITARE, elementi strategici di una vita innovativa e creativa

  1. erik mercoledì 18 maggio 2011 / 20:55

    vorrei cercare un lavoro all’estero definitivo,voglio cambiar vita,qualcuno mi puo’ aiutare?

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