RIFUGIATI POLITICI, profughi, clandestini: parole che si incrociano nell’unico significato di un mondo “villaggio globale” ma fuori controllo, dove sottosviluppo e guerre crescono anziché diminuire (il caso dei PRIGIONIERI ERITREI in LIBIA)

   Il 20 giugno scorso si è celebrata la Giornata Mondiale del Rifugiato. Una delle tante ricorrenze, che però non dobbiamo solo vedere come un po’ inutili (il giorno dopo ci si dimentica…): in questo caso (dei rifugiati) è un’occasione, pur in tempi non del tutto felici (e proprio per questo), per un “allargamento” politico, culturale, di sensibilizzazione, oltre gli addetti ai lavori, dei temi che riguardano gli spostamenti planetari di persone perseguitate nel loro paese di origine.

   Pertanto “immigrazione clandestina” e “gente che fugge per motivi politici”. Tema forte del nostro Paese è ora più che mai la modalità adottata (cioè di affidarsi alla Libia) per i respingimenti, di chi arriva dall’Africa (ma notizia delle ultime ore è che il “canale migratorio clandestino” da Sud, dall’Africa, ora sembra evitare la Libia e passare per l’Algeria… E stringere un accordo con la Libia (da parte dell’Italia) per fermare la migrazione clandestina (e di chi fugge dal proprio Paese per motivi di persecuzione politica) porta ad avere dei dubbi sui metodi “umanitari” che quel Paese adotta. E da ultimo proprio in Libia c’è stato l’episodio (non rassicurante) della chiusura (imposta dalle autorità libiche il 10 giugno scorso) dell`ufficio dell`agenzia Onu per i rifugiati a Tripoli.

   Ma il fatto di cui vogliamo parlarvi e che sta accadendo in questi giorni, in Libia, è una “cronaca da un inferno”. L’inferno del carcere di Brak, nel Sud della Libia dove sono stati deportati oltre 200 eritrei provenienti dal Centro di detenzione di Misratah (dove ci sono ancora una parte di loro: 32 uomini, 13 donne, 7 bambini, alcuni dei quali neonati). 245 immigrati eritrei trasferiti a forza da Misaratah a Brak – oltre mille chilometri di distanza – ammassati come bestie in 2 container di ferro, in condizioni inumane e degradanti per l’alta temperatura, il sovraffollamento, la mancanza d’aria. E che ora sono in balìa di quel che decideranno i libici, aggravando di ora in ora le loro condizioni fisiche (potete leggere i primi tre articoli che qui riportiamo).

   Ogni eritreo che attraversa il mare ha in Italia un parente che lo aspetta. Il legame con l’Italia che il popolo eritreo ha è culturalmente, nelle tradiizoni, nella conoscenza della nostra lingua, molto forte (L’Eritrea fu la prima colonia italiana in Africa e vi si insediarono coloni italiani fin dalla fine dell’Ottocento, specialmente nel capoluogo Massaua che arrivò ad avere nel 1939 una popolazione di 58.000 italiani su un totale di 93.000 abitanti; poi Il dominio coloniale italiano restò fino alla sconfitta italiana in Africa nel 1941 da parte dei Britannici) (è evidente che noi italiani abbiamo un debito morale molto forte con quel Paese e la sua gente). E questi 245 eritrei ora in carcere in Libia, fanno tornare il ricordo del dramma dei 77 eritrei lasciati morire al largo di Malta nell’agosto del 2009, dopo 23 giorni passati alla deriva senza ricevere soccorso da nessuno.

   Una geografia in perenne evoluzione quella degli sfollati e rifugiati che nelle aree più martoriate del pianeta cercano quotidianamente scampo da conflitti, persecuzioni e altre situazioni di vita insopportabili. In questo momento, tra i tanti esempi possibili, viene in mente il Kirghizistan, dove il fiume degli sfollati che cercano riparo dalle violenze in corso ha già superato, secondo l’Onu, le 400mila persone.

   Secondo l’annuale rapporto sintetico dell’Acnur (l’Alto commissariato Onu per i rifugiati), il numero di persone “sradicate” in modo violento dal suolo natale o comunque dalle aree abituali di residenza ha di nuovo raggiunto i peggiori livelli degli anni Novanta. Gli “sradicati” nel mondo erano nel 2009 almeno 43,3 milioni, di cui oltre 15 milioni i rifugiati. Una popolazione, cioè, paragonabile a quella dell’intera Spagna.

   Le più grandi diaspore di rifugiati restano quella afghana (quasi 2,9 milioni) e irachena (circa 1,8 milioni). Non sorprende, dunque, che i maggiori Paesi mondiali di destinazione siano i limitrofi: Pakistan, Iran e Siria, tutti oltre il tetto di 1 milione di rifugiati accolti. Nel 2009, solo per 251mila rifugiati si è aperta la strada di un ritorno in patria e nelle regioni d’origine.

   Il rapporto di Acnur sfata la visione ancora diffusa di masse incalcolabili di profughi tutti potenzialmente pronti a puntare verso i lontani Paesi ricchi occidentali. Solo in minima misura i viaggi e le aspirazioni di sfollati e rifugiati coprono un raggio intercontinentale: interessante è che il Sudafrica, ora all’attenzione per i mondiali di calcio, ha ricevuto l’anno scorso ben 222 mila richieste d’asilo o di protezione sotto lo status di rifugiato: ovvero, quasi un quarto del totale mondiale (922 mila).

   In Italia i rifugiati per motivi politici sono 55mila, e la maggior parte di essi si integrano nel nostro paese, assimilandosi come l’immigrazione che già c’è (fatta di 4 milioni di persone, il 7% della popolazione totale che vive sul suolo italico): fenomeni di multiculturalismo che si stanno diffondendo. Il fenomeno migratorio che sta interessando il mondo pare sia dato da meccanismi molteplici (la voglia di cercare il benessere e fuggire la miseria e la fame; ma a volte la necessità di scappare alle violenze e alle persecuzioni politiche…) che vanno governati uno a uno, spesso distintamente, con quell’autorevolezza che sembra mancare a un mondo in crisi di voglia di cambiare, che ancora rifiuta l’istituzione di un “governo mondiale”, e non riesce ad innovarsi pur conservando le proprie radici (rinchiudendosi in paure ancestrali e nell’immobilismo politico internazionale).

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LE MINACCE NEL LAGER “SE CI PROVATE DI NUOVO POSSIAMO AMMAZZARVI”

di Umberto de Giovannangeli, da l’Unità del 4/7/2010

   “Potete ritenervi fortunati. Se ci provate di nuovo, se osate protestare, vi ammazziamo legalmente. Per noi non è un problema…”. Il responsabile del lager di Brak li ha riuniti nella notte. Gli aguzzini in divisa hanno fatto la conta, e visto che c’erano hanno ripreso a manganellarli. Poi li hanno condotti in una sala attigua alla stanzetta fetida in cui da tre giorni sono rinchiusi in novanta. Non bastano le percosse. Non bastano il cibo e l’acqua centellinati; non basta aver negato qualsiasi cura medica a diciotto di loro feriti. Le torture sono anche psicologiche. E anch’esse lasciano il segno.

   Cronaca da un inferno. L’inferno del carcere di Brak, nel Sud della Libia dove sono stati deportati oltre 200 eritrei. Fortunati. Lo ripete il capo del lager, con un ghigno che fa paura a chi è già attanagliato dal terrore. Fortunati per non essere stati fatti fuori subito. La loro colpa è aver osato ribellarsi. E chi lo fa, nella Libia del “caro amico Muamar” (Berlusconi dixit) puoi finire, dimenticato, in un carcere speciale, dove puoi morire senza che nessuno lo venga a sapere.

   Chi ha potuto parlare con qualcuno di loro, riferendolo a l’Unità, racconta di una situazione che resta drammatica. Il cibo scarseggia. Così l’acqua. Nessuna assistenza medica per i feriti. Privati di ogni cosa, nudi, senza neanche una coperta per coprirsi. Le notizie si accavallano. Alcune sono drammatiche: tre feriti sono stati portati via. Di loro non si ha più notizia dall’altra notte. C’è chi spera che siano stati portati in ospedale. C’è chi teme che siano morti. “Se vi va bene, tra qualche giorno vi rimanderemo da dove siete venuti…”, ripete il capo del lager.

   Deportati in Eritrea, da dove avevano cercato di fuggire. Se vi va bene… E se va male, finirete in un carcera speciale, perché, ripete il capo del lager, “voi siete un pericolo per la sicurezza nazionale” della Libia. Un pericolo da cancellare. Distruggere con ogni mezzo.

   Salvarli è una corsa contro il tempo. Una corsa ad ostacoli. “Rispedirci in Eritrea – dice uno di loro – è come condannarci a morte. Se vogliono deportarci, che sia fatto in un Paese terzo, disposto ad accoglierci”.  Questo Paese potrebbe, dovrebbe essere l’Italia. E’ una speranza. Che non va lasciata cadere nel vuoto. Il “vuoto” che rischia di inghiottire 245 vittime umane. “Il governo italiano ha attivato tutti i canali utili” affinché la vicenda dei detenuti eritrei in Libia “si concluda positivamente”, assicura Margherita Boniver, presidente del Comitato Schengen e inviato speciale per le emergenze umanitarie del ministro Frattini.

   Ma nel presente dei disperati di Brak la parola “speranza” non esiste. Il presente è un sonno inquieto, spezzato ogni due ore nella notte da agenti della sicurezza libici che irrompono nella stanza, fanno la conta e picchiano. E le cose non sono migliori nel Centro di detenzione di Misratah, dove sono rimasti una parte di loro: 32 uomini, 13 donne, 7 bambini, alcuni dei quali neonati.

   Don Mussie Zerai – l’infaticabile sacerdote e animatore dell’agenzia Habesha, Ong che si occupa dei migranti africani – è riuscito a raccoglierne la testimonianza: “I nostri carcerieri – raccontano – continuano a picchiarci, a insultarci… Il cibo è poco e quello che ci danno non va bene per i bambini…”. Chissà se queste testimonianze riusciranno a incrinare le granitiche certezze di Margherita Boniver: “Siamo certi – afferma l’inviata del ministro Frattini – ha concluso – che ancora una volta prevarrà l’equilibrio e la capacità di gestire situazioni complesse tante volte dimostrate dalle autorità libiche”.

   Di “equilibrio” nel lager di Brak non c’è traccia. E “capacità di gestire situazioni complesse” fatica a intravedersi nella vicenda di 245 immigrati eritrei trasferiti a forza da Misaratah a Brak – oltre mille chilometri di distanza – ammassati come bestie in 2 container di ferro, in condizioni inumane e degradanti per l’alta temperatura, il sovraffollamento  e la mancanza d’aria. “Continuano a picchiarli- riferisce a l’Unità un giovane eritreo in contatto con alcuni di loro – temono di non sopravvivere”. “Ci sono donne e bambini svenuti qua in mezzo… ci manca l’aria”, aveva raccontato uno dei deportati al collega Gabriele Del Grande. Donne e bambini. Anche lo sono un “pericolo per la sicurezza” del colonnello Ghedaffi… E sarà per ragioni di sicurezza”, che ai 245 immigrati eritrei sono stati portati via gli indumenti, quel poco di denaro che avevano con sé, gli orologi, i cellulari…

   “Siete fortunati, potevamo ammazzarvi legalmente… Questa è la ‘legge’ che vige nel lager di Brak. Per i disperati senza diritti è un’altra notte di paura. Di non vita… (Umberto de Giovannangeli)

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UNCHR ALL’ITALIA: “STOP AI RESPINGIMENTI IN LIBIA” E l’UE: “CONDIZIONI INACCETTABILI PER I RIFUGIATI”

da “il Giornale.it” del 5/7/2010

– L’alto commissario Onu per i rifugiati, Antonio Guterres: “Non pensiamo che in Libia esistano le condizioni necessarie per garantire la protezione dei richiedenti asilo”. Il commissario Ue Barrot: “La situazione attuale non è accettabile e non può perdurare”. Il governo: respingimenti regolari –

Bruxelles – Riesplodono le polemiche sull’immigrazione. In particolare sulla politica attuata dal governo italiano per tentare di contrastare quella clandestina. L’alto commissario Onu per i rifugiati (Unchr), Antonio Guterres, ha lanciato un appello al nostro Paese affinché fermi i respingimenti di immigrati verso la Libia. La motivazione è di natura umanitaria: la Libia, secondo l’Unchr, non può garantire la protezione dei richiedenti asilo e le condizioni di detenzione sono “terrificanti”.

Condizioni terrificanti “La nostra posizione – ha spiegato Guterres rispondendo ai cronisti a margine del Consiglio dei ministri degli Interni Ue a Bruxelles – è molto chiara. Non pensiamo che in Libia esistano le condizioni necessarie per garantire la protezione dei richiedenti asilo”. “La situazione attuale non lo consente”, ha affermato ancora Guterres sottolineando che in Libia “ci sono condizioni di detenzione terrificanti”.

La Commissione Ue Anche l’Unione europea sottolinea come le condizioni per la protezione dei rifugiati in Libia siano “inaccettabili” e non possano perdurare. “Conto sull’aiuto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, per dire ai libici che la situazione attuale non è accettabile e non può perdurare”, ha ribadito il commissario europeo per Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot. 

Appello per la solidarietà A Bruxelles, Barrot ha anche ribadito l’intenzione di volersi recare in Libia, insieme con il ministro svedese per l’immigrazione e attuale presidente di turno Ue, Tobias Billstroem. “Ma prima dobbiamo preparare il terreno”, ha spiegato Barrot. Il commissario Ue ha anche lanciato un appello a tutti gli Stati membri affinché facciano prova di solidarietà in materia di immigrazione e asilo. “Bisogna creare una più grande solidarietà tra tutti gli Stati membri – ha spiegato – speriamo che tutti siano protagonisti in futuro dei nostri programmi di reinserimento”. “Certo – ha concluso il commissario – questi programmi sono su base volontaria, ma penso che parteciparvi sia dovere di ogni Stato membro”.

Il governo tedesco “Il rispetto dei diritti umani non può mai essere messo in discussione, in nessuna parte dell’Unione europea”: lo ha detto il ministro degli interni tedesco, Wolfgang Schauble, – a margine del consiglio dei ministri degli interni della Ue – rispondendo a chi gli chiedeva un parere sulla politica dei respingimenti di immigrati nel Mediterraneo operata da Italia e Grecia. E, in particolar modo, sui rinvii delle persone richiedenti diritto d’asilo.

Nitto Palma: “respingimenti regolari” “Le riconsegne di immigrati finora effettuati dal governo italiano sono perfettamente in linea con la normativa internazionale. E nessuno di coloro che si trovava sulle navi italiane ha chiesto protezione internazionale”: così il sottosegretario all’Interno, Francesco Nitto Palma, ha replicato all’Alto commissario Onu per i rifugiati. “Ricordo che la Libia – ha risposto il sottosegretario – ha presieduto la Commissione dei diritti umani dell’Onu e ha firmato la Convenzione africana, dove il concetto di protezione internazionale è molto più ampio che nella Convenzione di Ginevra. Inoltre – ha proseguito Nitto Palma – dal 1991 opera in Libia l’Alto commissariato per i rifugiati. Detto ciò, ritengo che con la Libia bisogna avviare un discorso concreto, senza immaginare supremazie. Affermare che con la Libia è difficile trattare, che vi sono delle grandi difficoltà e che non si risolve niente – ha aggiunto – a mio avviso ci porta a dimenticarci dell’esistenza del problema, a dimenticarci di una crisi umanitaria fortissima”.

Barrot: “Per la Libia l’Italia ci aiuti” “Abbiamo chiesto al governo italiano di aiutarci ad avere un dialogo con la Libia”, ha detto il vicepresidente della Commissione Ue, Jacques Barrot, al termine del Consiglio dei ministri degli Interni della Ue, a margine del quale ha incontrato il sottosegretario Francesco Nitto Palma. “Per la Ue e per l’Italia – ha detto Barrot – sarebbe un’ottima cosa ottenere dal governo della Libia che si possano identificare gli aventi diritto d’asilo sul territorio libico. Su questo siamo d’accordo con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati. Dobbiamo risolvere il problema alla radice”. “Abbiamo chiesto molte spiegazioni al governo italiano, stiamo valutando le risposte che ci sono giunte molto recentemente”.

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HO SENTITO QUELLE VOCI. NEL CONTAINER SOTTO IL SOLE DEL SAHARA

3 luglio 2010 – Gabriele Del Grande, da http://fortresseurope.blogspot.com/  (l’Osservatorio sulle vittime dell’emigrazione)

PERUGIA – Da tre giorni un rumore mi perseguita. È un rullare di ruote e uno sbattere, vibrare e cigolare di ferri. Con uno sfondo sonoro di lamentazioni di uomini. L’ho sognato anche stanotte. È il rumore delle deportazioni. L’esercito libico ha fatto irruzione nel carcere di Misratah all’alba del 30 giugno, il giorno dopo la rivolta degli eritrei. Molti stavano ancora dormendo. Li hanno portati via così, 300 persone circa, alcuni ancora nudi, altri feriti dai pestaggi del giorno prima. E li hanno rinchiusi dentro due camion, dentro un container di ferro, di quelli che si usano sui treni merci e sulle navi cargo. Quando, il pomeriggio del 30 giugno, sono riuscito a contattarli al telefono, erano ancora dentro il container.
   Il camion correva veloce sulla strada, e a ogni buca i ferri del cassone sbattevano sul rimorchio. A. non parlava inglese, ma quando ha sentito “Italy” ha passato il cellulare ad altri, borbottando qualcosa in tigrino. Così, nel buio pesto del container, in quel forno che deve essere una scatola di ferro sotto il sole del Sahara, riempito con 150 persone appiccicate una addosso all’altra, passando di mano in mano, il telefono ha raggiunto D..

   Era l’unico telefono sfuggito alle perquisizioni. L’ultimo filo con il mondo esterno. D. parlava inglese. “Ci sono donne e bambini svenuti qua in mezzo – ha detto – ci manca l’aria”. Io, quei container li ho visti, nel 2008, a Sebha. E li ho anche fotografati, di nascosto. E come me, li ha visti il prefetto Mario Morcone, del Ministero dell’Interno, durante le sue missioni in Libia. E li hanno visti Marcella Lucidi e Giuliano Amato, quando nel 2007 volarono a Tripoli per firmare l’accordo sui respingimenti che – spesso lo si dimentica – fu voluto dal governo Prodi, prima che arrivassero i Maroni e i Berlusconi.
   Io nei container ci metterei questi signori. Anzi ci metterei i loro figli. E poi li farei sedere a fianco dei padri e delle madri che in queste ore in Italia piangono la sorte dei propri cari in Libia. Perché – e anche questo spesso lo si dimentica – ogni eritreo che attraversa il mare ha in Italia un parente che lo aspetta, che gli ha mandato con Western Union i soldi per lasciarsi alle spalle la dittatura. E di fronte a quei nomi, la ragion politica vacilla.
   Sulla base di quale interesse di Stato, Maroni consolerà una madre che su quel container diretto nelle prigioni del Sahara ha il proprio figlio? O peggio ancora la propria figlia, che magari presto sarà violata, oltre che bastonata, dai suoi carcerieri libici.
   Ma in fondo perché prendersela così tanto con i politici? Dopotutto sono espressione della volontà popolare. Ed è l’Italia tutta che ha dimenticato i nomi della diaspora eritrea e di tutte le diaspore che negli anni hanno varcato la frontiera via mare. La politica e la stampa ci hanno insegnato a cancellare i loro nomi, a chiamarli “clandestini” e non più uomini.

   Questa stampa pigra, tanto attenta a lucidare i mocassini dei politici di turno quanto disabituata a sporcarsi le scarpe andando sul terreno. Altro che legge bavaglio. Il silenzio dei media sul destino dei respinti si chiama autocensura. Ed è un silenzio colpevole. Perché il giorno in cui smetteremo di raccontare queste storie sarà come se tutto questo non fosse mai accaduto.

   E continueremo a riempirci la bocca di retorica, magari continuando a condannare le deportazioni degli ebrei, mentre intorno alla “civile” Europa si contano a migliaia i morti della diaspora eritrea. E ci ostiniamo a non capire che sono i nostri morti. Perché sono i parenti dei nostri nuovi concittadini. Se non ci credete, andate in Germania.
   Domani a Francoforte si celebra una messa in memoria dei 77 eritrei lasciati morire al largo di Malta nell’agosto del 2009, dopo 23 giorni passati alla deriva senza ricevere soccorso da nessuno. La commemorazione è stata organizzata dagli eritrei tedeschi. La signora Gergishu Yohanes, di Colonia, sulla barca aveva il fratello più piccolo, un ragazzo di 16 anni. È stata lei a rintracciare i familiari di tutte le altre vittime. Arriveranno a Francoforte da tutta la Germania, dall’Inghilterra, dalla Svezia, dalla Norvegia, dalla Svizzera, dagli Stati Uniti e dall’Italia, dove oggi vivono come rifugiati.

   Anche gli eritrei di Libia avrebbero voluto celebrare una messa per quei morti. Ma i fatti di Misratah hanno seminato il terrore. I miei amici – e informatori – eritrei a Tripoli ormai non escono nemmeno di casa per aggiornare i loro blog dagli internet point della capitale. Hanno una paura matta. Che i 300 eritrei deportati da Misratah siano rimpatriati e finiscano nelle galere del regime eritreo. E che i prossimi siano loro. (Gabriele Del Grande)

Leggi anche le notizie precedenti:

01/07/2010 – Rivolta a Misratah, arrivano i container, rischio espulsione

02/07/2010 – Aggiornamento da Sebha il giorno dopo la deportazione. Gravi i feriti

ULTIM’ORA:
Aggiornamento da Brak: il direttore del carcere parla di espulsione imminente

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EMERGENZA GLOBALE

di Daniele Zappalà da Avvenire del 19/6/2010

UN MONDO DI RIFUGIATI

   L’ultima grande “emorragia” planetaria, fulminante, si propaga ancora in queste ore in Kirghizistan, dove il fiume degli sfollati che cercano riparo dalle violenze in corso ha già superato le 400mila persone, secondo l’Onu. È proprio una geografia in perenne evoluzione quella degli sfollati e rifugiati che nelle aree più martoriate del pianeta cercano quotidianamente scampo da conflitti, persecuzioni e altre situazioni insopportabili.
   Ma quest’anno, la Giornata mondiale del rifugiato promossa (il 20 giugno, ndr) dall’Acnur (Alto commissariato Onu per i rifugiati) con iniziative talora anche spettacolari in decine di Paesi, sarà celebrata con un’apprensione ancora maggiore. Gli scenari più aggiornati appaiono infatti come i più foschi dell’ultimo decennio.
   Secondo l’annuale rapporto sintetico dell’Acnur, appena pubblicato, il numero di persone “sradicate” in modo violento dal suolo natale o comunque dalle aree abituali di residenza ha di nuovo raggiunto i peggiori livelli degli anni Novanta.
   Gli “sradicati” nel mondo erano nel 2009 almeno 43,3 milioni, di cui oltre 15 milioni i rifugiati. Una popolazione, cioè, paragonabile a quella dell’intera Spagna. E come avverte l’Acnur, in certe aree particolarmente critiche, le cifre ufficiali sono probabilmente ben al di sotto dei drammi reali. Le più grandi diaspore di rifugiati restano quella afghana (quasi 2,9 milioni) e irachena (circa 1,8 milioni). Non sorprende, dunque, che i maggiori Paesi mondiali di destinazione siano i limitrofi Pakistan, Iran e Siria, tutti oltre il tetto di 1 milione di rifugiati accolti.
   Fra la selva di dati inquietanti, uno in particolare mostra che le maggiori piaghe umanitarie del pianeta, soprattutto in Medio Oriente e in Africa, stentano sempre più a cicatrizzarsi: nel 2009, solo per 251mila rifugiati si è aperta la strada di un ritorno in patria e nelle regioni d’origine. Si tratta del riflusso più basso dell’ultimo ventennio, dopo una lunga fase in cui la media sembrava attestarsi attorno a un milione di rientri l’anno.
   Questa spaventosa aritmetica rischia ancor più di aggravarsi, ha sostenuto nelle ultime ore l’ex premier portoghese Antonio Guterres, a capo dell’Acnur: «I rifugiati in esilio da almeno 5 anni rappresentano ormai la maggioranza dei rifugiati del mondo. Questa percentuale è destinata a crescere se diminuisce il numero di rifugiati in misura di rientrare».
   Lo scenario complessivo, per l’Alto commissario Onu, non offre sprazzi d’ottimismo: «I maggiori conflitti, come in Afghanistan, in Somalia e nella Repubblica democratica del Congo non lasciano intravedere speranze di soluzione». In altri Paesi martoriati, la cronicizzazione dell’insicurezza ha raffreddato tante speranze: «I conflitti che sembravano orientarsi verso una fine o stavano trovando una soluzione, come nel Sudan meridionale o in Iraq, restano in un vicolo cieco», osserva Guterres.
   Sugli oltre 43 milioni di “sradicati”, circa un terzo (15,2 milioni) aveva ottenuto l’anno scorso lo status internazionale di rifugiato in senso stretto. Ma in Paesi come ad esempio Colombia, Somalia e Repubblica democratica del Congo, resta altissimo il numero di fuggiaschi che non hanno oltrepassato le frontiere nazionali, cercando scampo nei territori più vicini. Nel solo 2009, questi rifugiati interni sono cresciuti del 4%, raggiungendo su scala planetaria il livello record di 27,1 milioni.
   Come negli anni passati, il rapporto di Acnur sfata la visione ancora diffusa di masse incalcolabili di profughi tutti potenzialmente pronti a puntare verso i lontani Paesi ricchi occidentali. Solo in minima misura, i viaggi e le aspirazioni di sfollati e rifugiati coprono un raggio intercontinentale. In base a questa logica, il Sudafrica attualmente in piena febbre calcistica è anche lo Stato al mondo che riceve la maggiore pressione in termini di richieste d’asilo.

   Coinvolto da tempo nei negoziati soprattutto contro l’instabilità nella regione dei Grandi Laghi, il Sudafrica ha ricevuto l’anno scorso ben 222 mila richieste d’asilo o di protezione sotto lo status di rifugiato: ovvero, quasi un quarto del totale mondiale (922 mila). In tutto, secondo l’Acnur, alla fine del 2009 il governo sudafricano registrava ancora ben 310 mila casi pendenti in fase di studio. Cifre di un altro ordine rispetto ad esempio all’Europa, con 39mila casi allo studio in Germania, 35mila in Francia, 12mila nel Regno Unito, 4mila in Italia e poco più di 3 mila in Spagna.
   Ma i rapporti cambiano se si considera l’accoglienza complessiva cumulatasi nel tempo: nel 2009, il Paese di Nelson Mandela offriva ospitalità a 48mila rifugiati, contro ben 594mila in Germania, 270mila nel Regno Unito, 196mila in Francia, 55mila in Italia e 4mila in Spagna. Fra gli altri dati che non mancheranno di far riflettere in Europa, uno proviene dagli Stati Uniti. Benché le statistiche internazionali specifiche restino lacunose, gli States avrebbero assicurato da soli nell’ultimo decennio oltre la metà delle 1,3 milioni di naturalizzazioni di rifugiati registrate del mondo. (Daniele Zappalà)

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QUEI 55MILA RIFUGIATI SENZA ACCOGLIENZA

di Karima Moual, da “IL SOLE 24 ORE” del 19 giugno 2010 

– la giornata mondiale – nei 2009 richieste dimezzate –

   “Home, un luogo sicuro per ricominciare», è questo lo slogan con cui quest`anno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, pur in tempi non del tutto felici. Con l`infinita polemica sulle modalità adottate per i respingimenti. E da ultimo la chiusura dieci giorni fa dell`ufficio dell`agenzia Onu per i rifugiati a Tripoli.

   In Italia i rifugiati sono 55mila. Una cifra che non include i minori e i rifugiati riconosciuti prima del 1990, mentre comprende coloro che hanno ottenuto lo status di protezione umanitaria. Un altro dato che sfata il luogo comune dell`Europa invasa dai profughi è quello riguardante la presenza di questi ultimi rispetto agli altri paesi.

   Il risultato è che la maggior parte dei profughi non si trova nei paesi industrializzati ma in quelli in via di sviluppo con l`80% che si dividono tra Siria e Giordania, dove vivono 2 milioni di iracheni, mentre tra Iran e Pakistan troviamo 3 milioni di afghani. Nei 27 paesi Ue vi sono solo 1,5 milioni di rifugiati.

   Per quanto riguarda invece coloro che hanno richiesto lo status di rifugiato in Italia nel 2009, risultano essere 17mila. Poco più di metà rispetto all`anno scorso, «riduzione che può essere attribuita alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia, fra cui la prassi dei respingimenti indistinti in mare», hanno più volte denunciato Laura Boldrini, portavoce dell`Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e Gianfranco Schiavone in rappresentanza del tavolo Asilo.

   «Il netto calo delle domande di asilo – ha poi aggiunto Laurens Jolles, delegato dell`Alto commissariato Onu per il sud Europa – dimostra come i respingimenti anziché contrastare l`immigrazione irregolare abbiano gravemente inciso sulla fruibilità del diritto di asilo in Italia. La stessa tendenza sembra confermata anche nei primi mesi del 2010».

   Ma a mancare una volta arrivati è un programma d`integrazione. «Ci sono migliaia di rifugiati – dice Bernardino Guarino, in rappresentanza del tavolo Asilo – che pur avendo ricevuto dallo Stato una protezione internazionale e il conseguente permesso di soggiorno, continuano a non trovare in Italia un`accoglienza dignitosa».

   «Mikays, rifugiato eritreo di 25anni – continua Guarino – dichiarava qualche mese fa: “l`Italia per me è una prigione, un carcere grande, ma pur sempre un carcere: non posso andare all`estero, non posso tornare in Eritrea. Qui ho ricevuto lo status di rifugiato, ma trovare una casa è difficile, trovare un lavoro stabile è impossibile. Vivo di espedienti e dormo per strada. Mi sento perso”». (Karima Moual)

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ISTAT, ITALIA SEMPRE PIU’ MULTIETNICA

Da http://www.vivereinarmonia.it/ del 8/6/2010 –  Secondo l’Istituto di statistica, gli stranieri sono il 7% dei residenti

   L’Italia è sempre più paese multietnico con il 7% della popolazione straniera, con un numero di abitanti che cresce solo grazie agli immigrati. È la situazione della popolazione italiana descritta dall’Istat nel bilancio demografico per il 2009: al 31 dicembre risiedevano nel nostro paese 60.340.328 persone, con un aumento di 295.260 unità (+0,5%) rispetto alla fine 2008, dovuto esclusivamente alle migrazioni dall’estero.  
Stranieri al 7%. La quota di stranieri residenti è pari al 7% del totale, in crescita rispetto al 2008 (6,5 stranieri ogni 100 residenti). La presenza straniera è molto più elevata in tutto il Centro-Nord (rispettivamente, 9,8% e 9,3% nel Nord-est e nel Nord-ovest e 9,0% nel Centro), rispetto al Mezzogiorno, dove la quota di stranieri residenti è solo del 2,7%.  
In aumento i bambini stranieri. Si è passati dall’1,7% al 13,6% del totale dei nati vivi. In valore assoluto, da poco più di 9 mila nati stranieri nel 1995 si è arrivati a oltre 77 mila nel 2009. Nel Nord i bambini nati da genitori stranieri sono circa il 20%; nelle regioni del Centro sono il 15%, mentre nel Mezzogiorno soltanto il 3,6%.  
Meno regolari. Nel 2009 sono state iscritte in anagrafe 442.940 persone provenienti dall’estero. Numero inferiore di più di 90 mila unità rispetto al 2008. La diminuzione del flusso di iscritti dall’estero è in gran parte imputabile al progressivo esaurimento dell’effetto dall’allargamento dell’Ue del maggio 2007. Grazie al decreto sulla libera circolazione e il soggiorno dei cittadini comunitari, un numero molto elevato di cittadini neo-comunitari – in particolare romeni – si è avvalso della possibilità di iscriversi nelle anagrafi italiane senza più l’obbligo di esibire il permesso di soggiorno. Tale effetto si è progressivamente affievolito già nel corso del 2008 e ancor più del 2009.  
La migrazione italiana… L’ anno scorso i trasferimenti di residenza interni hanno coinvolto circa 1 milione e 350 mila persone tra italiani e stranieri: confermando la tradizione, si è avuto uno spostamento dalle regioni del Sud a quelle del Nord e del Centro. Il tasso migratorio oscilla tra il -3,9 per mille della Basilicata e il 2,6 per mille della provincia autonoma di Trento, seguito dal 2,5 per mille dell’Emilia-Romagna.  
…e quella straniera. Le migrazioni interne sono dovute anche agli stranieri residenti, che seguono una direttrice simile a quella degli italiani, ma presentano una maggior propensione alla mobilità. Infatti, i cittadini stranieri, pur rappresentando il 7% della popolazione, contribuiscono al movimento interno per più del 16%.  
Il saldo naturale. Nel 2009 sono nati 568.857 bambini (7.802 in meno del 2008) e sono morte 591.663 persone (6.537 in più ma il tasso di mortalità è stabile al 9,8 per mille). Il saldo naturale, dato dalla differenza tra nati e morti, è risultato negativo e pari a meno 22.806 unità, con un valore che rappresenta il picco negativo dell’ultimo decennio, dopo quello del 2003, anno in cui la mortalità toccò valori elevati per la forte calura estiva. Il saldo naturale è positivo nella ripartizione Sud, specificatamente in Campania e Puglia, ma anche nel Lazio, nelle due province autonome di Trento e Bolzano, in Veneto, Lombardia e Valle d’Aosta.  
Piccoli centri. Nei 12 grandi comuni con popolazione superiore ai 250 mila abitanti risiedono poco più di 9 milioni di abitanti, pari a solo il 15,1% del totale. Nel complesso di questi comuni si registra un incremento di popolazione rispetto all’anno precedente pari a 30.377 unità. Crescono le grandi città del Centro Nord: Milano (+9,1%), Firenze (+8,8%) e Roma (+7,1%). Mentre sono in calo i grandi comuni del Mezzogiorno: tra questi il più sostenuto si verifica a Palermo (-5,1%).
La vita in famiglia. Il 99,5% della popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2009 vive in famiglie. Le famiglie anagrafiche sono 24 milioni e 905 mila circa; il numero medio di componenti per famiglia è pari a 2,4 e risulta stabile rispetto all’anno precedente. Il valore minimo è di 2,0 e si rileva in Liguria, mentre il massimo è di 2,8, riscontrato in Campania. Il restante 0,5% della popolazione, pari a circa 320 mila abitanti, vive in convivenze anagrafiche (caserme, case di riposo, carceri, conventi eccetera).

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STATI UNITI, INUTILE L’APPELLO DELLA CASA BIANCA A MODIFICARE LE RECENTI MISURE CONTRO L’IMMIGRAZIONE ILLEGALE

EFFETTO ARIZONA: “NO AI CLANDESTINI”

– dal Colorado all’Oklahoma altri dieci Stati vogliono adottare la linea dura –  di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 12/5/2010

   Sfidata da proteste di piazza e boicottaggi turistici, bersagliata dai sospetti di razzismo sollevati da Hillary Clinton e alle prese col duro braccio che la oppone al ministero della Giustizia, l’Arizona non si sente affatto isolata a causa della nuova legge anti-clandestini perché piace alla maggioranza degli americani e almeno altri dieci Stati si accingono a emularla.
   A descrivere la popolarità delle rigide norme che da luglio entreranno in vigore in Arizona – imperniate sulla possibilità che la polizia chieda a chiunque prova della residenza legale, pena l’arresto – è quanto sta avvenendo in un numero significativo di altri Stati. A partire dal Colorado, dove il candidato repubblicano alla poltrona di governatore Scott McInnis, si è detto a favore di «applicare anche qui le stesse leggi» riscuotendo un immediato rafforzamento nei sondaggi.

   La tesi di McInnis è che «se il governo federale non fa ciò che serve, tocca a noi rimediare». E qualcosa del genere pensano anche i legislatori dell’Oklahoma dove il Congresso sta per approvare rigide pene per «gli immigrati illegali trovati in possesso di armi». In South Carolina invece sta per diventare crimine «assumere operai che sostano sul ciglio della strada» al fine di stroncare il fenomeno dei clandestini con contratti a tempo.

   E ancora: Utah, Missouri, Texas, North Carolina, Maryland e Minnesota vedono i rispettivi Congressi impegnati a varare leggi destinate a rendere più difficile la vita agli immigrati illegali.
   Già nel 2004 l’Arizona fu uno Stato-battistrada contro i clandestini, quando gli vietò di ricevere benefici pubblici, ed adesso il fenomeno si ripropone. «Stiamo assistendo ad una tendenza nazionale – spiega Ira Mehlman, portavoce della Federazione per la riforma dell’immigrazione – gli americani stanno perdendo la pazienza nei confronti di un governo che non pone rimedio alla questione degli illegali».
   La decisione del presidente americano, Barack Obama, di rimandare la riforma dell’immigrazione, dando priorità a quella delle finanze, ha rafforzato l’insoddisfazione facendo apparire l’Arizona al grande pubblico come l’unico luogo dove i politici hanno deciso di dare una risposta all’emergenza dei clandestini.

   Da qui gli esiti convergenti di tre recenti sondaggi: per Gallup oltre il 75 per cento degli americani «è al corrente della legge dell’Arizona» e il 51 per cento di questi «è favorevole», secondo Angus Global Monitor il 71 per cento degli intervistati condivide la possibilità che «la polizia chieda i documenti di residenza in presenza di un ragionevole sospetto di illegalità» e una ricerca di Zogby è arrivata alla conclusione che ben il 79 per cento dei cittadini «non è d’accodo con l’assegnare ai clandestini gli stessi diritti e le stesse libertà dei cittadini americani».
   Fra i sostenitori della riforma c’è un misto di delusione e preoccupazione: «La gente è arrabbiata e confusa perché consapevole che qualcosa di negativo sta avvenendo» ammette Jonette Christian, fondatrice dei gruppi pro-legalizzazione nello Stato del Maine. «Se siamo arrivati a questa ondata anti-illegali in America – aggiunge Jack Pitney, politologo del college Claremont McKenna in California – è perché gli attacchi lanciati dall’amministrazione Obama contro l’Arizona si sono trasformati in un boomerang, giovando alla popolarità della governatrice Jan Brewer» che nelle ultime 36 ore si è tolta anche la soddisfazione di veder fallire la raccolta di firme per promuovere due referendum popolari nello Stato a favore dell’abolizione della legge anti-clandestini

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UNHCR: NELL’UE TROPPE DISPARITA’ NELL’ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI, RIAPERTURA IN LIBIA

da http://www.dirittiglobali.it/ del 3/7/2010

   “Il Sistema di Asilo Comune Europeo è basato sul principio di uguaglianza nelle modalità di trattamento dei richiedenti asilo e dei rifugiati all’interno dell’Unione Europea”, ma “esistono al momento notevoli disparità nelle procedure di accoglienza e nell’esame delle domande”.

   Lo afferma l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – UNHCR in un documento in cui ha trasmesso le sue raccomandazioni alla futura presidenza semestrale Belga dell’UE che è iniziata il 1° luglio 2010. “L’UE sta lavorando alla costruzione di un Sistema Comune di Asilo Europeo (CEAS) e l’UNHCR suggerisce sei passaggi per ottenere una maggiore coerenza nella politica e nelle prassi di asilo in Europa”.

   In modo particolare “la creazione di un Ufficio di Supporto Europeo in materia di Asilo (EASO), la cui attività avrà inizio nel periodo di presidenza belga, sarà un importante passo verso una maggior coerenza e qualità dei sistemi di asilo europei. Per ottenere tali risultati l’UNHCR intende promuovere una collaborazione più efficace” – afferma il documento.

   Le raccomandazioni dell’UNHCR riguardano anche il miglioramento degli standard legislativi, soprattutto laddove le odierne norme UE divergono dalla legislazione internazionale in tema di rifugiati. L’UNHCR incoraggia il Consiglio ed il Parlamento ad accordarsi su una serie di emendamenti relativi ai principali strumenti di asilo a livello europeo, le Direttive sulle Condizioni di Accoglienza, la Direttiva Qualifiche e la Direttiva Procedure.

   L’UNHCR sostiene inoltre la proposta che prevede una temporanea sospensione del Regolamento di Dublino II nei casi in cui gli stati firmatari si trovino ad affrontare momenti di particolare pressione che i loro stessi sistemi di asilo non riescono a gestire. Il Regolamento di Dublino II stabilisce lo stato membro responsabile per l’esame delle domande di asilo.

   L’UNHCR esprime infine “particolare preoccupazione sulla detenzione dei richiedenti asilo” e sottolinea “l’importanza di rispettare i diritti dei minori non accompagnati richiedenti asilo e la necessità che i confini europei non diventino inaccessibili per coloro che sono in cerca di protezione”.

   Intanto l’UNHCR a Tripoli riprenderà prossimamente le sue attività in Libia, circa tre settimane dopo la chiusura decisa dalle autorità libiche. Lo riferisce un comunicato dell’Unhcr in cui si spiega che le attività dell’ufficio libico saranno comunque “limitate ai casi finora seguiti”. Nel comunicato diffuso dall’Onu si ricorda come il Governo libico non abbia fornito motivazioni ufficiali per la chiusura dell’ufficio all’inizio del mese, ma che negli ultimi giorni le autorità abbiano accusato lo staff dell’Unhcr di “comportamenti gravi”, come la richiesta di tangenti o di favori sessuali in cambio della concessione dello status di rifugiato agli immigrati.

   Il portavoce dell’Unhcr, Adrian Edwards, ha affermato che le accuse libiche non sono state provate e ricordato che l’ordine libico di espulsione non è stato ancora formalmente revocato. “L’Unhcr prende molto sul serio ogni accusa contro membri dello staff da chiunque provengano – ha detto Edwards. Abbiamo una politica di tolleranza zero per chi commette azioni gravi. Abbiamo chiesto al Governo libico di provare queste accuse. Se e quando riceveremo queste indicazioni, saremo in grado di condurre un’indagine in base alle nostre normali procedure”.

   Si stima che siano circa novemila i rifugiati e tremila e settecento i richiedenti asilo registrati presso l’ufficio dell’Unhcr in Libia. La maggior parte di loro sono palestinesi, iracheni, sudanesi, somali, eritrei, etiopi e liberiani. L’agenzia provvede a fornire cure mediche, alloggio, istruzione e formazione professionale. L’Unhcr opera in Libia dal 1991 e fornisce l’unico programma di assistenza per i richiedenti asilo nel Paese. [GB]

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NORDEST, PER GLI IMMIGRATI UNA VITA (QUASI) NORMALE

– Il rapporto con i stagionali si basa sulla fiducia: Rosarno è lontana –

di Marco Neirotti, da “la Stampa” del 29/4/2010

   “C’è una bella famigliola/che ora andrà in passeggiata». Pantaloni kaki al ginocchio, maglietta bianca, Alexandro canticchia curvo dentro la serra, rivolto alle fragole mentre, svelto e insieme misurato, muove le dita intorno a loro come un chirurgo-santone filippino dentro il paziente.

   Ha 38 anni, è sceso dalla Romania con la moglie, per incontrarlo devi arrivare la mattina presto o nel pomeriggio avanzato qui nella bassa Veronese, tra San Giovanni Lupatoto e Pontoncello: si comincia poco dopo l’alba, nelle ore più calde si lascia l’aria faticosa sotto i teli e si va a riposare nella casa colonica riattata, si riprende più tardi, quando rinfresca.

   Otto ore al giorno, per ogni giorno paga minima 45 euro. Alexandro fa parte della fetta più ampia di lavoratori stagionali dell’agricoltura. I dati della Coldiretti della Provincia di Verona dicono che sono il 56 per cento gli stranieri comunitari (romeni, polacchi) di fronte a un 22 per cento di italiani e un altro 22 di extracomunitari. Per gli extracomunitari quest’anno il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha stabilito l’ingresso in Italia di 80 mila lavoratori, divisi per Regione: 8.820 assegnati al Veneto (per tutti i settori, dal turismo all’industria o all’edilizia), la quota più alta al Veronese, con 6 mila permessi. Qui l’agricoltura ha già perfezionato – dati di ieri – più di 1.500 domande.
   Sono in corso quelle per i raccolti a venire, fino a quelli che si svolgeranno per ultimi, il vitivinicolo e i kiwi. Si arriverà ad almeno 2.500 extracomunitari, su un totale di quasi 10 mila stagionali (erano 9.800 l’anno scorso). Non ci sono grandi variazioni di anno in anno, piuttosto mutamenti di nazionalità nel coprire le esigenze: romeni e polacchi ora europei non richiedono più lunghe procedure, come marocchini o moldavi.

   E anche il maggiore o minore benessere a casa incide sulla disponibilità. Ma il mutamento vero è avvenuto di stagione in stagione nei campi, nelle serre, nelle vigne, non con un razzismo tradito dal bisogno di braccia, bensì da necessità di braccia filtrata dalla conoscenza dei singoli: «Negli anni passati c’era sì improvvisazione nel reclutamento», spiega il presidente della Provincia, Giovanni Miozzi (Pdl, provenienza An), sindaco di Isola della Scala, celebre per la fiera del riso: «Quello che è avvenuto, favorito dalle quote, è il percorso dei contadini scarpe grosse e cervello fino: loro per primi hanno escluso i soggetti turbolenti, inaffidabili, quelli che bevevano o rovinavano raccolto e attrezzi. Si è creata una fidelizzazione, con le persone richiamate di raccolto in raccolto, consigliate agli amici».

   Se in certi settori come industria termomeccanica e del vino molti si sono integrati rimanendo a tempo indeterminato, un Arlecchino etnico si è spalmato per la Provincia: i 222 indiani dell’anno scorso apprezzati negli allevamenti dell’area prealpina, romeni, polacchi, marocchini, moldavi, slovacchi, serbi, albanesi, ghanesi tra la viticoltura, la raccolta di pesche e mele, asparagi e radicchio, piselli, meloni, ciliege e la coltivazione del tabacco.

   Com’è lontana Rosarno. I controlli sono ferrei, la convivenza scandita da un rispetto che coincide con l’interesse: gli orari, la divisione del lavoro si ripercuotono sull’efficienza. Damiano Berzacola, presidente della Coldiretti (18 mila soci, di cui 14 mila aziende iscritte alla Camera di Commercio): «La legge prescrive per gli extracomunitari che si fornisca adeguato alloggio e questo avviene regolarmente, evitando sistemazioni da tugurio, da baraccopoli, da vergogna».

   E’ vero. Li vedi in case di campagna recuperate, dignitose. Come la famiglia romena – padre, madre, due figli – che nelle ore libere diventa, con gli altri ospiti, una sorta di piccolo condominio dove si condivide il tempo libero.
   Tempo libero che talora può essere un problema. Allora piazzare un’antenna che permetta di veder loro la tv di casa propria è prima di tutto un atto di cortesia, però è inutile nascondersi che è pure un trattenere a casa gente stanca e un po’ sradicata, evitando spiacevoli serate di bevute all’osteria, magari ad affondare la noia, a cercare compagnia, a soffocare la delusione di una fatica non fisica ma psicologica, come l’ingegnere moldavo che scopre quanto non sia semplice raccoglier bene le fragole.

   Berzacola: «La stagione può essere lunga. C’è chi viene richiesto ora per le fragole, ma già è prenotato fino a ottobre, passando per le vigne e chiudendo con i kiwi, l’ultimo raccolto, a ottobre. E quando arrivi a ottobre la voglia di tornare a casa la leggi negli occhi e te la raccontano».

   Non è Rosarno per tante ragioni evidenti, ma lo è anche per un dettaglio in apparenza minuscolo e invece di cemento: esiste una prospettiva di vita, che unisce e alterna Italia e casa. Lo studente polacco e il muratore bielorusso usano il medesimo plurale: «Bei ritorni». In patria e di nuovo qui. (Marco Neirotti)

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Il dossier

L’ ESERCITO DEI 90MILA IMMIGRATI – A LORO 15 LICENZE SU CENTO

di Antonella Baccaro, da “il Corriere della Sera” del 24/4/2010

– La maggiore incidenza sul totale dei dettaglianti è in Sardegna, con oltre il 20%. I marocchini i più presenti –

– A Roma il record. Campania e Lombardia prime tra le regioni Il «ricambio» In molti prendono il posto lasciato dagli italiani con chioschi, panetterie, pizzerie e banchetti nei mercati rionali La norma Ambrosini (Mondi migranti): la norma potrebbe non essere punitiva, di solito chi apre un negozio sa già la lingua –

   Quasi 15 attività commerciali al dettaglio su cento oggi, nel nostro Paese, appartengono a extracomunitari, comprese le numerosissime attività ambulanti che costituiscono spesso il primo passo verso il negozio. Si tratta di circa 90 mila lavoratori regolari che hanno ottenuto la licenza per mettersi in proprio.

   Sono soprattutto marocchini (38,2%), tra le comunità presenti da maggior tempo in Italia, seguiti dai cinesi (14,5%) e dai senegalesi (13,1%). Secondo il rapporto dettagliato fornito da Unioncamere, in valore assoluto la maggior parte dei commercianti, più di 10 mila, sono localizzati in Campania: tra Napoli e Caserta si arriva già a quota 7 mila. Poi c’ è la Lombardia, dove quasi la metà dei più di 9 mila dettaglianti si trova a Milano. Appena sotto la Sicilia (un terzo dei commercianti solo a Palermo) e il Lazio, con Roma che detiene il primato del numero delle attività commerciali in Italia (6.684) seguita da Torino (4.487) e Milano.

   In definitiva sono sempre le grandi città a attirare queste forme di attività, sia all’ inizio, quando è ambulante, sia dopo, quando si struttura come bottega. Ma è in altre parti d’Italia che il contributo dei commercianti extracomunitari sta crescendo, arrivando progressivamente a competere con quello degli italiani in questo ambito: in Sardegna il 20,3% dei dettaglianti ormai è straniero. È la percentuale più alta in Italia, subito dopo ci sono Toscana, Calabria e Liguria: regioni accomunate, si dirà, dal mare e dal turismo balneare.

   Ma in realtà, andando a spulciare tra le città con la maggior incidenza straniera nel commercio, si scopre che al primo e al terzo posto ci sono rispettivamente Pisa (29,5%) e Prato (26,1%), e in mezzo a loro, Catanzaro (29,1%). Tutte cittadine non marittime ma caratterizzate da un forte flusso migratorio indirizzato in genere verso altre forme di attività, come il tessile per i cinesi, a Prato, e la manodopera agricola per i senegalesi, a Catanzaro.

   È il segno che forse esiste uno spostamento o un’evoluzione verso una forma di lavoro autonomo sia pure, all’inizio, di scarso guadagno, che può essere la vendita ambulante delle stoffe o il banco al mercato della frutta. Come spiega Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia dei processi migratori e Sociologia urbana presso l’ Università di Milano e responsabile della rivista «Mondi migranti», gli immigrati intraprendono soprattutto in ambiti con basse barriere all’ ingresso e ridotta necessità di investimenti, perciò i due settori dominanti sono le costruzioni e il commercio.

   Esistono forme di auto-impiego che costituiscono un «rifugio» quando il lavoro non lo si è trovato o lo si è perso: «Anche in questi settori, tuttavia – spiega Ambrosini -, gli immigrati alimentano il ricambio del fattore imprenditoriale, prendendo il posto degli italiani che lasciano. Nel caso del commercio, contribuiscono alla persistente vitalità dei mercati rionali, delle panetterie artigianali, dei chioschi di fiori, delle pizzerie e di varie forme di street food (cibo venduto in strada, ndr)».

   Talvolta questo insediamento di negozi extracomunitari arricchisce l’offerta sul territorio. È il caso del settore alimentare: tra ristoranti, kebab, piccoli negozi specializzati, oltre che nella vendita di prodotti artigianali più o meno originali, gli operatori economici provenienti dall’ immigrazione, sottolinea il professore, sono «protagonisti di un ampliamento dell’ offerta commerciale che rende più cosmopolite e culturalmente “meticce” le nostre città».

   L’altra forma di avvicinamento all’attività commerciale è invece quella che rappresenta una forma di autopromozione: l’apertura di un banco al mercato o meglio ancora di un piccolo negozio è un passo avanti nella scala sociale e non solo nell’ambito della propria comunità. In questo scenario, l’introduzione di un esame di lingua per l’extracomunitario che voglia aprire un’attività, secondo quanto proposto dalla Lega, può costituire una barriera all’ ingresso? «Il rischio c’ è – sostiene José Galvez, direttore di Impresa Etnica, testata online informativa per gli immigrati che vogliano mettersi in proprio – già esistono forti paletti, come la difficoltà di ottenere un credito e la burocrazia».

   La controproposta? «Offrire all’ immigrato che impari la lingua il riconoscimento delle proprie qualifiche professionali: in questo modo gli si consente di non ricominciare tutto da capo». Dissente, in parte, Ambrosini: «La normativa mi pare punitiva nelle intenzioni, come spesso avviene per le iniziative della Lega sugli immigrati. Anche se potrebbe non rivelarsi così in pratica: di solito chi arriva a commerciare è una persona con una certa anzianità migratoria che sa l’italiano o è spinta a apprenderlo dalla stessa attività che vuol fare. Sarebbe più utile richiedere una buona conoscenza delle regole, che sono per lo più ignorate». (Antonella Baccaro)

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L’ATTIVITA’ DEGLI STRANIERI VALE IL 10 PER CENTO DEL PIL

da “IL TEMPO” del 8/6/2010

– I dati della Caritas-Migrantes si riferiscono in particolare a due milioni di lavoratori –

   Sono sempre di più e danno sempre di più all`Italia: ovviamente parliamo di immigrati e non semplicemente per numero di residenti (senza i quali il nostro Paese avrebbe una popolazione in calo, come testimoniano i dati Istat), ma anche in termini di lavoro e di risorse.

   La conferma arriva dai dati del rapporto Caritas-Migrantes: lo Stato trae giovamento mentre spende per servizi a loro uso il 2,5%; gli stranieri assicurano un gettito del 5%. Lo stesso rapporto pone in evidenza come esistano due milioni di lavoratori che, producono il 10% del Pil; gli alunni stranieri nelle scuole sono 630mila. Metà degli stranieri sono qui da oltre 5 anni. Dagli immigrati entrano all`Inps ogni anno 7 miliardi di euro e 3,2 miliardi al Fisco.

   Badanti, lavapiatti, muratori, ma anche commercianti, imprenditori e infermieri: e se viene meno il lavoro i primi a pagarne le conseguenze nell`attuale congiuntura economica sono gli immigrati che vengono pagati meno o perdono il posto. La loro posizione di regolari o meno risulta, dai dati, spesso ininfluente: infatti, dei quattro milioni di immigrati che vivono in affitto (dati Sunia), l`85% ha un contratto non registrato o registrato per una cifra inferiore a quella versata.

   Poi, dal rapporto Caritas-Migrantes si ricava come tra gli immigrati prevalga la provenienza da Paesi europei (53,6%, per più della metà da Paesi comunitari); seguono africani (22,4%), asiatici (15,8%), americani (8,1%). Le prime cinque comunità superano la metà dell`intera presenza: 800 mila romeni, 440 mila albanesi, 400 mila marocchini, 170 mila cinesi e 150 mila ucraini.

   Le maggiori presenze si hanno al Nord (62,1%); il 25,1% al Centro, il 12,8% al Meridione. Prima regione è la Lombardia (23,3%), seguita dal Lazio (11,6%) e Veneto (11,7%). Oltre un quinto degli stranieri sono minori (862.453), 5 punti percentuali in più rispetto agli italiani (22% contro 16,7%). Le attività mercantili figurano in primo piano: sono oltre 90mila in Italia i commercianti immigrati titolari di imprese al dettaglio, quasi il 15% (14,7%) del totale degli esercizi.

   I dati sono di fonte Unioncamere riferiti al 2009. È la Sardegna la regione con la più alta incidenza (20,3%) dei negozi con esercenti non italiani, seguita dalla Toscana (18,8%) e Calabria (18,6%). Diversa la situazione in Basilicata, Puglia e Valle d`Aosta dove la media nazionale delle presenza di negozi d`immigrati cala fino a dimezzarsi: pari rispettivamente al 7,8%; 9,2%; 10,4%. Tuttavia, a livello numerico, la presenza più numerosa si registra in Campania con oltre 10.100 commercianti che parlano straniero, pari all`11,9% del totale degli esercenti. A sua volta la Sicilia ne ospita oltre 9.600 (13,8%).

   Commercialmente parlando, la comunità più attiva è quella marocchina che conta oltre 34.400 i titolari di negozi. Seguono, ma a distanza, i cinesi (circa 13.000), poi senegalesi (11.856), infine cittadini provenienti da Bangladesh (6.621) e Nigeria (2.860). Dati, comunque, in perenne evoluzione.

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2 thoughts on “RIFUGIATI POLITICI, profughi, clandestini: parole che si incrociano nell’unico significato di un mondo “villaggio globale” ma fuori controllo, dove sottosviluppo e guerre crescono anziché diminuire (il caso dei PRIGIONIERI ERITREI in LIBIA)

  1. gengis lunedì 21 marzo 2011 / 17:53

    Spero che arrivino 2 milioni di immigrati: voglio vedere le facce dei buonisti che oggi dicono di accoglierli e dare loro ospitalità( a spese degli italiani, aggiungo io)

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