L’AFGHANISTAN: l’anno 2011 sarà del ritiro dell’ “Occidente” e il possibile ritorno dei TALEBANI al potere – Quali speranze per molti paesi del medio ed estremo Oriente che al loro interno si garantiscano i diritti fondamentali delle persone?

Talebani in gruppo. Il termine talebani o talibani (in pashto: طالبان, ālibān, pronunciato ālebān, plurale di ālib, ossia "studenti/studente"), indica gli studenti delle scuole coraniche incaricati della prima sommaria alfabetizzazione, basata esclusivamente su testi sacri islamici. Sono diventati famosi sugli organi di comunicazione di massa, che usa questo termine per indicare la popolazione fondamentalista presente in Afghanistan e nel confinante Pakistan. Sviluppatisi come movimento politico e militare per la difesa dell'Afghanistan dall'invasione sovietica, i talebani sono noti per essersi fatti portatori dell'ideale politico-religioso che vorrebbe recuperare tutto il portato culturale, sociale, giuridico ed economico dell'Islam (almeno come da essi stessi inteso e interpretato) per costituire uno stato teocratico. Dopo una sanguinosa guerra civile che li ha visti prevalere sui Tagiki e gli Uzbeki, essi hanno governato su gran parte dell'Afghanistan (escluse le regioni più a occidente e a settentrione) dal 1996 al 2001, ricevendo un riconoscimento diplomatico solo da parte di tre nazioni: Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Arabia Saudita. I membri più influenti, tra cui il Mullah Mohammed Omar, capo religioso del movimento, erano ulema (studiosi religiosi islamici), il cui livello d'istruzione islamica era peraltro limitato, impartito in semplici madrasa anziché negli istituti superiori di studio specializzati nelle scienze religiose. Ostili ad adattare la loro patria alle società più moderne del pianeta, essi respinsero ogni tentativo di interpretazione che non fosse inquadrato nella più conservatrice tradizione spirituale e culturale del pensiero islamico, adottando un atteggiamento ferocemente repressivo nei confronti degli oppositori e facendo arretrare la condizione femminile a uno stadio assai peggiore di quello esistente nella fase monarchica dell'Afghanistan, precedente all'invasione da parte dell'Armata Rossa. (da Wikipedia)

Quando, tra il 1996 e il 2001, i Talebani governarono l’Afghanistan, ogni forma di istruzione femminile fu abolita per decreto: ora, nelle parti di territorio da loro completamente controllate (come la parte sud… la città di Kandahar è tra queste zone…) sta accadendo lo stesso. Un paese, l’Afghanistan di adesso, dove, talebani o potere “legittimo” vi sia, corruzione ed “economia dell’esportazione della droga” sono gli elementi che dominano (elementi nei quali l’attuale presidente Karzai è probabilmente il più bravo a gestirli: e così sa controllare il paese….). In questo contesto la presenza di militari italiani di trova in un assoluto dilemma: truppe partite (ora 3.600 soldati) con un mandato di peacekeeping si trovano in guerra, a far la guerra.

E gli Stati Uniti che capiscono che se ne devono andare dall’Afghanistan: il prossimo anno, il 2011, è il decennale dell’Enduring Freedom (“libertà duratura” in lingua inglese: è il nome in codice ufficialmente utilizzato dal governo degli Stati Uniti per designare alcune operazioni militari lanciate in risposta agli attentati dell’11 settembre 2001, e in particolare viene utilizzato proprio per l’operazione militare lanciata nel 2001 contro i Talebani in Afghanistan, primo atto della guerra al terrorismo). Americani che adesso hanno soldati in quel Paese (94mila) più di quelli che hanno in Iraq (92mila) dove già stanno smobilitando (poi in Afghanistan ci sono 10.000 soldati britannici ed altre due migliaia tra canadesi, tedeschi e altre nazionalità…). Gli italiani (soprattutto) con il «soft power» della promessa di sviluppo economico del Paese (che ancora i nostri militari tentano di praticare); gli americani un po’ confusamente con il pugno di ferro e il portafogli spalancato.

Insomma qualcuno pensa che è meglio andarsene, e che se la sbrighino tra di loro, gli afghani… è meglio lasciarli soli? Noi pensiamo che NO, non è meglio.

In questi anni le cose son migliorate: la strategia militare (pur con i terribili errori di uccisioni di popolazioni innocenti, in particolare in operazioni aeree) ha portato però a “forme di consenso” e ha ridotto la violenza contro le truppe straniere, riuscendo spesso a stabilire uno spirito collaborativo tra truppe occidentali e comunità varie che lì ci sono. A dimostrare che lo “sviluppo”, e non la guerra permanente proposta dai talebani, è la vera soluzione per il popolo afghano. Un popolo che, a differenza di quello iracheno è inserito, pur nelle tante città, in un contesto prevalentemente rurale, dove la gente è poco istruita e spesso analfabeta… e pertanto lo sviluppo culturale ed economico è un’emergenza.

Su questo contesto in perenne movimento, per favorire il disimpegno in tempi rapidi Washington ha incoraggiato il presidente afghano Hamid Karzai a cercare un accordo con i cosiddetti “talebani moderati” convincendoli a deporre le armi…. con l’unico proposta di fare loro condividere il potere, cercando su questo di coinvolgere il vicino (e perfido, diciamo noi) Pakistan, che coi talebani non ha mai smesso di “flirtare”. E la prospettiva di veder tornare al governo di Kabul i talebani, mette in agitazione le minoranze tagica, uzbeca e hazara che insieme fanno quasi la metà dei 30 milioni di abitanti di quel Paese. Segnali tutt’altro che di pace avvengono di continuo: qualche giorno fa l’attentato suicida, con decine di morti, dei talebani pachistani; e ai primi di giugno tre esplosioni violente nel centro di Kabul che hanno interrotto la jirga della pace, il grande raduno voluto dal presidente afghano, Hamid Karzai, per costruire consenso intorno alle mosse del suo governo (la jirga è un vertice tradizionale che serve a chiarire accordi e rapporti fra i numerosi gruppi della nazione afghana).

Su tutta questa situazione caotica si innesta un’altra realtà che sembra andare oltre l`immaginazione: nel sottosuolo dell`Afghanistan c`è ferro e rame in abbondanza tale da farne il primo produttore del Pianeta, oltre a giacimenti di oro e cobalto. L’annuncio è dato un paio di settimane fa, di enormi giacimenti di rame, oro, litio, cobalto e petrolio per un valore stimato pari a 3mila miliardi. Risorse che possono fare da volano per la ricostruzione dello Stato ma che suscitano anche preoccupazioni: i “signori della guerra”, che già controllano la produzione e il commercio della droga, sono certamente interessati a queste notizie della ricchezza incredibile del sottosuolo afghano, e certo non staranno a guardare…. E per i talebani un motivo in più di impossessarsi del potere. E poi: la crescente domanda di materie prime da parte del gigante di Pechino, che confina con l`Afghanistan, profila una rivalità strategica con gli Stati Uniti per il controllo del tesoro sotterraneo dalle imprevedibili conseguenze.

Ecco. Su questo contesto l’Occidente (noi… ma più che “Occidente”, brutta e coloniale parola… meglio dire il Governo Mondiale dell’Umanità) non può prescindere da non portare avanti una politica in quelle terre (dell’Afghanistan, ma anche dell’Iran, del Pakistan…) che si basi su due principi fondamentali: uno sviluppo economico (dato dalle risorse trovate) che vada in primis in favore dell’inizio di un benessere delle popolazioni di quei territori (togliendogli anche dalla dipendenza dall’economia della droga); e dall’altra garanzie necessarie di rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Saprà la politica internazionale accompagnare ogni (necessario) intervento militare con politiche virtuose di eliminazione del sottosviluppo di quelle popolazione e del loro un affrancamento dalla sopraffazione nei modi di vita? (pensiamo in particolare al ruolo delle donne). 

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2011, INCUBO AFGHANO: IL RITORNO DEI TALEBANI COME PREZZO DELLA PACE

di Maurizio Cerruti, da “il Gazzettino” del 8/7/2010

L’amministrazione Obama vorrebbe celebrare il decennale di Enduring Freedom (“libertà duratura” in lingua inglese, acronimo OEF: è il nome in codice ufficialmente utilizzato dal governo degli Stati Uniti d’America per designare alcune operazioni militari lanciate in risposta agli attentati dell’11 settembre 2001, ndr), alla fine del 2011, con l’avvio del rimpatrio delle truppe alleate dall’Afghanistan.
Concludere la guerra lanciata dall’amministrazione Bush nel 2001 è uno dei punti programmatici del presidente democratico, sia per gli alti costi umani e materiali (quasi duemila caduti nelle forze dell’Isaf, centinaia di miliardi di dollari di spesa), sia per ragioni interne (la gente non è più sensibile al richiamo alla guerra al terrorismo internazionale, come dopo l’attacco di al-Qaida l’11 settembre 2001), sia per motivi politici internazionali, a partire dal fatto che gli alleati sono recalcitranti alle pressioni Usa perchè aumentino il loro impegno militare.

Per favorire il disimpegno in tempi rapidi Washington ha dunque incoraggiato il presidente afghano Hamid Karzai a cercare un accordo con i cosiddetti “talebani moderati” convincendoli a deporre le armi. Con quali argomenti? Con l’unico al quale sono sensibili: essere associati al potere. E con quali strumenti? Con la mediazione di esponenti delle forze armate e dell’intelligence del Pakistan che coi talebani non hanno mai smesso di “flirtare”.

La prospettiva di veder tornare al governo di Kabul i talebani, mette in agitazione le minoranze tagica, uzbeca e hazara che insieme fanno quasi la metà dei 30 milioni di abitanti, e che hanno sempre diffidato di Karzai e dei propositi di restaurazione del potere dell’etnìa pashtun (maggioritaria) a cui egli appartiene, come gran parte dei talebani. Sembra insomma riaprirsi la vecchia ferita della guerra civile afghana scoppiata al ritiro delle truppe sovietiche (1989), giusto dieci anni dopo l’invasione.

Nel ’92 fu proclamata la Repubblica islamica e dai 4 anni di caos che ne seguirono scaturì la presa del potere dei cosiddetti “studenti del Corano”, sostenuti dai poteri forti pakistani. Com’è noto, i talebani oltre a imporre con brutali violenze il loro rigido fondamentalismo, massacrarono in particolare gli hazara.
Oltre 100mila civili persero la vita prima dell’intervento Usa del 2001. I leader delle minoranze afghane temono oggi che la cooptazione al potere dei talebani riporti l’orologio della storia indietro di 15 anni: sulla base della tragica esperienza degli anni ’90 ritengono che i talebani – col loro totalitarismo politico-religioso – non si accontenteranno di “un dito” di potere: vorranno prendersi tutto il braccio. Sospettano inoltre che i poteri forti pakistani mirino a controllare Kabul tramite i talebani stessi.
I tagiki, in particolare, furono la punta di lancia nella resistenza agli invasori sovietici, e poi nella lotta al regime del mullah Omar. Il loro leggendario leader Ahmed Shah Massud, fu assassinato da sicari di al-Qaida travestiti da giornalisti poche settimane prima dell’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle e al Pentagono.
Oggi i tagiki subiscono la progressiva emarginazione dai vertici delle forze armate afghane dove per dieci anni hanno avuto ruoli di primissimo piano. I leader delle etnìe minoritarie accusano Karzai di porre le basi per una nuova guerra interetnica, denunciano la miopia dell’Occidente e si preparano, se necessario, a riprendere le armi per impedire la restaurazione talebana al potere.

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GUERRA IN AFGHANISTAN, IL MONITO DI PETRAEUS: «UNITI CONTRO I TALEBANI»

di Guido Olimpio, da “il Corriere della sera” del 4/7/2010

– «Militari e civili lavorino insieme» – Tra i nodi da sciogliere, i rapporti con l’ambasciata Usa e con Karzai e nuove regole d’ingaggio –  Sono già mille i caduti tra le forze Nato e Usa e le opinioni pubbliche sono sempre più critiche – Questa è una missione difficile, qui in Afghanistan non c’ è nulla di facile –  La cooperazione non è un’ opzione ma è obbligatoria, siamo tutti in una sola squadra –

WASHINGTON – «The only easy day was yesterday». Traduzione: l’unica giornata facile era ieri. È il motto dei commandos dell’Us Navy e di sicuro può diventare quello del generale David Petraeus, dal 4 luglio, al comando delle forze in Afghanistan.

Infatti, appena arrivato nel Paese, ha promesso lacrime e sangue: «È una missione tosta, qui non c’è nulla di facile». Parole pronunciate nell’ambasciata-fortino durante un ricevimento a base di hamburger ed hot dog alla vigilia della festa americana del 4 luglio. Petraeus ha quindi invitato alla compattezza e all’unità: «La cooperazione non è un optional».

Un appello legato alle molte divisioni emerse in questi mesi e che sono state, insieme ai magri risultati sul campo, le cause del siluramento del suo predecessore, Stanley McChrystal. Il neo-comandante dovrà tagliare con la sua spada tre nodi. Il primo è rappresentato dalle regole di ingaggio. Petraeus, nelle prime dichiarazioni, ha affermato che «l’imperativo morale» è proteggere le truppe. E, per questo, potrebbero esserci dei cambiamenti che permettano un volume di fuoco maggiore e un intervento più esteso dell’aviazione.

Ma tenendo in mente il secondo imperativo: quello di ridurre le perdite tra i civili. Sotto McChrystal, con l’approvazione di Petraeus che era il suo comandante, erano stati posti dei limiti. Perché, spiegavano gli strateghi, se si vuole conquistare il consenso della popolazione è necessario agire di conseguenza. Se bombardi, per sbaglio, una cerimonia o un villaggio alle vittime innocenti aggiungi i danni politici. Come è avvenuto ieri, con una donna e un uomo uccisi per errore. Resta da vedere come coniugare, sul terreno, le due esigenze. L’altro nodo è quello dei rapporti con l’ ambasciatore Usa a Kabul, Karl Einkeberry, e l’inviato speciale Hoolbrooke. Petraeus deve reimpostare le relazioni dopo le fratture createsi con McChrystal. Contrasti legati anche alla scadenza del luglio 2011, data di inizio di un possibile ritiro dall’Afghanistan. La guerra, ribattono dal Pentagono, non si può fare con il calendario in mano e, infatti, quel limite temporale è in discussione. Chiamato a ricostruire un rapporto di fiducia con i funzionari in borghese, Petraeus, sempre ieri, ha sottolineato che civili e militari devono lavorare insieme, come una cosa sola.

Il terzo aspetto è il governo Karzai. Poco affidabile, corrotto e indeciso sul da farsi, non sembra essere un partner credibile. Ma, per ora, è l’unico disponibile. E se un giorno gli Usa vorranno andarsene avranno bisogno a Kabul di un’entità politica e militare che regga. Il messaggio del generale alle autorità afghane è stato semplice: «Il vostro successo è il nostro successo».

Con questi tre pesanti fardelli sulle spalle, Petraeus deve fare anche la guerra e gestire un contingente di 130 mila uomini. C’è un’ offensiva contro Kandahar in gestazione ma intanto sono i talebani a sferrare colpi a sorpresa, specie nelle città. Le perdite dei soldati hanno superato quota mille, un numero alto per le opinioni pubbliche occidentali sempre più scettiche sul significato della missione.

Davvero vale la pena di morire per Kabul? Sull’ altro fronte, kamikaze, ordigni improvvisati e qualche incursione sono sufficienti a far passare il messaggio che hanno loro l’iniziativa. In Afghanistan ma anche nel vicino Pakistan, colpito da una impressionante serie di attentati intimidatori contro le autorità. Un monito affinché si astengano da iniziative militari decisive contro i santuari del terrore. Agli insorti per vincere basta resistere. E non hanno regole di ingaggio e calendari da rispettare. (Guido Olimpio)

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CHI SONO I TALEBANI?

di Gregg Carlstrom, da Al-Jazeera English – 18/6/2010

tratto da http://www.medarabnews.com/ (Gregg Carlstrom è un giornalista e blogger residente a Doha, in Qatar; oltre a scrivere per al-Jazeera English, suoi articoli sono apparsi su Foreign Policy, World Politics Review, ecc.; gestisce il blog The Majlis ) Original Version: Who are the Taliban?

– Ultimamente si parla molto del possibile dialogo tra il governo afghano e le varie fazioni che compongono i Talebani; ma quali sono queste fazioni, e quali rapporti le uniscono? Il giornalista Gregg Carlstrom traccia una panoramica dei diversi gruppi –

Mentre il presidente afghano Hamid Karzai spinge per la messa in atto di un programma di riconciliazione che porterebbe alcuni elementi dell’insurrezione afghana nel governo, si parla molto dei “Talebani”, delle loro motivazioni e dei loro obiettivi. In realtà la rivolta afghana è costituita da tre gruppi principali, e soltanto uno di essi si fa chiamare con il nome di “Talebani”. Tutti condividono l’ostilità nei confronti della presenza americana e della NATO in Afghanistan, pur avendo una diversa leadership e diversi obiettivi, e pur cooperando tra di loro in maniera differente. Eccone una breve descrizione.

I TALEBANI DELLA SHURA DI QUETTA

La Shura (consiglio) di Quetta, che prende il nome dalla città pakistana dove si pensa che abbia il proprio quartier generale, è costituita dalla parte più consistente della vecchia leadership del movimento talebano che ha governato l’Afghanistan fino al 2001.

Il mullah Mohammed Omar, il “comandante dei credenti” alla guida dei Talebani, è a capo dell’organizzazione che di tanto in tanto compie attacchi contro le forze dalla NATO in Afghanistan. La Shura di Quetta guida anche un “governo ombra” in Afghanistan. Membri di alto livello del gruppo svolgono la funzione di “governatori” in 33 delle 34 province dell’Afghanistan, secondo i funzionari della intelligence americana. I combattenti talebani raccolgono le tasse, amministrano un sistema giudiziario parallelo e hanno posti di blocco lungo le strade.

I Talebani hanno mostrato qualche interesse al dialogo con Kabul, e numerosi membri di alto livello sembra abbiano intrattenuto colloqui segreti con il governo Karzai lo scorso anno. Tuttavia l’arresto del mullah Abdul Ghani Baradar, il vice di Omar, avvenuto a febbraio, ha causato una crisi nella leadership dell’organizzazione e ha bloccato il dialogo in corso. Kai Eide, l’ex capo della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, ha affermato che l’arresto di Baradar ha ridotto la possibilità di dialogare con i Talebani.

HEZB-I-ISLAMI

Hezb-i-Islami viene spesso definito un gruppo “talebano”, ma in realtà esso precede i Talebani di più di un decennio. Il partito venne fondato nel 1975 da Gulbuddin Hekmatyar, che avrebbe poi ricoperto la carica di primo ministro in Afghanistan per un breve periodo. Il gruppo ha svolto un ruolo centrale nel contribuire a espellere i sovietici dall’Afghanistan. Alla fine il movimento si è diviso in due. Una componente, un partito politico nonviolento, controlla oggi più di una dozzina di seggi nel parlamento afghano e afferma di essere indipendente da Hekmatyar. L’altra parte, rimasta fedele a Hekmatyar, viene spesso chiamata Hezb-i-Islami Gulbuddin (o HiG) e sostiene di comandare molte migliaia di combattenti nell’Afghanistan orientale.

Dei tre gruppi ribelli,  l’HiG è il più interessato a parlare pubblicamente di negoziati con Kabul. Rappresentanti del movimento di Hekmatyar hanno incontrato alcuni responsabili afghani a marzo, presentando loro un “piano di pace” in 15 punti, che chiede il ritiro delle forze straniere, il cessate il fuoco e la liberazione dei prigionieri. Il generale Michael Flynn, capo dell’intelligence americana in Afghanistan, ha definito Hekmatyar “assolutamente recuperabile”.

Tuttavia i capi dell’HiG parlano di una riconciliazione con Kabul da molti anni, mentre poco è stato fatto. Hekmatyar si è opposto pubblicamente all’assemblea tribale (jirga) di pace della scorsa settimana e alcuni membri della sua organizzazione hanno affermato ad al-Jazeera che essi non negozieranno fino a quando le forze straniere non se ne saranno andate. Qualunque discorso riguardo ad una riabilitazione di Hekmatyar è particolarmente inviso agli occhi di molti cittadini afghani, che hanno sofferto decenni di violazioni dei diritti umani per mano della sua milizia, come per esempio il bombardamento continuo di Kabul nel 1994.

LA RETE HAQQANI

Infine, c’è la cosiddetta rete Haqqani, l’organizzazione eponima che prende il nome dal suo capo Jalaluddin Haqqani. Si pensa che Jalaluddin e suo figlio, Sirajuddin Haqqani, vivano nella provincia del nord Waziristan, in Pakistan. Essi agiscono soprattutto nell’Afghanistan orientale e in particolare nelle province di Paktia, Paktika, Khost e Ghazni.

Il gruppo è responsabile di alcuni degli attacchi di più alto profilo in Afghanistan, compreso quello del gennaio 2008 al Serena Hotel di Kabul – un luogo di ritrovo preferito dagli espatriati – e il tentato assassinio del presidente afghano Hamid Karzai dell’aprile 2008. I comandanti americani e della NATO ritengono che il gruppo Haqqani sia la più grave minaccia strategica in Afghanistan. Esso mantiene anche forti connessioni con i servizi di sicurezza pakistani che considerano la rete Haqqani come un elemento strategico da utilizzare contro la vicina India.

I ribelli afghani sono motivati da un complesso insieme di rivendicazioni, anche se i combattenti della rete Haqqani sembrano avere una maggiore inclinazione ideologica rispetto ad altri gruppi. Anand Gopal, un giornalista di stanza a Kabul, ha affermato che “una proporzione significativa di combattenti della rete Haqqani sono studenti delle scuole coraniche”.

I TALEBANI PAKISTANI

Oltre il confine, intanto, l’organizzazione dei Talebani pakistani, il Tehrik-i-Taliban, comprende milizie che sono guidate da numerosi comandanti compresi Hakimullah Mehsud, Hafiz Gul Bahadur, Maulvi Nazir e altri. Essi sono sostenuti da alcuni gruppi simpatizzanti come Lashkar-e-Jhangvi. L’effettiva portata dei legami dei Talebani pakistani con la propria controparte afghana è molto discussa. Giornalisti e analisti parlano di una crescente cooperazione tra i due gruppi nel corso degli ultimi anni.

Indipendentemente dai legami operativi, tuttavia, è chiaro che i gruppi sono spinti da differenti motivazioni: l’insurrezione afghana si oppone alla presenza straniera nel paese, mentre i talebani pakistani combattono in primo luogo contro il governo di Islamabad. (Gregg Carlstrom)

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TALEBAN MINACCIANO: «NESSUNO DOVRA’ FARE AFFARI»

di Luca Geronico, da Avvenire del 1/7/2010
Sarà pure – come scriveva un recente rapporto interno del Pentagono – l’«Arabia Saudita del litio», ma sullo sfruttamento del “nuovo Eldorado” nasco­sto nel sottosuolo dell’Afghanistan, sembra ora giocarsi il futuro del governo Karzai e degli alleati.
L’annuncio, un paio di settimane fa, di e­normi giacimenti di rame, oro, litio, cobal­to e petrolio per un valore stimato pari a 3mila miliardi di dollari ha forse colto di sor­presa i taleban. La sfida politica del nuovo governo Karzai è di attingere dalle enormi ricchezze minerarie le risorse necessarie al­la stabilizzazione del Paese e alla ricostru­zione delle infrastrutture. Un ambizioso progetto di ricostruzione che dovrà neces­sariamente navigare fra i marosi della glo­balizzazione, confrontarsi con le fluttua­zioni del mercati internazionali, ricostrui­re infrastrutture fatiscenti se non inesistenti. Ma soprattutto sconfiggere l’«Emirato» di Kabul.
L’allarme giunge dal “Site”, il Centro ameri­cano di monitoraggio dei siti islamici radi­cali. Il messaggio, nei giorni in cui il mini­stro afghano delle miniere Wahid Shahrani è impegnato in un tour iniziato a Londra per raccogliere offerte sulle royalty (diritti di sfruttamento) non poteva essere più e­splicito. «Qualsiasi controparte che firmerà un contratto di estrazione mineraria con l’amministrazione corrotta sarà trattata dal­l’emirato islamico e dal popolo afghano co­me un’entità apostata».

Un controllo delle risorse e delle leve eco­nomiche del Paese da parte di capitali e in­teressi occidentali avrà come facile contro­partita ideologica l’accusa di neocoloniali­smo, di sfruttamento dei musulmani e di furto delle loro risorse. Propaganda che po­trebbe aizzare l’estremismo e accrescere l’insicurezza endemica in certe regioni, ma che pure riposa su una chiara scelta politi­ca ed economica. Il governo di Kabul ha in­fatti condiviso le informazioni sulle risorse minerarie – molto superiori alle più ottimi­stiche sfide – con il Pentagono e la Usgs (la Unites States survey organisation), l’ente di ricerca del governo Usa che ha messo a di­sposizione le più sofisticate tecnologie.
Un “new deal” in grado di condizionare, si può supporlo, l’exit strategy militare come tutta l’opera di ricostruzione. Se solo una robusta crescita può fare da volano alla ri­nascita dell’Afghanistan, questa richiede standard di sicurezza verificati nel lungo pe­riodo. Molti dei giacimenti, la cui esplora­zione risale spesso all’era sovietica, sono si­tuati in regioni in rivolta e il loro sfrutta­mento è tuttora in fase iniziale. Un “rischio di impresa” non indifferente: una miniera di rame necessita di almeno 5 anni per di­ventare produttiva, almeno 2 per il litio e il cobalto.
Una volta avviata la “miniera Afghanistan” potrebbe impiegare decine di migliaia di persone ed essere la base su cui costruire lo Stato afghano. Ma nei palazzi dei governa­torati di provincia come in quelli della scon­finata Kabul, potrebbe celarsi l’insidia più subdola: la corruzione. Se il ministro Wahid Shahrani ha assicurato ai suoi interlocuto­ri trasparenza e legalità in base alle “best practise” internazionali poche settimane fa un rapporto della Difesa statunitense am­metteva che molte delle risorse destinate alla ricostruzione in realtà finivano per ali­mentare il racket dei “Signori della guerra”. Signori della guerra pronti a divenire pure “Signori delle miniere”.

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GIACIMENTI QUASI INTATTI: IL «BUSINESS» DEL FUTURO

Il settore minerario non è ancora stato sviluppato in Afghanistan e le risorse minerarie del Paese restano perlopiù intatte. Ad eccezione delle pietre preziose, che in larga misura vengono estratte illegalmente e vanno ad arricchire i leader locali. Oggi i giacimenti minerari più importanti sono quelli di rame e ferro.
Rame. Nel 2007 la società pubblica China Metallurgical Group ha vinto la gara d’appalto per sfruttare la miniera di rame di Aynak: secondo le stime contiene circa 13 milioni di tonnellate di rame. Il progetto vale quasi 2 miliardi e mezzo di euro ed è l’investimento singolo più grande nella storia dell’Afghanistan.
Ferro. Le maggiori riserve di ferro sono concentrate a Hajigak, nella provincia di Bamyan. Secondo stime che risalgono all’inizio degli anni Novanta, tale giacimento contiene 2 miliardi di tonnellate.
Pietre preziose. In questa provincia, inoltre, ci sono giacimenti di lapislazzuli mentre in quella di Panjshir gli smeraldi. Piccoli depositi di rubini nella provincia orientale di Nangarhar.
Gas e petrolio. Il sottosuolo afghano sembra alquanto ricco di minerali, ma non altrettanto di idrocarburi. Probabilmente l’Afghanistan non diventerà un grande produttore di gas e petrolio, anche se può diventare un importante corridoio energetico posto che le condizioni di sicurezza migliorino. Finora l’instabilità del Paese ha frenato l’inizio dei lavori del gasdotto che dovrebbe unire Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India (Tapi). Il progetto è in competizione col gasdotto che dovrebbe collegare Iran, Pakistan e India.

L’Afghanistan sembra avere riserve di gas pari a 130 miliardi di metri cubi e riserve di petrolio pari a circa 100 milioni di barili. I giacimenti di gas e quelli di petrolio sono concentrati nel Nord: rispettivamente nella provincia di Jawzjan e in quella di Sar-e Pol.
Carbone. Oltre a gas e petrolio, si stima che il Paese possegga riserve di carbone pari a 73 milioni di tonnellate. La maggior parte delle quali è nella provincia occidentale di Herat e in quella nordorientale di Badakhshan.

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L’AFGHANISTAN NASCONDE UN TESORO SOTTERRANEO. ENORMI GIACIMENTI DI LITIO E DI ALTRI METALLI PREGIATI

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 15/6/2010
I più grandi giacimenti esistenti di ferro e rame, nonché litio in abbondanza tale da essere equiparato al petrolio dell`Arabia Saudita: il sottosuolo dell`Afghanistan nasconde un tesoro minerario capace di trasformare Kabul nella Dubai dell`Asia centrale. Sono questi i sorprendenti risultati cui è giunto un team di geologi civili e militari americani che negli ultimi quattro anni ha esaminato il territorio afghano con i più avanzati strumenti di rilevamento, adoperando come mappe di riferimento quelle che erano state redatte dall`Armata Rossa negli Anni 80, poi abbandonate in fretta e furia al momento del ritiro nell`archivio di un Ministero della capitale afghana.
Ad aver coordinato la ricerca è stato Paul Brinkley, capo del team del Pentagono oggi con la qualifica di vice sottosegretario alla Difesa per gli Affari Economici. Il ritrovamento delle carte minerarie redatte dai sovietici risale al 2006 e gli uomini del team di Brinkley le adoperarono pochi mesi dopo per sorvolare il 70 per cento del territorio con un aereo “intelligente” di vecchia generazione in servizio nell`Us Navy, l`Orion P-3.

I rilevamenti fatti su gravità e magnetismo furono a tal punto promettenti che il team scientifico-militare nel 2007 decise di ripetere i sorvoli, ma questa volta con un vecchio bombardiere britannico a bordo del quale erano stati posizionati strumenti in grado di disegnare con accuratezza il profilo tridimensionale dei depositi minerari nel sottosuolo.
Si è trattato del più accurato studio delle risorse minerarie afghane mai realizzato e nel 2009 i risultati sono stati consegnati a un team del Pentagono per lo sviluppo delle attività economiche trasferito in Afghanistan dall`Iraq, che ha condotto ulteriori accertamenti nelle singole località che si trovano in gran parte nelle regioni sud e nell`est infestate dai taleban.
A un anno da allora Brinkley è stato in grado di presentarsi prima al ministro della Difesa, Robert Gates, poi al presidente afghano, Hamid Karzai, illustrando con dovizia di dettagli, supporto di carte e illustrazioni scientifiche una realtà che sembra andare oltre l`immaginazione: nel sottosuolo dell`Afghanistan c`è ferro e rame in abbondanza tale da farne il primo produttore del Pianeta, oltre a giacimenti di oro e cobalto.
Senza contare che la provincia di Ghazni, nell`est, contiene immensi depositi di litio, il minerale che serve per fabbricare le pile dei computer portatili come di numerosi tipi di telefonini. A conti fatti si tratta di risorse stimate in circa mille miliardi di dollari, capaci di trasformare l`Afghanistan nell`«Arabia Saudita dei litio» e una nazione in guerra nella nuova mecca dello sviluppo minerario.
Tanto Gates che Karzai hanno reagito all`esposizione delle conclusioni con una sorpresa finita ieri sulla prima pagina del «New York Times» assieme a un misto di speranze e preoccupazioni conseguenti alla scoperta. Le speranza hanno a che vedere con la possibilità che l`Afghanistan, il cui PIL annuale al momento è di circa 12 miliardi di dollari, possa disporre di una fonte di ricchezza in grado di sostenerne l`emancipazione dall`attuale stato di povertà, offrendo grazie alle miniere opportunità di lavoro e prosperità capaci di costituire un`attraente alternativa alle armi per generazioni di giovani.
Ma vi sono anche forti timori, dovuti al rischio che l`inattesa torta miliardaria possa diventare oggetto di conflitti armati fra i signori della guerra, che al momento devono le loro entrate soprattutto al traffico dell`oppio. Senza contare la possibilità che litio, ferro e rame finiscano per moltiplicare la corruzione che ha portato lo scorso anno proprio alla sostituzione del ministro delle Miniere, perché aveva intascato una tangente di 30 milioni di dollari da una ditta cinese in cambio di un`importante concessione. Proprio la crescente domanda di materie prime da parte del gigante di Pechino, che confina con l`Afghanistan, profila una rivalità strategica con gli Stati Uniti per il controllo del tesoro sotterraneo dalle imprevedibili conseguenze. Ce n`è abbastanza per far dire a David Petraeus, comandante delle truppe Usa nel Grande Medio Oriente, che «ci troviamo di fronte a un enorme potenziale anche se è corredato da molti “se”». (Maurizio Molinari)

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TALIBAN CONTRO LE DONNE A SCUOLA: OTTANTA BAMBINE INTOSSICATE CON IL GAS

di Pietro del Re, da “la Repubblica” del 26/4/2010

La piccola Sumaila era in classe quando ha sentito uno strano odore, simile a quello di un fiore appassito. Poi, come in sogno, ha visto svenire le sue compagne e il suo professore. «Quando ho riaperto gli occhi ero in ospedale», racconta questa bambina di 12 anni, ricoverata per essere stata assieme alle sua classe “gasata” dai Taliban.

È questo il subdolo espediente adoperato per impedire che le bambine studino, e quindi si evolvano crescendo, e che un giorno la smettano di sottostare ai loro ordini. Perciò, per dissuaderle dal frequentare la scuola, si può anche ricorrere al veleno. È accaduto ieri, in una scuola di Kunduz, nel nord est dell’Afghanistan.

Assieme a Sumaila altre dodici bambine sono rimaste intossicate da un gas sprigionato nella loro scuola da quegli estremisti islamici che si oppongono all’istruzione femminile. In serata, fonti dell’ospedale di Kunduz hanno riferito che molte scolarette provavano ancora dolori, vertigini e vomito. Secondo un funzionario di polizia, due giorni fa si sono sentite male altre 48 bambine e alcuni professori. La settimana scorsa, 20 bambine avevano denunciato i medesimi sintomi, che sono quelli di un sospetto avvelenamento, in un’altra scuola di Kunduz.

Nel maggio 2009, nella provincia di Kapisa, a finire in ospedale furono 90 ragazze. Abdul Muqeem Halemi, che dirige del Dipartimento istruzione della provincia, non ha dubbi: i Taliban hanno intossicato la scuola con il gas per scoraggiare le famiglie a far frequentare la scuola alle figlie. Li indica come responsabili anche il portavoce del presidente Hamid Karzai: «Chiunque impedisca ai bambini di andare a scuola è un nemico dell’Afghanistan e della sua possibilità di prosperare».

Nega invece il portavoce dei ribelli, Zabiullah Mujahid, sostenendo che i suoi uomini non possono essere responsabili di quanto accaduto, perché il movimento «condanna con forza simili azioni». Ma terrorizzare la popolazione, per poi ergersi a salvatori della medesima, fa parte da troppo tempo della loro strategia. Difficile nutrire dubbi sulla colpevolezza di un gesto così orrendo.

Quando, tra il 1996 e il 2001, i Taliban governarono l’Afghanistan ogni forma di istruzione femminile fu abolita per decreto. Ora, la questione rimane tuttora controversa in gran parte del paese. Attentati simili a quello di ieri erano stati compiuti negli anni scorsi in altre parti dell’Afghanistan, anche dove la presenza dei Taliban è più debole. Nel sudest, invece, dove gli Studenti del Corano controllano numerosi villaggi, le scuole per bambine sono state chiuse da tempo. Nonostante lo spavento di ieri Sumaila spera che il padre le consenta di tornare a scuola: «È vero sono molto impaurita e i miei genitori sono preoccupati. Non so se dopo quello che è accaduto mi permetteranno ancora di entrare in un’aula scolastica». E, chissà, magari un giorno di diventare avvocatessa o pediatra o deputato. (Pietro Del Re)

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E’ la più lunga dell’America

LA GUERRA AFGHANA SUPERA IL VIETNAM

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 29/5/2010

(…) Il 7 giugno la campagna in Afghanistan ha compiuto 104 mesi, uno in più di quanto durò il conflitto in Vietnam e il superamento di durata ripropone il paragone fra le due operazioni militari. Tanto più che in Afghanistan oggi vi sono più soldati che in Iraq – 94 mila contro 92 mila – per effetto di una escalation militare voluta da Barack Obama che alcuni storici considerano simile a quella che venne ordinata nel 1965 da Lyndon B. Johnson.

Le forze americane attaccarono l’Afghanistan il 7 ottobre del 2001, in risposta agli attacchi di Al Qaeda contro New York e Washington che l’11 settembre avevano causato circa 3000 vittime, e tre mesi dopo il regime dei taleban era travolto, le maggiori città liberate e Bin Laden, assieme al Mullah Omar, erano costretti alla fuga.

Dal giorno in cui George W. Bush annunciò l’inizio della guerra, il 7 giugno, sono passati 104 mesi facendo della campagna militare afghana la più lunga mai combattuta da soldati americani. La Seconda Guerra Mondiale infatti durò 44 mesi, la Guerra Civile 48, la rivoluzione 81, l’Iraq si protrae da 86 ma è in via di conclusione e il Vietnam si svolse nell’arco di 103 mesi da quando, il 7 agosto 1964, il Congresso votò la risoluzione sul Golfo del Tonchino che consegnava a Johnson i poteri di guerra fino al marzo del 1973, allorché Richard Nixon ordinò il ritiro di tutte le truppe combattenti in maniera analoga a quanto avverrà in Iraq entro la fine di questa estate. Ciò che più distingue il Vietnam dall’Afghanistan è il numero delle vittime americane: allora furono 58209 mentre adesso hanno toccato quota 1000.
Il primo soldato Usa a cadere in Afghanistan fu, il 25 novembre 2001, l’agente della Cia Mike Spann, 32 anni, mentre il millesimo caduto, registrato proprio ieri, è ancora ignoto a causa della necessità di informare la famiglia prima di renderne nota l’identità. Ma al di là dei numeri la Casa Bianca di Obama ritiene che la differenza sia più profonda perché «mentre i comunisti nordvietnamiti combattevano appassionatamente per unificare la loro patria, Al Qaeda e i taleban hanno come obiettivo la distruzione dell’America».

Senza contare che negli anni Sessanta l’importanza strategica che aveva il Vietnam del Nord nella Guerra Fredda era minore a quella che l’Afghanistan ha oggi nel conflitto contro il terrorismo, per via del rischio che i taleban alleati di Al Qaeda possano riuscire a rovesciare il confinante Pakistan impadronendosi dell’arma atomica. Ma Katrina Venden Heuvel, editore del magazine liberal «The Nation», obietta che in realtà a pesare di più è la similitudine fra i conflitti dovuta al fatto che «se Vietnam e Iraq hanno dimostrato che è tanto facile iniziare una guerra quanto finirla, ora vediamo riproporsi la stessa questione in Afghanistan».
Gordon Goldstein nel suo «Lessons in Disaster» (Lezioni da un disastro) aggiunge altri paralleli: quando John F. Kennedy mandò le prime truppe il Vietnam era governato dal corrotto Ngo Dinh Diem che assomiglia molto all’afghano Hamid Karzai; la guerriglia nel Sud era sostenuta dai vietcong del Nord come oggi i talebani afghani vengono riforniti da quelli pakistani; la strategia anti-insorti del generale Stanley McChrystal (ora sostuitot da Obama, ndr) si basa sulle lezioni apprese allora; il rapporto sul campo fra soldati americani e nemici è di 10 a 1. Sostenitori e critici del conflitto concordano comunque che in ultima analisi ciò che farà la differenza sarà il livello di sostegno pubblico per la guerra: al momento è al 51 per cento(Maurizio Molinari)

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Retroscena

L’ESPANSIONE DELLA MISSIONE INTERNAZIONALE METTE IN CRISI GLI AFFARI DELLE COMPONENTI LOCALI

di Andrea Nicastro, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2010

Quella faida tribale dietro i mercenari che sotterrano mine – Attori in campo. Il problema, per il comandante italiano, è non poter controllare tutti gli attori in campo, dai poliziotti locali agli emissari della Cia

HERAT – La pattuglia italiana che è finita su una mina artigianale talebana era diretta nella Zeerko Valley, uno dei tre, quattro punti roventi del quadrante sotto controllo italiano. Nella vallata si coltiva, si lavora e si esporta oppio. Lì vivono, guardandosi spesso in cagnesco, due tribù di etnia pashtun: i Nurzai e gli Achakzai. Gente nata con il kalashnikov in mano.

Per contrappasso della storia, la valle che oggi rappresenta una minaccia per qualsiasi occidentale solo vent’anni fa era finanziata da Washington per combattere l’impero comunista di Mosca. Tra il 1979 e il 1989, furono proprio queste tribù a dare un contributo decisivo alla Jihad, la Guerra Santa, contro i sovietici nella zona di Herat.

Cronaca e storia di questa vallata sono emblematiche della complessità del compito che la Coalizione internazionale si è data quando, cacciando i talebani, ha deciso di installare un nuovo governo a Kabul. Alleanze oscillanti, rancori personali, interessi internazionali e locali giocano insieme. Basta sbagliare una mossa e le conseguenze sono mine e agguati. Il comandante mujaheddin della vallata era Amanullah Khan della tribù dei Nurzai. Amannullah Khan (pashtun) combatteva «in coordinamento» con il «leone di Herat», il tajiko Ismail Khan. Dopo la parentesi talebana, i due si sono messi l’uno contro l’altro.

Si dice che lo stesso presidente Karzai, preoccupato per lo strapotere di Ismail Khan, abbia permesso ad Amannullah Khan e altri comandanti di combattere Ismail Khan. Nella piana di Shindand proprio fuori dalla Zeerko Valley, nel 2004 Amanullah Khan partecipò ai combattimenti (con carri armati e artiglieria) mettendo in fuga Ismail Khan e uccidendone il figlio.

La vittoria si rivelò effimera. Amanullah morì in un incidente stradale. In un’intervista al Corriere, Ismail Khan commentò così: «Non lo cercava il governo, l’ha trovato Allah». Il tajiko Ismail Khan e il presidente pashtun Hamid Karzai trovarono un modus vivendi: ad Ismail vanno i posti di potere, a Karzai il denaro della dogana, prima fonte di entrate legali del Paese. Con la spartizione, la tribù Nurzai della Zeerko Valley diventò inutile per il governo centrale e così passò armi e bagagli ai talebani, mentre i rivali della tribù Achakzai occuparono i redditizi posti di governatore, capo della polizia e quant’ altro.

Con l’espansione della missione internazionale, americani e italiani sono andati a disturbare l’equilibrio raggiunto sei anni fa. Gli italiani (soprattutto) con il «soft power» della promessa di sviluppo economico, gli americani un po’ confusamente con il pugno di ferro e il portafogli spalancato.

Parlando al Corriere, il generale Claudio Berto, a capo dei 3.600 italiani e oltre 2 mila soldati di altre nazionalità, mette l’accento su una strategia che, in soldoni, è quella del «bastone e della carota»: «Abbiamo costruito una base nel cuore della Zeerko Valley e qualcosa comincia a muoversi. Esponenti del Consiglio degli anziani, la Shura, vengono a chiedere pozzi, elettricità, sementi. Comincia sempre così, poi capiranno che vogliamo aiutarli e, invece che coi talebani, decideranno di stare con noi».

Il problema, per il generale Berto, è che non controlla tutti gli attori in campo. Ogni tanto, ad esempio, in modo totalmente arbitrario, poliziotti, esercito e politici afghani decidono lo sradicamento di qualche campo di papavero. Più che una strategia anti droga, questa episodicità consente di rovinare economicamente uno o l’altro avversario.

Anche certe «azioni» Usa passano sopra la testa del generale. La decisione di «comprare» l’alleanza della tribù Nurzai è una. Emissari della Cia o del Pentagono hanno profumatamente pagato gli anziani Nurzai per creare delle Loc (Local Defence Community), in sostanza ronde di autoprotezione. Licenza di portare armi, in cambio di non belligeranza. Poteva forse essere conveniente per i soldati stranieri, ma era un colpo agli Achakzai, la tribù rivale. Il mese scorso sei miliziani Nurzai con licenza Usa vengono uccisi e decapitati; la settimana seguente 12 tra poliziotti e filo governativi degli Achakzai vengono massacrati. I leader talebani della Zeerko Valley nominati dal consiglio centrale di Quetta, ringraziano. Nel mezzo di una faida tribale, non mancano certo mercenari per sotterrare una mina. (Andrea Nicastro)

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1- IL BALZO VERSO KANDAHAR- I TALEBANI

da “IL FOGLIO” di giovedì 3 giugno 2010

I talebani attaccano la grande jirga della pace a Kabul per rallentare l`offensiva che deciderà la guerra

Tre esplosioni violente nel centro di Kabul hanno interrotto la jirga della pace, il grande raduno voluto dal presidente afghano, Hamid Karzai, per costruire consenso intorno alle mosse del suo governo. La sequenza degli attacchi segue lo schema adottato molte volte dai terroristi talebani, che hanno rivendicato l`azione nel pomeriggio. “Il nostro obiettivo era quello di annullare la jirga”, ha detto un portavoce del gruppo, Zabiullah Mujhaid.

Non si può dire che il tentativo sia passato sotto silenzio. Quando Karzai è salito sul palco per salutare i capi tribù e i dignitari giunti a Kabul dai molti angoli del paese, lo scoppio di un razzo ha paralizzato la platea. Altri due boati hanno convinto il presidente a concedere una pausa lunga un paio d`ore. I talebani sono riusciti a colpire nonostante le misure di sicurezza messe a punto dalle squadre speciali dell`esercito. Secondo le prime ricostruzioni, un uomo si è fatto saltare in aria accanto alla moschea, Takva Khana, a cinque minuti dalla tenda allestita per la jirgra.

E un commando di talebani avrebbe preso un palazzo nel centro della città, dal quale sono partiti razzi e colpi di fucile per tutta la mattina. Per entrare nella zona protetta senza sollevare sospettati, i terroristi hanno indossato il burqa, l`indumento tipico delle donne afghane. Secondo Mujhaid, altri kamikaze aspettano di entrare in azione.

La jirga è un vertice tradizionale che serve a chiarire accordi e rapporti fra i numerosi gruppi della nazione afghana. Ieri l`assemblea ha eletto come presidente Burhanudin Rabbani, che è anche il leader di Jamiat-i-Islami, un partito dell`opposizione. Uno dei suoi compiti sarà scegliere i saggi per il gruppo incaricato di aprire una trattativa con i talebani.

Durante il proprio discorso, Karzai ha denunciato le uccisioni di studenti e insegnanti avvenute per mano di al Qaida (“Non posso perdonare – ha detto – non c`è spazio per quella gente nella jirga”), ma ha anche mostrato segni di dialogo nei confronti dei guerriglieri talebani. “La loro lotta è una reazione alle ingiustizie commesse da altri afghani e dalle truppe straniere”, ha spiegato. Alcuni rappresentanti dei ribelli avrebbero dovuto partecipare alla jirga. Il governo ha ritirato l`invito tre mesi fa.

Il grande raduno di Kabul anticipa l`offensiva militare su Kandahar, la città santa dei talebani situata nella parte meridionale del paese. Prendere il controllo di questo centro ha un` importanza cruciale sul piano strategico e potrebbe decidere le sorti della guerra: a cento chilometri ci sono il confine con il Pakistan e la strada che conduce a Quetta.

L`operazione degli alleati si chiama Moshtarak e sarà guidata da un generale inglese, Nick Carter, che ha già presentato i dettagli del piano al governo di Londra. Gli analisti dell`Isaf, il contingente internazionale, dicono che la città ospita un migliaio di nemici. Secondo Carter, serviranno almeno sei mesi per liberarla. La provincia dell`Helmand, che comprende anche Kandahar, è stata a lungo sotto il controllo dei soldati britannici, ma è passata pochi giorni fa agli americani, Per l`assedio al forte dei ribelli. Londra ha messo a disposizione buona parte dei diecimila uomini di stanza in Afghanistan. Con loro ci saranno truppe degli Stati Uniti e dei Canada.

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2- IL BALZO VERSO KANDAHAR-L’UOMO CHE HA MANDATO…

da “IL FOGLIO” di giovedì 3 giugno 2010

L`uomo che ha mandato Petraeus a Baghdad ci spiega perché con l’Afghanistan (e I`Iran) è più difficile

Londra. “Senza la strategia che abbiamo adottato nei confronti della popolazione locale, anche con tutte quelle truppe in più prima del Surge, non avremmo mai battuto la violenza in Iraq: durante il Surge invece, la nostra `security blanket` (prima copertura) non erano le armi né le barriere ma l`atteggiamento collaborativo della gente irachena. Una volta che hanno capito le nostre vere intenzioni, sono stati proprio loro ad assicurare il successo della nostra strategia”.

L`ex generale a quattro stelle Jack Keane è l`architetto della strategia vincente in Iraq, quella che ha ridotto del 95 per cento la violenza. “Abbiamo imparato molto dall`esperienza, e adesso stiamo cercando di applicare tutto al teatro di guerra afghano, anche se la natura della counterinsurgency è molto diversa. In Iraq si trattava di un fenomeno soprattutto di città, dove la maggioranza della popolazione è ben istruita e relativamente benestante.

Adesso stiamo adattando il nostro approccio a una realtà rurale, dove la gente è poco istruita e spesso analfabeta: la sfida per convincere la popolazione è diversa”. “Non credo che ci dobbiamo incastrare con delle precise previsioni di calendario, perché così alimentiamo false aspettative. Per ora abbiamo la metà delle truppe previste per il surge afghano già in campo, mentre l`altra metà ci sarà per fine agosto: in attesa delle elezioni regionali di settembre. Possiamo sperare di vedere dei concreti risultati per l`anno venturo. nel 2011.

Keane conosce il dilemma italiano. Truppe partite con un mandato di peacekeeping si trovano in guerra. Dice al Foglio che “le nazioni che non hanno mandato `contact troop` (truppe da prima linea) finora, difficilmente le manderanno d`ora in poi. Ma la strategia del ‘surge’ può funzionare alla stessa maniera con le missíoní di addestramento e di ricostruzione civile”. “Constatare il lavoro utile compiuto sul campo dai propri soldati dovrebbe rafforzare il sentimento pubblico dell`Italia e aiutare a prevalere sulle reazioni più emotive e negative“.

Il generale americano parla nella sala del comitato numero 11 del Parlamento britannico, con splendide vedute sopra il Tamigi, a una platea di esperti di sicurezza. Sul dossier Iran prenucleare dice: “Attaccare l`Iran è l`ultima opzione sul tavolo, che non vorremmo sfruttare. Le difese iraniane sono ottime, le migliori possibili dell`ultima generazione; ma noi siamo più avanti di loro in termini di tecnologia e abbiamo i mezzi per neutralizzare le loro difese, se necessario. E` vero poi che Israele ha adottato in Libano contro Hezbollah una strategia opposta al `surge`, punendo anche la popolazione civile, ma si trova in una situazione davvero unica, non possiamo dirgli che cosa fare”.

“Faccio parte di quella generazione di veterani del Vietnam che ancora si ricorda la cultura della counterinsurgency prima che fosse dimenticata in seguito alla sconfitta. Era troppo utile perché fosse dimenticata del tutto, e mi è stata di grande utilità nel costruire le basi strategiche del piano per il `surge` assieme a Fred Kagan, studioso di difesa dell’American Enterprise Institute. Non lo conoscevo prima: ci sono arrivato tramite Dick Cheney, che frequentavo spesso prima di arrivare a vedermi con il presidente Bush”.

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Gaffe sulla missione in Afghanistan

IL PRESIDENTE TEDESCO SI DIMETTE

Horst Köhler lascia: era stato criticato dai partiti per aver detto che la scelta era motivata da ragioni economiche – anche il ministro della difesa aveva preso le distanze da lui

da “il Corriere.it” del 31/5/2010

Il presidente della repubblica tedesca, Horst Köhler, si è dimesso, a solo un anno dalla sua rielezione.

LA DICHIARAZIONE – Nel dare lettura quasi con le lacrime agli occhi di una breve dichiarazione, con al fianco la moglie Eva Luise, il capo dello Stato ha affermato con voce rotta dall’emozione che la sua drammatica decisione è stata motivata dal fatto che le critiche espresse nei suoi confronti hanno rappresentato una «mancanza di rispetto per la funzione» da lui ricoperta.

I MOTIVI – Il presidente tedesco ha motivato la scelta di lasciare l’incarico con le polemiche legate alle sue recenti controverse dichiarazioni sull’impegno militare della Germania in Afghanistan. Koehler, infatti, aveva giustificato la missione con la necessità di proteggere gli interessi commerciali del Paese all’estero. Negli ultimi giorni, la posizione del presidente era stata duramente criticata sia dall’opposizione, sia da esponenti della coalizione (Cdu-Csu, Fdp) guidata dalla cancelliera Angela Merkel. E venerdì scorso il ministro della Difesa tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, aveva preso le distanze dal presidente della Repubblica. «Un Paese delle nostre dimensioni, concentrato sull’export e quindi sulla dipendenza dal commercio estero, deve rendersi conto che gli sviluppi militari sono necessari in un’emergenza per proteggere i nostri interessi – aveva detto Koehler a una radio tedesca durante una visita in Afghanistan il 22 maggio scorso -, ad esempio per quanto riguarda le rotte commerciali o per impedire instabilità regionali che potrebbero influire negativamente sul nostro commercio, sull’occupazione e sui redditi».

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QUEL RIDICOLO TENTATIVO DI COMPRARE IL FANATISMO DEI TALEBANI AFGHANI

di Massimo Fini, da “il Gazzettino” del 5/2/2010

Il 29 gennaio scorso si è svolta a Londra una conferenza dei rappresentanti di settanta Paesi per discutere della situazione afgana. I “cervelloni”, come li chiama sarcasticamente sul Corriere della Sera, Giovanni Sartori che non può essere certo sospettato di simpatia talebane, hanno partorito un piano di “riconciliazione nazionale” basato su questi punti: 1) I Talebani devono deporre preventivamente le armi. 2) L’accettazione dell’economia di tipo occidentale. 3) Il riconoscimento del diritto occidentale in particolar modo per quello che riguarda il rispetto del ruolo delle donne. In cambio, per favorire la “riconciliazione”, viene aperto un fondo di 500 milioni di dollari cui parteciperà anche l’Italia con dieci. In altre parole si intende, con questi soldi, comprare i Talebani.
Un piano grottesco. Si può pensare che gente che combatte da otto anni, pagando tributi di sangue altissimi, che ha dimostrato un coraggio straordinario, che controlla, grazie all’appoggio della maggioranza della popolazione, i tre quarti del territorio, che è vicina alla vittoria, rinunci a tutto questo per “reintegrarsi” in uno Stato inesistente, sottomettersi a un governo fantoccio qual è quello di Karzai, di cui tutti sanno che non resisterebbe più di 24 ore se le truppe Nato se ne andassero e accettare ciò che più odiano e contro il quale si stanno battendo: il modello di vita occidentale?

Anche il progetto di comprarli, oltre che ignobile, è ridicolo. Scrive Sartori: “Un fanatismo religioso non è mai comprabile”. A parte che c’è da chiedersi se siano più fanatici e integralisi i Talebani o coloro che pretendono di omologare il mondo intero al proprio modello; è vero: i Talebani non sono comprabili.

Ci sono infiniti esempi, il più clamoroso riguarda il Mullah Omar. Vinta la guerra nel 2001 gli americani si misero alla caccia del Mullah su cui pendeva una taglia di 50 milioni di dollari. L’individuarono presso certe tribù pashtun e ne chiesero la consegna in cambio della taglia. Con quella cifra da quelle parti, si compra tutto l’Afghanistan e anche un po’ di Pakistan. Ma i capi tribù finsero di trattare, per un paio di giorni, per permettere a Omar di guadagnare tempo mentre fuggiva in motocicletta.
Queste conferenze sono del tutto inutili, se non farsesche, quando dalle trattative è esclusa la controparte. Una trattativa più seria si è svolta mesi fa in Arabia Saudita, con il patrocinio e la garanzia del re Abdullah; fra emissari di Karzai e del Mullah. Ma è stato Omar a porre le condizioni: 1) Nessuna trattativa può cominciare se prima non se vanno gli occupanti stranieri. 2) A Karzai ha promesso solo salva la vita, a lui e al suo clan di corrotti.
In ogni caso, comunque la si voglia rigirare, noi in Afghanistan siamo degli occupanti. Odiati dalla popolazione (checché ne dicano obbligatoriamente i nostri comandi militari) che non ha mai tollerato dominazioni straniere, e comunque, dopo otto anni di invasione, si rende conto che “stava meglio quando stava peggio”, cioè con i Talebani. Tutte queste “exit strategy” o “surge” o altre diavolerie sono solo penosi espedienti per tentare di “salvare la faccia”, di non ammettere un errore che è anche un crimine. Lasciamola in pace quella gente. “Lasciamo” come ha detto quel generale russo “che gli afgani sbaglino da soli”. Non pretendiamo, con una protervia che non si può definire altrimenti che totalitaria, di sostituire la storia afgana con la nostra storia. (Massimo Fini)

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BAMBINI AFGHANI SVENTANO UN ATTENTATO

da “il Trentino”del 14/6/2010

SHINDAND (AFGHANISTAN). I bambini sono curiosi, anche in Afghanistan. Forse qualcuno si è affacciato in quel tubo di cemento, largo 80 cm, sistemato sotto la carreggiata per far scorrere l’acqua piovana. O hanno visto che qualcosa l’ostruiva e sono corsi a dare l’allarme al loro villaggio.

Quel ‘qualcosa’ era un Ied di 50 kg di esplosivo e la strada è la Ring Road, percorsa tutti i giorni dai militari italiani, che hanno fatto esplodere la bomba senza far danni. E’ successo ieri a Shindand, ovest dell’Afghanistan a circa 5 km dall’aeroporto, dove si trova anche la Fob Shaft, la base dei 450 alpini, quasi tutti del 3º reggimento Taurinense di Pinerolo.

Il tenente Stefano Zonzin, 29 anni, è l’artificiere che ha coordinato le operazioni. Dopo aver rastrellato la zona per essere sicuri che l’attentatore non potesse azionare la bomba a distanza, gli artificieri sono intervenuti con un robot telecomandato dotato di pinze e strumenti che consentono di disinnescare l’ordigno in condizioni di sicurezza. «Ma il robot – racconta Zonzin – non entrava nel tubo. Abbiamo dovuto smontarlo e rimpicciolirlo, ma era ancora troppo alto di 2 cm».

La Ring Road è rimasta chiusa in quel tratto per tutta la notte e all’alba gli artificieri hanno fatto saltare l’ordigno sparandogli con un cannoncino. «Pensiamo che l’Ied fosse radiocomandato», spiega l’artificiere. «E’ stato usato nitrato di ammonio, meno potente del tritolo, ma in grado di provocare danni letali. Il 19 maggio, a pochi chilometri da qui, un poliziotto afgano è morto dilaniato proprio da uno di questi ordigni».

Poche ore dopo una pattuglia di alpini ha percorso la stessa strada per incontrare il leader dei capi villaggio, della zona di Shawz e comunicargli l’avvio dei lavori di costruzione di un pozzo che lui aveva espressamente richiesto.  E’ invece costata la vita a un soldato danese di 33 anni l’esplosione di una mina che ha colpito il carro armato.

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