Il rapporto annuale della Fondazione NORDEST: le tre “R” (Razionalità, Rete, Radici) per un territorio che cerca di trasformarsi per stare “nella storia”, nella cultura e nell’economia globale (ma riuscirà pure ad essere un territorio senza povertà, solidale e cosmopolita, e conservare integro il proprio ambiente?)

Trieste (Piazza Unità d’Italia) – ‘(…) La regione italiana dell' “eguaglianza” è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L'eguaglianza è anche questo. E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l'età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l'incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 - secondo la Fondazione Nord-Est - Trieste manterrà i primati. Perché l'eguaglianza - è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro "La misura dell'anima" (Feltrinelli) - migliora "il benessere psicologico di tutti noi". Di più, secondo i due studiosi: "Tanto la società malata quanto l'economia malata hanno le proprie origini nell'aumento della diseguaglianza". E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all'origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l'aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.’ (…) (da “la Repubblica” del 5/7/2010: “il Belpaese della disuguaglianza” di Roberto Mania)

   Lo scorso 9 luglio la Fondazione Nord Est (fondata dall’associazione degli industriali delle tre regioni, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Veneto, e dalle Camere di commercio delle stesse aree geografiche) ha reso noto l’annuale rapporto sullo “Stato del Nordest”, a livello economico naturalmente, ma non solo (si parla di università, benessere generale, e tutte le altre cose che compongono la vita comunitaria). Un rapporto che, forse imprevedibilmente, è positivo: nonostante la crisi europea, mondiale, generale, sembra che il Nordest riesca a resistere e, quel che è più importante, a innovarsi verso scenari mondiali che, forse noi non ce ne accorgiamo, stanno cambiando completamente il DNA del mondo (di giorno in giorno, di ora in ora…).

   Territori geografici, antropologici, fatti di persone, di storie e speranze, che si ridisegnano “da sè”, senza coscienza di quel che sta veramente accadendo (forse con una labile percezione da tradurre, capire). Andando comunque “al pratico” dei dati della Fondazione Nordest emerge che le categorie deboli (sulla possibilità di lavoro, e pertanto di benessere personale, famigliare…) sono tre: immigrati, donne e giovani.

   E nel rapporto è interessante che si parla di tre “R”, che caratterizzano il Nordest italiano: Razionalità, Rete e Radicamento. Quel che può forse interessarci particolarmente come geografi è la Rete: si intende, nel rapporto della Fondazione, come una cultura finora contrassegnata dal fare da sè e dall’autonomia ora si stia ripensando in termini di “aggregazioni da mettere in piedi”, di “volontà di fare sistema”; una governance di un territorio, cioè la sua infrastrutturazione materiale e immateriale: dalle strade alla logistica, ai porti, per arrivare alla cultura diffusa e alla formazione universitaria.

   Insomma, secondo la ricerca della Fondazione Nord Est, “niente sarà come prima”: c’è la rottura di un sistema che finora aveva garantito lavoro e con esso prospettive ai suoi cittadini e anche ad un numero crescente di immigrati; tutto questo va ripensato razionalmente e mettendoci, diciamo noi, cuore, solidarietà ed ottimismo. E “l’ottimismo della volontà” sembra connaturato nel rapporto della Fondazione, nel cercare vie possibili per tracciare un futuro dove non esistano povertà.

   Il mondo nuovo “post crisi” è profondamente modificato nelle gerarchie e geografie produttive, cioè nell’economia (che poi è “quella cosa” che serve a dar da mangiare alla persone). L’Italia che difende il suo quinto posto per prodotto industriale, dato in primis da un’industria manifatturiera (fatta di ridotti capitali e molta manodopera) che, pur in calo spaventoso, in Italia, la manifattura, sembra reggere di più che negli altri paesi dell’Unione Europea. E uno dei luoghi principali italiani della manifattura è proprio il Nordest che, dai dati della Fondazione, sembra aver attutito il colpo della crisi mondiale. Non più il diffondersi di partite iva, cioè piccole ridottissime imprese fatte a volte di una sola persona, ma aggregazioni necessarie ad affrontare l’economia globale.

   Per questo vi invitiamo a leggere gli articoli che qui di seguito riportiamo, in primis di descrizione del rapporto annuale sul Nordest dell’omonima Fondazione; ma anche cercando di intravedere quali possono essere i meccanismi di contenimento, superamento, della povertà (su un articolo si parla di come viene determinata la povertà, gli indici di povertà). E di difesa di un ambiente, un territorio, che in certi luoghi del Nordest, in questi ultimi quarant’anni è stato massacrato (ci riferiamo in primis al Veneto Centrale della “città diffusa” lungo le strade, di “Villettopoli”…) (riusciremo a porre rimedio a questo degrado?).

   Interessante poi che emerga dal tutto, che di immigrati continuerà ad esserci un gran bisogno, e continueranno a essere quasi un terzo in più rispetto alla media nazionale superando, ad esempio per il Veneto, il 10% dei residenti.

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ADDIO AL POPOLO DELLE PARTITE IVA. E CALANO LE ISCRIZIONI NEGLI ATENEI

di Alessandra Carini, da “il Mattino di Padova”del 10/7/2010

PADOVA. Il Nordest non si è certo piegato alla crisi che lo ha colto nel bel mezzo di un periodo di trasformazione. Anzi ha reagito facendo leva su quella che è stata una delle caratteristiche di sempre: il darsi da fare in maniera autonoma, senza attendere soluzioni dall’esterno, attivando le risorse e le energie disponibili.

   Ma la crisi ha accelerato alcune rotture di un modello: la prima è che il Nordest non è più solo la terra delle partite Iva.  Gli occupati dipendenti sono in crescita, e la loro quota sul totale, 75%, sorpassa quella dell’intera Italia che si ferma a 72%. Sarà per effetto del fatto che la crisi ha colpito più il lavoro autonomo e che i cassintegrati vengono considerati ancora dipendenti. Ma è un segnale significativo di un modello in evoluzione, una rottura con il passato in atto da qualche tempo.  

   Questa evoluzione è accompagnata da un dato difficile, sempre generato da questa crisi. E cioè che è finito, almeno per adesso, ma forse per lungo tempo dato l’eccesso di capacità produttiva, quel modello che produceva occupazione sempre e per tutti. Oggi i senza lavoro sono anche qui, soprattutto immigrati, donne, e giovani.

   In cambio il Nordest può contare su un asset di sempre: la capacità di agire come risposta alla crisi che fa da sfondo ad processo di cambiamento. Sono queste le linee-guida del rapporto che la Fondazione Nord Est e il suo direttore, Daniele Marini, tracciano per leggere questo territorio in questo anno, ancora di passaggio, il 2010. Il Rapporto è stato discusso ieri a Padova da economisti, industriali, politici. Marini riassume questa trasformazione in uno slogan condensato in tre R: un Nordest Razionale e pragmatico, che comincia a fare Rete, ma che continua ad essere ben Radicato sul territorio.  

   La prima R, la razionalità, si sostanzia nel processo di cambiamento delle imprese, volto a recuperare efficienza e a darsi una nuova struttura per ritrovare la competitività. E’ un processo che investe anche le famiglie che stanno adattando i loro comportamenti e cambiando anche in qualche modo modelli di consumo. C’è un ritorno alla selettività che comporta anche interrogativi e problemi: ad esempio sul fronte della formazione universitaria.

   La crisi del sistema delle lauree triennali, ad esempio, percepite come poco vantaggiose sul piano della collocazione sul mercato del lavoro, sta determinando un calo progressivo delle iscrizioni alle Università. Nel periodo che va dall’anno accademico 2000-2001 fino al 2008, i tassi di passaggio dei diplomati all’Università sono diminuiti (dopo una primissima fase di picco) fino al 60% (dall’80% che erano nei momenti di punta). Padova e Trento sono tornate indietro a inizio anni 2000, Trieste Udine e Iuav a Venezia sono addirittura sotto. Le uniche in crescita sono Verona e Ca’ Foscari a Venezia.  

   È questo, quello della formazione, uno dei punti dell’agenda per il Nordest che Marini mette sotto gli occhi del futuro di questo territorio. «Le possibilità di ripresa non possono che transitare attraverso un maggiore investimento nel capitale umano, che a sua volta, non può che avvenire mediante la costruzione di una governance dei processi formativi dove università e imprese dialoghino e progettino in comune», dice Marini.  

   La seconda R è costituita dalla Rete e cioè dalla consapevolezza che una cultura contrassegnata dal fare da sè e dall’autonomia si ripensa invece in termini di aggregazioni, di volontà di fare sistema, perché il futuro passa attraverso la capacità di fare massa critica. E’ una consapevolezza che attraversa il sistema produttivo, che sta riorganizzando le filiere e le reti che finora avevano costituito il suo zoccolo duro. Ma è anche una certezza che sta crescendo sul territorio: dal progetto di unire le Università, a quello di costituire una «massa critica» per la candidatura del Nordest a capitale della cultura, passando per i molti casi di Comuni, come quelli del Camposanpierese che hanno unito le forze per aggregare servizi e tagliare costi, è una testimonianza che, dice il Rapporto, dalla competition si sta passando alla coopetition.

   Ed è questo un altro punto all’ordine del giorno dell’Agenda Nordest: la governance di un territorio, cioè la sua infrastrutturazione materiale e immateriale. Dalle strade alla logistica e ai porti per arrivare proprio alla formazione universitaria è un processo che coinvolge appieno le istituzioni e la politica.  

   La terza R è costituita proprio dalle Radici, ancora fortissime, di un sistema produttivo che nonostante l’internazionalizzazione molto spinta, continua a trovare a Nordest fornitori, modi di produrre e di mettersi in relazione con la società. Le condizioni di contesto generale si vanno però modificando. Se immutata è la vocazione internazionale delle aziende nordestine e la loro continua caccia ai mercati mondiali, c’è però un fattore che costituisce un cambiamento sostanziale rispetto al passato: l’occupazione.

   L’inversione di tendenza nei tassi di attività, il calo nelle assunzioni, il crescente numero di disoccupati, nascosti anche dietro le protezioni della cassa integrazione, il numero di coloro, (e sono quasi 100 mila) che, scoraggiati dalla situazione, non si presentano neanche sul mercato, costituiscono la rottura di un sistema che finora aveva garantito lavoro e con esso prospettive ai suoi cittadini e anche ad un numero crescente di immigrati.

   Ed è proprio questo tema che costituisce il terzo punto dell’agenda Nordest. Oltre che nuove linee di sviluppo, si deve studiare, dice il Rapporto, un nuovo sistema di welfare. Un welfare che aiuti i giovani ad affrontare questa fase che sarà lunga e difficile, che li costringe a mutare la loro progettualità sul futuro se non cambierà in fretta il contesto normativo, previdenziale e contrattuale. (Alessandra Carini)

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DAL MOVIMENTO ALL’ISTITUZIONE

EDITORIALE di Auro Palomba (da N/E, newsletter della Fondazione Nord Est)

   Cresciuto fra imprenditori geniali e capannoni il Nord Est deve ora farsi territorio. La Fondazione Nord Est, nei primi dieci anni della loro storia,ha seguito l’entusiasmante cavalcata che ha portato questo pezzo d’Italia che si estende da Verona a Trieste su fino a Bolzano a esistere nei libri di geografia e nelle cronache dei giornali. A volte in modo un po’ originale, spesso con passo scomposto, ma il Nord Est ha preso forma ed è diventato una delle aree guida economiche del paese.

   Qual è dunque la sfida per i prossimi dieci anni? Dare ordine politico a questa crescita tumultuosa e far sì che all’incidenza sul Pil nazionale segua anche un riconoscimento dell’importanza strategica che questo estremo d’Italia ha per il resto del Paese e per l’Europa.

   Parliamo di infrastrutture stradali, di Alta Velocità, del sistema portuale e aeroportuale, di capacità di incidere nelle scelte nazionali. Questa è la sfida che il Veneto e le due regioni gemelle hanno di fronte, e che rimane imprescindibile per l’evoluzione di queste terre.

   Per essere forti fuori bisogna essere coesi dentro. Questa è la partenza, e il primo segnale c’è stato:Venezia 2020. Per la prima volta, individuato un obiettivo comune, le forze migliori del territorio, la politica, le associazioni di categoria, il mondo dello sport della finanza dell’editoria hanno marciato compatti. Non è molto, ma è un inizio. Non è sufficiente per vincere ma è necessario per capire che solo procedendo ordinati si raggiungono gli obiettivi, anche i più prestigiosi.

   Ci saranno altre possibilità, ma solo un Nord Est fattosi istituzione le potrà cogliere. Quindi, sapendo bene che questa parola provoca in molti abitanti di queste zone un vago senso di orticaria, bisogna darsi delle regole e poi possibilmente rispettarle. (Auro Palomba)

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LE TRE “R” CHE FANNO LA FORZA DEL NORDEST

di Oscar Giannino, da “il Gazzettino” del 10/7/2010

   La risposta del Nordest alla crisi è fatta di tre “erre”. Razionalità, Rete, Radicamento. Dopo i 22 mesi più tosti nel secondo dopoguerra, il Rapporto 2010 della Fondazione Nordest illustrato ieri da Daniele Marini, Silvia Oliva e dalla loro squadra consente per la prima volta di gettare luce sulle tendenze ormai strutturali che appaiono in atto in Veneto, Friuli e Trentino-Alto Adige rispetto ai colpi severi della recessione, al -22% di esportazioni, al -15% di produzione industriale e ai -5 miliardi di investimenti privati del 2009.

   L’incertezza dura ancora, visto che rispetto a un anno fa, quando gli ordini delle imprese di durata inferiore al mese sono passati da un terzo a circa il 50% del totale, la tendenza è solo di pochissimo migliorata.

   Ma bisogna anche stare attenti a non fermarsi solo ai dati del Nordest e a quelli dell’Italia. Ciò che conta, per capire come usciremo trasformati dalla crisi, è guardare ai dati italiani ma rispetto a quelli degli altri Paesi avanzati, nostri competitors. Perché il mondo nuovo post crisi è profondamente modificato nelle gerarchie e geografie produttive.

   È da questa comparazione, che si ricavano i dati di maggior fiducia per il Nordest. A fine 2009 la prima potenza per prodotto industriale su quello mondiale era la Cina con il 22.8%, superando d’un balzo gli Usa al 15% dal 24,8% che avevano fino al 2002, mentre il Giappone con l’8,8% è terzo avendo perso metà del 16% che valeva 7 anni prima. Poi la Germania, col 6,6%. E l’Italia che difende il suo quinto posto, al 3,9%.

   Ma se invece consideriamo il peso del manifatturiero nel commercio mondiale, malgrado tutti i nostri andamenti negativi a doppia cifra di ordinativi e prodotto ciò che conta è che quasi tutti i Paesi del G10 hanno fatto peggio di noi e perdono posizioni: vale per gli Usa, la Francia, il Regno Unito, la Spagna. L’unico Paese a guadagnare molto è la Germania, col suo 8,8%. Ma l’Italia è l’unico altro Paese avanzato a guadagnare sia pur di poco, dal 4,7% al 4,9%.
      Il che ha la sua importanza, perché è dall’export manifatturiero che viene il 70% della nostra risicata crescita potenziale. Ciò significa che c’è un’Italia manifatturiera che, nei 22 mesi terribili alle nostre spalle, è stata capace di fare come la Germania. E il Nord Est è esattamente quella parte d’Italia, per la sua produzione industriale procapite maggiore del Nord Ovest, per la sua maggiore proiezione internazionale confermata da dati come l’aumento del 10% dell’export Nordest nel 2009 su 2008 rispetto al 4% media italiana, all’ 8% di aumento dell’export verso l’India rispetto al -12% nazionale, dal +16% di crescita verso l’Asia centrale rispetto a meno della metà della media nazionale.

   Il tasso di attività nel Veneto resta anche nel 2009 del 69% rispetto a una media nazionale di 6,5 punti più bassa. Il tasso di occupazione al 66,7% rispetto al 57% di media nazionale. La disoccupazione di quasi 4 punti inferiore alla media nazionale impennatasi oltre l’8%. Ed è per questo che il Veneto, reduce da crescite eccezionali nell’ordine del 2,7% nel 2004 e del 2,4% nel 2006, crescerà comunque nel 2010 di oltre il 30% in più di quel risicato punticino che si attende per l’Italia.
      Vediamole da vicino, queste tre “erre” del cambiamento. Razionalità sta per l’approccio pragmatico con cui le imprese si stanno trasformando. Tra le piccole manifatturiere, la selezione competitiva porterà a chiusure superiori alla media italiana e al resto del Nord, a meno ditte individuali, in un Nord Est che già da anni ha perso il primato dei lavoratori indipendenti rispetto alla media nazionale. Porterà ad assumere più periti e diplomati, rispetto a laureati inadeguati alle mansioni richieste. E a integrare le filiere di fornitura e di proiezione estera.

   Rete sta per una persistente consapevolezza dell’imprenditore del Nord Est che buone pratiche e risposte innovative vengono di più se si sta insieme, che dal darwinismo solitario “faso tuto mi”. La convinzione “agire da soli” passa dal 32% degli imprenditori al 27%, “creare fusioni” passa dal 17 al 23%. Innovazioni di filiera nella catena dei fornitori e attraverso consulenti sono la risposta per il 56% e il 48% degli imprenditori nordestini, rispetto al 50% e al 42% di quelli del Nord Ovest. E il Nordest è alla testa di chi sta capendo che non sarà più il distretto, questa volta, a dare le risposte competitive che servono per internazionalizzarsi.
      Radicamento sta invece per un’ ulteriore accentuazione di una caratteristica già spiccata del Nord Est: le più alte sensibilità non al mero profitto, ma all’investimento nella società, nelle comunità, nel territorio. Praticamente il 99% condivide queste priorità. E non paradossalmente, ma logicamente, questa volontà di coesione sociale convive con la più elevata convinzione che l’internazionalizzazione debba procedere a tappe veloci, facendo perdere dipendenti e fornitori italiani meno qualificati a vantaggio di figure professionali più elevate e fornitori esteri. L’esposizione sui mercati esteri del Nord Est anche nella crisi resta stabile al 54%, 7 punti più elevata del Nord Ovest, 14 più della media italiana, 16 più del Centro, 28 più del Mezzogiorno.
      Altri aspetti meriterebbero ciascuno un editoriale. La crescita maggiore verrà dal comparto servizi alla persona e alle imprese, rispetto al manifatturiero chiamato a dimagrire e divenire più veloce. E di immigrati continuerà ad esserci un gran bisogno, continueranno a essere quasi un terzo in più rispetto alla media nazionale superando il 10% dei residenti in Veneto. Ma con Padova a pari merito di Ravenna e poco sotto Trento nella graduatoria nazionale della maggior loro integrazione economica. Più crescita e più cuore, perché c’è più testa e fatica rispetto al resto d’Italia. (Oscar Giannino)

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PIU’ DIPENDENTI CHE AUTONOMI

Partita Iva addio, adesso il Nordest sembra cambiare pelle – Le università non attirano più, le imprese cercano diplomati

di Maurizio Crema, da “il Gazzettino” del 10/7/2010

PADOVA – Il Nordest resta con l’elmetto da crisi ma cambia già pelle. Per la prima volta i lavoratori dipendenti superano il popolo delle partite Iva, ma si affaccia anche un diffuso scetticismo verso l’università, bocciata anche dagli imprenditori, che chiedono più meritocrazia (Alessandro Calligaris, presidente Confindustria Friuli Venezia Giulia) e avvertono: senza un’adeguata formazione noi sceglieremo sempre più diplomati. Il tutto in un panorama dove la fiducia sul governo centrale cala al 33% (era il 60% un anno fa) e si punta molto sulle Regioni.
      Tre le R che fanno da pilastro al nuovo Nordest che perde lavoro (la disoccupazione lievita al 5% e potrebbe salire ancora sopra il 7% una volta esaurite le risorse da cassa integrazione) e segna un – 6% nel Pil nel biennio 2008-2009 secondo lo studio messo a punto dalla Fondazione Nordest sono: Razionalizzare per recuperare efficienza e battere anche i cinesi con prodotti che costano anche il 30% in meno rispetto a quelle fatte dalle parti di Pechino; fare Rete per fare squadra e sistema in un mondo sempre più concorrenziale e complesso, per andare a pescare nuovi mercati e innovazioni; essere Radicato nel territorio perché rimane la linfa dello sviluppo ma servono istituzioni più attive.
      Due sono le sottolineature “sociali” messe in risalto dal Rapporto 2010 della Fondazione nell’anno primo dopo la crisi (si spera): «Diminuisce l’affluenza delle giovani generazioni verso l’istruzione universitaria, questo mina le opportunità di ripresa fortemente associate alla diffusione di una società della conoscenza – avverte Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione e professore all’università di Padova, una di quelle che tiene botta, a perdere iscritti sono Trieste, Architettura Venezia e Udine -. Il Nord Est poi è sempre meno la patria del lavoro autonomo e imprenditoriale, sempre più di quello dipendente». Logico: da un lato, è sempre più difficile e complicato fare impresa dal nulla se non si dispongono risorse economiche sufficienti. Dall’altro, complice la ristrutturazione del sistema produttivo, l’accesso al mercato del lavoro delle giovani generazioni è più complicato e, presumibilmente, all’insegna di una maggiore flessibilità. Non è un Paese per giovani l’Italia, soprattutto se continua a essere governato da vecchi.
      «Non è più la fase del pronto soccorso. È l’ora di fare scelte strategiche, di lungo respiro – avverte il presidente della Fondazione e di Confindustria Veneto Andrea Tomat -. La crisi che stiamo attraversando non ha solo una valenza economica. Soprattutto per un’area come il Nord Est che ha nell’impresa e nel lavoro i suoi fondamenti».
      Insomma, se i segnali di ripresa arrivano dalle imprese, che cominciano anche ad aggregarsi superando il campanile – ma restano sempre un 24,7% di micro aziende solitarie con prospettive incertissime – c’è tutto un Nordest da rimodellare per navigare nel nuovo mondo. Bisognare governare il territorio, far decollare infrastrutture materiali e immateriali, puntare sulla logistica e sui servizi. E far decollare un sistema metropolitano nordestino che oltrepassi i localismi e che sia orientato a una gestione integrata ed efficiente dei servizi. Anche perché ci sarà da affrontare una doppia sfida generazionale: tarare il welfare per un’area che nel 2050 avrà tanti ultra ottantenni come giovani sotto i 14 anni. E costruire un ponte tra lavoro e lavoro. Per questo servirà un sistema di ammortizzatori sociali diversi. La cig dà sicurezze che non potranno campare a lungo. (Maurizio Crema)

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L’INCHIESTA

IL BELPAESE DELLA DISUGUAGLIANZA: META’ RICCHEZZA AL 10% DEGLI ITALIANI

La crisi ha aumentato le distanze sociali. Classe media frantumata. Peggio di noi fra le nazioni sviluppate solo Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia

di Roberto Mania, da “la Repubblica” del 5/7/2010

ROMA – Don Paolo Gessaga la spiega così, quasi con uno slogan pubblicitario: “La povertà non è più “senza fissa dimora””. La povertà è accanto a noi. Diffusa e afona, al pari della diseguaglianza. “È meno apparente, ma è più profonda”, aggiunge il sacerdote che ha fondato la catena degli empori della Caritas. Dalla sua parrocchia di San Benedetto in via del Gazometro a Roma, nel quartiere popolare Ostiense, questo cinquantenne arrivato dal varesotto, vede, e tocca, da vicino le nuove povertà e le nuove diseguaglianze, coda velenosa della Terza Depressione mondiale come l’ha chiamata il premio Nobel per l’economia Paul Krugman.

   La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class italiana. Siamo diventati tutti americani. E l’Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. L’eguaglianza non c’è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo dice Don Paolo, lo certificano l’Ocse e la Banca d’Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.
   E forse non è neanche più un caso che l’indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il “coefficiente Gini” ci dice quanto siamo peggiorati.

   E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un’accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell’abbandonarci, però. “L’esperienza del 1992-93 quando l’economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza”, ha scritto l’economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro “Ricchi e poveri” (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.
   Più basso è l’indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell’uguaglianza, l’Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.
   C’è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2.

   Conclusione di una ricerca dell’Ires appena uscita (“Un paese da scongelare”, di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): “In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri”. E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora – si è visto – è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi – la Spagna, per esempio – si sono mossi in direzione esattamente opposta.
   La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, costruendo pezzo per pezzo una parte della nostra gerontocrazia. Secondo l’ultimo dato della Banca d’Italia contenuto nella periodica indagine su “I bilanci delle famiglie italiane”, il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell’intera ricchezza netta delle famiglie.

   Un livello rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni. Partecipiamo non sempre consapevolmente a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l’alto e affonda i più poveri. “Che oggi sono anche in giacca e cravatta, basta guardare come sono cambiate le persone che almeno una volta al giorno vengono a mangiare alla Caritas”, racconta Don Paolo da quello che è un osservatorio strategico anche perché Roma è fondamentale nell’attribuire al Lazio il primato negativo della regione più diseguale d’Italia con il 33,9 di coefficiente Gini. Pesano, nella Capitale, ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro.

   In alto, la regione italiana dell’eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L’eguaglianza è anche questo. E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l’età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l’incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 – secondo la Fondazione Nord-Est – Trieste manterrà i primati. 

   Perché l’eguaglianza – è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro “La misura dell’anima” (Feltrinelli) – migliora “il benessere psicologico di tutti noi”. Di più, secondo i due studiosi: “Tanto la società malata quanto l’economia malata hanno le proprie origini nell’aumento della diseguaglianza”. E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all’origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l’aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.
   Di certo tra i frutti di questa “economia malata” ci sono i working poor, i lavoratori poveri, più tute blu che colletti bianchi, ma ci sono anche – lo abbiamo visto – gli impiegati, la classe di mezzo. Un fenomeno che in Italia non avevano ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch’esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i “poveri” sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. Il “caso Pomigliano” ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la distanza abissale di reddito tra l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i suoi turnisti: il primo guadagna 435 volte di più dei secondi.
   Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l’Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: “La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all’anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell’occupazione”. Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane – ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro “Contro i giovani” (Mondadori) – guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale. (Roberto Mania)

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l’ultima Newsletter della Fondazione Nord Est (N/E):

Fondazione NordEst

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UN MERCOLEDI’ COME TANTI

dal libro di MASSIMO CARLOTTO e MARCO VIDETTA “NORDEST” (ed. E/O)
   Era stato un mercoledì come tanti. Un mercoledì d’inverno del Nordest. Nel corso della giornata le strade si erano riempite di pendolari e Tir. Lunghe file avevano intasato autostrade,statali e provinciali. A Padova e Vicenza, per l’ennesima volta, l’inquinamento aveva superato i limiti di legge. Il cavalcavia di Mestre, in piena notte, era ancora un serpentone di mezzi pesanti che avanzavano lentamente nei due sensi di marcia. Merci legali e illegali che andavano e venivano dai paesi dell’est. Quel giorno avevano chiuso i battenti altre quattro aziende, la più grossa aveva cinquantuno dipendenti. Altri quattro capannoni vuoti con la scritta affittasi, tradotta anche in cinese. Di capannoni aveva parlato nella mattina un docente di urbanistica della Facoltà di architettura di Venezia. Ai suoi studenti aveva spiegato che, a forza di costruire 2.500
capannoni l’anno, erano stati sottratti al paesaggio agrario ben 3.500 chilometri quadrati e che nella sola provincia di Treviso c’erano 279 aree industriali, una media di quattro per comune.

   Il docente era preoccupato, aveva affermato che la devastazione del territorio era ampia e profonda. Forse irreparabile. Ormai nel Nordest i capannoni avevano cancellato memoria alla terra e identità agli abitanti. E di identità locale si era parlato in un’altra università. Tre persone su quattro continuavano a usare il dialetto, anche in ambito professionale. Un dato confortante, lo avevano definito: il dialetto rappresentava un elemento di grande importanza per la coesione della comunità.
   E numerose espressioni dialettali erano state usate nel corso di un convegno svoltosi al Museo dello Scarpone di Montebelluna dove era stata annunciata la delocalizzazione di 44 aziende del settore calzaturiero. Colpa dei cinesi, era stato detto. L’import delle calzature in pelle dal paese asiatico era aumentato del 700% nell’ultimo anno.

   Il ministro delle attività produttive aveva auspicato l’introduzione di dazi antidumping per arginare il fenomeno. E la Coldiretti, in un comunicato, aveva espresso la sua preoccupazione per l’importazione selvaggia dalla Cina di fagioli secchi e ortaggi in salamoia, produzioni importanti in alcune zone del Nordest. Anche quel giorno i cinesi avevano comprato un paio di locali pubblici e diversi esercizi commerciali.   Pagavano sempre in contanti, senza discutere il prezzo. Di soldi si era discusso in altri incontri dove esponenti del mondo bancario avevano sottolineato un positivo aumento degli utili trimestrali. E degli utili di 262 evasori totali si era parlato durante una conferenza stampa della guardia di finanza. Nel corso dell’indagine erano stati scoperti 1.200 lavoratori in nero e 776 irregolari.

   Molti di loro erano stranieri privi di regolare permesso di soggiorno. E stranieri clandestini erano la maggior parte delle persone arrestate quel mercoledì dalle forze dell’ordine nel Nordest. Da anni culture criminali provenienti dall’est e dal sud del mondo si erano insediate nel territorio, la criminalità organizzata italiana era solo un ricordo dei cronisti di nera. Le prostitute, nonostante il freddo e la nebbia, avevano iniziato a battere fin dalla tarda mattina sulle provinciali. A quell’ora della notte avevano invaso paesi e città. Il settore tirava. 

   Come quello della droga, del resto. In crisi invece la prostituzione nei night e nei locali di lap dance. I gestori dei locali notturni erano stati i primi a cogliere i sintomi della recessione economica. Industriali e professionisti che prima affollavano quei locali, spendendo qualche migliaio di euro a sera in champagne e donnine, si facevano vedere meno. Migliore dell’anno precedente solo la produzione vinicola le cui esportazioni erano aumentate.
   Anche quel mercoledì centinaia di casse di Marzemino, Prosecco, Sauvignon e di altri vini erano state spedite in ogni parte del mondo. A livello politico il futuro era piuttosto incerto, nonostante le elezioni avessero riconfermato il precedente governo regionale. Anche quel giorno c’erano state riunioni e incontri confidenziali nella maggioranza e nell’opposizione nel tentativo di ricucire le divisioni interne e gli scontri di potere.

   Sembrava che nessuno fosse più in grado di governare il futuro. Era stato un mercoledì come tanti. Trascorsa la ventiquattresima ora, la nebbia, spessa e lattiginosa,dominava ovunque. Il cuore del Nordest pulsava più lento approfittando della tregua della notte. (Massimo Carlotto)

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One thought on “Il rapporto annuale della Fondazione NORDEST: le tre “R” (Razionalità, Rete, Radici) per un territorio che cerca di trasformarsi per stare “nella storia”, nella cultura e nell’economia globale (ma riuscirà pure ad essere un territorio senza povertà, solidale e cosmopolita, e conservare integro il proprio ambiente?)

  1. Agata sabato 17 luglio 2010 / 6:23

    Mi viene anche da pensare: Liberté, Égalité, Fraternité…

    Mi piacerebbe chiedere a “qualcuno”:
    qual’è il “vero significato di eguaglianza”?
    Esiste davvero o è solo un bel “valore”?

    all the best & take care

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