La POLITICA ENERGETICA nazionale si muove nelle scelte per i prossimi decenni del secolo: e decide di non decidere, investendo le tante risorse pubbliche che servono TRA CARBONE, NUCLEARE, ED ENERGIA DA FONTI RINNOVABILI (unico vero grande volano di uno sviluppo economico ed ambientale nuovo)

Immagine della centrale solare termodinamica Archimede, inaugurata il 13 luglio scorso da Enel a Priolo Gargallo (Siracusa). Costa sessanta milioni di euro (dieci volte più costosa di un impianto tradizionale a gas), ha una tecnologia sperimentale unica al mondo con prospettive di garantire ottimi risultati nei prossimi anni. Ampi specchi parabolici concentrano i raggi solari su tubazioni al cui interno scorre un fluido (sali fusi); tale fluido assorbe e trasporta l’energia in un serbatoio, per poi essere trasformato in vapore che, a sua volta, muove le turbine producendo elettricità. Archimede può conservare l’energia solare per molte ore, funzionando anche di notte o senza irraggiamento; la potenza installata dell’impianto solare è pari a cinque Mw. La centrale, inoltre, è la prima al mondo a funzionare insieme a un ciclo combinato a gas. Una fonte fossile è ancora necessaria per assicurare la piena operatività del solare termodinamico, senza interruzioni anche in condizioni climatiche proibitive (come diversi giorni di pioggia e nuvole). Questa tecnologia è ai primi stadi di sviluppo ma promette una crescita consistente da qui al 2020. Ci sono molti progetti in cantiere in Spagna e negli Stati Uniti, oltre che nei Paesi africani e del Medio Oriente grazie all'iniziativa industriale Desertec. Le zone desertiche, infatti, sono le più adatte a questo tipo di centrali. Da http://energia24club.it/

   Parliamo di produzione di energia da fonti rinnovabili. Se volete capire le intenzioni delle categorie economiche italiane, cioè dei produttori, in merito alla voglia o meno di investire e partire nel settore delle energie rinnovabili, ebbene vi accorgerete (leggendo magari il sole 24ore, giornale degli industriali, o andandovi a leggere i dati di Confartigianato e altre associazioni di categoria) vi accorgerete dicevamo, che a crederci nello sviluppo di questo settore è di più il mondo economico (che sperimenta sulla propria pelle il rischio di impresa) che chiunque altro. Vuol dire che la cosa “tira”, funziona.

   L’Ufficio studi della Confartigianato ha fatto i conti della produzione delle energie rinnovabili, sottolineando come gli ultimi due anni abbiano fatto segnare livelli record nella nascita di impianti. Risultati che proiettano l’Italia al secondo posto nel mondo, pur in mancanza di una vera “filiera” del settore.  

   L’Anest, l’associazione nazionale dell’energia solare termodinamica, dice che «altre 25 aziende italiane stanno investendo nel solare termodinamico e hanno programmi per valori di oltre 40 milioni di euro in ricerca, 30 milioni di euro in filiera produttiva e 900 milioni di euro in impianti produttivi».

   Posto che qualsiasi iniziativa di incentivazione nella produzione energetica richiede un contributo consistente dello Stato (e la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili come il sole e il vento lo richiede, con l’incentivo del conto energia, i famosi certificati verdi) è anche da constatare che altre iniziative che si stanno mettendo in piedi, in particolare sul nucleare, ma anche la centrale a carbone (pulito?) di Porto Tolle nel Delta del Po, queste iniziative non lo sono da meno finanziate (cioè sponsorizzate da fondi pubblici: la centrale Enel di Porto Tolle gode di un finanziamento europeo di 100 milioni di euro sui 2.500 che Enel e Stato devono mettere, sempre soldi “di tutti”). Non parliamo poi degli enormi investimenti pubblici per la riapertura a un “di là da venire” NUCLEARE. Tutte iniziative di incentivazione energetica (NUCLEARE, CARBONE, RINNOVABILI) di fatto incentivate fortemente, finanziariamente, dalla mano pubblica (ed è normale che sia così).

Immagine della Centrale Enel di Porto Tolle - Il cantiere Enel a Porto Tolle aprirà ad inizio 2011. Il via ufficiale della futura centrale nel Polesine aspetta esclusivamente il decreto autorizzativo del Ministero dello Sviluppo economico, avendo già in mano la somma finanziata dall’Unione Europea con 100 milioni di euro per la riconversione della centrale (su 2,5 miliardi di euro che saranno necessari). La riconversione a carbone “pulito” suscita molte perplessità: la “pulitura” del prodotto combustibile porterà alla creazione di grandi quantità di scorie, e la loro collocazione resta un processo altamente inquinante (chiatte nel Delta con carichi di materia prima; e il trasporto via mare dei residui che sarebbero venduti come materiali da costruzione o per altri usi, e anche questo non è per niente chiaro)

   Ci chiediamo se ha senso questa volontà di apertura a tutte le tecnologie possibili, indiscri- minatamente. Insomma se è vero che il sistema di consumo energetico nazionale (che dovrà ripensarsi anche con forme di risparmio virtuose) vanta importazioni troppo elevate, è anche vero che impianti energetici diffusi (e non pensiamo solo al SOLARE o all’EOLICO, ma anche a CENTRALINE IDROELETTRICHE “in ogni dove” sia possibile con i corsi d’acqua cui è ricca l’Italia; e alle BIOMASSE, cui sono ricche, a volte eccessivamente per abbandono dei territori, le aree pedemontane e montane, e anche la pianura potrebbe dare il loro contributo con il ritorno di boschi planizali ad uso del legno a cippato) impianti così diffusi non troverebbero opposizioni ma, anzi, porterebbero a un’organizzazione nuovo del paesaggio, del costruire, dell’abitare… Ebbene tutto questo per dire che credere in una politica fortemente voluta e chiara di diffusa incentivazione dell’energia da fonti rinnovabili, porterebbe ad uno sviluppo del sistema economico produttivo verso risultati ben più positivi (e secondo noi clamorosi) rispetto alle centrali nucleari o ai dubbi che ci rimangono di centrali a carbone (carbone che si vorrebbe “pulire” dalle sue scorie tossiche…). E impiegheremmo più virtuosamente il tempo, senza opporci (con referendum ed altro) alle megacentrali che qua e là si tenterà di costruire.

   E nuove imprese e categorie professionali sorgerebbero (stanno già sorgendo): tecnici in grado di gestire filiere produttive dall’inizio alla fine del processo (esempio: agricoltori che producono legno come biomassa energetica, e in grado di trasportare il prodotto finito –cippato- e gestire caldaie di impianti di cogenerazione elettrica o di riscaldamento di edifici pubblici e privati).

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EOLICO E SOLARE, LA CORSA NON CONOSCE CRISI

di Paolo Carletti, da “il mattino di Padova” del 18/7/2010

   Le famiglie italiane hanno energia più che sufficiente dalle fonti alternative – fotovoltaico ed eolico soprattutto – per coprire il loro fabbisogno. L’Ufficio studi della Confartigianato ha fatto i conti della produzione delle energie rinnovabili, sottolineando come gli ultimi due anni abbiano fatto segnare livelli record nella nascita di impianti. Risultati che proiettano l’Italia al secondo posto nel mondo, pur in mancanza di una vera “filiera” del settore.

   La produzione complessiva infatti è giunta a coprire nel 2009 il 100,6 per cento del consumo delle famiglie italiane. L’energia che non viene utilizzata torna nella rete del concessionario (quasi sempre Enel) obbligato a riacquistarla dai produttori, che siano privati o enti pubblici. La Puglia si conferma regione locomotiva facendo segnare gli incrementi più consistenti di produzione da impianti fotovoltaici, e batte persino la Cina per potenza di impianti. A seguire Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e Piemonte.

   Tutto questo dunque nonostante la mancanza di “sistema” nel settore e l’incertezza cronica sulle tariffe agevolate. Le iniziative imprenditoriali cioè sono estremamente vivaci, ma affidate ai singoli piccoli e medi imprenditori, tra mille difficoltà burocratiche. Gli incentivi statali sono stati confermati fino alla fine dell’anno, anche se destinati dal 2011 a subire tagli, seppur graduali.  

   Come rivela lo studio di Confartigianato, l’energia verde ha continuato a correre, ed è significativo il confronto con il consumo tradizionale di elettricità che fa segnare un meno 8,3 per cento. A fronte del più 19,2 per cento (rispetto al 2008) delle fonti rinnovabili. Come Paese siamo secondi al mondo nel fotovoltaico dietro alla Germania. Il fronte dei pannelli solari, secondo i dati 2009 dell’European PhotoVoltaic Industry Association (Epia), è un’eccellenza per il nostro Paese. 9,9 la percentuale della potenza installata dall’Italia nell’anno dietro alla Germania che da sola rappresenta il 51,6 per cento del mercato mondiale.

   La Confartigianato sottolinea poi le ricadute sull’occupazione: nel primo trimestre 2010 il settore delle imprese registra una crescita del 2,7 per cento, più accentuata al Sud (+4,1%). Sono 86.079 le aziende che trattano fonti rinnovabili con una stima di 332.293 occupati e una media per impresa di 3,9 addetti.  Nei giorni scorsi anche il rapporto 2010 dell’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, energia e sviluppo economico sostenibile) aveva promosso l’Italia, pur rimarcando che vi sono alcuni indirizzi, come le biomasse e soprattutto il solare termico in cui si può fare di più.

   L’Enea nel rapporto scrive che la progressione sul fotovoltaico è buona, e nell’eolico siamo terzi in Europa sia per potenza installata che per quella accumulata. Il solare termico a concentrazione, che rappresenta per molti il futuro con maggiori potenzialità delle fonti rinnovabili, segna invece il passo, dove siamo 14esimi nella Ue, con un 15esimo della capacità installata per abitante rispetto all’Austria, ben più avara di calore rispetto a noi. L’Agenzia avverte delle criticità, come per esempio l’assenza di una filiera industriale: «Negli ultimi anni sono cresciute del 50% le importazioni di apparati per l’energia pulita, rispetto al 12% dell’Ue». Cioè impianti che non vengono prodotti in Italia, «anche per le note difficoltà di ottenere autorizzazioni sia per la costruzione degli impianti che per la loro connessione in rete».

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ECCO (CON 7 ANNI DI RITARDO) LE LINEE GUIDA PER LE RINNOVABILI

di Silvio Rezzonico e Giovanni Tucci, 19 luglio 2010, da il Sole 24ore

   Poche le modifiche proposte, riguardanti soprattutto i tetti massimi di spese amministrative e le misure di compensazione per l’impatto ambientale a favore degli enti locali. Il passaggio alla Corte dei conti non dovrebbe riservare sorprese, dopodiché si attende la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale: i testi disponibili (che, naturalmente, stabiliscono anche le tipologie degli impianti e le procedure da seguire) sono quindi solo in bozza.

   Ora andrà riscritta la corposissima normativa emanata dalle Regioni, che in vari punti si discosta da quella nazionale, per quanto attiene a limiti troppo rigidi sui siti di localizzazione (soprattutto per l’eolico), al versamento di somme spesso esagerate per chi installa, a vantaggi concessi a imprese locali, ma talora anche a misure di facilitazione (estensione della denuncia di inizio attività, al posto dell’autorizzazione unica, ad impianti troppo potenti).
   Uno dei punti principali delle linee guida è quello che riguarda le aree escluse dall’installazione. Il fatto che gli impianti da fonti rinnovabili siano opere indifferibili e urgenti di pubblica utilità fa delle esclusioni l’eccezione e non la regola. Solo le Regioni possono deciderle, purché non traccino regole generiche, per esempio vietando le zone agricole o anche quelle soggette a qualche forma di tutela ambientale o artistica. Occorrono, invece, norme di dettaglio che differenzino gli impianti non permessi in base al tipo di fonte e alla taglia dell’impianto stesso. E i siti non idonei non possono essere «porzioni significative del territorio».

   L’esclusione avviene con un’istruttoria in base a criteri di tutela dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio storico e artistico, delle tradizioni agroalimentari locali, della biodiversità e del paesaggio rurale. Tale istruttoria deve essere contenuta nell’atto di programmazione con cui si definiscono le misure e gli interventi necessari al raggiungimento degli obiettivi di burden sharing (quota minima di produzione di energia da fonti rinnovabili loro assegnate), in base all’ articolo 2, comma 167, della legge 244 del 2007. 

   Tuttavia, al momento, l’atto di programmazione non è ancora obbligatorio. Le Regioni possono infatti attendere l’emanazione del nuovo decreto che fissa la ripartizione tra gli enti territoriali delle quote verdi per raggiungere l’obiettivo del 17% del consumo interno lordo entro il 2020 (previsto dall’articolo 8 bis della legge 13 del 27 febbraio 2009). Dopo l’emanazione, le Regioni avranno 180 giorni di tempo per intervenire, anche attraverso opportune modifiche e integrazioni delle proprie norme.

Le principali aree indiziate di esclusione sono:
– i siti Unesco, i siti nell’elenco ufficiale delle aree naturali protette e quelli in via di istituzione, le zone della Rete Natura 2000, le Iba (Important bird areas), le zone umide di importanza internazionale (convenzione di Ramsar);
– le aree comunque tutelate per legge (fino a 300 metri dalla costa marina o dai laghi, fino a 150 metri dai corsi d’acqua, montagne oltre i 1600 metri, vulcani, zone ad usi civici, foreste e boschi), identificate dall’articolo 142 del Dlgs 42/2004;
– le zone a rischio di dissesto idrogeologico;
– le zone vicine ai parchi archeologici che rivestano un particolare interesse culturale, storico e/o religioso;
– le aree agricole con produzioni alimentari di alta qualità (per esempio Dop, Doc, Docg, Igp, Stg);
– le zone di attrazione turistica a livello internazionale.

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PORTO TOLLE E IL CARBONE (PULITO?)

di Marco Tessariol, da  http://www.ilgrimaldello.com/  del 26/2/2010

   L’idea della riconversione della centrale da olio combustibile a carbone nasce nel 2004 quando il Presidente dell’Enel Scaroni annuncia, in un’intervista sul settimanale “Panorama”, l’intenzione di convertire a carbone la centrale di Porto Tolle. Nel 2005 inizia l’iter con richiesta, da parte di Enel, della pronuncia di compatibilità ambientale al Ministero dell’Ambiente. Nello stesso periodo il comune di Porto Tolle istituisce una Commissione Consiliare speciale per la valutazione della trasformazione della centrale, commissione che, dopo varie sedute, fa specifica richiesta di garanzie sugli interventi di ambientalizzazione e sulla logistica degli approvvigionamenti, data l’importanza rappresentata dall’ecosistema del delta del Po e dalla presenza di un parco Nazionale definito patrimonio mondiale dall’Unesco.

   Alla fine del 2005 nasce un’intesa tra la Regione Veneto ed Enel. L’intesa, che tiene conto del parere favorevole della Commissione Regionale di Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A) e delle relative prescrizioni, prevede: – la riduzione di un quarto della potenza della centrale da 2.640 MW a 1.980 MW, con la conversione di soli tre gruppi rispetto ai quattro oggi esistenti; – la cessazione delle attività entro il 2030; –

la costituzione a Porto Tolle di un Osservatorio ambientale indipendente per la tutela del territorio che si avvarrà del supporto tecnico-scientifico di organismi ed enti di ricerca pubblici e privati e del contributo economico di Enel pari a un milione di euro l’anno; – la disponibilità di Enel all’utilizzo di biomasse locali (in proporzione di circa il 5%) per la produzione della centrale. La promessa è quella di abbattere le emissioni, in particolare quelle di ossidi di azoto, anidride solforosa e polveri di una percentuale tra il 60 e l’80% e le emissioni di anidride carbonica di circa il 20%.

   Nel gennaio 2009 il consiglio dei ministri ha iniziato l’esame della questione e dopo un approfondito esame degli aspetti tecnici e degli interessi pubblici coinvolti, in particolar modo quello dell’approvvigionamento energetico, ha invitato il Ministro dell’ambiente ad adottare le proprie determinazioni in ordine alla definizione del procedimento autorizzatorio per la centrale.

   Nell’aprile 2009 la Procura della repubblica di Rovigo ha consegnato una perizia al Ministero dell’Ambiente nella quale è scritto che esistono gravi lacune sulla stima degli impatti per l’ambiente fatta da Enel. Secondo la Procura lo studio di Enel non quantifica i carichi degli inquinanti in acqua, non prevede dispositivi per la rimozione delle emissioni in atmosfera del mercurio e di altri metalli. Non sarebbe inoltre stato stimato a dovere l’impatto ambientale delle chiatte che inevitabilmente percorrerebbero parte del delta del Po per trasportare il carbone alla centrale.

   Infine a gennaio è partita una nuova inchiesta che vede indagati nuovi e vecchi vertici dell’Enel, del calibro di Fulvio Conti, Franco Tatò e Paolo Scaroni. Le notizie che si riescono a raccogliere sono piuttosto contrastanti. Da una parte vi sono le ragioni di Enel, dall’altra quelle degli ambientalisti.

   L’azienda ritiene che con l’uso di speciali filtri all’avanguardia, alcuni per la denitrificazione catalitica dei fumi e l’abbattimento degli ossidi di azoto, altri per la depolverazione dei fumi e la loro desolforazione (con l’uso di calcare/gesso ad umido), le emissioni di anidridi e di polveri sottili (PM 10)  verrebbero ridotte fino ad essere persino inferiori a quelle delle attuali, obsolete, centrali ad idrocarburi; inoltre Enel assicura che lo stoccaggio e lo spostamento del carbone nella centrale saranno effettuati su corsie chiuse, così come il trasporto via mare dei residui che sarebbero venduti come materiali da costruzione o per altri usi. Si impiegherebbero poi caldaie cosiddette “ultrasupercritiche”, cioè ad elevato rendimento. Infine l’opera di conversione e la successiva messa a regime della centrale porterebbe alla creazione e al mantenimento di molti posti di lavoro.

   Visioni opposte sono presentate dagli ambientalisti. Nel 2009 WWF Italia ha redatto una scheda sul confronto tra centrali a carbone e centrali a gas in cui risulta che le emissioni di SO2 di una centrale a carbone sarebbero pari a 140 volte quelle di una centrale a gas, i nitrati sarebbero 4,5 volte superiori, le emissioni di polveri fini a 70 volte e la CO2 emessa circa 2,5 volte superiore. In questa scheda il WWF afferma poi che vi sarebbero emissioni di mercurio, arsenico, cromo e cadmio, e nei fumi sarebbero presenti polveri sottili (con PM < 10) in grado di oltrepassare i filtri, interagire con gli alveoli polmonari ed entrare direttamente in circolo causando gravi patologie. Viene inoltre fatto notare come le emissioni di gas serra delle centrali a carbone porterebbero ad uno sforamento dei parametri dettati dal trattato di Kyoto con una conseguente ammenda per il nostro Paese. Vi sono infine forti perplessità sull’idea di Enel di vendere i rifiuti come materiale da costruzione.

   Una certa chiarezza si trova riguardo alle emissioni di CO2. Sembra infatti chiaro che il carbone risulti il combustibile con più elevata emissione di gas serra. Riguardo questo problema Enel pone tuttavia un singolare quesito etico: non è forse meglio che il carbone venga bruciato in Paesi all’avanguardia che possono ridurre con la tecnologia le emissioni, piuttosto che in Paesi dove gli studi sono meno avanzati? Dove le emissioni sarebbero fuori controllo?  

   La domanda pare quasi grottesca, ma un fondo di verità c’è. Riccardo Varvelli nel libro “Le energie del futuro” ritiene infatti che, seppur la percentuale globale di energia prodotta tramite carbone dovrebbe rimanere pressoché stabile da qui ai prossimi vent’anni, a livello assoluto il consumo di carbone vedrà un aumento proprio grazie al fatto che paesi emergenti avranno un incremento della produzione di energia per sostenere il loro sviluppo. Altra nota positiva riguarda la distribuzione territoriale dei giacimenti di carbone che, a differenza del petrolio, sono più omogeneamente sparsi nel mondo, dando al prezzo del carbone una minore dipendenza da fattori geopolitici.

   Non è certamente facile dire se un parziale ritorno al carbone sia effettivamente utile al nostro Paese perché i dati presentati dalle diverse parti in causa sono contrastanti. Certo è che lo sviluppo di una nazione passa anche dalla sua capacità di produrre ed utilizzare l’energia per sostenersi. (Marco Tessariol)

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Sulla centrale a carbone di Porto Tolle vedi anche l’articolo su questo blog:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/01/24/geoenergie-porto-tolle-la-riconversione-della-centrale-termoelettrica-a-carbone-pulito-dubbi-e-proposte/ 

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ENEL INAUGURA ARCHIMEDE, LA CENTRALE CHE PRODUCE CON GLI SPECCHI

di Jacopo Giliberto, da “il sole 24ore” del 14/7/2010

SIRACUSA – Il miracolo della centrale a specchi ustori funziona. La centrale solare Archimede è stata inaugurata ieri da Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, insieme con Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente.

Il miracolo. A fianco della centrale, sul muro di una casa diroccata dalla salsedine e dall’abbandono, c’è un tabellone: «Il profeta Francois c’è. Celebre per miracoli e profezie». Deve averci messo il suo influsso taumaturgico, il celebre profeta, perché dopo la prima inaugurazione farlocca in un prato di sterpi (19 maggio 2004, taglio del nastro con Antonio Marzano, Paolo Scaroni e Carlo Rubbia), finalmente la centrale elettrica solare da 5 megawatt è partita, funziona, incassa fior di quattrini tramite l’incentivo del conto energia appena confermato, non si ferma quando il sole non c’è e funziona a concime. È l’impianto solare più innovativo al mondo: si chiama solare termodinamico, o solare a concentrazione. Il principio di funzionamento nasce dagli scienziati dell’Enea, che per anni insieme con l’Enel hanno tentato di mettere a punto quest’idea nuovissima. Meglio, quest’idea antichissima.

la centrale a specchi Archimede

   Era l’anno 212 avanti Cristo quando la flotta romana del console Marcello bloccava Siracusa, colonia greca. Tra gli assediati c’era lo scienziato siracusano Archimede, lo stesso dell’èureka e del principio di galleggiamento: «Un corpo immerso in un liquido riceve una spinta verso l’alto…». Archimede fece allestire grandi specchi di metallo sui bastioni della città e concentrò la luce del sole sfavillante della Sicilia sulle navi romane, mandandole in fiamme. L’invenzione non salvò né la città, che fu conquistata, né Archimede, che fu trucidato dai soldati romani. La sua idea rivive oggi poco più in là dai bastioni della città, sulla piana di Priolo dove l’energia si confronta. C’è l’energia del petrolio della raffineria dell’Isab (l’Erg con i moscoviti della Lukoil); c’è il progetto di costruire un rigassificatore per metano liquido proposto da Shell ed Erg (ieri i comitati di protesta contro il progetto hanno spiegato i loro striscioni davanti alla centrale dell’Enel). C’è la centrale a gas dell’Enel.

   E c’è uno spiazzo di 31mila metri quadri occupati da 54 specchi giganti messi in fila. Sono specchi curvi, e concentrano su un tubo speciale il calore del sole siciliano. Nel tubo scorre una miscela di comuni sali fertilizzanti, quelli che i contadini comprano al consorzio agrario: alla temperatura di 280 gradi fondono e diventano un fluido. I sali fusi entrano nel tubo a 300 gradi ed escono a 550 gradi dopo avere percorsa la gincana di 5,4 chilometri tra gli specchi ustori. Con uno scambiatore di calore, si produce vapore che fa girare la turbina della vecchia centrale elettrica a gas. Poi i fertilizzanti fusi tornano in un serbatoio dove continuano a far bollire l’acqua anche se le nuvole appannano il sole.

   La nuova centrale arricchisce di sapore la quotazione dell’Enel Greenpower, la società delle rinnovabili che sarà collocata in ottobre. Sono due le strade, il collocamento in Borsa e anche il collocamento privato, ha confermato ieri Conti. «Il nostro obiettivo è andare verso un mondo migliore con energia a basso costo e sostenibile». Non a caso lunedì l’Enel aveva inaugurato a Fusina Marghera (Venezia) la prima centrale industriale alimentata con idrogeno.

   In Sicilia l’Enel prevede un investimento di 1,8 miliardi di euro fino al 2014, contando anche il rigassificatore in costruzione a Porto Empedocle (Agrigento). Gli incentivi ci sono. Oltre al conto energia per il solare, nella manovra correttiva «abbiamo trovato una giusta soluzione per il ritiro dei certificati verdi in eccesso che era stata bloccata nella prima versione», osserva Stefania Prestigiacomo. «La norma è stata radicalmente rivista e il ritiro dei certificati verdi in eccesso proseguirà, garantendo così gli investimenti», tuttavia «in futuro bisognerà apportare correttivi per evitare distorsioni sul mercato e tentazioni di speculazioni e anche per tener conto dei costi, che si vanno riducendo». Un cenno di Prestigiacomo anche al vertice dell’agenzia sul nucleare, le cui nomine «sono in arrivo».

   Qualche commento a margine ma non marginale. Ecco Ivan Lo Bello, presidente della Confindusria Sicilia: «Le specificità di questo impianto, unico al mondo nel suo genere, ha consentito di valorizzare e qualificare le imprese locali, che potranno far valere la professionalità acquisita». Stella Bianchi del Pd aggiunge che «non è il nucleare la strada da seguire, e l’impianto inaugurato a Priolo lo mostra con tutta evidenza». Per Cesare Fera, presidente dell’Anest, l’associazione nazionale dell’energia solare termodinamica, «altre 25 aziende italiane stanno investendo nel solare termodinamico e hanno programmi per valori di oltre 40 milioni di euro in ricerca, 30 milioni di euro in filiera produttiva e 900 milioni di euro in impianti produttivi».

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LUGLIO 2010: la storia (in Parlamento) dei certificati verdi alle imprese per la produzione energetica:

 FONTI RINNOVABILI A RISCHIO STOP

di Jacopo Giliberto, da “il sole 24ore” del 3/7/2010

   È caos sugli incentivi alle fonti rinnovabili d’energia. Con prospettive di crisi del settore. Potrebbero andare in fumo per l’Italia gli obiettivi ambientali europei. Rischia di diventare carta straccia il piano nazionale d’azione che il governo ha appena completato e che a Bruxelles piace molto. Le imprese sono sconvolte. Le banche stanno bloccando tutti i prestiti e ritoccano al rincaro i finanziamenti.
   La questione, cercando la brevità. La manovra dice, nel temutissimo articolo 45, che il Gestore dei servizi energetici (Gse, una spa pubblica) non dovrà più acquistare i certificati verdi che restano invenduti.
I certificati verdi sono i titoli che chi produce energia da fonti rinnovabili vende sul mercato per ottenere così una forma d’incentivazione. Quando acquista le eccedenze, il Gse crea così un prezzo minimo sotto il quale il certificato non scende. Questi valori non toccano il bilancio dello stato: sono una partita di giro che passa attraverso le bollette elettriche. Sono pagati dai consumatori elettrici ai produttori di chilowattora puliti.
   Tutti chiedono che l’articolo 45 sia stralciato, perché altrimenti si blocca il mercato dell’energia ecologica senza dare alcun beneficio al bilancio statale. Lo stesso sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, si era impegnato per farlo eliminare. Invece no. È accaduto che ieri il relatore Antonio Azzollini, senatore Pdl, ha presentato un emendamento per parte della maggioranza e del governo, emendamento che non solamente conferma l’articolo ammazza-rinnovabili, ma in aggiunta lo trasforma da strumento di mercato in una tassa che prima non c’era per finanziare il ministero dell’Istruzione di Maria Stella Gelmini.
   In particolare, l’emendamento della maggioranza dice che i risparmi conseguiti (incerti e difficili da calcolare) vadano per due terzi a costituire un fondo per la ricerca (la ricerca energetica è già finanziata dalle bollette senza passare dal bilancio statale) e per un terzo concorrano a ridurre il prezzo dell’energia elettrica per i consumatori.
   Insorgono le imprese. Dall’assemblea dell’Anie a Cernobbio (Como) la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, taglia corto: l’articolo 45 della manovra è «sbagliato perché rischia di mettere uno stop definitivo alle rinnovabili in Italia. Crea un danno importante alle aziende che hanno investito sulle rinnovabili».

   Ma non ci sono solamente le imprese. Lo sconcerto è fortissimo per tutto il settore dell’energia. Esempi? Il ministero dell’Ambiente sta prendendo competenze nell’energia visto che lo Sviluppo economico è debolissimo e senza ministro.
   La nascita dell’agenzia nucleare viene ritardata apposta oltre i termini di legge per stabilire non cose fondamentali bensì per decidere chi mettervi a capo e se la persona individuata può assumere l’incarico.
Si bloccano le trivellazioni petrolifere in una guerra d’annunci e sgambetti tra la siracusana Prestigiacomo e il senatore trapanese Antonio D’Alì, presidente della commissione Ambiente al Senato e anch’egli figura di alta visibilità nel Pdl.
   E, perla di ieri, gli incentivi alle rinnovabili della bolletta elettrica diventano una tassa per finanziare l’Istruzione e forse – chissà – anche altre istituzioni di studi sulle tecnologie che erano già sfuggite ai tagli severi di Giulio Tremonti.
   Per ridurre le bollette si sarebbe potuto intervenire per esempio sui costosissimi incentivi “farlocchi” Cip6 che, senza finanziare i chilowattora verdi, pesano per 1,8 miliardi sulle bollette e rappresentano più di metà degli incentivi all’energia pulita. Per aumentare i fondi alla ricerca energetica sarebbe bastato ritoccare quella voce che c’è già in bolletta. Niente di tutto ciò.
   È stato beffato chi chiedeva un aumento dei fondi alla ricerca energetica che passano per le bollette elettriche e una riduzione degli incentivi Cip6 per fare scendere i costi del chilowattora; è stata dimenticata la quarantina di emendamenti che da ogni parte politica chiedono la soppressione dell’articolo 45 sono stati dimenticati ed è passato quello che trasforma gli incentivi di mercato in una componente fiscale.
   Sono così a rischio la quotazione dell’Enel Greenpower e i progetti di sbarco in borsa per fondi privati e aziende delle rinnovabili. Le banche che hanno avviato finanziamenti verdi alzano il debito delle imprese impegnate nell’energia pulita sale di «100 punti base», cioè tra l’1 e l’1,5%. Il piano d’azione del governo diventa impraticabile, gli obiettivi di efficienza energetica imposti dall’Europa si trasformano in un miraggio irraggiungibile, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica imposta da Bruxelles non sarà conseguita e arriveranno invece le multe europee salatissime.
   «Usare le risorse che derivano dai certificati verdi e dalle fonti rinnovabili per fare altro non mi sembra giusto», protesta l’inascoltato sottosegretario Saglia. Emma Bonino, vicepresidente del Senato, dice solitaria invece che è giusto abbassare le bollette togliendo le rendite di posizione: le sue affermazioni sono state accolte da una salva di proteste di ogni parte, come quelle dei senatori ecologisti del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante: «La posizione della senatrice Bonino è sorprendente».

 

INCENTIVI VERDI SALVI MA CON TAGLI

di Federico Rendina, da “il sole 24ore” del 8/7/2010

   Incentivi alle energie rinnovabili salvati ma da asciugare, razionalizzare, moralizzare. Il relatore alla manovra, Antonio Azzollini, ha formalizzato l’emendamento che cancella lo stop all’obbligo dei ritiro dei certificati verdi da parte del Gse –Gestore servizi Energetici- (vedi articolo precedente ndr) limando sino all’ultimo momento il nuovo testo sostitutivo dell’articolo 45.
   Il “Gestore servizi energetici” continuerà a ritirare i certificati verdi in eccedenza sul mercato ma già il prossimo anno la spesa dovrà essere inferiore del 30% rispetto a quella del 2010. I fondi per il ministero dell’Istruzione verranno intanto ricavati non dall’abolizione del ritiro dei certificati in eccedenza ma dalla risoluzione volontaria anticipata delle convenzioni Cip6 in essere. Risoluzione già prevista dalla legge “sviluppo” dell’agosto scorso.
   La versione finale dell’emendamento precisa che le risorse sono destinate all’Istruzione «escludendo la destinazione a spese continuative di personale» e verranno comunque impiegate «all’esito dell’approvazione della riforma organica del settore universitario». Niente denari “tappabuchi” dunque, ma un ben più sano finanziamento di una riforma strutturale orientata all’efficienza.
   Lo stesso concetto viene applicato alla riforma complessiva dei certificati verdi e delle sovvenzioni Cip 6 alle energie “rinnovabili e assimilate” I negoziati per le risoluzioni inizieranno appena il governo avrà approvato lo schema di intervento che è stato nel frattempo predisposto dall’Authority per l’energia.
Si tratterà – precisa la relazione tecnica che accompagna il nuovo emendamento all’articolo 45 – di un meccanismo di risoluzione volontaria che consentirà di liquidare agli operatori energetici che aderiranno «un importo che è inferiore alle somme che sarebbero erogate dalle tariffe elettriche fino al 2020 agli stessi produttori». L’ammontare «può arrivare ad un massimo di 500 milioni da recuperare in diverse annualità fino al 2013» secondo il numero di convenzioni che saranno risolte, tenendo conto che in totale sono operative «30 convenzioni per 4.300 megawatt» di potenza di generazione elettrica.

   Nel frattempo arriverà una progressiva stretta alla sovvenzione complessiva, con la promozione delle «fonti rinnovabili che maggiormente contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi europei». Un sensibile taglio colpirà le fonti “assimilate” alle rinnovabili, che pur essendo premiate dal Cip 6 poco o nulla hanno di ecologico. Il risultato (come abbiamo anticipato ieri) dovrà essere che l’ammontare dei certificati verdi che il Gse ritirerà a valere dall’anno 2011 dovrà essere minore del 30% rispetto alle pratiche riferite a quest’anno, e che il taglio dovrà derivare almeno all’80% dalla riduzione del numero dei certificati da ritirare.

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ENERGIA (PULITA) AL POSTO DEI CANNONI

– la Difesa pronta a riconvertire basi e arsenali: impianti eolici e fotovoltaici in mano ai privati –

di Alessandro Mondo, da “la Stampa” del 21/6/2010

   “Mettete un fiore nei vostri cannoni”: negli Anni ‘60 il movimento hippie avrebbe battezzato così il nuovo progetto del Ministero della Difesa per recuperare risorse mettendo a frutto gli spazi sterminati di cui dispone. In realtà i cannoni sono spariti da un pezzo nelle aree che si pensa di affittare o dare in concessione ai privati, mentre al posto dei fiori sorgeranno impianti fotovoltaici, eolici, geotermici e di cogenerazione: sicuramente meno romantici ma più utili all’ambiente.

   Soprattutto: fonte di risparmio. «Progetto Energia»: questo il nome in cui si sostanzia il piano della Difesa su 25 aree: 20 concentrate in Puglia, Campania, Calabria e Sicilia – regioni a forte esposizione solare e quindi particolarmente tagliate per ospitare impianti fotovoltaici -, 5 nel Nord Italia, dove si punterà sulla cogenerazione.
   Il grosso delle località è ancora top-secret, per due motivi: la necessità di concertare gli interventi con gli enti locali e la volontà di saggiare il consenso delle popolazioni. Alla voce «cogenerazione», un impianto sorgerà in Lombardia mentre un altro dovrebbe interessare il Piemonte: i nomi in ballo, a quanto trapela, rimandano a Ciriè e Cameri. I progetti nella penisola, in avanzata fase di definizione, sono subordinati ad accordi con i Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente. In via XX Settembre, sede della Difesa, ci credono a tal punto che è in corso uno studio di fattibilità per realizzare un polo sperimentale presso lo scalo aereo di Pantelleria con lo scopo di monitorare il rendimento di nuove tecnologie basate sulla produzione di energia da fonti rinnovabili. La paternità della scommessa è del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto: suo l’input del progetto.
   In tutti i casi, parliamo di aree militari che, pur restando di proprietà della Difesa, saranno riconvertite alla nuova e inedita destinazione d’uso: edifici militari e superfici di rispetto di poligoni di tiro, depositi carburanti, depositi munizioni e aeroporti. «Aree non destinate a future urbanizzazioni – precisano dal Ministero -, e comunque vincolate da preesistenti servitù tecniche e di sicurezza». Qui sorgeranno i nuovi impianti, alcuni dei quali saranno finanziati con una quota dei fondi europei stanziati da Bruxelles per il periodo 2007-2013.

   Ma il piano – una volta a regime – prevede investimenti di centinaia di milioni che non possono prescindere da fondi nazionali e privati, a seconda delle tipologie impiegate. Il progetto pilota in fase di realizzazione a Roma presso la città militare della Cecchignola, l’esempio di quello che ci aspetta, prevede l’installazione di pannelli fotovoltaici sulle coperture di tre caserme e sarà interamente realizzato con capitale privato, in regime di concessione.
   L’impianto, capace di produrre la stessa energia consumata dai tre reparti militari ospitati nella cittadella, permetterà di abbattere di circa il 40 per cento la mega-bolletta elettrica delle tre caserme. La portata del piano, nel suo complesso, è resa dai numeri. Nella fase iniziale gli Stati Maggiori delle forze armate mettono sul piatto 500 ettari ma la disponibilità delle superfici disponibili supera ampiamente questa dote. Il sito in Piemonte, tra i più estesi, vale da solo diverse decine di ettari. Come si premetteva, l’obiettivo prioritario è quello economico. Il che non esclude un beneficio di carattere ambientale se è vero che, secondo le stime, il piano consentirà una minore emissione di anidride carbonica in atmosfera pari a 200 mila tonnellate l’anno.
   Il saldo economico è ancora più allettante per un Ministero che, alla pari degli altri, si trova nella necessità di fare quadrare i conti a fronte di stanziamenti al ribasso. Un dato per tutti: l’installazione degli impianti già previsti assicurerà una produzione energetica media di circa 365GWh l’anno, corrispondenti al 65% dell’energia elettrica consumata dalla Difesa. Gli impianti saranno caratterizzati da potenze di picco variabili tra 1 e 25 MW. Significa un risparmio annuo di diverse decine di milioni. Scusate se è poco.

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IL VENETO INSEGUE L’AUTONOMIA ENERGETICA (CON IL CARBONE) MA RIPARTE DALL’IDROGENO

di Silva Menetto, 12 luglio 2010, il sole 24ore

   Fuori la chimica sporca e dentro l’idrogeno. Il futuro del polo chimico di Marghera sembra andare in questa direzione, almeno a giudicare dall’inaugurazione in grande stile per la prima centrale elettrica ad idrogeno al mondo, costruita dall’Enel proprio a Fusina, nella gronda lagunare, dove si affacciano gli impianti – per lo più dismessi – del maggiore polo chimico europeo. A Fusina c’era già la centrale termoelettrica “Palladio” dell’Enel; a due passi gli impianti del Petrolchimico che come elemento di risulta dei processi industriali producono proprio l’idrogeno. Ironia della sorte: allo stato attuale della ricerca, se le industrie chimiche non producessero idrogeno come “scarto” di lavorazione, questo tipo di energia pulita non esisterebbe perché totalmente diseconomico.

LA CENTRALE AD IDROGENO
Cinquanta milioni di euro di investimento (5-6 volte il costo di una centrale normale), cinque anni di lavoro, una potenza di 16 Megawatt totali (12 prodotti dalla turbina ed altri 4 Mw recuperati sfruttando il calore dei fumi di scarico); con i suoi 60 milioni di chilowattora l’anno di energia l’impianto di Fusina può soddisfare il fabbisogno di 20mila famiglie e – questa è la parte migliore – senza emissioni in atmosfera. Con quest’opera Enel partecipa al progetto “Hydrogen Park” voluto dagli Industriali di Venezia col supporto di Regione Veneto e Ministero dell’Ambiente. Obiettivo è creare il più grande parco sperimentale per la realizzazione di un’economia basata sull’idrogeno. Marghera insomma dovrebbe diventare uno dei punti di riferimento a livello internazionale per la ricerca sull’energia pulita.

AUTONOMIA ENERGETICA
All’inaugurazione della nuova centrale di Fusina gli amministratori locali hanno fatto a gara per esserci, perché la questione energetica in Veneto è una partita importante: il fabbisogno elettrico della regione si è attestato, nel 2009, intorno ai 30mila Gigawattora, metà dei quali prodotti in loco attraverso centrali termo ed idroelettriche e uno 0,2 per centro da fonti rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico. Ma il governatore Luca Zaia, seguendo le sue aspirazioni federaliste anche in materia energetica, ha posto già lo sguardo oltre la nuova centrale ad idrogeno per concentrare l’attenzione su quella ben più potente di Porto Tolle, nel rodigino.

IL CARBONE DI PORTO TOLLE
Là, nel delta padano, l’Enel sta riconvertendo a carbone la vecchia centrale termoelettrica ad olio combustibile. L’impianto in questo caso comporta un investimento di circa 2,5 miliardi di euro ma la produzione di elettricità, a regime, renderà il Veneto energeticamente autosufficiente. «Con Porto Tolle il bilancio energetico del Veneto andrà a pareggio – ha annunciato il governatore con orgoglio – ossia si consumerà quello che si produrrà». Senza contare che per i cinque anni di lavori previsti (che dovrebbero iniziare nel 2011) saranno impiegati circa 700 operai e nell’indotto la centrale darà lavoro a circa 3mila persone. «La centrale di Porto Tolle e quella di Fusina sono un investimento per la Regione e per l’Italia», ha aggiunto l’amministratore delegato di Enel Fulvio Conti.

I FONDI EUROPEI
Quello di Porto Tolle tra l’altro rientra tra i sei selezionati dalla UE nella lista dei progetti più maturi e promettenti a livello comunitario per il sequestro della CO2. La tecnologia che si andrà ad applicare sarà infatti il risultato della ricerca sul carbone a zero emissioni, che l’Enel in questi anni ha sviluppato in maniera particolare. L’azienda potrà contare su 100 milioni di euro di fondi europei per verificare la fattibilità dell’applicazione su scala industriale a Porto Tolle, del processo già sperimentato in un impianto pilota di Brindisi. «Si tratta di catturare l’anidride carbonica post combustione della CO2 dai fumi di una sezione delle nuove unità della centrale a carbone di Porto Tolle – spiega Sauro Pasini, responsabile di Enel Ricerca – ma il progetto prevede anche la compressione, il trasporto e lo stoccaggio dell’idrogeno in un deposito acquifero in Alto Adriatico».

IL VENETO E LA GREEN ECONOMY
La centrale a carbone di Porto Tolle dovrebbe entrare in funzione nel 2015. Intanto l’a.d. di Enel Fulvio Conti fa leva sulla sensibilità del governatore Zaia per la green economy per proporre nuovi accordi sulle fonti rinnovabili. «Credo che in Veneto ci sia ancora spazio per realizzare centrali idroelettriche e impianti eolici sui colli, per lavorare al fotovoltaico e sulle biomasse. Abbiamo iniziato un percorso per identificare i mezzi e i meccanismi attuativi più confacenti per la Regione stessa» ha detto Conti, che ha precisato però di non ritenere affatto necessaria la creazione di una società mista. Da parte sua, il governatore Luca Zaia non è nuovo a manifestazioni di forte interesse per la green economy: «Il Veneto oggi si attesta al 5,2% di produzione in green economy per poter raggiungere entro il 2020 il 17% richiesto dall’Ue. Non vogliamo restare all’età della pietra perché a noi non piace».

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NATURA E CENTRALE A CARBONE – LA SFIDA DELLA CITTA’ ROMANA

di Federico Nicoletti, da “il Corriere del Veneto” del 26/4/2010

– Delta del Po, energia e turismo compatibili? Migliorini: «Impossibile». Gli operai: serve lavoro, scelta obbligata –

ADRIA. Il nodo, per il futuro, si gioca a 40 chilometri di distanza da qui. Sull’isola di Polesine Camerini, ultimo lembo di terra del Delta del Po prima del mare, che ospita la centrale termoelettrica Enel, croce e delizia storica del Delta. È lì, di fronte alle turbine che potrebbero rimettersi in moto a pieno ritmo dopo anni di scartamento ridotto, con il passaggio d’alimentazione dall’olio combustibile al carbone, che si potrà capire su quale strada si incamminerà il Basso Polesine. E, insieme, di quale Delta sarà la «porta» Adria, che nel centro storico costruito sull’isola all’interno della biforcazione del canal Bianco custodisce uno «scrigno» di cultura e commercio.  

Adria

   Città e civiltà urbana antiche, vero punto di riferimento storico per il territorio circostante, con i suoi scorci di terra ed acqua a perdita d’occhio, come il Veneto non vede più da tempo. Un ruolo che Adria punta a rivitalizzare, agganciando ai suoi atout tradizionali un turismo selettivo, che sappia dar valore all’unico angolo della regione non intaccato dai capannoni, facendo di questa città il primo centro storico alle spalle della costa e delle aree umide, dove i visitatori possano ritrovare la dimensione urbana dopo quella naturale.

   Polo energetico o Camargue del Veneto? O, detta in modo meno secco: quanto la seconda prospettiva, che dovrà far perno su un Parco del Delta che si metta in moto davvero, potrà convivere con la prima? Sono le domande che trovano il loro crocevia ad Adria, di fronte alla ripresa con vigore della spinta a voler sfruttare il Delta, e in generale tutto il Rodigino, come area di insediamento per nuove centrali elettriche, 27 impianti in tutta la provincia, tra bioteanolo, biodiesel e olio di colza. Senza contare, dopo l’insediamento davanti a Porto Viro del rigassificatore, del fantasma che aleggia, pur smentito da tutti: una centrale Enel riconvertita al nucleare.

   Così, oltre Polesine Camerini, con i suoi duemila megawatt di potenza in esercizio dal 2014 dopo la trasformazione a carbone, pari al 5% del fabbisogno elettrico italiano, ci sono anche, per citare solo quelli più avanzati nell’iter d’autorizzazione, gli 800 megawatt della centrale a turbogas della West Energy a Loreo, sette chilometri da Adria, che ha già avuto il sì dalla conferenza dei servizi nazionale tra le forti opposizioni di un agguerrito comitato locale, e la riconversione dell’ex zuccherificio di Porto Viro in centrale elettrica da 12,5 megawatt alimentata a sorgo, che ha già definito tutti gli accordi.

   Investimenti e posti di lavoro comunque importanti per il Delta, specie in una crisi che ha colpito duramente le poche realtà imprenditoriali oltre l’agricoltura. Lo sono quelli per 2,2 miliardi di euro intorno alla riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle, che genererebbero quattro anni di cantieri con 1.600 addetti, e 350 posti di lavoro stabili a centrale funzionante, 700 con l’indotto. E che garantirebbero con il carbone pulito, secondo dati Enel, una riduzione delle emissioni del 70-80% rispetto al passato. Tasti su cui batte da tempo il Comitato dei lavoratori della centrale, guidato da Maurizio Ferro, in prima linea per accelerare la riconversione, già autorizzata dal governo ma ora reimpantanatasi sui ritardi di convocazione della conferenza dei servizi.

   Ma su questa linea la trincea opposta è ben nutrita, anche se con posizioni differenziate. «C’è molta confusione dovuta alla mancanza di una pianificazione energetica – afferma Eddy Boschetti, presidente provinciale del Wwf -. Tutti i piani urbanistici, dal Piano d’area del Delta in avanti sono stati puntualmente disattesi». «Trasformare il Delta in un polo energetico mi sembra faccia parte di quell’idea da polesani che attendono sempre la soluzione dal potente di turno -, aggiunge Luigi Migliorini, l’avvocato adriese duramente schierato contro la riconversione a carbone, anche come legale dei Comuni, come Rosolina, contrari all’operazione, e che è stato anche commissario straordinario del Parco del Delta -. Abbiamo alternative formidabili, possiamo diventare la Camargue del Veneto. Il Parco sarebbe ucciso dalla centrali, inutile tentare di far quadrare il cerchio. La scelta deve cadere sul turismo; certo non da contemplazione come vogliono gli ambientalisti, ma che tenti un difficile equilibrio tra conservazione e valorizzazione».

   «Carbone sì o no? La differenza tra terminal e centrale Enel è che quest’ultima già c’era, è parte della storia del nostro territorio. Certo la qualità dell’aria impone grande attenzione. – afferma Marco Passarella, adriese, docente di teoria dell’impresa a Pavia -. Ma l’idea di Parco è in contraddizione con centrali, discariche e inceneritori. Certo, questo non significa poi immobilizzare qualsiasi iniziativa».

   Una linea di realismo simile a quella su cui pare schierarsi il nuovo Parco del Delta, che riunisce i nove Comuni dell’area con i suoi 70mila abitanti, ora guidato dal sindaco di Porto Viro, Geremia Gennari. Che punta a definire il Piano ambientale, scoglio su cui la struttura è arenata da anni. «Ma non siamo all’anno zero – afferma Gennari -. In questi anni abbiamo speso una decina di milioni di euro per le strutture, come il Centro visitatori. E comunque l’epoca in cui ci si sdraiava sulle strade contro il Parco è passata». Gennari certo non guarda ad un turismo solo «verde», ma su più livelli. Fatto di piste ciclabili e finanziamenti per agriturismi in corti di pregio, ippovie e percorsi di birdwatching; ma che non disdegna, con progetti che fanno insorgere gli ambientalisti, campeggi, aree di sosta camper e villaggi turistici su palafitte, previsti a Porto Tolle, ma anche il raddoppio del porto turistico di Porto Levante a mille posti barca e un albergo di 130 stanze, nella sua Porto Viro, e perfino un’aviosuperficie per aerei da turismo.

   È su questa linea che dovrà trovare il modo di inserirsi Adria, con uno sviluppo proprio che valorizzi la propria offerta culturale e di eventi. «Con un’avvertimento rilanciato da una ricerca dell’Università di Trento: il Polesine non è un territorio turistico – dice l’assessore al bilancio del Comune, Antonio Scarda -. Dal 2002 ad oggi gli arrivi sono scesi da 2 a 1,8 milioni. Come dire che il turismo non è decollato, che la politica ha dibattuto su qualcosa che non ha funzionato».

   «Dobbiamo partire da zero, ma quando la città propone, la gente arriva: tra giugno ed agosto i Venerdì sera ad Adria portano 12mila persone, e per la Notte bianca ne attiriamo 30mila – aggiunge il sindaco Massimo Barbujani -. Come diciamo sempre, dal mare i primi quattro passi in centro si possono fare ad Adria». Il primo obiettivo concreto è mettere a punto un’offerta per la prossima stagione estiva, che proponga visite serali ad Adria, in parallelo agli eventi, con ingresso al museo archeologico. Magari partendo con i bus da Rosolina. «Stiamo lavorando con albergatori e Comuni – afferma l’assessore al Turismo, Chiara Paparella -. Poi la città deve capire che se si spende in turismo non si fa perché siamo una giunta che fa spese allegre».

   Ed Adria potrà mettere in campo anche le sue eccellenze formative, com’è con l’istituto alberghiero «Giuseppe Cipriani» di Adria, che ha creato certo un programma di esperienze internazionali, con cui ha spedito ad esempio i suoi migliori allievi all’Harry’s Bar di New York, alla corte di quell’Arrigo Cipriani figlio del Giuseppe a cui è stata intitolata la scuola. Ma che ha poi rivolto la sua attenzione ai prodotti locali, con un ristorante didattico che ha proposto serate culturali e culinarie a tema. «L’esperienza all’estero è fondamentale nella carriera di uno chef – dice il preside Daniele Stoppa -. Ma abbiamo voluto fare dei nostri studenti i futuri professionisti-ambasciatori dei nostri prodotti. Sperando poi che il Parco decolli davvero e che prenda piede questa tendenza, che già si vede, di nostri ex studenti che rientrano nel Delta, magari per aprire un agriturismo nell’azienda agricola di famiglia. Se questa tendenza si affermasse, sarebbe un bel segnale che il nostro modello turistico, selettivo, non di massa, ha iniziato finalmente a marciare». (Federico Nicoletti)

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