Il riconoscimento dell’indipendenza del KOSOVO non porterà a nuove guerre civili (la SERBIA cerca di più la FIAT, lo sviluppo economico); ma crea speranze di secessione in altre minoranze e popoli; e pone il problema del superamento degli Stati nazionali e del governo democratico e federalista dei popoli in MACROAREE continentali (come l’Unione Europea potrebbe insegnare)

immagine da "il Gazzettino" - Kosovo/ Serbia chiede colloqui urgenti su statuto Pristina - A consiglio Onu: lavorare a soluzione attraverso dialogo pacifico - New York, 4 ago. (Apcom) - Il ministro serbo degli Affari esteri, Vuk Jeremic, ha chiesto ieri al Consiglio di sicurezza dell'Onu l'avvio di discussioni rapide con il Kosovo allo scopo di elaborare una soluzione accettata da Pristina e Belgrado a proposito dello statuto dell'ex provincia serba. La Serbia "è determinata a lavorare con Pristina e la Comunità internazionale all'elaborazione di una soluzione reciprocamente accettabile a proposito di tutti i problemi non risolti, attraverso un dialogo pacifico", ha dichiarato Jeremic. "Penso che dovremmo farlo non appena possibile", ha proseguito il capo della diplomazia serba, che si è espresso quasi due settimane dopo il pronunciamento della Corte internazionale di giustizia sulla legittimità della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo. (fonte afp)

   L’opinione consultiva della Corte di giustizia internazionale con sede all’Aja in Olanda (corte di giustizia creata nell’immediato secondo dopoguerra per dirimere le controversie tra gli Stati) con la quale si dice che il Kosovo non ha violato il diritto internazionale quando ha proclamato l’indipendenza da Belgrado (il 17 febbraio 2008) è stata accolta con soddisfazione a Pristina e a Tirana, mentre ha suscitato dure reazioni a Belgrado e Mosca.

   La Serbia così, di fatto, perderà totalmente il controllo di quella regione a forte predominanza albanese, cui però i serbi ci tengono particolarmente essendo la loro prima terra di origine, nella storia millenaria di quel popolo. Oltreché il fatto che la Serbia è l’ultima vera derivazione della Iugoslavia di Tito (che man mano si è smembrata lasciando appunto la Iugoslavia con di fatto la sola presenza serba); e che ora perderà un altro “pezzo” importante nella sua costruzione balcanica.

   All’epoca della guerra civile all’interno della ora ex Iugoslavia (iniziata nel 1991 con la proclamazione di indipendenza della Slovenia e la guerra tra la croata Zagabria e la serba Belgrado, e terminata con gli accordi di Dayton del novembre 1995 che posero fine alla più sanguinosa carneficina che ci sia stata in Europa dopo la seconda guerra mondiale… a poche centinaia di chilometri da noi…) c’era, allora (nei primi anni ’90), la convinzione che due fossero i “luoghi” maggiormente pericolosi per l’incrudelirsi della guerra nel Balcani: la Bosnia-Erzegovina e, appunto, il Kosovo.

   La prima previsione (della guerra in Bosnia) purtroppo si è rivelata una previsione reale: la guerra civile in Bosnia è stata di una crudeltà inaudita (ad esempio, nel luglio di 15 anni fa –1995- nei pressi della Città bosniaca di Srebrenica ottomila musulmani furono trucidati dalle forze serbo-bosniache al comando di Ratko Mladic). La seconda previsione, cioè della proclamazione dell’indipendenza del Kosovo nel momento della guerra civile tra il 1991 e il 1995, per fortuna non è accaduta: abbiamo poi avuto l’episodio nel 1999, con  l’allargarsi del primi movimenti secessionisti kosovari, e la reazione di Belgrado con l’attuazione di una vera e propria pulizia etnica (cacciata degli albanesi dal Kosovo) e il tutto è stato fermato dai bombardamenti della Nato sulla Serbia di Milosevic (…di fatto con l’intervento dell’America di Clinton, con ancora una volta inerme l’Europa, incapace di intervenire: sia detto per chiarezza, quella “guerra” contro Milosevic e la pulizia etnica degli albanesi dal Kosovo, noi la abbiamo convintamente condivisa).

Tre kosovari, a cavallo con la bandiera del Kosovo, festeggiano il riconoscimento dell'indipendenza

   Insomma il problema di allora (per i serbi) era in primis quello di non veder nascere una “Grande Albania”, un unico grande stato appunto formato dall’Albania e dal Kosovo (ma anche in Macedonia c’è una rilevante presenza etnica albanese). Ora questo potrebbe concretamente accadere: cioè il costituirsi di una grande Albania.

   Ma noi non crediamo che il problema sia grave come lo sarebbe stato (in modo sanguinoso) allora (nella prima metà degli anni ’90). Adesso rischiamo di dire che è più facile che la Serbia ci guadagni dal perdere una provincia povera come il Kosovo, e la sua entrata nella Comunità europea, che dovrebbe essere prossima, dimostrerebbe che lo spirito che anima quel paese è ora più rivolto a risolvere i difficili problemi economici, di sviluppo e mantenimento e allargamento del benessere, che impiantarsi in una nuova guerra civile.

   Resta comunque aperta la questione della minoranza serba che ancora c’è in Kosovo. E’ emblematico che la Serbia, in questi primi giorni di agosto, non abbia fatto nessun riferimento diretto alla rimessa in discussione dello status internazionale dell’autoproclamato stato, ma che l’obiettivo serbo appaia piuttosto quello di “portare a casa qualcosa”, magari riannettendo in qualche modo il Nord del Kosovo, dove è arroccata la minoranza serba (ma sarà difficile: spartire i territori su base etnica non è principio facile da assimilare ‘tout court’ per l’UE senza frontiere). In un altro ambito, la decisione della Fiat di potenziare la propria presenza in Serbia, è una prova di credibilità della nuova classe dirigente e del processo democratico del paese.

   Piuttosto invece il vero non tanto nascosto obiettivo della Serbia che “perde” definitivamente il Kosovo, è quello di avere in cambio l’accelerazione dell’entrata nell’Unione Europea (e questa sarebbe una bella cosa per tutta l’Europa crediamo). Ma l’Europa, si spera, vorrà dalla serbia, per la sua entrata nell’Unione, Ratko Mladic, il generale responsabile principale del massacro di ottomila musulmani a Srebrenica in Bosnia nel luglio 1995, e che a tutt’oggi non ha dovuto presentarsi alla giustizia internazionale perché “clandestino” (ma se i serbi vogliono lo trovano).

   Ma il problema di quel che è accaduto con il parere (favorevole) espresso dalla Corte dell’Aja sulla proclamazione di indipendenza del Kosovo del 2008, è che sarà naturale che sempre più popoli e minoranze “si affaccino” alla ricerca di una libertà propria all’interno di stati nazionali cui sono (o si sentono) oppressi. C’è caso e caso da vedere, naturalmente. Comunque un’impostazione federalista della società, delle comunità, sia “verso il basso” (il riconoscimento delle autonomie locali) che ancor di più “verso l’alto” (macroaree continentali, come bene rappresentano gli Stati Uniti, e potrebbe bene rappresentare l’Unione Europea, ma anche l’Area del paesi del Mediterraneo, e molte altre geoaree…) sarebbe la panacea alla disgregazione assurda ed inutile in microstati, pur riconoscendo autonomia culturale, economica, nelle decisioni, nelle tradizioni, nelle lingue a ciascun popolo.

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PERCHÉ PRISTINA È DIVERSA DAL QUÉBEC

di Antonio Cassese, da “la Repubblica” del 24/7/2010

   L’opinione consultiva della Corte internazionale di giustizia sul Kosovo ha deluso molti, pur se ha invece rallegrato i 69 Paesi che avevano riconosciuto il Kosovo come Stato indipendente. Ma cosa ha detto esattamente la Corte? L’Assemblea Generale dell’Onu le aveva chiesto di accertare se la dichiarazione di indipendenza approvata dal Kosovo il 17 febbraio 2008 era contraria al diritto internazionale e alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu 1244 del 1999, che, dopo l’intervento della Nato contro la Serbia, stabiliva un regime provvisorio di autogoverno nel quadro dell’ Unmik (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo).

   La Corte ha risposto che quella dichiarazione di indipendenza è conforme sia al diritto internazionale sia alla risoluzione dell’ Onu. Conclusione giusta ma anche ovvia. Infatti, per il diritto internazionale la secessione di una minoranza o di una parte di uno Stato sovrano è semplicemente un «fatto della vita», come una rivoluzione o un terremoto. Cioè, non è né vietata né autorizzata – anche se invece la stessa secessione, per il diritto costituzionale dello Stato dal quale avviene il distacco, è un atto gravissimo, illegittimo ed illegale.

   Era anche evidente che la dichiarazione di indipendenza non era contraria alla risoluzione 1244, perché questa stabiliva solo il regime transitorio del Kosovo, non contemplando lo sbocco finale di quel regime, e tanto meno prevedendo o vietando l’indipendenza. Perché dunque l’avviso della Corte ha suscitato tanta delusione? In realtà la questione cruciale era un’altra: una minoranza, un gruppo etnico o una regione hanno diritto all’autodeterminazione o, più generalmente, un diritto di secessione? I còrsi, i baschi, i catalani, gli abitanti del Québec, i curdi della Turchia, dell’Iran e dell’Iraq, le varie minoranze delle repubbliche ex sovietiche, possono invocare il diritto ad autodeterminarsi? Sono cioè legittimati a separarsi dallo Stato, divenendo indipendenti o unendosi ad un altro Stato o alla minoranza di un altro Stato?

   Il problema era stato sollevato davanti alla Corte da vari Stati che erano intervenuti nel caso. La Corte però ha preferito non affrontarlo, con un argomento formalistico: non costituiva oggetto della richiesta dell’Assemblea Generale (anche se si trattava di una questione implicita o strettamente collegata a quella, oggetto della richiesta, e comunque, era stata ampiamente dibattuta davanti alla Corte, con tesi contrapposte).

   La Corte avrebbe potuto invece prendere di petto questo problema che non solo è molto spinoso, ma soprattutto, a seconda della soluzione che gli si dà, può avere gravi conseguenze politiche. È ovvio che, se si dice che quei gruppi e minoranze hanno diritto all’autodeterminazione e alla secessione, si apre un vaso di Pandora, scatenando forze centrifughe che metterebbero a rischio la stabilità di numerosi Stati sovrani e creerebbero un terremoto nella comunità internazionale.

   Che la Corte abbia preferito tacere sull’argomento è tanto più sconcertante in quanto la risposta del diritto internazionale è semplice e netta: quei gruppi e quelle minoranze non hanno alcun diritto di secessione

   Quanto al diritto all’ autodeterminazione, esso spetta (oltre naturalmente che ai popoli coloniali e quelli sotto occupazione straniera, come il popolo palestinese) solo a quei gruppi razziali che sono sistematicamente discriminati in modo così grave da impedire loro l’accesso al governo, ossia sono trattati come lo era la maggioranza nera in Sudafrica ai tempi dell’apartheid.

   Dunque, tutti i gruppi e le minoranze che vivono in paesi democratici, dove le minoranze e i gruppi non sono sistematicamente oppressi, non godono di alcun diritto all’autodeterminazione. In breve il diritto internazionale è relativamente conservatore e filo-statale, preferendo non legittimare, dunque non incoraggiare, alcuna spaccatura all’interno di Stati sovrani – anche se poi, realisticamente tiene conto dei «fatti della vita», se una minoranza, una regione o un gruppo riescono con la forza o in altro modo a staccarsi da uno Stato e ad esercitare un controllo stabile ed effettivo su un territorio a parte.

   La Corte ha perso una buona occasione per contribuire, con la sua autorevole opinione, alla stabilità e alle pacifiche relazioni internazionali. Speriamo che in una futura occasione, anche se su altri temi, essa possa essere meno cauta e più costruttiva. – ANTONIO CASSESE

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L’INDIPENDENZA DEL KOSOVO E’ LEGALE

di Maurizio Cerruti, da “il Gazzettino” del 23/7/2010

La Corte di giustizia Onu dà ragione all’ex provincia serba – Belgrado: «Inaccettabile». L’Ue invita a guardare avanti

   Il Kosovo non ha violato il diritto internazionale quando ha proclamato l’indipendenza da Belgrado, il 17 febbraio 2008. La sentenza della Corte di giustizia internazionale con sede all’Aja in Olanda – istituita dall’Onu nel 1945 per dirimere le controversie tra gli Stati – è stata accolta con soddisfazione a Pristina e a Tirana, mentre ha suscitato dure reazioni a Belgrado e Mosca.

   Boris Tadic, il presidente della Serbia, ha detto che Belgrado «non riconoscerà mai» il verdetto. Il ministero degli Esteri russo ha affermato che la decisione della Corte non rappresenta «una base legale per l’indipendenza del Kosovo». Resta il fatto che i giudici dell’Aja (con 9 sì, 5 no e un astenuto) hanno tolto ogni dubbio sulla legittimità del nuovo Stato balcanico nato di fatto dalla secessione dell’ex provincia serba a maggioranza albanese, nel 1999, al termine di una sanguinosa guerra etnica: l’ultima ad aver macchiato, negli anni ’90, la dissoluzione dell’ex Jugoslavia.

   Una guerra scaturita dall’intervento militare del regime nazionalista serbo di Slobodan Milosevic contro gli irredentisti kosovari, e conclusasi con la sconfitta e il ritiro delle truppe serbe, dopo un’intensa campagna di bombardamenti della Nato, e con l’invio nel Kosovo di una forza di sicurezza della Nato (Kfor) tutt’ora presente.
      La decisione della Corte incoraggia di fatto il riconoscimento del nuovo Stato da parte della comunità internazionale: finora circa 70 dei 190 Paesi del mondo, tra cui i principali Stati europei e gli Usa, l’hanno già fatto. Altri però – tra cui Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia, Cipronon hanno riconosciuto il Kosovo temendo che esso costituisca un incoraggiamento, oltreché un precedente legale, per altre secessioni, ad esempio dei baschi, dei catalani o dei turchi a Cipro.
      Mosca stessa, che pure sostiene (e ha riconosciuto) l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia dalla Georgia, è alle prese con la questione del separatismo della Cecenia, repubblica autonoma caucasica della Federazione russa. L’Unione europea ha definito la decisione dell’Aja un’opportunità per favorire il riavvicinamento tra Pristina e Belgrado, facendo leva anche sulla loro comune aspirazione a entrare nell’Ue. (Maurizio Cerruti)

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ORA SOGNANO I SECESSIONISTI DI TUTTO IL MONDO

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 23/7/2010

   Non poteva essere una sentenza a rifare la storia. La corte internazionale dell’Aja, riconoscendo la legittimità della secessione del Kosovo e quindi della dichiarazione d’indipendenza ha sancito il fatto compiuto, l’irreversibilità di un processo cominciato all’epoca di Tito, con i primi movimenti secessionisti della provincia albanese e sancito dal bombardamento della Nato del 1999 sulla Serbia di Milosevic.

   La sentenza andrebbe giudicata nei dettagli giuridici ma, in buona sostanza, dà una legittimità morale al sogno indipendentista dei kosovari (che vedranno probabilmente aumentare le delegazioni diplomatiche) e uno schiaffo politico ai serbi e ai Paesi, Russia in testa, che si sono opposti al riconoscimento.

   La Serbia non si rassegna, ma è cosciente che la battaglia è perduta: cercherà di tenere a bada il nazionalismo interno e di consolarsi con più forti legami con l’Europa che, a questo punto, dovrebbe velocemente aprire le braccia a Belgrado.

   In un altro ambito, la decisione della Fiat di potenziare la propria presenza in Serbia, è una prova di credibilità della nuova classe dirigente e del processo democratico del paese. La sentenza suscita preoccupazioni non solo nei Balcani, perché rischia di alimentare altri sogni secessionisti sempre vivi nel resto del mondo.

   Non sarà facile spiegare a Cipro, nel Somaliland, in Abkhazia, in Cecenia, nel Kurdistan e nella provincia cinese musulmana dello Xinjang che il Kosovo fa storia a sè, che è un’ altra cosa, perché così piaceva alla Casa Bianca o perché il regime di Milosevic era davvero peggiore di altre dittature.

   Non sarà facile spiegarlo ai kosovari serbi di Mitrovica che a questo punto potrebbero decidere di ricongiungersi alla casa serba. Non sarà facile impedire ai serbi di Bosnia di rimettere in discussione i legami artificiali della loro Srpska Repubblica con il governo di Sarajevo.

   Sia pure in modo strumentale e propagandistico, questa sentenza rischia di piacere anche ai baschi, ai corsi, magari persino ai «lumbard». (Massimo Nava)

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IL TIMORE DEL CONTAGIO

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 23/7/2010

   Qualcuno gioisce, altri piangono lungo le sponde del fiume Ibar, anche se i giochi sul destino del Kosovo erano ormai fatti da tempo. La decisione della Corte di giustizia dell’Onu di considerare la dichiarazione di indipendenza del paese, proclamata nel 2008, in linea con la legge generale internazionale e con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, fa gridare Pristina alla vittoria anche se Belgrado non si rassegna e chiama in causa l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

   Il responso non costituisce, formalmente, il riconoscimento del Kosovo come Stato. Cercando di non valicare, l’invisibile e spesso inesistente, confine tra diritto e politica, la Corte, chiamata su sollecitazione serba dall’Assemblea generale a decidere in merito, adotta, comunque, una decisione dal significato inequivocabile. Aggiungendo un altro tassello all’indipendenza kosovara, riconosciuta ormai da sessantanove paesi, Stati Uniti in testa, ma solo da ventidue paesi dell’Unione.

   A testimonianza dell’inquietudine sollevata, sin dalla sua genesi, anche nel Vecchio Continente, dalla vicenda kosovara, non solo la Russia, tradizionale alleata della Serbia, è rimasta ostile al riconoscimento di Pristina, ma anche Spagna, Romania, Grecia, Slovacchia e Cipro. Stati alle prese con fermenti e rivendicazioni, di diverso peso e storia, di carattere etnoterritoriale: il loro timore è, appunto, il contagio.

   Del resto il sottile distinguo dei giudici internazionali e l’acqua sul fuoco gettata dallo stesso presidente kosovaro Sejdiu, secondo cui il caso del suo paese non può costituire un precedente, lascia il tempo che trova. Anche se, più che mai, nel campo della politica internazionale, sovrano è chi riesce a costituire una coalizione di forze capace di determinare nuovi assetti geopolitici. Decisivo, per Pristina, è stato l’appoggio americano e della Nato in un contesto in cui le sfide apparivano ancora legate alla convulsione seguita al tramonto dell’ordine bipolare.

   La Corte, più di quanto si dica, ha preso atto della situazione sul campo: non a caso il suo presidente Hisashi Owada ha dichiarato che la dichiarazione di indipendenza deve essere considerata alla luce della situazione di fatto che si era creata nell’area. È prevedibile che un simile pronunciamento possa, inopinatamente, incoraggiare quei movimenti indipendentisti che, anche nel cuore dell’ Europa, puntano alla secessione.

   Sebbene nella motivazione che lo sostanzia vi saranno sicuramente elementi, riguardanti la sovranità di uno Stato, che andranno a controbilanciare possibili interpretazioni centrifughe. In ogni caso, quello che non va mai dimenticato è che, nel caso specifico, è stata la folle politica del regime di Milosevic a legittimare la situazione attuale. Chi leggesse nelle conclusioni dell’Aja l’avallo a pulsioni secessioniste, sbaglierebbe di grosso. Anche perché il contesto politico sarebbe del tutto diverso da quello delle repubbliche ex-jugoslave. Non si vedono nel contesto europeo palesi violazioni dei diritti umani. Il resto appartiene al regno della fantasia. – RENZO GUOLO

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KOSOVO, SCATTA L’EFFETTO DOMINO

di Giovanni Bensi, Da “AVVENIRE” del 24/7/2010

Quanti “Kosovo” vi sono al mondo? Parecchi, più di quanto si creda. Si tratta di regioni che credono di avere un diritto di staccarsi dagli Stati di cui fanno parte. Per quanto gli esperti si affannino a spiegare che il verdetto del 22 luglio della Corte internazionale di giustizia dell`Aja («l`indipendenza unilaterale del Kosovo non viola il diritto internazionale») riguarda esclusivamente il Kosovo albanese, queste regioni non possono fare a meno di pensare che anch`esse possano trarne vantaggio.

   Intanto, altri due casi ci sono nella stessa ex Jugoslavia. Qui c`è la Republika Srpska, la componente serba della Bosnia-Erzegovina che si sente ingiustamente impedita di staccarsi da essa e di unirsi alla madre-patria serba. Il premier serbo-bosniaco Milorad Dodik lo ha già detto esplicitamente: «La Republika Srpska potrebbe adottare subito una dichiarazione di indipendenza che non viola il diritto internazionale».

   Il secondo caso è quello della Vojvodina, regione autonoma della Serbia con il 20% di popolazione ungherese. Il separatismo qui non è forte, ma cova comunque sotto la cenere.

   E poi c`è il ribollente calderone della Russia. Viktor Ozjorov, presidente della Commissione difesa e sicurezza del Consiglio della Federazione (il Senato russo) ha colto la palla al balzo: per lui la sentenza dell`Aja «è una nuova importante conferma a favore della sovranità dell`Ossezia Meridionale e dell`Abkhazia», le due Repubbliche strappate da Mosca alla Georgia nella guerra dell`agosto di due anni fa. Secondo il parlamentare, queste due Repubbliche «non hanno minori motivi per staccarsi dalla Georgia che non il Kosovo per abbandonare la Serbia».

   Ma la Russia ha anche forti motivi di temere le possibili «ricadute» della sentenza dell`Aja. Il separatismo islamico-nazionalista è endemico in tutto il Nord Caucaso soggetto alla sua sovranità: non si tratta solo della Cecenia, dove la guerra non è mai veramente finita, ma anche delle altre Repubbliche della regione. In Daghestan è attivo un movimento di guerriglia, e così pure in Inguscezia. L`assalto di pochi giorni fa alla centrale elettrica di Baksan in Kabardino-Balkaria ci ha ricordato come anche qui sia viva la guerriglia separatista. Tutta la regione è un grande `Kosovo” per Mosca.

   Pieno appoggio ha manifestato alla Corte dell`Aja l`Armenia, il cui vice-ministro degli Esteri Shavarsh Kociaryan ha ricordato il valore che il verdetto sul Kosovo può avere per l`indipendenza del Nagornyj Karabakh, la regione azerbaigiana popolata in prevalenza da armeni che, dopo una sanguinosa guerra, si è autoproclamata sovrana. «Dopo questo – ha detto Kociaryan – che fine hanno fatto le parole dei funzionari azeri che gli armeni non possono avere due Stati?».

   E poi ci sono le paure dagli ungheresi per il separatismo delle regioni popolate da romeni (Temesvàr/Timisoara) e della Spagna per i secessionismi del Paese Basco, della Catalogna e della Galizia.

Proprio ieri il vice-premier di Madrid, Maria Teresa Fernandez de la Vega ha confermato che il governo spagnolo «mantiene la sua posizione» sul Kosovo, continuando a non riconoscerne l`indipendenza, neppure dopo la sentenza dell`Aja.

   Ma il secessionismo è presente anche in Tatarstan e Bashkortostan (Bashkiria), regioni turco-musulmane della Russia Centrale, le cui possibilità sono però limitate dal fatto di essere circondate esclusivamente da territorio russo, senza sbocchi verso l`esterno. Poco noto è il fatto che esistono separatismi di regioni etnicamente russe, dove non esistono, o sono insignificanti, le minoranze etnico-religiose. Per esempio vi sono velleità secessioniste nell`Estremo Oriente, le regione che fa capo a Vladivostok e i cui interessi economici gravitano sulla Cina e sul Giappone. In questa regione c`è chi parla di una «Dalì nevostochnaja Respublika» (Repubblica dell`Estremo oriente) staccata da Mosca. Tentazioni separatiste vi sono anche in Ucraina, soprattutto nelle regioni russòfone: Crimea e regione orientale di Donetsk. (G.Ben.) [.]

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GIUSTA L’INDIPENDENZA DEL KOSOVO: PRISTINA FESTEGGIA, BELGRADO MINACCIA

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 23/7/2010

   L’ INDIPENDENZA del Kosovo non viola le leggi internazionali. Lo ha stabilito la Corte internazionale nel parere consultivo richiesto dalla Serbia. Per essere più precisi, secondo i giudici della Corte l’ indipendenza da Belgrado proclamata unilateralmente da Pristina il 17 febbraio 2008 è coerente con la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, ossia con quella decisione che il 10 giugno 1999 pose il Kosovo sotto l’ amministrazione provvisoria dell’Onu, dopo due anni di guerra tra le truppe dell’allora presidente jugoslavo Milosevic e l’ etnia kosovara albanese.

   Un pronunciamento atteso quello dell’Aja, e destinato ad avere profonde implicazioni anche sul rapporto tra i movimenti separatisti diffusi nel mondo, quali quelli baschi, corsi o ceceni, e i governi dei loro rispettivi Paesi. Più localmente, l’attenzione si concentrerà sui possibili scenari per risolvere una disputa che tuttora si configura come un muro contro muro fra Pristina, che ritiene ormai chiuso il discorso sulla sua sovranità nazionale, e Belgrado che continua invece a considerare il Kosovo come una sua provincia meridionale.

   Le ipotesi per uscire dall’impasse sono fondamentalmente tre: uno scambio di territorio, la concessione di una larga autonomia alla parte nord del Kosovo – quella a maggiore concentrazione di popolazione serba – o un assetto politico e territoriale analogo a quello esistente a Cipro.

   Pristina ha chiesto a Belgrado di trattare il Kosovo come uno Stato sovrano. «Mi aspetto che la Serbia cambi atteggiamento e si rivolga a noi per affrontare numerosi temi di reciproco interesse e importanza», ha detto il ministro degli Esteri, Skender Hyseni. Immediata la reazione del suo omologo serbo, Vuk Jeremic, il quale ha dichiarato che il suo paese «non riconoscerà mai la proclamazione unilaterale di indipendenza del Kosovo».

   Per la Serbia, i giochi non sono conclusi, perché «la questione è politica ed ora la parola passa all’Assemblea generale dell’ Onu». Il primo ministro kosovaro, Hashim Thaci, aveva incontrato a Washington il vicepresidente americano Joe Biden, per farsi ribadire il pieno sostegno degli Stati Uniti «a un Kosovo indipendente, democratico, unito e multietnico e il cui futuro si iscrive fermamente nell’ambito delle istituzioni europee e transatlantiche». Il segretario di Stato Hillary Clinton ha esortato tutti i Paesi, inclusa la Serbia, a riconoscere il Kosovo dopo il «decisivo» pronunciamento della Corte internazionale.

   Oltre che dall’America, il Kosovo è già stato riconosciuto da 68 Paesi, tra i quali il Giappone e 22 membri dell’ Unione Europea. Mentre a definire “illegale” la dichiarazione di Pristina sono stati, oltre a Belgrado, la Russia, la Cina e la Spagna. In seguito alla decisione dell’ Aja, Mosca ha ripetuto che la posizione di non riconoscimento dell’indipendenza resta invariata. Quanto all’Italia, essa riconobbe l’indipendenza del Kosovo qualche giorno dopo la dichiarazione unilaterale. All’epoca, il presidente del Consiglio italiano era Romano Prodi.

   A Mitrovica, intanto, nel nord del Kosovo, dove è più alta la percentuale di serbi, e dove negli ultimi anni si sono verificati gli scontri più cruenti, le forze dell’Onu sono nuovamente in stato di allerta. La «battaglia per il Kosovo non è persa», urlavano ieri sera dalla roccaforte della minoranza serba a nord della città. Mentre a sud del fiume Ibar, dove vivono gli albanesi, la gente aveva invaso le strade per festeggiare il parere della Corte. – PIETRO DEL RE

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La Serbia punta a riannettere Nord, ma senza spezzare la corda

Belgrado, 2 ago. (Apcom-Nuova Europa) – Il testo presentato da Belgrado in vista di tale appuntamento apre al “dialogo (con Pristina) come strumento per trovare soluzioni mutualmente accettabili su tutte le questioni aperte”. Nessun riferimento diretto, dunque, alla rimessa in discussione dello status internazionale dell’autoproclamato stato, ma in sostanza l’obiettivo serbo è quello di salvare il salvabile, riannettendo in qualche modo il Nord del Kosovo, dove è arroccata la minoranza serba. E certo spartire i territori su base etnica non è principio facile da assimilare ‘tout court’ per l’UE senza frontiere.

“Certamente siamo consapevoli che due milioni di kosovari albanesi non possono desiderare di essere sottoposti al dettame costituzionale della Serbia. Dall’altra parte, il mondo dovrebbe essere consapevole che i serbo kosovari non vogliono vivere nel cosiddetto stato del Kosovo”.

A mettere in chiaro le intenzioni serbe, ci ha pensato nel finesettimana il capo di Stato, Boris Tadic. “Siamo in costante contatto con i nostri amici europei. (…) La Serbia non ha alcun intenzione od interesse ad entrare in conflitto con la Comunità internazionale”, si è poi affrettato ad aggiungere il presidente serbo. Il quale deve fare i conti anche sul fronte della politica interna. Dopo il fiasco presso la Corte Onu, l’esecutivo filoeuropeista guidato dal partito Democratico (Ds) di Tadic è stato ‘graziato’ in parlamento, ottenendo comunque il via libera sul testo di risoluzione presentato all’Onu. Ma ora, sia dall’opposizione che dalla maggioranza, si fa notare che non è il caso di tirare la corda fino a spezzarla: il Kosovo, alla fine dei conti, non vale quanto l’ingresso nell’Ue.

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15 ANNI FA SREBRENICA. KARADZIC DECORATO

Il presidente serbo Tadic presente alla cerimonia di commemorazione

11 luglio 2010 (Ansa)

BELGRADO – Il presidente serbo Boris Tadic, in occasione del 15/mo anniversario del massacro di Srebrenica, ha lanciato un appello alla riconciliazione fra tutti i paesi della ex Jugoslavia. Tadic, unitamente ai dirigenti di altri stati della regione, sarà presente alle cerimonie commemorative nella cittadina bosniaca teatro nel luglio 1995 del peggiore eccidio di civili dalla seconda guerra mondiale. ”Mi recherò a Srebrenica con la speranza di gettare ponti per l’amicizia e la comprensione tra i paesi della regione”, ha detto Tadic in un messaggio diffuso dai media a Belgrado. Con la sua presenza, ha aggiunto, vorrà lanciare un messaggio di ”riconciliazione tra le nazioni dell’ex stato comune jugoslavo”. Anche il premier serbo Mirko Cvetkovic ha parlato della necessità di arrivare a una completa riconciliazione fra i paesi e i popoli della ex Jugoslavia, ”senza la quale noi non possiamo vivere”. A Srebrenica nel luglio 1995 le forze serbo-bosniache, al comando del generale Ratko Mladic, uccisero più di ottomila musulmani sotto gli occhi impotenti dei caschi blu olandesi dell’Onu. Un episodio definito come genocidio dalla giustizia internazionale.

Donne musulmane piangono sulle tombe dei massacrati di Srebrenica durante il funerale di 775 nuove vittime identificate

BOSNIA: 15/MO SREBRENICA, KARADZIC DECORATO DAL SUO PARTITO

SARAJEVO – Alla vigilia delle commemorazioni per il 15/mo anniversario del massacro di Srebrenica, Radovan Karadzic – il capo politico dei serbi di Bosnia responsabile con Ratko Mladic di quell’eccidio, e che è sotto processo al Tribunale penale dell’Aja – è stato decorato dal suo partito. Come ha riferito a Sarajevo l’agenzia Fena, il Partito democratico serbo (Sds), che per il suo 20/mo anniversario ha organizzato una cerimonia a Banja Luka, la capitale della Republika Srpska (l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina, l’altra è la Federazione croato-musulmana), ha decorato oltre a Karadzic anche Momcilo Krajisnik, presidente del parlamento dei serbi di Bosnia ai tempi della guerra, e che é stato condannato a venti anni di carcere per crimini di guerra. Karadzic e Krajisnik fondarono il Partito democratico serbo all’inizio degli anni novanta, con la disgregazione della Federazione jugoslava. Le medaglie e le onorificenze sono state consegnate alla moglie di Radovan Karadzic, Ljiljana Zelen-Karadzic, e al fratello di Momcilo Krajisnik, Mirko.

BOSNIA: 15/MO SREBRENICA, PRIMA VOLTA PROGRAMMA SU TV SERBA – Alla vigilia delle commemorazioni per i 15 anni dal massacro di Srebrenica, la tv statale serba (Rts) per la prima volta ha trasmesso un documentario sulla verita’ dei fatti di quell’eccidio, nel quale nel luglio 1995 ottomila musulmani furono uccisi dalle forze serbo-bosniache al comando di Ratko Mladic. Si tratta della testimonianza di un sopravvissuto, che racconta il dolore e le atrocità vissute in quei drammatici giorni di 15 anni fa, poco prima della fine della guerra di Bosnia. Finora tale documentario era stato mandato in onda solo dall’emittente B92, ritenuta più critica del potere e vicina all’opposizione. A lungo peraltro B92 non la si vedeva nell’intero territorio della Serbia. La decisione della tv statale serba di trasmettere venerdì sera il documentario su Srebrenica segue l’approvazione alla fine del marzo scorso da parte del parlamento di Belgrado di una risoluzione di condanna del massacro di Srebrenica.

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11/07/2010

SREBRENICA, LUNGO IL SENTIERO DELLE LACRIME

Il tribunale dell’Aja condanna sette autori dell’eccidio del 1995, ma manca ancora la chiarezza sulle responsabilità

da http://it.peacereporter.net/

   Oggi qualcuno porterà un fiore sul ‘sentiero delle lacrime’. Sessanta chilometri, che dalla città bosniaca di Srebrenica portano fuori dalla regione della Pdrinje centrale, quella che collegava l’enclave musulmana al resto del Paese. La regione che divideva in due la Repubblica dei serbi di Bosnia, come l’avevano immaginata Radovan Karadzic e i suoi uomini.

Città strategica. Dal 1993 Srebrenica era una spina nel fianco per l’autoproclamata Repubblica Srpska. Era posta proprio nel mezzo, come il vicino villaggio di Zepa, divideva il territorio dei serbi di Bosnia in due parti non collegate tra loro. Il controllo di Pdrinje era un’ossessione per Karadzic e il suo comandante militare, il generale Ratko Mladic. Le Nazioni Unite lo sapevano e l’avevano fatta dichiarare ‘zona protetta’ dal Palazzo di Vetro, nel 1993.

   I cecchini serbi, per due anni, fecero il loro sporco lavoro, ma la zona andava bonificata. Che tradotto in soldoni vuol dire una parola sola: genocidio.

   Luglio 1995. La guerra scoppiata dopo la dissoluzione della ex-Jugoslavia volgeva al termine. Si pensava già agli equilibri futuri, quando la ‘pace’ avrebbe ridisegnato confini. La terra era preziosa, anche a costo di pagare il prezzo del sangue. Mladic s’incaricò di consegnare lo ‘sfratto’ alla popolazione civile di Srebrenica. Quando fu chiaro che nessuno li avrebbe difesi, circa 15mila musulmani tentarono la fuga.

   Lungo il ‘sentiero delle lacrime‘, appunto, come lo ricorderanno i superstiti. Per 7826 persone divenne il cammino della ‘maratona della morte’. Uomini e ragazzi, qualche anziano. Donne e vecchi deportati. Mentre il contingente dei caschi blu, asserragliato nella ex fabbrica di batterie elettriche di Potocari, lasciava che accadesse.
   Proprio a Potocari vennero portati gli abitanti di Srebrenica, Le donne e i bambini – dopo violenze terribili – via, verso Tuzla. Gli uomini sterminati in posti come Kravica, dove i quattro magazzini di una vecchia cooperativa agricola divennero una macelleria.

Giustizia è fatta? Ieri il tribunale dell’Aja, dopo un processo iniziato nel 2006, ha emesso le sue condanne contro i ‘sette di Srebrenica’, gli anelli della catena di comando serba che pianificò ed eseguì il massacro. Vujadin Popovic, 53 anni, ex colonnello dell’esercito serbo-bosniaco, e Ljubisa Beara, 70 anni, capo della sicurezza dei militari dell’armata di Karadzic, sono stati condannati all’ergastolo.
   ”Il carcere a vita è l’unica condanna possibile”, ha detto il giudice Carmel Agius, leggendo la sentenza. L’ergastolo era stato chiesto anche per i coimputati, che invece hanno ricevuto condanne pesanti, ma non a vita. Drago Nikolic, 53 anni, ufficiale della famigerata brigata Zvornik, condannato a 35 anni. Ljubomir Borovcanin, comandante aggiunto della polizia militare, condannato a 17 anni. Due in meno del generale Radivoje Miletic. Il generale Milan Gvero, invece, è stato condannato a 5 anni di carcere. Ultimo della lista Vinko Pandurevic, il comandante della brigata Zvornik, condannato a 13 anni.
   Le loro condanne si aggiungono a quella che avrebbe ricevuto con ogni probabilità il presidente serbo dell’epoca, Slobodan Milosevic, se non fosse morto in carcere nel 2006 e a quella che sembra certa per Radovan Karadzic, alla fine del suo processo.

   In passato, per l’eccidio di Srebrenica, erano stati condannati il generale Radislav Krstic, nel 2004, a 34 anni di prigione. Infine Radomir Vokutic e Zoran Tomic, neanche 40enni, membri del 2° distaccamento di polizia speciale di Sekovici, condannati 31 anni di reclusione. Manca Ratko Mladic. La famiglia ha chiesto la dichiarazione di morte presunta, la procura di Belgrado ha reagito arrestando la moglie. Forse il tempo del generale dagli occhi di ghiaccio sta finendo. Bruxelles chiama e Belgrado ha tanta voglia di rispondere.

   Le risposte mancanti. Le famiglie delle vittime, ancora impegnate nella ricomposizione delle ossa rinvenute nelle fosse comuni, si sono dette contente, ma non soddisfatte del tutto. Manca Mladic, come detto, ma manca soprattutto il livello superiore. Quello delle alte sfere. L’Onu, per cominciare. Per quale motivo nel 1995, quando l’assalto serbo era fuori di dubbio, il generale francese Janvier negò il supporto dell’aviazione Nato ai caschi blu che volevano opporsi all’avanzata di Mladic?

   La risoluzione Onu 819 impegnava i militari Onu a fare tre cose: impedire la conquista serba della regione e smilitarizzare le milizie musulmane in città, oltre a garantire e proteggere l’afflusso di aiuti umanitari nell’enclave. Non fecero nulla di tutto questo, anche perché sarebbe stato difficile farlo senza combattere e l’ordine di non sparare era tassativo.

   Alcuni hanno ritenuto che Janvier pagò un prezzo politico ai serbi: la vita dei caschi blu, ormai assediati, in cambio di Srebrenica, dove Mladic aveva promesso di non far male a nessuno. Per altri ancora, invece, Srebrenica era perduta dall’inizio, al punto che l’avevano capito anche a Sarajevo. Il presidente bosniaco Alija Itzebegovic, anche dopo la sua morte, è sospettato di aver fatto defluire le milizie di difesa della città perché strategicamente gli equilibri della pace futura passavano per una Repubblica Srpska unita.

   Mancano queste risposte, manca Mladic e tanto altro. Manca, ad esempio, la chiarezza sulla latitanza dei criminali di guerra e sull’impunità che venne promessa (e permessa) loro dopo la guerra. Dei criminali sono in carcere, ma la storia deve pronunciare altre sentenze. Il 31 marzo scorso, tra mille polemiche, il parlamento serbo ha approvato una delibera nella quale condanna l’eccidio di Srebrenica. Non lo chiama genocidio, ma sempre meglio della medaglia d’onore che il governo olandese ha consegnato, il 4 dicembre 2006, ai 600 militari che per l’Onu presidiavano Potocari. Il buon gusto non cade in prescrizione.

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UN MINUTO DI SILENZIO

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 11/7/2010

   Le tragedie vogliono guadagnarsi un’aura di destino, e se ne fabbricano coincidenze impensabili. Così, il quindicesimo anniversario cade nella domenica della finale di calcio mondiale. Avevano chiesto, le associazioni delle vittime, di dedicare un minuto di silenzio a Srebrenica, nella finale.

   A Sarajevo avevano trepidato all’idea che potesse arrivarci la Serbia. Non è successo, ma un diavolo ci ha messo la coda, perché alla finale è arrivata l’Olanda, gran paese, eccellente squadra, ma furono olandesi i militari delle Nazioni Unite che a Srebrenica 1995 brindarono con Mladic, furono traditi dai capi dell’Onu e della Nato, e tradirono un popolo inerme che si era affidato loro.

   La Fifa, per bocca del suo segretario, Jerome Valcke, ha affettato comprensione, ma ha spiegato che l’11 luglio è anche il cinquantenario della prigionia di Mandela, e che del minuto di silenzio non se ne può far niente. Tanto meno dell’altra proposta, la più estremista, di lasciare sugli spalti dello stadio 8.346 posti vuoti, in memoria.

   Immagino già che cosa stiate pensando: «È troppo». L’ho pensato anch’io, naturalmente. 8.346 posti vuoti in una finale mondiale di calcio sono troppi. L’abbiamo pensato anche leggendo la cifra dei trucidati di Srebrenica, che 8.346 erano troppi: ma con minor trasporto, no? Le famiglie delle vittime avevano avuto ragione di preoccuparsi per la coincidenza fra la loro data, dedicata dalla stessa Unione europea alla commemorazione di Srebrenica, e la finale del campionato.

   La gente, e gli europei in particolare, avranno altro da fare quel giorno. In compenso andranno in tanti alla cerimonia di Srebrenica, anche il primo ministro belga uscente Leterme, presidente di turno del consiglio dell’Unione europea, reduce a sua volta insieme alla famiglia reale dal cinquantenario dell’indipendenza del Congo, a Kinshasa. C’è la famosa barzelletta sul Belgio, dove si regola pacificamente la questione della secessione: «Allora, tutti i valloni a destra, e tutti i fiamminghi a sinistra». Restano fermi al centro alcuni signori vestiti di nero col cappello, la barba e i riccioli: «E noi belgi dove?»

   È esattamente quello che succede in Bosnia, dove gli accordi di Dayton divisero il paese in tre popoli costituenti, serbo, croato e bosniaco-musulmano (bosgnacco), con tre parlamenti e tre governi e tre di tutto, sicché un cittadino ebreo bosniaco, Jakob Finzi, e un cittadino rom bosniaco, Dervo Sejdic, hanno fatto ricorso alla Corte di Strasburgo chiedendo, più o meno, «E noi?» e la Corte, nel dicembre 2009, ha dato loro ragione, dichiarando invalido il voto riservato a candidature su base etnica.

   Le prossime elezioni saranno nell’ottobre di quest’anno, e vedremo come verranno a capo della barzelletta. Intanto, sono passati quindici anni, e si piange di più, come bisogna negli anniversari tondi, sull’undici luglio. Srebrenica, laboratorio di genocidio di viltà e di negazionismo. Basta Srebrenica a rendere superflue montagne di volumi sul nazismo e la Shoah. I volonterosi carnefici, la gente comune? Eccoli, i tifosi belgradesi della Stella Rossa, i vicini di casa serbi: girano a centinaia per le strade di Srebrenica, “restituita” all’ autorità serbobosniaca.

   La programmazione del genocidio? Proclamata, nei discorsi dei nazionalcomunisti di Milosevic e dei loro servi-padroni ubriachi, Karadzic e Mladic e compagnia. La comunità internazionale, che su Auschwitz pretendeva di “non sapere”? Ma a Srebrenica vedeva tutto, e lo trasmetteva al mondo intero, ed era solennemente sul posto, e non solo non si oppose allo sterminio, ma brindò coi macellai e aiutò coi suoi caschi blu a separare gli uomini dalle donne e i bambini, prima del mattatoio.

   Quanto al negazionismo, sostengono i nazionalisti di Belgrado e di Banja Luka che gli sterminati furono molto meno degli 8.346 ufficialmente designati, che gli esami del dna vengono falsati per far passare come bosniaco-musulmane le vittime serbe… Il Tribunale internazionale per la ex-Jugoslavia ha bensì pronunciato, il mese scorso, le prime condanne per il reato di genocidio, ma la notizia è passata pressoché inosservata.

   A Srebrenica furono massacrati i maschi, dagli adolescenti agli anziani – ma anche molti bambini e vecchi: le donne e i bambini furono cacciati via e braccati attraverso i boschi in una fuga d’ incubo. Una ragazza si impiccò a un albero, e i suoi piedi scalzi dondolanti suggellarono l’ iconografia del Novecento.

   D’altra parte la brutalità ex-jugoslava,e serbista specialmente, che a Srebrenica ricalcò l’antico rito del massacro degli uomini, aveva perfezionato anche la violenza sulle donne fino a programmare lo stupro etnico. Oggi Srebrenica è, ad onta delle sue autorità e delle sue milizie serbiste, soprattutto un posto di donne del lutto e della memoria, come ogni Troade inseminata. ADRIANO SOFRI

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L’ANNIVERSARIO

CARTOLINE DA UNA FOSSA CHIAMATA SREBRENICA

di Guido Rampoldi, da “la Repubblica” del 11/7/2010

Emir Suljagic era un ragazzo l’11 luglio 1995, quando le milizie entrarono nella città bosniaca. Sotto gli occhi dei caschi blu, nell’indifferenza del mondo, in sette giorni i serbi di Mladic uccisero oltre ottomila persone. Lui si salvò. E oggi racconta in un libro lo stupore e l’orrore.

   Quindici anni dopo, chi ogni tanto ritorna ha l’impressione che nulla sia cambiato. C’è ancora una piazza Fratellanza e Unità, un boulevard Maresciallo Tito, e ovunque l’asfalto resta segnato dalle granate. Tutto così immobile che un sopravvissuto si scopre a camminare in punta di piedi nella piazza principale, tanto forte, quasi fisica, è “la sensazione di calpestare i cadaveri dei miei cari”.

   In quel paesaggio intatto permane immutata anche la sensazione che l’Europa rifiuti di fare i conti con quel che accadde a Srebrenica nei tre anni d’assedio stretto dalle milizie serbe, e in particolare nei sette giorni successivi alla resa. Era l’11 luglio 1995. Dal 12 al 19 le milizie del generale Mladic ammazzarono un migliaio di prigionieri al giorno, per un totale di oltre ottomila musulmani, inclusi alcuni minorenni e molti anziani. Non si può sterminare in quella proporzione senza farsi scoprire (anche dai satelliti), tanto più se la strage avviene sotto il naso delle Nazioni Unite. Eppure in quella settimana nessuno tra chi doveva sapere o quantomeno intuire (Onu, governi occidentali) tentò di fermare la strage.
   Non si può capire perché i sopravvissuti continuino a paragonare il massacro di Srebrenica all’Olocausto senza tenere presente che la loro vistosa esagerazione aveva ed ha lo scopo di richiamare le coscienze dal loro torpore. Nel concreto il confronto è semplicemente improponibile, data l’incommensurabile diversità, qualitativa e quantitativa, che separa i due eventi.

   Eppure le similitudini proposte da un sopravvissuto, Emir Suljagic, nel suo diario dell’assedio di recentissima pubblicazione (Cartolina dalla fossa, edizioni Biet), meritano rispetto e attenzione. Suljagic aveva diciassette anni quando le milizie serbe presero Srebrenica. Si salvò perché era interprete delle Nazioni Unite, ruolo nel quale fu testimone del “freddo, quasi burocratico disinteresse” del personale civile e militare della missione Onu, “un tradimento compiuto da persone che, secondo ogni standard, erano istruite e intelligenti: da uomini che in quei giorni non ebbero coraggio o non vollero essere uomini”.

   In questa galleria di vili spicca il comandante dei caschi blu olandesi, il colonnello De Haan. All’arrivo dei serbi si cala le braghe, al pari dei suoi uomini. Non vuole guai. Cancella di suo pugno il nome di un diciannovenne che gli interpreti hanno inserito surrettiziamente nella lista del personale Onu autorizzato dai conquistatori a lasciare la città. Lasciato a Srebrenica, il ragazzo verrà ucciso pochi giorni dopo.
   Simmetrico al disinteresse internazionale e Onu è l’incapacità degli assediati di guarire dalle proprie illusioni. Quando cominciarono le prime deportazioni naziste, cioè ben prima della Seconda guerra mondiale, molti prigionieri dei campi coltivarono la stessa ragionevole speranza dei musulmani assediati a Srebrenica. I quali, scrive Azra Nuehefendic nell’introduzione a Cartolina dalla fossa, “ogni sera si addormentavano con l’idea che l’indomani qualcuno li avrebbe soccorsi, rimediando il terribile torto per il quale stavano soffrendo, che l’ingiustizia si sarebbe risolta e che l’incomprensibile indifferenza del mondo per le loro sofferenze non poteva essere reale”. Il generale Mladic non era certo Hitler, ma “l’incomprensibile indifferenza del mondo” era di nuovo all’opera. Stavolta dietro un travestimento pacifista e umanitario.
   Nel 1993 le Nazioni Unite avevano dichiarato Srebrenica “safe haven”, zona protetta. Quando però i serbi lanciarono l’assalto finale, il vertice della missione Onu, giapponese nella parte civile e francese nella parte militare, reagì con una lentezza probabilmente calcolata. Per quanto fosse nella sua potestà chiedere all’aviazione americana di fermare i serbi bombardandoli, di fatto lasciò che Srebrenica cadesse. Perché? Secondo una tesi, la città e i suoi abitanti erano la moneta con la quale il comando Onu aveva comprato la liberazione dei caschi blu sequestrati dai serbi due mesi prima. Inoltre è probabile che i governi europei vedessero con favore la caduta dell’enclave, l’unica “isola” musulmana in quella parte di Bosnia, nel calcolo che poi sarebbe stato più semplice arrivare ad una spartizione territoriale, come in effetti avvenne.
   Il risultato “politico” fu che l’Onu rimediò la figura più miserabile in cui fosse mai incappata. Sei mesi dopo, la sua disfatta diede diritto alla Nato di varare sul campo, con una guerra-lampo in Bosnia, l’alterna stagione dell’interventismo umanitario.
   Però l’ “incomprensibile indifferenza del mondo” chiama in causa non soltanto i governi, ma anche le opinioni pubbliche europee. Durante l’intera guerra di Bosnia, per esempio, in Italia non vi fu una sola manifestazione. Eppure chi ne aveva desiderio poteva capire facilmente quel che avveniva dall’altra parte dell’Adriatico. Non mancavano voci autorevoli cui dare ascolto.

   Per esempio il Nobel Eli Wiesel, che già nel 1993, durante l’inaugurazione del Museo dell’Olocausto a New York, si era rivolto così a Clinton: “Signor presidente, c’è una cosa sulla quale non posso tacere. Sono stato nell’ex Jugoslavia e non riesco a dormire per quello che ho visto. Le chiedo di fare qualcosa per fermare le uccisioni. Qualcosa deve essere fatto. Stanno ammazzando anche i bambini”. Quanti furono i Giusti? Non molti. Merita di fare almeno alcuni nomi. Tadeusz Mazowiecki, ex primo ministro polacco, incaricato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ashdown e i lib-dem britannici. I Grunen tedeschi. Alcuni piccoli partiti scandinavi. Alcuni giornalisti occidentali, tra i quali Adriano Sofri. Gli italiani (l’informazione, la politica): balbettanti, confusi, inconsistenti. A destra come a sinistra.
   Però alcuni anni dopo il coro dei silenti si ritrovò a Sarajevo, dove una consesso di primi ministri occidentali pronunciò di nuovo il fatidico “Mai più”. Se c’è una “lezione di Srebrenica”, suona così: mai fidarsi di quei “Mai più”. Mai sottovalutare la tendenza universale a fingere di non capire, quando capire comporta l’assunzione di rischi. Mai illudersi che l’umanità capitalizzi saggezza. E mai dare per scontato il nostro fragile stato di diritto: basta poco per ribaltarlo.

   Nei ricordi di chi ha attraversato le guerre “etniche” dell’ex Jugoslavia permane lo stupore per la facilità e la rapidità del rovesciamento imposto dal conflitto. All’improvviso i criminali divennero l’autorità, la malvagità fu eletta a coraggio, i poliziotti si dimostrarono i peggiori tra i banditi. “Fummo ricacciati in una società primordiale, priva di leggi”, scrive Suljagic. Le salde certezze che appartengono a ciascuno furono travolte per sempre. Anche da qui l’incapacità nei sopravvissuti di tornare alla “normalità”, e cioè la condanna ad una vita emozionale frenata, mutilata (nelle parole di Suljagic, “Tutti i sentimenti sono incompleti… per qualche motivo solo là, tra i ricordi, tra le ombre, mi sento meglio”).
   Tra le storie terribili degli oltre ottomila sventurati uccisi a Srebrenica, molti dei quali ancora senza una tomba, spicca il paradosso di Nezir Omerovic. Da giovane aveva recitato la parte di un partigiano sgozzato dai fascisti serbi, i cetnici, nel kolossal americano “La Battaglia delle Neretva”. Fatto prigioniero dai serbi nei giorni successivi alla caduta di Srebrenica, morì proprio in quel modo: sgozzato dai nuovi cetnici. Il film in cui aveva recitato la propria morte apparteneva al canone rassicurante che oggi potremmo definire il genere “Mai più”.  (Guido Rampoldi)

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MEMORIE PRECEDENTI

La denuncia Un saggio di Paolo Simoncelli ricostruisce una significativa vicenda storica La tragedia Eccidi nazisti, bombe degli alleati poi la brutale occupazione delle truppe di Tito

IL MARTIRIO DI ZARA E LA MEDAGLIA CHE NON C’E’

di Paolo Mieli, da “il Corriere della Sera” del 23/3/2010

   È stata accantonata per timore di creare conflitti con Zagabria l’onorificenza già concessa alla città dalmata per meriti di guerra. Nel corso degli anni Quaranta, Zara, quando era ancora italiana, fu il capoluogo di provincia più colpito dalla guerra: l’ 85 per cento delle abitazioni fu distrutto o seriamente danneggiato e un decimo della popolazione fu ucciso nei bombardamenti, in esecuzioni sommarie, con l’annegamento o nei campi di concentramento.

   Ciò a seguito di una duplice occupazione straniera: dei nazisti tra il settembre ’43 e la fine di ottobre del ’44 e dopo il novembre del ’44 dei «liberatori», cioè dei partigiani comunisti jugoslavi. Secondo una fonte resistenziale, il prefetto di Padova Gavino Sabadin designato dal Comitato di liberazione nazionale, il conto definitivo degli uccisi fu di 11 fucilati dai tedeschi, 900 trucidati dai soldati di Tito; oltre duemila uomini e donne morirono poi sotto i 54 bombardamenti angloamericani (così massicci perché, su indicazione slava, la città era stata arbitrariamente identificata come un importantissimo centro logistico dell’esercito tedesco), 435 italiani furono infine deportati nei campi di prigionia jugoslavi.

   Negli anni Settanta il parlamentare triestino Paolo Barbi ritenne che tale supplizio meritasse un riconoscimento da parte dello Stato e si rivolse in tal senso al ministro della Difesa Attilio Ruffini. Ruffini, però, gli rispose allargando le braccia per l’ «incresciosa impossibilità» di far fronte a quella richiesta dal momento che si sarebbe corso il rischio di turbare i rapporti con la Jugoslavia, alla quale Zara apparteneva dal 1947.

   La vicenda è ricordata nella parte iniziale di un avvincente libretto di Paolo Simoncelli, Zara. Due e più facce di una medaglia (edizioni Le Lettere), che ricostruisce l’illuminante vicenda del (mancato?) conferimento di una decorazione alla martoriata città. Certo Zara dal dopoguerra era jugoslava, ma non ci sarebbe stato nessun impedimento a che il suo ultimo gonfalone italiano ricevesse una medaglia, tanto più che lo stesso maresciallo Tito aveva appena concesso la massima onorificenza militare jugoslava a venti italiani che avevano combattuto al fianco dei suoi partigiani.

   Il problema nell’assegnare quel riconoscimento a una città che aveva subito lutti sia dai tedeschi che dagli jugoslavi (o, per dirla in altro modo, sia dai nazifascisti che dai comunisti) era dunque di natura squisitamente politica. Della questione non si sarebbe probabilmente più parlato neanche quando la Jugoslavia entrò in fibrillazione dopo la morte di Tito, se a smuovere le acque non avesse meritoriamente deciso di intervenire nel febbraio del 1993 l’ allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. È lui che mette in moto la storia che qui si racconta.

   Scalfaro era stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio ai tempi del governo Scelba (10 febbraio 1954 – 22 giugno 1955) quando la questione del confine orientale era incandescente e da allora l’aveva presa a cuore. Adesso nel ’93, dopo una visita a Trieste e un incontro con il senatore Lucio Toth – che grandemente si è battuto per la causa dei profughi italiani dell’Istria e della Dalmazia – scrive una lettera (che avrebbe dovuto restare riservata) al presidente del Consiglio Giuliano Amato.

   Nella lettera lo esorta a far «luce sulle circostanze che portarono all’eliminazione di alcune migliaia di cittadini italiani originari di quelle zone da parte delle formazioni partigiane jugoslave»; invita altresì Amato a respingere le tradizionali tesi «addotte in passato dalle autorità jugoslave» sull’ «inevitabilità degli eccessi in fatti di guerra e che nella maggior parte dei casi riguardavano elementi fascisti o compromessi con il passato», ricordando piuttosto che «molte delle persone eliminate erano colpevoli soltanto di essere italiane».

   Da ciò, conclude il presidente, «la necessità di far luce ove possibile sui singoli casi, seguendo l’indirizzo della riabilitazione delle vittime innocenti dei governi comunisti». Scalfaro torna poi sul tema diverse volte, la più importante delle quali è il discorso di fine anno del 1997. Ed è a questo punto che la storia subisce una svolta. Il Presidente del gruppo medaglie d’oro al valor militare, Furio Lauri, nel febbraio del ’98 invia ai colleghi delle 34 associazioni nazionali combattentistiche e d’arma, comprese ovviamente quelle partigiane, la richiesta di adesione alla proposta di conferire la medaglia d’oro al gonfalone di Zara, i cui militari – a riprova dell’eroismo della città negli anni della Seconda guerra mondiale – avevano già meritato 7 medaglie d’ oro e 22 d’argento.

   E qui si presentano le prime difficoltà, a cominciare dal capitolo della laboriosa elaborazione del testo di motivazione del conferimento della medaglia. Si tratta di enfatizzare, nella descrizione del martirio di Zara, il ruolo dei nazisti e far scomparire quello degli jugoslavi. Il testo finale, scrive Simoncelli, è «soggetto a ripetuti interventi d’opportunità ideologica, politica, diplomatica» che a poco a poco ne snaturano la sostanza. Il tutto è scritto e riscritto in modo da far intendere che l’alto numero di morti sia da mettere nel conto dei soldati con la svastica e, per quel che è impossibile attribuire alle truppe hitleriane (quel che accadde tra l’ottobre del ’44 quando i nazisti si ritirarono e l’aprile del ’45 quando finì la guerra), si resta nel vago o peggio.

   Esaminate le varie versioni a confronto, Simoncelli scrive: «Raramente un’ analisi di filologia spicciola, di semplice collazione di testi, manifesta angosce di tale dimensione; specchio di chissà quali paure, di ricerca di equilibrismi che progressivamente diventano funambolismi circensi, fino ad assumere forma di barocchi documenti dell’arte del tacere, del silenzio come “riposo dal vero”, come autosustanziale “prudenza” che nella cultura politica italiana ha tradizione antica e robusta».

   Alla fine si ottiene una versione condivisa da tutti, anche dall’Anpi, da cui si capisce poco o nulla di come andarono realmente le cose. Comunque si può procedere. Il 3 giugno del 1998 viene consegnato a Scalfaro un dossier con la proposta per la concessione di una medaglia d’oro al valor militare al gonfalone della città di Zara, dossier che il presidente accoglie con grande soddisfazione.

   Ma è il momento della guerra del Kosovo e lo stesso Scalfaro, agli sgoccioli del suo settennato, fa presente ai suoi interlocutori la necessità che, nonostante l’opportuna «opera di cosmesi per renderla più accettabile al lettore non italiano», l’iter della pratica, per evidenti motivi di politica internazionale, subisca una «pausa di riflessione».

   Il 13 maggio del 1999 Carlo Azeglio Ciampi viene eletto presidente della Repubblica e prende il posto di Scalfaro, il quale nell’ultimo giorno al Quirinale telefona a Lucio Toth manifestandogli il proprio rincrescimento per non aver potuto portare a compimento formale e materiale la pratica della consegna della medaglia d’oro a Zara. I fautori dell’iniziativa non si perdono d’animo e il 17 maggio del 2000 il loro rappresentante Furio Lauri viene ricevuto da Ciampi, che prende a cuore la loro causa.

   Di più. Il 21 settembre 2001 Ciampi con un gesto ardimentoso taglia il nodo e conferisce motu proprio la tanto sospirata medaglia d’oro al valor militare all’ultimo gonfalone italiano della città di Zara. Decisione che, malauguratamente, quel giorno e quelli immediatamente successivi deve rimanere segreta per non turbare la visita che il presidente compirà in Croazia il 9 e 10 ottobre.

   Si dovrà pazientare per poco meno di due mesi. È lo stesso ufficio di Ciampi ad annunciare che trascorsi quei due mesi, per la precisione il 13 novembre, la medaglia avrebbe dovuto essere appuntata al gonfalone zaratino in una pubblica cerimonia appositamente convocata al Quirinale in presenza di Ottavio Missoni sindaco della «libera municipalità di Zara in esilio» («sindaco», precisa Missoni, «unicamente per amministrare i ricordi ed i valori di quella che fu la nostra amata città»).

   La notizia però filtra e il 25 ottobre il governo croato presenta una inusitata nota di protesta. Per di più in quel frangente la sinistra italiana si divide. Stelio Spadaro, segretario provinciale dei Ds di Trieste, plaude all’iniziativa presidenziale, da lui considerata «una sfida al senso comune di chi ragiona ancora con categorie nazionalistiche».

   Il quotidiano «il manifesto» invece critica l’ «ineffabile presidente Ciampi» nonché Missoni, definito «già esponente del fascismo che partecipò all’ occupazione militare e al sostegno alla Croazia di Ante Pavelic alleata al nazifascismo… legato a doppio filo governativo ad An». Missoni scrive al giornale sfidandolo a citare un solo episodio che comprovi i suoi legami con il partito di Gianfranco Fini e ricordando che non poteva aver avuto niente a che fare con l’occupazione tedesca, dal momento che ai tempi era a El Alamein ed era poi stato prigioniero degli inglesi dal 1942 al 1946 (la lettera non viene pubblicata).

   Qualcosa di negativo per Zara si muove anche in campo cattolico. «Famiglia Cristiana» pubblica un commento dall’inequivocabile titolo «Quella medaglia d’oro a Zara fascista». L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga afferma: «Non avrei firmato la delibera sul conferimento dell’onorificenza a Zara; avrei trovato un altro modo per rendere omaggio agli italiani, ai croati e ai serbi morti nel bombardamento di Zara… Non avrei concesso un riconoscimento per un periodo nel quale noi eravamo i nemici, ovvero gli occupatori della città ora parte della Repubblica di Croazia».

   Queste reazioni producono un qualche effetto. Il 27 ottobre gli uffici del Quirinale fanno sapere che la cerimonia del 13 novembre è rinviata «per impegni istituzionali del presidente della Repubblica». Ma Zagabria non demorde. Il ministro degli Esteri Tonino Picula dichiara che «il governo croato non si accontenta del rinvio della cerimonia della consegna dell’ onorificenza… Speriamo in una revisione di quella decisione dalla quale dipenderà il livello delle nostre reazioni nei confronti di Roma».

   Minacce… Qualche tempo dopo la lettera firmata da Ciampi di conferimento della medaglia d’oro a Zara (il libro ne riproduce copia) scompare dal sito del Quirinale. A questo punto Furio Lauri si rivolge a Ciampi con una missiva piena di apprezzamento per il presidente in cui, dopo aver ricordato di «aver combattuto nella Resistenza (anche lui come Ciampi, ndr) sotto le bandiere del Partito d’ Azione», lascia cadere: «Mi giungono notizie da più parti che le vengono fatte cortesi pressioni affinché la cerimonia si rimandi all’infinito e persino che si cambi la motivazione che Lei motu proprio ha approvato».

   «Le comuni scuole che abbiamo fatto, signor presidente», scrive ancora Lauri, «ci hanno insegnato che certi atti formali provenienti dalla Massima Autorità non si discutono ma si eseguono. Un decreto si può anche ritirare ma procrastinarlo perché gli Italiani se ne dimentichino o perché manca una registrazione, sono certo che non può essere da nessuno di noi due accettato». Tutto è fin troppo chiaro. Eppure l’iter per il conferimento, anzi per la registrazione pubblica dell’avvenuto conferimento della medaglia, si inabissa nuovamente.

   Anche se Ciampi non demorde e si distingue per l’assegnazione di medaglie d’oro al merito civile alla memoria di sei giovani uccisi nel corso degli incidenti a Trieste nel novembre 1953, della studentessa Norma Cossetto violentata e assassinata da partigiani slavi, di dodici carabinieri anch’essi trucidati nel marzo del 1944 a Malga Bala dai soldati di Tito.

   Nel 2006 al Quirinale c’è un nuovo cambio di inquilino: Napolitano sostituisce Ciampi. Ed eccoci a un altro gesto di alto valore simbolico. Il 10 febbraio 2007, Giorgio Napolitano, al suo primo «Giorno del ricordo» da presidente della Repubblica, riceve al Quirinale Franco Luxardo e Paolo Barbi in rappresentanza delle associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati.

   Nell’occasione il capo dello Stato pronuncia parole di grande coraggio rievocando quelle «miriadi di tragedie e di orrori» dirette a sradicare la presenza italiana «da quella che era e cessò di essere la Venezia Giulia» per «un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica».

   Napolitano tiene altresì a ricordare «l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe ma egualmente l’odissea dell’esodo e del dolore e della fatica», così come la relativa «congiura del silenzio». A fronte della quale richiama all’ assunzione di «responsabilità dell’aver negato, o teso ad ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali».

   Espressioni che fanno onore a un ex comunista che da presidente prende un pubblico e solenne impegno per il «ristabilimento della verità». Può ripartire l’iter per la medaglia a Zara? Forse… Ma ecco che a Napolitano replica, senza alcun garbo, il collega croato Stjepan Mesic che afferma essere «impossibile non intravedere» nelle parole provenienti dal Quirinale «elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico». Ne seguono polemiche, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema difende il presidente e lascia cadere una frase diplomaticamente allusiva alla vicenda della medaglia («auspichiamo che si possano svolgere gli atti simbolici di cui si era parlato»), Napolitano con grande dignità non ritratta le sue parole.

   E però sul gonfalone di Zara continua a non essere appuntata quella medaglia d’oro conferita con solennità il 21 settembre 2001. Che fare? A conclusione del suo libro Simoncelli riferisce che poco tempo fa, il 10 febbraio del 2010, è stata escogitata una soluzione «all’italiana». Quel dì alla Camera dei deputati si è riunita in sede referente la IV Commissione (Difesa) con all’ordine del giorno l’istituzione di una nuova medaglia intitolata «al merito delle popolazioni di Fiume, Pola e Zara».

   La discussione è durata non più di un quarto d’ora (per l’esattezza dalle 14 e 50 alle 15 e 05). Nel corso dello stringatissimo dibattito il relatore Marcello De Angelis ha riferito che il Comitato ristretto aveva optato per questo nuovo tipo di decorazione, al posto di una medaglia d’oro al valor militare, a causa della presenza di «alcuni ostacoli nella disciplina vigente in materia di conferimento delle medaglie d’oro al valor militare che renderebbero problematico il riconoscimento di tale onorificenza».

   Poi, per allontanarsi ancor più dalle sabbie mobili su cui, come abbiamo visto, si è mossa l’intera vicenda, ha aggiunto che il riconoscimento a Fiume, Pola e Zara per il «contributo da esse reso nella storia a beneficio dell’ Italia» va inteso non solo «per le vicende legate alla Seconda guerra mondiale», ma per epoche anteriori, «si pensi ad esempio alla Grande guerra, e che testimonia l’esistenza di un profondo legame di quelle popolazioni con la comunità italiana».

   Tutti si sono dichiarati d’accordo con tale impostazione e tale decisione. Se anche il Senato come è probabile approverà, scrive Simoncelli, «una medaglia, quale che sia, comunque viene conferita, anzi inventata apposta e, per ora, senza sollevare alcun problema politico-diplomatico». Triste epilogo. Ma anche questa è Storia. Il libro è arrivato in libreria il 31 marzo: di Paolo Simoncelli «Zara. Due e più facce di una medaglia» (Le Lettere, pagine 140, 15 euro). Simoncelli è docente ordinario di Storia moderna presso la facoltà di Scienze politiche dell’ Università La Sapienza di Roma. (Paolo Mieli)

………..

memoria di Tito, dittatore che ha tentato di unire il puzzle balcanico

COSI’ HANNO CANCELLATO TITO

di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” dl 12/05/2010
   Un puttaniere, un brigante, un impostore. Il diavolo in persona. Trent’anni dopo la sua morte – 4 maggio 1980 – Tito e ciò che resta della sua leggenda sono fatti a pezzi. Quello che fu il suo Paese, ora diviso in nazioni sommerse di debiti, lo rinnega. Accade persino in Bosnia, sulle montagne dove nacque il mito partigiano.

   Accade anche in Serbia, pur macerata da una strisciante Jugonostalgija. E succede soprattutto a Belgrado, l’ex capitale, epicentro della dissoluzione esplosa dieci anni dopo la morte del padre padrone.
I pellegrinaggi di massa alla tomba marmorea nella «casa dei fiori» nel quartiere di Dedinje sono finiti, in Serbia alcune statue cominciano essere tolte dalle piazze, le vie a lui intitolate cambiano nome e la vedova ottantacinquenne Jovanka langue dimenticata in un condominio. Josip Broz, chi era costui? Ma ora il potere non si limita più a ignorarlo, ne incoraggia la denigrazione.
   «La lezione della guerra non è servita», sorride Milutin Jovanovic, serbo che studia Scienze politiche in Italia ed è nato a Nis durante il conflitto balcanico. «Trionfa tutto ciò che lui aveva bandito: vessilli, identità regressive, fascismi».
   Ora i giornali dedicano paginate a Draza Mihajlovic (acerrimo nemico di Tito e capo dei nazionalisti serbi nella Seconda guerra mondiale, ndr) e i pellegrinaggi si fanno semmai sulla tomba di Slobodan Milosevic, l’ex leader morto in prigione all’Aja. La gente va lì, con candele accese, nella casa di Pozarevac sul Danubio a rendere omaggio a colui che ha trascinato la Serbia nel disastro. Ancora Milutin: «Pare quello che accade in Italia con Garibaldi. Anche il nostro mito unitario è denigrato con argomenti clericali e separatisti… Lo accusano di avere odiato i serbi e di aver voluto unire ciò che era impossibile tenere assieme». Sei nazionalità, quattro religioni, tre alfabeti e una decina di lingue diverse.
   Tra il popolo è facile che torni il rimpianto per i tempi «in cui Dio camminava sulla terra», quelli in cui la Iugoslavia era l’unico Paese comunista sinonimo di pacchia. «La classe media è sparita, e i vecchi si sono visti portar via tutto dai tempi nuovi, dunque vivono Tito con rimpianto», spiega lo scrittore Dragan Velikic, i cui libri (prossimamente La finestra russa) sono entrati da un anno nel mercato italiano. «Ma per i teenager quello è solo un nome da parole crociate». […]
   C’è chi ne mette in discussione persino l’anagrafe, gli imputa di essere un falsario, un mentitore. Tito non era il figlio di un contadino croato e di una slovena, ma – dicono – un polacco immigrato che aveva cambiato identità. A suffragio di questa ipotesi si cita la sua perfetta conoscenza della lingua polacca, e il certificato di morte di un altro Josip Broz (quello vero) morto impallinato nei Carpazi con la divisa austro-ungarica nella Grande Guerra. Certificato sospetto, che pare sia stato rinvenuto nella casa di Tito solo dopo la sua morte. […]    Delle contestazioni serie alla figura dello statista non parla più nessuno. Della burocrazia pletorica messa sotto accusa dal suo delfino ribelle Milovan Djilas. Del fatto che egli accrebbe le divisioni interne della Iugoslavia per rafforzare il potere personale, oppure dell’aberrante sistema di voto nel gioco delle sei repubbliche federate, che sembrava costruito apposta – osserva lo storico Predrag Markovic – per paralizzare il Paese. E nemmeno delle vendette postbelliche compiute in suo nome gettandone le vittime nelle foibe, dalla frontiera italiana a quella greca.
   Tito. La cricca che tiene la Serbia in ostaggio ha paura del suo nome e persino della sua ombra; e da qualche tempo l’ombra si è rifatta viva proprio a Belgrado, attraverso il nipote omonimo Josip, 63 anni, figlio di Zarko, il primogenito del maresciallo-presidente. Da quando il nuovo Broz, chiamato Joska, ha deciso di entrare in politica e raccogliere le diecimila firme necessarie a presentarsi alle prossime elezioni, è scattato l’ostruzionismo.
   Quello che Tito junior rappresenta e dice dà fastidio, in un Paese col quindici per cento di disoccupati. La Serbia, ripete Joska, ha triplicato il debito proprio da quando sono partite le privatizzazioni e le cosiddette riforme democratiche. «Ogni giorno ricevo incoraggiamenti da mezza Iugoslavia – ha detto Broz a Radio Serbia – e i giovani stanno avvicinandosi al mio partito». Nel programma, un secco «niet» sia all’Europa sia alla Nato.
   Negli spazi di Facebook Tito sopravvive, ma nei dibattiti dei giovani, divisi tra odio e amore; uno dei siti denuncia 30mila iscritti. Negli indirizzi internet la «yu» è scomparsa solo pochi mesi fa e in Serbia ci sono ancora aziende di nome Jugoservis, Jugostroj o Jugostil. E parecchi alberghi Jugoslavija.
   A Sarajevo esiste un caffè Tito, con elmetti che fanno da portalampade, appesi al soffitto. L’orologio è fermo sull’ora e il giorno della morte di Lui, 03.05 del 04.05.80, ma per i ragazzi attaccati al bancone quel numero è solo una cabala del tempo che fu.

   «Mismo Walter», noi siamo tutti Walter, inneggiavano solo 18 anni fa altri giovani sarajevesi per fermare la guerra etnica in arrivo, ripetendo uno dei nomi clandestini di Tito partigiano. Erano oltre centomila, e avevano invaso la città con le bandiere della pace. Oggi è tutto cambiato. L’antifascismo si è ridotto a rituale ripetitivo e il bunker di Tito a sud di Sarajevo sarà aperto ai turisti per necessità di cassa.

   Anche qui, celebrazioni in tono minore per l’uomo che elesse la Bosnia a roccaforte della Resistenza. Solo in Croazia, dove Josip Broz è nato, tira un’aria diversa. La Tv gli ha dedicato dodici puntate con la sua storia, dalla nascita nel villaggio di Kumrovac fino alla morte a Lubiana; poi c’è una grande rassegna retrospettiva di film iugoslavi, inclusi quelli banditi dal regime di Tito, che ha visto un successone di pubblico e la partecipazione di tutte le ex repubbliche federate. «Tito, wanted», stava scritto ironicamente sullo Jutarnji List: ricercate «colui che ha dato lavoro agli operai e cultura alla gente».
   Le isole Brioni, davanti a Pola, dove il Capo passava le vacanze in compagnia dei grandi della Terra o famosi attori come Richard Burton e Liz Taylor, sono in vendita, ma il museo e la villa di Tito rimangono monumento nazionale. A Kumrovac la casa natale del presidente resta un’attrazione all’interno di un villaggio restaurato che Zagabria ha trasformato in museo all’aperto. In paese le sirene sono suonate anche stavolta, alle 3.05, come trent’anni fa, a ricordare il momento in cui la Jugoslavia rimase vedova del padre fondatore. (Paolo Rumiz)

One thought on “Il riconoscimento dell’indipendenza del KOSOVO non porterà a nuove guerre civili (la SERBIA cerca di più la FIAT, lo sviluppo economico); ma crea speranze di secessione in altre minoranze e popoli; e pone il problema del superamento degli Stati nazionali e del governo democratico e federalista dei popoli in MACROAREE continentali (come l’Unione Europea potrebbe insegnare)

  1. Rifat Lica venerdì 6 agosto 2010 / 16:52

    Solo in Italia si parla in questo modo…nella stampa internazionale occidentale e un altro opinione.
    Non sono mai riuscito a capire questa opinione e comportamento italiano nei confronti dei Kosovari,questa opinione esiste in tanti ambienti si politici,tra intelligenza e cosi detti esperti di Diritto internazionale e docenti universitari,stampa e media.
    Ma siete cosi ”cinici” che mi sembra che lo fatte apposto…ignorate la Storia,la guerra,la battaglia in campo dei Kosovari,contro il regime e il genocidio di Stato dei serbi,che lo hanno visto e vissuto tutto il mondo in diretta,si e fatto in intervento militare da parte dei paesi occidentali e la NATO,con il diritto e giustificazione legale del diritto umanitario internazionale,perché in Kosovo si consumava un pulizia etnica,un genocidio contro un popolo.
    Solo vuoi italiani siete cosi cechi,cosi culturalmente politicamente a pregiudizi,quando non vedete di più dei altri popoli che sono anche loro quando vuoi,liberi,hanno il diritto di scegliere di vivere in pace e con chi vogliono.
    Una risposta per tutti…il diritto sacro santo del popolo Kosovaro di scegliere come tutti i popoli il diritto di indipendenza e dello Stato libero…non porterà e non crea speranze di secessione e non influenza e contagio in nessuno altro popolo.
    Lasciate in pace e vivere in libertà i popoli…il Kosovo lo già ha guadagnato e vive in amicizia e rispetto con i altri popoli e i vicini.
    Il Kosovo e già nella strada per costruire la democrazia e lo Stato anche grazie a molti amici sinceri e che ci sono stato vicino nella loro prosperità,libertà,e integrazione europea e occidentale.

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