I 150 anni dell’unità d’Italia – SPRECOPOLI: un Paese che rischia, geograficamente, di non esserci più – l’ipotesi di un rilancio dello spirito unitario con il FEDERALISMO: un nuovo collante per lo sviluppo di un’identità nazionale

FEDERALISMO E COMUNI: NON SARA’ UN’AVVENTURA – Il federalismo fiscale abbandona il terreno della sola battaglia politica e ideologica, non di rado fumosa e strumentale, per farsi concreto, nero su bianco, con il decreto legislativo che il governo ha approvato il 4 agosto scorso. Il testo ha il merito di definire con chiarezza uno dei pilastri portanti della nuova architettura federalista: il SISTEMA DELLE IMPOSTE COMUNALI che dal 2014 terrà in piedi le casse dei sindaci, garantendo loro l`autonomia delle proprie entrate. L’altro pilastro, i COSTI STANDARD per le spese delle regioni, a partire dalla SANITA’, dovrebbe eliminare l`eccesso di inefficienza spendacciona e allineare in un ragionevole arco di tempo gli spreconi ai virtuosi: arriverà all`inizio dell`autunno. Dalla lettura del decreto si coglie tutta l’importanza di questo passaggio dalla categoria dell’astratto a quella del concreto. Qui si parla di case, della semplificazione delle tasse che ci pagheremo sopra ma anche del regime fiscale agevolativo che avremo per affittarle. La manovra è congegnata in due fasi, la prima delle quali diventa particolarmente attraente grazie alla cedolare secca sugli affitti, scommessa storica che molti governi prima di ora avevano promesso o tentato di varare senza mai riuscire ad arrivare in porto (in verità, neanche ad avvicinarsi al porto). (…) Anche il fondo perequativo, che dovrebbe togliere ai ricchi per dare ai poveri, viene qui definito per la prima volta con una versione «sperimentale» di cinque anni: un modo per uscire dalla politica delle chiacchiere ed entrare in quella del fare, consentendo al tempo stesso ai comuni di verificare che il gettito derivante dalla nuova fiscalità sostituisca i trasferimenti attuali senza traumi eccessivi. (da “Il Sole 24ore”, 4/8/2010)

   L’inesorabile decadimento delle volgarità di veline e paillets che sembra aver invaso e “unito” il Paese (nel senso dell’Italia) nell’ultimo ventennio (e che non è detto che venga a cessare, ma sta decadendo come “elemento di unità”…) sembra di fatto apparire come la fine dell’ultimo collante che ha tenuto (geograficamente) unita la penisola italica. Un desiderio di consumo un po’ paranoico (che, sia chiaro, prosegue tuttora, ma a noi ci sembra in crisi…), esternazione dei corpi (specie nelle donne, ma non solo)… ebbene questo può essere sì un modello ancora vincente non solo italico ma mondiale, ma appare a tutti sempre più logoro….

   Si parla di centocinquantenario dell’Unità d’Italia (il prossimo anno), unita (l’Italia), a seconda dei momenti, da eventi a volte positivi a volte assai tragici, a volte banali e volgari: dal Risorgimento, alle guerre mondiali intramezzate dal fascismo, dai valori della libertà e della Resistenza, alla ricostruzione e al miracolo economico; ancor di più dalla nascita e sviluppo della televisione e, dicevamo, per finire, dall’ultimo ventennio di consumo paranoico di beni e corpi.

   Quest’ultima fase si è tradotta, in senso geografico, in investimenti finanziari su “nuovi” territori”: cioè nella mutazione ancor più evidente dei paesaggi, con nuovi megainsediamenti che son sorti e stanno sorgendo (centri commerciali insediati specie in strategiche posizioni viarie, lungo le strade principali, fuori dei caselli autostradali ect.;  residence con nomi allettanti -alle bettulle, delle rose, etc. ma invasi da solo cemento-). Il “mattone” come trend più che affidabile per lo sviluppo in ogni settore….

   E si è tradotta (la nuova espansione edilizia) con la crisi e il progressivo abbandono della vita nei centri cittadini (negozi, bar e piccole attività commerciali e artigianali che chiudono…); nella vita in case-dormitorio grigie, lungo strade brutte e trafficate; e, quel che qui ancor di più ci interessa, con l’aumento abnorme della spesa data dalla prolificazione di enti locali “gestori di servizi”, con costi degli stessi servizi pubblici sempre più esorbitanti. Agli 8.101 comuni, alle 110 province, alle 20 regioni si è aggiunto uno stuolo indefinito di ATO (Ambiti territoriali ottimali), Consorzi, Enti pubblici, Municipalizzate, Autorità indipendenti eccetera… che gestiscono i servizi che non riescono a gestire i troppi comuni e provincie (rifiuti, acqua, gas e altri servizi al territorio).

   E se è vero che la recente manovra finanziaria (approvata definitivamente dal Senato a metà luglio) realizza un disposto della legge 42 del 2009 sul federalismo fiscale che prevede che i comuni sotto i 5.000 abitanti sono obbligati ad associarsi fra di loro per esercitare le “funzioni fondamentali” (ovvero praticamente tutto: amministrazione, gestione, bilancio, scuole, mense, trasporti, rifiuti, vigili urbani, servizi sociali, anagrafe, nidi, acqua, gestione del territorio e dell’ambiente…) (per dire: in Veneto su 581 comuni, 317 sono sotto i 5.000 abitanti), vedrete che qualcuno farà in modo che non si attui questa seppur parziale ma importante novità…

Italia dal satellite - I dati di partenza del federalismo sono tre: 130 miliardi di evasione fiscale e contributiva, 80 miliardi di sprechi della Pubblica amministrazione, una pressione fiscale sull`economia regolare fra le più alte del mondo. Per il Nord significano un assegno di 50 miliardi all`anno staccato al resto del Paese, e un blocco della crescita che dura ormai da un decennio. Il Nord, anche se lo volesse, non è più in grado di sostenere i consumi e gli sprechi delle aree deboli, perché già fatica a stare a galla per conto suo. E il bello è che di questo, sia pure lentamente e dolorosamente, si stanno rendendo conto anche molti amministratori del Mezzogiorno, spesso più avanti di tanti leader nazionali nella comprensione del dramma che attraversa il nostro Paese. (Luca Ricolfi, da “la Stampa” del 9/8/2010)

   Per questo noi pensiamo che la PROPOSTA FEDERALISTA, che condividiamo (appannaggio non di un solo partito, ma di un largo movimento, che in Italia si è formalizzata con la politica di unità europea proposta e voluta durante l’ultima guerra e maturata nel Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi) può rispondere alla “riunifi- cazione” (anche geografica) di uno stato nazionale sempre più disaggregato e in preda all’anarchia (il miglior modo per celebrare i 150 anni!). Attraverso, riteniamo, una più salda politica federalista europea, e dall’altra una revisione degli sperperi locali di questi anni (sperperi che interessano in particolare il Sud, ma anche al Nord gli sprechi pubblici si percepiscono eccome!…). Ma anche con la riforma istituzionale degli enti locali (rivedendo i confini di città e comuni, e creando aree metropolitane al posto di enti istituzionali oramai obsoleti).

   E la proposta di federalismo, con la garanzia costituzionale dei servizi fondamentali per tutti previsti dalla nostra Costituzione repubblicana (istruzione, sanità, sociale…) ha una sua base importante nei COSTI STANDARD dei servizi essenziali, uguali per tutti a prescindere dalla collocazione geografica: questa politica e questa iniziativa ci sembra il miglior modo per mettere in moto un processo virtuoso di rinsaldamento dell’unità nazionale.

   Quel che vorremmo, noi geografi, dal contesto di questi mesi e giorni, lo ripetiamo, è un RIPENSAMENTO SUL NUMERO DEGLI ENTI LOCALI: abbiamo la convinzione che l’attuale riforma federalista in fase di realizzazione, non possa bastare se non si accorpano i comuni in “realtà geomorfologicamente, economicamente e storicamente” territorialmente nuove, più moderne ed efficienti: al posto dei comuni pensiamo si possano costituire città di almeno 60.000 abitanti, al posto delle province aree metropolitane su territori interessati da un unico sviluppo, da una mobilità omogenea: ne guadagnerebbe l’efficienza dei servizi, una riduzione drastica degli sperperi, la maggior cura e il minor sperpero del territorio; con la fine dell’abnorme speculazione edilizia attuata dai comuni (gestori diretti nel proprio piccolo territorio della politica urbanistica). Ma ne guadagnerebbero anche le opportunità per i giovani di avere stimoli e possibilità ad una crescita più dinamica (anche se radicata nel proprio luogo di origine) nel mondo globale di adesso.

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AFFITTI, TASSA UNICA AL 20% PARTE IL FEDERALISMO COMUNALE

da “il Messaggero” del 5/8/2010

   Via alla cedolare secca da gennaio 2011. Ma con entità ufficiale ancora non definita. Il valore più verosimile è al 20%. Cioè la soglia con cui la tassa unica sugli affitti è, per così dire, uscita dal consiglio dei ministri di ieri che ha dato disco verde al decreto attuativo sul federalismo fiscale (e che il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli aveva anticipato poco dopo ai giornalisti).

   Ma per passare poi alla verifica (decisiva) dei tecnici dei Tesoro, impegnati a calcolare la “sostenibilità” della soglia. E che dunque, dopo anni di dibattito, si pagherà effettivamente dal prossimo anno una tassa unica pari al 20%.

   Su tutti i canoni, però, o solo su quelli liberi? Altro punto controverso che aveva scatenato polemiche da parte del Novità certamente più attesa, la tassa unica sugli affitti non è però l`unica contenuta nel decreto discusso ieri in consiglio dei ministri, che tocca vari altri punti importanti.

   Il testo come si sa devolve ai Comuni, relativamente agli immobili ubicati nel loro territorio, il gettito derivante da varie imposte: registro, ipotecaria e catastale, Irpef relativa ai redditi fondiari (escluso quello agrario), imposta di registro e bollo sui contratti di locazione relativi ad immobili, tributi speciali catastali e tasse ipotecarie, oltre alla nuova cedolare secca.

   Gli altri cambiamenti entreranno in vigore a partire dal 2014. Sulle compravendite, tra tre anni e mezzo scatterà un`imposta comunale del 3% sulle prime case e dell`8%sulle seconde case. E nel dettaglio, dal 2014 le tasse comunali saranno due, una delle quali facoltativa.

   Resta esclusa in ogni caso la prima casa. La prima imposta sarà una sorta di lei su seconde case e uffici la cui aliquota sarà stabilita dal ministero dell`Economia entro il prossimo 30 novembre. I Comuni poi entro il 30 novembre 2013 potranno decidere se aumentarla o diminuirla dello 0,3%. I pagamenti dovrebbero essere effettuati in quattro rate. A questa imposta si aggiungerà il balzello sulle compravendite già indicato, modificabile partire dal 2017.

   Dal 2014 partirà anche l`imposta municipale secondaria facoltativa. Sostituirà e congloberà la tassa per l`occupazione di spazi ed aree pubbliche, il canone di occupazione di spazi ed aree pubbliche, l`imposta comunale sulla pubblicità e i diritti sulle pubbliche affissioni, il canone per l`autorizzazione all`installazione dei mezzi pubblicitari, l`addizionale per l`integrazione dei bilanci degli enti comunali di assistenza. Si pagherà, per la voce più importante in base a metri quadrati occupati e durata dell`occupazione. (…)

   Lo schema di decreto legislativo approvato ieri, ricorda Palazzo Chigi, verrà trasmesso alla Conferenza unificata per la acquisizione dell`intesa e, successivamente, alla Commissione parlamentare per l`attuazione del federalismo fiscale ed alle altre Commissioni parlamentari competenti.

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La riforma del federalismo fiscale

SANITA’, RIVOLUZIONE NELLE SPESE, LIVELLI STANDARD PER TUTTE LE REGIONI

di Roberto Mania, da “la Repubblica” del 1/7/2010

   Obbligo di adeguarsi ai costi di quelle più efficienti. Nessuna cifra ufficiale, ma i tecnici stimano risparmi da 10 miliardi – Addio al “capitalismo municipale”, addio alle finte invalidità, addio all’Iva usata dalle Regioni come un bancomat, addio agli sprechi nella sanità, addio alla stagione dei finanziamenti europei buttati dalla finestra. Addio a tutto questo. Forse.
   In attesa che il federalismo fiscale diventi concreto (non prima del 2016) e in attesa di capire se costerà o se ci farà risparmiare (il velo verrà alzato solo nei prossimi mesi), la Relazione sul federalismo fiscale che il governo ha approvato e presentato al Parlamento dice soprattutto perché non funziona “l’albero storto” (Giulio Tremonti) della finanza pubblica italiana. Racconta delle tante “anomalie” e “asimmetrie” stratificatesi nei decenni. Parla di Cavour, Mazzini, Minghetti, Turati, Sturzo a Alexis de Toqueville, per dire che bisogna puntare alla “massima possibile coincidenza tra la cosa amministrata e la cosa tassata” secondo il principio liberale “no taxation without representation”, che nelle versione tremontian-leghista diventa anche “vedo-voto-pago”. Insomma un metodo, innanzitutto, per arrivare all’obiettivo del federalismo fiscale. Dal quale ci separa una cinquina di decreti attuativi da qui al prossimo anno. Poi altri cinque anni (più o meno) di applicazione graduale.
   Il federalismo fiscale non costerà (l’ha assicurato ieri Tremonti accanto a Umberto Bossi) e dovrebbe tradursi in minore spesa pubblica nell’ordine, stando alle stime dei tecnici che stanno lavorando al progetto, di circa 10 miliardi di euro. Nulla di ufficiale, però.
   Il perno di questa riforma è il passaggio dalla spesa storica (lo stato continua a trasferire agli enti locali le risorse in base a quanto hanno speso nel passato) ai costi standard, calcolati in base a quanto effettivamente è necessario (per le spese sanitarie, in particolare) e sulla base delle migliori pratiche regionali. Si applicherà lo stesso metodo degli studi di settore, coinvolgendo direttamente i soggetti interessati (gli enti locali) senza “formule calate dall’alto”. In questa chiave avrà un ruolo importante la Società per gli studi di settore (Sose), che oggi gestisce e aggiorna circa 206 studi di settore relativi a una platea di 3,5 milioni di contribuenti. Insomma fabbisogni standard tendenzialmente definiti su misura delle realtà locali. Scrive Tremonti: “Non è una cifra ma, piuttosto un metodo, la formula necessaria per la determinazione dei fabbisogni standard”.
   È con la spesa storica che si è creato il buco nero della sanità che oggi rappresenta quasi l’80 per cento dei bilanci regionali. I costi standard dovrebbero impedire che una siringa possa costare in Sicilia il doppio di quanto costa in Toscana e una Tac identica il 36 per cento in più nel Lazio rispetto all’Emilia Romagna. Con la conseguenza che dove sono “maggiori i disavanzi economici, minore è la qualità e la sicurezza delle cure rese ai cittadini”.
   Ai Comuni passerà la titolarità delle imposte sugli immobili. Tremonti ne immagina una sola che dovrebbe assorbire tutte quelle esistenti. Ma, dalla tassazione, “sarebbe comunque esclusa la prima casa, destinata a restare esente dal tributo, con la previsione di una cedolare secca sugli affitti”. La Relazione non indica la relativa aliquota ma dovrebbe essere al 20 per cento. (Roberto Mania)

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I VERI NEMICI DEL FEDERALISMO

di Luca Ricolfi, Da “LA STAMPA” di lunedì 9 agosto 2010

Non so se ci avete fatto caso, ma da un po` di tempo nel mondo della politica ci sono due parole che attirano irresistibilmente chi vuole creare un nuovo marchio. Sono la parola «futuro» e la parola «nazione».

   Tra le fondazioni politico-culturali, ad esempio, da tempo si distinguono per il loro attivismo «Fare futuro», il pensatoio degli uomini legati a Gianfranco Fini, e «Italia Futura», il pensatoio di quelli legati a Montezemolo.  Periodicamente, specie in vista di elezioni, si sente evocare il progetto di una «lista civica nazionale». Quanto alle formazioni politiche vere e proprie, il gruppo dei finiani ha appena scelto di denominarsi «Futuro e libertà», mentre l`Udc di Casini pare intenzionata a dar vita a un «Partito della Nazione». E anche chi, come Rutelli, ha appena fondato un movimento senza ricorrere alle due magiche parole, futuro e nazione, ha finito per scegliere dei sinonimi, che evocano la medesima preoccupazione per il futuro del Paese: il nuovo partito si chiama Api, che significa Alleanza per l`Italia.

   Sarà perché l`economia e la società sono ferme – per non dire congelate – da almeno una decina d`anni, sarà perché la macchina del federalismo sta lentamente entrando in funzione, sarà perché l`anno prossimo si festeggia il centocinquantenario dell`Unità d`Italia, sta di fatto che sul destino dell`unità nazionale è iniziata una riflessione importante.

   La preoccupazione per la coesione del Paese sembra, in particolare, essere il vero collante ideologico che tiene insieme le quattro forze intorno alle quali si sta delineando il cosiddetto «terzo polo»: l`Udc di Casini, l`Api di Rutelli, Futuro e libertà di Fini, il Movimento per le Autonomie di Lombardo.

   Ma in che cosa si sostanzia questa preoccupazione per il futuro del Paese? Qual è l`idea dell`interesse nazionale coltivata dai leader di questa area politica? A me pare che l`unico robusto collante politico che tiene insieme queste quattro forze sia l`ostilità per il progetto federalista della Lega.

   Un`ostilità che usa gli espedienti retorici più diversi, compreso quello di dichiararsi fautori di un federalismo «vero», contrapposto al federalismo farlocco della Lega, ma dietro la quale si riconosce facilmente un`unica vera preoccupazione di fondo: il timore che – giunti al dunque, ossia ai decreti delegati – il federalismo danneggi il Sud, e che per questa via spacchi il Paese. Il programma minimo del nascente Terzo polo è frenare il federalismo, il programma massimo è bloccarlo definitivamente.

   Vorrei dire subito che questa preoccupazione «meridionalista», a mio parere, è del tutto rispettabile. Il pericolo che la lotta politica, che oggi si svolge fra il fantasma della destra e quello della sinistra, domani si riduca a un tiro alla fune fra gli interessi del Nord e quelli del Sud, è molto concreto, come giustamente rilevava Francesco Alberoni qualche giorno fa sul Corriere della Sera. Il punto, però, è che non è detto che annacquare ulteriormente il federalismo sia la strada migliore per evitare quel pericolo.

   In poche parole, è tutto da dimostrare che il futuro della nazione, la coesione del Paese, si tutelino meglio boicottando il federalismo piuttosto che impegnandosi per farlo funzionare nel modo più incisivo possibile. Eppure è questo che sembrano pensare i teorici del Terzo polo. L`Udc di Casini è l`unica forza politica che ha votato contro il federalismo. Fini, già prima della rottura, è arrivato addirittura a chiedersi se dobbiamo proprio farlo, questo benedetto federalismo. Rutelli non perde occasione per demonizzare la Lega, accusata di secessionismo.

   E attenzione, quel che colpisce in queste critiche è che non entrano mai nel merito dei dettagli, dei meccanismi, delle cifre. In breve, non cercano di contribuire a far funzionare il federalismo, ma soltanto a impedire qualcosa che considerano un male per il Paese, una sciagura per il futuro della nazione.

   E allora vediamolo, questo futuro della nazione senza il federalismo. I dati di partenza del federalismo sono tre: 130 miliardi di evasione fiscale e contributiva, 80 miliardi di sprechi della Pubblica amministrazione, una pressione fiscale sull`economia regolare fra le più alte del mondo. Per il Nord significano un assegno di 50 miliardi all`anno staccato al resto del Paese, e un blocco della crescita che dura ormai da un decennio. Il Nord, anche se lo volesse, non è più in grado di sostenere i consumi e gli sprechi delle aree deboli, perché già fatica a stare a galla per conto suo. E il bello è che di questo, sia pure lentamente e dolorosamente, si stanno rendendo conto anche molti amministratori del Mezzogiorno, spesso più avanti di tanti leader nazionali nella comprensione del dramma che attraversa il nostro Paese.

   Certo gli uomini e le donne del Sud vogliono che lo Stato centrale faccia la sua parte, innanzitutto nel campo delle infrastrutture. Ma sempre più si rendono conto che nulla potranno chiedere se prima non dimostreranno di sapersi amministrare meglio. Ci sono tanti politici e amministratori del Mezzogiorno che la sfida del federalismo l`hanno già accettata, e che non vogliono una guerra civile strisciante fra Nord e Sud, bensì una competizione virtuosa fra territori, fra regioni, fra amministrazioni locali, ben sapendo che le principali vittime del malgoverno sono proprio i ceti deboli che tutti dicono di voler difendere.

   Di fronte a queste realtà, che già ci sono e già stanno operando, a me pare molto miope, e per niente in sintonia con l`interesse nazionale, prendersela con il federalismo e con la Lega. Anziché accusare la Lega di separatismo, dovremmo semmai chiederci se un suo ritorno a tentazioni separatiste non sia precisamente quello che, affossando il federalismo i suoi nemici rischiano di provocare.

   E paradossale, ma visto da questo angolo visuale, l`interesse nazionale è tutelato assai meglio dal Pd e dal Pdl, che non dal Terzo polo. Pd e Pdl, infatti, hanno dato un contributo essenziale a trasformare le istanze autonomiste della Lega in qualcosa di compatibile con l`unità nazionale. Ora la furia antileghista del «terzo polo», più che salvare il Sud dalla sciagura del federalismo, rischia semplicemente di provocare la ribellione del Nord. E questo non perché il Nord stia tutto con la Lega, ma perché, al Nord, le differenze fra gli elettori della Lega e quelli del Pd sono meno grandi di quanto credano i leader del Terzo polo.

   Si può ritenere che il federalismo sia una cattiva idea, ma è bene sapere che farlo saltare significa perdere il Nord. Vale per i partiti del Terzo polo, ma vale anche per quelli del secondo, innanzitutto per il Partito democratico. E non è detto che, per l`unità del Paese, o per il futuro della nazione, sia la strada migliore. (Luca Ricolfi)

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MA IL FEDERALISMO NON SERVIVA ANCHE AL MEZZOGIORNO?

di Guido Gentili, da “il Sole 24ore” del 10/8/2010

Si annuncia per settembre (salvo sorprese) un voto di fiducia in parlamento su quattro punti fondamentali dell`attività del governo: giustizia, fisco, federalismo e Mezzogiorno. Al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi questa strada serve per verificare lo stato dei rapporti interni alla maggioranza dopo lo strappo con Gianfranco Fini e il suo pattuglione. Le possibilità sono due: si raggiunge un accordo e si va avanti con un programma rinforzato; oppure si certifica che non esistono le condizioni per procedere oltre e si punta alle elezioni anticipate, in una strategia della chiarezza estrema che deve però fare i conti con le scelte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

   Restiamo alla prima ipotesi, quella della trattativa interna alla maggioranza che sostiene il governo. I quattro punti indicati sono scontati, riguardando i fronti più caldi dell`attività di governo. Anche qui due sono le possibilità. La prima: il negoziato segue stancamente i rituali sperimentati delle verifiche di governo (compresa quella interminabile con il famoso sub-governo Fini-Casini ai tempi della legislatura 2001-2006) con tanto di nuove “cabine di regia” e aggiustamenti di poltrone. La seconda: si fa una verifica trasparente e senza sconti di convenienza reciproca che in caso di riuscita può assicurare il rispetto degli impegni e un tragitto politico fino al 2013.

   Detto questo, quali rischi si corrono? La presenza, tra i quattro punti sui quali è possibile un voto di fiducia, dei due capitoli “federalismo” e “Mezzogiorno” deve far riflettere. Sono punti scontati, sì, ma perché prevederli distintamente, quasi fossero problemi diversi o, sotto sotto, alternativi. Il primo magari per ribadire l’impegno solenne preso con la Lega e il secondo per rimarginare le ferite aperte dentro il Pdl (esemplare il caso siciliano) e per rispondere alla corsa del terzo polo (finiani, Udc di Casini, Mpa del governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, Api di Francesco Rutelli) che punta al serbatoio dei voti al Sud in chiave anti-federalista?

   Mezzogiorno e federalismo sono due facce dello stesso problema, e una politica innovativa richiederebbe, più che rincorrere questa o quella richiesta del Nord o del Sud, chiarire che un federalismo virtuoso è nell`interesse del Meridione e dei suoi amministratori, che è finita un`epoca (quello dello stato pagatore a piè di lista, dell`assistenzialismo e degli sprechi) e che nella stessa riforma federalista sono esplicitamente previsti i meccanismi per garantire la coesione sociale (col fondo perequativo per le pari opportunità territoriali), il riequilibrio strutturale delle dotazioni infrastrutturali, l`uguaglianza dei cittadini nell`accesso ai servizi essenziali, la possibilità d`interventi speciali aggiuntivi a carico dello stato.

   Non a caso, si parla di modello federale cooperativo e solidale, e c`è da chiedersi piuttosto (si pensi al calcolo dei costi standard, di cui non si conoscono ancora i numeri) se saranno rispettati fino in fondo criteri rigorosi.

   Il Sud ha un bisogno disperato di buon federalismo, non di politiche autonome a titolo di risarcimento del progetto federalista indicato come “nordista”. Meglio tenerli assieme in un unico capitolo, Mezzogiorno e federalismo. (Guido Gentili)

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IL TASSELLO CHE MANCA AL FEDERALISMO FISCALE

di Luca Ricolfi, da “LA STAMPA” del 6/8/2010

   Apparentemente, il cammino del federalismo fiscale procede spedito. Sono già quattro i decreti delegati varati dal governo, ultimo quello sul «federalismo municipale». Altri decreti seguiranno a breve, a completamento di una riforma che è la ragion d`essere della Lega.

   C`è un problema, però. Per quanto quasi tutti i politici si esercitino in giudizi (positivi per la maggioranza, negativi per l`opposizione), la realtà è che il cammino del federalismo fiscale è semplicemente N.C. (non classificabile), come certi allievi a fine quadrimestre, quando hanno un numero di interrogazioni e compiti in classe troppo esiguo per consentire all`insegnante di calcolare una media.

   Perché è difficile formulare un giudizio? Perché il federalismo va avanti per scatole vuote di numeri. La legge delega (5 maggio 2009) era naturalmente e giustamente una scatola vuota, perché conteneva solo principi generali, come si addice a una legge delega.

Ma anche la Relazione sul Federalismo Fiscale presentata dal Governo il 30 giugno scorso, assolutamente meritoria per lo sforzo di dipanare in qualche modo la giungla della finanza pubblica, era tuttavia di nuovo una scatola sostanzialmente vuota, perché – pur piena zeppa di utilissime tabelle – non conteneva né costi standard né obiettivi di bilancio precisi per Regioni, Province e Comuni, bensì solo vaghe indicazioni di metodo, nonché la specificazione di quali Enti dovranno in futuro fare i calcoli.

   In questo caso la mancanza di indicazioni quantitative precise era assai meno giustificata. Il grave, però, è venuto con i primi decreti delegati, anch`essi vuoti di numeri e pieni di rimandi a passaggi successivi.

Qui l`assenza di cifre precise e di regole stringenti non era prevista e non è giustificata, anche se non è difficile comprenderne le ragioni: quasi nessuno, fra i politici, sembra aver capito in tempo che per decollare sul serio il federalismo fiscale avrebbe dovuto essere studiato nei minimi dettagli per almeno 2-3 anni.

   Stante questa assenza di indicazioni quantitative non me la sento di dare alcuna valutazione sull`ultimo decreto delegato, quello relativo al fisco municipale, che dovrebbe dettare le regole di finanzíamento delle spese dei comuni, ma in realtà ancora una volta rinuncia a mettere dei numeri precisi nelle caselle chiave. Eppure è quello che avrebbe dovuto fare.

   Se non fossimo terribilmente indietro, leggendo il decreto delegato sul fisco municipale il cittadino di ogni singolo comune dovrebbe venire a conoscenza di almeno due cifre: quanto il comune è autorizzato a spendere (y), quante imposte dovrebbero versare i suoi cittadini (x). Queste due cifre non si sanno, e chissà quanti mesi o anni dovranno passare prima che si conoscano.

   Ma non è tutto. Se il federalismo fosse oggi qualcosa di più che una manifestazione di intenti, i decreti delegati avrebbero già sciolto i due nodi fondamentali della sua applicazione, che chiamerò nodo della perequazione e nodo della chiusura.

1- Nodo della perequazione. E` ragionevole che i territori più poveri, avendo un gettito potenziale minore, ricevano una sorta di contributo di solidarietà da un fondo perequativo, alimentato dal gettito dei territori più ricchi. Ma non è mai stato chiarito in modo esplicito se la perequazione dovrà colmare la capacità fiscale mancante, dovuta al fatto che il territorio debole ha redditi più bassi, o dovrà colmare invece il gettito mancante, che spesso dipende anche, in misura tutt`altro che trascurabile, dalla maggiore evasione fiscale. Esempio: il comune X ha un fabbisogno standard di 100, una capacità fiscale di 70, un gettito di 40 (perché l`evasione fiscale è molto alta). Il fondo perequativo gli assegna solo 30 (100-70=30) o gli assegna 60 (100-40=60)? Nel primo caso si crea un incentivo a combattere l`evasione fiscale, nel secondo caso l`evasione fiscale è premiata.

   Il primo meccanismo è virtuoso, ma difficile da mettere a punto perché presuppone la conoscenza della capacità fiscale di un territorio relativamente a uno specifico gruppo di imposte (quelle immobiliari, nel caso dei comuni). Il secondo meccanismo è vizioso, ma facile da applicare perché il gettito, a differenza della capacità fiscale, è perfettamente noto. Il rischio è che si vada verso una soluzione ibrida, in cui il meccanismo vizioso (basato sul solo gettito) viene corretto con un meccanismo premiale, che dà qualche contentino ai comuni che riescono a dimostrare di aver contribuito alla lotta all`evasione fiscale. Sarebbe una vera sciagura, se non altro perché la determinazione delle cifre spettanti a ogni comune – anziché essere automatica – avrebbe una componente negoziale molto rilevante, con conseguente aumento dell`arbitrarietà e dell`incertezza legate ai capricci della politica.

2 – Nodo della chiusura. Contrariamente al governo, non penso che il difetto principale della “finanza derivata”, ossia del sistema che è stato in vigore in Italia negli ultimi 40 anni, sia il peso eccessivo dei trasferimenti statali rispetto alle entrate proprie delle amministrazioni locali. E conseguentemente non penso che, riducendo i trasferimenti dal centro e aumentando i tributi locali, Regioni, Province e Comuni si metteranno in quadro. Il vero difetto del vecchio sistema, che potrebbe benissimo riprodursi nel nuovo, è la mancanza di un meccanismo automatico – fissato da una norma perentoria e inaggirabile – che specifichi come si chiudono i conti. Un meccanismo che escluda l`intervento salvifico dello stato centrale e obblighi l`amministratore locale responsabile del deficit a far pagare ai suoi cittadini un`imposta specifica, esplicitamente collegata al deficit stesso. Una sorta di “imposta di ripiano” (TdR), che scatta immediatamente e inesorabilmente dopo la pubblicazione del bilancio consuntivo di ogni anno. Un`imposta che potrebbe anche, in caso di avanzo di bilancio, capovolgersi in un`imposta negativa, ossia in un assegno (beneficio) staccato a ogni cittadino a certificazione del buon governo.

Conclusione? Nessuna, per ora. Solo la convinzione che senza numeri precisi, senza meccanismi automatici – primo fra tutti l`imposta di ripiano – la nostra fiducia nei benefici del federalismo fiscale resta un puro atto di fede. (Luca Ricolfi)

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FEDERALISMO COMUNALE, CEDOLARE SUGLI AFFITTI AL 20%

di Mario Sensini, da “Il Corriere della Sera” del 5/8/2010

Il federalismo fiscale fa un nuovo passo avanti. Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che, contestualmente all`abolizione dei trasferimenti dallo Stato centrale, attribuisce ai Comuni tasse proprie con le quali finanziare le spese.

   Ai municipi, dal 2011, andranno dunque tutte le imposte sugli immobili: quelle ipotecarie, di registro, di bollo, l`Irpef sui redditi fondiari e anche la cedolare secca sul reddito degli affitti. Nel 2014 arriveranno poi per i Comuni due nuove imposte: quella municipale principale, che si pagherà sul possesso ed il trasferimento degli immobili e quella municipale secondaria, opzionale, per assorbire i quasi 20 balzelli che gravano sulle attività commerciali.

   L`aliquota della cedolare, secca sugli affitti prevista al 25% dal testo entrato a Palazzo Chigi, secondo il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, sarebbe stata ridotta al 20%. II ministro dell`Economia Giulio Tremonti, che ieri ha escluso nuove correzioni ai conti pubblici sottolineando che «la crisi politica, se ci sarà, non avrà impatto», sta tuttavia facendo delle verifiche, e ha rimandato a oggi l`illustrazione dei dettagli tecnici del provvedimento, compreso il livello dell`imposta da pagare sui trasferimenti immobiliari che entreranno nella nuova Municipale. Anche in questo caso, secondo Calderoli, il governo avrebbe deciso un ritocco al ribasso rispetto al testo originario: si pagherebbe il 2-3% sulla cessione di un immobile adibito a prima casa, e l`8% su tutti gli altri cespiti.

   Dopo l`approvazione del governo, il decreto legislativo passa ora all`esame del Parlamento che dovrà esprimere un parere vincolante. Bisognerà quindi aspettare l`autunno per avere certezza sull`assetto definitivo del nuovo regime fiscale dei Comuni e sui tempi della sua attuazione. E in autunno arriveranno anche gli ultimi decreti attuativi del federalismo, cioè l`autonomia fiscale delle Province e delle Regioni e i costi standard della sanità regionale, dal quale il governo attende risparmi consistenti.

Secondo uno studio dei Cerm diffuso ieri, per inciso, se tutte le Regioni si conformassero allo standard delle cinque migliori (Lombardia, Veneto, Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna) ci sarebbe un risparmio di 4,3 miliardi. (…) (Mario Sensini)

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PER I COMUNI E’ DEBITO RECORD “TOCCATA QUOTA 62 MILIARDI”

di Francesco Basso, da “Il Corriere della Sera” del 7/8/2010

Sulle spalle di ogni cittadino pesa lo zaino dei debiti degli enti locali: 1.300 euro, di cui 1.100 è la quota per i Comuni, 200 per le Province. La Corte dei Conti ha analizzato la gestione finanziaria degli enti locali e delle Regioni per il biennio 2008-2009 e dalla relazione è emerso che il debito finanziario dei Comuni supera i 62 miliardi mentre quello delle Province è salito a 11,5 miliardi.

   Sul fronte delle Regioni, invece, tra quelle a statuto ordinario in 12 hanno rispettato i limiti del patto di stabilità, la Puglia non c`è riuscita nei due saldi, cassa e competenza, mentre la Campania e il Molise hanno sforato nel saldo di cassa. Virtuose le Regioni a statuto speciale, tranne la Sicilia per il saldo di cassa. I giudici contabili hanno rilevato che se per i municipi il rosso sale «limitatamente rispetto al precedente esercizio», per le Province invece «la crescita del debito è più spinta». E lanciano l`allarme sulla sostenibilità dei debiti dei Comuni, in quanto «parte dell`onere è coperto con risorse di natura straordinaria».

Dito puntato anche contro i debiti fuori esercizio, definiti una «patologia» che rischia di diventare un «evento fisiologico», nonostante la recente normativa abbia posto dei limiti e stabilito l`obbligo di denuncia alle procure della Corte dei Conti. Nel 2009, 68 Province e 1.550 Comuni hanno riconosciuto debiti fuori bilancio per 687 milioni di euro.

Insomma, la magistratura contabile certifica che nel 2009 la finanza locale ha «risentito degli effetti di un andamento dell`economia in forte calo», ma il peggioramento dei conti pubblici «ottiene spiegazione anche in altri fattori». E comunque, le risultanze di cassa dello scorso anno dimostrano nel complesso una situazione difficile per la finanza degli enti locali, che però appare «connotata da maggiore equilibrio». Province e Comuni risentono anche di un «deterioramento» delle entrate. Per la Corte dei Conti «resta sempre arduo Io stretto controllo della spesa corrente, ma l`assenza dei rinnovi dei contratti del personale contribuisce al contenimento». È in aumento il numero degli enti in disavanzo: i Comuni sono saliti da 63 a 82, assenti le Province.

   Tra i municipi non in regola figurano anche Alessandria, Pistoia, Viareggio, Caserta e Foggia. Le regioni con il maggior numero di Comuni in «rosso» sono il Lazio e la Campania (13), seguiti da Toscana, Calabria, Puglia e Sicilia (9). Appare invece circoscritto il fenomeno del dissesto da quando nel 1989 è stata introdotta la regola che impone agli enti di provvedere da soli al proprio risanamento. Tra l`89 e l’aprile 2010 sono 442 gli enti locali che hanno dichiarato il dissesto finanziario. Il maggior numero di dichiarazioni è avvenuto proprio a ridosso dell`entrata in vigore della legge, mentre dal 1998 non si sono mai avuti più di 5 casi all`anno.

   Nel 2010, fino ad aprile, erano due gli enti in dissesto nel Lazio, uno in Molise uno in Campania ma, alla stessa data, risultano 24 per i quali non è stato ancora presentato un piano di estinzione delle passività.

La Corte dei Conti, invece, parla di risultato «migliore del previsto» per le Regioni: l`indebitamento netto rispetto al Pil è sceso dallo 0,3% del 2008 allo 0,15% del 2009. È la sanità pubblica a incidere di più sulla finanza regionale assorbendo circa il 73% delle risorse. (Francesco Basso)

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LE ALLEGRE SPESE DELLE REGIONI IN BOLLETTA

di Mario Ajello, da “il Gazzettino” del 11/7/2010

     I governatori, quasi tutti, protestano. Ma le cifre non sono sempre dalla loro parte. E allora ci sarà da divertirsi quando – come deciso nell’incontro con Berlusconi – verranno monitorate, voce per voce, le spese delle Regioni.
      Si scoprirà che il Lazio in certi periodi ha speso seimila euro in caffè, cioè quattordici tazzine ad assessore in ogni singola seduta di giunta regionale. O che la Lombardia ha destinato seicentomila euro per festeggiare il Capodanno Celtico, e ha stanziato centoventimila euro per finanziare le «tradizioni orali delle donne del Garda». Mentre in Calabria esiste un’associazione degli ex consiglieri regionali – andati in pensione anche a 55 anni – che riceve ogni dodici mesi centocinquantamila euro e in Campania finora se la sono spassata assai i cosiddetti Mille. Non quelli di Garibaldi – il quale se avesse previsto Sprecopoli, lui che rifuggeva da ogni arricchimento personale, magari non avrebbe fatto l’Italia – ma l’esercito di assaggiatori di olio locale, esperti di panificazione artigianale, degustatori di mozzarelle, conoscitori insuperabili di mandolini tradizionali e altri consulenti d’imprescindibile rilevanza democratica cui il fine impero di Bassolino ha regalato onori e prebende adesso da riconsiderare con un bel taglio netto e definitivo.
      E se a ogni cittadino della Lombardia i dipendenti della Regione costano 21 euro all’anno, i siciliani pagano a testa 349 euro – quasi venti volte di più dei lombardi – per i propri impiegati pubblici. Per non dire della Regione Molise che ha speso 4 milioni di euro per la sede di rappresentanza a Roma, in via del Pozzetto, dove lavorano quattro impiegati.

   Non si tratta di dire che il Nord è virtuoso e il Sud sprecone, anche se spesso è così, visto che – per esempio – in Liguria una legge stabilisce che basta un anno di lavoro, non tre come sarebbe norma nazionale, perché i precari vengano stabilizzati. Ciò magari può anche essere giusto, ma 311mila euro, fra Ponente e Levante, per finanziare la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace forse sono un po’ troppi. Così come quelle diverse migliaia di euro donati dal Pirellone milanese al «Cinghiale: la forza e la conoscenza», ovvero una mostra dedicata, con l’aiuto della Regione e la standing ovation della Lega, all’animale sacro fra i celti.
      Si potrebbe continuare all’infinito, nell’elenco dei soldi buttati che fanno infuriare Tremonti, indignano le (rarissime) Regioni virtuose e penalizzano i cittadini ai quali – visto che anche fare le leggi costa – tocca pagare perfino l’esorbitante produzione normativa della Calabria. Dove il forno regionale ha lavorato a un ritmo così stakanovista che negli ultimi anni il numero delle leggi è lievitato del 222 per cento. Ecco, nella battaglia sulla manovra, gli enti locali – che comunque già stanno cominciando a tagliare e a razionalizzare innanzitutto le auto blu, su cui gli italiani sono particolarmente facili all’indignazione – hanno lanciato la sfida al governo: «Guarda pure dentro i nostri bilanci!». Che, in molti casi, è come un invito a vedere un film horror. (Mario Ajello)

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l’Osservatorio di ILVO DIAMANTI

ZAIA E I RISCHI DI UN FEDERALISMO SENZA AUTONOMIA

da “il Gazzettino” del 7/7/2010

   L’Osservatorio sul Nordest di Demos dedica l’indagine pubblicata dal Gazzettino al federalismo fiscale. (NDR: vedi i due articoli che seguono)

   Concepito dai cittadini del Nordest, ma soprattutto del Veneto, come il Federalismo e basta. La legge che garantisce autonomia e potere alle Regioni. Per questo emoziona maggiormente il Veneto, visto che le altre regioni del Nordest godono di uno statuto “speciale” e, dunque, di una autonomia altrettanto “speciale”. È indubbio che questo aspetto – la vicinanza con le Regioni autonome – ha contribuito, in origine, ad alimentare il consenso alla Liga Veneta. Un sentimento che potremmo definire di “deprivazione relativa” o, in modo meno tecnico ma forse più chiaro, di “invidia comparativa” che anima chi si sente “circondato” da contesti gratificati da un grado di autonomia molto più elevato.

   E da benefici e risorse che appaiono, piuttosto, privilegi. Non è un caso che proprio il Veneto, più di altre regioni del Paese, sia stato contagiato, negli ultimi anni, dal virus della “traslochite”. Così Gian Antonio Stella ha catalogato la volontà di tanti comuni veneti (spesso sancita da referendum con alti tassi di partecipazione e di consenso) di “traslocare”, appunto, nelle regioni confinanti. Ovviamente, non in Lombardia né in Emilia Romagna, ma, piuttosto, in Friuli-Venezia Giulia e, soprattutto, nelle province di Trento di Bolzano. Per motivi di interesse molto più che di identità.

   Anche per questo, forse: soprattutto per questo, alle recenti elezioni regionali il candidato della Lega, Luca Zaia, è stato eletto con oltre il 60% dei voti validi. Anche per questo, forse: soprattutto per questo, oggi gode di una fiducia prossima all’80% della popolazione (come ha mostrato l’Osservatorio sul Nordest alcune settimane fa).

   È che i veneti si attendono, finalmente, un’autonomia ampia e solida. Garantita da un governatore che ne ha fatto il suo progetto di bandiera. I dati confermano con chiarezza queste considerazioni. Il 42% dei veneti intervistati, infatti, ritiene che, quando il federalismo fiscale sarà avviato, si pagheranno meno tasse, mentre secondo uno su tre non ci saranno mutamenti eccessivi. Il 49%, inoltre, si attende un miglioramento dei servizi.

   La quota di chi è pessimista sugli effetti della riforma, peraltro, è molto limitata. Inferiore al 20%. Fra gli elettori del centrodestra, della Lega e di Zaia, tuttavia, l’ottimismo è molto più esteso. Coinvolge e galvanizza la maggioranza assoluta delle persone. L’aspettativa di migliorare il sistema fiscale e dei servizi è talmente interiorizzata da trasmettere la convinzione che la Regione abbia rafforzato, già ora, la propria posizione nel rapporto con lo Stato centrale.
   Questi pochi dati contengono, per il governo e per il Governatore veneto, una buona e, al tempo stesso, una cattiva notizia. La buona notizia è riassunta dal largo consenso di cui oggi essi godono. Sia il governo sia il Governatore, dunque. Insieme alle politiche che caratterizzano la strategia delle Lega. Nel Nord e a Roma.

   Oggi il Federalismo è davvero una bandiera intorno a cui si mobilitano i cittadini, (quasi) tutti. Non solo le componenti fedeli e militanti. Il Federalismo appare come la Terra Promessa. Un Veneto autonomo, in uno Stato federale.

   La cattiva notizia è suggerita dagli stessi dati e dagli stessi orientamenti. Visti, però, da una altra prospettiva. L’entusiasmo con cui si attende l’avvento del Veneto Autonomo. Come la Baviera e la Catalogna. Come le regioni confinanti. Tanto entusiasmo rischia di provocare tanta delusione e tanto distacco. Soprattutto in questa fase, in cui la crisi globale dell’economia e della finanza costringe il governo a controllare e a ridurre i bilanci, ma anche le possibilità di spesa dei governi locali. Dei Comuni e prima ancora delle Regioni.

   Con il rischio di delineare un federalismo senza autonomia, che impone alle Regioni di aumentare la pressione fiscale sui cittadini per continuare a svolgere non “nuovi”, ma gli “attuali” servizi.

   Un federalismo oneroso. Potrebbe creare problemi alla Lega che governa il Veneto. In primo luogo: perché governa anche a Roma ed è difficile, per questo, spostare l’insoddisfazione dei cittadini su altri bersagli. (È il prezzo del successo, in fondo.) In secondo luogo: perché attese tanto grandi potrebbero generare delusione altrettanto grande, anche se soddisfatte parzialmente. Figurarsi se comportassero costi invece di benefici. Sarebbe una nemesi per la Lega federalista e indipendentista. Vedersi sfidata dalla – e, a sua volta, sfidare la – Lega di governo. (Ilvo Diamanti)

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IL FEDERALISMO CHE PIACE, MENO TASSE E PIU’ SERVIZI

– Il 61% a Nordest si sente “considerato” dallo Stato come un anno fa. Il 15% di più –

di Natascia Porcellato, da “il Gazzettino” del 7/7/2010

   Il federalismo fiscale? Porterà meno tasse e servizi migliori. Queste le aspettative della popolazione nordestina rispetto alla riforma approvata l’anno scorso e in via di attuazione in questi mesi. L’Osservatorio sul Nord Est, curato da Demos per Il Gazzettino, si occupa oggi delle aspettative create dalla legge che dovrebbe rivoluzionare i rapporti tra centro e periferia in Italia. In un momento in cui la maggioranza dei nordestini si sentono considerati come (61%) o più (15%) di un anno fa dallo Stato, secondo il 40% degli intervistati, con il nuovo sistema a regime, si pagheranno meno tasse, mentre per uno su tre non ci saranno mutamenti. Dal 46%, poi, è atteso un miglioramento della qualità dei servizi, e il 34% ritiene proseguiranno gli standard attuali.
      Le contestazioni di questi giorni di presidenti di Regione e sindaci rispetto ai tagli dei trasferimenti previsti dal Ministro Tremonti sono state violente. Anche i governatori politicamente appartenenti all’attuale maggioranza hanno espresso il loro malcontento per una scure che rischia di mettere a repentaglio i servizi erogati dalle regioni.
      I dati presentati oggi da Demos suggeriscono alcuni dei possibili motivi di questa contrapposizione: in quest’area, l’attesa del federalismo ha portato ad alzare le aspettative e a consideralo una sorta di “panacea di tutti i mali”. Il 40% dei nordestini, infatti, si attende una riduzione dell’imposizione fiscale quando il sistema federale sarà in vigore. Un altro 35%, più cauto, prevede rimanga invariata. Residuale la quota dei pessimisti: solo il 18% teme un innalzamento delle tasse. L’argomento squisitamente politico di oggi vede arrivare proprio dall’orientamento politico le indicazioni più interessanti. Così, sono soprattutto gli elettori di Pdl (56%) e Lega Nord (52%) ad attendersi una riduzione dell’imposizione fiscale, mentre è tra i sostenitori dei partiti all’opposizione -Pd, Idv, Udc, partiti della sinistra radicale- che osserviamo un atteggiamento meno ottimista.
      Anche sul fronte dei servizi prevale un’aspettativa positiva: il 46% si attende un miglioramento, e a questo possiamo affiancare il 34% che ritiene non ci saranno mutamenti. In questo caso, sono soprattutto gli elettori di Pdl (60%), Lega Nord (62%), e Udc (51%) ad attendersi servizi migliori. Su posizioni più critiche i sostenitori di Pd, Idv, Prc-Pdci e Sel.
      Le stesse divisioni politiche osservate per le attese sul federalismo le possiamo ritrovare anche nella percezione di interessamento dello Stato per le regioni nordestine nell’ultimo anno. Tra gli elettori di Pdl e Lega Nord, infatti, sono più consistenti quanti ritengono che l’attenzione verso la propria regione sia cresciuta o rimasta com’era, mentre l’orientamento appare più negativo tra i sostenitori dei partiti dell’opposizione.
      In questo contesto, il Veneto appare un punto di osservazione particolarmente interessante. Unica regione a statuto ordinario dell’area, ha da poco eletto alla sua guida Luca Zaia, uno dei principali esponenti regionali della Lega Nord, sostenuto, anche dopo la sua elezione, da un grande consenso popolare. Con il federalismo fiscale, il 42% dei veneti si aspetta di pagare meno tasse, mentre per il 49% miglioreranno i servizi. E tra quanti giudicano positivamente Luca Zaia e la sua giunta, queste tendenze appaiono ancora più marcate: il 52% si attende una riduzione delle tasse, mentre per il 55% cambieranno in meglio i servizi. Stretta tra tagli e aspettative, la sfida, per il neo-governatore, appare ardua.

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“SARA’ UN INVESTIMENTO, NON UN COSTO: FUNZIONA”

da “il Gazzettino” del 7/7/2010

Bortolussi (Cgia): «Sistema a regime nel 2016-2017. Tutti gli stati federali hanno meno spesa pubblica»

   Da qualche decennio è uno dei più attenti ed esperti osservatori del tessuto imprenditoriale del Paese e, soprattutto, del Nordest. Ed è proprio a Giuseppe Bortolussi, direttore della Cgia di Mestre, che ci siamo rivolti per esplorare i risultati del sondaggio Demos di questa settimana.
I dati corrispondono alla percezione del sentire comune di una delle aree produttive più dinamiche della penisola?
“Credo di sì. In effetti le attese in materia di federalismo fiscale sono molte. Nel nostro territorio, più che altrove del resto, è molto spiccata la voglia di autonomia così come la possibilità da parte degli amministratori locali di poter esercitare una maggiore capacità di spesa”
Aspettative che dovranno rimanere tali a lungo? Cosa ne pensa dei tempi di attuazione?
“Dopo il decreto sul federalismo demaniale presentato nelle settimane scorse, nei prossimi giorni dovrebbero essere presentati quello sui costi standard e quello relativo alla tassa unica sugli immobili. Comunque, così come previsto dalla legge nazionale approvata l’anno scorso, tutti i decreti attuativi dovranno essere approvati entro il mese di maggio del 2011. Dopodichè, occorreranno almeno altri 5 anni per far giungere a regime la riforma. Insomma, se non ci saranno problemi particolari, il federalismo fiscale sarà a regime tra il 2016 e il 2017”.
Troppe speranze di rinascita nel Federalismo?
“La fiducia che i cittadini ripongono in questo percorso legislativo di trasformazione ed evoluzione è davvero molto elevata. In particolar modo in Veneto che, grazie ad un serio federalismo fiscale, dovrebbe ridurre il suo residuo fiscale – ovvero la differenza tra quanto versa allo Stato centrale in termini di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali e quanto riceve con i trasferimenti – attualmente pari ad oltre sei miliardi di euro all’anno”.
Sarà realmente il punto di svolta che premierà le regioni virtuose?
“Sono convinto che il federalismo fiscale sia un investimento e non un costo: se riuscirà a coniugare solidarietà, responsabilità ed autonomia, consentirà a questo Paese di tagliare gli sprechi, gli sperperi e le inefficienze, perché avvicinerà la spesa pubblica ai cittadini che avranno la possibilità di controllare più da vicino l’operato dei propri amministratori. Resta un pericolo: la riforma non sarà, come sostiene qualcuno, a costo zero per i territori. Ci saranno alcune aree del Paese che, a lungo andare, riceveranno meno trasferimenti dallo Stato centrale e saranno chiamate ad essere più virtuose, magari aumentando le tasse locali. Per questo c’è il rischio che la riforma venga annacquata per difendere gli interessi di chi, nei fatti, teme questa riforma”.
Parliamo di tasse.
“In linea teorica con il federalismo fiscale si avrà anche un livello di tassazione più contenuto. E’ ormai assodato che in Italia si potrà diminuire strutturalmente il carico fiscale, oggi estremamente pesante, solo se si ridurrà la spesa pubblica. Le esperienze internazionali ci dicono che in Europa gli Stati Federali hanno una spesa pubblica più contenuta dei paesi centralisti e, conseguentemente, anche un livello di tassazione minore”.
Tanti i buoni auspici anche sul fronte dei servizi.
“Gli enti locali avranno più risorse economiche a disposizione perché potranno trattenere sul territorio una quota maggiore di tasse e di imposte attualmente versate all’erario dai loro residenti. Questo imporrà ai Sindaci, ai Presidenti di Regione e di Provincia di spendere di più e meglio di quanto possano fare adesso. Grazie al federalismo, i cittadini avranno un maggiore potere di controllo sull’operato dei loro amministratori e, attraverso il proprio voto, penalizzeranno coloro che non avranno governato bene. Per questo, è presumibile che il livello dei servizi offerti al cittadino, dovrebbe migliorare sensibilmente”.

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PARLIAMO D’ALTRO (MA NON TANTO)

BUSSOLE di Ilvo Diamanti

UN GOVERNO “GEOGRAFICAMENTE SCORRETTO”

   Può apparire una sindrome maniacale, la mia insistenza sulla geografia. Eppure non mi capacito della disattenzione sull’argomento. Tanto più da parte di questa maggioranza e di “questo” governo. Che, come rammenta Gino De Vecchis, Presidente dell’Associazione Italiana Insegnanti Geografia, ha sensibilmente ridimensionato la materia nei diversi indirizzi delle scuole superiori.

   Infatti, la geografia è stata eliminata del tutto dagli Istituti Professionali, mentre negli Istituti Tecnici è rimasta solo nell’Indirizzo economico (con decurtazioni di orario). Nel biennio dei Licei, infine, è stata accorpata con la Storia antica (tre ore insieme).
   Insomma, l’idea implicita  –  anzi, esplicita –  nelle scelte del legislatore è che la geografia non serva. Che non sia, comunque, un bene primario ma, semmai, voluttuario. Come il dessert a fine pranzo. A cui si può rinunciare, con beneficio per il peso. Non torno a ripetere quel che ho già scritto altre volte, sulla geografia, come scienza dei confini: del territorio, della società, della persona. Dell’identità.  Per non apparire noioso. E un po’ maniaco (anche se, indubbiamente, un po’ lo sono).

   Però  fatico a capire un provvedimento del genere da parte di “questo” governo. Di “questa” maggioranza.  La più “geograficamente” definita di ogni epoca. A partire, ovviamente, dalla Lega Nord. Poi il PdL. Che somma Forza Italia. E Alleanza Nazionale.  Più che una coalizione, un catalogo di definizioni e di appartenenze riferite al territorio. La Lega, in particolare. Più del Nord, da tempo, evoca la Padania. Come potrà spiegare di che si tratta, senza chiarirne i confini? Dove comincia e dove finisce? E quando invoca il modello “catalano! oppure “bavarese”: come riuscirà a chiarire, a un popolo di geo-analfabeti, che di Comunità autonome della Spagna e di Länder tedeschi si tratta – e non (appunto) di dessert?
   Poi: il “federalismo”. Per la Lega, più che un progetto, il Progetto. Anzi, un’ideologia. Il Federalismo come la Riforma delle riforme. Che, ai contesti regionali, garantisce poteri, competenze, identità. Come crederci davvero, quando il governo riduce loro le risorse? Se inibisce la geografia? (Che sta al federalismo come la televisione sta a Berlusconi).
   Insomma, se perfino questo governo – fondato sul territorio (e sui media) – dimentica la geografia, allora: non c’è più speranza per noi. Individui etero-diretti da navigatori satellitari e GPS. Viaggiatori sperduti in un mondo di non-luoghi senza nome. Un movimento immobile. Da un aeroporto all’altro. Da un villaggio turistico all’altro. Spaesati in un paesaggio sempre più devastato e devastante. Impegnati a divincolarsi da una rotatoria all’altra.
   Non c’è più speranza. Non c’è più senso. Anche i “marchi” delle mie rubriche, ispirati alla geografia e al territorio: Mappe, Bussole, Atlanti. Rischiano di diventare incomprensibili – oltre che inattuali. Al più: reperti di antiquariato. Meglio ricorrere ad altre metafore, meno consumate. Più trendy. Chessò: Tagli, Ritagli, Rimozioni. Perché oggi l’importante non è trovare e ritrovarsi, ma risparmiare. Senza troppi interrogativi. Adeguiamoci. (Ilvo Diamanti- 1° luglio 2010)

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L’ITALIA SI DIVIDE IN QUINTA ELEMENTARE

di Mario Baudino, da “la Stampa” del 11/8/2010

L`Invalsi: a scuola i bambini di Nord e Sud partono alla pari, ma il divario cresce di anno in anno

   La matematica? Da dimenticare. O meglio, sono proprio le conoscenze matematiche quelle che più facilmente scompaiono, anche in tempi brevissimi, si azzerano, svaniscono dalla testa dei ragazzi. In quinta elementare la conoscevano abbastanza bene, per quel poco che dovevano sapere, in prima media non ricordano più nulla. In terza media avevano tutta una serie di conoscenza specifiche, al primo anno delle superiori le hanno perse, e bisogna ricominciare da capo.

   Non è colpa delle estati bollenti, ma di un meccanismo assai complesso che da una parte riguarda sì l`insegnamento, ma dall`altra la motivazione, il grado di fiducia nella scuola e in ciò che si impara da parte degli alunni. È una vecchia storia nella tradizione italiana, forse dovuta all`impronta data alla nostra cultura dalla riforma Gentile, e spesso confermata dalle indagini sull`apprendimento scolastico.

   Una riprova è nel rapporto che pubblica oggi l`Invalsi. L`istituto per la valutazione dei risultati scolastici ha condotto un test sugli apprendimenti di italiano e matematica nelle classi seconda e quinta elementare, e nella prima media. I risultati sono più o meno quelli che ci si poteva attendere, perché ovviamente non si discostano molto dai precedenti, e da indagini simili.

   Quel che colpisce, però, è che italiano e matematica vanno a braccetto, almeno per un po`, e poi si lasciano, forse per sempre, come due partner insoddisfatti. All`inizio, siamo tutti uguali: in seconda elementare ci sono 61 risposte corrette su 100 per l`italiano, e 56,7 per la matematica; poi la forbice si allarga, e la differenza diventa di cinque punti in quinta, di dieci in prima media.

   E’ l`effetto-dimenticanza, lo stesso che in parte vale, nel campo dell`italiano, per la grammatica. Nei giorni scorsi si è letto il rapporto Invalsi sulla prova nazionale effettuata nel quadro degli esami di terza media come la certificazione di una Caporetto proprio della grammatica. In realtà, al di là dei sensazionalìsmi, la bassa percentuale di risposte esatte indica solo una conoscenza media piuttosto bassa. E evidente che una risposta giusta su tre non significa che uno studente su tre non conosce la grammatica. Lo stesso vale per la matematica.

   E se si incrociano i dati regione per regione, si vede che la vera forbice è, ancora una volta, tra Nord e Sud. Al Nord le cose vanno molto meglio, e soprattutto i risultati sono più omogenei, mentre al Sud c`è una forte diversità anche all`interno delle singole regioni. C`è anche un caso curioso: la Puglia che è vicina alla media nazionale in italiano, ma non in matematica. Patria di grandi oratori… Per il resto, come c`era da attendersi, svettano Piemonte e Lombardia, Trentino e Friuli Venezia Giulia, e il Veneto, che però eccelle in italiano.

   In generale anche i dìstacchi in positivo dalla media nazionale non sono particolarmente significativi per quanto riguarda la matematica. La domanda s`impone: siamo noi che proprio non la vogliamo studiare, o è la scuola che non riesce a insegnarcela? Se, come si è visto, nella seconda elementare ci sono regioni che hanno addirittura un ritardo in italiano e un vantaggio in matematica (sempre rispetto alla media nazionale), nella quinta sono solo tre, in prima media zero. Il quadro che dipinge l`Invalsi non è purtroppo molto promettente: fatta eccezione per Abruzzo e Basilicata, alla fine tutte le regioni meridionali hanno risultati significativamente più bassi della media nazionale. E nelle Isole va anche peggio.

   Il divario si amplia mano a mano che gli alunni procedono negli studi e diventano grandicelli: le regioni settentrionali partono più avvantaggiate (soprattutto per quanto riguarda l`italiano) e i risultati tendono a migliorare nel corso degli anni; al contrario quelle meridionali perdono progressivamente terreno sia in italiano sia in matematica, dove peraltro già in seconda primaria sono sotto di qualche punto. Si assiste così a quello che sembra un paradosso, ma purtroppo non lo è: proprio nel momento piuttosto cruciale in cui si lasciano le elementari per il nuovo ciclo di studi, le distanze dalla media nazionale di italiano e matematica di una stessa regione tendono a diventare molto più simili. Chi va bene, va sempre meglio, chi va male peggiora irrimediabilmente.

   Non è che ciò avvenga solo nella scuola: ma certo se avviene nella scuola, può spiegare piuttosto bene come mai il fenomeno si verifichi in modo sempre più evidente nell`intera società italiana, e in tutti campi, non solo in quello del sapere.

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popoli della penisola: dal VII secolo avanti Cristo alla colonizzazione romana del III secolo avanti Cristo
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