QUOTE LATTE – l’agricoltura (e i consumi) che devono cambiare: grandi, medie e piccole aziende agricole, unite ai consumatori, accomunate dallo stesso obiettivo: dare priorità alla qualità, alla salute (e al recupero del rapporto intimo e sacro con gli animali e la terra)

L’Alpeggio - Il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche superiori e viene spesso utilizzato per la produzione di formaggi o altri alimenti di grande qualità, e legati al territorio ed alle tradizioni locali

    Cerchiamo di spiegare cosa sono le quote latte. Tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso l’orientamento delle politiche agricole europee si é invertito a causa dell’eccesso di offerta generato dai miglioramenti delle tecniche colturali e i conseguenti incrementi di produttività. Prima, nei decenni dell’immediato dopoguerra c’era, in Europa, “FAME” nel senso vero della parola (carenza di produzione agricola e di consumo per le persone): dagli anni settanta c’è stato il problema della sovraproduzione agricola che rischiava, a sua volta di far morire l’agricoltura dei paesi europei per troppa produzione (e di conseguenza prezzi al mercato irrisori: la legge della domanda e dell’offerta non sempre funziona in modo virtuoso; o non la si fa funzionare in modo virtuoso). 

   Dal che sono nate nel 1984 le QUOTE LATTE: cioè si è previsto il controllo e la limitazione su quelle produzioni (di latte) commercializzate in eccesso rispetto ad una quota individuale di riferimento assegnata ad ogni produttore. Le quote nazionali sono state (e tuttora vengono) ripartite tra gli allevatori su base individuale ed a titolo gratuito. Gli allevatori possono poi comprare o affittare da altri produttori le quote che danno diritto a produrre una certa altra quantità di latte. Superata la propria soglia coperta dalle quote in possesso, bisogna però versare un contributo proporzionale all’eccedenza, che così, in modo discutibile, erroneo, viene chiamato MULTA (questo contributo). 

   Nel 1984 é stato, dunque, introdotto il sistema delle quote latte con l’obiettivo di contenere la produzione, invertire la tendenza al ribasso del prezzo del latte e così garantire una buona redditività agli allevatori: è vero che i consumatori pagavano di più il prodotto; ma è pur vero che così si garantiva, almeno nelle intenzioni, la sopravvivenza di forme agricole di qualità, come quella di montagna (il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche di grande qualità) e in genere quelli allevamenti in zone svantaggiate, magari molto lontane dalla commercializzazione (senza l’incremento dei prezzi attribuibile al regime delle quote latte, difficilmente gli allevamenti in queste aree geografiche “difficili” sarebbero sopravissuti). 

   Pare che l’errore di fondo nelle quote assegnate all’Italia (per limitare le eccedenze) lo abbia fatto l’Istat, o forse gli agricoltori-allevatori stessi, che nel censimento del 1981 (preso a base dalla Comunità Europea) l’Italia risultava non avere eccessi interni di produzione di latte, essendo l’offerta pari a circa il 60 per cento del fabbisogno nazionale. Molti produttori hanno contestato l’attendibilità delle cifre relative alla produzione di latte nel 1981 sostenendo che è stata sottostimata la produzione effettiva (è probabile che tale rilievo di sottoproduzione, e non di eccesso rispetto al fabbisogno, è dovuto alla tradizione italica di “fare in nero”, cioè non dichiarare mai “il giusto”). Sta di fatto che per trent’anni l’Italia è stata vincolata a produrre meno latte di quanto richiesto dal mercato interno. Tutto questo meccanismo delle quote latte viene qui assai bene spiegato nei primi due articoli che seguono ripresi dal sito-newsletter www.Lavoce.info . 

   Resta comunque che il sistema di limitare le eccedenze produttive voluto con le quote latte, non ha funzionato, in Italia (anche, come abbiamo detto, per difetto di “dichiarazione della produzione” all’origine), ma anche in Europa. L’agricoltura europea è in difficoltà in molti paesi. E in Italia è emblematico che proprio il settore del latte era (ed è) nel pieno di un decadimento con un numero di allevamenti da oltre 200.000 nel 1980 ai circa 40.000 di oggi. Una razionalizzazione eccessiva, abnorme: le piccole stalle si riducono sempre più, e gli allevamenti intensivi si confrontano con le difficoltà di regolamenti (peraltro secondo noi corretti, imposti dall’UE) di limitazione (nei campi) dello smaltimento dei liquami (bisognerebbe tornare ad aie, ora tecnologiche, di smaltimento per ciascuna azienda). 

   E la qualità del latte è sempre più scadente, “depurato” com’è il prodotto della parte migliore per fare altri prodotti (yogurt etc). E spesso con gli animali trattati a mo’ di lager (cosa che dovrebbe farci di più riflettere sul nostro rapporto con il mondo animale, e conoscere meglio la provenienza di quel latte che consumiamo). E gli allevamenti in montagna, i più “naturali” (anche per gli animali) e con un prodotto alimentare migliore, a poco a poco soccombono pure loro all’abbandono totale di ogni forma agricola nelle aree di montagna e mezza montagna. 

   Quel che sembra far resistere l’agricoltura italiana è la sua caratteristica di essere ancora in presenza di aziende medio-piccole, ancora ben legate al territorio (altri stati, che han preso a modello l’agricoltura e l’allevamento intensivo di tipo americano, un’agricoltura da poter fare, come sembrava, “senza contadini” ora  stanno peggio). 

   Ma l’attuale caduta vertiginosa dei prezzi agricoli all’ingrosso fa pensare che, se il sistema agricolo non “cerca la qualità”, stringendo un patto forte con i consumatori per prodotti sani e buoni (e qui il biologico, i prodotti tipici, etc. sono un marchio e un obiettivo per la qualità…), solo così potrà avere un futuro in grado di reggere senza problemi alla globalizzazione industriale dei prodotti, che ha il suo elemento adesso dominante nella diffusione della ricerca chimico-scientifica in agricoltura per specie nuove appettibili al mercato e a basso costo (come sono gli OGM, organismi geneticamente modificati, vera cultura di derivazione delle farmers americane per un’agricoltura capitalistica “senza contadino”). 

   E’ pur vero che la tentazione del facile profitto sta trasformando zone agricole italiane in aree ad alto tenore tossico, di inquinamento inusitato: vigneti, in aree pregiate per il marchio di origine, dove si distribuiscono anticritogrammici in gran quantità con elicotteri (con le popolazioni, i contadini, i bambini, tutti, che se li respirano… e la terra sempre più sterile perché avvelenata e “usata” a dismisura). 

   E il contadino deve tornare ad essere tra quelle categorie di mestiere che “hanno in mano” la nostra salute, collettiva e personale. E che “produzione agricola” e “consumo alimentare” dovranno essere inscindibili; con un agricoltore in grado di seguire la filiera del prodotto dalla terra alla tavola. 

   Se è bene che l’Europa si coordini nelle politiche dei prodotti agricoli e da allevamento (come il latte), e che ci sia (a macchia di leopardo, dove geograficamente conviene) possibilità di sviluppi agricoli multipli, non monocolture; dall’altra è necessario che l’agricoltura e i suoi prodotti-alimenti così indispensabili alla vita (come è appunto il latte) siano la priorità assoluta delle nostre comunità. 

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QUOTE LATTE: UN PASTICCIO EUROPEO 

di Stefano Castriota e Marco Delmastro, da www.Lavoce.info del 05.08.2010  

– In Italia vi sono oggi circa 40.000 produttori di latte sparsi su tutto il territorio nazionale, ma con forti concentrazioni nella Pianura Padana 

I NUMERI DEL LATTE 

   In Italia la produzione di latte ammonta ad oltre 10,8 milioni di tonnellate ed il suo valore si aggira intorno ai 5.019 milioni di euro (dati Ismea). Quando si parla di latte, però, non bisogna pensare solamente alla materia prima: la filiera produttiva è, infatti, costituita anche da migliaia di aziende che operano nei sottosettori del burro, del formaggio e dello yogurt. Con 14.380 milioni di euro di fatturato l’industria lattiero-casearia si colloca al primo posto nel settore alimentare italiano (con il 13% dei ricavi totali).
   La produzione di latte, come quella di molti altri prodotti agricoli, è stata oggetto di regolamentazione da parte dell’Unione Europea attraverso varie leggi emanate all’interno dell’Organizzazione Comune dei Mercati (OCM). L’obiettivo di questi interventi era contenere la produzione ed evitare squilibri tra domanda ed offerta (1)

   Se, infatti, inizialmente l’obiettivo della Politica Agricola Comune (PAC) negli anni cinquanta e sessanta era favorire la crescita delle aziende agricole degli Stati membri, nei decenni successivi l’orientamento si è invertito a causa dell’eccesso di offerta generato dai miglioramenti delle tecniche colturali e i conseguenti incrementi di produttività (2)

   La domanda di prodotti lattiero-caseari ha, inoltre, subito spesso una contrazione dovuta al rallentamento della crescita della popolazione e al suo progressivo invecchiamento che hanno modificato i consumi alimentari provocando una diminuzione, ad esempio, degli acquisti di latte. La comparsa dell’olio d’oliva nei mercati dell’Europa settentrionale e una migliore educazione alimentare hanno, invece, inciso negativamente sul consumo di burro. 

UN MECCANISMO CONTORTO 

   Già alla fine degli anni sessanta risultava evidente che il settore era caratterizzato da squilibri di produzione. Negli anni settanta sono stati introdotti un regime di premi per la non commercializzazione del latte e la riconversione delle mandrie bovine, nonché un prelievo di corresponsabilità gravante in maniera uniforme su tutti i quantitativi di latte consegnati alle latterie. 

   Queste misure si sono però dimostrate onerose ed inefficaci. Il sistema del prelievo di corresponsabilità è stato abbandonato in favore del sistema delle quote latte, che prevede un prelievo supplementare gravante solamente su quelle produzioni commercializzate in eccesso rispetto ad una quota individuale di riferimento assegnata ad ogni produttore. Nel 1984 é stato, dunque, introdotto, con il convinto sostegno di molti paesi (tra i quali spicca la Francia), tale sistema con l’obiettivo di contenere la produzione, invertire la tendenza al ribasso del prezzo del latte e garantire una buona redditività agli allevatori.
   Come spesso accade con la PAC, gli interessi degli agricoltori sono stati anteposti a quelli dei consumatori i quali, con una politica di restrizioni dell’offerta, hanno pagato dei prezzi tenuti artificialmente elevati. L’unico possibile beneficio per i consumatori é rappresentato dalla tutela degli allevamenti in montagna e nelle zone svantaggiate i quali, senza l’incremento dei prezzi attribuibile al regime delle quote latte, difficilmente potrebbero sopravvivere

   Dato che il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche superiori e viene spesso utilizzato per la produzione di formaggi (ad es. l’Asiago) o altri alimenti di grande qualità e legati al territorio ed alle tradizioni locali, si sostiene che una pressione al ribasso del prezzo del latte causato dall’abolizione delle quote nel 2015 (3) rischierebbe di far scomparire alcune produzioni di pregio.
   A tal riguardo, però, non risulta difficile immaginare misure di sostegno alternative e mirate specificatamente ad alcuni produttori svantaggiati o ad alcuni prodotti di particolare pregio. In particolare, la politica delle denominazioni dei prodotti agricoli, se ben attuata, può, da un lato, garantire sostegno alle produzioni di qualità senza, dall’altro lato, introdurre meccanismi regolamentari invasivi nella formazione dei prezzi e nell’incentivazione degli investimenti. In sostanza, le denominazioni incidono sul funzionamento del mercato, ma solo nell’ottica di correggere un fallimento del mercato stesso dovuto all’elevata asimmetria informativa esistente tra produttori e consumatori. 

IL CASO ITALIANO 

   Con il Regolamento (CE) 856/1984 ad ogni Stato membro é stata assegnata una quota nazionale, calcolata sulla base dei censimenti del 1981 ed aumentata dell’1 per cento. Sfortunatamente per l’Italia, però, nel 1981 il nostro Paese era l’unico all’interno della Comunità Europea a non registrare alcun eccesso di produzione, essendo l’offerta pari a circa il 60 per cento del fabbisogno nazionale. 

   Molti produttori hanno contestato l’attendibilità delle cifre relative alla produzione di latte nel 1981 sostenendo che queste hanno ampiamente sottostimato la produzione effettiva. Difficile sapere quale possa essere stato il margine d’errore dal momento che il settore del latte era (ed é) nel pieno di un processo di razionalizzazione che ha portato il numero di allevamenti da oltre 200.000 nel 1980 ai circa 40.000 di oggi. 

   Molti allevamenti avevano in realtà non più di cinque vacche e vendevano i propri prodotti nel mercato nero (4). Di questo non si può certo incolpare l’Istat che, inoltre, ha incrociato i dati delle proprie rilevazioni con quelli sulla consistenza del bestiame in possesso dei veterinari. Se, dunque, la produzione effettiva è stata quasi certamente sottostimata nel 1981, con ogni probabilità non lo è stata di molto, essendo stati censiti tutti i grandi allevamenti.
   Ad ogni modo, per trent’anni l’Italia è stata vincolata a produrre meno latte di quanto richiesto dal mercato interno, il tutto per rispettare un regolamento volto a contenere gli squilibri imputabili agli altri Paesi dell’Unione. Questo sistema si è, pertanto, rilevato del tutto inefficiente perché ha impedito la libertà di iniziativa economica dei produttori di latte, conservando lo status quo della produzione di latte in Europa ai valori del 1981 (salvo le piccole modifiche alle quote nel corso degli anni), e ha danneggiato sensibilmente i consumatori europei. 

(Stefano Castriota e Marco Delmastro) 

(1)Obiettivo principale del regime è ridurre il divario tra l’offerta e la domanda nel mercato del latte e dei prodotti lattiero-caseari e le conseguenti eccedenze strutturali per conseguire un migliore equilibrio del mercato”, pag. L 270/123, comma (3) del Reg. (CE) 1788/2003. Il regolamento é consultabile a questo sito internet.
(2) Dal 1957 al 1968 gli obiettivi perseguiti dalla PAC erano: (1) aumentare la produttività nell’agricoltura; (2) garantire un livello di vita e reddito equo agli agricoltori; (3) stabilizzare i prezzi; (4) garantire la stabilità degli approvvigionamenti; (5) garantire prezzi ragionevoli ai consumatori. Negli anni successivi il peso attribuito al primo obiettivo è diminuito a vantaggio del secondo ed a danno del quinto.
(3)Il regime delle quote é stato istituito nel 1984 e prorogato varie volte, l’ultima delle quali con il Regolamento (CE) 1788/2003 per ulteriori 11 anni. L’orientamento prevalente oggi è di non prorogare più il sistema delle quote. Dunque, salvo sorprese dell’ultima ora, nel 2015 il mercato del latte dovrebbe essere finalmente liberalizzato.
(4)A pag. 14 della Relazione 3/2002 della Corte dei Conti è riportato quanto segue: “In effetti, all’inizio degli anni ’80 l’Italia presentava un sistema zootecnico estremamente frammentato e contraddistinto da una forte dicotomia strutturale, con un numero di aziende efficienti – con dimensione economica paragonabile ad altri sistemi zootecnici della Comunità – ed una frangia numerosissima di piccoli allevamenti con una consistenza di vacche inferiore alle cinque unità. Ne derivava una sostanziale difficoltà a conoscere in maniera precisa e sistematica i dati sulla evoluzione delle produzioni e delle strutture produttive, considerando anche che soprattutto le piccole imprese ricorrevano a forme di vendita diretta, senza alcuna contabilità e con la tendenza a sottostimare la reale entità della produzione commercializzata per evitare che la rilevazione dei dati statistici fosse eventualmente impiegata a fini fiscali”. La Relazione è consultabile su questo sito internet

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QUOTE LATTE: UN PASTICCIO NOSTRANO 

di Stefano Castriota e Marco Delmastro, da www.Lavoce.info del 5/8/2010  

   Il sistema delle quote latte, stabilito dall’UE, ha come obiettivo ridurre lo squilibrio tra domanda e offerta. Nel corso degli ultimi 25 anni molti produttori italiani hanno consapevolmente superato il tetto massimo delle quote assegnategli dall’UE. Solo una minima parte delle multe sono state effettivamente pagate dagli allevatori. I contribuenti italiani hanno, invece, già pagato 1,87 miliardi di euro per i prelievi relativi al periodo 1984-1996. I restanti 2,5 miliardi devono essere pagati dai coltivatori, a meno di non voler far scattare una procedura d’infrazione da parte dell’UE. 

   Le quote nazionali, modificate periodicamente dall’UE, vengono ripartite tra gli allevatori su base individuale ed a titolo gratuito. Gli allevatori possono poi comprare o affittare da altri produttori le quote che danno diritto a produrre una certa quantità di latte. Superata la propria soglia bisogna versare un prelievo proporzionale all’eccedenza. 

   Questo contributo, che molti definiscono “multa”, si chiama in realtà “prelievo supplementare” (1): infatti, le aziende possono produrre il quantitativo che vogliono, ma se eccedono il limite stabilito devono pagare un differenziale tale da scoraggiarne la produzione. Chi ha prodotto eccedenze, dunque, lo ha probabilmente fatto nella piena e totale consapevolezza: alcuni non hanno mai comprato le quote latte, altri le hanno sistematicamente superate. Chi ha commesso piccoli errori deve pagare poche migliaia di euro, ma è difficile trovare giustificazioni convincenti per produttori che devono versare allo Stato italiano svariati milioni di euro

LE “MULTE”: UN PROBLEMA QUASI ESCLUSIVAMENTE ITALIANO 

   Il problema dello sforamento delle quote è quasi esclusivamente italiano: nel 2008, l’80 per cento delle “multe” ha riguardato il nostro Paese (2). Se si sommano tutti i prelievi supplementari dovuti dagli allevatori italiani dal 1984 ad oggi si giunge alla sbalorditiva cifra di 4,4 miliardi di euro, una parte dei quali (1,87 miliardi relativi al periodo 1984-1996) (3) pagati dai contribuenti italiani in deroga alle disposizioni comunitarie, gli altri pagati dagli allevatori, oggetto di contenzioso presso i tribunali amministrativi oppure ancora semplicemente da “riscuotere” da parte di Agea o degli Organismi Pagatori regionali deputati a prelevare il dovuto.
   Qual è la ragione di questa peculiarità italiana? Dal 1984 al 1992, come ha notato la Corte dei Conti, il problema principale è stato la sostanziale disapplicazione della regolamentazione comunitaria: si è trattato di “un mancato adeguamento alla normativa comunitaria politicamente asseverato dal Governo Italiano e motivato in sede comunitaria facendo leva sulla complessità del sistema che, in Italia, aveva in effetti evidenziato ed accentuato carenze, difficoltà e disomogeneità nella gestione amministrativa del settore” (4). Per quanto riguarda gli anni successivi, sempre citando la Corte dei Conti, “comportamenti pragmaticamente dilatori di Governo e Parlamento hanno in effetti accompagnato, asseverato, fornito spesso nuova linfa alle aspettative dei produttori”. In altre parole, chi fino ad allora aveva superato le quote ha ritenuto di potere continuare a farlo

CHI DEVE PAGARE 

   I regolamenti comunitari sono sempre stati molto chiari in proposito: il prelievo supplementare è una misura che persegue l’obiettivo di contenere la produzione e ristabilire l’equilibrio tra domanda ed offerta e deve, dunque, essere pagato dagli allevatori (5). Qualsiasi tipo di accollo da parte dello Stato dell’onere del prelievo si configura come sostanziale elusione non solo della regolamentazione comunitaria, ma altresì di quegli obiettivi (condivisibili o meno) di politica economica della Pac. 

   Il fatto che all’Italia furono assegnate quote inferiori al consumo interno doveva ovviamente essere oggetto di contrattazione in ambito comunitario, ma non può in alcun modo giustificare il superamento delle produzioni consentite.
   Ogni pagamento da parte delle amministrazioni pubbliche é considerato un aiuto di Stato e comporta l’apertura di una procedura d’infrazione, con le conseguenti salatissime multe a carico dei contribuenti. Peraltro, una prospettiva del genere sarebbe uno schiaffo a tutti quei produttori onesti che hanno comprato le quote e rispettato i limiti ed a quelli che hanno deciso di pagare i prelievi supplementari, con o senza rateizzazione (6). 

COSA RISCHIA L’ITALIA 

   La difesa del migliaio di “irriducibili” trasgressori da parte dello Stato sarebbe una strategia di politica agricola senza senso che aggiungerebbe all’inefficienza dell’intero sistema comunitario ulteriore inefficienza a livello di contesto nazionale con conseguenze paradossali. 

   In primo luogo, si creerebbe una situazione di aiuto di Stato a vantaggio non già dell’intera categoria, ma solo di uno sparuto gruppo di imprenditori che non hanno rispettato le regole. In secondo luogo, si scaricherebbe di nuovo il peso di questo intervento sui contribuenti, che oltre a pagare prezzi dei prodotti lattiero-caseari al di sopra dei livelli concorrenziali dovrebbero remunerare in prima persona il costo di comportamenti fraudolenti. 

   La politica, come spesso accade in Italia, continuerebbe a far pagare le proprie colpe, connesse a mancati interventi di rinegoziazione comunitaria delle quote latte, ai consumatori che, a differenza dei produttori, rappresentando un gruppo di interessi eterogeneo, non riescono a coalizzarsi in lobby. Il danno che si creerebbe sarebbe, inoltre, riferibile anche a quegli allevatori, la stragrande maggioranza, che in questi anni hanno speso ingenti somme, si stimano circa 1,85 miliardi di euro (dati Coldiretti), per acquisto o affitto di quote, sacrificando così parte degli investimenti all’interno dell’azienda.
   In definitiva quello delle quote latte appare un doppio pasticcio: un meccanismo europeo che chiaramente danneggia i consumatori ed i produttori più efficienti, su cui si innesta un sistema nazionale che ha favorito uno sparuto gruppo di imprenditori inefficienti o disonesti a danno dell’intera collettività. 

(Stefano Castriota e Marco Delmastro)

Tabella 1: prelievi supplementari da pagare e pagati (milioni di euro)
       
Totale da pagare 4.400   Pagamenti
    1.870 Pagati dallo stato italiano (periodo 1984-1996)
    220 Pagati direttamente dagli allevatori senza rateizzazione
    350 Rateizzati con legge Alemanno (interessi 0% in 14 anni)
    730 Rateizzazione potenziale con legge Zaia (interessi al 7% in 30 anni)
    980 Presso i tribunali per contenziosi non ancora chiusi
    250 Persi per incuria di chi doveva riscuotere, o per fallimenti o decessi
       

Fonte: Coldiretti. Dati espressi in milioni di euro. Gli 1,87 miliardi ed i 220 milioni di euro sono stati già pagati rispettivamente dallo Stato italiano e dagli allevatori, mentre dei 350 milioni rateizzati in 14 anni ne sono stati pagati in sei anni poco meno della metà, in linea dunque con il piano di rimborso. I 730 milioni rateizzabili in base alla legge Zaia sono in attesa di essere pagati, mentre i 980 milioni oggetto di contenzioso devono attendere l’esito dei processi nei tribunali. 

(1)    É stato altresì istituito un meccanismo di compensazione che consente di sfruttare i quantitativi non utilizzati da taluni produttori per ridurre, ovvero  eliminare del tutto, le sanzioni a carico dei produttori che viceversa risultano aver prodotto in più rispetto alla propria quota; il tutto comunque nell’ambito del quantitativo nazionale di riferimento. Le sanzioni ai trasgressori non sono dunque l’obiettivo ultimo, bensì uno strumento per evitare che un paese nel suo insieme produca più di quanto gli sia consentito.
(2)   Nel 2008 la UE ha deciso di aumentare le quote dei vari paesi dell’1% all’anno per cinque anni fino al 2015. Con un provvedimento ad hoc l’Italia ha potuto usufruire in una volta sola dell’aumento del 5% della propria quota, sicché il 2009-2010 è stato il primo anno in cui l’Italia non ha superato il limite assegnatole.
(3)   La Corte dei Conti, con sentenza n. 11 del 15 novembre 1996, ha poi osservato che effettivamente i Ministri convenuti in giudizio avevano volontariamente dato disposizioni nel senso di non osservare la normativa comunitaria. La Relazione Speciale 3/2002 della Corte dei Conti é consultabile sul sito internet 

http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/

 6 della Relazione. Lo Stato italiano é stato, però, condannato dalla Corte di Giustizia Europea a pagare le “multe” non potendo uno Stato membro addurre come motivazione le difficoltà amministrative interne.
(5)   “Il prelievo è interamente ripartito … tra i produttori che hanno contribuito a ciascun superamento dei quantitativi di riferimento nazionali … I produttori sono debitori verso lo Stato membro del pagamento del contributo al prelievo dovuto”, art. 4 del Reg. (CE) 1788/2003. Ogni Stato ha il compito di riscuotere annualmente i tributi dalle aziende e versarli all’UE. Se non lo fa entro un certo termine, l’UE trattiene il dovuto dai contributi all’agricoltura che annualmente corrisponde agli Stati membri. Dal momento che gli allevatori italiani hanno accumulato un debito cronico con lo Stato italiano, ne consegue da anni i nostri contributi comunitari all’agricoltura vengono corrisposti in misura ridotta. 

(6)   Più di 15.000 produttori hanno beneficiato della legge 119/2003 dell’allora Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno per rateizzare i pagamenti spalmando i prelievi su 14 anni ad interessi zero, per un totale di 350 milioni di euro. Altri allevatori hanno invece deciso di pagare subito tutto senza rateizzazione, per un totale di 220 milioni di euro. Si veda Tabella 1. 

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RISO AMARO 

A.A.A. GIOVANI CONTADINI CERCANSI  

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 7/7/2010 

   Che cosa si può comprare oggi con 9 centesimi di euro? Non bastano per un sms, forse sono sufficienti per pochi chiodi. Non mi viene in mente molto altro, se non che è il prezzo all’ ingrosso di un chilo di carote. Ma è soltanto uno dei tanti esempi possibili se parliamo di cibo. È probabile che i lettori non se ne siano accorti perché a loro costa sempre uguale se non di più, ma i prezzi che spuntano i contadini sono in declino costante da anni. 

   Le aziende agricole producono quasi tutte in perdita e la cosa passa sorprendentemente sotto silenzio. A qualcuno importa ancora della nostra agricoltura? Dal dopoguerra a oggi il settore non è mai stato così in crisi come adesso: si pensi soltanto che un quintale di grano viene pagato trai 13 e i 15 euro, a un prezzo decisamente più basso di addirittura vent’ anni fa, quando ne costava 25. Solo nell’ ultimo quinquennio ha perso il 30% circa. 

   E nel mezzo c’ è stata l’ inflazione dei costi di produzione: come rilevano le associazioni di categoria, oggi produrre un ettaro di grano a un contadino costa 900 euro, mentre ciò che ne ricava sono 600 euro. Sfido chiunque a non farsi passare la voglia di lavorare a queste condizioni. Tutti i settori vivono questa crisi: le stalle di bovini e suini stanno subendo una vera e propria ecatombe. Solo nel settore lattiero-caseario siamo passati da più di 180 mila stalle nell’ 89 alle attuali 43 mila circa

   Il prezzo medio dei suini, al chilo, nel 1990 era di 1,2 euro, nel 2009 è lo stesso. Siamo arrivati al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini, e non per quelli dei Paesi poveri. Secondo dati ufficiali, nel 2009 i prezzi all’ ingrosso sono diminuiti rispetto all’ anno precedente del 71% per le carote, del 53% per le pesche, del 30% il grano, del 30% il latte, del 19% l’ uva e il trend quest’ anno non sembra migliorare, anzi. 

   Una volta i contadini dicevano che il riso era l’ unico prodotto che dava loro una certa sicurezza, perché anche se tutto andava male un minimo di guadagno lo offriva sempre. Beh, neanche il riso si salva, se nell’ottobre 2009 costava quasi 50 euro al quintale e oggi arriva a 30. Un disastro di proporzioni mai viste, ma forse se ne stanno accorgendo soltanto i contadini, sempre più disperati. Perché a noi la carota pagata 9 centesimi ai contadini continua a costare un euro al chilo, con l’ incredibile ricarico del 1100 per cento. 

   Il latte, pagato la miseria di 30 centesimi al litro, lo compriamo a più di un euro e le pesche, che al chilo valgono più o meno come un litro di latte, ci costano invece quasi due euro. È pazzesco, eppure è la norma e non fa più notizia. E non sono cose congiunturali: sono strutturali. La nostra agricoltura è ancora per fortuna fatta di tante aziende medio-piccole, e questa è sempre stata la nostra vera forza. Diversità, radicamento sul territorio che ha fruttato anche in termini di bellezza relativa della nostra nazione, la capacità di preservare la biodiversità che è anche espressione culturale, di un’ evoluzione lenta e attenta, principale risultato del nostro “adattarci localmente”. 

   Ma queste aziende medio-piccole hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti, con la capacità di guardare al lungo periodo. La nostra agricoltura per quanto originale nel contesto europeo non è immune dai processi di industrializzazione, centralizzazione e ancora di più concentrazione che hanno investito le agricolture dei Paesi del Nord Europa, della Francia, della Gran Bretagna, sul modello di ciò che è avvenuto negli Stati Uniti: è l’ idea che si possa produrre cibo senza contadini

   Tanto il cibo lo si fa viaggiare; tanto bastano pochi addetti che si trasformano in operai a cottimo per le grandi industrie o le catene di distribuzione. Abbiamo una delle agricolture anagraficamente più vecchie d’Europa. Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania, dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8.  

   Significa che in Germania ci sono più persone in agricoltura con meno di 35 anni che con più di 65. E se non bastano gli anziani, arrivano gli immigrati, che visto l’ andazzo non è poi tanto sconveniente sfruttare anche in maniera violenta. 

   L’altro giorno ero a Zibello, cittadina diventata marchio internazionale di qualità per via del culatello. Sulle panchine del paese ho visto delle donne con il sari indiano. «Gli indiani riescono a sopportare la vita grama dei nostri vecchi» mi è stato detto quando ho chiesto perché erano lì. Chi altri vuole sopportare questa vita grama? Nessuno, e il problema è proprio quello. Come si fa a vivere se il cibo viene pagato così poco? Se le campagne non hanno più uomini e donne che le popolano e le mantengono vive? 

   Sotto lo scintillìo degli scaffali nei nostri luoghi di spesa spesso c’è un commercio che tende ad avere le stesse caratteristiche di quello nei Paesi in via di sviluppo: sfruttamento, intermediari che fanno il bello e il cattivo tempo, infiltrazioni della malavita che fa viaggiare i prodotti a puro scopo speculativo, contadini che alla fine si riducono in miseria e devono mollare. 

   È la faccia triste del progresso, il risultato cui tutte le agricolture “moderne” e “competitive” saranno destinate se non ci si rende conto che il lavoro contadino va riconosciuto, rispettato, premiato, incentivato, protetto, portato in palmo di mano come base profonda e intelligente della nostra società. Forse ci vogliono meno industrie e più persone nelle campagne

   I fanatici del Pil questo non lo capiscono, bollano come “poesia” la vendita diretta (in costante crescita), i mercati dei contadini, la piccola produzione che non è in grado di far viaggiare merci per tutto il mondo ma riesce bene a coprire il fabbisogno dei mercati locali. 

   Senza contadini sparirà anche il “made in Italy” agro-alimentare: non basteranno le industrie a spacciare una menzogna, ovvero prodotti sempre più finti, di peggiore qualità, sempre più omologati su un livello medio-basso. E la colpa sarà di tutti, la colpa è già di tutti. I commercianti: sette gruppi di grande distribuzione si spartiscono il 98% del loro mercato. I ricarichi tra il prezzo finale e il prezzo di origine sono altissimi. Questi soggetti sono i più potenti, più forti delle multinazionali delle sementi, perché con quest’ oligopolio sono in grado di condizionare qualità, caratteristiche, prezzi alla produzione. 

   Se “mangiare è un atto agricolo” – e dobbiamo prenderne tutti coscienza – anche distribuire è diventato un atto agricolo, ma in negativo: quando il prodotto non ha le caratteristiche richieste non viene ritirato, e la leva del poter decidere i prezzi è micidiale. In questo modo si orienta l’agricoltura, s’instaura un meccanismo che fa tendere alle grandi concentrazioni, che per questi gruppi sono più facili da gestire. 

   Non voglio prendermela troppo con la grande distribuzione perché concorre a questa situazione insieme a tutti gli altri soggetti coinvolti nei processi del cibo, ma il principale gruppo operante in Italia era nato nel secolo scorso per difendere i diritti dei più deboli, per rendere il cibo accessibile ad ampie fasce di popolazione. 

   Ancora oggi punta molto sui diritti del consumatore nelle sue pubblicità, e gli va riconosciuto che molti passi avanti in questo senso sono stati fatti, ma voglio far notare che il lavoro svolto a favore dei contadini non viene sufficientemente comunicato e, aggiungo, deve essere implementato. Parlo della Coop perché ritengo sia un soggetto forte in grado di sviluppare una trasformazione virtuosa. Quando mio nonno, socialista, macchinista ferroviere, nel lontano 1920 costituiva con altri “compagni” la cooperativa di consumo di Bra, la sua città, aveva chiare le finalità solidaristiche di questa istituzione. 

   Rivitalizzare oggi queste finalità significa costruire un nuovo patto tra contadini e cittadini, rafforzare l’informazione, la tracciabilità dei prodotti, l’educazione alimentare, sostenere l’agricoltura locale e la stagionalità dei prodotti. A coloro che mi dicono che questo già avviene dico che non è sufficiente. 

   A coloro che mi dicono che non è sostenibile dal punto di vista finanziario dico che è l’unica politica in grado di rilanciare la Coop in un contesto di grande crisi. Ma è facile dare la colpa agli altri, piuttosto rendiamoci conto che neanche noi siamo esenti da responsabilità. 

   Quando leggo che, a fronte del problema delle mozzarelle blu che sono spuntate come puffi un paio di settimane fa, ci sono state reazioni “possibiliste” dei consumatori («Io le compro lo stesso, perché costano pochissimo, poi al massimo se vedo che sono blu le butto via») mi rendo conto che siamo vicini a un punto di non ritorno. 

   Conta soltanto più il prezzo, pretendiamo prezzi così bassi che non possiamo neanche più lamentarci se la qualità è scadente. Al massimo si spreca, si butta via. Del resto, la qualità neanche la sappiamo più riconoscere. Insorgiamo per le zucchine a sei o sette euro d’inverno quando non ci rendiamo conto che è folle chiedere le zucchine d’inverno

   Adesso che sono in stagione, per la cronaca, costano un euro o poco più. Se noi per primi, come consumatori, piccoli ingranaggi indispensabili al sistema, non cominciamo a renderci conto che il cibo va pagato il giusto, che ha valore e non soltanto prezzo, che dobbiamo aiutare i contadini perché “mangiare è un atto agricolo”, allora non cambierà mai niente, e la nostra agricoltura morirà seriale, finta e omologata come in tanti altri Paesi del mondo che hanno già commesso questi errori. 

   Vedi gli Stati Uniti, dove non a caso si sta assistendo a un vero e proprio rinascimento guidato dai foodies, persone che hanno a cuore il loro cibo e quello dei loro figli, si riforniscono nei mercati contadini, sviluppano reti di vendita diretta su internet, invogliano una nuova generazione di giovani a diventare contadini o chef che fanno del locale e dell’ ecosostenibilità delle bandiere da apporre su cucine strepitose. 

   Mi chiedo quando avremo una politica agroalimentare degna di questo nome, che educhi i cittadini a scelte responsabili, sostenibili e piacevoli, che dia una mano a quei contadini che producono in maniera corretta per il loro e il nostro bene. Non vedo segnali forti né al governo né all’opposizione. 

   Per anni gli agricoltori sono stati assistiti con sussidi a pioggia, depauperando così il loro modo di produrre e fare impresa, e oggi sono isolati e gabbati. Dobbiamo aspettare anche noi che la buona agricoltura ci muoia tra le braccia? Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini? Ci vuole un rinascimento che non guardi solo al Pil, che vada al di là degli interessi di categoria sussidiati per mantenere in vita un’agricoltura che, se non è già morta, è destinata a farlo presto. Un rinascimento che, credetemi, non è poesia come molti invasati del Pil sostengono. È un rinascimento che parte dall’agricoltura ma non è soltanto agricolo. È di vera civiltà. (Carlo Petrini) 

Per saperne di più:     www.slowfood.it   –     www.politicheagricole.it   

 

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3 thoughts on “QUOTE LATTE – l’agricoltura (e i consumi) che devono cambiare: grandi, medie e piccole aziende agricole, unite ai consumatori, accomunate dallo stesso obiettivo: dare priorità alla qualità, alla salute (e al recupero del rapporto intimo e sacro con gli animali e la terra)

  1. LUCA martedì 24 agosto 2010 / 8:02

    Spiegazione perfetta dei meccanismi assurdi delle politiche agricole e delle quote in particolare. Che ci stanno a fare i politici ? Sono sempre gli stessi, cambiano le poltrone, dalla provincia alla regione, dallo stato alla regione, dalla regione a Bruxelles… Per fare gli interessi di chi ?

    Quale impresa agricola ha pensato di introdurre gli OGM ? Quale vantaggio per il mio orto di metterci una patata OGM ? Come facevano la spesa i nostri vecchi ?

    Parole sacrosante quelle di Petrini !
    A quando un link permanente al sito di Slow Food ? (tra l’altro quest’anno al salone del gusto, il tema principale è il rapporto tra alimentazione e territorio…).

    Le ricerche da me effettuate (tesi di master di primo livello a Montpellier) parlano chiarissimo :
    – in provincia di Treviso : numero di vacche nel 1970 = 103.667, nel 2000 = 33.252 ; numero di allevatori bovini nel 1970 = 30.686, nel 2000 = 2.650, cioé -91% !
    – nel 1996 si contavano in Veneto più di 15.000 allevatori di vacche da latte, nel 2004 si sono ridotti a meno di 7.000 ; nel 1996 la produzione regionale era di 1.193 migliaia di tonnellatte di latte, nel 2004 è aumentata a 1.202, nonostante la scomparsa di oltre metà degli allevatori. Lascio indovinare quali aziende hanno pagato il prezzo di questa ristrutturazione…
    – se non avete indovinato : piccole imprese nel 1995 (produzione latte 500 t nel 1995 = 248, 1,4% ; nel 2004 = 574, 8,4%. Quest’ultima classe di produzione forniva il 17% del latte prodotto in Veneto nel 1995 e ben il 42% nel 2004. E’ chiaro a chi beneficiano le politiche agricole ?

    Mi fermo qui, i conteggi sono similari per tutti i comparti : carni, frutticoltura, viticoltura… E anche all’estero (Francia).
    E’ certo che un minimo di professionalizzazione è necessario, ma qui siamo al parossismo.

    La sola soluzione è un rinascimento in cui il PIL cessi di essere la moderna religione ! Tutti quelli che avevano qualche vacca lasciata magari dai loro vecchi le hanno vendute per andare fare le loro otto ore nel capannone, i gran signori hanno approfittato della manna e adesso se ne sono andati a fare le stesse cose altrove, in Russia, in Romania, in Cina… E noi restiamo coi capannoni vuoti e mangiamo yoghurt con latte sloveno o polacco, mentre le nostre montagne invase dai rovi ci davano latticini dal gusto incomparabile, dando lavoro a tante famiglie…
    Certo, oggi ci restano belle vetture lucenti con GPS e climatizzatore… Per andare dove ?

  2. LUCA martedì 24 agosto 2010 / 8:07

    Erratum.
    Piccole imprese nel 1995 (500 t nel 1995 = 248…….

  3. conte lunedì 21 novembre 2011 / 9:58

    la verita e’ che ci hanno messo prima le manette con gli incentivi ai giovani agricoltori poi le hanno strette con gli aiuti comunitari: la frittata era fatta con il latte pagato come piu’ di 20 anni fa ci siamo solo indebitati fino al collo
    e ora a 48 anni siamo costretti a chiudere!una vita buttata via fatiche lavoro e rinuncie sono servite solo a far guadagnare tutti i venditori del settore e chi trasformava il latte . nessuno ci ha difeso veramente ci hanno venduto tanti anni fa in europa .maledetti un giorno si verranno a raccomandare perche’ capiranno l’errore che hanno fatto! ma per noi sara troppo tardi: i piccoli muoiono|||||||||||||

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