La catastrofe ignorata – le INONDAZIONI in PAKISTAN: un paese, con una classe dirigente ambigua, porta il mondo a ignorare la tragedia di 20 milioni di PROFUGHI: a pagarne sono i BAMBINI – Quando la solidarietà internazionale (e un governo mondiale) deve decidere di intervenire in soccorso di innocenti

Ban Ki-moon l’ha definito efficacemente «uno tsunami al rallentatore». Ma le parole descrivono con difficoltà l’inferno d’acqua che sta straziando il Pakistan. Un quinto del Paese è già allagato. Le piogge non si arrestano e i fiumi di fango continuano la folle corsa, travolgendo città e villaggi. Ogni ora che passa cresce il numero degli sfollati, denuncia l’Unicef. E con essi le bocche da sfamare. Meno di un quarto degli oltre otto milioni di disperati sono stati raggiunti dagli aiuti. I dati diffusi dal responsabile Onu per l’Emergenza, Martin Mogwanja, sono agghiaccianti: 3,2 milioni di ettari di raccolti sono andati distrutti, 900mila case sono state ridotte in macerie, le infezioni si stanno diffondendo. Un quinto dei ricoverati negli ospedali soffrono di dissenteria acuta e gastroenterite. I bambini – aggiunge l’Unicef - bevono l’acqua contaminata perché non riescono a resistere alla sete

   In Pakistan sta avvenendo uno “tsunami” (cioè una tragedia colossale) che si realizza lentamente, di giorno in giorno da qualche settimana. Ben lungi dal cessare, e con l’informazione e la solidarietà internazionale quasi del tutto assente. Un disastro senza precedenti per quel Paese, dove la devastazione è iniziata nella parte nord-ovest del suo territorio, per poi estendersi verso est, nella grande provincia del Punjab e in quelle limitrofe, e ora in particolare verso sud. Con centinaia di villaggi spariti nell’acqua e decine di città rimaste deserte perché abbandonate. Con l’acqua che insegue le persone. Si parla di un’area di 160mila chilometri quadrati sommersa dall’acqua, un quinto del territorio nazionale, con appunto 20 milioni gli sfollati di cui circa 2 milioni senzatetto, 1.500 i morti. Sei milioni delle persone colpite sono bambini per lo più dispersi, orfani e malati.

   Il Pakistan politicamente è un paese assai ambiguo. Alla facciata internazionale che la sua diplomazia esprime (di paese democratico, civile, che lotta contro la violenza e il terrorismo) corrisponde un paese che appoggia le frange più violente dell’integralismo islamico. Un paese contro i diritti civili, delle minoranze, delle donne. Ma, dicevamo, tutto questo non appare (anzi) nell’ufficialità diplomatica che esso esprime di paese “perbene”. Forse è questo il motivo della quasi indifferenza internazionale alla immane tragedia che ora quel Paese sta vivendo: in fondo, sembra dire, ha delle risorse economiche (il cotone?), può arrangiarsi.

   La coscienza storica di quel che invece sta accadendo non può ignorare (e far finta di accorgersi solo fra qualche mese, qualche anno) di quel che sta accadendo: è possibile che migliaia, centinaia di migliaia di bambini possano nelle prossime settimane (e mesi) morire delle malattie che l’inondazione, la catastrofe naturale delle troppo piogge (catastrofe naturale?) sta portando. Se la solidarietà internazionale boccheggia (e l’auspicio di un Governo Mondiale almeno per le catastrofi… questo nessuno avrebbe niente da dire crediamo se fosse costituito…) è bene provare, individualmente o come comunità di riferimento, a dare un contributo fattivo a questo contesto tragico. Cominciamo col darvi un indirizzo, un’indicazione qui: http://www.agire.it/it/emergenzapk_it.html  e se leggete il seguito (con gli articoli che abbiamo inserito) vi sono alcuni strumenti informativi, crediamo, per conoscere meglio il problema e la realtà del Pakistan.

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la storia – Dopo lo tsunami e il terremoto di Haiti erano arrivati aiuti. Ma non questa volta 

GLI SFOLLATI DEL PAKISTAN E LA SOLIDARIETA’ DIMENTICATA

Milioni di disperati, ma non parte la mobilitazione

di Isabella Bossi Fedrigotti, da “il Corriere della sera” del 21/8/2010

   In troppo pochi sono morti. Per far notizia duratura sui mezzi di informazione e smuovere la generosità dei cuori, di morti pachistani non ne sono bastati millecinquecento. Ce ne sarebbero voluti, evidentemente, molti di più, né è sufficiente che le recenti inondazioni abbiano privato del loro tetto circa quattro milioni di persone e costretto una ventina di milioni a fuggire dalle zone invase dall’acqua.

   Per non parlare dei tre milioni e mezzo di bambini che rischiano la vita a causa di infezioni varie, di mancanza di farmaci e di vaccini, oppure delle epidemie di colera e di tifo già segnalate nel paese. E mentre tutti sappiamo che di assistenza, di aiuti, di viveri, acqua, medicinali, coperte, tende e case hanno bisogno quelli che sono sopravvissuti e non quelli che sono stati travolti, a contare, a impressionare sembra essere sempre soltanto il numero dei morti.

   Contrariamente a quanto era successo dopo il terremoto di Haiti o lo tsunami lungo le coste dell’Oceano Indiano, per il Pakistan, colpito dalla più grave sciagura naturale di tutta la sua storia, non ci sono state, infatti, — non in Italia ma neppure nel resto del mondo—mobilitazioni di massa, grandi raccolte di fondi, imponenti spedizioni di aiuti, e tanto meno visite sui luoghi del disastro da parte di politici di grido oppure di star del cinema o della canzone.

   E quanto è stato messo insieme dalla solidarietà internazionale— centocinquanta milioni di dollari—non rappresenta nemmeno un terzo di quel che, stando alle stime dell’Onu, in realtà servirebbe per porre seriamente rimedio al disastro.

   Le ciniche regole dell’informazione equiparano— per spazio concesso su giornali e tv — millecinquecento morti lontani a uno o, massimo, due morti vicini, nel proprio Paese o, ancora meglio, nella propria città, perché più o meno così li valuta il pubblico lettore e spettatore.

   Ma le conseguenze di questa piccola, meschina prassi redazionale possono, purtroppo, essere assai pesanti: perché se la televisione non mostra e rimostra i volti dei disperati e non fa sentire le loro voci, se i giornali non ne raccontano ampiamente e ripetutamente le strazianti peripezie, è difficile che qualcuno, che molti, anzi, si commuovano e si mobilitino. Per cui gli sventurati, i profughi, i senzatetto, i feriti, i malati, gli affamati restano, come ora i pachistani, soli con i loro morti.

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PAKISTAN – “AGIRE” LANCIA UN APPELLO URGENTE DI RACCOLTA FONDI

Secondo l’Onu servono almeno 460 milioni di dollari

Roma, 21 ago. (Apcom) – Dopo oltre un mese di piogge monsoniche continue, il Pakistan è in ginocchio. Venti milioni di persone sono state colpite da quella che le Nazioni Unite hanno definito “una catastrofe paragonabile al terremoto di Haiti e allo Tsunami del 2004”.

   Vista l’ampiezza e la gravità della situazione, Agire (http://www.agire.it/it/emergenzapk_it.html)ha deciso di lanciare un appello di raccolta fondi per sostenere il lavoro di 5 Ong della propria rete, impegnate fin dai primi giorni dell’emergenza a portare i necessari aiuti alle popolazioni colpite.

   Le informazioni raccolte dagli operatori delle ONG parlano di una situazione incredibilmente preoccupante. Oltre 20 milioni di persone colpite in modo diretto, 4 milioni senza un tetto. La probabilità di diffusione del colera è alta, con il possibile rischio di un repentino aumento della mortalità.

   L’acqua contaminata, la mancanza di generi di prima necessità e della minima assistenza sanitaria mettono a rischio soprattutto i settori più vulnerabili della popolazione: le Nazioni Unite hanno stimato che circa 3,5 milioni di bambini sono a rischio di pericolose malattie infettive. Molti casi di polmonite, diarrea e malaria sono già stati accertati.

   Per rispondere alla tragedia l’Onu stima siano necessari almeno 460 milioni di dollari, ma al momento le donazioni a livello globale non superano i 150 milioni. I fondi raccolti da Agire sosterranno gli interventi di ActionAid, Cesvi, Intersos, Save the Children e Vis che in Pakistan stanno distribuendo generi di prima necessità e fornendo cure mediche all’enorme popolazione sfollata.

   Le donazioni possono essere fatte: con carta di credito al numero verde 800.132870; on line dal sito internet http://www.agire.it; con bollettino postale sul conto corrente n. 4146579 intestato a Agire onlus, via Nizza 154 – 00198 Roma. Causale Emergenza Pakistan; con bonifico bancario sul conto BPM – IBAN IT47 U 05584 03208 000000005856. Causale: Emergenza Pakistan)

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20 milioni gli sfollati. I più colpiti i bambini  

PAKISTAN: UN QUINTO DEL TERRITORIO SOMMERSO DALL’ACQUA

di Ferdinando Pelliccia, da http://www.dazebao.org/news/  del 16/8/2010

– Il segretario generale dell’Onu: “ E’ il più grande disastro mai visto”. Centinaia di villaggi spazzati via –

ISLAMABAD – “E’ il più grande disastro mai visto”, ha dichiarato il segretario generale dell’ONU, Ban-Ki moon. Ban ha sorvolato, con il presidente pakistano, Asif Ali Zardari, alcune delle aree maggiormente flagellate dalle disastrose inondazioni senza precedenti provocate dalle piogge monsoniche in Pakistan nelle ultime settimane.

   Al tempo stesso il numero uno delle Nazioni Unite ha invitato i Paesi ricchi ad intervenire tempestivamente in aiuto della popolazione pachistana. Le Nazioni Unite hanno già stanziato 460 milioni di dollari per fronteggiare l’emergenza. Dall’Italia promessi 800mila dollari. Appare però, difficile reperire finanziamenti dalla comunità internazionale che sembra temere che i soldi raccolti possano essere dirottati per altri usi come è già accaduto con il terremoto del 2005. I costi della ricostruzione saranno di miliardi.

   E’ davvero un disastro senza precedenti quello che è avvenuto in Pakistan devastato prima nel nord-ovest, poi nel Punjab e nel Sindh e nel vicino Baluchistan. Il fronte delle inondazioni si sta lentamente spostando verso sud. Centinaia di villaggi sono stati spazzati via dalla furia delle acque e decine di città sono state evacuate. Migliaia le persone in fuga dal mare d’acqua il cui livello continua a salire senza sosta. Le cifre che emergono dal bilancio, ancora provvisorio, parlano chiaro: è sommerso dall’acqua un’area di 160mila chilometri quadrati, un quinto del territorio nazionale, sono almeno 20 milioni gli sfollati di cui circa 2 milioni senzatetto, 1.500 i morti e 6 milioni delle persone colpite sono bambini per lo più dispersi, orfani e malati.

LA LENTEZZA DEI SOCCORSI. RISCHIO EPIDEMIE
   A tutto questo poi si associa la lentezza nei soccorsi, l’allarme per il diffondersi delle epidemie e quello per una nuova ondata di maltempo. Come se tutto questo non bastasse, stamani l’ONU ha lanciato l’allarme che circa 3,5 milioni di bambini pachistani sono ad alto rischio di malattie come colera, dissenteria e altre malattie mortali a causa dell’acqua inquinata. La mancanza di acqua pulita facilita il diffondersi di diarrea e dissenteria. Questo fa temere una seconda ondata di mortalità specie in mancanza di soccorsi inviati dalla comunità internazionale. A lanciarlo Maurizio Giuliano, portavoce del Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ocha. Nel frattempo l’Organizzazione mondiale della salute, OMS, si sta preparando ad assistere migliaia di persone in caso di epidemie.

DANNI ALL’AGRICOLTURA PER UN MILIARDO DI DOLLARI
   Per ora si registrano già casi di tifo e epatite E ed A. Il Paese è anche a rischio carestia. La maggior parte dei raccolti sono andati distrutti dall’alluvione. In particolare quelli della provincia centrale del Punjab, considerata il granaio del Paese.

   I danni arrecati all’agricoltura sono quantificati a circa un miliardo di dollari.   Oggi poi, si sono registrate anche le prime proteste di piazza organizzate da sfollati. Stamani un centinaio di persone del campo di sfollati di Shikarpur Road hanno bloccato una delle maggiori arterie del Paese nei pressi di Sukkur, la terza città per importanza della provincia. I manifestanti lamentano di aver ricevuto un trattamento da animali e che le autorità sono arrivate solo per farsi riprendere dalle televisioni mentre consegnano aiuti alla popolazione.

   Nel frattempo gli abitanti di Jacobabad nel Sindh, hanno abbandonato la città. Lo stesso era accaduto nei giorni scorsi a Jaffarabad e Naseerabad, due località in un’area sottosviluppata tra Sindh e Baluchistan, dove la popolazione presa dal panico aveva abbandonato tutto allontanandosi a piedi per raggiungere i campi predisposti dalle autorità.

PAURA PER UNA SECONDA ONDATA DI PIENA
   Nella regione è attesa una seconda ondata di piena. Le autorità di Islamabad hanno pronto un piano per evacuare fino a 10 milioni di persone. Dramma nel dramma. Ad essere stati colpiti dalle alluvioni anche oltre 18mila afghani che da tre decenni si erano rifugiati a Mianwali, nella provincia del Punjab, e 300mila persone, tra gente del luogo e sfollati interni a causa del conflitto dello scorso anno che vivevano a Dera Ismail Khan, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa.

   Le autorità di quest’ultima provincia nel riferire che 653 scuole sono attualmente occupate dalle popolazioni colpite dalle alluvioni ha lanciato l’allarme per possibili problemi per donne e minori. Problemi legati alla salute, eventuali violenze sessuali o altri abusi. A far nascere questi timori il fatto che vi sono fino a 10 famiglie per aula. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Unhcr, è fortemente impegnato nel cercare di soddisfare almeno i bisogni fondamentali delle popolazioni alluvionate.

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PAKISTAN, UNA CATASTROFE IMMENSA CHE COLPISCE PRIMA I BAMBINI

Dichiarazione di Anthony Lake, Direttore UNICEF, sulla crisi umanitaria causata dalle alluvioni e inondazioni che stanno flagellando il Pakistan da inizio agosto

Dal sito http://www.unicef.it/  del20/8/2010

   “Madri in fuga da case allagate con nient’altro che i propri bambini aggrappati alle spalle, gente che chiede aiuto dall’alto di autobus incagliati con l’acqua intorno che sale, bambini disperatamente assetati che bevono acqua da fonti contaminate.

   La tragedia umanitaria in Pakistan ha raggiunto proporzioni tragiche. Ma le gravi carenze di finanziamenti stanno limitando la nostra capacità di salvare vite umane mentre la crisi si aggrava. Le dimensioni della catastrofe in Pakistan, causate da forti piogge monsoniche e inondazioni, sono enormi. Un quinto del paese è ormai sott’acqua e interi villaggi sono stati spazzati via. Circa 900.000 abitazioni sono state danneggiate o distrutte. 15,4 milioni di persone sono state colpite dalle inondazioni.

   Le conseguenze delle inondazioni per le persone più povere e più vulnerabili del Pakistan sono molto gravi. E i più vulnerabili di tutti, i bambini, sono a massimo rischio. Se il mondo non risponde immediatamente, molto più dei 3,5 milioni di bambini colpiti dalle inondazioni saranno a rischio di contrarre malattie mortali collegate con l’acqua come dissenteria, diarrea e colera.

   Insieme ai nostri partner, l’UNICEF sta fornendo acqua potabile a circa 1,5 milioni di persone ogni giorno e riunisce i bambini separati con le loro famiglie. Stiamo lavorando con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per scongiurare gravi rischi sanitari con la vaccinazione di migliaia di bambini nei centri e nei campi e stiamo lavorando a fianco del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM) per distribuire alimenti ad alto contenuto energetico per i bambini sotto i cinque anni.

   Ma questi sforzi non sono sufficienti a soddisfare le esigenze di milioni di famiglie sfollate. Mentre sale ancora il livello delle acque alluvionali, continuano le evacuazioni e sono attese altre piogge, la probabilità di una tragedia ancora peggiore cresce di minuto in minuto.

   Niente è più urgente che un forte aumento degli aiuti. Una volta che i bisogni più urgenti saranno soddisfatti, con aiuti significativi e duraturi sarà possibile ricostruire le scuole, ripristinare le infrastrutture e ristabilire le misure di protezione dei bambini.

   Prima però dobbiamo affrettarci a salvare il maggior numero possibile di vite umane. L’UNICEF esorta la comunità mondiale dei donatori ad aiutarci a proteggere i bambini del Pakistan e ad assicurare che le inondazioni che hanno distrutto le loro case non distruggano anche il loro futuro. (Anthony Lake, Direttore UNICEF)

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EMERGENZA UMANITARIA

AIUTI IN PAKISTAN: «DISCRIMINATI GLI SFOLLATI CRISTIANI»

di Lucia Capuzzi, da “Avvenire” del 21/8/2010

   È una guerra. Sporca e feroce come tutte le guerre. O forse anche di più. Perché tutti – sia le vittime sia i carnefici – sono, comunque, vittime. Di una calamità più grande. Enorme. Ban Ki-moon l’ha definito efficacemente «uno tsunami al rallentatore». Ma le parole descrivono con difficoltà l’inferno d’acqua che sta straziando il Pakistan.
   Un quinto del Paese è già allagato. Le piogge non si arrestano e i fiumi di fango continuano la folle corsa, travolgendo città e villaggi. Ogni ora che passa cresce il numero degli sfollati, denuncia l’Unicef. E con essi le bocche da sfamare. Meno di un quarto degli oltre otto milioni di disperati sono stati raggiunti dagli aiuti. Per procurarsi un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua pulita, una coperta si devono scavalcare gli altri. In questa lotta crudele fra diseredati, gli appartenenti a minoranze religiose diventano facile bersaglio.

   I profughi appartenenti a queste ultime sono «i più derelitti, gli esclusi, i discriminati. I nostri sacerdoti, volontari, laici, animatori nelle province di Punjab, Sindh e Baluchiestan stanno girando per le aree colpite, raccogliendo centinaia di sfollati cristiani, abbandonati a se stessi, portandoli nei campi gestiti dalla Caritas o altre Ong di ispirazione cristiana, per garantire loro l’assistenza minima necessaria», racconta all’Agenzia Fides padre Mario Rodrigues, direttore delle Pontificie opere missionarie del Paese (Pom).

   I cristiani vengono sistematicamente “ignorati” nelle distribuzioni di soccorsi gestite dal governo. «Sono trattati come cittadini di serie B. Spesso ricevono ben poca assistenza oppure ne sono esclusi del tutto», aggiunge il sacerdote. Questo mentre «Caritas e Pontificie opere missionarie operano nel soccorso agli sfollati senza alcuna discriminazione di provenienza, razza o religione», precisa padre Mario.
   Laici e religiosi cristiani sono in prima linea per salvare la popolazione. «A Multan molti si sono accampati vicino alla casa del vescovo che ogni giorno offre loro del riso», racconta a Fides padre Jacob Fernando, gesuita di Lahore. La situazione, però, si fa sempre più drammatica. I dati diffusi dal responsabile Onu per l’Emergenza, Martin Mogwanja, sono agghiaccianti: 3,2 milioni di ettari di raccolti sono andati distrutti, 900mila casa sono state ridotte in macerie, le infezioni si stanno diffondendo. Un quinto dei ricoverati negli ospedali soffrono di dissenteria acuta e gastroenterite. I bambini – aggiunge – Unicef bevono l’acqua contaminata perché non riescono a resistere alla sete. Grazie alla riunione speciale alla Nazioni Unite, due giorni fa, sono stati raccolti 239 dei 459 milioni di dollari chiesti dall’Onu per affrontare la prima emergenza. Cento in più rispetto a quattro giorni fa. Altri 49 sono stati promessi.

   Ancora, però, non basta. «L’attenzione su questa emergenza è purtroppo inadeguata alle dimensioni della catastrofe», ha detto Marco Bertotto, direttore di Agire, che ha lanciato una raccolta fondi per sostenere cinque Ong impegnate in Pakistan. I danni ammontano – secondo quanto dichiarato da Islamabad – a 43 milioni di dollari. Tra i primi donatori c’è l’India, eterno rivale del Pakistan, che venerdì scorso ha offerto 5 milioni. L’iniziativa è stata accolta, ieri, dal governo di Islamabad che l’ha definita «molto apprezzabile».
   A preoccupare le agenzie umanitarie è il lungo periodo. La Fao ha stimato che almeno 200mila capi di bestiame sono stati uccisi dall’acqua. Il bilancio definitivo, però, potrebbe salire presto a diversi milioni. Un danno gravissimo per un Paese in cui «gli animali sono monete di scambio per i poveri per procurarsi dei contanti. Ogni animale che riusciamo a salvare è un capitale che la gente potrà usare nella ricostruzione», ha spiegato David Doolan, responsabile dei programmi Fao in Pakistan. (Lucia Capuzzi)

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20/8/2010 – Ripreso dal blog di Naveen Naqvi

da http://www.lastampa.it/

ALLUVIONI IN PAKISTAN: STUDIARNE LE CAUSE E DARE (SUBITO!) UNA MANO

di NAVEEN NAQVI, tradotto da Bernardo Parrella

   Durante il Global Media Forum sul cambiamento climatico organizzato a Bonn lo scorso giugno da Deutsche-Welle, ho avuto modo di ascoltare, tra i relatori, un ragazzo di 12 anni. Felix Finkbeiner fondatore di Plant for the Planet, network mirato a promuovere la “giustizia climatica” tra ragazzi in età scolare, tre anni fa lanciò l’idea di piantare un milione di alberi in Germania. La campagna ha avuto successo ed ora è stata estesa a 70 Paesi. Nel suo intervento al Forum, Finkbeiner ha spiegato che fra 50 anni, quando si troverà a visitare quel museo con i figli, spiegherà loro con imbarazzo quanto accadeva all’epoca in cui vivevano i loro nonni (il periodo attuale), poi divenuto noto come “L’Età del carbonio”.

   Alla luce delle catastrofi ambientali che stanno interessando tre Paesi e due continenti — le inondazioni in Pakistan, che hanno colpito 14 milioni di persone, le valanghe di fango in Cina, provocate dagli stessi diluvi monsonici, gli incendi in Russia a seguito di un’ondata di caldo torrido senza precedenti — si può dire che quel ragazzino abbia rivelato maggior perspicacia dei Capi di Stato. Pur non potendo affermare con immediata certezza che questi inattesi eccessi ambientali sia dovuto al cambiamento climatico, sembra trattarsi di ben più che di semplici concidenze, come spiega quest’articolo sul sito del National Geographic.

   Dopo aver letto l’ottima analisi sulle alluvioni di Kamila Shamsie su The Guardian, dove si identificano la deforestazione e la mafia del taglio selvaggio come maggiori colpevoli dei danni causati dalle violenti piogge, ho chiesto al Professor Adil Najam se fosse possibile collegare direttamente le alluvioni in Pakistan con il cambiamento climatico globale. Ecco la replica dell’esperto ambientalista della Boston University, che ha anche collaborato al lavoro poi vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2007 con Al Gore.

   È prematuro sostenere se queste alluvioni siano o meno diretta conseguenza del cambiamento climatico globale, ma sicuramente servono da monito a tutti noi per occuparci seriamente del cambiamento climatico — e subito. Chiaramente le piogge sono un fenomeno naturale. Ma non c’è nulla di naturale nelle morti e nella devastazione provocate da tali piogge. La causa è dovuta interamente agli esseri umani. Le nostre pratiche arroganti, ignorando l’integrità ecologica dei sistemi naturali da cui dipendiamo, hanno ingigantito la furia dei torrenti che sono trasbordati un po’ in tutto il Pakistan. La deforestazione nel nord del Paese ha rubato la natura delle sue difese naturali e l’errata pianificazione urbana ha trasformato le strade di Nowshehra e altre città in fiumi torrenziali.

   Che il cambiamento climatico sia causa o meno di queste orrende situazioni, renderà sempre più imprevedibile ed estreme le condizioni atmosferiche. Spero che riusciremo a trarre lezioni positive da quanto si è visto finora e che saremo in grado di pianificare uno sviluppo più sostenibile nel processo di ricostruzione. E dovremmo anche renderci conto che, a prescindere dalla ’causa umana’ di questi cambiamenti climatici, saremo noi – e soprattutto i più poveri tra noi – a subirne le conseguenze più gravi.

   Non possiamo far nulla per riparare agli errori del passato che hanno portato all’attuale stato di devastazione nelle zone rurali del Paese. Come è ormai comune nelle nazioni del Terzo Mondo, dove risiedono coloro che il Professor Najam definisce ‘i più poveri tra noi’, quando lo Stato è assente spetta alle organizzazioni non-governative e ai singoli individui darsi da fare. Pur se gli aiuti internazionali non potranno raggiungere stavolta il livello di disastri quali il terremoto ad Haiti d’inizio anno e lo tsunami del 2004, e ciò non deve sorprendere considerata l’impopolarità del Pakistan nel panorama mediatico globale, la gente locale si è tirata su le maniche e si è messa al lavoro

   Nezihe Hussain, medico volontario della Pakistan Medical Association, ha messo in guardia sulla sostenibilità degli aiuti umanitari anche quando offerti dagli stessi cittadini pakistani. Ha spiegato la Dr. Hussain: “È cruciale che la gente capisca che le donazioni non devono interrompersi dopo le festività del Ramzan o dell’Eid. Questo non è il solito zakat annuale [sorta di “purificazione” della propria ricchezza imposta dal Corano]. Le alluvioni hanno provocato orrori inenarrabili che non solo rimarranno tali ma anzi cresceranno, a meno che noi pakistani non continueremo a offrire donazioni e aiuti”.
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Commento di Nayel:
La Sahana Foundation ha messo a punto un sistema di gestione dei disastri simile a quello usato con successo dopo il terremoto di Haiti. Si tratta di applicazioni online per la mappatura delle aree colpite e per la ricerca delle persone in loco, oltre che per seguire il flusso di aiuti. Il software è stato personalizzato per l’attuale situazione in Pakistan: http://pakistan.sahanafoundation.org/eden
[il sistema è intuitivo, gratuito e aperto tutti, basta registrarsi per cercare o fornire informazioni, usa il motore di Google e può essere “embedded” in qualsiasi altro sito; la pagina include anche link a notizie in aggiornamento continuo particolarmente sul flusso di aiuti internazionali, rilanciate da ReliefWeb, sito gestito dall’OCHA, agenzia ONU che ha dichiarato il 19 agosto World Humanitarian Day].

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Per quanto concerne la raccolta-fondi e altri aiuti, una nota diffusa dall’organizzazione internazionale Avaaz specifica fra l’altro:
«…Nonostante vi siano stati i primi soccorsi, l’intervento internazionale per rispondere a questo enorme disastro è stato irresponsabilmente lento e modesto: a fronte della richiesta urgente dell’ONU di 460 milioni di dollari di aiuto primario, al momento ne è pervenuto soltanto il 40%. Gli operatori umanitari hanno denunciato che senza un incremento immediato negli aiuti il numero di morti potrebbe aumentare terribilmente. Noi possiamo dare il nostro aiuto facendo pressione sui governi affinché dispieghino le loro forze. Facciamo vedere ai nostri leader cosa significa essere generosi, e chiediamo loro di aggiungersi a noi. Usa il modulo sotto per mandare un messaggio ai governi chiave che possono salvare vite in questa emergenza – puoi decidere se mandare il messaggio precompilato, oppure scrivere la tua versione. …»

Sempre tramite Avaaz.org è anche possibile effettuare donazioni in denaro, come specificato nella stessa pagina web: «Dopo aver consultato ONG leader in operazioni umanitarie nell’area, offriremo le donazioni a organizzazioni locali di fiducia, come l’Hirrak Development Centre (HDC) e il Participatory Welfare Services (PWS). Con questi partner sul luogo della tragedia, la nostra comunità aiuterà a garantire l’aiuto umanitario necessario. Il 100% dei fondi che raccoglieremo andrà direttamente ai pachistani per lottare contro il disastro naturale di cui sono vittime.»
Infine, anche la Croce Rossa Italiana ha attivato una serie di strumenti per la raccolta-fondi.

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Testo originale: Beyond the deluge, ripreso dal blog di Naveen Naqvi.

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PAKISTAN: UNA BUONA ECONOMIA SPESSO NASCONDE TRISTI REALTA’

di Meghnad Desai (da LIMES – rivista italiana di Geopolitica- aprile 2010)

– Un excursus storico del Pakistan che rivela le sue grandi potenzialità economiche. Lo sviluppo industriale si concentrava nella parte occidentale dominata dal Punjab. Analfabetismo, malnutrizione e vita media breve sono il prezzo pagato per le spese militari. –

Il Pakistan non gode di buona stampa. Visto da fuori, appare a molti come un paese pieno di mullah pazzi, con migliaia di madrasse dove vengono addestrati potenziali taliban o militanti di al Qaida. Si pensa, insomma, che sia uno Stato fallito, sull’orlo del collasso, diversamente dall’India, considerata invece una nazione democratica, con un’economia di mercato in forte espansione.
Ma in realtà non è così. Almeno per quanto riguarda l’economia, il Pakistan regge il confronto con l’India anche se non la eguaglia. A distanza di quasi cinquant’anni dal simultaneo riconoscimento della loro indipendenza, il 14-15 agosto del 1947, i due paesi erano testa a testa da questo punto di vista. Solo nel corso dell’ultimo decennio l’India ha accelerato la sua crescita sorpassando ampiamente il Pakistan.
Sotto altri aspetti – istruzione, sanità, mortalità infantile – quantificati dall’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, India e Pakistan figuravano poco distanti nei ranghi inferiori della graduatoria. Nel 2008, l’India era al 132esimo posto e il Pakistan al 139esimo nella classifica dei 180 paesi considerati. Entrambi apparivano afflitti da problemi di povertà, disuguaglianza, cattiva salute, analfabetismo, discriminazione contro le donne.
Nel caso del Pakistan, questi sono più acuti e in qualche misura si stanno aggravando, anche se esso rimane il paese musulmano più sviluppato dal punto di vista tecnologico e militare. Con la sua popolazione di 150 milioni di abitanti, è anche uno di quelli più estesi sebbene la sua superficie sia solo un settimo di quella dell’India. Quest’ultima ha quasi altrettanti musulmani se non più del Pakistan, nato come Stato musulmano (anche se non islamico). Ma per comprendere l’economia del Pakistan o qualsiasi altro aspetto di questo paese, bisogna tener conto delle sue origini(1).

IL PAKISTAN DAL 1947 AL 1971
Nato in seguito alla divisione dell’India alla vigilia della sua indipendenza dalla Gran Bretagna, il Pakistan era costituto da due territori ampiamente separati, il Pakistan Occidentale, che comprendeva il Punjab, il Sind e il Baluchistan e le province di frontiera nordoccidentali (una regione che non ha ancora assunto un nome come le prime tre) e il Pakistan Orientale, che costituisce oggi il Bangladesh e comprende il Bengala Orientale com’era delimitato prima del 1947. Entrambe le regioni erano prevalentemente agricole. Quel poco di industria che esisteva prima del 1947, è rimasto, al 97%, in India.

Secondo uno studio delle Nazioni Unite del 1949 (quando le statistiche non erano molto precise) l’India figurava al 55esimo posto e il Pakistan al 57esimo rispetto a una classifica di 70 paesi che vedeva la Cina al 69esimo, l’Indonesia al 67esimo e la Corea del Sud al 68esimo.
Lo sviluppo industriale del Pakistan si concentrava interamente nella parte occidentale dominata, dal punto di vista economico come da quello politico, dal Punjab. Nel 1971, dopo una guerra sanguinosa che fece molte vittime, il Pakistan orientale si separò dando vita al Bangladesh grazie a un forte appoggio militare dell’India. Nei primi ventiquattro anni in cui rimasero uniti, il Pakistan Occidentale registrò un tasso di crescita intorno al 3,5% (pari all’1,2% pro capite) mentre il Pakistan Orientale ebbe una crescita dell’1,2% durante il decennio 1950-1960. Le cose andarono un po’ meglio negli anni ’60 per entrambe le regioni, ma non abbastanza da eliminare le disparità fra di esse. Anche l’India registrò un tasso di crescita paragonabile di circa il 4,5% (1,9% pro capite) negli anni ’50. Ma nel decennio successivo il Pakistan crebbe più rapidamente del suo paese vicino.

IL PAKISTAN DAL 1971 AL 1997
Nel 1997, India e Pakistan erano quasi alla pari, ma rispetto ad altri paesi del continente (le cosiddette tigri asiatiche) si sviluppavano più lentamente. Fra il 1965 e il 1980 il Pakistan aveva registrato un tasso di crescita del Pil pari al 5,2%, salito al 6,3 fra il 1980 e il 1990, rispetto al 3,6 e al 5,3 dell’India negli stessi due periodi. Nel 1997, cinquant’anni dopo la sua indipendenza, l’India era al 143esimo posto e il Pakistan al 120esimo nella graduatoria di 175 paesi presi in esame(2). La Cina figurava al 111esimo, la Corea del Sud al 37esimo e l’Indonesia al 92esimo. Quali che fossero i loro altri exploit – come la fabbricazione di bombe atomiche che entrambi sperimentarono nel 1998 – resta il fatto che non riuscirono a crescere con la stessa velocità dei loro vicini asiatici.
Questo per motivi quasi identici. Le politiche di sviluppo di entrambi i paesi si basavano su un modello di industrializzazione di tipo sovietico guidata dallo Stato. Il Pakistan concesse ampio spazio alla sua élite per conquistare una posizione di monopolio in quasi tutti i settori e com’era noto una ventina di famiglie possedevano la maggior parte delle industrie. Ma diversamente da altri paesi asiatici, s’impegnò ben poco per promuovere l’alfabetizzazione e l’istruzione in generale, salvo quella superiore. La spesa sanitaria rimase bassa e la mortalità infantile elevata. Entrambi i paesi disponevano di abbondante manodopera e non fecero buon uso del loro capitale umano.

IL PAKISTAN DAL 1997 AL 2010
In questo periodo, il Pakistan perse terreno rispetto all’India che modificò invece la sua politica economica già a partire dal 1991 e nonostante i molti cambiamenti di governi dominati da fragili coalizioni riuscì ad accelerare la sua crescita. Il Pakistan, al contrario, visse dieci anni sotto la dittatura di Pervez Musharraf, ma non riuscì a mantenere il suo dinamismo economico. Se in questi tredici anni il tasso medio di crescita dell’India si è aggirato sul 6,5-6,7%, quello del Pakistan è rimasto intorno al 4-4,5%. Ciò significa che in 10-11 anni l’India potrebbe raddoppiare il suo reddito, mentre il Pakistan avrà bisogno di 15-18 anni per raggiungere lo stesso risultato.
Questa lenta crescita è stata accompagnata da un cambiamento nei rapporti fra i sessi in Pakistan, in seguito all’espandersi dell’influenza islamica in campo scolastico. Così, esso è rimasto indietro rispetto all’India, dove il tasso di alfabetizzazione degli adulti è pari al 66% contro il 54% del Pakistan e quello delle donne ha raggiunto il 54% rispetto al 39% del paese vicino. Ma il rispettivo reddito pro capite non è così distante: 2.753 dollari per l’India, 2.496 per il Pakistan. La povertà inoltre è sorprendentemente più bassa in Pakistan che in India. In base allo standard di 1,26 dollari al giorno fissato dalla Banca Mondiale (che in precedenza era di 1 dollaro) solo il 22,6% della popolazione del Pakistan vive al di sotto della soglia di povertà rispetto al 41,6% di quella indiana. La disuguaglianza di reddito misurata in base al coefficiente Gini è pari solo a 31 in Pakistan e a 37 in India.
Il Pakistan non è un paese ricco sotto alcun punto di vista. Ma non è neppure un caso disastroso. Questi numeri nascondono forse molte tristi realtà e le situazioni effettive sono molto peggiori. Ma anche qui bisogna tener conto delle sue varie regioni ovvero delle disparità esistenti, ad esempio, fra il ricco Punjab e il povero Balichistan. Il fatto interessante riguardo a questo paese, come pure in qualche misura riguardo all’India, è che entrambi sono paesi nucleari che hanno investito in sofisticate tecnologie militari e rimangono grandi compratori di armamenti. Per cui c’è inevitabilmente qualcuno che paga il prezzo di questi costosi giocattoli in termini di analfabetismo, malnutrizione e vita media breve.
(Traduzione di Mario Baccianini)
Note
1. Per approfondire le circostanze in cui avvenne la spartizione dell’India vedi M.Desai, The Rediscovery of India, Penguin Books, India.
2. Per ulteriori informazioni vedi M. Desai, «South Asia: Economic Stagnation and Economic Change», in M.Desai, Development and Nationhood: Essays in the Political Economy of South Asia, Oxford University Press, India.

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“IL MIO PAKISTAN IN GINOCCHIO LOTTA CONTRO LA DISPERAZIONE”

– Le alluvioni lasciano milioni di persone senza casa. Le inondazioni faranno crollare la produzione di latte, cotone e frumento. Non si allenta la minaccia dei fondamentalisti e dell´esercito indiano ai confini –

di Mohsin Hamid, da “la Repubblica” del 17/8/2010

   Il mese scorso qui a Lahore ha cominciato a piovere. Il monsone pachistano è qualcosa di bellissimo, di straordinario. Le piogge sono continuate e dopo una serie di acquazzoni particolarmente pesanti le strade della città si sono trasformate temporaneamente in canali, con le auto bloccate o che mettevano la prima e davano gas più che potevano per passare. Ma Lahore si asciuga in fretta e in generale i disagi in città sono durati poco. Dalle altre regioni del Paese però è arrivata un´inondazione di notizie su raccolti danneggiati e fiumi in piena. Il prezzo delle verdure è aumentato. Poi le piogge sono ancora continuate e dighe che reggevano da decenni hanno ceduto. Più di mille persone sono morte, in milioni hanno avuto la casa distrutta.

   Vivere in Pakistan vuol dire conoscere le vette della speranza e gli abissi della disperazione. La speranza assume molte piccole forme. Anche le innumerevoli risposte individuali alle alluvioni inducono alla speranza. A Lahore sono in corso grandi raccolte fondi. Quasi tutte le persone che conosco donano soldi, tempo od oggetti per contribuire ai soccorsi. Le reti di sicurezza sociale, i microsistemi di famiglie e amici che tengono unito il Pakistan in assenza di uno Stato efficiente, stanno facendo quello che possono per affrontare questa tragedia senza precedenti.

   Ma la battaglia contro la disperazione è una costante. La avverto dopo ogni attentato terroristico mortale, e quest´anno soltanto a Lahore ce ne sono stati una mezza dozzina, con circa 200 vittime. Quando vado dal mio barbiere cerco di tenere a freno la mia immaginazione da romanziere, altrimenti comincerei a pensare che il vetro della sua finestra può trasformarsi in schegge letali, e che una delle motociclette parcheggiate fuori potrebbe essere imbottita di esplosivo.
   È difficile però ignorare il fatto che l´elettricità in casa mia viene tagliata per otto ore al giorno perché il Pakistan non è stato capace di programmare lo sviluppo della rete per far fronte a una domanda in rapida crescita. È difficile anche ignorare un generale senso di malessere, di un costante deterioramento dei parametri pubblici, rivelato recentemente da un tragico disastro aereo e da una serie di altri incidenti aerei sfiorati in appena una settimana.

   E ora ci sono le inondazioni. Il peggior disastro naturale a memoria d´uomo: hanno seminato devastazione tra 14 milioni di pachistani, un numero grande quasi quanto la popolazione di New York e Londra messe insieme. Il Pakistan normalmente è il quarto produttore mondiale di latte e cotone, e il decimo produttore mondiale di frumento, ma quest´anno non riuscirà a conservare la sua posizione. Lentamente e faticosamente, però, il Paese dovrà risollevarsi. E non è detto che il futuro sia cupo. Dopo tutto, il Pakistan ha risorse straordinarie. È il sesto Paese al mondo per popolazione, ha un numero di bambini sotto ai 14 anni superiore a quello degli Stati Uniti. È povero, ma può vantare livelli di popolazione affamata e di malnutrizione infantile significativamente inferiori a quelli dell´India.

   E un aspetto cruciale è che il Paese sta costruendo le sue istituzioni democratiche. Non è una cosa da poco. Perché sono due i grandi mali del Pakistan: uno Stato che fa troppo poco per i suoi cittadini e la sfida di coloro che cercano di rovesciare lo Stato. La sua fragile democrazia ha gli strumenti per affrontare entrambe le sfide. E la necessità di mantenere le promesse fatte agli elettori sta creando una pressione per il cambiamento.

   Uno Stato più equo e redistributivo sarebbe utile anche per affrontare il secondo aspetto della crisi pachistana: i tentativi dei gruppi estremisti di rovesciare il governo e assoggettare una società pluralistica ed eterogenea al loro volere tirannico e intollerante. Bisogna combattere questi gruppi, e i risultati fino a questo momento sembrano dimostrare, com´era prevedibile, che le forze armate pachistane riescono a svolgere meglio questo compito quando agiscono con la legittimazione che può garantire un governo democratico.

   L´esercito, però, perfino adesso, non si impegna fino in fondo in questa battaglia, perché continua a temere possibili iniziative da parte indiana. Ritengo che si tratti di un tragico errore. Ma sono convinto anche che sia ingiusto dire che il Pakistan non dovrebbe sentirsi minacciato dal suo vicino. Io vivo a 30 chilometri dal confine, dove recentemente il governo di Nuova Delhi ha ammassato un milione di soldati per via di un attentato commesso sul suolo indiano da terroristi pachistani. Ho visto elicotteri da combattimento che volavano bassi e batterie di artiglieria pronte nei prati. Il conflitto indo-pachistano è reale, reciproco e nucleare.

   Recentemente ho conosciuto una donna pachistana che viveva a Hong Kong ed era venuta a vedere Lahore. All´estero, gli amici le avevano chiesto perché voleva recarsi in un Paese tanto tormentato. Lei aveva risposto che era come andare a trovare una persona cara ammalata. Nessuno è felice di stare a contatto con la sofferenza, ma quando un genitore o un fratello non sta bene, l´istinto umano è di stare al suo fianco fino a quando non guarisce.

   Oggi il Pakistan è febbricitante. Ma io vedo tante cose che ammiro e che mi trattengono qui, e spero, per il bene della generazione di mia figlia, che un giorno non lontano questa febbre possa svanire.

(Mohsin Hamid è l´autore di “Il fondamentalista riluttante”  e “Nero Pakistan”) (Traduzione di Fabio Galimberti)

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One thought on “La catastrofe ignorata – le INONDAZIONI in PAKISTAN: un paese, con una classe dirigente ambigua, porta il mondo a ignorare la tragedia di 20 milioni di PROFUGHI: a pagarne sono i BAMBINI – Quando la solidarietà internazionale (e un governo mondiale) deve decidere di intervenire in soccorso di innocenti

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