GROUND ZERO E IL CENTRO CULTURALE ISLAMICO: Perché no? – Una MOSCHEA là dove l’integralismo (religioso?) ha colpito la nazione americana – L’America che ha paura della sua stessa origine (e successo): il MELTING POT, espressione del tentativo quotidiano di una virtuosa convivenza di diversità

New York - Ground Zero - manifestazione di protesta contro la possibile costruzione lì di un centro culturale islamico con moschea

   La costruzione della Cordoba House, un centro culturale musulmano (non solo una moschea), a New York, vicino al sito dove sorgevano le torri gemelle sta suscitando forti polemiche e contrapposizioni. Il diritto di costruire il centro islamico è stato difeso a spada tratta dal presidente Obama in un intervento giudicato politicamente infelice sia dai repubblicani che dai democratici. La difesa del diritto costituzionale sulla libertà di religione ha sollevato pure la furiosa indignazione dell’estrema destra, che ormai paragona i musulmani ai nazisti, ma anche l’ira dei democratici già in pericolo di perdere le elezioni di autunno, in un anno di crisi economica, alta disoccupazione e deficit record. 

   Invece il presidente Obama dice che accettare questo progetto è parte dello spirito dell’America. Qui viene da dire che sicuramente è prima di tutto parte dello spirito incredibilmente cosmopolita di New York. E non a caso la posizione di Obama viene a confortare quella di un suo “nemico” politico, il sindaco della metropoli, Michael Bloomberg, la prima autorità che ha appoggiato questo progetto di Moschea a Ground Zero. Pertanto la politica americana che, nella contingenza del momento, sia da destra che da sinistra critica Obama. E allo stesso tempo gli stessi uomini più rappresentativi in questo momento della politica americana più moderata, non integralista, di entrambe le parti (Obama e Bloomberg) che ribadiscono il diritto di libertà religiosa per ogni persona e comunità nel suolo americano; e quello che è l’essenza del “progetto” degli stati Uniti d’America, cioè quel “meltig pot” miscuglio di religioni, etnie, persone, ognuna delle quali esprime sì le proprie specifiche tradizioni, ma allo stesso tempo si riconosce unitariamente nello spirito americano (questo almeno in teoria, poi nella realtà la questione di convivialità fra etnie diverse in America non è scevra da contraddizioni).

New York, metropoli cosmopolita - Melting pot letteralmente significa "crogiolo". L'espressione si usa per indicare l'amalgama, all'interno di una società umana, di molti elementi diversi (etnici, religiosi, ecc.). Melting pot è inoltre un nomignolo di New York, in ragione del fatto che proprio in questa grande metropoli vivono milioni di persone di culture tra loro molto diverse, proprio come in un grosso calderone. Il melting pot è un fenomeno complesso che sta avvenendo, in proporzioni minori, anche in Italia, paese nel quale comincia a delinearsi una fusione tra la popolazione italiana e quella immigrata. Il melting pot consiste nell'amalgamento di moltissime culture e di sentirsi comunque cittadino americano, per esempio un francese immigrato in America può conservare tutte le sue usanze, lingue, religione e sentirsi ugualmente cittadino americano. (da WIKIPEDIA)

   Diciamo quel che pensiamo. E’ probabile che il conflitto tra religioni, negli Stati Uniti, come nel Medio Oriente o in ogni altra parte del mondo, ha assai poco di religioso… è sempre così… si impugna il “credo” religioso per contraddizioni “altre”  (economiche, di controllo del potere, di diritti negati…). Un esempio terribile degli anni novanta del secolo scorso lo si è avuto, in uno scontro tra etnie “montato ad arte”, qui da noi a poche centinaia di chilometri, nella ex Iugoslavia, dove addirittura si son riusciti a separare, mettere contro, famiglie fino al giorno prima unite, solo perché la moglie era di origine croata e il marito serbo…

   Pertanto il tentativo di “andare oltre l’odio”, e il ricordo di Al Qaeda che trafigge le torri gemelle e produce una ferita indimenticabile a New York l’11 settembre di nove anni fa, è sì quello di ribadire lo spirito della costituzione americana, ma prima ancora un tentativo di dare forza all’islamismo moderato, predominante contro integralismi violenti e strumentalizzazione di potere. La cosa, da un punto di vista dell’opinione pubblica americana, non è stata accolta bene (Obama è sprofondato ancora di più nei sondaggi, che lo vedono già in condizioni difficili), ma è anche questa mossa (dell’accoglienza, almeno di principio, della moschea…. vedremo il protrarsi della vicenda…), per il presidente americano forse più innovativo della storia americana, una “scommessa sul futuro”: la possibilità di un’epoca di pace mondiale dove ci si concentri sul benessere di ciascuna persona, oltre ogni violenza e integralismo.

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IL MINARETO AMERICANO E I TIMORI DI CASA NOSTRA

di Gad Lerner, da “la Repubblica” del 17/8/2010

   “È un segno di decadenza dei popoli quando gli dèi cominciano ad essere comuni… Quanto più forte è un popolo, tanto più il suo dio è particolare”. Questo abbassamento di Dio a semplice attributo della nazionalità, finalizzato a indicare il popolo russo come l’unico popolo “portatore di Dio”, costituisce motivo di tormento per Fedor Dostoevskij. “Chi non è ortodosso non può essere russo”, scrive Dostoevskij, animando un dialogo cruciale de “I demoni”: “Credo nella Russia, credo nella sua ortodossia… Credo nel corpo di Cristo… Credo che il nuovo avvento sarà in Russia… Credo… – si mise a balbettare Satov, in preda all’esaltazione”.

   È un afflato religioso di segno opposto quello che ha sospinto Barack Hussein Obama a pronunciarsi in difesa della costruzione di un centro comunitario islamico a Lower Manhattan, in prossimità di Ground Zero. Il discorso con cui Obama ha motivato la sua scomoda scelta, è stato innanzitutto il discorso di un credente.

   Fin dagli inizi della sua attività sociale e politica a Chicago egli ha rivendicato l’impegno pubblico come sviluppo conseguente della fede evangelica. Celebri sono i suoi richiami biblici, l’immaginarsi come un Giosuè chiamato a proseguire il cammino dei patriarchi dopo la schiavitù e la traversata del deserto.   Guidando un popolo che è unico non certo perché esibisca l’idolo di un dostoevskijano “dio particolare” quale requisito d’appartenenza, ma al contrario perché capace di sommare le sue diversità.

   Anche la mia Pasqua ebraica è allietata dalle fotografie provenienti dalla Casa Bianca, dove il presidente americano figura come ospite e gusta il pane azzimo del seder insieme ai collaboratori. Così come lo vediamo ogni anno rompere il digiuno del Ramadan islamico partecipando alla cena dell’Iftar, celebrare il Natale cristiano e il Diwali indù.

   Sarà un bel giorno, temo lontano, quello in cui si celebreranno pure al Quirinale analoghe cerimonie di concittadinanza. Lungi dal proporre ambigui modelli di sincretismo, esse favoriscono il riconoscimento della funzione pubblica imprescindibile delle religioni, e di certo non offendono i non credenti. La laicità dello Stato non ne subisce alcuna minaccia. Lo ha spiegato Obama venerdì, nel suo breve ma storico discorso dell’Iftar: “Ad attestare la saggezza dei nostri fondatori, l’America è rimasta un Paese profondamente religioso: una nazione dove persone di confessioni diverse sono capaci di convivere pacificamente, nel rispetto reciproco, in netto contrasto con i conflitti religiosi tuttora in atto in altre parti del mondo”.

   Certo anche gli Stati Uniti, colpiti nove anni fa dall’attentato fondamentalista alle Torri gemelle, sono attraversati da una pulsione reazionaria tendente a plasmare la falsa tradizione di un “dio particolare” d’America – ad uso riservato di protestanti, cattolici, ortodossi e ebrei – contrapposto agli dèi altrui e quindi negatore del Dio comune. Ma a New York sono in attività cento moschee islamiche e nessuno, dopo l’11 settembre 2001, si è mai sognato di proporne la chiusura.

   Al contrario, il sindaco (ebreo) della metropoli, Michael Bloomberg, ha fin da subito condiviso il progetto di edificare vicino a Ground Zero un centro culturale e religioso islamico che il proprietario dell’area, un cittadino americano di madre polacca e padre egiziano, vuole intitolare alla mitica Cordoba, città-simbolo di una convivenza armoniosa tra fedi e saperi nella Spagna medievale.

   New York ci appare così distante anni luce dalla nostra Milano, dove una volta ancora il Ramadan deve celebrarsi in una tensostruttura provvisoria visto che le autorità cittadine si rifiutano di consentirvi l’edificazione di una moschea. Litigano per accaparrarsi i fondi dell’esposizione universale convocata nel 2015, pensando seriamente che un incontro definito, appunto, “universale” possa svolgersi là dove si nega un’adeguata sede di culto a una religione che conta più di un miliardo di fedeli.

   Può darsi che il presidente Obama sia spaventato dalle divisioni suscitate tra gli americani dal suo discorso. Domenica ne ha minimizzato le conseguenze, precisando che le sue affermazioni di principio non vanno considerate un’interferenza nella decisione sul Centro Cordoba, spettante alle autorità cittadine. Ma prima che sopravvenissero i vincoli della realpolitik, è dal patrimonio della sua fede personale che Obama ha attinto l’ispirazione profetica.

   Sto parlando della fede in un Dio che apre gli occhi e i cuori, aiutandoci a ben distinguere fra l’islam nel suo insieme e al Qaeda. Un Dio fiducioso nelle virtù benefiche della preghiera e della riflessione culturale. Perché non credere che i musulmani riuniti in quell’edificio vicino al luogo-simbolo della memoria insanguinata di New York, ne potranno trarre ispirazione alla saggezza e alla condivisione del lutto?

   Destinati come già sono a vivere nella metropoli comune, lo spirito americano di cui Obama è un testimone li instrada a partecipare della sua contrizione. Chi viceversa si batte per un divieto che violerebbe la legislazione americana sulla proprietà privata e sulla libertà di culto, anteponendole motivi d’opportunità, sposa una visione statica e disanimata della religione. Sfiduciato e privo di fede, considera il monoteismo islamico perduto e riduce il suo grande mistero a mero fanatismo.

   Con la stessa miopia che in passato portò altri intolleranti a negare i diritti delle medesime confessioni che oggi pretende di cooptare nel suo falso “dio particolare” d’America. Non a caso fra i più accaniti condottieri della crociata contro “la moschea di Ground Zero” spiccano gli esponenti dei Tea parties che insistono nel chiamare Obama col suo secondo nome, Hussein, sostenendo che il presidente sia un infiltrato di al Qaeda al vertice degli Usa. Farneticazioni minoritarie disseminate come vox populi per gli ignoranti, da parte di chi non digerisce ancora l’accadimento dirompente rappresentato dall’elezione di un meticcio con sangue afroamericano alla Casa Bianca.

   Il corrispettivo italiano, lo conosciamo bene. Siede nei banchi del nostro governo. Definisce “imam” l’arcivescovo di Milano solo perché in assenza di una voce pubblica disposta a fronteggiare il pregiudizio nei confronti dei musulmani, osa chiedere che essi possano pregare in luoghi degni edificati a questo fine. Ma soprattutto il corrispettivo italiano degli avversari di Obama esprime in versione caricaturale, sia pure inconsapevole, la bestemmia slavofila narrata da Dostoevskij: secondo cui il sacro risiederebbe nel popolo stesso, in quanto legittimo portatore della tradizione quand’anche essa si sia distaccata, storicamente, dal Vangelo.

   Cittadinanza e battesimo come sinonimi; buoni a fronteggiare l’Altro, a prescindere dal credere e tanto meno dal testimoniare nei comportamenti di vita. Non a caso anche l’ebraismo si divide sulla vicenda della “moschea di Ground Zero”. Da una parte i favorevoli, come il sindaco Bloomberg, che agli argomenti di natura costituzionale affiancano il richiamo ai principi fondamentali della Torah; dall’ altra i contrari, guidati dall’ Anti-Defamation League, i cui argomenti sempre meno derivano dalla Legge fondativa dell’ebraismo, affidandosi piuttosto a una sorta di nuova religione della Shoah.

   Il loro argomento è storico-emotivo: autorizzereste la costruzione di un centro culturale tedesco dentro Auschwitz? (Mia risposta personale: a duecento metri di distanza, perché no?) Si tratta di esponenti mossi da finalità politiche, che vorrebbero però assolutizzare col ricatto morale, rivestendo arbitrariamente i panni dei portavoce delle vittime. Nella visione di costoro l’ebraismo, sul finire del suo quinto millennio, cercherebbe fondamento sempre meno nei principi biblici, e sempre più su una supposta rappresentanza degli sterminati.

   Temo questo abuso del senso di colpa, già manifestatosi ampiamente sui mass media statunitensi a proposito del Centro Cordoba di Manhattan, e che avvicinandosi il decennale dell’ 11 settembre 2001 vedrà scatenarsi la competizione per la “legittima” rappresentanza politica dei tremila caduti nell’attentato.

   Ignoro se sia concessa a un presidente degli Stati Uniti la possibilità di promuovere, nell’esercizio delle sue funzioni, una visione profetica. È difficile, improbabile. Ma quando dice sì a un impegno incrollabile per la libertà religiosa e afferma “Ecco, questa è l’America!”, noi sappiamo che Obama indica anche il destino di quel mosaico che è il mondo contemporaneo, una volta attraversata la stagione di conflitti che di religioso non hanno proprio nulla. – GAD LERNER

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LA MOSCHEA DIFENDE LA LIBERTA’

Il sindaco di New York: combattiamo il terrore mostrando la nostra libertà religiosa –

da “la Stampa” del 26/8/2010

Questo è un ampio estratto del discorso che il sindaco di New York ha tenuto in occasione della cena annuale per celebrare la fine del Ramadan, ospitata nella Gracie Mansion, la sua residenza ufficiale. All’incontro erano presenti molti leader della comunità musulmana di New York.
NEW YORK

BLOOMBERG: “LA MOSCHEA, UN VALORE AMERICANO”

   L’America è una nazione di immigrati e nessun posto spalanca le porte al mondo più di New York. Gli Stati Uniti sono la terra delle opportunità e nessun altro luogo offre ai suoi abitanti più occasioni per inseguire i sogni di New York. L’America è la culla della libertà. Nessuno la difende con più ardore o è stato attaccato con più ferocia a causa della sua libertà, come New York.
   Nelle ultime settimane è sorto un dibattito che va al nocciolo di chi siamo come città e come Paese. La proposta di costruire una moschea e un centro comunitario a Lower Manhattan ha generato un dibattito nazionale sulla religione in America e poiché il Ramadan offre lo spunto per una riflessione vorrei discuterne.  

Michael Bloomberg, sindaco di New York

   Ci sono persone di buona volontà in entrambi gli schieramenti e auspico che il dialogo possa continuare in modo civile. Penso che la maggior parte delle persone sia d’accordo sulle due questioni fondamentali: la prima è che i musulmani hanno il diritto garantito dalla Costituzione di costruire una moschea a Lower Manhattan e, secondo, che il luogo del World Trade Center è un terreno sacro. L’unica domanda che abbiamo dinanzi è: come onoriamo quel terreno? Dopo gli attentati, alcuni sostennero che tutta la zona dovesse essere riservata a un monumento.
   Decidemmo però che il modo migliore per onorare coloro che abbiamo perso e per battere i nostri nemici, era costruire un monumento commovente e ricostruire l’area. Volevamo che quel posto ricordasse al mondo che questa città non dimenticherà mai i suoi morti e non smetterà di vivere. Abbiamo promesso di riportare in vita Lower Manhattan – più forte che mai – come simbolo della nostra sfida e l’abbiamo fatto. Oggi, e più di prima, è una comunità di vicini con più persone che là vivono, lavorano, giocano e pregano.
   Ma se sosteniamo che una moschea e un centro comunitario non dovrebbero essere costruiti vicino al perimetro del World Trade Center, comprometteremmo il nostro impegno per combattere il terrore con la libertà. Colpiremmo i nostri valori e i principi per cui tanti eroi sono morti per proteggerli. Alimenteremmo le impressioni sbagliate che alcuni americani hanno dei musulmani. Manderemmo un segnale al mondo che i musulmani americani sono uguali per la legge, ma diversi agli occhi dei loro compatrioti. E consegneremmo un prezioso strumento di propaganda ai reclutatori dei terroristi che diffondono falsità dicendo che l’America è in guerra con l’Islam. L’Islam non ha attaccato il World Trade Center, è stata Al Qaeda. Coinvolgere tutto l’Islam nelle azioni di pochi che hanno deviato da una grande religione è disonesto e non americano.
   Proprio in questo momento, ci sono giovani americani – alcuni dei quali musulmani – che sorvegliano le libertà in Iraq e Afghanistan e nel mondo. Uomini e donne del nostro esercito sono impegnati a combattere per i cuori e le menti. E la loro più grande arma è la forza dei valori americani che hanno sempre ispirato persone nel mondo. Ma se noi non mettiamo in pratica in patria ciò che predichiamo all’estero – se non guidiamo con l’esempio – miniamo i nostri soldati, gli scopi della nostra politica estera e la nostra sicurezza. In un’altra epoca, con sfide internazionali diverse per il Paese, il Segretario di Stato del presidente Kennedy, Dean Rusk, spiegò al Congresso perché è importante essere all’altezza dei nostri ideali in patria. Disse: «Gli Usa sono considerati la dimora della democrazia e l’avamposto della battaglia per libertà, diritti umani e dignità. Ci è richiesto di essere un modello».
   Quasi cinquant’anni più tardi, queste parole risuonano ancora vere. Nel combattere i nemici non possiamo affidarci interamente al coraggio dei soldati o all’abilità dei diplomatici. Tutti noi dobbiamo fare la nostra parte. Come abbiamo combattuto il comunismo mostrando al mondo la forza del libero mercato e delle libere elezioni, così dobbiamo combattere il terrorismo mostrando il potere della libertà religiosa e la cultura della tolleranza. La libertà e la tolleranza sconfiggeranno sempre la tirannia e il terrorismo. Questa è la grande lezione del XX secolo e non dobbiamo abbandonarla nel XXI.
   Capisco l’impulso a cercare un altro luogo per la moschea. Comprendo il dolore di coloro che sono spinti da una perdita grande. Ci sono persone di ogni fede che sperano che una compromesso metterà fine al dibattito. Ma non sarà così. Perché poi la questione muterà: quanto grande dovrebbe essere l’area bandita alla moschea attorno al World Trade Center? Già c’è una moschea a quattro isolati da là. Dovremmo spostarla? Siamo dinanzi a una verifica della nostra adesione ai valori americani. Dobbiamo avere il coraggio delle convinzioni e fare ciò che è giusto, non ciò che è facile. E riporre fiducia nelle libertà che hanno sostenuto questo grande Paese per oltre 200 anni.
   I primi coloni approdati sulle coste Usa aspiravano alla libertà religiosa e i padri fondatori scrissero una Costituzione che la garantiva. Fecero sì che al governo non sarebbe stato permesso preferire una fede piuttosto che un’altra. Tuttavia, non molto tempo fa, ebrei e cattolici dovettero superare stereotipi e costruire ponti verso coloro che li consideravano con sospetto e non pienamente americani. Nel 1960 molti temevano che Kennedy avrebbe imposto la legge del Papa all’America. Ma egli ci insegnò che la devozione a una religione di minoranza non è un ostacolo al patriottismo. È una lezione che dobbiamo aggiornare oggi ed è nostra responsabilità accettare la sfida. (Michael Bloomberg)

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LA MOSCHEA PUNISCE OBAMA

di Daniela Roveda, da “il Sole 24ore” del 18/8/2010

   Il governatore di New York ci riprova, e rinnova l’offerta di pagare pur di spostare altrove la moschea di Ground Zero, ma il suo secondo tentativo rischia di scontrarsi nuovamente con l’opposizione dei leader musulmani.

   La polemica sulla moschea intanto infiamma, con la destra sempre più galvanizzata dal successo popolare della crociata anti-islamica e i democratici sempre più impauriti di perdere le elezioni di novembre per una questione di principio. Secondo l’ultimo sondaggio della Cnn il 70% degli americani è contrario alla costruzione di un centro islamico a due isolati dal luogo degli attentati dell’11 settembre.
   Il governatore David Paterson ha fatto sapere di voler incontrare per la seconda volta i rappresentanti della comunità islamica locale per convincerli a rinunciare alla costruzione della Cordoba House, il centro culturale musulmano avvolto nella polemica, vicino al sito dove sorgevano le torri gemelle.

   Fonti citate dal quotidiano israeliano Haaretz sostengono che i musulmani sarebbero pronti a rinunciare in un gesto di pacificazione nei confronti dei familiari delle vittime dell’11 settembre, ma lunedì Sharif El-Gamal, il titolare della società edile Park51 a capo del progetto, ha dichiarato di non aver nemmeno preso in considerazione l’ipotesi. «Siamo pronti a iniziare i lavori nel luogo designato», ha detto.
   Il diritto di costruire il centro islamico – un centro culturale, non esattamente una moschea – è stato difeso a spada tratta dal presidente Barack Obama la scorsa settimana in un intervento giudicato infelice sia dai repubblicani che dai democratici. La difesa del diritto costituzionale sulla libertà di religione ha sollevato la furiosa indignazione dell’estrema destra, che ormai paragona i musulmani ai nazisti, ma anche l’ira dei democratici già in pericolo di perdere le elezioni in un anno di crisi economica, alta disoccupazione e deficit record.

   Persino il leader dei democratici al Senato Harry Reid, in corsa per la rielezione in novembre in Nevada, si è dissociato ieri dal presidente: «Rispetto il primo emendamento della Costituzione sulla libertà di religione, ma credo che la moschea debba essere costruita da qualche altra parte». E un sondaggio condotto da Gallup tra il 13 e il 15 agosto, cioè nei giorni del controverso via libera di Obama alla moschea, il presidente è sceso al livello di gradimento più basso (44%) da quando è entrato alla Casa Bianca.

   La strumentalizzazione a fini politici della moschea di Ground Zero sta lasciando poco spazio a chi invita alla ragione. Paradossalmente l’unico uomo politico che ha avuto il coraggio di applaudire il presidente e la difesa dei principi costituzionali su cui si regge la nazione americana è stato il sindaco (repubblicano) di New York Michael Bloomberg. «Se impediamo la costruzione di una moschea a due isolati dal luogo in cui è stato lanciato un attacco alla libertà, credo che sarebbe un triste giorno per l’America», ha detto Bloomberg.
   Contrariamente a quanto sostiene la destra, capeggiata in questo caso dall’ex-candidata alla vicepresidenza Sarah Palin e dai leader ideologici ultraconservatori come Newt Gingrich e Glenn Beck, nemmeno i familiari delle vittime dell’11 settembre sono uniti nell’opposizione alla moschea. Confondere terrorismo e Islam è un errore, sostengono in molti, anche se la ferita degli attentati è ancora aperta. 

   «L’America è sempre stato un rifugio dalle persecuzioni religiose – ha detto Donna Marsh O’Connor, la cui figlia incinta è morta negli attentati – La nostra sofferenza è reale, ma non è giusto violare i principi di questa nazione solo per questo».

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QUANDO GROUND ZERO ERA UNA CITTADELLA ARABA

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 26/8/2010

– Si chiamava “Little Syria” il quartiere mediorientale della città la punta di Manhattan, nell´800, era una piccola replica di Damasco. Donne velate e uomini in fez: a due passi dal luogo dove, molti anni dopo, sarebbero nate le Torri Gemelle. Il New York Times svela un realtà ormai dimenticata: “Serve a ricordare che qui nessuno può vantare diritti esclusivi” –
   Ground Zero come Damasco o Beirut? Non è una profanazione, è solo un ritorno al passato. Le polemiche sulla moschea da costruire a due isolati dall´ex-cratere dell´11 settembre si arricchiscono di un nuovo colpo di scena. A movimentare la controversia stavolta non è l´intervento di Hamas, o il contributo di capitali sauditi, o la scomunica di qualche leader della destra repubblicana.

   È dagli archivi del Museum of the City of New York che riemerge una litografia di fine Ottocento intitolata “La Colonia Siriana”. Il disegnatore, dal nome non proprio anglo-protestante (Bengough), illustra una scena tipica di una città araba. In primo piano una donna col velo. Sul retro un anziano col fez, seduto davanti all´uscio di casa, intento a fumare il narghilé. Mercanti e bancarelle come si vedono a Marrakech: stessa frutta esotica, stesse spezie, stessi tessuti colorati. Ma la scena del quadro, che il New York Times riproduce in prima pagina, è ambientata a Washington Street. Nella punta meridionale di Manhattan, vicino alla sede del municipio.
   Pochi isolati a Sud di Ground Zero, due secoli fa c´era il quartiere “Little Syria”. Un pezzo di mondo arabo era a casa sua lì, molto prima che quella diventasse l´area del World Trade Center e dei potentati finanziari di Wall Street. Lo ricorda lo storico Jabaly Orfalea, autore di un saggio su “Gli Arabi Americani” e lui stesso di origini siriane.

   «Washington Street era una enclave di Medio Oriente dove gli arabi facevano commercio ambulante, lavoravano in misere botteghe artigianali, vivevano in dormitori collettivi. Mia nonna Jabaly Orfalea, arrivata a New York nel 1890, passeggiava per Washington Street offrendo la sua merce ai passanti». Il giornale più diffuso del quartiere si chiamava Al-Hoda. Le insegne dei negozi portavano i nomi dei Fratelli Sahadi, di Noor & Maloof, di Rahaim & Malhami. Oppure erano semplicemente scritte in arabo, incomprensibili per il resto della popolazione newyorchese.

   Uno studioso della storia cittadina, Konrad Bercovici, nel 1924 descriveva «le grida in arabo delle mamme che chiamavano i bambini, mescolate con le note di jazz di qualche locale, e con le bestemmie omeriche di un camionista» (la parte araba confinava con il quartiere greco).
   A “Little Syria” i linotipisti delle tipografie adattavano le macchine per stampare in caratteri arabi anziché latini, nella casa editrice di Naoum Salloum Mokarzel. Lo stesso New York Times in un articolo del 1948 cantava le lodi del suo concorrente locale in lingua araba, Al-Hoda: «Ha consentito e stimolato una straordinaria crescita del giornalismo arabo». L´archivio del New York Times ha foto di pasticcerie arabe con le caratteristiche baklava, rosticcerie con la carne marinata e aromatizzata alla libanese, la shawarma. Datate del primo Novecento. A poche centinaia di metri da dove sarebbero sorte, ma molto più tardi, le Twin Towers.
   A onor del vero l´impronta araba sul quartiere non coincideva con un influsso islamico. All´origine l´immigrazione a New York in provenienza dal Medio Oriente, in prevalenza dalla Palestina, era dominata da famiglie di religione cristiana. Anche siriani e libanesi erano soprattutto di fede cristiana. Al numero 103 della Washington Street c´era la cappella di San Giorgio, di rito melchita. Altri erano maroniti. C´erano anche arabi protestanti, convertiti dai missionari occidentali che a quell´epoca erano attivi nelle terre dell´Impero ottomano decadente.

   I musulmani rappresentavano solo il 5% sulla popolazione araba di Manhattan tra fine Ottocento e primo Novecento. Non risulta che ci fosse una moschea, mentre tre chiese servivano i libanesi e i siriani. Ma ritrovare quelle immagini d´epoca è una lezione. «Serve a ricordare – scrive David Dunlap sul New York Times – che questa città è fatta a strati, proprio come una baklava. Nessuno ha dei diritti esclusivi o definitivi su questo o quel quartiere».
   L´aggressione di un tassista musulmano pugnalato da un cliente ieri a Manhattan ha rilanciato la paura che questo paese sia attraversato da un´ondata di “islamofobia”. Ma è una psicosi contraddetta dai fatti. Solo nel 2001, l´anno dell´attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle, l´Fbi registrò un balzo nelle aggressioni o minacce verbali contro cittadini di fede musulmana: +1.600%. Una percentuale che fa impressione ma il numero assoluto era basso: 481 casi. Assai meno dei “reati di odio” contro i neri o i gay. Passato lo choc dell´11 settembre, già nel 2003 le aggressioni contro musulmani erano ridiscese a 149.

   Negli anni successivi si sono assestate sulla media di sempre, circa un centinaio all´anno. Su una popolazione americana di 300 milioni, con oltre 5 milioni di musulmani praticanti e dichiarati, non si può parlare di un´ondata di intolleranza. Come ai tempi in cui la nonna siriana Jabaly Orfalea sbarcò nella “Little Syria” di Manhattan per sfuggire alla miseria, all´oppressione e all´intolleranza religiosa, per molti arabi l´America è un paese più ospitale della loro terra d´origine. (Federico Rampini)

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MOSCHEA A GROUND ZERO, DOLAN MEDIA

– Parlando al Covenant House (centro cattolico per giovani senzatetto a Manhattan) l”arcivescovo Dolan ha invocato l”esempio di Giovanni Paolo II che, nel 1993, in seguito alle proteste dei leader ebrei, ordinò ad alcune suore cattoliche di spostare il loro convento che si trovava nell”ex campo di concentramento di Aushwitz. Fu Wojtyla a dire, ha ricordato l”arcivescovo di New York: «manteniamo l”idea e, magari, cambiamo l”indirizzo». «Ha funzionato lì, potrebbe funzionare qui», ha spiegato Dolan-

di Giacomo Galeazzi, da “la Stampa” del 19/8/2010

   L’arcivescovo cattolico di New York, monsignor Timothy Dolan, si è proposto oggi come mediatore nella vicenda della “moschea di ground zero”. Il presule ha affermato che fra le sue «maggiori preghiere» vi è la speranza che si raggiunga un compromesso e che, pur non avendo forti sentimenti nei confronti del progetto, forse sarebbe auspicabile trovare un altro sito per il centro islamico.

   L’arcivescovo si è detto disposto a mediare tra i promotori del progetto. Nel corso di una conferenza stampa improvvisata ieri a Covenant House, un centro di accoglienza per giovani senzatetto gestito dalla Chiesa cattolica a New York, l’arcivescovo ha espresso l’auspicio che possa essere trovata una soluzione di compromesso che soddisfi entrambe le parti.

   Monsignor Dolan ha detto anche di non provare sentimenti forti nei confronti del progetto. L’arcivescovo di New York ha ricordato anche l’esempio di Giovanni Paolo II, il quale nel 1993 ordinò alle suore cattoliche di rinunciare al loro convento ad Auschwitz dopo le proteste dei leader della comunità ebraica. Un sondaggio realizzato dal Siena College Research Institute, sottolinea intanto che il 63% degli elettori dello Stato di New York sono contrari alla costruzione di una moschea vicino a Ground Zero, anche se il 64% riconosce che i musulmani hanno il diritto costituzionale di farlo.

   Il centro islamico, chiamato Park 51, vuole essere un punto di riferimento per i 6-700mila musulmani della città, che al momento non dispongono di nulla di questo genere. Voluto dall’imam Feisal Abdul Rauf, prevede una moschea da 2mila posti, un memoriale delle vittime dell’11 settembre, sale da riunione, piscina, centro fitness, ristorante e scuola di cucina, un auditorium da 500 posti e un campo da basket.

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Cambiato dai tempi di Bush l’atteggiamento del partito verso gli islamici americani

MOSCHEA A GROUND ZERO: I REPUBBLICANI ATTACCANO OBAMA. IL PRESIDENTE ISOLATO

Redazione online del Corriere della Sera del 16/8/2010

La difesa: «L’islam non è Al Qaeda». La Casa Bianca: «Turchia cambi atteggiamento su Israele o stop armi»

NEW YORK – Repubblicani scatenati contro Obama per il suo riconoscimento che i musulmani hanno il diritto di costruire moschee dove vogliono nel territorio degli Stati Uniti, e quindi anche vicino a Ground Zero, dove sorgevano fino all’11 settembre 2001 le Torri Gemelle a New York. Un recente sondaggio della Cnn indica che il 68% degli americani è contrario «alla moschea di Ground Zero», e il presidente non è stato difeso a spada tratta dai leader democratici.

ISLAM – Secondo il sito specializzato americano Politico.com, la posizione repubblicana sulla moschea «segna una netta svolta nella posizione del partito verso l’islam». Prima dell’11 settembre i musulmani americani venivano apertamente corteggiati per le loro idee conservatrici vicine al Partito repubblicano su molti temi sociali, dopo gli attacchi di Al Qaeda il presidente George W. Bush aveva più volte definito l’islam «una religione di pace» ma ora c’è «un aperto sentimento di sfiducia». Anzi, i collaboratori di Bush sono tra i pochi a difendere Obama: «Un presidente è un presidente per ogni cittadino, anche per i musulmani», ha sottolineato Michael Gerson, tra coloro che scrivevano i discorsi di Bush. L’ex consigliere Mark McKinnon ha lodato «la coraggiosa e decisiva leadership» dimostrata da Obama.

FALCHI – Ma il controllo del partito, dopo la vittoria di Obama e la sconfitta di John McCain, è passato nelle mani dei falchi vicini a Sarah Palin e al Tea Party. «La Casa Bianca e il presidente stesso hanno perso il contatto con l’America», ha detto alla rete televisiva Fox, vicina ai repubblicani, il senatore del Texas John Cornyn, un tema cavalcato da altri esponenti conservatori impegnati nelle elezioni di medio termine di novembre. In prima linea contro la moschea c’è l’associazione Keep America Safe, guidata da Liz Cheney, figlia dell’ex vice presidente Dick Cheney, il superfalco dell’amministrazione Bush.

DIFESA – La difesa più forte alla moschea è venuta da Jerrold Nader, il deputato democratico che rappresenta la circoscrizione dove si trova Ground Zero. «È un errore fondamentale opporsi alla moschea», ha dichiarato. «È stata Al Qaeda ad attaccarci, non l’islam». Il principale quotidiano panarabo, Al Hayat, plaude alla scelta di Obama ricordando che «l’islam non è Al Qaeda né i talebani». Tra i sostenitori del progetto anche il sindaco di New York, Michael Bloomberg, secondo il quale la tolleranza religiosa è la migliore risposta all’estremismo religioso.

REPLICA OBAMA – Il presidente ha poi voluto precisare il suo pensiero, dicendo di non appoggiare o meno la costruzione ma solo il diritto a farlo: «Non ho giudicato la saggezza nel decidere di costruire la moschea in quel luogo. Ho valutato solo i diritti che appartengono a tutte le persone e che risalgono ai nostri Padri Fondatori». Obama ha ribadito che «negli Stati Uniti tutti devono essere uguali davanti alla legge, senza tener conto della razza o della religione».

TURCHIA – Intanto Obama lancia un duro monito alla Turchia, per la crescente tensione con Israele dopo il caso della nave assaltata (nove i morti) che voleva superare il blocco marino a Gaza. Secondo il Financial Times, il capo della Casa Bianca ha «personalmente» avvertito il premier turco, Recep Tayyib Erdogan, che se Ankara non cambierà posizione su Israele e Iran difficilmente otterrà le armi americane che intende acquistare. La Turchia intende infatti comprare velivoli automatici senza pilota da impiegare contro le basi irachene dei separatisti curdi del Pkk dopo il ritiro Usa dall’Iraq alla fine del 2011. Una fonte dell’amministrazione americana ha ricordato la «profonda delusione» di Washington quando la Turchia a giugno votò all’Onu contro le nuove sanzioni all’Iran. Una posizione dura rispetto a quanto detto lo stesso Obama lo scorso 8 luglio in un’intervista esclusiva al Corriere della Sera, nella quale invitava l’Europa a integrare Ankara a pieno titolo nelle sue istituzioni per non spingere il popolo turco a «guardare altrove».

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Controtendenza

SE LA MOSCHEA A GROUND ZERO DIVENTA UNO SCONTRO TRA “NOI” E “VOI”, ABBIAMO GIA’ PERSO

di Dino Colfrancesco, da http://www.loccidentale.it/ del 21/8/2010

   Sembra sfumato il progetto di costruire, a quattro passi da Ground Zero una grande moschea e un centro di cultura, Cordoba House. Il Presidente Barack Obama e il sindaco di New York Michel Bloomberg (ebreo) non avevano trovato nulla da eccepire ma l’opinione pubblica, come spesso capita nelle democrazie, è stata più forte delle autorità politiche.

   Secondo Gad Lerner il centro sarebbe stato intitolato alla “mitica Cordoba” in quanto “città simbolo di una convivenza armoniosa tra fedi e saperi nella Spagna medievale”, Secondo Newt Gingrich, “la verità è che ogni islamico al mondo riconosce in Cordoba il simbolo delle conquiste dell’Islam”.

   Non ho competenza in materia e, pertanto, mi astengo da ogni giudizio. E’ un fatto, però, che l’estremismo islamico, impegnato nel resuscitare il Grande Califfato, non vede certo in Cordoba un simbolo di tolleranza (quale la città arabo-ispanica certamente fu) ma un motivo di orgoglio, lo stesso manifestato dall’accorto sceicco Faysal – ricordato ne “I sette pilastri della saggezza” di Thomas E. Lawrence e interpretato da Alec Guinness nel film di David Lean Lawrence d’Arabia (1962) – nel suo rimpianto della città imperiale illuminata a giorno in un’epoca in cui Londra era poco più di un villaggio barbarico.

   Inoltre è pure indubbio che un centro culturale, aperto all’insegna del dialogo tra le civiltà e tra le religioni, avrebbe potuto intitolarsi ai grandi filosofi islamici che fecero effettiva opera di mediazione tra Oriente e Occidente, tra Maometto e Carlo Magno, per citare il grande libro di Henri Perenne: ad es., ad Avicenna o ad “Averroìs che ‘l gran comento feo”, tanto ammirato da Dante Alighieri. Ma forse, nel mondo islamico, il commentatore di Aristotele non gode di buona stampa da quando il regista egiziano Yussuf Shahin, nel film Averroè (1997), lo ha presentato come un illuminista, sia pure credente, anti litteram. 

  La controversia sul nome e sull’opportunità del centro culturale islamico, però, non può essere chiusa da poche battute: c’è un  problema ben più complesso che riguarda il tipo di cultura e di ‘etica politica’ che quella controversia ha portato allo scoperto, in Europa come in America. L’impressione che ho avuto, leggendo gli argomenti avanzati da non pochi sostenitori e avversari di Cordoba House, lo dico subito, è desolante, giacché quasi tutti, a destra e a sinistra, mi hanno fatto cogliere con mano che non siamo di fronte al “tramonto dell’Occidente”, per riprendere il noto libro di Oswald Spengler degli anni 1918-1923 ma al “tramonto del liberalismo”, per riprendere, invece, l’assai meno noto libro di Eugenio Giovanetti, pubblicato da Laterza nel 1917.

   Entrando in medias res, la mia tesi è che il revanscismo dei fondamentalisti islamici, ha riportato una sostanziale vittoria culturale nel momento in cui è riuscito impegnare  i suoi avversari sul suo terreno ideale ovvero li ha costretti a interloquire in termini di “noi” e “loro”. Ne costituisce una significativa riprova l’incipit del breve articolo di New Gingrich – un politico conservatore che peraltro mi sembra ingiustamente demonizzato dalla stampa progressista – pubblicato da ‘L’Occidentale’ il 27 luglio u.s., l’America deve dire no alla Moschea di Ground Zero: “Non ci dev’essere alcuna moschea vicino a Ground Zero fino a quando non ci saranno chiese o sinagoghe in Arabia Saudita”.

   In queste poche parole, c’è tutto l’oblio della quintessenza del liberalismo che non teorizza e riconosce i diritti  delle comunità religiose (cattoliche, musulmane o buddiste che siano) o etniche (bianche, nere o gialle) ma quelli degli individui uti singuli: non è il colore della pelle o le credenze nell’aldilà a conferire la citizenship nella polis liberale ma la qualità di ‘essere umano’, capace di intelligere e di soffrire, di collaborare liberamente con gli altri in spirito di reciprocità etc.

   Se in Arabia Saudita – spazio sacro dell’Islam – non si possono costruire chiese e sinagoghe,non si violano i diritti dei cristiani e degli ebrei, intesi come comunità di credenti, ma si offendono innanzitutto degli uomini, indipendentemente dal fatto che giurino solo nell’Antico Testamento o su entrambi. L’allarme degli ultras dell’Occidente – “non consentiamo agli ‘altri’ di fare a pezzi la nostra identità culturale” è giustificato soltanto se il “noi” si dissolve nell’oceano del ‘genere umano’.

   Chiedere una reciprocità di trattamento sulla base del principio “vi ricambiamo con la vostra stessa moneta” significa – dispiace dirlo ad amici con i quali condivido tanti valori ‘forti’ – la regressione tribale. Forse qualche esempio può essere più chiarificatore di tanti discorsi. Portando alle estreme conseguenze la logica di Gingrich, se a Riyad un newyorchese non ha il diritto di andare in chiesa (o in sinagoga), a New York, un saudita non dovrebbe avere quello di pregare in una moschea.

   Sennonché a un bravo giovane (cristiano o ebreo o buddista), in viaggio nel Negged, potrebbe capitare di innamorarsi di una ragazza islamica e di non poter convolare con lei a giuste nozze perché la legge coranica vieta i matrimoni misti: ebbene dovremmo ricambiare gli arabi con la stessa moneta? Impedendo, ad esempio, a un bravo giovane musulmano di sposare la ragazza yankee che ama sinceramente e da cui è ricambiato?

   Ma avventuriamoci in uno scenario futuro peraltro improbabile. Mettiamo che il monarca saudita si sia convinto della bontà degli argomenti ‘alla Gingrich’ e che accetti la ‘reciprocità’: “Voi cattolici potete costruirvi una bella cattedrale a Riyad in stile arabo-bizantino ma che gli ebrei si guardino bene dal chiederci una sinagoga”. Un cattolico liberale (ce ne sono ancora in giro) approfitterebbe dell’occasione, all’insegna del principio ‘ognuno curi innanzitutto i propri affari’, o se ne sentirebbe umiliato -come capitò a quegli europei che, durante l’occupazione nazista, furono tentati di appuntarsi la stella gialla per solidarietà con i discriminati – e pertanto rifiuterebbe l’offerta? Insomma, un liberale si batte per i diritti di tutti e se protesta davanti all’ambasciata di uno Stato che li viola non lo fa “in divisa” o con le bandiere e le insegne di un ‘gruppo di appartenenza’.

   Anche a me piacerebbe che ci fosse una chiesa in tutte le capitali islamiche ma è un diritto che non voglio far valere in quanto membro di un “noi” bensì in quanto appartenente al “seme d’Adamo”: in caso contrario, mi sentirei intruppato nelle compagnie della fede di Antonio Socci e di Angela Pellicciari e, semmai, con in testa il basco dei Comitati Civici di geddiana memoria. Le libertà fondamentali non si rivendicano per la propria ‘famiglia’ (naturale, religiosa, ideologica etc.) ma per tutte le ‘famiglie’ anche se poi, una volta concesse e riconosciute, è la comunità di appartenenza, con le sue tradizioni e le sue identità, a indicare i modi e i limiti istituzionali che debbono disciplinarne e regolarne l’esercizio, come si dirà in seguito.

   E’ un discorso, questo, che non ha nulla a che vedere con l’attitudine a ‘calarsi le braghe’ dinanzi alle pretese (talora arroganti e provocatorie) degli imam che operano nei paesi ‘cristiani’, pretese così spesso denunciate – e non sempre a torto – dalla destra ‘occidentalista’.

   Essere inflessibili nella difesa intransigente dei diritti e delle libertà degli individui comporta il rigetto di ogni ‘buonismo’(così diffuso nel mondo cattolico) e di ogni melassa pluralistica. Il dialogo delle culture, le tavole rotonde – col rabbino, con l’imam, col pastore, col prete – hanno senso all’interno della ‘società civile’, se possono ingenerare abiti di tolleranza e di apertura ai diversi, purché non si perda di vista il principio aureo che il diritto e la costituzione (se dettati da spiriti liberali) non conoscono i “soggetti del pluralismo” ma soltanto i “soggetti umani”.

   Diritti e doveri, ancora una volta, non riguardano le ‘tribù’ ma gli individui, nella loro irriducibilità alle diverse appartenenze – e specialmente a quelle non scelte -: un reato deve essere tale per tutti e, tutt’al più, i condizionamenti culturali del colpevole possono valere solo come ‘attenuanti generiche’ (quanto più si afferma, però, la ‘civiltà del diritto’ tanto meno i pregiudizi comunitari dovrebbero venir presi in considerazione: si pensi, in Italia, all’abolizione del “delitto d’onore”).

  E tuttavia l’antitribalismo liberale, sin qui evidenziato, è solo una faccia della Luna. Ce n’è un’altra, non meno importante, che differenzia il liberalismo dal libertarismo pseudo-universalistico e in definitiva inconsapevolmente e involontariamente terroristico, in nome della Raison. L’altro lato della medaglia si riassume nella consapevolezza che l’esercizio dei diritti va, in ogni caso, “regolamentato” e che a regolamentarlo sono gli Stati in quanto (se liberali) terreni d’incontro e di mediazione tra Kant e Burke, tra la società universale e quella comunità particolare che è il corpo organico che consente alla prima di radicarsi nel mondo e nella storia. Il compito dello Stato – nazionale o federale che sia – è quello di raccordare ragione e tradizione, di affermare i diritti senza sacrificare le identità che rendono concreti i diritti.

   Sotto questo profilo, non bisogna nascondersi dietro un dito, la cosiddetta cultura progressista si è allontanata dal porto liberale ancora più dell’altra. Al fondo delle sue posizioni, infatti, sembra esserci (inavvertitamente, beninteso) un “buonismo imposto per legge”, fondato sull’intolleranza verso quanti si limitano al ‘rispetto’ degli altri ma guardano con scetticismo al ‘dialogo’ e al ‘confronto’ tra le varie fedi , mostrano di non averne “stima” e non credono all’eguale dignità morale e culturale di tutte le ‘tradizioni’.

   Tale buonismo è così poco ‘pluralista’ da imporre la propria interpretazione della storia passata e recente come una verità incontrovertibile. Andrea Riccardi, ad esempio, in un articolo sul ‘Corriere della Sera’ del 15 agosto – Il coraggio di Obama sulla moschea a Ground Zero – se la prende con quanti manifestano “una forte convinzione”: che l’attentato dell’11 settembre “sia dovuto all’Islam in senso globale”.

   Ma è proprio così errata tale convinzione? Più radicale dello storico romano, animatore della benemerita Comunità di Sant’Egidio, una giornalista di ‘Lettera 24’, commentando giorni fa su Radio 3, le reazioni degli Americani contrari alla moschea, è andata oltre per ribadire che con le Twin Towers l’Islam non c’entra niente (tra i morti ci sarebbero stati anche cittadini americani e turisti di fede musulmana).  

   Se ne deduce che oggi gli eredi di una famiglia ideologica che voleva “écraser l’infame”, identificando la Chiesa con l’Inquisizione e rimuovendone la dimensione francescana, non esitano a proporre il sillogismo: “la religione coranica ha una profonda spiritualità non inferiore a quella cristiana; tale spiritualità è incompatibile con la violenza; i violenti che si richiamano all’Islam non sono islamici”.

   In tal modo, come succede quando la conoscenza viene sacrificata sull’altare dell’ “impegno”, problemi estremamente ardui e spinosi – quale il rapporto tra religione e politica – vengono azzerati dalle ‘ragioni del cuore’ col risultato paradossale di scavalcare in ‘buonismo’ gli stessi sacerdoti delle chiese celesti e terrene.  Se la vera religione, infatti, è quella che “apre gli occhi e i cuori” e i violenti non ne fanno parte, perché un pontefice romano avrebbe dovuto chiedere perdono per i crimini commessi in nome di Cristo (l’Inquisizione, Galileo, le stragi sassoni, albigesi etc.)? E perché i leader di quella religione secolare che è il comunismo dovrebbero condannare i “compagni che sbagliano”?

   Nell’uno e nell’altro caso, ci si troverebbe dinanzi a lupi travestiti da agnelli per entrare nella casa del Signore, o del Partito, e quindi non si vede il motivo del perdono. Che invece ha senso proprio perché in questione non sono crimini commessi da paranoici o da corrotti profittatori delle istituzioni ma da uomini che, in buona fede, avrebbero voluto convertire il mondo alla ‘vera religione’ o unificarlo, con la violenza rivoluzionaria, perché tutti godessero della fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

  Se il divieto di ridurre l’Islam al terrorismo dell’11 settembre è tanto assurdo quanto lo sarebbe identificare Torquemada col cattolicesimo, non va dimenticato che sul capo di quanti venivano torturati dall’inquisitore campeggiava il crocefisso come sugli attentatori dell’11 settembre sventolava la mezza luna. Certo la “essenza” del cristianesimo non sta nella persecuzione degli eretici – una verità, questa, tanto evidente da essere banale e che non va certo ricordata ai liberali, consapevoli di quanto la loro ‘filosofia politica’ sia debitrice nei confronti del messaggio biblico – ma ciò non toglie che anche le interpretazioni più lontane dalla nostra sensibilità morale che si possano dare di un credo religioso (o ideologico) facciano parte della sua storia.

   Di qui la comprensibile ostilità degli americani a una moschea nelle immediate vicinanze di Ground Zero. Sarà pur vero, come scrive Faared Zakaria sul ‘Corriere della Sera’ del 18 agosto – La moschea aiuterà l’Islam dei moderati – che il promotore dell’iniziativa, l’imam Feisal Adul Rauf, “è un religioso musulmano moderato” che “non perde occasione per condannare ogni forma di terrorismo” (sarebbe davvero strano il contrario…) ma è altrettanto innegabile, come rileva invece Charles Krauthammer sullo stesso quotidiano – Un sacrilegio scegliere Ground Zero -, che “i luoghi hanno un peso. Questo luogo in particolare. Ground Zero è il luogo del più grande omicidio di massa della storia americana – commesso da musulmani di una particolare ortodossia islamica, per la cui causa sono morti e nel cui nome hanno ucciso”.

  Il diritto ad avere una moschea in cui pregare è sacrosanto ma, come tutti i diritti, non può venir fatto valere sempre e dovunque. A regolamentarlo, infatti, come si è detto, è la ‘politica’ intesa come bilanciamento di diritti e di simboli (identitari, di comunità). Un americano potrebbe vedersi riconosciuto in Giappone il diritto di aprire un Centro di Cultura Abraham Lincoln ma chi potrebbe dare torto al governo nipponico se gli rifiutasse il permesso di aprirlo proprio a Hiroshima?

  Citando i due americani di diverse opinioni, Faared Zakaria e Charles Krauthammer, avrei dovuto sottolineare che il loro dissenso si è manifestato nelle forme civili che ci si aspettano dai cittadini del ‘grande paese’ che più di ogni altro è stato segnato dal liberalismo. Lo stesso non può certo dirsi dall’intervento polemico di Gad Lerner su ‘La Repubblica’ del 17 agosto – Il minareto americano e i timori di casa nostra -. 

   Qui dell’oggettiva complessità della questione non si vede neppure l’ombra. L’argomento di quanti sono contrari a Cordoba House, è soltanto “storico-emotivo”. “Si tratta di esponenti mossi da finalità politiche che vorrebbero però assolutizzare col ricatto morale, rivestendo arbitrariamente i panni dei portavoce delle vittime”. Insomma chi non è d’accordo con Feisal Adul Rauf – che tra l’altro ha definito la politica degli Stati Uniti “una componente del crimine” dell’11 settembre – va delegittimato moralmente, è potenzialmente un razzista, testimonia una “stagione di conflitti che di religioso non hanno proprio nulla”. In fondo al pluralismo della sinistra italiana c’è una colpevolizzazione degli avversari che, per fortuna, non si è ancora tradotta in criminalizzazione politica.

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GROUND ZERO

NEL MAGAZZINO A DUE PASSI DAL CRATERE DOVE I MUSULMANI INVOCHERANNO ALLAH

L’attesa degli islamici per il nuovo tempio: “Qui c’è lo spirito di New York”. Il centro sorgerà dove prima c’era un negozio di vestiti. Già oggi l’imam sufi anima la preghiera e sogna l’integrazione con la città

di Gabriele Romagnoli da “la Repubblica” del 15/8/2010

   Un grande magazzino in disuso. Un ingresso semiclandestino di fronte a un garage. Un imam mistico. E, il venerdì alle 13 una variegata folla di tassisti, uomini d’affari, venditori di hot dog, commesse, che dedica la pausa pranzo alla preghiera. Domani non so, ma questo è ciò di cui parliamo oggi quando diciamo “la moschea di Ground Zero”.
   Non occorre fare molta strada dal cratere, per arrivarci. Basta girarsi a destra e proseguire, verso nord. Si supera il cantiere della metropolitana che sorge sui resti della stazione World Trade Center. Ci si lascia alle spalle sia la chiesa di Saint Paul che il Museo dedicato alle vittime dell’Olocausto, si svolta a Park Place, all’altezza del supermercato gestito dalla congregazione degli Amish, per dire che se si dovesse indicare un luogo simbolo del melting pot religioso sarebbe difficile trovarne uno più efficace in tutto il pianeta. Adesso è impossibile localizzare la moschea, perché non è ancora una vera moschea, soltanto un luogo improvvisato di preghiera.
   L’insegna indica “Burlingotn Coat Factory”. La mattina dell’11 settembre 2001 il negozio di abbigliamento era ancora chiuso quando gli aerei dirottati dai kamikaze fondamentalisti attraversarono il cielo. Fu una fortuna, perché nello schianto successivo un pezzo del velivolo andò ad abbattersi proprio su questo edificio, senza provocare vittime.
   Segnò, comunque, la fine. L’esercizio commerciale non riaprì mai. La famiglia Pomerantz, che possedeva i locali, ricevette la disdetta dell’inquilino e lo mise in vendita. Ci rimase, nei termini del mercato immobiliare di Manhattan, un’eternità. Fu venduto soltanto nell’estate del 2009, per una cifra relativamente bassa: 4 milioni e 850mila dollari. L’acquirente, Soho Properties, era una società immobiliare il cui capitale è controllato da uomini d’affari e di culto islamici. Tra loro, l’imam Feisal Abdul Raif, che già era guida religiosa di un’altra moschea, non lontana.
   Chiamata Masjid al farh, si trova infatti nel quartiere di Tribeca, a pochi metri dalla popolare Tribeca Tavern e dalla Bubble Lounge, ancora considerato uno dei posti più indicati e oscurati per bere champagne. L’unico problema mai creato finora è stato proprio questo: la legge prescrive che la licenza per la vendita di alcolici non possa essere concessa entro 60 metri da un luogo di culto. Quando hanno ricevuto la contestazione i proprietari dei locali hanno sollevato le seguenti obiezioni. Una: “Non c’eravamo mai accorti che ci fosse una moschea dietro quella porta”. Due: “Il cartello dice “sufi”: non è una filosofia?”.
   Non hanno torto. L’imam Feisal è effettivamente sufista, una branca dell’islam tendente al misticismo, quella che dà origine, tra le altre cose, ai dervisci rotanti. Alcuni addirittura la considerano il prodotto di un incrocio tra cristianesimo e neoplatonismo. Feisal non è certo il tipo di leader religioso che incendia le masse alla preghiera del venerdì, non è un Qaradawi, non ha rubriche su televisioni finanziate in modo dubbio. E’ un tranquillo predicatore la cui moglie, Daisy Khan, presiede un’associazione per l’integrazione dei musulmani d’America e vede questa della moschea di Ground Zero come l’occasione più importante mai capitata al punto da dire, quasi inevitabilmente, che “dietro questo disegno si scorge la mano di Dio”.
   Certo, la moschea che verrà, sarà diversa da questa. Oggi la porta è un vetro opaco su cui ancora sopravvivono, scoloriti, gli adesivi delle carte di credito. L’aprono, alle 13 del venerdì, due neri robusti con l’aspetto da buttafuori da discoteca. Invece, buttano dentro i fedeli che arrivano alla spicciolata. Un attaccapanni su ruote, residuo del grande magazzino sta all’ingresso per accogliere giacche e cappotti nella stagione invernale, grandi scatoloni ricevono le scarpe. Gli uomini proseguono a sinistra, le donne a destra. In un venerdì passato ho contato circa duecento persone, per lo più afroamericani. C’era ancora il cartello “affittasi locali – rivolgersi a Sonny El Gamal”.
   Se quello è un fanatico, lo è del profitto. Per lui: moschea o supermarket gestito da ebrei sarebbero stati la stessa cosa. Ora, dopo tante esitazioni, sembra abbia vinto la moschea, che sarà vera, e imponente, in una strada dove poco esiste: un’edicola, un caffè, marciapiedi battuti dal vento. Il progetto prevede di tutto: anche una sala dedicata alla riconciliazione tra fedi religiose. Si annusano buona volontà, correttezza politica e qualche astuzia.
   Il presidente Obama dice che accettare questo progetto è parte dello spirito dell’America. Sicuramente è parte di quello di New York. Di moschee ne esistono già e non tutte invisibili come quella di Tribeca. Difficile non notare l’astronave calata sulla Novantaseiesima est tra condomini e supermarket. Eppure tutto questo, accettato prima dell’11 settembre 2001, lo è stato anche dopo. Il fondamentalismo non reclama spazi pubblici in occidente e che l’islam li ottenga può essere considerata una sua sconfitta. Anche e soprattutto a poche centinaia di metri da Ground Zero. (Gabriele Romagnoli) 

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New York - Ground Zero
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