l’IRAN, paese NUCLEARE (solo dell’energia, speriamo), che condanna alla lapidazione una donna, SAKINEH ASHTIANI, per adulterio – Il volto terreo di regimi che si modernizzano a modo loro, rifiutando ogni cambiamento nella VIOLABILITA’ DEI DIRITTI UMANI (in primis alla donna, sottoposta al dominio maschilista)

Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata alla lapidazione in Iran

    Sembra un “esternare voluto” quello dell’Iran, nei casi come quello di Sakineh Ashtiani, che si vuol condannare alla lapidazione per adulterio (ma con la successiva aggiunta, che non sta in piedi, di complicità nell’assassinio del marito). Sakineh Mohammadi Ashtiani è reclusa nella galera di Tabriz, nell´Iran azero (parte occidentale del paese), da cinque anni. È stata accusata di adulterio e condannata. Ha ricevuto 99 frustate al cospetto di un pubblico che comprendeva il suo figlio maschio. È stata forzata a confessioni che ha ritrattato al processo. Una mobilitazione internazionale sembra esserci, sono stati lanciati numerosi appelli, di persone famose e non, cui noi ci associamo e vorremmo lo facesse chi ci legge (ad esempio MMNESTY INTERNAZIONAL –vedi la petizione di Amnesty International – ma anche il quotidiano “la Repubblica” ha lanciato una petizione per la mobilitazione dei Governi, che ha raggiunto le 75.000 firme – vedi http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391170&ref=HREC1-10 ).

   La Repubblica islamica d´Iran, i padroni di un popolo di 80 milioni di persone, tiene così in ostaggio una donna e “scherza” con quel che può accaderle (accadrà?) di qui a poco: farla morire con le pietre (ma i metodi meno cruenti, sia chiaro, non rassicurano). E ci sono tante altre Sakineh in Iran, ma anche casi “maschili”: persone gay perseguitate (Almadinejad dice con orgoglio che non esistono gay in Iran), ogni “diversità” dai parametri di costume previsti è “vietata”; appunto come l’omosessualità, o la donna scelta dai genitori per un matrimonio che non può che essere indissolubile, schiava del proprio marito. Il ribadire, per legge e nella pratica di governo e polizia, che ogni diritto individuale riconosciuto (già dai principi della rivoluzione francese), ogni differenziazione da modelli che in altre parti del mondo si riconoscono fondamentali alle persone (a prescindere da sesso, religione, colore della pelle, costumi sessuali…), tutto questo contrasta con una realtà (quella iraniana) che per il resto (come i consumi energetici pari ai paesi occidentali…) non vogliono assolutamente diversificarsi (e questo è più che legittimo).  

manifestazione a Parigi del 28 agosto contro la condanna a Sakineh

   Potere, volontà di controllo della propria area geostrategica (il Medio Oriente), e oppressione della propria popolazione, dei diritti individuali delle persone se non combaciano al folle disegno di una “modernità industriale e consumistica” dove però il diritto della persona, “l’altro”, deve soggiacere a rigide regole medioevali (lasceremo perdere paradigmi che portano come causa alla cultura islamica, che qui c’entrano a nostro avviso assai poco).

  Dall’altra un Occidente (quel che vuol definirsi il portatore della “civiltà” giuridica e democratica) in crisi e in contraddizione totale con quel che ribadisce: caccia (in Francia) gli zingari Rom senza essere capace di trovare una soluzione appunto di civiltà e di rispetto; respinge immigrati (e lascia morire) in cerca di sopravvivenza; e non si fa problemi a fare affari con dittatori e torturatori (il denaro non ha odore…). L’Europa, si capisce, non può che ricostruirsi ed essere efficace come entità, solo se saprà ricreare in sè valori etici fondamenti (di solidarietà, rispetto della persona…) intervenendo con coerenza nelle precarietà (e sofferenze delle persone) del mondo globale.

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IL MONDO SIAMO NOI

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 29/8/2010

   Una banda armata di sequestratori, violatori e assassini efferati di donne, che usurpa il nome di Stato e si proclama esecutrice del disegno di Dio: a questo vuole ridursi il regime iraniano? Merita questo l´Iran, il suo popolo, le sue donne?

   È la partita che si gioca oggi, e che si allarga al rapporto fra la teocrazia iraniana e il resto del mondo. Ma è prima di tutto la partita fra una così colossale potenza e il destino di una donna sola. Si vuole spiegare, ogni volta che una vicenda particolare sfida il diritto e l´umanità, che nella sorte di uno si riassume e si simboleggia la sorte di tanti, ed è vero. Ma è prima di tutto di quell´uno, di quell´una, che si tratta intanto.

   La signora Sakineh Mohammadi Ashtiani è reclusa nella galera di Tabriz, nell´Iran azero, da cinque anni. È stata accusata di adulterio e condannata. Ha ricevuto 99 frustate al cospetto di un pubblico che comprendeva il suo figlio maschio. È stata forzata a confessioni che ha ritrattato al processo, e ancora, lo scorso 11 agosto, in una ripugnante comparsa televisiva, sepolta in un chador nero come in un sudario, a leggere una nuova inaudita confessione sulla propria complicità nell´omicidio del marito. Il suo coraggioso difensore ha dovuto riparare in Turchia per scampare all´arresto, e il suo difensore attuale, nominato d´ufficio, protesta di non riuscire a conferire con la sua assistita da quando ha annunciato d´essersi convinto della sua innocenza.
   Del resto, perfino dibattere di innocenza o colpevolezza suona derisorio di fronte a un regime che somministra in questo modo la sua giustizia. Ferocia e brutalità offendono ogni sentimento di umanità: l´orrore della lapidazione e i suoi elaborati dettagli («Ma come fanno a prepararsi a mirare al mio viso e alle mie mani, a lanciarmi delle pietre? Perché? Dite a tutto il mondo che ho paura di morire»), i tormenti inflitti ai figli, il maschio di 22 anni e la ragazza di 17, cui viene detto che la madre li ha rinnegati, e viceversa, sono fatti per suscitare lo scandalo.

   Ma rischiano anche di riservare l´attenzione a ciò che è insieme terribile e inessenziale, di lasciar giocare il governo iraniano –come il gatto col topo, stavo per scrivere, e me ne sono vergognato, perché è come l´uomo sequestratore con la donna torturata che gioca – con la commutazione della pena di morte, dalla lapidazione alla benigna impiccagione, o con la compiaciuta dilazione di decisioni ed esecuzione.

   In qualche appello europeo, si deplorano, nelle frustate e le lapidazioni, misure “d´altri tempi”: non direi. Le pietre appuntite, né troppo grosse né troppo piccole, perché l´agonia duri mezz´ora, insieme all´arma nucleare: è questo il compendio della modernità.
   La Repubblica islamica d´Iran, i padroni di un popolo di 80 milioni di persone, ha in ostaggio Sakineh e scherza col suo corpo come un macellaio di donne che abbia legato la sua rapita a un letto di contenzione. Ci sono tante altre Sakineh in Iran, ci sono anche tanti altri, come il ragazzo Ebrahim Hamid, l´ennesimo, che aspetta d´esser assassinato per sodomia nel paese in cui Ahmadinejad proclama che «non esistono omosessuali». E del resto gran parte delle migliaia di prigionieri del movimento verde dell´anno scorso è passata attraverso pestaggi, torture, stupri, e delazioni e confessioni forzate.
   Su questo giornale avevano firmato ieri per Sakineh 70 mila persone. Appelli si moltiplicano e raccolgono l´adesione di personalità di spicco e di persone senza fama. È pochissimo, una firma, e per giunta a volte ai tiranni che tengono in ostaggio un popolo o una donna piace irridere platealmente la trepidazione e l´auspicio del mondo. E tuttavia il capriccio dei tiranni ha un prezzo da pagare. «Cercano di guadagnare tempo – dice il suo avvocato – finché il mondo si dimentichi di lei. E lei non si arrenderà finché il mondo si ricorderà di lei».

   “Il mondo” siamo noi. Il mondo, quello delle firme celebri e quello dei nomi senza fama, non è composto di cavalieri dell´ideale senza macchia. Chiunque firmi per la vita e la dignità di Sakineh fa bene a ricordarsi della pagliuzza o della trave nel proprio occhio.

   Sarebbe mera ipocrisia congratularsi, com´è giusto, della firma di Carla Bruni, e dell´impegno che annuncia a nome del suo consorte, senza avvertire una dissonanza dalla cacciata stentorea dei rom o dalla cittadinanza revocabile, e il bambino bruciato a Roma da una candela da topi non è fatto per acquietare le nostre coscienze. Ma è così che stanno le cose.

   Battersi per Sakineh, sperare con tutto il cuore che sia salvata lei, il suo bel viso che adesso abbiamo visto, estratto da un fondo di pozzo, come quello dei minatori cileni, può essere un modo per metterci stolidamente in pace con le nostre coscienze, ma anche per metterle in agitazione. Avvengono infinite infamie alla condizione che “il mondo” se ne dimentichi, o non se ne accorga affatto – o finga di non accorgersene.

   È una partita che ricomincia ogni volta, ogni momento, daccapo. Ma anche quando ci si trovi gli uni accanto agli altri in un´impresa che somigli a un vuotare l´oceano col secchiello, c´è una fraternità, una sorellanza, da riscattare a se stessi, e forse anche ai sequestratori e seviziatori e assassini di donne che si sono fatti Stato e agiscono in nome di Dio. Questa bella e pessimistica utopia ha la sua parte, e non bisogna rinunciarvi né vergognarsene.

   Ma gli appelli e le firme e le manifestazioni servono anche a far sentire alle brave autorità del nostro mondo, quelle cui ripugna di lapidare le cosiddette adultere e di frustrare in pubblico e di far recitare confessioni estorte in televisione, e che intrattengono comunque relazioni coi colleghi iraniani in una vasta fraternità d´affari, e che il lungo esercizio del potere ha addestrato al cinismo, a far sentire loro sul collo il fiato di elettori e sondabili.

   Diamo alla sorellanza e alla fraternità umana un 49 per cento della speranza per Sakineh. E diamo un 51 alla pressione esercitata sui nostri potenti: l´Unione Europea, in primo luogo, perché è così perbene, e così affarista. E preghiamo che una Sakineh salvata ed estratta dal fondo di pozzo in cui si trova, a Tabriz, possa presto distribuire a suo modo le quote del proprio conforto e della propria gratitudine. (Adriano Sofri)

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PARIGI SCENDE IN CAMPO: “BRUXELLES SANZIONI L’IRAN SE SAKINEH SARA’ LAPIDATA”

da http://www.ilgiornale.it/ del 27/8/2010

Parigi in campo per salvare la donna condannata alla pena per adulterio. La Francia ha esortato l’Unione europea a minacciare sanzioni contro l’Iran se sarà lapidata Sakineh Ashtiani

Parigi – In un messaggio indirizzato all’Alto rappresentante dell’Unione Europea Catherine Ashton, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner chiede che sia inviato un messaggio comune dai 27 Paesi Ue all’Iran per salvare Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata a morte per lapidazione, e avanza l’ipotesi di possibili sanzioni per violazione dei diritti umani.

L’appello della Francia all’Ue “Una lettera comune di tutti gli Stati membri dell’Unione europea alle autorità iraniane è diventata necessaria, ne sono convinto, se vogliamo salvare questa donna”, scrive Kouchner alla Ashton. “Bisogna che l’Unione si impegni in nuove iniziative – prosegue il messaggio – per ricordare alle autorità iraniane che, come sul dossier nucleare, la loro attitudine di isolamento e di chiusura ha un costo, di cui si potranno liberare nel momento in cui sceglieranno comportamenti più conformi ai loro impegni internazionali in materia di diritti dell’uomo”. Kouchner invita il Consiglio europeo a “riprendere i lavori su queste questioni per prendere nuove misure contro tutti quelli che in Iran hanno organizzato la repressione”, e propone un “dibattito d’insieme” sull’azione dell’Ue in materia di diritti umani in un vertice tra i ministri degli Esteri dei 27, il 10 e 11 settembre. (da “il Giornale.it”)

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SALVIAMO SAKINEH DALLE PIETRE DI TEHERAN

di Bernard-Henry Lévy, da “il Corriere della Sera” del 18/8/2010

   Ha già subìto la pena delle 99 frustrate, sotto gli occhi di uno dei suoi due figli. Ora Sakineh Ashtiani attende nella prigione di Tabriz, in Iran, la sentenza sul suo caso: è accusata di «complicità» nell’omicidio del marito. Rischia la morte. Questo è un nuovo appello per Sakineh Mohammadi Ashtiani, la giovane donna iraniana che rischia la condanna alla lapidazione con la presunta accusa di adulterio e di complicità in omicidio.  Il Brasile le ha promesso asilo, ma l’Iran ha respinto l’offerta. Questo è un appello in extremis.

È stato firmato, oltre che dall’autore di queste righe, da altre diciassette personalità, scrittori, attivisti dei diritti umani e politici, sia uomini che donne, indignati, tutti, dal persistere di questo abominio nel ventunesimo secolo: Wole Soyinka, Patrick Modiano, Milan Kundera, Jorge Semprún, Ségolène Royal, Rachida Dati, Simone Veil, Marjane Satrapi, Juliette Binoche, Mia Farrow, Bob Geldof, Taslima Nasrin, Ayaan Hirsi Ali, Jody Williams, Sussan Deyhim, Yann Richard, Elisabeth Badinter. Ci auguriamo che la loro voce trovi ascolto a Teheran.

   Nella prigione di Tabriz, nella regione occidentale dell’Iran, dove è rinchiusa ormai da cinque anni, Sakineh Mohammadi Ashtiani attende ancora risposta alla richiesta di riesame del suo caso. Sakineh ha già pagato per il suo «crimine» (da lei confessato, occorre ricordare, sotto tortura, e che secondo i suoi accusatori consiste nell’aver avuto rapporti amorosi al di fuori del matrimonio in due occasioni) subendo la pena di 99 frustate, cui è stata sottoposta in presenza di uno dei suoi due figli.

   Ma ecco che alcuni mesi or sono spunta fuori una nuova e vaga imputazione, per la quale è prevista la pena di morte. E non di una morte qualsiasi, ma di morte per lapidazione!

   L’opinione pubblica internazionale, inorridita davanti alla minaccia che pesa su Sakineh, ha atteso assieme all’accusata la revisione di un verdetto tanto iniquo quanto barbarico. Ma la sera dell’11 agosto si è verificata una svolta drammatica, di quelle che sono ormai diventate moneta corrente in Iran: nel corso di un programma televisivo molto seguito, il regime ha mandato in onda la cosiddetta «confessione» della donna la quale, con indosso un chador nero che la copriva per intero lasciando emergere solo un occhio e il naso, stringeva in mano un foglio di carta, quasi costretta a recitare una parte che stentava ad apprendere a memoria. Mentre il doppiaggio in farsi copriva la sua stessa voce che si esprimeva in azero, sua lingua madre, Sakineh ha confessato la sua presunta «complicità» nell’omicidio del marito.

   Il suo avvocato, Hutan Kian, non ha perso tempo per ricordare che Sakineh era già stata assolta da tale accusa nel 2006. Tralasciando i sospetti più ovvi, che non è riuscito tuttavia a dissipare sulla reale identità della donna apparsa quella sera sugli schermi televisivi, nascosta sotto il velo integrale, il legale ha affermato che, a dispetto delle apparenze, la donna era stata costretta a pronunciare quella dichiarazione, ancora una volta sotto tortura.

   Infine, l’avvocato ha ricordato che tali parole erano chiaramente in contraddizione con quelle riportate dal Guardian il 6 agosto in cui la stessa Sakineh spiegava di essere già stata prosciolta da quell’accusa infamante nel 2006. È chiaro che le autorità iraniane hanno mentito spudoratamente, ripescando un’imputazione già da tempo scartata, con l’unico scopo di seminare confusione nell’opinione pubblica e prepararla a una rapida esecuzione della condanna a morte. Kian ha aggiunto che la «giustizia» si accanisce sul suo caso solo «perché è una donna», che vive «in un Paese dove alle donne vengono negati i diritti più elementari».

   A Sakineh viene negato il diritto fondamentale a reclamare giustizia per il semplice fatto che le è stato impedito l’accesso a un processo equo, in una lingua a lei comprensibile. («Quando il giudice ha pronunciato la sentenza – ha riferito la donna al Guardian – non ho nemmeno capito che ero stata condannata alla lapidazione, perché non conosco il significato della parola rajam. Mi hanno chiesto di firmare la condanna, e l’ho fatto, ma quando sono tornata in prigione e le mie compagne di cella mi hanno detto che sarei stata lapidata, ho perso i sensi»).

   Tutto ciò è stato confermato dal suo precedente difensore, l’avvocato Mohammad Mostafaei, che non aveva esitato ad attirare l’attenzione internazionale sul suo caso e che per il suo interessamento si è visto piombare addosso un mandato di arresto (si è salvato per un pelo, rifugiandosi in Turchia, dove è in attesa di un visto per la Norvegia. Non così sua moglie, Fereshteh Halimi, che è stata arrestata e trattenuta in ostaggio.).

   Infine, appare chiaro che, senza soffermarsi sull’orrore della condanna, i cui dettagli più ripugnanti non trovano posto in questa sede, la lapidazione è consentita dalla «legge» iraniana esclusivamente quando i parenti della vittima ne fanno richiesta (e, occorre ribadirlo, non è nemmeno questo il caso di Sakineh e della sua famiglia). Ma al di là di tali considerazioni, che non è opportuno né auspicabile sviscerare in questo momento, è urgente intervenire subito per impedire l’esecuzione di una condanna che gli osservatori della situazione iraniana temono possa essere imminente.

  È nostro dovere rispondere con urgenza alle suppliche dei figli di Sakineh, Fasride e Sajjad Mohammadi Ashtiani, che ci implorano di non chiudere gli occhi davanti a queste macabre macchinazioni del regime iraniano, per non permettere che il loro «incubo si trasformi in realtà». A nome di Sakineh, è urgente rivolgersi alle autorità affinché venga revocata la sua condanna a morte, in qualunque forma essa sia, e la donna venga rilasciata senza indugio, riconoscendo la sua innocenza.

   In Iran, ogni anno, decine di donne sono condannate alla fustigazione, lapidazione e altre forme di punizioni raccapriccianti. È nostro dovere intervenire presso le Nazioni Unite per ricordare al regime dei mullah le promesse fatte nel 2002 e nel 2008, riguardanti appunto l’abolizione di queste punizioni.

   Se in questo momento è a rischio la vita di una sola donna, non dimentichiamo che sono a rischio la libertà e la dignità di migliaia di altre. Ricordiamo infine che è a rischio anche l’onore di un grande Paese, ricco di una splendida cultura millenaria, che non può e non deve riconoscersi, davanti agli occhi del mondo, nella maschera sanguinolenta di un volto di donna sfigurato dai colpi di pietra. Pietà per Sakineh. Pietà per l’Iran. (Bernard-Henry Lévy)

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LA DICHIARAZIONE DI TEHERAN IN RISPOSTA ALLE POLEMICHE INTERNAZIONALI

(da LaStampa.it del 28/8/2010)

Iran frena su lapidazione Sakineh: “Sospesa l’applicazione della pena” – Il ministero degli esteri: il caso è ancora sotto esame, continuano le proteste in tutto il mondo

TEHERAN. «L’applicazione della sentenza è stata bloccata ed è in corso un riesame da parte della magistratura», con queste parole il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, ha ricordato alla comunità internazionale che non è stata presa ancora alcuna decisione definitiva sulla lapidazione di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata per adulterio e complicità nell’omicidio del marito.
   «Per pene così pesanti, c’è una procedura particolare e lunga. Quando la giustizia arriverà a una conclusione finale, la decisione sarà resa nota» ha concluso Mehmanparast.
   La condanna di Sakineh, madre di due figli, continua a sollevare proteste e dure prese di posizione in tutto il mondo. Nei giorni scorsi la Francia è arrivata a chiedere all’Ue l’imposizione di nuove sanzioni a Teheran se la lapidazione sarà eseguita. Oggi sotto la Tour Eiffel di Parigi centinaia di persone si sono riunite per manifestare contro la sentenza.

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L’IRAN DEGLI AYATOLLAH

SAKINEH, MIGLIAIA IN PIAZZA A PARIGI PER DIRE “NO” ALLA LAPIDAZIONE

Kouchner (ministro degli Esteri francese): “Pronti a nuove sanzioni contro Teheran”. Appello contro la condanna della donna: 65mila firme sul solo sito di “Repubblica” – di ANAIS GINORI, da “la Repubblica” del 29/8/2010

PARIGI – “Simone de Beauvoir aveva già previsto tutto”. L’ideologa femminista e compagna di Jean-Paul Sartre può sembrare un riferimento azzardato per difendere Sakineh Mohammadi-Ashtiani, condannata a morte per lapidazione. Eppure sono loro, le associazioni femministe francesi, ad aver organizzato la prima mobilitazione in favore della giovane iraniana. “Questa donna è il simbolo di un certo relativismo che sta uccidendo la cultura dei diritti umani”, spiega Annie Sugier, presidente di quella Ligue International des Femmes fondata a suo tempo dall’autrice de “Il secondo sesso”. “Sakineh non è lontana geograficamente come sembra, la sua situazione ci tocca direttamente – continua la militante femminista, caschetto di capelli rossi – basti pensare che proprio qualche mese fa l’Iran è stato ammesso nella commissione per i diritti delle donne dell’Onu”.
   Spianata del Trocadero, un colpo d’occhio perfetto verso la Tour Eiffel. Sotto al sole di mezzogiorno, un migliaio di persone si sono radunate per chiedere di fermare il conto alla rovescia nella prigione di Tabriz, nel nord dell’Iran. Il volto di Sakineh, incorniciato dal velo nero, spunta sopra ai cartelli, è dentro ogni slogan. Lo scrittore Daniel Salvatore Schiffer legge ad alta voce l’appello firmato da molti intellettuali francesi (e da più di sessantacinquemila persone solo sul sito di Repubblica): “I crimini di Sakineh, agli occhi delle autorità politico-religiose dell’Iran – dice Schiffer – sono l’adulterio, che non è un crimine né un delitto, ma soprattutto la presunta complicità in un omicidio che è stata costretta a confessare”.
   Tra la folla anche alcuni dei promotori dell’appello, lo scrittore Marek Halter, la storica Elisabeth Roudinesco. Il filosofo Edgar Morin, 89 anni, ha mandato un messaggio: “Sono con voi con tutto il mio cuore”. Due assessori del Comune di Parigi ascoltano tra la gente i discorsi su un piccolo podio improvvisato. Alcune iraniane in esilio si commuovono. “Sono venuta in Francia da piccola, per fuggire dalla rivoluzione islamica”, racconta Maryam, 47 anni. “Mia madre, che vive ancora a Teheran, ha paura di parlarmi al telefono. Le donne iraniane non hanno neanche il diritto di respirare”.
   Il piccolo corteo s’incammina verso l’ambasciata iraniana, distante meno di un chilometro, ma viene fermato dai poliziotti. Nelle stesse ore, arriva da Teheran l’annuncio che “nulla è stato ancora deciso” sulla condanna a morte di Sakineh. “Non ci basta avere una sospensione temporale”, ribatte subito Daniel Salvatore Schiffer. “Chiediamo che questo procedimento giudiziario sia cancellato”. Gli interventi ufficiali in favore della donna iraniana si moltiplicano. Il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha chiesto all’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Catherine Ashton, che ci sia un impegno comune dell’Europa, minacciando nuove sanzioni contro l’Iran. “Dobbiamo ricordare alle autorità iraniane – ha spiegato Kouchner – che, come sul dossier nucleare, la loro attitudine di isolamento e di chiusura ha un costo”.
   La mobilitazione di ieri a Parigi è solo l’inizio. Un altro corteo è previsto a Bruxelles, sede dell’Ue. E la battaglia per Sakineh arriverà anche in Italia, il 2 settembre, quando la Federazione dei Verdi organizzerà una protesta davanti alla sede dell’ambasciata iraniana. “Questa barbarie va evitata”, ha detto Angelo Bonelli, presidente dei Verdi. Anche la Farnesina sta seguendo da vicino la vicenda. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha chiesto di mantenere uno stretto raccordo bilaterale con le autorità iraniane, “affinché esse possano considerare un atto di clemenza in questo specifico caso”. Dal fondo della cella di Tabriz, Sakineh può almeno ritrovare la speranza.  

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