La caduta vertiginosa del sistema agricolo – Il segnale della RIVOLTA DEI PASTORI SARDI – Un patto per un’agricoltura sana e di qualità (con consumatori disposti a pagare di più i prodotti alimentari?)

PASTORI PER L’AMBIENTE - La pratica agropastorale e gli allevamenti a cielo aperto secondo la Fao possono mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Le aree di pascolo trattengono il 30% del carbonio del pianeta. Se la pastorizia è praticata in modo sostenibile il suolo rimane più fertile –- Secondo una relazione pubblicata dalla FAO, il settore agropastorale e l'allevamento giocano un ruolo di particolare importanza nella mitigazione dei cambiamenti climatici e nel sostenere l'adattamento e la riduzione della vulnerabilità (da http://www.aamterranuova.it/ )

   La grave crisi della pastorizia (sarda, ma non solo) con il latte, i formaggi, la carne sottopagati a livelli insostenibili per gli allevatori, rischia di far scomparire i 70 mila allevamenti italiani, con quasi sette milioni di pecore. E’ il segnale più evidente, in questo momento, di una crisi generale di un sistema agricolo, nelle varie regioni d’Italia, sul punto di cadere irreversibilmente: basta che gli effetti dei prezzi e del commercio mondiale subiscano un ulteriore probabile tracollo (per dire, ora si stanno importando pomodori dalla Cina…) e “tutto sarà perduto” (importeremo prodotti agroalimentari da chiisà dove).

   E’ un po’ colpa di tutti: della situazione del nuovo mercato globale, della politica poco attenta al settore economico primario (cioè l’agricoltura), degli stessi agricoltori e allevatori che per anni hanno forse più guardato ai contributi della Comunità europea, al profitto immediato… magari trascurando la qualità, il benessere della propria terra (ora sempre più inquinata e sterile), e trascurando pure una propria formazione professionale che allarghi le competenze e le possibilità dell’agricoltore e dell’allevatore, magari riuscendo meglio a gestire la filiera del prodotto agroalimentare (fin sulla tavola del consumatore) e degli altri prodotti che l’agricoltura e l’allevamento può dare (pensiamo ad esempio al grande mercato, finora inesplorato, delle energie rinnovabili ricavabili dalle coltivazioni, come le biomasse dal legno delle piante.

   Figura emblematica, in questo frangente di grave crisi, quella del pastore sardo: produttore di latte e formaggi (il pecorino romano lo fanno i pastori sardi…) con prezzi giù in picchiata. Figura (il pastore) che ha perso quella stabilità sociale economica che sembrava aver acquisito qualche decennio fa (con la modernizzazione delle aziende), per portarlo ora ad essere in balìa delle maree del mercato globale.

Il “Movimento dei Pastori Sardi” sta conducendo (assieme a Coldiretti, Cia e Confagricoltura) la lotta dei pastori sardi in grave crisi per la caduta dei prezzi lattiero-caseari, e per i costi di produzione sempre più alti. “Ormai, da tempo il nostro comparto è allo sfascio – dice il suo leader Felice Floris - raddoppiano i costi di produzione e si dimezzano i guadagni, le aziende sono allo stremo e si va avanti producendo soltanto debiti. Questo senza che il consumatore finale ne tragga benefici mentre guadagna soltanto chi trasforma e commercializza.”

   Ma il lavoro del pastore non è solo incentrato nella produzione del latte e dei suoi derivati: è un lavoro di cura del paesaggio, del territorio e della cultura (e non ce lo possiamo ricordare solo quando franano intere montagne abbandona-  te). Di controllo del territorio. Questo vale per ogni attività agricola in aree marginali, poco frequentate: chi esercita lì agricoltura e allevamento rappresenta una garanzia di essere una “sentinella” contro pericoli idrogeologici e abbandono totale dei luoghi.

   Di fatto, andando oltre il caso dei pastori della Sardegna, esiste una gran parte di territorio italiano fatto di aree pedemontane e montane che sono da tempo abbandonate. L’abbandono è iniziato negli anni ’60 del secolo scorso: quelle terre erano (già) allora terre di miseria e fame: il boom economico “in pianura”, l’industrializzazione, la possibilità di andare a lavorare in fabbrica, ha fatto sì che quelle terre (di mezza montagna e di montagna) non fossero in grado di garantire quel benessere che si stava invece diffondendo altrove.

   Ora, la fine ormai sancita della pastorizia in larga parte dei territori, non fa che allargare ancor di più l’abbandono (al bosco selvaggio, a forme di dissesto dovute alla non più cura idrogeologica…) di tanti territori. Per questo il modello sardo di pastorizia che tentava e poteva modernizzarsi, garantendo reddito e vita dignitosa con l’acquisizione di macchinari e tecnologie innovative, poteva rappresentare un esempio, un modello da imitare e perseguire. Come non detto. La crisi agroalimentare, nonostante le promesse di intervento, e nonostante consumatori che vorrebbero essere più responsabili nella qualità dei prodotti che acquistano (magari pagandoli giustamente un po’ di più…), nonostante tutto questo, questa crisi continua imperterrita, e non se ne esce (dall’irreversibilità critica). Necessita una spinta propulsiva di tutti, che auspichiamo e vogliamo.

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LA GUERRA SUL PREZZO DEL LATTE: SI SPACCA IL FRONTE DEI PASTORI

di Patrizia Mocci, da “L’Unione Sarda” del 31/8/2010

Si spacca il fronte delle associazioni nella vertenza sul prezzo del latte. A Roma andrà solo la Coldiretti.

   È rottura fra le associazioni agricole: Confagricoltura e Cia, che nell’Oristanese si stanno muovendo per dare vita a un’organizzazione produttori, diserteranno l’incontro con il ministro Giancarlo Galan fissato per lunedì 6 settembre. Dopo mesi di concertazione si rompe, dunque, il tavolo unitario aperto per cercare soluzioni ai diversi problemi del comparto.

FRATTURA «Allo stato attuale non esistono le condizioni per sedersi a un tavolo congiunto e incontrare il ministro della Politiche Agricole». Lo affermano Confagricoltura e Cia Sardegna che, in una nota, precisano anche i motivi di questa decisione: «Non intendiamo discutere una piattaforma presentata da Coldiretti che nessuno ci ha fatto conoscere. Se per la Regione, così come riportato dalla stampa in questi giorni, è sufficiente condividere la stanza di compensazione con gli industriali e la Coldiretti, ci tiriamo fuori dai giochi».

   A questo punto Confagricoltura e Cia, che contestano con forza metodo e sostanza di tutta questa operazione, aspettano «di conoscere le carte e soprattutto gli esiti della trattativa sul prezzo del latte». A rompere il fronte unitario, dicono ancora Confagricoltura e Cia, «è stato il blitz di Coldiretti, che venerdì scorso aveva consegnato una piattaforma di proposte alla Regione, anticipando scorrettamente i tempi dell’incontro fissato nel pomeriggio tra le associazioni di categoria, il presidente della Regione Ugo Cappellacci e l’assessore all’Agricoltura Andrea Prato».

   I rappresentanti di Cia e Confagricoltura esprimono amarezza: «Dopo diversi mesi di dialogo costruttivo e di lavoro concertato che avevano portato alla redazione di un documento unitario condiviso da tutte le associazioni di categoria, in altre parole la road map dell’agricoltura che riguardava tutti i comparti compreso l’ovi-caprino, si è creata una frattura che difficilmente potrà ricomporsi».

REGIONE Intanto dall’assessorato all’Agricoltura arriva un nuovo appello all’unità. In vista dell’incontro previsto per lunedì al ministero, l’assessore Andrea Prato raccoglie e rilancia l’invito che arriva anche dal ministro Giancarlo Galan che in queste ore, è scritto in una nota del dicastero, «sta provvedendo a coinvolgere tutti i soggetti interessati senza alcuna volontà di esclusione. L’obiettivo è trovare soluzioni condivise che possano aiutare il comparto in questo particolare momento».

   Prato precisa che la Regione non ha mai voluto puntare ad accordi di parte con una o l’altra delle componenti del tavolo, ma ha sempre lavorato per raggiungere intese unitarie tra tutti: associazioni agricole, industriali, consorzio del Pecorino Romano e cooperative (queste ultime verranno convocate nei prossimi giorni). «Oggi più che mai», precisa l’assessore, «occorre l’aiuto e la collaborazione di tutti: Giunta, Consiglio regionale, Governo, organizzazioni agricole e soprattutto pastori».

INCONTRO La Regione lunedì si presenterà al tavolo con il ministro Galan con un piano programmatico unitario che prenderà spunto dai suggerimenti di maggioranza, opposizione, associazioni di categoria e si arricchirà dei contributi che il ministro vorrà inserire anche dopo aver ascoltato i partecipanti. «La ricetta per salvare la nostra economia agricola è chiara», dice Prato: «Trovare le risorse e le norme lecite per creare un ponticello che consenta al comparto di sopravvivere, ma solo a condizione che si cambi la struttura del comparto ovino sardo».

   Secondo Prato «è necessario innovare il settore, diversificare la produzione (oggi troppo sbilanciata sul Pecorino Romano), orientare le produzioni verso vendite sicure. Se le due azioni (emergenza e interventi di prospettiva) non saranno simultanee e condivise, la fine della pastorizia in Sardegna sarà inevitabile». (Patrizia Mocci)

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LE RAGIONI DELLA PROTESTA

   Il Movimento dei Pastori Sardi ha bloccato il 13 agosto, gli ingressi all’aeroporto di Olbia. Un corteo di circa mille manifestanti, dopo un’assemblea, ha raggiunto a piedi lo scalo e si e’ diviso in due tronconi. Una parte blocca l’accesso allo scalo dei voli di linea, l’altro impedisce l’ingresso all’aviazione generale, il fiore all’occhiello del “Costa Smeralda” che, in questo periodo, e’ punto di approdo per i tanti vip e nababbi diretti a Porto Cervo e dintorni a bordo di jet privati. Nel corso del presidio all’aviazione generale ci sono stati momenti di tensione. Tra le “vittime” dell’inziativa di protesta anche una principessa araba, alla quale e’ stato impedito l’ingresso nonostante i reiterati tentativi di mediazione delle forze dell’ordine. Il clima di tensione ha coinvolto anche il leader del movimento indipendentista Sardigna Natzione, Bustianu Cumpostu, presente tra i manifestanti. Cumpostu stava cercando di dialogare con una donna, alla quale i manifestanti impedivano di lasciare l’aviazione generale. Tra i due è scoppiato un diverbio. La donna ha dapprima sottratto al leader indipendentista la macchina fotografica e, al tentativo di questi di riprendersela, ha reagito rifilandogli un sonoro schiaffone.
   Il Movimento, che nelle scorse settimane aveva bloccato l’aeroporto di Cagliari-Elmas e la statale Carlo Felice chiede alla Regione urgenti di misure di sostegno per un settore in profonda crisi. Infatti l’agricoltura e la pastorizia in Sardegna, come tutti i settori imprenditoriali, soffrono a causa dei costi di produzione più alti del 20-30 e in qualche caso anche del 50% rispetto al sistema Europa. Altro problema è che l’imposizione contributiva del settore è eccessiva, l’accesso al credito è sistematicamente impedito alle aziende sarde nonostante i consorzi fidi agricoli, la burocrazia – sia regionale, sia delle associazioni di categoria e CAA – è esasperante ed esiste un carico eccessivo di addetti ai servizi per l’agricoltura rispetto agli occupati reali.

   Se a questo si aggiunge il fatto che esistono barriere all’ingresso dei giovani in agricoltura e che quindi non si favorisce il ricambio generazionale e culturale nel settore, si delinea un quadro abbastanza chiaro che indica esattamente quali sono le linee programmatiche sulle quali è necessario intervenire prioritariamente.

   ”Ormai, da tempo il nostro comparto è allo sfascio – si legge in una nota del Movimento firmato dal suo leader Felice Floris -. Raddoppiano i costi di produzione e si dimezzano i guadagni, le aziende sono allo stremo e si va avanti producendo soltanto debiti. Questo senza che il consumatore finale ne tragga benefici mentre guadagna soltanto chi trasforma e commercializza. Questo succede – prosegue Floris – perché la politica resta alla finestra e se ne lava le mani, nonostante i continui proclami da parte dell’assessore all’agricoltura che evidentemente ha ben altri interessi da difendere. Attorno al nostro settore è cresciuto un vero e proprio esercito di parassiti che non lasciano il minimo spazio al guadagno di chi produce”.

   ”Intendiamo dire basta a questa situazione vergognosa – prosegue il leader del pastori sardi – e chiediamo soluzioni immediate, perché attendiamo da troppo tempo che il mondo pastorale venga tenuto nel debito conto dalla politica regionale e nazionale. Se non avremo risposte immediate e serie – conclude il documento di Felice Floris – la nostra sarà una mobilitazione senza precedenti in tutta la Sardegna. Una mobilitazione che sarà anche di proposta, a patto che la politica voglia tenerne conto senza scappare, ancora una volta, di fronte alla gravissima crisi di migliaia di aziende agro pastorali arrivate allo stremo”. (da http://www.bloglavoro.com/ del 14/8/2010)

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I PASTORI VANNO AL MARE (MANIFESTAZIONE DEL MOVIMENTO PASTORI SARDI A PORTO ROTONDO)

da “il Manifesto” del 28/8/2010

   Quarant’anni fa gli ultimi pastori sardi abbandonavano quelle colline brulle e rocciose dove poco dopo sarebbe nata la Costa Smeralda. Allora non conoscevano il valore del paradiso che mettevano nelle mani di abili forestieri al prezzo di pochi denari. Da ieri però questo pezzo di Sardegna è tornato per qualche ora in mano ai locali che con la manifestazione dei pastori hanno invaso le viuzze tranquille, pulite e ornate di siepi di macchia mediterranea ben curate.

   Quasi duemila allevatori provenienti da tutta l’isola si sono ritrovati a Porto Rotondo (patria estiva dei vip italiani e internazionali), a qualche chilometro di distanza da Villa Certosa, residenza del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, per urlare ordinatamente contro la politica regionale e nazionale: «Non ci arrenderemo mai».  

Nella parte nord-orientale della Sardegna c'è la Costa Smeralda

   Da un palco improvvisato sul cassone di un camion, Felice Floris, leader del Movimento pastori sardi (Mps), ha infiammato gli animi dei partecipanti a cui ha chiesto un giuramento di fedeltà. «È un momento difficile – ha spiegato Floris – e per questo voglio da voi pastori un attestato di fedeltà e voglio che chiunque si tiri indietro venga considerato un traditore». La piazza applaude e tutti lo riconfermano come il loro leader. 

   Sono le 11.30 e sotto un sole cocente parte il corteo. Le forze dell’ordine in assetto antisommossa aprono la strada ai manifestanti, che con campanacci e fischi iniziano a scandire numerosi slogan indirizzati soprattutto contro l’assessore all’agricoltura sardo, Andrea Prato. In tanti ne chiedono le dimissioni poiché, accusano i dimostranti, non è dalla parte dei pastori, ma da quella della lobby degli industriali del formaggio.  «Prato non è stato votato dai sardi (è un assessore tecnico, ndr) e per questo non ci rappresenta – ha detto Diego Manca, di Bitti (Nuoro) – deve essere il presidente regionale, Ugo Cappellacci, a darci le risposte, perché lui conosce la nostra condizione».

   Le contestazioni partono anche contro i sindacati di categoria con la Coldiretti in cima alla lista. «Non ci rappresentano più – ha spiegato Mario Deriu di Ittiri (Sassari) – io non mi tessero da due o tre anni, eppure mi continuano ad arrivare le sottrazioni per l’iscrizione Coldiretti». Al fianco dei pastori anche una delegazione degli operai della Vinyls, «scarcerati per un giorno dall’isola dei cassintegrati dell’Asinara», che Floris ha definito dei «guerrieri disarmati perché ci vuole un infinito coraggio nel rimanere esiliati 180 giorni dentro un ex penitenziario». 

   Una regione alle corde la definiscono ormai i manifestanti, che per la prima volta uniscono e condividono la propria lotta con gli operai dell’industria. La reazione dei villeggianti che incrociano il corteo è di vario genere. C’è chi filma il tutto con il telefonino, chi applaude al passaggio e chi si lamenta di tanto baccano. All’arrivo nel porto turistico alcune imbarcazioni iniziano a suonare i clacson in segno di solidarietà e i pastori salutano compiaciuti.

   Come annunciato prima della partenza, nessuno si è staccato dal gruppo per raggiungere Villa Certosa e gli stessi funzionari di polizia si sono congratulati con gli organizzatori per l’ottima riuscita dell’iniziativa. Il prossimo appuntamento adesso sarà fra qualche settimana a Cagliari, dove i pastori porteranno anche le loro famiglie. «O Cagliari o morte», scandisce Floris dal megafono mentre numerosi sindaci si alternano negli interventi. «Se muore la pastorizia – ha incalzato il sindaco di Busachi (Oristano), Giovanni Orrù – scompare anche la nostra sardità, la nostra cultura e la nostra storia». 

   Sempre ieri sono scesi in piazza, nel capoluogo sardo, centinaia di manifestanti della Coldiretti che in un comunicato ha spiegato le ragioni della protesta: «Occorre recuperare i ritardi e le debolezze sul piano istituzionale che rischiano di lasciare spazio a comportamenti speculativi a livello industriale che mettono in pericolo la stabilità sociale di interi territori».

   In un intervento non previsto di fronte al palazzo regionale il presidente Cappellacci ha detto: «La Regione è disponibile a trovare gli strumenti concreti per cercare di risolvere i problemi del comparto stiamo lavorando in vista dell’incontro con il governo previsto per il 6 settembre e gli assessori dell’agricoltura e della programmazione si stanno impegnando per trovare le risorse adeguate al settore».

   Alcuni passi che comunque non rappresentano tutto il mondo agropastorale, accusano i manifestanti di Porto Rotondo, poiché la regione dovrebbe invitare al tavolo delle trattative anche i movimenti che vengono dal basso come l’Mps e che oggi rappresenterebbero, almeno dal numero dei partecipanti alle manifestazioni, l’anima più viva della protesta. (da “Il Manifesto”)

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LA PROTESTA DEI PASTORI SARDI. IN MIGLIAIA A PORTO ROTONDO

Corteo a due passi da villa Certosa (Da “la Stampa.it” del 27/8/2010)

PORTO ROTONDO – Sotto gli occhi incuriositi di numerosi turisti e quelli attenti di poliziotti, carabinieri e finanzieri in assetto antisommossa, un rumoroso corteo si è mosso alle 11:30 dal parcheggio verso piazza San Marco, il centro di Porto Rotondo.
   Al corteo, organizzato dal Movimento Pastori Sardo, partecipano 1.500 persone, secondo gli organizzatori, poco meno di mille secondo la Questura di Sassari. Fra di loro anche numerosi sindaci con la fascia tricolore. I manifestanti stanno distribuendo volantini per spiegare ai villeggianti le ragioni della protesta, messa in atto nel cuore delle vacanze vip della Gallura per far capire che la Sardegna non vive di solo turismo.
   La situazione dal punto di vista dell’ordine pubblico appare al momento sotto controllo: un blitz a Villa Certosa sarebbe reso quasi impossibile dallo schieramento di forze di polizia che blocca l’accesso a Punta Lada, passaggio obbligato per accedere a Villa Certosa. Il prossimo passo del Movimento Pastori Sardi, ha annunciato Felice Floris, «sarà occupare il palazzo della Regione, sede della politica che non sta facendo nulla per risollevare le sorti di noi pastori».

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PASTORI PER L’AMBIENTE – La pratica agropastorale e gli allevamenti a cielo aperto secondo la Fao possono mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Le aree di pascolo trattengono il 30% del carbonio del pianeta. Se la pastorizia è praticata in modo sostenibile il suolo rimane più fertile –- Secondo una relazione pubblicata dalla FAO, il settore agropastorale e l’allevamento giocano un ruolo di particolare importanza nella mitigazione dei cambiamenti climatici e nel sostenere l’adattamento e la riduzione della vulnerabilità. La relazione intitolata “Studio sul ruolo dei sistemi pastorali nelle aree a rischio siccità e il cambiamento climatico”, sottolinea che i pascoli rappresentano il 70% dei terreni agricoli e si stima che trattengano il 30% del carbonio del pianeta, quindi rappresentano una riserva di carbonio potenzialmente maggiore di quella delle foreste, se gestita in modo adeguato. Inoltre si incoraggia a invertire il processo di degrado del suolo, che colpisce circa il 70% dei pascoli, a causa dello sfruttamento eccessivo dei terreni, la salinizzazione, l’acidificazione e altri processi, attraverso il miglioramento della gestione dei pascoli.

Commentando la relazione, l’Assistente al Direttore Generale della FAO, Alexander Müller, ha dichiarato che agricoltura e utilizzo del terreno hanno il potenziale di ridurre al minimo le emissioni di gas serra attraverso l’adozione di pratiche specifiche. In termini generali, la relazione chiede l’implementazione di pratiche agricole avanzate per ripristinare la materia organica e la biodiversità dei terreni da pascolo, che coprono 3,4 miliardi di ettari della superficie terrestre, nonchè l’attuazione di misure per ovviare alla mancanza d’istruzione e formazione sulle questioni relative a diritti di possesso, proprietà comune e privata.

La pratica agropastorale permette il recupero di sostanze organiche del suolo, la riduzione dell’erosione, e le perdite dovute agli incendi e all’abbandono. – (da http://www.aamterranuova.it/ )  (Fonte: Rete Rurale)

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PASTORI SARDI IN RIVOLTA: SOS AL GOVERNO

Bloccato per ore l’aeroporto di Alghero – Gli allevatori protestano anche a Cagliari: «Rischio collasso» – Forze di polizia e carabinieri in assetto antisommossa

da IL MESSAGGERO del 20/8/2010

ALGHERO – Dopo le 14 si è avviata verso la normalità la situazione nell’aeroporto di Alghero-Fertilia, assediato fin dalle prime ore del mattino dalle migliaia di pastori che protestavano per richiamare l’attenzione del governo sul rischio di collasso per l’intero comparto agro-zootecnico. Col deflusso dei manifestanti è ripresa la circolazione stradale e le auto e i mezzi pubblici, da poco prima delle 16, hanno potuto nuovamente raggiungere lo scalo.
   Gli allevatori del Movimento pastori sardi (Mpa) si sono diretti nella tarda mattinata verso l’aerostazione di Alghero-Fertilia percorrendo la strada provinciale. La decisione è stata presa al termine dell’assemblea che si è svolta questa mattina nel piazzale di un agriturismo a circa tre chilometri dall’aeroporto. Nel corso della riunione è stato ribadito che è necessario far presto da parte delle istituzioni per evitare il collasso dell’intero comparto agro-zootecnico. I pastori si sono avviati, quindi, a piedi verso lo scalo.
   Davanti all’aeroporto di Alghero Fertilia gli agenti della Polizia di Stato in assetto antisommossa e i carabinieri hanno bloccato tutti gli accessi dell’aerostazione. E’ stato impedito ai pastori, che sono giunti davanti alla struttura, l’ingresso soprattutto nella sala partenze, per evitare l’occupazione e la paralisi dei voli. Il clima fra manifestanti, che non sono riusciti ad entrare, e forze dell’ordine è sereno. I pastori in alcune precedenti manifestazioni delle scorse settimane avevano bloccato per alcune ore gli aeroporti di Cagliari-Elmas, Olbia-Costa Smeralda e la strada 131 Carlo Felice che collega Cagliari con Sassari.
   I passeggeri diretti all’aerostazione di Alghero-Fertilia non hanno potuto accedere ai parcheggi e alle aree di sosta temporanea nel settore partenze e stanno incontrando grosse difficoltà ad arrivare anche a piedi. All’origine del blocco della circolazione vi sarebbe la chiusura di tutti gli accessi all’aerostazione da parte delle forze di polizia, rendendo offlimits tutta l’area aeroportuale oltre che ai manifestanti del Movimento Pastori anche a tutti i viaggiatori.
   «La pastorizia sarda non può morire, la Giunta regionale è troppo inerte. Il mondo della pastorizia non può morire, è una risorsa vitale per l’economia della Sardegna». È la posizione congiunta – informa un comunicato – espressa ad Alghero, durante l’imponente manifestazione dei pastori sardi all’aeroporto di Fertilia, dal capogruppo del Partito democratico in Consiglio regionale Mario Bruno, dal deputato Guido Melis e dal consigliere regionale Luigi Lotto.
   Il mondo del settore agro-pastorale è sceso in piazza, e lo fa nel nord e nel sud della Sardegna, per denunciare lo stato di profonda crisi che vive l’intero comparto. Verrà presentata la piattaforma di mobilitazione messa a punto per fronteggiare la crisi della pastorizia, con iniziative sul piano politico-istituzionale e su quello del mercato dove il latte viene sottopagato dalle industrie a livelli insostenibili per gli allevatori. La situazione della pastorizia italiana, le cause della crisi e le proposte per affrontarla e così difendere un patrimonio economico, sociale, ambientale e culturale del Made in Italy sono al centro dell’iniziativa di mobilitazione. Anche se «in prima fila ci sono i problemi della Sardegna – hanno spiegato il presidente ed il direttore di Coldiretti Sardegna – la classe politica sarda, a partire dal Presidente della Giunta, devono dare risposte chiare, concrete ed immediate alle migliaia di imprenditori agricoli del settore lattiero-caseario, cioè i pastori, asse portante dell’economia agricola sarda».
   La Piattaforma di mobilitazione per salvare la pastorizia italiana discussa a Cagliari dove si è svolta la mobilitazione della Coldiretti con circa un migliaio di pastori e quasi cento trattori, che sono sfilati nel centro della città, sarà presentata alle Regioni interessate il 30 agosto al ministero delle Politiche Agricole dove è stata convocata appositamente una riunione per analizzare le problematiche del settore.
   Il presidente della Coldiretti, Sergio Marini, sottolinea che la grave crisi della pastorizia con il latte e la carne che vengono sottopagati a livelli insostenibili per gli allevatori, rischia di far scomparire i 70 mila allevamenti italiani «dove sono allevate quasi sette milioni di pecore che rappresentano un patrimonio economico, sociale, ambientale e culturale del Made in Italy. La piattaforma di mobilitazione, della principale organizzazione degli imprenditori agricoli – ha sottolineato Marini – sarà sostenuta da adeguate iniziative sindacali, a livello regionale e nazionale. Prevede misure di intervento immediato e di carattere strutturale».

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I PASTORI PARALIZZANO LA SARDEGNA

di Paolo Carletti, da “il Corriere delle Alpi” del 21/8/2010

   Hanno bloccato l’aeroporto di Alghero e il centro di Cagliari, e il prossimo obiettivo dei i pastori sardi è la Costa Smeralda. In migliaia sono tornati a protestare ieri, anche se divisi: la Coldiretti con manifestanti arrivati da tutta Italia in corteo a Cagliari; i cobas del Movimento pastori sardi all’aeroporto di Alghero, dopo aver invaso recentemente quelli di Olbia e di Cagliari.

   Divisi per un obiettivo comune: non far morire un settore stritolato dal prezzo irrisorio del latte ovicaprino e della carne, dall’incremento dei costi, e dal mancato sostegno di governo e Regione. E il Pd ieri ha lanciato dure accuse al governo, per non aver mai affrontato seriamente il grave problema. Separati dunque pur con un comune obiettivo, e con qualche tensione dopo che Coldiretti si è vista costretta a rincorrere la rabbia esplosa spontaneamente tra i lavoratori.

   «La manifestazione di oggi è stata una cosa meravigliosa – ha detto il leader del Movimento Felice Floris – perché stiamo crescendo in misura esponenziale, sempre più compatti e coesi. La manifestazione di Coldiretti a Cagliari è stata invece un fallimento, dovevano venire qui e avremmo combattuto insieme». Una frattura, insomma, anche se nessuno inasprisce i toni della polemica in un momento di crisi davvero pericolosa per il settore.  

   Ad Alghero bloccate le strade di accesso allo scalo. Polizia e carabinieri hanno però impedito ai manifestanti di occupare le piste. I passeggeri hanno dovuto raggiungere l’aerostazione a piedi, con qualche disagio. Dopo tre ore i pastori (Floris parla di 3mila manifestanti) hanno abbandonato l’area.  Più soft il corteo a Cagliari, alla presenza degli stati generali della pastorizia italiana e del presidente nazionale di Coldiretti Sergio Marini. Traffico rallentato e qualche disagio tra gli automobilisti: «La vertenza diventa nazionale e abbiamo fatto fronte comune con le altre regioni – ha detto Marini -, il problema è il prezzo non remunerativo».

   Nell’affollata assemblea dopo il corteo (presenti in migliaia), è stata presentata la piattaforma di Coldiretti che sarà proposta il 30 agosto al ministro della Politiche agricole Galan. Un incontro decisivo per salvare le oltre 12mila aziende presenti solo in Sardegna, e i 70mila allevamenti nel Paese. Nella bozza si prevede la costruzione di una filiera che permetta ai produttori un rapporto diretto con il mercato eliminando le intermediazioni che fanno lievitare le spese: «Il prezzo del latte ovino – è stato detto – copre appena il 50% dei costi di produzione».

   Inoltre sarà chiesto a ministero e Regioni (in particolare Sardegna e Lazio) di stanziare 25 milioni di euro per ritirare le eccedenze di pecorino romano: 100mila quintali rimasti invenduti nei magazzini dell’Isola.  La protesta dunque si allarga e diventa nazionale, anche se sono prevedibili altri blitz da parte del Movimento pastori sardi che agisce in autonomia. E la manifestazione che si sta organizzando tra i vip della Costa Smeralda trova consensi sull’Isola, «che non vive di solo turismo, ed è un bene che tutti se ne accorgano» hanno detto a più riprese i manifestanti. – Paolo Carletti

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SE L’AGRICOLTURA IN CRISI GIOCA LA CARTA DELLA QUALITA’

di Antonio Morra, da “il Corriere della Sera” del 22/7/2010

   Hanno fatto notizia solo quando, nel pieno di una protesta, hanno morso alla mano una turista. Ma la ribellione dei pastori sardi nasconde le sabbie mobili della crisi dell’agricoltura che va ben oltre i confini dell’isola e sta attraversando tutta l’Italia come un virus.

   La scorsa settimana hanno protestato gli agricoltori pugliesi: troppo basso il prezzo del pomodoro; poi i produttori di latte e i pastori: non vale la pena lavorare a questi prezzi. Ieri sono tornati all’attacco i «lattai» di Milano, Lodi e della Brianza: «Quello che è successo in Sardegna potrebbe allargarsi ad altre Regioni se non verranno attuate le opportune riforme per la determinazione del prezzo alla produzione».

   Prezzo, prezzo, sempre il prezzo. È chiaro che nell’ immediato è questo il tema: il confronto brutale con la pressione della crisi e della concorrenza. Senza dimenticare il congelamento delle multe per lo sforamento delle quote latte che viene vissuto come una beffa dai produttori in regola. Ma la rivolta dei pastori sardi e l’allarme che arriva dalle stalle del Nord aprono due questioni differenti.

   La prima: la necessità di affrontare la concorrenza riunendo le forze e superando il tradizionale individualismo della categoria. L’alternativa che si presenterà è: chiudere o consorziarsi. E le Regioni, su questo, possono intervenire. La seconda è il tema della qualità. La Confagricoltura di Milano ieri ha cominciato a sollevare la questione dicendo: bisogna lavorare per offrire garanzie di qualità del prodotto «made in Italy» al consumatore. E su questo aspetto i pastori sardi con il loro imbattibile pecorino e gli allevatori lombardi con la loro varietà di prodotti possono essere vincenti. E trasformare la protesta per il prezzo in una battaglia per fare primeggiare l’unicità delle loro produzioni. Perché dietro l’angolo ci sono il latte cinese (beccato ancora con la melanina) e i pomodori cinesi (rossi, ma diversi da quelli napoletani e pugliesi). (Antonio Morra)

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2010 VITA DA PASTORE – LA BATTAGLIA FINALE DEI PASCOLI

di Jenner Meletti, da “la Repubblica” del 18/8/2010

IGLESIAS – Le pecore stanno all’ombra dei carrubi, prima di tornare nella stalla. «L’ altro giorno un amico ha preso l’aperitivo a Porto Rotondo, non nella piazzetta ma in un bar qualsiasi. Lo ha pagato 13 euro. Per incassare una cifra così, io devo vendere più di venti litri di latte di pecora, e le pecore non sono vacche che fanno 50 litri al giorno. Le mie, in collina, arrivano a due litri al giorno. Quelle di montagna, che sono sempre al pascolo, un solo litro.

   A noi pastori ormai da anni stanno togliendo il reddito. Ora ci stanno rubando anche la dignità. Se non riesci a mantenere la famiglia, di cosa puoi essere orgoglioso?». Salvatore Pessis ha 40 anni e 300 pecore, razza sarda. È uno dei 18 mila pastori dell’isola, quasi tutti piccoli imprenditori perché gli addetti alla pastorizia, padroni e dipendenti, sono in tutto 27 mila. «Mia nonna, la signora Pina, trent’anni fa aveva 300 pecore come me e poteva pagare tre dipendenti. È riuscita a fare studiare i figli, uno è diventato medico. Io ho un solo operaio stagionale e quest’ anno non sono riuscito a mettere un soldo in casa».

   Non è un caso se le rivolte dei pastori scoppiano d’estate. Basta guardare il mare per vedere greggi di barche e di yacht. In tv si raccontano i lussi dei ricchi di mezzo mondo. Nelle case dei pastori si discute invece di centesimi (quest’ anno l’acconto per un litro di latte è stato di 0,55 euro e con il saldo si arriverà a 0,65) e del fatto che, con questi prezzi, il 30% delle aziende saranno costrette a chiudere. L’assedio all’aeroporto di Olbia è stato solo l’inizio.

   Dopo il Movimento dei pastori sardi, sono pronte a scendere in campo la Coldiretti – che associa l’80% degli allevatori di ovini – e anche la Cia e la Confagricoltura. Sono previsti blocchi di aeroporti, strade e porti. «I nostri trattori – dicono Fabio Cois e Roberto Scano, presidente e direttore della Coldiretti di Cagliari – sono autorizzati a percorrere le strade e migliaia di trattori in strada possono bloccare tutto». Ieri la Coldiretti nazionale ha annunciato la mobilitazione anche dei pastori del Lazio, della Toscana e della Sicilia.

   Il messaggio è chiaro e basta entrare nell’ azienda di Salvatore Peddis e nei pascoli degli altri 110 soci della Cooperativa Allevatori Sulcitani per capire che nessuno scherza. «Si lavora duro – dice Salvatore Peddis – e per nulla. Io mi alzo alle 4,30 del mattino e alle 5,30 sono pronto per la prima mungitura». L’azienda Peddis è mista: le pecore stanno sia nella stalla che nel pascolo libero. La sala mungitura ha 24 postazioni. Le pecore entrano da sole, attirate dal cibo, ma una barra mobile le fa arretrare verso la buca della mungitura. Servono due ore, per servire le 240 pecore in lattazione. «Dopo si porta il foraggio nelle stalle, si mette la lettiera nuova e alle 10,30 le pecore vengono mandate al pascolo. Si ricomincia a mungere alle 17 e poi c’ è da pulire la mungitrice e si fanno altri lavori. Si va a cena dopo le 20, pronti ad andare a letto presto per alzarsi prima dell’ alba. Le ferie? Qualche ora al mare con moglie e figli, quest’ anno due volte, nelle ore comprese fra le due mungiture, e solo perché in azienda arriva mio padre Paolo».

   Salvatore Peddis, diplomato geometra, quindici anni fa ha lasciato il lavoro in uno studio di architetti per prendere in mano l’azienda paterna. «Erano i tempi in cui si sentiva ancora il profumo del passato, quando se un pastore entrava al Banco di Sardegna gli stendevano il tappeto rosso, perché portava sempre soldi. Era anche un buon partito, l’allevatore. Si combinavano matrimoni per unire le greggi e le aziende e diventare più forti. Adesso, e questa è l’umiliazione di cui parlavo, in famiglia viviamo con i soldi guadagnati da mia moglie, Simona Uras, che fa la veterinaria. Ma quando ho cominciato c’era ancora speranza. Nel 1995 il latte era pagato 1.400 lire, 70 centesimi di oggi. Con la selezione genetica delle pecore e degli arieti, i montoni, ho raddoppiato la produzione ma i costi sono almeno triplicati. Quindici anni fa mille litri di gasolio costavano 400 mila lire e adesso 800 euro. Nel 2000 un quintale di concime per gli erbai – azoto e fosforo – costava 45 mila lire e adesso 60 euro. E il latte viene pagato sempre meno perché il prodotto finale, il pecorino romano, trova un mercato sempre più difficile».

   Questo strano formaggio (forme da 22-25 chili, con una percentuale di sale dell’ 8-9%) non arriva sugli scaffali dei negozi. Troppo salato, viene usato dall’industria mescolato ad altri formaggi, venduto già grattugiato o usato per insaporire altri alimenti, come le patatine. «Forse siamo di fronte – dice il professor Luciano Marrocu, docente di Storia contemporanea all’università di Cagliari – al primo prodotto globalizzato. La millenaria storia dei pastori sardi trova infatti una svolta fra la fine dell’ 800 e l’ inizio del ‘ 900, quando piccoli industriali romani arrivano qui e aprono i loro caseifici. L’emigrazione verso gli Stati Uniti è cominciata da tempo e gli italiani anche in America cercano la pasta asciutta condita con il pecorino romano. Il Lazio non basta e allora si sbarca in Sardegna. Agli inizi del ‘900 il 90-95% del formaggio romano prodotto nella nostra isola finisce oltre oceano, e non a caso il numero delle pecore raddoppia, passando da 1,5 a 3 milioni di capi. Ma c’è questo paradosso: da più di un secolo l’arcaica azienda del pastore viene condizionata dal valore del dollaro e nel suo isolamento sui monti l’allevatore è costretto a confrontarsi con il capitalismo più moderno. È così ancora oggi. Con il calo della moneta Usa rispetto all’euro, l’esportazione del pecorino ha trovato molte porte chiuse».

   Si cercano rimedi, con la preparazione di un pecorino meno salato. «Cerchiamo di produrlo – raccontano i soci della Cooperativa dei Sulcitani – con una percentuale di sale variabile dal 3 al 5%,e questa novità comincia ad arrivare sui banchi dei supermercati. Ma il grosso della produzione è ancora il pecorino romano tradizionale e noi cooperative, che non abbiamo le strutture per la stagionatura, siamo costrette a vendere all’industria a prezzi stracciati. In questo modo l’industria, che in Sardegna trasforma il 45% del latte, riesce a commercializzare l’85% del prodotto finale. Paradossalmente, ci facciamo concorrenza con le nostre mani. Cerchiamo anche nuovi mercati, con i formaggi molli: caciotte, caciottone, toscanello… Ma anche qui l’industria ci rovina, perché compra il latte all’estero (in Romania, Francia e Spagna) e lo paga 20 centesimi. Da noi compera appena il 20%: il nostro latte è ricco, viene dai pascoli naturali, e ne basta poco, purtroppo, per dare a questi formaggi freschi il sapore di Sardegna».

   Il 35% dei pastori sardi sono ancora “nomadi”, senza una stalla e senza certezza di pascolo. Portano le loro pecore nelle stoppie del grano, promettendo un agnello al contadino. Percorrono i terreni marginali, i poderi abbandonati e anche le rive delle strade. Le loro pecore producono un solo litro al giorno, ma non ci sono molte spese aziendali. «Io quest’ anno – dice Salvatore Peddis – ho speso 600 euro per fare tosare le pecore e con la lana ho guadagnato 150 euro. Una pecora costa 100 euro e quando è a fine corsa la vendo a 20 euro. Ma il macellaio ricava 20 chili di carne che vende a 5 euro al chilo e così incassa 100 euro. Chi produce agnelli, a Natale li vende a 4 euro al chilo, a peso vivo, circa 10 chili. Il commerciante ne ricava 7 chili di carne che vende a 10-12 euro al chilo».

   Adesso bisogna davvero interrogare i nonni, per trovare il racconto dei tempi in cui pastore era sinonimo di benestante e di buon partito. «Noi cerchiamo di resistere – dice Salvatore Peddis – solo perché non teniamo in conto il nostro lavoro. Certo, a volte la tentazione viene: quella di andare a fare i camerieri in costa Smeralda. Ma poi guardo le mie pecore, che sono tutte bianche ma io le conosco una a una… Penso che questa azienda era di mia nonna e dei suoi nonni e che qui si è lavorato per il pane ma anche per la dignità. Guardo i miei figli. Al mare andrò solo per fare il bagno». – JENNER MELETTI

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SE I PASTORI DIVENTANO UN BENE DA TUTELARE – LA SAPIENZA VA PREMIATA IN TAVOLA

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 18/8/2010

   Cosa ce ne facciamo dei pastori sardi se su quella stessa isola importano latte ovino dall’estero, con il quale si produce, per l’appunto, formaggio sardo mentre il latte sardo risulta sottopagato dalle industrie di trasformazione?

   È questa l’ idea che abbiamo di un mestiere straordinario, di uno dei pochi rimasti a dialogare direttamente con la natura: i pastori come inutili testardi che per una scelta di retroguardia si trastullano in occupazioni ormai perfettamente sostituibili. Certo, finché sull’etichetta ci potrà essere scritto, semplicemente “latte, caglio, sale”, nulla potrà far capire al consumatore che quel formaggio è cattivo. Avete letto bene. Cattivo. E non è una valutazione di carattere organolettico. Né di carattere salutistico.

   È un formaggio cattivo perché si comporta male. Male con il suo territorio, male con le persone che di quel territorio giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, passo dopo passo, si prendono cura. Male con chi – i pastori sardi – ha messo a punto la sapienza che viene spesso frettolosamente accantonata per inseguire forse più facili profitti (offrendo prodotti a bassi prezzi), con chi – ancora i pastori sardi – ha creato la reputazione di un formaggio che oggi viene prodotto bypassandoli e utilizzando il loro nome e la loro sapienza, oltre che il prezzo che loro hanno saputo spuntare sul mercato.

   E intanto il latte delle loro pecore viene pagato una miseria, ma evidentemente con i produttori di altre parti del mondo è ancora più facile fare i prepotenti, e quindi ci si rifornisce dove si riesce a pagare meno, non si sa come mai e con quali costi sociali. Gli stagionatori non hanno ancora firmato i contratti con i pastori sardi, cosa che in generale a quest’epoca dell’anno è già avvenuta.

   I pastori non possono che aspettare (a proposito: mentre si aspetta il formaggio stagiona, e stagionando perde peso) e sperare che si decidano, ma magari quest’anno decideranno di acquistare il formaggio fatto da grandi caseifici che riconoscono poco al pastore perché fanno produzioni di massa.

   Il refrain è sempre lo stesso: signore e signori, consumatori e consumatrici a cui importa non solo di mangiare prodotti di qualità, ma che avete ben chiaro in mente che il lavoro del pastore è un lavoro di cura del paesaggio, del territorio e della cultura (e non ce lo possiamo ricordare solo quando franano intere montagne abbandonate), cercate i produttori e acquistate direttamente da loro, nella certezza di rendere un servizio al presente e al futuro di questo Paese.

   E pagateli a prezzi giusti: solo così avrete un prodotto che si comporterà bene. Il prezzo giusto è quello che garantisce un prodotto buono e genuino al consumatore e riconosce le fatiche e il ruolo del produttore. E questo deve valere per tutti i contadini e pastori del mondo. Ritornando al nostro caso.  

   Fidatevi dei pastori: di quegli uomini e di quelle donne che potete andare a cercare, che vi spiegheranno come hanno allevato le loro pecore e vi diranno quali sono le loro difficoltà e le gioie del loro lavoro. Fidatevi di loro, non delle etichette che, specie nel settore caseario, ci dicono solo quel già sappiamo: latte, caglio, sale. In attesa che la nuova politica agricola europea si occupi non solo dei prodotti, ma anche di tutti i servizi che agricoltori e pastori rendono all’ambiente, dobbiamo far da soli. I pastori, se possibile ancora più dimenticati e vessati degli agricoltori, non possono attendere i tempi della Politica agricola comune. – CARLO PETRINI

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LA COLLISIONE DI DUE MONDI

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 14/8/2010

   Ci sono due modi di pensare alla Sardegna. Il primo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i turisti. Il secondo: che è un posto stupendo, peccato che ci siano i sardi. Poi c’è un terzo modo, che va trovato di volta in volta, specialmente in agosto. Ieri il problema si è posto più urgentemente, perché la Sardegna dei turisti e la Sardegna dei sardi, per di più pastori, si sono fronteggiate sul campo, anzi sulla pista dell’ aeroporto di Olbia-Costa Smeralda.

   Altri sapranno discutere, con la cognizione di causa che a me purtroppo manca, del rapporto fra una protesta giusta e un modo che danneggia persone malcapitate. (Benché in questa circostanza leggere del “calvario dei passeggeri costretti ad avviarsi a piedi per trecento metri allo scalo” e dei “disagi creati ai vip in arrivo su jet privati” una qualche inconfessabile soddisfazione la dia. E che “i pastori si sono concessi anche di giocare a morra, tra le proteste dei passeggeri imbufaliti” – sia detto da passeggero).

   Sta di fatto che l’argomento addotto da chi sceglie queste forme di lotta – “è l’unico modo per far sì che si parli di noi” – non è mai stato così fondato. Fino a ieri chi aveva sentito parlare del “Movimento dei pastori sardi”? Più o meno nessuno, per due ragioni essenziali, perché sono sardi, e perché sono allevatori di ovini.

   Ora i pastori sardi, come hanno confermato ieri, sanno usare campanacci e fischi con l’indice e il mignolo in bocca da far invidia a un milione di vuvuzelas, ma finora non si era sentito niente, perché l’orrendo rumore delle quote latte copriva tutto. Eppure prima di ieri avevano occupato l’aeroporto di Cagliari (come gli operai dell’Eurallumina, del resto, non pervenuti) e la superstrada Carlo Felice, e niente.

   Qualcuno ieri, “nel continente”, leggeva la notizia e commentava: “Mille o duemila pastori, ti rendi conto?” Così siamo andati a cercare su YouTube, e abbiamo trovato i filmati dei mille pastori del Movimento che erano andati a dimostrare a Bruxelles, il 13 novembre del 1996. Avete letto bene, 1996, quattordici anni fa. Vedete com’è lungo il viaggio che atterra alla Costa Smeralda. Agli occhi e al cuore degli altri, quelli che non sono sardi, la Sardegna di oggi evoca simboli di una forza travolgente. Uno per tutti, gli operai della Vinyls che dal 24 febbraio vivono nelle celle del carcere di massima sicurezza smesso dell’Asinara, isola dell’ isola.

   L’episodio di ieri ha messo i profani del continente davanti a un Incontro dei Due Mondi, cui per giunta le circostanze – un politico sardista che morde la mano di una signora forestiera, la signora che lo schiaffeggia, e poi “tra le vittime della protesta anche una principessa araba” – hanno dato una pittoresca coloritura di genere, i maschi pastori patriarcali e le impazienti signore turiste.

   Nel repertorio degli italiani del continente che mangiano il pecorino romano e si figurano che sia romano (è sardo) e il pecorino di Pienza e delle Crete senesi immaginando che sia toscano (è fatto per lo più dai pastori sardi in Toscana), i pastori riguardano il presepio, la transumanza dannunziana dall’Abruzzo al Tavoliere, e il meraviglioso Canto notturno di un pastore errante dell’Asia alla Luna.

   Ora è vero che i pastori in genere (dove non sono stati sostituiti da senegalesi e sikh e macedoni albanesi e nordafricani) e i pastori sardi in particolare sanno meglio conservare una sapienza e una solitudine antica, ma l’idea scolastica che continuiamo a farcene dev’essere molto aggiornata. Quanto a me, ho un vecchio amico pastore che si chiama Angelo Vacca, che ha 270 pecore e a ciascuna ha dato un nome e le chiama tutte, una per una: è così che si riconosce quella smarrita.

   Però, il “mito romantico dell’uomo solo fra cielo e terra”, deve combinarsi con le cooperative e il Movimento e la sua bandiera azzurra e le sue manifestazioni di migliaia. A quel mito è bello restare affezionati, ma con giudizio.

   Michela Murgia, scrivendo lo scorso aprile di quel mito romantico, spiegava che “solo nell’ultimo anno la popolazione ovina sarda è diminuita di quattrocentomila capi, e gli allevatori oppressi dai debiti hanno dovuto razionare il mangime alle pecore rimaste, con la consapevolezza che ogni chilo di peso perso significa cinque litri di latte in meno. Potrebbe sembrare consequenziale che i giovani sardi abbiano smesso da decenni di voler fare i pastori…  Ma non può sparire da un giorno all’ altro una cultura produttiva che gestisce quasi tre milioni di pecore, due per abitante, con un fatturato annuale che rappresenta un quarto dell’economia sarda. C’è stato un momento nella storia della Sardegna pastorale in cui si è consumato il passaggio di senso tra ‘ l’ essere pastori ‘, che era un modo di percepirsi al mondo, e il ‘fare il pastore’ , un mestiere come un altro, ma più di altri duro e incerto”.

   Nel sud della Sardegna, scriveva, tanti giovani pastori sono immigrati, tutti regolari e integrati come in nessun’altra regione. Non sono più quelli di una volta, i pastori sardi. Neanche le signore turiste, direi. (Adriano Sofri)

2 thoughts on “La caduta vertiginosa del sistema agricolo – Il segnale della RIVOLTA DEI PASTORI SARDI – Un patto per un’agricoltura sana e di qualità (con consumatori disposti a pagare di più i prodotti alimentari?)

  1. LUCA sabato 4 settembre 2010 / 10:51

    Lavoriamo per far soldi o per vivere ?
    I contadini lavorano per far soldi o per vivere ?

    Che significa vivere ?

    E’ ora di finirla di parlare sempre e solo di prezzo !
    D’altronde siamo cresciuti guardando “OK! Il prezzo è giusto!”,
    e oggi c’è ben di peggio, non c’è da stupirsi dunque…

    Serve un cambiamento radicale a livello culturale: è ora di tornare a riconoscere il VALORE degli oggetti e delle persone.
    In campo agricolo e non solo.

  2. Roberto mercoledì 20 ottobre 2010 / 22:47

    Il problema è anche la bassa quantita’ di prodotto prelevata dal singolo produttore, con la balla della sovrapproduzione, senza sapere che poi buona parte del prodotto Sardo presente nei mercati è di origine Africana o Cinese.
    Per quanto possano essere controllati e marchiati i prodotti dell’agricoltura cinese, e della pastorizia africana,
    viaggiano per tantissimi chilometri prima di arrivare alle nostre tavole
    e questo cambia il gusto e la qualita’ di cio’ che fa parte della nostra comune alimentazione.
    Non possiamo essere daccordo con chi colpevolizza i pastori per trascurare e non investire sulla qualità e il benessere della propria terra,
    semplicemente perchè è falso sopratutto in Sardegna,
    dove la produzione agro-pastorale ha peculiarità di lavorazioni antiche e tradizionali, ma comunque pulite e sopratutto inimitabili
    ed è questo che caratterizza l’eccezionalità del prodotto.
    Non abbiamo mai visto dai prodotti Sardi, fette di prosciutto fosforescente o mozzarelle color blu.
    Quindi la responsabilita’ di questo tracollo è anche della politica, poco attenta.
    Urge un programma di sensibilizzazione sulla corretta alimentazione dei cittadini e sulla tutela dei prodotti Sardi.
    In regione ancora non si è discusso su una seria politica di adozione del marchio d’origine dei prodotti Sardi,
    questo è un aspetto fondamentale per il consumatore, sia in Sardegna che nel resto del mondo, disposto anche a spendere qualcosina in più
    per avere in tavola un prodotto
    “made in Sardinia” a dispetto di un salame color viola cangiante registrato come “prodotto Sardo” made in Kazakistan.
    Per quanto riguarda i metodi di lavorazione e i macchinari, si adottano le novità solo se c’è alla base una politica attenta sul settore e quindi i mezzi economici per investire sulle energie rinnovabili ricavabili dalle coltivazioni.

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