GEOGRAFIA DEI TERRITORI CHE “SI SCIOLGONO”, e si ricostruiscono in altri (su elementi condivisi di geomorfologia, economia, cultura, nuova mobilità…) – Se la città è nata dalla “ricerca umana della felicità” (Aristotele) ora che si fa?

Ricomporre i Territori: come si fa? (immagine ripresa da http://www.360mag.it/)

Sulle pagine di Geograficamente ci siamo occupati spesso del tema di una riforma degli enti territoriali: i comuni, le province (soprattutto), le regioni, anche lo stato, perlomeno quando si parla di federalismo. Questi temi sono di un’attualità scottante, ma le difficoltà dovute alla diversità di vedute, alla difesa di posizioni consolidate e dei relativi interessi, alla tutt’altro che semplice realizzazione pratica delle soluzioni teoriche, sembrano destinate a far durare il dibattito ancora a lungo.

E’ bene sapere che tale dibattito non è affatto specifico al contesto nazionale, ma se ne parla anche all’estero. Proponiamo nelle righe che seguono un articolo di un eminente geografo francese: Martin Vanier. L’articolo è estratto da un libro che raccoglie le opinioni di geografi provenienti da specialità diverse, il cui titolo è tanto curioso e ironico, quanto rivelatore: “Il territorio è morto, viva i territori”. Vanier solleva le tematiche scottanti summenzionate, e propone una tesi assai provocatoria, forse non condivisa da tutti, ma che ha il merito di identificare alcuni punti critici che potrebbero essere tanti stimoli per nuove idee e soluzioni ai problemi sollevati dai cambiamenti socio-spaziali dell’era del villaggio globale.

I riferimenti sono per la maggior parte alla società francese, ma i paralleli con il caso italiano sono molteplici: spetta a noi lettori di trovare delle analogie e magari anche delle piste promettenti. Lo stesso Vanier ce ne offre una quando fa l’esempio del TGV, grazie al quale Lione fa ormai parte dello spazio parigino, poiché in meno di due ore lo spostamento è oggi possibile, ma anche Marsiglia, città mediterranea, lo è altrettanto, distante solo 1 ora e mezza dalla capitale, e presto anche le Alpi entreranno nello spazio-tempo di Parigi, grazie alla linea alta-velocità Torino-Lione…

Ovviamente è vero anche il contrario, ecco perché occorre superare il principio di territorio. Se il tutto può sembrare ancora fantascienza, alcuni esempi più concreti ci riportano a terra. Prendendo il caso francese, si farà certo riferimento a una Decentralizzazione estranea al caso italiano e che ha portato alla creazione delle regioni negli anni ’70, fino alla creazione delle “collectivités territoriales” (non serve tradurre, no?) nel decennio successivo, oggi rimesse in discussione nella loro attribuzione di competenze. Più chiaramente si parla anche in Francia di “far sparire”, di “accorpare”, di “sopprimere”. I dipartimenti di napoleonica memoria sembrano realtà obsolete, resta il fatto che questi detengono prima fra le altre la gestione delle infrastrutture stradali… Anche se in Italia non abbiamo avuto una Decentralizzazione, è pur vero che la piramide vassalica corrisponde perfettamente all’ordine napoleonico con i comuni, le province (dipartimenti), e le regioni.

E’ interessante notare che a questi tre ordini Vanier ne aggiunge un quarto: l’intercomunalità. Si tratta di un modo di agire che è oggi molto in voga in Francia. Troviamo così delle comunità di agglomerazioni, che non sono altro che raggruppamenti di quei comuni che compongono le cinture urbane, come potrebbe essere il caso di Padova. L’obbiettivo è di gestire meglio la vita cittadina, pensiamo per esempio all’organizzazione del traffico e dei trasporti collettivi.

Le Denominazioni di Origine Controllata sono altri esempi comuni ai due paesi di un sistema di governance interterritoriale. Pensiamo a Valdobbiadene e Conegliano, nelle cui colline sono i viticoltori  a dettare le linee della pianificazione, a tutelare il paesaggio, a dare un’ossatura all’economia. E se in questo caso lo fanno all’interno della provincia di Treviso, non sono rare le zone a denominazione d’origine che si estendono su diverse province: così nel formaggio Asiago non sono solo gli allevatori vicentini ad approfittare della reputazione, ma attenzione attenzione, anche il vicino Trentino dei privilegi fornisce il latte per le ricercate forme dell’altipiano. Abbiamo così due regioni, diverse province (anche un allevatore trevigiano), e un solo altopiano: bell’esempio di interterritorialità.

Altre comunità di comuni si costituiscono nei cosiddetti “pays”: ad esempio in Linguadoca, nella zona di Béziers, troviamo la comunità di comuni del “pays Cathare”, dove i beni patrimoniali, come i castelli e le chiese dell’eresia catara sono gestiti in modo collettivo, per una maggiore coerenza d’insieme a questa offerta turistica territoriale. Da noi qualcosa di simile potrebbe forse essere rappresentato dai distretti.

Tuttavia mi permetto di dire che ancora una volta noi siamo più indietro. Così, mentre in Francia si trovano misure di cooperazione interterritoriale pressoché ovunque, e si va anche oltre con l’introduzione della contrattualizzazione, qui da noi anziché razionalizzare le comunità montane, si è pensato bene di eliminarle. Non sarebbe meglio, come Geograficamente ha più volte proposto, lasciar spazio a queste, così come alle aree metropolitane, in luogo delle obsolete e costose province? E’ chiaro come il sole che Treviso, per restare sempre in zona, non è certo più centrale di Padova o Castelfranco Veneto…

Gli esempi di comunità di comuni potrebbero continuare, pensiamo ancora ai Parchi e tutte le zone protette, ai consorzi di bonifica, alle aziende sanitarie locali… Una sovrapposizione di enti che corrisponde a un aumento di costi di gestione. Ora a me sembra più razionale, se il nuovo dogma è quello del rigore e del risparmio, sopprimere ciò che è vecchio e inutile, e lasciare spazio al nuovo, a ciò che sarà il futuro.

L’esempio dell’Asiago dovrebbe farci riflettere. Una simile cooperazione è a benefico di tutti gli allevatori appartenenti al consorzio e questo a prescindere di privilegi più o meno evidenti e fastidiosi. Mi viene in mente il passo della Mauria, via che collega il Cadore con la Carnia: perché non ipotizzare una gestione locale in mano alle comunità ampezzane e carniche? E’ assai evidente che così facendo si andrebbe aldilà dei ridicoli referendum per potere avere un’erba migliore come quella del vicino. Dovrebbe essere lo stato l’interlocutore di queste comunità, e non la regione. Si eviterebbero inutili trasferimenti di denaro e passaggi burocratici e i fondi andrebbero a finanziare i progetti portati dalle comunità locali. Giusto per finirla con questa storia dei privilegi.

Vanier indica una pista ulteriore ad una scala più ampia, come nel caso del programma INTERREG. E in questo caso è ancora più lampante la possibilità di creare delle opportunità di sviluppo tra spazi addirittura appartenenti a stati diversi.

E parlando di stati diversi ecco l’esempio delle reti di telecomunicazione: chi gestisce i prezzi? Quale potere territoriale? E’ bene ricordare come è recente la riduzione/armonizzazione delle tariffe per l’invio di un SMS da uno stato all’altro dell’unione, datante 2007 o 2008, mi sia permesso il dubbio. Sarebbe interessante sapere come si forma il prezzo delle telefonate intercontinentali, non certo spiccioli. Anche qui, grazie a internet si creano delle emancipazioni spaziali, in un certo senso: quanti tra i nostri lettori avranno evitato gli operatori classici per chiamare a casa con il loro computer portatile? E’ questo un esempio dei tanti cambiamenti che hanno e continueranno a cambiare il nostro rapporto con il tempo e con lo spazio.

Insomma, il cantiere dell’interterritorialità è tutto da costruire: a ciascuno di contribuire come può!

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L’INTERTERRITORIALITA’: piste per accelerare l’emancipazione spaziale[1]

di : Martin Vanier, professore di geografia e pianificazione – UMR PACTE 5194, laboratoire TERRITOIRES – Université de Grenoble I – Institut de Géographie Alpine

Introduzione: esplorare il superamento della territorialità.

Un po’ di territorialità crea della società e della solidarietà, molta territorialità le assassina” (Brunet, Ferras & Théry, 1992). A partire dagli anni ’70 la società francese – non certo la sola in questo caso – si è abbandonata alle delizie della territorialità. All’inizio vissuta come una rivendicazione sociale, quella di gruppi sconvolti da logiche globalizzanti e contrarie alla loro identità, la territorialità è diventata l’oggetto di studi e osservazioni di ricercatori presto riuniti nelle “scienze del territorio (Debernardy & Debarbieux, 2003), prima che l’attore politico faccia la scelta fervente del principio di territorializzazione come base di ogni sua azione.

Il “tutto territoriale” è un bell’esempio di queste infiltrazioni famose che, dal sociale allo scientifico, e dallo scientifico al politico, produce un paradigma, un riferimento, quandanche un’ideologia. L’ideologia territoriale, spesso opposta a una mondializzazione che sarebbe cieca riguardo ai territori, attraversa e struttura tutti i campi della società francese e delle sue azioni. Il termine “territori”, che ricordava un’avventura coloniale fatta di penetrazioni armate, di confini tracciati a tavolino e di accantonamenti forzati, ha assunto in seguito una bella panoplia di virtù, dalla democrazia all’autenticità, dalla pertinenza all’efficacità, dalla solidarietà alla prossimità.

Parallelamente, sappiamo quale cammino il concetto ha percorso uscendo relativamente poco arricchito dalle sue discipline originali, il diritto e la pianificazione (senza dimenticare l’etologia), per fare la felicità di sociologi, economisti, urbanisti e di politologi, sotto l’impulso decisivo dei geografi (Di Méo, 1998). Che noi siamo, ancora e sempre, degli esseri territoriali, nessuno lo può dubitare, a condizione tuttavia di lasciar posto ad altri rapporti allo spazio – secondo le condizioni sociali, economiche, culturali, generazionali degli esseri in questione.

immagine di Valstagna: gli omogenei Territori terrazzati della Val di Brenta

Territorializzati, lo eravamo già prima che il paradigma territoriale fosse forgiato e occupi tutto il campo, e lo saremo senza dubbio ancora quando avrà lasciato il posto al suo successore, costruito per esempio a partire dal concetto rinnovato di luogo (Bourdin, 2000), a meno che la rete non abbia ancora detto la sua ultima parola (Ollivro, 2000). Tuttavia, la società contemporanea non saprebbe rinchiudersi in rappresentazioni largamente strumentalizzate e giunte a una maturità tale che esse hanno ormai la forza di politiche pubbliche (Faure, 2002). Le politiche territoriali, indipendentemente dagli ambiti in cui si affermano, non precedono la società, ma la partoriscono. Al tempo stesso, mentre la territorializzazione è all’apice, il laboratorio sociale trabocca dai territori, non solamente nelle loro forme concrete, ma nei loro stessi principi. E’ per lo meno l’ipotesi prospettiva da cui si partirà qui per esplorare il superamento del principio di territorio e il rinnovamento della territorialità (Debarbieux, Vanier, 2002).

Noi proponiamo di riconoscere questo superamento e questo rinnovamento, innanzitutto nelle pratiche sociali, individuali e collettive, le quali integrano l’economia, che dopotutto non è che una delle forme della fenomenologia sociale.

L’osservazione sociologica conduce a difendere la tesi di una nuova era dell’interterritorialità sociale. Un insieme di proposizioni interpretative che vanno in questo senso sono già state annunciate da diversi autori, in particolare sociologi (I). Viene allora il processo che porta al riconoscimento da parte della politica di questi nuovi rapporti allo spazio; processo che prepara l’adattamento dei suoi dispositivi di controllo e di integrazione in un complesso socio-eco-spaziale che cambia velocemente.

i Territori palestinesi

E’ bene distinguere che né l’ inter- ternazionalità, né l’intercommunalità rappresentano nuove forme d’ inter- territorialità. Ma nel solco di una storia politica dell’ inter- territorialità che dovremo ricordare a grandi tratti, si proporrà che una nuova fase potrebbe presentarsi, annunciata da diversi oggetti istituzionali emergenti (II). Tra la socio-economia e la politica, o ancora tra la produzione sociale e la sua formalizzazione istituzionale, come fare l’economia di un’installazione teorica che, nel suo sforzo di generalizzazione e di modellizzazione, faciliti il rinnovamento delle rappresentazioni dalle quali tutto procede? Si tenterà dunque di concludere enunciando le principali figure dell’interterritorialità, con l’obbiettivo rivendicato di contribuire a far uscire la politica dal “tutto territoriale” e di favorire così l’emancipazione spaziale di una società che sempre la precede.

I. La società s’interterritorializza.

L’interterritorialità come pluralità

Sembra che la prospettiva si nutre di “segnali deboli”; eccone uno : durante il decennio 1990, la categoria statistica dei “comuni multipolari” ha conosciuto la crescita più forte, in termini di popolazione totale (+50%) o in numero di comuni coinvolti (+60%), distanziando molto quella delle “corone periurbane” (rispettivamente +35% e + 37%)[2]. Il fenomeno statistico però non desta attenzione, poiché i comuni multipolari nel 1999 non costituiscono che un po’ più del 10% dei comuni, per 5% della popolazione totale e 3,1% dell’impiego. Ma c’è una vera e propria emergenza vigorosa di un fenomeno che contraddice dicretamente il contesto concettuale nel quale lo si misura: in una Francia urbana organizzata in aree e corone concentriche, si delinea come un reticolo d’interterritorialità dove risiedono dei nuclei sottomessi a forze centrifughe. La metropolizzazione tende a creare delle aree d’influenza sempre più integrative, ma al tempo stesso da’ luogo a delle zone d’interfaccia che prendono spessore e sfuggono a l’impero unico dei bacini. E se si vuole parlare di “territori vissuti”, come lo titolava la carta ufficiale[3] delle aree urbane, è allora di questa pluralità di territorialità, in seno ad una stessa popolazione, all’interno dei suoi nuclei, fino all’interno dei molteplici utilizzi del tempo e dello spazio dei suoi differenti individui, che bisogna dar conto.

Jean Rémy l’ha fatto fin dal 1984, proponendo e esplorando il concetto di centration (Rémy, 1984): « la centration suppose un lieu qui sert de point d’ancrage et de référence pour permettre à un groupe de se situer dans ses liens avec l’extérieur » (“la centrazione presuppone un luogo che serve di punto fisso e di riferimento per permettere a un gruppo di situarsi attraverso i suoi legami con l’esterno”).

villaggio dello Yemen

Opponendosi a un modello che « comprend un rapport strict d’inclusion/ exclusion, une frontière impliquant une fermeture, un emboîtement et une hiérarchisation, et qui correspond assez bien au quadrillage de l’espace par le politique » (“comprende un rapporto stretto d’inclusione/esclusione, una frontiera che implica una chiusura, un inscatolamento e una gerarchizzazione, e che corrisponde abbastanza bene alla quadratura dello spazio operata dalla politica”), – in cui si riconoscerà il modello delle località centrali – già introduce, sebbene in modo vago, dell’interterritorialità, senza tuttavia avanzare il termine : « la limite, plutôt que d’être vue comme une frontière, peut être perçue comme un espace intermédiaire. Ce tiers espace est une intersection souple où l’on joue à la fois sur l’inclusion et l’exclusion… un lieu de transit et de médiation… à partir [duquel] on peut aller dans plusieurs directions à la fois… [et qui] permet de se définir par rapport à une pluralité de références extérieures » (“Il limite, piuttosto che essere visto come una frontiera, può essere percepito come uno spazio intermediario. Questo terzo spazio è un’intersezione morbida dove si gioca allo stesso tempo sull’inclusione e sull’esclusione… un luogo di transito e di mediazione… a partire [dal quale] si può andare in diverse direzioni alla volta… [e che] permette di definirsi rispetto a una pluralità di riferimenti esterni”).

Partendo da qui, non dovremmo fermarci un istante su questo capovolgimento di valori sociali dell’intermezzo? Nel paradigma di una società industriale, fondato sulla concentrazione e sull’accumulazione, e al quale la scienza dell’economia spaziale ha contribuito pesantemente e precocemente, l’intermezzo è sinonimo di periferia, di margine, ovvero di confine. Posizione produttiva residuale, esso non vale che all’interno di un rapporto di dominazione, di predazione o di relegazione, e i valori sociali che l’hanno assimilato non investono nei vuoti. Completamente diverso è il valore dell’intermezzo nel paradigma transazionale di una società dell’informazione, poiché « il n’est plus possible de demeurer dans des territoires délimités, des cultures fermées, des identités closes » (Blanquart, 1997) (“non è più possibile restare in territori delimitati, in culture o identità chiuse”).

Facendo riferimento a un’epistemologia diversa da quella dell’onnipotente scienza economica, per esempio le scienze biologiche e le neuroscienze, troviamo un tutt’altro interesse verso il “lavoro sinaptico” nel quale l’intermezzo permette delle emergenze. Perché « tel est l’entre : il lie et délie à la fois, il rend inter-essant. La vie et l’intelligence en dépendent. A la logique du trans- s’oppose celle de l’inter- » (id. pag. 148). (“così è l’inter- : lega e slega allo stesso tempo, rende inter-essante. La vita e l’intelligenza ne sono dipendenti. Alla logica del trans- si oppone quella dell’inter- “).

Una società d’arcipelaghi (Viard, 1994) non è certo fatta che di quei legami che le sono indispensabili. Si farebbe un errore per eccesso qualora si prendesse la difesa dell’idea di una sorta di rovesciamento del territorio, facendo degli intermezzi le nuove località centrali dell’intermediazione. L’interterritorialità le valorizza, ma la polarizzazione, anche complessa, delle metropoli avrebbe la meglio. Pertanto, anche e forse soprattutto in questi contesti di quasi monocentrismo, la pluralità delle territorialità è diventata una delle condizioni della completa realizzazione degli individui.

quartieri-Territorio a misura di bicicletta

Essa si esercita per esempio attraverso le pratiche ricreative, turistiche, sportive a contatto con la natura (Bourdeau, 2004), di scoperta o di esperienza di un esotismo sempre più familiare, persino di una pseudo- avventura, che sono diventate così centrali nei programmi di vita di categorie crescenti della popolazione occidentale. Questi tempi ricreativi conducono altrove, verso il consumo di altri paesaggi, di altri ambiti di soggiorno, di altri contesti geo-affettivi, ricercati per la loro diversità e la loro complementarità al quotidiano urbano. Queste pratiche non donneranno tutte luogo a una densità di relazioni tale che si possa parlare automaticamente di territorialità, ma il principio di pluralità è ampiamente ricercato. Attraverso legami familiali tra generazioni sempre più sparse, anche in paesi diversi; per necessità professionali; per i viaggi e le tracce che questi accumulano, noi proviamo attualmente piacere a sentirci a casa – se non a appartenere a – diversi luoghi o territori.

L’interterritorialità come movimento

La pluralità delle esperienze quotidiane con riferimenti territoriali, siano esse residenziali, professionali, “di servizi”, ricreative, o altre, si accompagna sempre più di una pluralità di scale. Alla dissociazione tra domicilio e lavoro che costituisce uno dei grandi mutamenti socio-spaziali contemporanei[4], si aggiunge ormai, da un decennio o due, l’accesso in massa alla grande velocità ferroviaria e anche aerea. Le migrazioni alterne a grande intervallo o gli spostamenti professionali a grande distanza, di frequenza quotidiana, settimanale, o altra, accentuano lo sconvolgimento degli orizzonti familiari, anche se si può discutere della familiarità a luoghi così successivamente vissuti (Augé, 1992). « Dans une seule journée, nous sommes de plus en plus susceptibles d’être confrontés à des vitesses de déplacement extrêmement contrastées… La mutation effective de nos rapports à l’espace réside dans cette explosion du va-et-vient territorial… On constate d’une part l’instauration et la quotidienneté de territoires différents, d’autre part l’effondrement de la relation logique et unitaire qui existait entre l’espace et le temps » (Ollivro, 2000) (“In un solo giorno noi siamo sempre più suscettibili di essere confrontati a delle velocità di spostamento estremamente contrastate… Il mutamento effettivo dei nostri rapporti allo spazio risiede in questa esplosione del va-e-vieni territoriale… Si constata da un lato l’instaurazione e la quotidianità di territori diversi, dall’altro la fine della relazione logica e unitaria che esisteva tra lo spazio e il tempo”).

L’occhio si è abituato alle carte spiegazzate i cui contorni sono deformati a causa della riduzione delle distanze-tempo, che rappresentano il nostro nuovo spazio-tempo: Lione, che continua a risentire l’effetto TGV con l’inserimento nello spazio quotidiano di Parigi (1h50), così come ogni altra banlieue (mal servita) d’Ile de France (la provincia parigina) si scopre mediterranea con Marsiglia a 1h30, e si prepara a rivelarsi alpina e piemontese con Torino poco lontana. Lo spazio-tempo del TGV, che inoltre è in via di europeanizzazione, permette di superare uno scoglio decisivo della discontinuità dell’interterritorialità. Ma soprattutto introduce l’esperienza della mobilità. Jean Rémy ne ha fatto il parametro strutturante di una nuova definizione della città e dell’urbanizzazione (Rémy, Voye, 1992), difendendo così il paradosso della città non urbanizzata e del rurale in via di urbanizzazione. Ma bisogna prestare attenzione al percorso stesso, e alla territorializzazione della circolazione, per quanto effimera e discontinua essa sia.

Prendere sul serio, per esempio, quelle aree autostradali dove si può trovar ristoro, un momento di ricreazione, fare acquisti improvvisati, dare appuntamenti, fare una rapida toilette, dormire, seguire le proprie abitudini, conoscere un patrimonio locale, visitare un’esposizione, restando al tempo stesso di passaggio. Prendere sul serio gli spazi dell’intermodalità, non soltanto attraverso le qualità tecniche richieste dalla loro pianificazione e la loro offerta di servizi, ma anche come spazi sociali. Prendere sul serio allora i legami sociali tessuti in questi luoghi dedicati alla mobilità perché interterritoriali, e i gruppi che possono organizzarsi, come i comitati di utilizzaori sulle linee di trasporto express della regione marsigliese. Prendere sul serio le territorialità mobili che si esercitano quando le densità residenziali non si sovrappongono più alle densità degli scambi […].

D’altronde il fenomeno non è poi così postmoderno e iperurbano, essendo profondamente radicato nelle pratiche spaziali più antiche e più essenziali. Per esempio, con Denis Retaillé (Retaillé, 1993) si capisce che il Sahel, distante dai mutamenti contemporanei della società francese, è anch’esso un assemblaggio di luoghi che non fanno “territorio”, se non nella circolazione, la quale da’ un’esistenza effimera alle piste e ai punti d’incontro. Assemblaggio fragile, prezioso, totalmente estraneo alle nozioni territoriali di limite, di perimetro e di superficie, meno ascrivibile all’ordine della rete, che chiederebbe un minimo di materialità, che a quello della “circolazione fatta spazio”. Questo “spazio mobile“, secondo le parole di Denis Retaillé, non esiste che per i suoi legami, inclusi i più lontani, come quelli che fanno dipendere i villaggi della regione di Kayes (Mali) dalle comunità immigrate a Parigi (Lima, 2003). Quando si sa che il Mali, come altri paesi dell’Africa nera francofona, vive oggi un momento di paradossale “ricomposizione territoriale” e di suddivisione in nuove entità amministrative[5], si misura a che punto le sfide dell’interterritorialità, che emanano da ogni sorta di fenomeno di mobilità, sono universali.

L’interterritorialità comme connessione

La mobilità non è più l’unico mezzo per superare gli scarti e per vincere le distanze. Fin dall’inizio del XX° secolo, la telecomunicazione apre gli orizzonti. In questa materia, ciascuno vive il salto considerabile realizzato da un decennio grazie a Internet e alla telefonia mobile (Dupuy, 2002). In che cosa questo salto nutre l’interterritorialità?

Siamo qui molto vicini alla figura spaziale della rete, che è comunemente presentata come una sorta di alternativa al territorio, più o meno trasgressiva rispetto alle caratteristiche di quest’ultimo (Lévy & Lussault, 2003). La rete connette luoghi, dunque uomini, e tesse legami, dunque “vie”. Organizzazione a volte discreta, nel senso che essa può sopportare la discontinuità, e sempre selettiva, poiché procede nella superficie soltanto a partire da linee e punti, è presto sospetta di una tendenza all’esonero dello spazio: Internet sarebbe virtuale, le infrastrutture pesanti creerebbero degli “effetti tunnel”, la frattura numerica sarebbe territoriale. Tutto sommato, la rete giocherebbe spesso contro il territorio, e la sua virtù principale, la connessione, non servirebbe dunque la territorialità.

Territori a mobilità sostenibile

In realtà, guardandolo più da vicino, lo spazio transazionale è profondamente territorializzato, o piuttosto interter- ritorializzato (Beauchard, 2000). Non produce soltanto dei luoghi nei quali l’accumulazione di scambi e pratiche da’ vita a un vero e proprio patrimonio transazionale la cui identità finisce presto per fare territorio, ma esige la regolazione e la gestione – la governance – che organizzano il controllo e l’articolazione di queste “placche” : patrimonio, identità, appropriazione, controllo… Buona parte degli ingredienti della territorialità sono dunque riuniti, anche se altri sono evidentemente contestati, come la delimitazione di confini e la dimensione finita del sistema. Una società in reti non è dunque una società a-territoriale, ma una società che reinventa la sua territorialità facendola entrare nell’era della complessità: l’ubiquità virtuale, l’esperienza “locale-planetaria” (Beauchard, 2001), il riconoscimento interpersonale per affiliazione e non più per radicamento condiviso, sono alcune di queste nuove forme della territorialità che sono suscitate dalla connessione alle reti in generale, e alle reti d’informazione in particolare.

Nuove forme? Anche senza seguire per intero Pierre Musso nella sua lettura di un « territoire invisible et artificiel de réseaux créés par les ingénieurs et les industriels, superposé au territoire visible et naturel des géographes et des historiens » (“territorio invisibile e artificiale di reti create dagli ingegneri e dagli industriali, sovrapposto al territorio visibile e naturale dei geografi e degli storici”), lo raggiungeremo nella sua retrospettiva che ci ricorda che a partire dagli anni 1830 e il lancio dell’avventura ferroviaria, la metamorfosi dei territori fu intrapresa (Crozet & Musso, 2003). Da allora, è proprio “di articolazione di flussi e di luoghi” che si tratta, la quale produce dei territori sempre più “sfuocati e glocali”, in una logica d’insieme che merita di essere qualificata qui come interterritorialità. La prospettiva che ne deriva non può fare l’economia dei territori, anche se forte è la tentazione : « trois pistes sont esquissées ; la première viserait à créer des hubs socioculturels, c’est-à-dire à inventer des lieux de vie connectés à partir de projets intégrateurs ; la deuxième consiste à accompagner les hubs commerciaux ou logistiques afin de transformer des non-lieux en lieux de vie ; enfin une troisième piste s’ouvre notamment grâce aux réseaux de communication à haut débit : il s’agit de connecter les hyperlieux identitaires (les terroirs) pour leur donner la plus forte attractivité économique et une large ouverture par la connexion avec d’autres territoires, y compris lointains » (op. cit., p. 256) (“tre piste sono ipotizzate ; la prima punterebbe a creare degli hubs socioculturali, cioè inventare dei luoghi di vita connessi a partire da progetti integratori ; la seconda consiste a accompagnare gli hubs commerciali o logistici al fine di trasformare dei non-luoghi in luoghi di vita; infine una terza pista si apre in particolare grazie alle reti di comunicazione ad alta velocità : si tratta di connettere gli iperluoghi identitari (terroir) per dar loro la più forte attrattività economica e una grande apertura attraverso la connessione con altri territori, anche lontani”).

L’emancipazione interterritoriale

Plurale, mobile, connessa : perché parlare di emancipazione a proposito dell’interterritorialità? In che cosa queste nuove qualità dei nostri rapporti allo spazio significano un’emancipazione spaziale? Ci autorizzeremo qui a una rapida escursione nella storia del turismo e del tempo libero, per esplicitare il senso di questa emancipazione.

Il principio del turismo e l’idea di tempo libero emergono, come sappiamo, da una nuova divisione dei tempi sociali strutturata nel corso del XIX° secolo dalla rivoluzione industriale. Essi sono il frutto dell’ideale romantico, nutriti dall’eredità dei Lumi […]. Nascono dalle nuove aspirazioni di una classe di aristocratici che vivono della rendita dei loro possedimenti e di grandi borghesi illuminati, i quali marcano allo stesso tempo il loro desiderio di differenza in quanto gruppo – e le condizioni della riproduzione di questa differenza – e le loro ambizioni individuali, secondo i valori di volta in volta mobilizzati.

Un secolo e mezzo più tardi, nelle società industriali avanzate, il turismo e il tempo libero sono evoluti in attività sociali di massa, sviluppando delle economie regionali esclusive, e strutturando tutti i tempi della vita (quotidiano, settimanale, stagionale, ecc.), ad un punto tale d’aver provocato un vasto (e falso?) dibattito sulla “fine della società del lavoro”. Ciò che ha costituito l’appannaggio di un’elite e il segno della sua superiorità sociale è stato conquistato dalla maggior parte della società, e resta un’aspirazione superiore per i suoi esclusi. Si parla generalmente di “democratizzazione” del turismo e del tempo libero, ma presentarla come un’emancipazione sociale permette di spiegare meglio la conquista di nuove libertà rispetto alle costrizioni del tempo industriale. Poco importa che turismo e “loisirs” rappresentino o meno delle forme di tempo libero più compiute rispetto a quelle conosciute in precedenza dalle società agricole e rurali, pertanto festose assai di frequente. C’è stata chiaramente un’emancipazione rispetto alle gerarchie degli utilizzi di tempi e luoghi volute dalla società borghese industriale (Viard, 2000 ; Huet & Saez, 2002).

Possiamo seguire la stessa logica a proposito della territorialità – alla quale le pratiche turistiche contribuiscono sempre di più come abbiamo detto. Le territorialità multiple e plurali, il viaggio come esperienza territoriale, la connessione a diverse reti sociali permettendo di sfuggire ai limiti di un dato luogo, non si possono esattamente definire come innovazioni sociali. La multiresidenzialità è vecchia come l’aristocrazia terriera; l’esotismo è il suo lusso; la capacità di apertura verso ciò che è straniero, fino all’ibridazione e al meticciato, è un’insegna indispensabile per le grandi famiglie illuminate : essa è all’origine di pratiche attuali come la sponsorizzazione personalizzata tramite ONG o l’adozione a distanza.

“Locale-globale”, la grande borghesia uscita dai mondi della finanza, del negozio, della diplomazia e dell’esercito, ha saputo esserlo da molto tempo! Da un lato, il legame alla terra e al patrimonio familiare, dall’altro, la rete degli appoggi e delle alleanze: l’interterritorialità è, storicamente, la forma più riuscita di spazialità dei gruppi dominanti. Anticipando un po’ la riflessione politica, si può indovinare perché le classi dirigenti hanno costruito, in parallelo alla loro affermazione sociale interterritoriale, un ambito di controllo e di gestione iperterritorializzato e perimetrato, dal locale al nazionale: non basta vivere l’interterritorialità, ancora bisogna che gli altri ne siano privati per garantirne l’effetto di distinzione[6].

Permane oggi in una società come quella francese, una parte significativa, ma minoritaria, di gruppi sociali rinchiusi in una territorialità ristretta e unica, talvolta quasi assegnati a residenza. Usciti da gruppi produttivi marginalizzati dalla nuova divisione mondiale del lavoro, come le categorie le meno qualificate dell’ex-classe operaia o della defunta classe contadina, ma anche nutriti da una generazione di senza lavoro che sopravvive come può in diversi contesti regionali o sociologici (regioni industriali in crisi, spazi rurali in abbandono, banlieues stigmatizzate…), essi sono la prova contraria che l’interterritorialità libera.

Allo stesso modo, ad altre scale di spazio e di tempo, sappiamo bene che è mettendosi in movimento attraverso grandi migrazioni internazionali che individui provenienti dai gruppi tra i più poveri del pianeta finiscono spesso per trovare le condizioni della loro sopravvivenza materiale, e di conseguenza della loro emancipazione individuale.

Per la maggior parte delle categorie sociali di ciò che è stato convenuto definire un po’ troppo facilmente le classi medie, l’interterritorialità è già una realtà emancipatrice, o sta per diventarlo. Non che vivendo una pluralità di territori, un’accentuazione delle mobilità, e un’intensificazione delle connessioni, si possa giudicare che queste classi medie si portino meglio, ciò che apre il dibattito sul senso di questa nuova tappa della vita sociale degli individui (Ascher, 2002). Ma perché così facendo, esse sconvolgono i contesti imposti da quei dominanti i quali avevano saputo fino ad oggi riservarsi il monopolio dell’interterritorialità. Inizia allora, un momento di reinvenzione politica, poiché si deve dar ragione alla società, ma anche ricreare le condizioni del suo controllo, e senza dubbio preparare le basi future di una nuova distinzione al suo interno.

II. I cantieri dell’interterritorialità politica

I limiti del “tutto territoriale”

Il “tutto territoriale” emana da un triplo processo: la decentralizzazione politico-amministrativa, nei suoi diversi atti; la ricomposizione istituzionale, nelle sue differenti fabbriche di nuovi territori; e la territorializzazione delle politiche settoriali dello Stato decentralizzato e delle istituzioni che ne ereditano le competenze. raverso

Tutto ciò è stato abbondantemente osservato e commentato da socio-politologi, giuristi, geografi, ecc[7]. Senza ritornare sulle logiche di fondo di questi tre processi all’opera in Francia dall’inizio degli anni 1980 (Faure, 2002), si ricorderanno i grandi tratti di una messa in discussione che è giù stata avviata in altra sede (Giraut & Vanier, 2000 ; Vanier, 2001, 2002):

I limiti del territorio è di averne sempre.

Il rafforzamento portato dalla Decentralizzazione alle prerogative e all’autonomia delle collettività locali ha avuto, oltre alle sue virtù fondamentali, degli effetti negativi ben conosciuti. Completamente occupato all’esercizio delle sue nuove capacità, ogni potere territoriale si è gelosamente abbandonato alle delizie di una pseudo sovranità territoriale, impedendosi d’intervenire in quella del vicino nel nome del “padroni a casa propria”. Questi riflessi di una “repubblica dei feudi” (Mény, 1992) che vengono da lontano sono stati incoraggiati nel momento stesso in cui il mutamento periurbano implicava al contrario numerose necessità di azione transterritoriale. Spinte da uno Stato preso nella trappola della sua stessa decentralizzazione, in particolare per quel che riguarda le competenze dell’urbanismo e della pianificazione destinate al più grande spezzettamento, le istituzioni locali hanno ricercato a partire dalla metà degli anni 1980 nuove soluzioni intercomunali, ma obbligandosi all’impossibile rispetto del fazzoletto di terra del vicino[8].

Tra il bastone e la carota, tra la necessità e la ragione, le diverse forme di cooperazione tra territori hanno finito per progredire, ma grazie a uno sforzo tanto più difficile che niente nella cultura politica e amministrativa predisponeva a organizzarlo. Farsi carico in comune di forniture e servizi le cui aree d’influenza si prendono gioco dei perimetri, gestire su un territorio una dinamica socio-spaziale che ha origine in un altro, affrontare insieme un fenomeno trasversale, organizzare l’azione pubblica multiscalare: quotidianamente, il governo di uno spazio la cui complessità aumenta, attraverso un dispositivo che non vuole conoscere che la semplicità e l’esclusività del rapporto potere/territorio, resta un esercizio aleatorio.

I grandi parchi africani: Territori da integrarsi virtuosamente con la popolazione

I territori messi in dubbio reagiscono con la sovra- territorialità.

Una delle false soluzioni auspicate durante tutti questi anni di imbarazzante gestione è quella di militare in favore di un aumento della scala delle diverse istituzioni esistenti, come se bastasse che i territori istituzionali “raggiungano” i territori funzionali per uscirne. I territori storici sono così stati invitati a indossare dei “sovraterritori” per mettersi alla taglia dei loro problemi. Ora che la Francia inter o sovra-comunale è più o meno formata, con le sue agglomerazioni, comunità di base, comunità di comuni, ecc., si può constatare da un lato, che le attitudini di sovranità territoriale sono passate ai livelli inglobanti, e dall’altro lato, che il funzionamento socio-spaziale e eco-spaziale rifiuta di attenersi ai limiti attualizzati. La dinamica spaziale è sempre più rapida della dinamica istituzionale. Il “sovraterritorio” certo facilita la cooperazione o l’integrazione al suo interno, ma riproduce gli stessi limiti d’azione al di fuori di esso. Decisamente la Francia non può tenere all’interno dei suoi bacini.

La piramide (vassalica?) dei territori della Repubblica mantiene un finto ordine ad incastro.

L’arrangiamento multiterritoriale instaurato progressivamente dalla Repubblica si basa su tre grandi principi apparentemente contraddittori: la libera amministrazione di ogni collettività, dunque l’assenza di tutela tra esse, ma l’incastro de facto dei tre livelli[9] (o quattro se contiamo le intercomunalità), e la presenza, talvolta di massa, talvolta semplicemente provocatoria e percettibile, dello Stato decentralizzato a ciascuno di essi. Attraverso certi costumi politici, come il cumulo dei mandati, il clientelismo o l’intercessione personalizzata di servizi dello Stato, il sistema ha per molto tempo oltrepassato le sue contraddizioni e conosciuto una longevità notevole, che conserva in un certo numero di situazioni rurali classiche, altrove più curiose. Ma è permesso pensare che i suoi giorni sono ormai contati. Il fallimento totale della ripartizione delle competenze della Decentralizzazione a profitto della contrattualizzazione a 360°, la competizione sulla risorsa fiscale e la battaglia dei trasferimenti degli oneri che gli ha fatto eco, il divorzio crescente tra la società politica locale e una società civile che, d’altronde, tarda molto a entrare in scena, la crisi dello Stato territoriale, sono alcuni dei sintomi della fine di un sistema al tempo stesso verticale, chiuso e socio-politicamente arcaico. E se questo sistema piramidale e ad incastro non ha più l’efficacità politica che gli è stata riconosciuta, non è fondamentalmente perché il funzionamento sociale e socio-spaziale non lo riconoscono più?

Una breve storia dell’interterritorialità

Tutti questi limiti di un sistema territoriale ereditato dalla razionalità rivoluzionaria, a cui si aggiunge l’autoritarismo napoleonico, esarcebato dall’ideologia territorializzante degli ultimi trent’anni, per conosciuti e denunciati che siano, non lo intaccano nel suo fondamento : la politica, in particolare la politica locale, resta visceralmente territoriale. Un esercizio del potere pubblico che non possiede un’applicazione territoriale è ancora mal visto. Decisamente, la fine dei territori non è per domani. Ad ogni modo, se il sistema ha sempre potuto sormontare le contraddizioni e i blocchi inerenti alle sue stesse logiche, è senza dubbio grazie all’organizzazione permanente di una certa parte d’interterritorialità. Un breve passaggio nella storia può permettere di difendere questa ipotesi, che conduce a attribuire oggi all’interterritorialità politica una funzione di prim’ordine nel sistema che essa ha sempre salvato dalle sue tensioni interne.

Per molto tempo, l’unica forma d’interterritorialità fu l’internazionalità, perché l’affermazione nazionale, che si può far risalire molto lontano in Europa ma anche datare comodamente a partire dal Trattato di Westfalia (1648), implicava in parallelo l’organizzazione di un ordine internazionale. Nessuna espressione della sovranità nazionale senza un controllo minimo dello choc tra sovranità, salvo adattarsi a una guerra permanente. Questa prima età dell’interterritorialità è quella del suo accantonamento a un’internazionalità limitata e interamente sottomessa alle numerose ragioni di Stato che captano tutto lo sforzo della costruzione politica. Ciò non toglie che il principio è presente, anche se discretamente. Per essere precisi, bisognerebbe ricordare che i tempi dell’unificazione nazionale (dal XVI° secolo spagnolo al XIX° secolo italiano e tedesco, passando per il XVII° secolo britannico e francese e il XVIII° russo) sono stati anche delle fasi di assorbimento di un’interterritorialità molto antica, fondata su alleanze – leghe o gilde – di città commerciali, o di territori a statuto politico vario e con relazioni signorili complesse, il tutto all’interno di configurazioni barocche ma attive (Le Galès, 2003). E’ per questo che la prima età dell’interterritorialità, che si può far durare fino alla Prima Guerra Mondiale, è quella dell’internazionalità, e assolutamente no quella dell’interterritorialità infranazionale.

Nel corso del XX° secolo, il principio dell’interterritorialità si diversifica in una pluralità di scale, le poste in gioco cambiano, e entra così in una seconda età. Il lento emergere di un’intercomunalità alla francese (Bourjol, 1994), la rinascita del fatto regionale in molti paesi, la costruzione europea (Salesse, 1997), l’affermazione d’istanze di controllo a livello globale, ne sono le principali espressioni. L’attivazione di sinergie tra territori non punta comunque alla gestione delle loro interazioni, dei loro “intermezzi”, di fenomeni trasversali, quanto piuttosto a ricercare la formazione di nuovi spazi politici che li inglobano (comunità, regioni, Europa) : siamo ancora in una ricerca di sovraterritorialità piuttosto che in quella dell’interterritorialità propriamente detta.

Tuttavia, i problemi che solleva, ad ogni scala, l’arrivo sul mercato della legittimità politica di nuovi attori in via di territorializzazione, fanno entrare il mondo contemporaneo nella questione interterritoriale (Vanier, 2003, 2004). Quest’ultima nasce dalla messa in discussione del principio di sovranità territoriale, ereditato dal lungo periodo precedente, e s’inserisce nel confronto tra transterritorialità e sovraterritorialità. Alla transterritorialità globale (le strategie delle grandi imprese che interagiscono con astuzia con le regole territoriali) o locale (i comportamenti sociali descritti in precedenza), tenta di rispondere una sovraterritorialità globale (quando è possibile: l’Unione Europea) o locale (l’intercomunalità nelle sue forme più integrative). Detto altrimenti, al gioco territorialmente sovversivo di attori non politici che “oltrepassano i limiti”, si oppongono delle logiche politiche più inglobanti e teoricamente più potenti. Al tempo stesso, non soltanto queste logiche sovraterritoriali non sembrano sormontare i conflitti di sovranità che esse generano tra nuovi e vecchi poteri territoriali – Europa vs. Stati, comunità vs. comuni, ecc. – ma esse non si avverano più efficaci delle antiche per regolare le espressioni dell’interterritorialità sociale e economica, come quelle riassunte nella prima parte (pluralità, movimento, connessione). L’interterritorialità sociale e economica richiede una vera e propria interterritorialità politica che faccia un lavoro tra territori, a ogni scala, non il residuo delle loro missioni politiche, ma la garanzia della loro efficacità globale. Non siamo certamente ancora arrivati a questo punto, ma è permesso pensare che con questa esigenza, è cominciato il terzo periodo dell’interterritorialità.

Prospettiva dell’interterritorialità

Programmi d’Interesse Comunitario di cooperazione internazionale INTERREG, Missioni Interministeriali Interregionali di Pianificazione del Territorio (MIIAT[10]), reti di città, conferenze territoriali in Ile de France e altrove (per esempio nella regione urbana di Lione), associazioni en forma di “archi”[11] o di ogni altra figura spaziale mobilizzatrice, protocolli, convenzioni, carte e accordi multilaterali : l’ingegneria dell’interterritorialità è all’ordine del giorno, a ogni scala, e, meglio ancora, combinandole.

Alla lettura di questa enumerazione certamente incompleta e sicuramente troppo francofrancese di forme che cercano di istituire dell’interterritorialità, vediamo che non si tratta più di fondere dei territori in un insieme avente un governo nascente e alternativo rispetto a quelli che lo compongono, ma al contrario di condividere delle strategie, delle responsabilità e degli sforzi d’azione, continuando allo stesso tempo a esercitarli singolarmente. L’esclusività territoriale vacilla, la sovranità va condivisa, ciò che porta a mettere in discussione il principio stesso, ma i territori restano, e, può anche essere – è qui tutta la scommessa – che riprendono vita attraverso l’esercizio dell’articolazione interterritoriale. Così si annuncia la terza età dell’interterritorialità che ha trovato con la molto accogliente governance il paradigma del suo potere : perché se il governo è la forma più compiuta del potere territorializzato, allora la governance è senza dubbio la condizione del potere interterritorializzato. E’ così che si può proporre di posizionare l’equazione prospettiva di questo terzo periodo, tra due ipotesi.

Nella prima ipotesi, il potere territorializzato resta l’arbitro del gioco dell’interterritorialità, qualunque sia la scala. L’interterritorialità consiste a riconoscere che ogni organizzazione politica alla guida di un territorio è inserita in un insieme più vasto, al coordinamento del quale essa deve contribuire : si può parlare di “dovere di articolazione”, o ancora di “poltica delle scale” (Brenner, 1999). La contrattualizzazione ne è l’esempio tecnico dominante, ma non più nel registro dell’allocazione delle risorse dall’alto al basso con l’aggiunta dei mezzi all’interno di un dato perimetro così come la conosciamo attualmente : la contrattualizzazione interterritoriale mira alle interfacce, gli obbiettivi e gli oggetti comuni a diversi territori poiché li attraversano, le ambiguità condivisibili. Il lancio dei contratti metropolitani annunciato nel 2003, potrebbe dare il via a questa nuova generazione contrattuale[12].

L’intercomunalità, l’intercomunitarietà[13], l’interprovincialità, l’interregionalità, e le loro combinazioni verticali – per limitarsi ai poteri locali – diventano i quadri fondamentali del lavoro politico delle collettività che li compongono. Così facendo, l’interterritorialità segna effettivamente una nuova tappa della vita istituzionale dei territori, inclusi i più antichi, quelli ereditati dalla fondazione repubblicana, e non la loro disparizione per fusione.

Questa configurazione, nella quale le relazioni tra territori diventerebbero il motore della loro azione, si posizionerebbe all’interno di un compromesso socio-spaziale più generale tra pratiche interterritoriali e radicamenti territoriali perenni. Per la società come per il suo sistema politico, l’interterritorialità non è l’agitazione a 360 gradi di azioni e di relazioni che a forza di essere offerte ovunque finiscono per inserirsi da nessuna parte. Essa delinea, malgrado la sua complessità, un insieme limitato di legami e d’interfacce, vicini o lontani. Pluralità, movimento e connessione aprono degli orizzonti, ma gli esseri territoriali – sociali o politici – che noi siamo, esercitano una scelta ristretta tra essi. L’interterritorialità non sarebbe allora nient’altro, ma è già molto, che l’arrangiamento di queste scelte territoriali, che si tratti di scelte di pratiche sociali, o di scelte delle politiche pubbliche che ne risultano.

Nell’altra ipotesi, all’opposto, l’interterritorialità politica procede da un vero e proprio sorpasso dei rapporti storici tra potere e territorio. Il riconoscimento delle istituzioni politiche attraverso il territorio, resta uno tra tanti, ma non più il modo costitutivo unico della politica. La società in reti esige altri meccanismi di controllo democratici che la sola democrazia territoriale, poiché questa società non s’inserisce più in territori semplici dove la sua espressione democratica territorializzata può pesare sull’insieme dei suoi interessi collettivi localizzati. Bisogna servire i suoi interessi attraverso la gestione di grandi reti di servizi e dei loro luoghi d’accesso. Democrazia degli utilizzatori? Soltanto a condizione di legare cittadinanza e civiltà a qualcos’altro che non sia il territorio. Ma perché le grandi reti di servizi collettivi dovrebbero restare sotto l’autorità di logiche mercantili (per esempio quelle della telecomunicazione e dell’informazione), o di logiche tecno-amministrative (come la maggior parte dei grandi servizi pubblici statali) ? Nell’impossibilità di essere gestite dai territori, queste “reti che ci governano” dovrebbero restare al margine dell’ideale democratico ?

Questa ipotesi di un’interterritorialità concepita come una rete di autorità pubbliche che tutto sommato installerebbe un’autorità in rete, può sembrare propriamente utopica. Essa ha comunque il merito d’indicare il cammino di un’emancipazione spaziale che ha radicalmente cambiato di natura. Alla libera amministrazione delle istituzioni territoriali, conquistata con una battaglia repubblicana che non è ancora terminata, possono in effetti aggiungersi oggi non soltanto la libera amministrazione della loro messa in relazione, cantiere immediato dell’interterritorialità, ma anche la libera amministrazione delle reti d’interessi collettivi che traboccano dai territori, cantiere non meno contemporaneo per ogni sistema politico che vorrebbe continuare a regolare la società da cui emana.

Conclusione : elementi per una teoria dell’interterritorialità

La nozione polisemica di territorio ha dato luogo a un potente fascio di teorie in diverse scienze sociali. E’ invitante cercare di prolungarlo, attraverso una teoria dell’interterritorialità. Quest’ultima verrebbe a scardinare l’ideologia territoriale confrontandola ad altri due grandi modi “d’essere al mondo” che sono la rete e il luogo. Questo scardinamento è innanzitutto sociale e economico, ma ne richiama un altro, politico, partendo dal postulato che il secondo procede dal primo, sempre con un certo ritardo, pur influenzandolo. Proponendo una rilettura storica del gioco dei territori, nel nome dell’interterritorialità e attraverso le sue tre età, questa teoria sostiene che si tratta di una lenta emancipazione spaziale, il che significa adottare una posizione finalista poiché questa emancipazione è costantemente ridefinita nei suoi valori sociali. E’ per questo d’altronde, che essa può pretendere a una portata prospettiva, e non predittiva, ma secondo delle evoluzioni e delle configurazioni differenti.

Una teoria dell’interterritorialità, come tutte le teorie “dell’intermezzo”, s’inserisce nel paradigma della complessità. Essa lo sollecita in tre modi. Innanzitutto, perché essa tratta del multiplo, dell’irriducibile, e non dell’unitario e semplificatore : scale multiple, appartenenze e identità multiple, poteri multipli, sono il punto di partenza della problematica che non pretende risolvere la molteplicità, ma piuttosto di “fare con”. In seguito, perché essa rifiuta la distinzione tra le logiche interne e le logiche esterne del suo oggetto di partenza, il territorio: con l’interterritorialità queste logiche si alimentano mutualmente e l’idea di frontiera tra il dentro e il fuori, così necessaria al territorio, si trova considerabilmente perturbata. Infine, perché essa accetta, malgrado tutto, di restare nella contraddizione tra tutto ciò che continua a “fare territorio”, e tutto ciò che contribuisce a rimetterlo in discussione : è l’ibridazione, o la combinazione, dei rapporti con lo spazio, che costituisce il cuore di una teoria dell’interterritorialità, e non la convinzione di una mutazione post-territoriale che farebbe passare da uno stato semplice a un altro.

Vediamo che una teoria dell’interterritorialità deve ancora costruire tutto per che possa chiarire le sue figure principali, che sono l’articolazione, l’interfaccia, l’arrangiamento, la rete di territori, e le forme differenziate che queste figure prendono secondo i contesti dell’interterritorialità. Chiaramente, si tratta di una teoria largamente induttiva, che procede cioé dall’osservazione di fatti concreti e contingenti e non dall’importazione di un modello normativo, il cui valore dipenderà dal dibattito che essa provocherà, in particolare il dibattito “interterritoriale” tra le diverse discipline delle scienze sociali, non senza vegliare a ciò che le scienze della vita (biologia, ecologia, ecc.) e quelle dell’informazione potranno apportare nella materia. Come il cantiere politico, il cantiere teorico dell’interterritorialità è largamente davanti a noi. (MARTIN VANIER)

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[1] Traduzione della versione originale : « L’interterritorialité : pistes pour hâter l’émancipation spatiale », estratto da : « Le territoire est mort, vive les territoires », Benoît Antheaume et Frédéric Giraut (Ed.), 2005, pp. 317-336.

[2] In Francia i comuni multipolari sono quelli nei quali il 40% o più degli attivi residenti lavorano in diverse aree urbane, senza raggiungere tale soglia in una sola di queste. Da : carta dei « Territoires vécus, organisation territoriale de l’emploi et des services », édition 1998 (RGP 1990) et 2002 (RGP 1999), INSEE – DATAR – INRA ; « Le zonage en aires urbaines en 1999 », INSEE Première n°765, avril 2002.

[3] Vedi nota precedente.

[4] La parte delle migrazioni alternate nel totale degli attivi aventi un impiego non cessa di aumentare (61% nel 1999, contro 52% nel 1990 et 46% nel 1982). La distanza media percorsa aumenta apparentemente poco (15,1 km, contro 14,1 e 13,1, nelle stesse date), ma un’osservazione per quantili sarebbe più significativa.  « Les déplacements domicile travail », INSEE Première n° 767, avril 2001.

[5] Il Mali, Stato creato “sulla carta”, sta mettendo in pratica un processo di decentramento amministrativo attraverso la creazione di istituzioni regionali (N. d. r.).

[6] « Non basta essere felici, bisogna anche che gli altri siano infelici », Pierre Desproges.

[7] Cf. per esempio i lavori annuali del GRALE (Groupe de recherches sur l’action locale en Europe), o in un altro registro, il trimestrale de l’Institut de la Décentralisation Pouvoirs Locaux, o ancora le analizi del centro studi Acadie (D. Béhar e P. Estèbe), in linea su http://www.acadie-reflex.org

[8] In Italia ciò può essere rappresentato dai fallimenti di numerose comunità montane, fino alla discutibile proposta di una legge per una loro abolizione (N.d.R.).

[9] I livelli sono : « communes », « départements » e « régions ». Il parallelo con l’Italia è evidente, con un’organizzazione speculare in comuni, province e regioni. Si ricorda che il dibattito attuale sulla riorganizzazione delle province ha il suo corrispondente in Francia in quello che è comunemente definito il dibattito sulla “reforme territoriale” (N.d.r.).

[10] Attualmente ribattezzata MEDCIE : Mission d’Etudes et de Coopération Interrégionale et Européenne.

[11] Come l’Associazione dell’Arco Latino, alla quale aderisce la quasi totalità delle istituzioni locali di Nuts 3 della sponda nord-ovest mediterranea (départements francesi, province italiane, generalidad spagnole), con sede a Barcellona e segretariati a Siviglia, Montpellier, Genova e Roma.

[12] A condizione,  evidentemente, che lo Stato disponga di mezzi finanziari e della volontà politica di rispettare la sua parola contrattuale.

[13] Cioé la ccoperazione tra raggruppamenti intercomunali.

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