ISRAELIANI e PALESTINESI stanchi di guerra – dove non poté la pace condivisa, potrà prevalere la voglia di vivere senza violenza, guardando alle cose creative del mondo? – Gli strani negoziati iniziati, così difficili che potrebbero portare a positivi risultati mai raggiunti finora

GAZA. Mariam, 23 anni. Ha conosciuto suo marito, un palestinese che lavora in Giordania, chattando su Internet. I rispettivi genitori hanno firmato le carte necessarie e si sono ufficialmente sposati a distanza. Da un anno Mariam cerca di raggiungere suo marito per celebrare le nozze. Ma a causa della chiusura delle frontiere non ci è mai riuscita. Oggi ci riprova. In compagnia della madre e delle valigie da ore attende al valico di Rafah. (da “il Sole24ore.it”)

   Molti accadimenti storici si realizzano, a volte, in situazioni che politicamente si direbbero sfavorevoli al massimo, e il loro realizzarsi è dato da altri elementi che la politica, la diplomazia che cerca di mediare, non è riuscita a fare in tanti anni…. E’ un’ipotesi (un sogno?) che potrebbe realizzarsi concretamente nella crisi del Vicino Oriente, nel conflitto israelo-palestinese che è sempre proseguito dalla nascita dello stato di Israele (“creata”, Israele, da una risoluzione dell’ONU nel maggio del 1948, dopo il protettorato britannico e a “compensazione” del genocidio ebraico perpetrato in Europa).

   L’accettazione delle due parti di incontrarsi quindicinalmente (con la volontà di chiudere il negoziato entro un anno), avviando così una trattativa a oltranza (su forte pressione americana, di Obama), è un elemento positivo e che porta speranza: un “ottimismo della volontà” che però sembra dover soccombere al “pessimismo della ragione” che, ora di più rispetto ai molteplici negoziati dal dopoguerra in poi, fa intravedere una situazione assai ardua per la pace: non la vuole la parte “dura” dei palestinesi (cioè il movimento Hamas che controlla, democraticamente eletto, la Striscia di Gaza) e ancor di più non la vuole (la pace tra Israele e i palestinesi) l’Iran, preoccupato a un ruolo di maggior influenza e controllo del Vicino e Medio Oriente. Insomma tutto fa pensare che anche questa volta alla fine non se ne farà nulla….

Gaza e Cisgiordania (West Bank): nella trattativa di pace iniziata potrà esserci uno "scambio" di territori tra Israele e palestinesi che permetta un'unione in un unico stato tra le due aree palestinesi ora divise?

…Eppure le condizioni, di anno in anno, sembrano mutare il panorama di scontro tra Israele e palestinesi: sempre più giovani, di entrambe le parti, non hanno più “voglia di guerra”; rifiutano di dover morire per l’ideale di provenienza; non sono interessati per niente alla politica, al fervore ideale della propria patria (e queste due cose potrebbero essere un male…). Chiedono “normalità” (e questo è un bene). Ecco l’elemento nuovo, forse inaspettato, che mette in crisi integralismi e incomprensioni di entrambe le parti. Giovani che non sopportano più i check point, i controlli, le barriere, di difendersi e andare in guerra…

   Riusciranno le nuove generazioni (la terza generazione dal dopoguerra…) a togliere fiato al conflitto perenne?…. Il problema è che in questa trattativa di pace, come del resto in tutte le altre precedenti, l’obiettivo da raggiungere che farebbe gridare al successo è assai chiaro fin dall’inizio: cioè la costruzione di due Stati autonomi ed indipendenti (Israele c’è già, e per i palestinesi la Cisgiordania e Gaza che si dovrà pur trovare il modo di unire, collegare tra loro…), ma, e qui sta il punto, due Stati che coesistano nelle regole di normale convivenza che caratterizzano singoli stati tra loro confinanti…. Difficile tutto questo (poi con Stati, come l’Iran, ma anche movimenti diffusi nel mondo arabo, a cui conviene la conflittualità perenne…).

   Ma questa volta, ci permettiamo di dire e credere, potrebbe essere la volta buona…. Il senso di stanchezza diffusa alla guerra; il fatto poi che a condurre la trattativa per Israele ci sia Beniamin Netanyahu, l’uomo che rappresenta l’ala più dura e sostenitrice del conflitto della politica israeliana, e che lui sia tra i più convinti sostenitori ora della trattativa (è vero che ora è in condizione di “debolezza interna”: il suo governo sembra assai condizionato dalla destra estremista e guerrafondaia… ma l’esposizione per la pace che Netanyahu sta dimostrando in questi giorni è notevole…).

   Inoltre, possibile elemento “favorevole alla pace”, è il contesto della Striscia autonoma di Gaza (governata da Hamas) che, per raggiungere una certa normalità e apertura al commercio mondiale (con ora il duro impedimento di Israele, e dell’Egitto, con un blocco che da tre anni impedisce l’accesso a derrate e beni di prima necessità) potrebbe portare il movimento di Hamas (che appunto controlla Gaza) a una posizione più mite se in cambio si aprono le frontiere a un po’ di benessere per l’area che esso movimento sta governando (malissimo).

   Episodi, nella scacchiera complicata e sofferente del mondo, che fanno intravedere segnali di apertura al buon senso e alla possibile convivenza pacifica: importante, nel contesto della politica internazionale viene ad essere il ruolo del cosiddetto Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu… poi ci sarebbe da aggiungere la Lega Araba…); ed è da capire se l’Occidente, e per noi l’Europa, sapranno aiutare e sostenere fattivamente queste nuove opportunità di un mondo meno conflittuale, più disposto alla pace… segnale che viene dall’insofferenza diffusa dei giovani alla politica e allo scontro.

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QUEI GIOVANI ISRAELIANI E PALESTINESI SENZA SOGNI

di Paola Caridi e Serena Danna, da “il Sole 24h.” del 4/9/2010

   Vivono in una bolla i giovani israeliani e quelli palestinesi mentre Washington ha tenuto a battesimo l’inizio del nuovo processo di pace in Medio Oriente con l’incontro fra il segretario di stato Usa Hillary Clinton, il premier israeliano Beniamin Netanyahu e il presidente dell’autorità nazionale palestinese Abu Mazen.

   È un inizio, l’ennesimo. Ma i trentenni parlano d’altro. Il settimanale Time dedica l’ultima copertina a Why Israel doesn’t care about peace. È «una bolla», come la chiamano in Israele. «I giovani non credono più che le cose possano cambiare – dice lo scrittore Ron Leshem, 33 anni, autore di “Tredici soldati” -. Sono stanchi di guerra e politica. Avendo perso la speranza nel futuro, l’unica cosa che resta è vivere alla giornata». Leshem, che ha dato voce alle contraddizioni nella narrativa israeliana, racconta che i suoi coetanei si sono chiusi nell’individualismo: «Le nuove generazioni sono ossessionate dal presente e il presente si riduce a sesso e alcolici».

   Sul fronte palestinese tanta disillusione verso i politici, soprattutto i propri, e la ricerca di impegno civile diverso, tra web e gruppi di pressione: «I palestinesi, giovani compresi, non pensano alla pace», dice Najwan Darwish, uno dei poeti più interessanti della giovane generazione palestinese.
   A parlare con i ragazzi tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania, si capisce che il loro rapporto con il futuro ha il sapore di una parola ebraica che risuona nelle conversazioni in arabo. Machsom, cioè check point, e ciò che ne consegue: barriera, fila, perquisizione, controllo documenti. Vecchi incubi, di cui i giovani, per pudore, non parlano. Sono le madri a farlo. Loro vorrebbero una politica normale, uno stato, un paese, per questo parlano di accordi e pace, ma temono che i leader che li guidano non rappresentino la società.

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La ripresa del negoziato

LA GRANDE OCCASIONE DI ISRAELE E PALESTINESI

di Antonio Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 2/9/2010

   Trasformare la somma di due debolezze in una forza è impresa titanica ma non impossibile. Perché nessuna delle due parti, israeliana e palestinese, intende arretrare, dimostrando così la propria debolezza.

E perché nessuna ha il coraggio di rompere, perché entrambe hanno bisogno di un risultato. E poi hanno l’interessato dovere di non deludere il padrone di casa Barack Obama, che a metà del suo primo mandato cerca di ottenere quel che i suoi predecessori hanno soltanto sfiorato, mancando l’obiettivo: due stati, Israele e Palestina, che vivano l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza.

   Diciamo subito che questa ripresa dei colloqui a Washington, dopo due anni di gelo, parte con un handicap superiore a quello delle tornate precedenti. Perché i due protagonisti sono appunto deboli: il premier israeliano Benjamin Netanyahu guida un governo prigioniero di un’estrema destra contraria a qualsiasi concessione, tuttavia riconosce che «Abu Mazen è il mio partner di pace»; l’assai più scettico presidente palestinese rappresenta però metà del suo popolo, in quanto l’altra metà obbedisce ai fondamentalisti di Hamas, che rifiutano questi «inutili colloqui».

   E poi perché se il processo non si riavvia, il rischio di altri conflitti diventerebbe inevitabile, quindi intollerabile. Lo sanno bene tutti: le due parti; gli Stati Uniti, che sono l’anima del Quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu) guidato da Blair, ed anche la Lega araba. Anzi, si deve alla Lega araba e al suo segretario, Amr Moussa, se Abu Mazen, vincendo il suo pessimismo, è partito per Washington. Sono coinvolti anche il presidente egiziano Mubarak e il re di Giordania Abdallah, per indicare che il fronte arabo, e in particolare quello moderato, vuole a tutti i costi una soluzione.

   Non sarà facile perché, oltre agli ostacoli di sempre, i nemici di qualsiasi negoziato sono già entrati in azione, rispettando un copione ampiamente sperimentato. L’attentato contro i coloni ebrei avvenuto l’altra notte a Hebron (4 morti), e rivendicato dal braccio armato di Hamas, ne è una prova evidente. Obama ha risposto duramente: «Non permetteremo agli estremisti di sabotare il processo di pace». Ora, la volontà (la presunzione?) di poter risolvere tutto in un anno è sicuramente ammirevole ma velleitaria. È bastato che un esponente del governo di Israele, il ministro della Difesa Ehud Barak, sostenesse che Gerusalemme può essere una capitale condivisa per provocare la reazione degli intransigenti e l’immediata sconfessione, da Washington, del suo primo ministro.

   È pur vero che Netanyahu ha ottenuto da Obama che i colloqui diretti vengano avviati al buio, senza quelle precondizioni che per i palestinesi erano invece prioritarie. Ma è anche vero che aver ottenuto uno spazio temporale limitato (un anno) per risolvere l’intero contenzioso va incontro ai desideri di Abu Mazen, che non vuole incontri sterili e senza fine. Anche perché, in caso di fallimento, i palestinesi potrebbero forzare la mano, dichiarando unilateralmente il proprio stato.

   Tutti insomma hanno molto da guadagnare e molto da perdere. Proprio questa simmetria può essere la chiave per superare più d’un ostacolo. Un onorevole compromesso gioverebbe a tutti: a Netanyahu, come leader di un paese che ha bisogno della pace anche per difendere l’ebraicità dello stato davanti alla sfida demografica; ad Abu Mazen, per recuperare il prestigio perduto e convincere Hamas con qualche concreto risultato. A Obama, dopo il ritiro dall’Iraq e le difficoltà in Afghanistan; al mondo arabo, che teme nuove guerre; e anche a noi europei, che finora in Medio Oriente abbiamo contato davvero poco. (Antonio Ferrari)

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I GUASTAFESTE DEI NEGOZIATI

Di Annalena Di Giovanni, da TERRA del 3/9/2010

MEDIO ORIENTE. Mentre a Washington si rimandano le decisioni clou a tra due settimane, arrivano le minacce del presidente iraniano Ahmadinejad e del leader di Hezbollah. «Il processo è destinato a fallire».

Dopo tre giorni di colloqui preliminari, strette di mano, incontri a porte aperte, a porte chiuse, Obama che riceveva separatamente il premier israeliano Benjamin Netanyahu, poi chiamava il presidente palestinese Mahmoud Abbas in un’atmosfera quasi da confessionale, poi li faceva incontrare da soli, poi li affidava a Hillary Clinton, e infine lasciava spazio anche ai partner di negoziato Tony Blair, Hosni Mubarak e Re Abdallah di Giordania, il primo round di negoziati diretti si è concluso con una mezza vittoria.
   La notizia buona è che Abbas e Netanyahu hanno acconsentito a incontrarsi ogni due settimane, fissando il prossimo appuntamento per il 14 di settembre. Quella cattiva, è che la stretta degli Stati Uniti sui due recalcitranti leader si è già fatta più lenta: la prossima seduta si terrà lontana da Washington, in Egitto. Una sede problematica per i palestinesi: l’Egitto è un pieno esecutore dell’assedio contro la Striscia di Gaza, che Mubarak mantiene isolata dal valico di Rafah secondo le direttive israeliane. 

   Mentre una delle prime due condizioni poste da Mahmoud Abbas per il negoziato era proprio quella di togliere del tutto il blocco contro la Striscia, blocco che da tre anni impedisce l’accesso a derrate e beni di prima necessità per punire i civili, ritenuti colpevoli di appoggiare il partito islamista palestinese Hamas. La seconda condizione che Abbas aveva posto per la ripresa dei negoziati, ovvero il congelamento dell’espansione delle colonie israeliane in territorio palestinese, è già lettera morta da due giorni: i coloni hanno autonomamente ripreso i lavori in Cisgiordania giovedì scorso. Una ritorsione contro i due attentati compiuti da Hamas contro i coloni questa settimana, costati la vita a due coppie, m anche una risposta all’appello dei rabbini dei movimenti ultraortodossi, che hanno invocato la morte di Mahmoud Abbas e dei palestinesi. Eppure a Washington nessuno ha nascosto l’ottimismo per la ritrovata atmosfera “cordiale” fra Netanyahu e Abbas
   Nella conferenza stampa conclusiva, l’inviato degli Stati Uniti in medio oriente George Mitchell ha illustrato i punti fermi del prossimo anni di negoziati, annunciando che Israele ed Autorità Nazionale Palestinese hanno convenuto sulla redazione di un «accordo di status permanente per stabilire i compromessi necessari al raggiungimento di un trattato onnicomprensivo che ponga fine al conflitto e stabilisca una pace duratura fra israeliani e palestinesi». 
   Nessun dettaglio su quali possano essere le possibili convergenze di intenti, fra un premier che ha lasciato Tel Aviv promettendo di non riconoscere i confini del ’67 (sui quali dovrebbe sorgere un futuro stato palestinese) e di non voler bloccare la costruzione delle colonie, e un presidente che controlla soltanto metà dei territori palestinesi, ovvero la Cisgiordania. 
   Le indiscrezioni fuoriuscite dai corridoi della Casa Bianca parlano di “consistenti pressioni” su Abbas per accettare tutto, soprattutto quella che dopo sessant’anni di risoluzioni ONU calpestate dall’esercito israeliano era rimasta l’ultima richiesta palestinese: l’evacuazione degli insediamenti illegali israeliani incuneati fra i villaggi palestinesi in Cisgiordania. Di Gerusalemme, del rientro dei profughi, di Gaza, non si è fatta menzione. 
   E in Medio oriente le strette di mano di Washington hanno soltanto incalzato la rabbia di chi ieri ha festeggiato la giornata di Gerusalemme, in cui si invoca la città santa come capitale della Palestina. Da Tehran, il presidente della Repubblica Islamica Mahmoud Ahmadinejad ha arringato una folla di fedelissimi minacciando ancora una volta Israele. Dalla piazza in cui si tenevano i cortei ha poi rincarato la dose avvertendo: «i negoziati a Washington sono destinati al fallimento. Cosa vorrebbero negoziare? Chi rappresentano?», ha domandato alla folla.

   Dal Libano, gli ha fatto eco il nemico numero due di Israele, Hassan Nasrallah, anche lui nel pieno delle celebrazioni della giornata di Al Quds, sentenziando che «il negoziato di Washington è morto ancora prima di nascere». E promettendo, ancora una volta, che la guerra contro Israele è più che mai possibile, e che le sue milizie di Hezbollah, a fianco di Siria e Iran, sono oggi più che mai in grado di vincerla.  

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AHMADINEJAD TREMA: CON LA PACE CROLLA TUTTO

di Carlo Panella, da “LIBERO – EDIZIONE MILANO” del 4/9/2010

– Perché Teheran arma i terroristi – Boom economico di Israele e addio al “khomeinismo” d`esportazione: per l`Iran uno Stato palestinese sarebbe una iattura –

   Non stupisce la notizia che 13 organizzazioni estremiste palestinesi – tra cui quella Hamas che tanti in Italia e in Europa indicano come interlocutore affidabile – abbiano annunciato una nuova ondata terrorista per far saltare le già difficili trattative tra Israele e Anp. Si sono già viste all`opera negli anni e nei mesi scorsi e non è un caso che l`ultima loro vittima, pochi giorni fa, sia stata una donna, israeliana incinta: questo è il loro stile.

   Non stupisce anche perché tutte queste organizzazioni, a iniziare da Hamas, sono sponsorizzate e armate dall`Iran di Ahmadinejad. Viste da Teheran, infatti, queste trattative sono ben più pericolose e inquietanti di quanto non siano le sanzioni dell`Onu che non funzionano perché decine di stati (incluse Cina e Turchia) sono impegnati ad eluderle. Se mai si arrivasse infatti ad un accordo tra Abu Mazen e Bibi Netanyahu e nascesse, con l`accordo di Israele, uno Stato palestinese, il regime di Teheran si troverebbe enormi difficoltà.

BASTA INSTABILITÀ

   Innanzitutto perché cesserebbe quello stato permanente di instabilità che da 62 anni caratterizza tutto il Medio Oriente, favorendo la strategia degli ayatollah: esportare la rivoluzione khomeinista. E’ grazie a questa instabilità che Teheran è già riuscita a costruirsi due formidabili teste di ponte sul Mediterraneo (la Gaza di Hamas e il sud Libano di Hezbollah) e tenta ora di impiantarsi in Yemen (là dove i ribelli sciiti di al Houti, già controllano la regione di Sada), negli Emirati Arabi (in cui sobilla le forti minoranze sciite) e soprattutto di giocare le proprie carte nella crisi di passaggio del regime dell`Egitto dalle mani di Hosni Mubarak e quelle, inesperte, di suo figlio Gamal.

   Ma quello che più teme il regime di Teheran è altro. Come spiega da anni l`eccellente re di Giordania Abdullah II, se nascesse uno Stato palestinese, si creerebbe la possibilità di far crescere in pochissimi anni una formidabile area di sviluppo economico con due poli all`avanguardia sia sotto il profilo industriale che economico (Turchia e Israele), e con una grande area di estensione che comprende anche Stato palestinese, Giordania, Iraq e lo stesso Egitto.

   Non va dimenticato che già ora, sotto la guida del premier palestinese, l`economista Salam Fayyed, e col pieno appoggio del governo di Gerusalemme, l`economia della Cisgiordania – pur occupata – si sviluppa ad un ritmo di crescita addirittura superiore a quello di Israele stesso. Ma questa nuova macroregione, non sarebbe solo, tenuta assieme da straordinari (e produttivissimi) interessi economici, perché costituirebbe un formidabile contrafforte al disegno strategico iraniano.

SVILUPPO E CRESCITA

   Se si dimostrasse, nei fatti, che collaborando con Israele e sotto il patrocinio degli Usa e dell`Occidente è possibile costruire nei paesi arabi sviluppo, crescita economica e sociale, agiatezza e infine stabilità politica (quindi riforme), si sarebbe creato il principale anticorpo per arrestare la capacità di espansione in Medio Oriente del regime di Ahmadinejad. Questa, peraltro, è anche l`unica, vera ragione di ottimismo sull`esito della trattativa iniziata alla Casa Bianca.

   La mediazione tra Israele e Anp è piena di nodi apparentemente non risolvibili. Ma tutti i paesi arabi, a iniziare dall`Arabia Saudita e dall`Egitto, per la prima volta fanno oggi pressione su Abu Mazen perché ceda, non certo per amore di Israele, ma perché sanno che solo Israele li può difendere dall`Iran. Ennesimo paradosso a cui li ha portati la cecità strategica dei Paesi arabi negli ultimi 62 anni.

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ISRAELE-PALESTINA: LA SCOMMESSA DI OBAMA

di Lucio Caracciolo, da “La Repubblica” del 21/8/2010

– Ora per il presidente americano o la va o la spacca. L’impegno di Obama per la pace in Terrasanta e la necessità di proteggere vitali interessi americani –

Adesso per Obama o la va o la spacca. O riesce a ottenere entro un anno da Netanyahu e da Abu Mazen un accordo di pace, o perde la faccia. E con essa, fra due anni, forse anche la Casa Bianca.
La decisione di convocare il primo ministro israeliano e il presidente dell’Autorità nazionale palestinese a Washington il 2 settembre, per avviare il negoziato che dovrebbe sfociare entro un anno nell’ormai mitica soluzione “due Stati per due popoli”, è un atto di coraggio del leader americano. Il coraggio della disperazione. Perché le possibilità di successo appaiono molto modeste. Tutto, sul terreno, sembra cospirare contro la pace. Eppure il presidente ha deciso di giocare il jolly, spingendo israeliani e palestinesi a discutere dello status finale dei Territori occupati. Comprese le questioni apparentemente irresolubili, a cominciare da Gerusalemme.
Della buona fede di Obama non merita dubitare. Così come della sua convinzione che il contenzioso israelo-palestinese sia il cuore di tutte le crisi mediorientali. Sicché risolverlo è priorità di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti. Solo disinnescando quella mina permanente, che alimenta il jihadismo e l’antimericanismo nel mondo islamico, si potrà stabilizzare il Medio Oriente e riaffermarvi il primato di Washington. Teorema forse troppo cartesiano, ma di cui questa Casa Bianca pare convinta.
L’impegno di Obama per la pace in Terrasanta scaturisce quindi dalla necessità di proteggere vitali interessi americani. Il presidente e la sua squadra diplomatica non intendono limitarsi a incoraggiare il dialogo a due. Si considerano mediatori attivi, con il sostegno di una variopinta coalizione di “amici e alleati”, arabi filoccidentali in testa. Una rivendicazione importante, perché, se intesa seriamente, implica che per sbloccare lo stallo fra le parti gli Usa avanzeranno proprie proposte di soluzione. Con il rischio di vedersele rigettare e di fungere quindi da capro espiatorio del fallimento prodotto dalle altrui intransigenze. Distruggendo la residua credibilità di cui ancora dispongono in una regione dove negli ultimi anni sono passati da un disastro (Iraq) all’altro (Afghanistan).
La scommessa di Obama non ha perciò nulla a che vedere con il “processo di Annapolis” allestito in extremis da Bush figlio e abortito dopo pochi mesi. In quel caso il mantra dei “due Stati” non intendeva spingere Gerusalemme a concessioni di fondo, ma a costruire una coalizione fra israeliani e arabi sunniti contro l’Iran. Oggi, oltre a sciogliere il nodo israelo – palestinese, si tratta semmai di prendere altro tempo nella partita persiana, evitando un attacco preventivo dello Stato ebraico contro Teheran, dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche.
Il problema oggi non sta più nella volontà della leadership americana, ma nel logoramento complessivo della superpotenza e nella personale debolezza di Obama, il cui declinante prestigio interno ed esterno parrebbe inadeguato all’altezza della sfida. Per gli israeliani – e soprattutto per buona parte dell’opinione pubblica Usa, che continua a identificarsi con lo Stato ebraico – il presidente non è un mediatore equilibrato. Molti lo dipingono come un cripto-musulmano.
Netanyahu poi non è solo il primo ministro di Israele, ma un attore della vita politica americana, da sempre schierato con i “falchi” repubblicani. Dunque un avversario interno di Obama. Ossia un amico di chi conta di mandarlo a casa nel 2012. Operazione cui Netanyahu darebbe volentieri il suo contributo. Mentre alla Casa Bianca brinderebbero se Netanyahu cadesse, o almeno accettasse di liquidare l’ala più oltranzista del suo governo (Lieberman) per formare una coalizione di “unità nazionale” allargata ai centristi di Tzipi Livni.
Ma il vero punto critico dell’architettura che la Casa Bianca sta allestendo è l’inesistenza di un credibile interlocutore palestinese. Nessuno considera Abu Mazen il rappresentante di tutto il suo popolo, nemmeno di una sua maggioranza. Qualsiasi accordo da lui firmato non varrebbe la carta su cui è scritto. Se si vuole davvero la pace, prima o poi sarà inevitabile coinvolgere Hamas. In un modo o nell’altro, la frattura tra Cisgiordania e Gaza dovrà essere sanata. Almeno una parte dell’amministrazione americana ne sembra convinta – oltre, per quel che (non) contano, a diversi leader europei. Ma mettere insieme le diverse bande e mafie che scorrazzano per la Palestina anche grazie alle regalie europee e alle manipolazioni israeliane e americane, è forse più difficile che imporre la pace allo Stato ebraico e ai suoi vicini arabi.
Per creare la Palestina mancano dunque le condizioni. Non c’è territorio sufficiente, perché Gaza resta in mano a Hamas mentre in Cisgiordania avanzano i coloni israeliani, contro i quali Netanyahu non ha certo intenzione di scatenare la guerra civile. Non c’è unità politica, né tantomeno una leadership presentabile. Esiste un popolo palestinese, sofferente e largamente in diaspora, non una nazione. Mentre ci sono, nel mondo arabo e in quello musulmano (Iran in testa), potenze e milizie pronte a far deragliare qualsiasi convoglio muova verso la pace.
Né pare possibile un’operazione di mero illusionismo, ossia il battesimo di una pseudo-Palestina con uno pseudo-governo, priva di fatto degli attributi della sovranità, come (forse) Netanyahu sarebbe disposto ad accettare e (forse) Abu Mazen ad autoproclamare. Un pasticcio del genere non reggerebbe. E soprattutto non risolverebbe il problema di sicurezza nazionale che interessa Obama. Perché fra arabi e musulmani – non solo jihadisti – una Palestina finta non avrebbe la minima credibilità. Anzi, rischierebbe di produrre l’effetto opposto, delegittimando ulteriormente gli Stati Uniti e i loro alleati mediorientali e occidentali che si prestassero a tale mascherata.
Parrà un paradosso, ma la vera forza di Obama in questa decisiva partita è di essersi tagliato tutti i ponti dietro le spalle. Il presidente degli Stati Uniti ha posto l’asticella talmente in alto che se la passerà sarà un trionfo. Altrimenti un disastro. Non solo personale. Se il negoziato abortirà, non si tornerà al precario equilibrio attuale. Nuove guerre in Medio Oriente sarebbero la probabile conseguenza della pace mancata. (Lucio Caracciolo)

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ISRAELE-PALESTINA, LA SFIDA DI OBAMA:”PACE IN UN ANNO”

di Maurizio Molinari, corrispondente da New York, da “la Stampa” del 21/8/2010

   E’ il Segretario di Stato Hillary Clinton ad alzare il velo sul risultato ottenuto dal mediatore George Mitchell grazie a settimane di spola fra Gerusalemme e Ramallah: «Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen concordano sull’obiettivo di due Stati in pace e sicurezza, da raggiungere con negoziati sullo status finale della durata di 12 mesi».
   Sulla base di tale intesa il presidente americano Barack Obama ha invitato i due leader a Washington per un summit di 48 ore che lancerà la trattativa diretta per sciogliere i nodi del contenzioso: lo status di Gerusalemme, la mappa dei confini, i rifugiati palestinesi, la suddivisione delle risorse idriche. Il primo settembre Obama riceverà separatamente alla Casa Bianca Netanyahu e Abu Mazen, seguiti dal presidente egiziano Hosni Mubarak e dal re giordano Abdallah, per poi riunirli in una cena che anticiperà la seduta dell’indomani, con cui inizierà la trattativa Israele-Anp, ospitata da Hillary Clinton al Dipartimento di Stato.
   L’accordo sulla ripresa dei negoziati diretti, interrotti dal dicembre 2008, è stato ottenuto grazie a un compromesso fra le parti: Netanyahu ha accettato la richiesta palestinese di stabilire una chiara scadenza finale, fissandola a 12 mesi dopo averne ipotizzati 24, e Abu Mazen ha accettato la richiesta israeliana di non mettere alcuna precondizione, incluso il congelamento degli insediamenti in Cisgiordania e nei quartieri orientali di Gerusalemme.
   Obama da parte sua voleva l’annuncio entro il 26 settembre, quando scadrà il congelamento temporaneo degli insediamenti deciso da Netanyahu. L’altro perno dell’intesa è il ruolo degli Stati Uniti che, come ha detto Mitchell, avranno un «ruolo attivo a sostegno del negoziato» e dunque saranno al tavolo pur nella consapevolezza che «dovranno essere le parti ad accordarsi». Clinton non si nasconde le difficoltà dell’impresa: «Ce ne sono state in passato e ce ne saranno in futuro, ci scontreremo con più ostacoli ma chiedo alle parti di perseverare, di andare avanti, al fine di raggiungere una pace durevole nella regione».
   Sarà Mitchell a incarnare il ruolo dell’«honest broker» – onesto mediatore – e, spiegando come intende farlo, si è rifatto al precedente dell’Irlanda del Nord: «Prima di ottenere il sì all’accordo ci furono oltre 700 no, ogni giorno senza intesa è un no, ma quando l’accordo arriva è definitivo. Serve pazienza e perseveranza». Mitchell ha citato anche gli esempi del Sud Africa e della Bosnia Erzegovina, rifacendosi a due modelli di composizione di conflitti etnici.
   Da quanto trapela da fonti diplomatiche a Washington, la carta più importante che il mediatore Usa avrebbe in tasca è l’accettazione, da parte di Israele e Autorità palestinese, del principio di «scambiarsi territori» – rispetto ai confini del 1967 – per consentire a Israele di conservare gli insediamenti dove vive la maggioranza della popolazione ebraica della Cisgiordania e permettere al nascituro Stato di Palestina di essere «fattibile». La cornice nella quale l’Amministrazione Obama si muove è quella descritta dal Quartetto (Stati Uniti, Onu, Russia e Unione Europea), che in un comunicato auspica «un accordo fra le parti che ponga fine all’occupazione iniziata nel 1967 e porti alla formazione di uno Stato palestinese indipendente, democratico e in grado di sopravvivere fianco a fianco di Israele, in pace e sicurezza».
   Anche l’ex premier britannico Tony Blair, inviato del Quartetto, sarà al summit. La prima replica alle lettere di invito è arrivata da Netanyahu ed è stata nel segno dell’ottimismo: «Raggiungere l’accordo è una sfida difficile ma possibile, andiamo ai negoziati con il desiderio di una pace che proteggerà la sicurezza di Israele». Più prudente la reazione dell’Anp, il cui negoziatore Saeb Erakat ha chiesto a Israele di «evitare provocazioni per dare alla pace una possibilità di successo». La condanna da parte di Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, invece è stata immediata e netta: «Questi inviti sono promesse vuote, tese a ingannare i palestinesi» ha detto il portavoce Sami Abu Zuhri. (Maurizio Molinari)

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” NOI, PRIGIONIERI DI HAMAS SENZA LAVORO ED ELETTRICITA’ “

di Fabio Scuto, da “la Repubblica” del 23/8/2010

A Gaza, dove gli estremisti bocciano il dialogo di Obama  – Secondo l´Onu un milione di persone dipende dagli aiuti alimentari internazionali – Nella Striscia, cinque anni dopo il ritiro israeliano, la situazione è sempre più difficile –  

GAZA CITY – Cinque anni fa l´ultimo degli 8mila coloni della Striscia, in un clima da psicodramma collettivo in Israele, lasciava questa terra. Quel ritiro, «disimpegno» nel lessico adottato dall´allora premier Ariel Sharon, aveva suscitato molte aspettative nella popolazione palestinese ma anche molte inquietudini. Quelle inquietudini sono diventate fatti concreti.

   Su Omar Mukthar Street, la via del commercio di Gaza, c´è via vai di macchine in questi giorni di Ramadan, ma i negozi sono vuoti. Non è per l´indolenza che durante le ore del Ramadan prende un po´ tutti per via delle privazioni – l´acqua, il cibo, il sesso e le sigarette, dall´alba al tramonto – ma perché fra la gente di Gaza quelli che hanno qualche shekel da spendere sono davvero pochi.
   Le condizioni di vita nella Striscia sono peggiorate. Quel ritiro non ha portato nessuna prosperità, anzi le condizioni di vita sono via via degradate in una spirale che ha risucchiato dentro il milione e mezzo di abitanti della Striscia fino a scendere anche gli ultimi gradini. Il blocco aereo e marittimo da parte di Israele – alleggerito solo in queste ultime settimane -, le distruzioni della guerra del 2006, quelle dell´Operazione “Piombo Fuso” nel dicembre 2008, hanno intaccato le strutture, disarticolato un territorio urbano, distrutto un´economia.

   L´incapacità di Hamas di essere partito di governo poi ha fatto il resto: il tasso di disoccupazione oggi supera il 50 per cento e secondo l´Onu un milione di persone per sopravvivere dipende dagli aiuti alimentari internazionali. Hanno perso il lavoro anche quelli che lavoravano nel commercio alimentato dai tunnel per il contrabbando sotto il confine con l´Egitto. Bombardati dagli aerei israeliani e fatti saltare in aria dall´esercito di Mubarak, i tunnel hanno smesso di alimentare il mercato nero, su cui – anche su questo – Hamas esigeva una decima.
   A Gaza non arriva nemmeno quel refolo di speranza agganciato alla ripresa del negoziato fra Anp e Israele, su cui il presidente americano Obama questa settimana ha giocato molto del suo prestigio. Hamas di trattativa non vuol sentir parlare. «È l´ennesimo inganno dell´America», taglia corto nel suo ufficio Sami Abu Zuhri, portavoce del movimento integralista. Che la gente qui non sappia come mettere insieme il pranzo con la cena è una colpa da scaricare su altri – certo anch´essi in parte responsabili – ma senza un dubbio, con l´ostentazione di chi è convinto di essere sempre nel giusto, costi quel che costi.
   La democrazia non abita da queste parti, qui si impone col pugno di ferro la propria visione del mondo, soffocando anche nel sangue ogni opposizione, restringendo ogni libertà di espressione che non sia compiacente con il regime. L´auto svolta sul lungomare dove resta qualche albergo che ha visto giorni migliori; più avanti c´è la residenza del presidente dell´Anp, che Hamas ha trasformato in una prigione. I reati non sono rari a Gaza ma restano quasi sempre impuniti, le celle sono piene di uomini di Fatah, il partito del presidente schiacciato dal golpe islamico del 2007. È odio puro quello che passa tra i due maggiori partiti palestinesi.
   L´islamizzazione forzata della Striscia va avanti senza leggi ma a colpi di minacce, intimidazioni, piccole e grandi vendette. Come quelle contro i campi estivi dell´Unrwa – l´agenzia Onu che assiste i profughi palestinesi – bruciati in una notte. Così come sono scomparsi i locali che vendevano alcolici – ne sono saltati in aria un bel po´ -, i caffè Internet e due sale di incisione; la musica hip-hop e quella delle orchestrine ai matrimoni è stata bandita. «Se si dovesse rivotare oggi», spiega un amico che per la sua sicurezza chiameremo M., «votare liberamente dico, Hamas ne uscirebbe a pezzi, nessuno ne può più di questo regime. Mi chiedo in nome di che cosa dobbiamo vivere in questo modo? Ma lo sai che a casa abbiamo l´elettricità 8 ore sì e 8 ore no? E quelli se fregano. Hanno i generatori, hanno soldi: perché chi sta con Hamas ha il lavoro sicuro, magari pagato male ma è sempre un lavoro».
   Buona parte dell´occupazione della Striscia era impegnata nell´edilizia ma la ricostruzione resta un sogno: il cemento è fra le merci proibite a Gaza, al primo posto nella black list. Di case semidistrutte se ne vedono tante ma «quattro nuove città verranno costruite sui terreni delle ex colonie israeliane» sostiene, non si sa con quale certezza, il ministro di Hamas per l´edilizia Youssef al-Mansi.

   Una parte della popolazione viveva della pesca ma a vedere il mercato del pescato si stringe il cuore. Pochi pesci e niente compratori. Il mare di Gaza è avvelenato, dagli scarichi delle acque fognarie, dai liquami che finiscono direttamente in mare dopo la distruzione dei depuratori della città e la paralisi di quelli rimasti in piedi, che non hanno energia. Ad allontanarsi troppo dalla costa si rischia: non oltre le 6 miglia, altrimenti la Marina israeliana che ha decretato il blocco navale spara.

   Resta l´agricoltura, azzoppata dall´impossibilità di esportare. Ma anche in questo settore Hamas lancia immaginifici progetti. «L´anno scorso abbiamo piantato 150mila olivi e alberi da frutto», racconta il ministro dell´Agricoltura Mohammed al-Agha, «e speriamo di raggiungere l´80 per cento di autosufficienza agricola nei prossimi 5 anni». Cinque anni di questa vita non sono un futuro, non sono una speranza, sono un incubo. E questo incubo si chiama Hamastan. (Fabio Scuto)

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LO SCENARIO – LA BOMBA IRANIANA

I DUE FRONTI DI OBAMA IL NEGOZIATORE

di Guido Olimpio, da “il Corriere della Sera” del 21/8/2010

– La Casa Bianca punta su dialogo e sanzioni per fermare la Bomba iraniana. E concede agli ayatollah un altro anno di tempo, convincendo Israele a non attaccare –

   Un tracciato quasi parallelo per riavviare il negoziato Israele-Palestinesi ed evitare che fiamme di guerra avvolgano l’Iran. Barack Obama ottiene la ripresa delle trattative di pace chiamando a Washington il 2 settembre l’ israeliano Netanyahu e il palestinese Abu Mazen. Hillary Clinton annuncia che gli Stati Uniti si aspettano di «risolvere la questione entro un anno». E allo stesso tempo il presidente americano prova a rassicurare Gerusalemme sulla minaccia nucleare iraniana.  Operazione non facile viste le informazioni contrastanti su quanto combinano i mullah nei loro siti segreti, protetti da tunnel e strati di cemento.

   Torniamo ad aprile, Washington. Due alti funzionari dell’ intelligence Usa fanno una previsione allarmata: l’Iran, entro un anno, potrebbe avere le componenti per fabbricare almeno un ordigno atomico. A fine giugno è il direttore della Cia, Leon Panetta, ad aggiungere altri dettagli. «In un anno arriveranno a costruire la Bomba, poi ne servirà almeno un altro per sviluppare un sistema operativo», è la stima. Dai rapporti emerge un senso d’urgenza sul dover agire nei confronti degli ayatollah.

   Per questo fanno notizia le dichiarazioni di fonti dell’amministrazione Obama apparse ieri sul New York Times. Teheran ha incontrato seri problemi – è la nuova analisi – e dunque la Bomba non è più così vicina.    Dato girato dal governo statunitense all’alleato Israele per dire: insistiamo con pressione diplomatica e sanzioni, per un eventuale blitz c’è ancora tempo. Washington teme che Gerusalemme possa decidere di passare all’azione militare.

   E uno scenario prospettato da The Atlantic, che ha indicato nel luglio 2011 la data del probabile intervento. Una serie di incursioni aeree e missilistiche che dovrebbero rallentare il programma nucleare iraniano di due o più anni. Un colpo di maglio – aggiungono indiscrezioni – che lo Stato ebraico potrebbe lanciare anche senza avere la luce verde da Washington. In base alla nuova valutazione statunitense, però, tutta questa fretta non è giustificata.

   Gli Stati Uniti avrebbero avuto informazioni – di intelligence e diplomatiche – che confermerebbero le difficoltà operative degli scienziati iraniani. Ostacoli aggravati – sembra – anche da sabotaggi messi in atto dalle intelligence occidentali. Tesi, peraltro, non nuova. Esperti indipendenti hanno più volte messo in dubbio i roboanti annunci del presidente Ahmadinejad sugli sviluppi atomici. Ed hanno sottolineato che la realizzazione del sogno nucleare dei mullah non è vicino. Altri, pur riconoscendo che la tabella di marcia è saltata, avvertono a non farsi troppe illusioni.

   Gli iraniani arriveranno alla Bomba. La diatriba ha creato qualche frizione tra gli 007 alleati nella lettura dei dati raccolti in Iran. Gli americani, quando ne hanno bisogno, pigiano sul bottone dell’allarme, poi frenano. Le previsioni oscillano a seconda del momento internazionale e degli interessi. Un «gioco» al quale partecipano anche i russi – sempre estremamente cauti -, i cinesi – che tendono a sminuire i pericoli – e gli europei, più preoccupati rispetto a qualche anno fa.

   L’ andamento a elastico è dovuto a due elementi. Il primo è legato alle informazioni sullo stato del progetto: non sempre si dispone di dati certi e dunque è possibile scontrarsi sul materiale grezzo raccolto. Il secondo è politico: con Teheran si usa bastone e carota nell’estenuante attesa di arrivare a una trattativa seria.   Obiettivo da conseguire insistendo – in questa fase – con la carta delle sanzioni. Senza trascurare la realtà regionale, segnata dal rilancio del negoziato sulla Palestina e il nuovo assetto in Iraq.

   Di nuovo, due teatri dove sono più le incognite che le certezze. Gli israeliani, invece, vedono materializzarsi un incubo. Con l’Iran prossimo al punto di non ritorno. Ecco allora le minacce di intervento militare. Lasciate trapelare per indicare una vera intenzione ma, al tempo stesso, usate come forma di pressione sull’Occidente affinché non ceda altro terreno ad Ahmadinejad. Che, sbruffone come al solito, e dimenticando quanto è capitato a Saddam Hussein, sfida tutti con un «hanno paura di attaccarci». (Guido Olimpio)

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per saperne di più:

http://it.wikipedia.org/wiki/Conflitti_arabo-israeliani

http://cronologia.leonardo.it/storia/mondiale/israe015.htm

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