Il BELGIO che tra non molto rischia di separarsi: tra NORD ricco (le Fiandre, di lingua fiamminga) e SUD povero (la Vallonia, francofona). La crisi economica accelera la dissoluzione degli Stati nazionali in MACROREGIONI (sperando integrate negli STATI UNITI D’EUROPA, in un forte disegno federalista)

Situato al confine tra l’Europa germanofona e l’area linguistica e culturale romanza, il Belgio è diviso in tre regioni. A settentrione le Fiandre la cui popolazione di lingua fiamminga (una variante dell’olandese) comprende circa il 58% della popolazione totale e a sud la Vallonia, prevalentemente francofona ad eccezione di una piccola comunità germanofona, e che costituisce il 32% della popolazione complessiva nazionale. Nel mezzo è situata la regione della città di Bruxelles, Bruxelles-Capitale che è ufficialmente bilingue, sebbene sia prevalentemente francofona, e nella quale risiede il 10% della popolazione. Inoltre ai confini con la Germania in Vallonia si trova la Comunità germanofona del Belgio di lingua tedesca che comprende i comuni ceduti dalla Germania al Belgio nel 1919 e annessi alla Germania nazista nel 1940-1945. Il Belgio è stato tra i fondatori dell’Unione europea e la capitale Bruxelles è sede di varie istituzioni comunitarie

   Nello scorso giugno si son svolte le elezioni federali in Belgio, che hanno visto trionfare i socialisti e i separatisti: da una parte, al nord, i fiamminghi di Bart De Wever, e al sud i valloni (francofoni) del Ps dell’italo-belga Elio Di Rupo. Due vincitori, uno nel nord fiammingo e l’altro nel sud vallone-francofono che apparirebbero assai diversi, ma che diversi non lo sono per niente: il Nieuw-Vlaamse Alliantie al nord e il Partito socialista vallone al sud. Il primo partito regionalista, il secondo (i socialisti) pure regionalisti. Entrambi “territoriali”. I socialisti poi sono all’apice della politica del sud, e di riflesso spesso governano l’intero paese, da moltissimi anni, con un radicamento nel territorio, al sud, piuttosto consolidato, un vero stato nello stato (al prezzo anche di diffusi casi di corruzione). 

   Poi, tra fiamminghi al nord e valloni al sud, in mezzo abbiamo il cosiddetto “BHV”, acronimo della circoscrizione elettorale Bruxelles – Halle – Vilvoorde, nodo intricatissimo su cui tutto il paese si azzuffa Bruxelles è, di fatto, un’enclave francofona in territorio fiammingo. Data questa sua particolare natura, al momento della riforma federale fu deciso che la città e una parte del suo circondario fosse regione autonoma, ad amministrazione bilingue

   Al tempo stesso come tutti i simboli anche BHV è in realtà un cavallo di Troia, che distrae l’opinione pubblica dal vero nodo problematico, quello economico. A tre mesi dalle elezioni politiche (avvenute a metà giugno), il Belgio non ha ancora un governo. Elio Di Rupo, il leader socialista vallone incaricato dal re, Alberto II, di formare un esecutivo, ha gettato la spugna: le negoziazioni con il principale partito delle Fiandre, il movimento indipendentista N-va, sono fallite. Impossibile trovare un accordo tra la parte francofona e quella fiamminga del Paese, che reclama una maggiore autonomia, soprattutto economica (appunto, il problema economico alla base della divisione…).

immagine del centro di Bruxelles - Belgio: Niente accordo valloni-fiamminghi, rischio secessione - Roma, 4 settembre 2010 (Apcom) - A tre mesi dalle elezioni politiche, il Belgio non ha ancora un governo. Elio Di Rupo, il leader socialista vallone incaricato dal re, Alberto II, di formare un esecutivo, ha gettato la spugna: le negoziazioni con il principale partito delle Fiandre, il movimento indipendentista N-va, sono fallite. Impossibile trovare un accordo tra la parte francofona e quella fiamminga del Paese, che reclama una maggiore autonomia, soprattutto economica. Le proposte presentate da Di Rupo al partito vincitore nelle Fiandre e all'altro partito fiammingo, il Cd&V (cristiano-democratico) del primo ministro uscente Yves Leterme, sono state giudicate insufficienti. "Ma un accordo era possibile" ha dichiarato Bart De Wever, il presidente della Nuova alleanza fiamminga (N-va), che ha parlato di "un'occasione mancata", sottolineando la vaghezza delle proposte di Di Rupo sull'autonomia delle Fiandre. Che ora potrebbe puntare direttamente all'indipendenza. (con fonte Afp)

   Il paese è stato duramente colpito dalla crisi finanziaria di questi anni, e l’eventuale possibile (assai concreta) separazione del Paese in due parti assume connotati economici assai simili a quello che potrebbe accadere in Italia: un Nord ricco che non vuol più finanziare il Sud povero (tale e quale sembra la situazione, semplificando naturalmente).

   I belgi sono divisi su tutto, tra nord fiammingo e sud vallone-francofono. C’è una famosa barzelletta, dove si parla di separazione del paese, distinguendo sobriamente le due entità etniche: “Allora, tutti i valloni a destra, e tutti i fiamminghi a sinistra”. Restano fermi al centro alcuni signori vestiti di nero col cappello, la barba e i riccioli: “E noi belgi dove?”

   Nei fenomeni di separazione è pur vero che il fatto, più o meno nascosto, scatenante, è la crisi economica, l’avvenuta scarsità di risorse dove le parti geografiche più ricche di un paese incominciano a rifiutarsi di dover pagare, finanziare, la parti più povere. Ma è altrettanto vero che fenomeni che sembrano impossibili (stati nazionali sorti da molto tempo) di lì a poco, in un batter d’ali di farfalla, si sciolgono per motivi che sembrano poco comprensibili, come può essere un episodio banale di contrasto fra le parti; o l’emozione suscitata da qualche episodio di violenza subìta da uno in un’epoca magari di gran lunga passata; ma che viene magari riproposta, fatta rivivere, da qualche messaggio mass-mediologico (dei “passaggi” di immagini storiche in televisione…) e sembra sia accaduta ieri. Pertanto vige l`importanza delle emozioni nei comportamenti politici e nelle grandi decisioni separatiste.

   Pochi analisti escludono la possibilità certa che in un prossimo non lontano futuro nascano e vengano a consolidarsi, dentro l’Europa (ma non solo) delle MACROREGIONI che rifiutano e disobbediscono agli stati nazionali a cui farebbero riferimento (stati nazionali sempre più deboli e, appunto soggetti a divisioni che partono da differenti economie e ricchezze dei territori). E’ chiaro che questa prospettiva di dissoluzione degli stati nazionali, questa cosa a noi non dispiacerebbe, a patto che un potere forte e autorevole lo assumesse l’Europa, federalista e capace di coordinare le varie regioni autoformatesi, ma anche in grado di esprimere una alta politica sociale, culturale, economica che si confronti alla pari con le altre parti geopolitiche del mondo. Spaventa, forse, una situazione di scioglimento (pacifico) degli stati nazionali (il Belgio potrebbe essere un esempio prossimo a venire…), ma di ogni contesto ineluttabile bisogna farne virtù, e saper indicare un’organizzazione in grado di abbandonare il progetto dell’ “Europa degli Stati” (gli Stati Uniti d’Europa) con quello dell’ “Europa delle Regioni” (è probabile che accadrà una via di mezzo: gli “Stati e Regioni Unite d’Europa”).

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ANCHE I VALLONI ORA PENSANO ALLA SECCESSIONE

da “il Gazzettino” del 5/9/2010

BRUXELLES. Dopo il nuovo fallimento dei negoziati tra francofoni e fiamminghi, che ha riportato la situazione politica del Belgio allo stato di impasse in cui si trova da tre anni, comincia a cadere anche nella comunità francofona il tabù della possibile scissione del Paese. Rudy Demotte, ministro presidente della Vallonia, la regione del sud più povera, dove si parla francese e si vota per il partito socialista di Elio Di Rupo, ha detto che i belgi francofoni dovrebbero a questo punto valutare anche l’idea di andare avanti senza le Fiandre, la regione del nord più ricca, dove si parla fiammingo e si vota per i nazionalisti della N-va di Bart de Wever. «Dobbiamo riflettere su tutte le ipotesi. I valloni e francofoni di Bruxelles hanno delle capacità e dobbiamo vedere come si può fare il meglio per noi stessi» ha dichiarato Demotte.
      Anche i quotidiani francofoni sono pieni di commenti all’insegna di un orgoglio ritrovato contro la comunità fiamminga e i suoi leader, accusati di essere responsabili del nuovo fallimento. Uno dei punti di rottura, che ha indotto Di Rupo a rassegnare a re Alberto le dimissioni dall’incarico di formare un governo, riguarda mezzi supplementari per 250 milioni di euro da assegnare alla regione di Bruxelles. Nella capitale europea i residenti fiamminghi sono solo il 5-10% della popolazione, ma almeno 230 mila pendolari arrivano tutti i giorni dalle Fiandre e la comunità francofona ritiene sia tempo di adeguare mezzi e bilancio.
      I francofoni, che hanno una salda presa su Bruxelles, in caso di separazione potrebbero imporre una tassa sui pendolari fiamminghi.

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UN ROMPICAPO CHIAMATO BELGIO

di Andrea Matiz (da http://www.lospaziodellapolitica.com/ del 15 giugno 2010)

   A differenza di quanto accade nei comuni sistemi democratici, l’asse principale su cui si svolge il gioco politico belga non è il normale destra-sinistra, ma bensì quello regionale tra fiamminghi-valloni. Tale frattura non rientra nella normale dicotomia nord (Fiandre)-sud (Vallonia) del paese; essa, infatti, incide talmente da comportare che le famiglie politiche tradizionali (socialisti, cristiano-democratici, liberale e verde) non figurino unitariamente in tutto il paese, ma si scindano in due versioni regionalistiche totalmente indipendenti ed autonome tra loro.

   Questo comporta non solo un raddoppio delle formazioni politiche presenti, ma l’affermarsi di situazioni anche paradossali, al punto che se si sovrappongono i due schieramenti politici regionali si noterà che, ad esempio, mentre i liberali fiamminghi (Open Vlaamse Liberalen en Democraten, Open VLD) sono una formazione di centro-sinistra, il loro corrispondente vallone (Mouvement réformateur, MR) si colloca invece sul centro-destra. A questo panorama politico vanno poi aggiunte le formazioni effettivamente regionalistiche, molto forti nelle Fiandre (Nieuw-Vlaamse Alliantie N-VA e Vlaams Belang) anche perchè apertamente indipendentiste mentre pressoché inesistenti, in termini di voti, in Vallonia.

   Questa lunga ed articolata premessa è necessaria per comprendere come in realtà le elezioni federali belghe siano in realtà due elezioni regionali a se stanti, con processi indipendenti tra loro. Così come la creazione della coalizione governativa altro non è che il tentativo di creare un mix tra realtà distinte.

I risultati della tornata elettorale di ieri dimostrano, unitamente con il crollo dei partiti di centro o mediani, l’inasprimento di questa dinamica con un conseguente incremento dell’instabilità governativa.

   In un paese che, dal 2007 ad oggi ha visto alternarsi alla sua guida quattro diversi governi più un lungo periodo di crisi istituzionale. Non esiste, infatti, nulla di più differente, ma allo stesso tempo simile, che i due grandi vincitori delle ultime elezioni: Nieuw-Vlaamse Alliantie al nord e il Partito socialista vallone al sud. Pur essendo formazioni politiche profondamente differenti, rappresentano due facce della stessa medaglia.  

   Non solo perché a fronte di una netta vittoria nella rispettiva parte del paese, non corrisponde un’altrettanto rilevante affermazione della controparte regionalistica, inesistente nel caso del N-VA, sufficiente ma niente più nel caso del Partito Socialista fiammingo (sp.a). Ma anche perché se la compagine fiamminga è ovviamente catalogabile come forza regionalistica lo stesso si può dire dei socialisti, il cui radicamento nel territorio è così storicamente consolidato da produrre un blocco politico, economico e sociale granitico che, nella pratica, governa da sempre il sud del paese, al prezzo anche di diffusi casi di corruzione. Modello che per esempio ben poco si discosta da una tipica forza regionalistica come la CSU in Baviera.

   Comune è  anche la scarsa o poca fiducia di cui godono entrambi i leader vincitori, Elio di Rupo (Ps) e Bart De Wever (N-VA), al di fuori delle proprie comunità linguistiche. Il primo è percepito nelle Fiandre come il tipico politico francofono, espressione di blocchi di potere consolidati volti a favorire il mantenimento dello status quo pro-vallone. Il secondo è percepito dai francofoni, mass-media in primis, come l’uomo nero che guiderà le Fiandre all’indipendenza, ponendo così fine al Belgio.

   A rendere ancora più evidente tutto ciò, basta analizzare le prime dichiarazioni di vittoria dei due segretari di partito. Entrambi si sono espressi direttamente verso il proprio gruppo linguistico, con l’apice raggiunto da Di Rupo che, dopo aver aperto il discorso definendo il risultato di ieri un grande successo della famiglia socialista in generale, non ha poi fatto nessun riferimento alle Fiandre e ai socialisti fiamminghi. Unica eccezione, la mano tesa di De Wever a collaborare con le forze francofone per guidare il paese, apparsa fin da subito più come un atto politicamente doveroso, a cui ha fatto seguito, un attimo dopo, un implicito “sì ma alle mie condizioni”.

   Trovare quindi una quadratura tra le forze politiche, tale da produrre una maggioranza di governo appare in questo momento assai difficile. Situazione resa ancora più complicata perché i principali nodi che il futuro esecutivo sarà chiamato a risolvere sono proprio quelli che toccano, sia a livello simbolico che a livello effettivo, la stessa struttura federale: BHV e l’avvio di una riforma economica che porti il paese fuori delle secche dell’attuale crisi.

   BHV, acronimo della circoscrizione elettorale Bruxelles – Halle – Vilvoorde, è il nodo intricatissimo su cui tutto il paese si azzuffa. Spiegare BHV non è cosa semplice e per farlo bisognare risalire al 1963 quando, in seguito ad anni di forti rivendicazione fiamminghe, venne deciso di avviare una profonda riforma federale indirizzata verso un riconoscimento sempre più marcato dei diritti delle due comunità, in particolare in materia amministrativa e di riconoscimento linguistico.

   Di fatto il paese da allora è spaccato in due parti (sarebbero tre, ma quella di lingua tedesca preferisce solitamente tenersi fuori dell’agone), che sempre di più hanno finito per vivere ognuno per conto suo, al punto tale che il confine tra le due comunità è a tutti gli effetti una frontiera senza dogane. A tenere unito tutto il paese è la capitale Bruxelles.

   Non solo perché in quanto capitale e sede delle istituzioni europee, nazionali e regionali (tranne quella vallone) ma perché è, di fatto, un’enclave francofona in territorio fiammingo. Data questa sua particolare natura, al momento della riforma federale fu deciso che la città e una parte del suo circondario fosse regione autonoma, ad amministrazione bilingue. Alla stessa maniera furono riconosciuti come comuni a “facilitazione linguistica” quei comuni, prevalentemente lungo la frontiera linguistica o intorno a Bruxelles, dove la maggioranza linguistica degli abitanti non corrispondeva a quella della regione circostante. Questo status non solo prevede la possibilità di ricevere atti in entrambi gli idiomi (francese e olandese), ma anche di votare sia i partiti valloni che quelli fiamminghi, cosa che non accade in Vallonia e nelle Fiandre.

   Sul lungo periodo tale soluzione non ha più retto. La causa principale l’aumento demografico nei dintorni di Bruxelles che ha portato sia nei comuni “a facilità” che non, ad un incremento della popolazione di lingua francese giunta ad essere maggioranza schiacciante. Tale situazione ha comportato così, grazie anche ai mass-media, l’inasprirsi della situazione tra le due comunità, con i fiamminghi convinti di assistere ad un ritorno al predominio francofono e i valloni che accusano invece la controparte di non voler riconoscere la situazione e di operare per spaccare il paese.

   Scontro che fin da subito ha assunto toni politici importanti, salendo di temperatura ad ogni tornata elettorale federale, regionale o comunale che fosse. Ultimo caso in ordine di tempo quello di tre sindaci, di lingua francese, in comuni a grande maggioranza francofona, la cui rielezione non è stata riconosciuta dal Parlamento regionale fiammingo in quanto avevano rispettato, con volontà puramente provocatoria, le procedure amministrative previste in materia linguistica.

   Risolvere quindi tale nodo comporta però ridefinire l’intera struttura statale federale, con la conseguente riapertura del vaso di Pandora delle rivendicazioni antonomastiche. La futura compagine governativa, qualunque sarà la sua composizione, non potrà sottrarsi dall’affrontare il problema, con l’augurio che non si tramuti nella stessa Caporetto nella quale si sono imbattuti i suoi predecessori.

   Al tempo stesso come tutti i simboli anche BHV è in realtà un cavallo di Troia, che distrae l’opinione pubblica dal vero nodo problematico, quello economico. Il paese è stato duramente colpito dalla crisi finanziaria di questi anni. Le sue tre principali banche sono state salvate da interventi in extremis dal governo nell’autunno del 2008. Nello stesso tempo il debito pubblico è esploso fino al 96% del PIL, e la spesa pubblica corrente ha superato quella italiana. Certamente non stiamo parlando né della Grecia né dell’Italia, ma comunque si tratta di una situazione sicuramente pericolosa, che ha già creato più di un allarme. Anche perché questi sono i valori medi, le cifre sono ben diverse se paragonate tra le differenti comunità con le Fiandre zona ricca, che ha risentito tutto sommato bene della crisi, e la Vallonia che presenta valori simmetricamente opposti.

   Tutto ciò  ha finito per produrre due differenti ricette economiche per uscire dalla crisi, secondo la provenienza regionale. I partiti fiamminghi hanno presentato, tenuto conto delle ovvie sfumature politiche, politiche ispirate a limitare l’equità ridistribuiva su base nazionale, preferendo piuttosto che le risorse fossero ridistribuite su base regionalistica. Mentre i partiti valloni hanno preferito incentrarsi su una maggiore equità ridistribuiva nazionale e a misure di incentivazione per il sud del paese.

   Come è  facile intuire, riforma economica e riforma statale hanno finito per mischiarsi producendo un mix su cui Bart De Wever ha incentrato con grande abilità la sua intera campagna elettorale. Consapevole di come l’elettorato fiammingo fosse più interessato a politiche che affrontino la crisi economica, piuttosto che ad una secessione istantanea, egli ha parlato alla sua gente principalmente di riforma del budget federale, del sistema pensionistico e di ridistribuzione della ricchezza tra le due regioni linguistiche, lasciando che fossero altri settori del suo partito a paventare, più o meno velatamente, lo stato indipendente fiammingo. Al tempo stesso, altrettanto conscio di come è percepita la sua figura nella regione vallone, non ha perso occasione per calcare maggiormente il terreno sul tema indipendentista ogni qual volta era sicuro che il suo messaggio avrebbe superato il confine linguistico. Finendo così per monopolizzare il dibattito politico di entrambe le regioni.

   Il Belgio esce così dalla tornata elettorale del 14 giugno scorso ancora più diviso politicamente e spaventato che l’instabilità politica del recente passato non sia stata ancora accantonata. Sicuramente il paese non finirà, con buona pace di molti, per dividersi in due nell’immediato futuro. Quello che appare quasi certo è che si assisterà ad un incremento delle competenze regionali a discapito di quelle federali. (Andrea Matiz)

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LA FINE DELLA RAGIONE

Un belga contro un belga – Cade il governo a Bruxelles per colpa dello scontro epocale fra valloni e fiamminghi

di Marco Zatterin, da “la Stampa” del 27/4/2010

   Si può far cadere un governo perché prevale il desiderio di togliere dei diritti a qualcuno? In Belgio, si può. Ed è il contrario del buon senso. E’ necessario cercare di capire cosa succede nel regno di Alberto II. Fiamminghi e valloni sono due genti diverse costrette a vivere insieme dalla storia. Dopo la prima guerra mondiale hanno cominciato a sentirsi più lontani. I motivi sono numerosi, ma il principale è che nel fango delle trincee i fanti erano fiamminghi e gli ufficiali francofoni, in prevalenza.
   La gente di Fiandra ha avuto la corretta sensazione di aver versato più sangue di quella di lingua francese. La frattura è divenuta evidente e il tempo l’ha allargata. Nel farlo, gli anni hanno reso i fiamminghi più ricchi e i valloni sono rimasti indietro. Oggi una parte della gente di Fiandra reclama con forza l’affermazione del proprio primato.
   Nel distretto BHV si è in territorio fiammingo, ma poiché siamo nei pressi di Bruxelles, sono tanti a non essere di cultura e lingua neerlandese. Pertanto vige il regime bilingue, che vale per i documenti pubblici, i contratti bancari e le elezioni. I politici neerlandesi vogliono farla finita, un po’ per questione di principio, molto per evitare che nelle Fiandre si eleggano candidati francofoni.
   Da anni chiedono che la scissione di Bruxelles da Hal e Vilvoorde, con la conseguente fiamminghizzazione delle seconde due. (…)  Viviamo anni di integrazione. La forza delle Fiandre è la sua capacità di essere globale, i suoi mercanti, le sue industrie. Chi ha studiato parla un ottimo inglese. E’ gente proiettata verso il mondo esterno. 
   Per questo, agli occhi dell’osservatore straniero, è inconcepibile assistere al trionfo della negazione. Togliere anziché dare, per ragioni che appaiono piuttosto pelose. Anche perché – per dirne una – nella fiamminga Tervuren, zona ad alto tasso di inglesi, tutti fanno tutti per accoglierli, visto che portano denari. Nel supermercato cittadino trovi specialità britanniche che negli altri punti vendita della stessa catena non si vedono.
   Quella fra fiamminghi e valloni diventa una faida, che ricorda – in peggio – la lotta che in Italia si comincia a fare agli immigrati. Le conseguenze sono difficili da immaginare, il Belgio spaccato in due è un brutto film di fantascienza che, però, potrebbe diventare realtà. Stupido mondo. Quando un uomo combatte un altro uomo solo perché parla un’altra lingua non finisce mai bene. (Marco Zatterin)

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I FIAMMINGHI IN BELGIO: COME LA PRIMA LEGA DI BOSSI E MIGLIO

di Massimo Fini, da “il Gazzettino” del 18/6/2010

   Il Belgio, Paese con un già forte federalismo, rischia di spaccarsi definitivamente in due. Nelle Fiandre, fiamminghe, ha vinto «Nuova alleanza fiamminga» il partito del giovale leader Bart De Wever che vuole la scissione dalla Vallonia, francofona. Ed è probabile che, prima o poi, ci si arrivi.

   Del resto fiamminghi e valloni non si sono mai amati e la loro unione in un unico Paese, il Belgio, nel 1830, fu dovuta a una decisione, o piuttosto un’imposizione, di Francia e Gran Bretagna che allora dominavano la scena europea. Se quindi scissione alla fine sarà avverrà in modo indolore, democratico, con un referendum, e senza particolari traumi tranne che per la monarchia belga che peraltro, a differenza di quella inglese, ha una funzione puramente decorativa. Del resto, in Europa, già la Cecoslovacchia se è smembrata pacificamente dividendosi in Cechia e Slovacchia.
   La situazione belga ha fatto suonare immediatamente un campanello d’allarme in Italia dove si è detto e scritto che la scissione tra fiamminghi e valloni sarebbe una scelta «irrazionale». È invece probabile che, come già la divisione della Cecoslovacchia, veda nel senso della Storia, anche se anticipa un po’ i tempi.

   Se infatti l’Europa diverrà davvero una realtà politica, oltre che economica, è chiaro che i riferimenti periferici non saranno più gli Stati nazionali divenuti ormai inutili per la difesa, che sarà assicurata dall’Europa, e troppo poco coesi per dar sfogo a quel bisogni di identità che monta prepotentemente fra i popoli del Vecchio Continente in contemporanea con l’avanzare della snaturante globalizzazione. E nella logica di Bart De Wever la scissione si combina con la convinzione che l’Europa assumerà sempre più un ruolo politico e militare.
   La prospettiva da cui muove De Wever, non a caso un giovane, con la sua «Nuova alleanza fiamminga», è la stessa da cui partiva la Lega di Bossi e di Miglio, la Lega delle origini, quando proponeva un’Italia divisa in tre «macroregioni», idea poi accantonata ma che adesso, da alcuni segnali (Zaia che non fa suonare, in una cerimonia ufficiale, l’inno di Mameli ma il «Va pensiero» di Verdi; la Padania che tifa contro la Nazionale di Calcio) sembra tornar fuori.

   Idea tutt’altro che peregrina perché effettivamente in Italia Nord, Centro e Sud sono tre realtà molto diverse, economicamente, socialmente, culturalmente, climaticamente, che rischiano di danneggiarsi a vicenda, il Sud vampirizzando il Nord, il Nord impedendo al Sud di svilupparsi secondo le sue autentiche vocazioni e non attraverso decisioni che vengono dall’alto (prendiamo, a titolo di esempio, il ponte di Messina che nessuno, tranne la mafia, vuole).
      Ed è inutile che i rettori dell’unità nazionale, che il fascismo cercò di consolidare senza riuscirci (il fascismo era, a suo modo, un completamento del Risorgimento) tuonino e, come ultima risorsa, oppongano l’articolo 5 della Costituzione che proclama «la Repubblica, una e indivisibile».

   A parte che è già avvenuto che articoli della Costituzione, e proprio quelli della prima parte che si riferisce ai «principi fondamentali», siano stati, di fatto, svuotati del loro contenuto, come l’11 che dichiara solennemente «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», e noi una guerra d’offesa la stiamo facendo in Afghanistan, anche i «principi fondamentali» non sono fissi e irremovibili per sempre. Se la Costituzione è statica, la Storia, inesorabilmente, si muove insieme alle convinzioni degli uomini. (Massimo Fini)

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BELGIO. FALLITI I COLLOQUI DI GOVERNO: INCOGNITA SUL FUTURO DEL PAESE

da http://www.loccidentale.it/ del 4/9/2010

   Il fallimento dei negoziati tra valloni e fiamminghi per la formazione di un nuovo governo in Belgio tiene banco sulle prime pagine dei quotidiani belgi, che si interrogano sul futuro del Paese e la prospettiva di una separazione tra le due comunità, ipotesi ritornata attuale.

   “Ma cosa vogliono Le Fiandre?” è l’interrogativo che campeggia a tutta pagina sul principale quotidiano francofono Le Soir. “Incomprensibile. Totalmente rammaricabile. E a questo stadio assolutamente irresponsabile, su riserva che un mago del quarto tipo possa nei giorni, nelle settimane, nei mesi che verranno trovare un compromesso che tracci la strada per tutte le parti”, scrive Beatrice Delvaux, che chiede ai compaesani fiamminghi: “Che cosa volete?”.

   I negoziati sono falliti sulla proposta dei socialisti francofoni di concedere 250 milioni di euro di mezzi supplementari alla regione di Bruxelles. La proposta è stata definita “inaccettabile” dai fiamminghi nazionalisti della N-va e dai cristiano-democratici del Cd&v, che chiedono preventivamente una nuova legge sul finanziamento nell’ambito della riforma statale.

   “Osiamo!” incita il quotidiano Sud Press, invitando i francofoni a non avere paura a “prendere il proprio destino nelle loro mani”. “Il Belgio all’inferno”, è il commento in prima pagina della popolare Derniere Heure, che pubblica una grande foto di Elio Di Rupo, il presidente del Ps costretto a gettare la spugna come negoziatore e ad accantonare le ambizioni di premiership, accanto a quella del “diavolo rosso” Lukaku, sconfitto ieri sera dalla Germania.

   “E ora?”, scritta in francese e fiammingo, è la domanda della Libre Belgique, per la quale ora bisogna “certamente ricominciare da zero”. Sulla stampa fiamminga, a tenere banco sono le ragioni che hanno indotto le due principali formazioni politiche delle Fiandre a respingere la proposta francofona di destinare 250 milioni aggiuntivi a Bruxelles. “Il Belgio non ha alcun avvenire senza una revisione della legge sul finanziamento”, scrive l’Het Belang van Limburg. “Crash su 250 milioni di euro”, registra infine il fiammingo Der Standaard.

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SCELTE IRRAZIONALI

di Sergio Romano, da “Il Corriere della Sera” del 14/6/2010

   La morte del Belgio, se mai giungerà quel giorno, sarà un evento irrazionale provocato da incompatibilità e da bisticci che un mediatore di buon senso avrebbe potuto affrontare e risolvere. Ma la rottura sorprenderà soltanto coloro che sottovalutano l`importanza delle emozioni nei comportamenti politici e non hanno avuto la pazienza di seguire attentamente le trasformazioni del Paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale.   

   Quello fra i valloni (oggi circa il 31%) e i fiamminghi (58%) non fu mai un matrimonio d`amore. Furono uniti all`interno di uno stesso Stato perché i fiamminghi, a differenza dei loro fratelli olandesi, erano cattolici e perché così piacque nel 1830 alle due potenze europee, Francia e Gran Bretagna, che avevano allora il diritto di fare e disfare le frontiere del continente.

   Grazie all`influenza della Francia nella politica europea il Paese fu lungamente governato «in francese» da ceti dirigenti che consideravano la cultura del grande vicino occidentale, quali che fossero le loro radici etniche, una sorta di promozione sociale. Ma la piccola e la media borghesia fiamminghe ebbero spesso l`impressione di vivere in casa d`altri e dettero una dimostrazione del loro malumore quando, durante l`occupazione tedesca, dal 1940 al 1945, una parte del gruppo manifestò qualche simpatia per il Terzo Reich.

   Terminato il conflitto, i francofoni ebbero ancora una volta il sopravvento, ma l`economia, di lì a poco, cominciò a rovesciare i rapporti di forza tra i due gruppi. Mentre il carbone della Vallonia perdeva gran parte della sua originaria importanza, le Fiandre divenivano sempre più industrializzate, prospere, dinamiche e impazienti. Fu deciso che il Paese, per accontentare i fiamminghi, sarebbe divenuto federale. Ma il federalismo belga, una volta realizzato, produsse due conseguenze negative. In primo luogo fu molto costoso e provocò il rapido aumento del debito pubblico: un primato che il Belgio ha lungamente condiviso con l`Italia.

   In secondo luogo aprì una interminabile sequenza di velenose discussioni sull`uso delle due lingue (accade che valloni e fiamminghi preferiscano comunicare in inglese piuttosto che adottare per le loro conversazioni l`una o l`altra delle loro lingue) e sulla distribuzione delle risorse per le province più bisognose di assistenza.

Dopo il fallimento del federalismo si parla oggi di una confederazione, vale a dire di un patto di convivenza ancora più labile. Bart De Wever, leader del partito N-Va (Nuova alleanza fiamminga), si rende conto della necessità di un potere superiore, ma ritiene che questo ruolo possa essere svolto dall`Unione europea.

Che cosa accadrebbe della monarchia? Quale sarebbe la sorte di quelle grandi imprese della economia belga che rappresentano la ricchezza del Paese e non sono necessariamente né vallone né fiamminghe? Che cosa accadrebbe di Bruxelles, dove valloni e fiamminghi convivono abbastanza pacificamente? Delle tre domande la terza è quella che meno dovrebbe preoccuparci. Bruxelles continuerebbe probabilmente a essere una grande città, conserverebbe le istituzioni dell`Unione europea e diverrebbe, ancora più di quanto non sia oggi, la capitale dell`Ue. Avremo finalmente anche noi, come gli Stati Uniti, un distretto federale. (Sergio Romano)

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GEOGRAFIA DEL FUTURO: LE EUROREGIONI

di Chiara Mazzone da http://www.lospaziodellapolitica.com/ del 13/5/2010

   La cooperazione regionale europea vive una delle sue migliori primavere. La Presidenza spagnola dell’UE detta le sue priorità: in pieno febbraio 2010 sboccia la strategia per l’Arco Atlantico. Per svernare al più presto, il primo febbraio, la Commissione europea lancia la Strategia del Danubio lungo il fiume più simbolico d’Europa che segna confini e unisce città toccando 10 Stati; a inizio 2010 il Comitato delle Regioni, nel frutteto europeo delle collettività locali, presenta i nove Gruppi Europei di Cooperazione Territoriale costituiti – i GECT, incoraggia gli altrettanti venti conglomerati territoriali in formazione, aspetta gli aspiranti territori che stanno ancora ponderando il progetto e la miglior forma di cooperazione interregionale transfrontaliera.

   Nel frattempo e in previsione estate, al caldo, il Mediterraneo a Sud, si riempie di zone di cooperazione: il potenziale bacino Adriatico, l’insieme delle isole Mediterranee, le disseminate Euroregioni (Alpes-Méditerranées, Liguria-Toscana-Corsica-Sardegna,…) e l’altra sponda, quella della riva sud, lo specchio europeo nel Mare Nostrum: Maghreb, Mashrek, parte del Vicino Oriente, più la Turchia.

   Dopo l’UPM, invenzione politica di Nicolas Sarkozy che pena a trovare applicazione pratica soddisfacente, nasce l’ARLEM, l’Assemblea Regionale e Locale Euro-Mediterranea, una cooperazione di collettività locali dei paesi delle due rive del Mediterraneo: si parte dalla Mauritania per arrivare fino in Siria.

   L’inverno alle porte si ritorna a Nord, dove il Mar Baltico s’identifica a una strategia europea e la Dimensione nordica ad una politica. Naturalmente i confinanti extra-europei russi, mediterranei e orientali sono invitati al banchetto territoriale. Il banchetto é succulento: dal 2007 al 2013 sono 354 i miliardi di euro destinati ad una politica 100% europea, la politica di coesione.

   Con il fondo europeo di sviluppo (FESR) e il Fondo Sociale europeo (FSE) più l’obiettivo di cooperazione territoriale, l’Italia riceve, ad esempio, un ticket valido di 17 miliardi di euro (finanziamenti nazionali e comunitari), gestiti dalle nostre regioni. Con l’Obiettivo Convergenza – 5 regioni del Sud Italia ne beneficiano (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Basilicata), il malloppo ammonta addirittura a più di 60 miliardi di euro.

   Per arricchire il dibattito, a fine 2009 si é aggiunto il Consiglio d’Europa che, facendo concorrenza al GECT proposto dalla Commissione europea, crea il GEC, il Gruppo Euroregionale di Cooperazione. Il Consiglio d’Europa, istituzione non europea – é bene ricordarlo, fa un passo in più e ingrana la seconda, parlando direttamente la lingua Euroregionale. La Commissione europea pare rimasta in prima, puntando innanzitutto alla cooperazione interregionale, cioè tra semplici regioni amministrative.

   Il quadro istituzionale é dunque complesso: ma rinunciare a capire sarebbe un po’ come smettere di interpretare una nascente dinamica territoriale tutta europea, sarebbe lasciar cadere un fermento cooperativo interregionale non indifferente, significherebbe limitarsi a pensare l’Europa intergovernativa dell’ultimo decennio. Non diamoci per vinti: abbiamo un’occasione per riflettere sulla geografia politica e finanziaria dei prossimi anni, un’occasione per parlare dell’Europa territoriale del domani, oltre UE2020. Lo faremo con tre principi (cardine) ben chiari in testa:

1. L’Europa degli Stati é moribonda? Viva l’Europa delle Regioni.

2. L’Europa dei fondi comunitari é in crisi? Viva l’Europa della politica di coesione post-2013.
3. Gli Stati cercano di ricomporre gli equilibri internazionali europei esercitando un’influenza variabile (più o meno impertinente) sulla politica regionale.

   La struttura territoriale europea è dunque molteplice e complessa, la raccolta abbondante ma composita, alcuni frutti sono più maturi di altri. All’interno di questo puzzle territoriale, vogliamo porci qualche domanda per dissipare le nuvole all’orizzonte. Parleremo di regioni e di Euroregioni, di macro-regioni e di grandi zone di cooperazione. Escluderemo i tecnicismi dei GECT, ma esploreremo i meandri geografici della cooperazione territoriale europea e dei suoi finanziamenti che ci porteranno verso una nuova geografia regionale europea. Come dire… buon viaggio.

1. L’Europa geografica

L’Europa sarà regionale o non sarà. Un centinaio abbondante di (vere) regioni, più di un migliaio di province, 90.000 comuni per un totale di 92.000 collettività locali. In Francia le collettività territoriali rappresentano i ¾ dell’investimento pubblico nazionale. Un impatto – politico ed economico – non trascurabile.

   Non illudiamoci però: gli Stati membri restano in guardia e, vivi e vegeti, possono preferire appostarsi dietro una strategia macro-regionale piuttosto che opporsi direttamente alla costituzione di un’Euroregione (la cooperazione territoriale sottoforma di GECT necessita l’approvazione statale). Così in Italia si contano le Euroregioni Alpi-Mediterraneo, AlpenAdria, l’Euroregione Adriatica, l’Euroregione che riunisce Liguria, Toscana, Corsica e Sardegna, Euregio Tirolo-AltoAdige-Trentino, Arcimed a sud piuttosto che RegioInsubrica tutta a nord.

   Per continuare la complessità a livello europeo ci si può sbizzarrire ad identificare diverse forme e diversi gradi di cooperazione territoriale. Districando la matassa, all’interno della maglia di collettività territoriali, si ritrovano equilibri internazionali più o meno identificabili, che influiscono però pesantemente sull’Europa delle Regioni. Se le collettività francesi stabiliscono importanti e frequenti cooperazioni sui loro confini (politica micro-regionale), la Germania pensa in chiave federale, e promuove l’idea di una strategia macroregionale per il Danubio da poco approvata dalla Commissione europea.

   E’ importante ristabilire un po’ di centralità mitteleuropea in un continente continuamente spinto a Sud per le questioni d’immigrazione e a Est per le questioni di cooperazione e allargamento. La componente nordica dell’Europa non si é fatta attendere. Coopera da lungo tempo, condivide una visione comune, convive, negozia e subisce le pressioni di un confine esterno tanto simbolico quanto incerto, quello russo. 13 sarebbero le macro-regioni immaginate a livello europeo. Altrettante potrebbero essere le ‘bramosie’ nazionali, gli orgogli e le ambizioni internazionali. Questa Europa fatta di confini geografici é, di fatto, essenzialmente geopolitica. Arriviamo al secondo punto.

2. L’Europa politica

L’Europa geografica é di fatto un’Europa politica. L’Unione per il Mediterraneo, fenomeno politico, ha indiscusse ripercussioni geopolitiche sui territori. La dimensione territoriale europea si sta scrivendo anche in termini di relazioni internazionali. Prendiamo il Danubio; fiume che suscita problemi e offre soluzioni comuni: interconnessione delle reti energetiche, di comunicazione e di trasporto; gestione delle acque, ambiente e sviluppo sostenibile; arteria turistica fiorente.

   La Strategia del Danubio decreta una cooperazione territoriale in atto da tempo, unisce la Nuova e la Vecchia Europa, legittima la ‘costituzionalità’ della macro-regione a ricevere i finanziamenti europei. Nonostante ciò, a fine febbraio, la Commissione europea dichiara l’indisponibilità di fondi europei per lo sviluppo della neonata macro-regione. Bisognerà agire a casse costanti. Almeno per adesso. Questa dichiarazione pesa in termini politici, soprattutto in previsione dei negoziati per una nuova politica europea post-2013.

   Il dibattito finanziario é, ancora una volta, una questione tutta politica: le contribuzioni al budget europeo e le attribuzioni dei fondi strutturali ne sono un esempio: l’Italia riceve il doppio della Francia e più della Germania, posizionandosi quarta dietro solo a Polonia, Spagna e Repubblica Ceca. Volontà politiche contraddittorie discuteranno presto della ridefinizione della politica di coesione a partire dal 2014. Lo scontro sarà aspro. La sfida di grande portata. Abbiamo parlato dei cambiamenti territoriali in atto e in divenire che rivoluzioneranno il volto della cooperazione europea. Parliamo ora dei fondi che costituiscono il jackpot europeo per eccellenza.

3. L’Europa dei fondi comunitari

   Un negoziato riuscito della politica di coesione post-2013 é una priorità per la quasi totalità delle rappresentanze regionali stanziate a Bruxelles. Maggiori beneficiari della politica di coesione, i territori attuano i principi europei di coesione economica e sociale sanciti dai Trattati. E contribuiscono alla dimensione di coesione territoriale, nuovo valore dell’Unione europea, introdotta dal Trattato di Lisbona all’articolo 3. Sui 350 miliardi di euro per il periodo 2007-2013, solo 8,7 sono dedicati alla cooperazione territoriale europea. Chiaro indice del potenziale in divenire del settore. Di questi scarsi 9 miliardi, il 74% é orientato verso la cooperazione transfrontaliera; 445 milioni sono destinati alla cooperazione interregionale.

  L’angusto budget della cooperazione territoriale rispetto al bottino dei fondi strutturali indica due cose: primo, l’esperimento della cooperazione è agli inizi e, per il momento, è finanziariamente poco rilevante; secondo, ancora troppo rari sono i progetti transfrontalieri – e soprattutto euroregionali – che necessitano ed ottengono finanziamenti europei davvero rilevanti. E’ vero: l’Europa non é indispensabile per ogni forma di sviluppo territoriale; detto questo, essa è il miglior strumento e sicuramente la migliore passerella per un dialogo sovranazionale degli enti locali.

L’Europa regionale al di là del 2020

Di fronte al boom della cooperazione territoriale in Europa, il rischio di proliferazione delle strutture di governance é reale. Non solo gli enti locali possono ambire alla costituzione di un GECT ma qualsiasi altro organismo di diritto pubblico che desideri accrescere influenza e cooperazione oltre frontiera.

   Unione di regioni e collettività le più svariate, poli universitari transfrontalieri, GECT di camere di commercio regionali e locali, l’infatuazione per i nuovi strumenti di cooperazione territoriale non ha frontiere (geografiche quantomeno). Almeno sulla carta, la cooperazione sembra aver successo. La Sardegna appartiene a due Euroregioni, così come la Liguria.

   Il problema di base rimane però la domanda primaria: che cosa fare insieme? Come farlo? Quale strategia visionaria adottare per sviluppare progetti sensati in comune? Come ottenere finanziamenti europei cospicui e coerenti? Bisogna cercare di iscriversi, come Euroregione/GECT/territorio di cooperazione in una delle macro-regioni nascenti? Come si svilupperanno le cooperazioni di Euroregioni promosse dal Consiglio d’Europa? Infine, in che momento la maggioranza dei cittadini, oramai divenuta incontestabilmente europea (!), si accorgerà della necessità di una vera cooperazione, dei benefici concreti dei progetti di trasporto, di lavoro, di formazione transfrontaliera? Quando l’Europa si penserà, grazie alle specificità delle sue nuove macro-regioni, una macro-zona mondiale capace di posizionamenti chiari a livello planetario? (Chiara Mazzone)

…………………..

IL FEDERALISMO, L’UNICA VIA PER EVITARE ALL’ITALIA LA FINE DEL BELGIO

di Antonio Costato, da “il Gazzettino” del 11/9/2010

   Sono in tanti ad essersi ormai accorti di quello che è il vero male del Sud: la mancanza di una classe dirigente degna di questo nome. Il meridione purtroppo non ha mai dato prova di possedere una vera capacità di rinnovamento. La fauna dei politicanti è per la più parte composta da gattopardi e trasformisti nella migliore delle ipotesi o piuttosto da affaristi o addirittura mafiosi secondo un costume ormai diventato normalità.
      In 150 anni sono state trasferite al Sud a diverso titolo una quantità sterminata e incensibile di risorse con il desolante risultato di registrare oggi un reddito pro capite pari al 55% di quello delle regioni del Nord contro il dato di partenza dello 85% degli anni immediatamente successivi all’Unità. In un secolo e mezzo il centralismo è riuscito solo ad arricchire a dismisura le lobby di governo aumentando nel mezzogiorno più che altrove in Europa la distanza tra ricchi e poveri.

   Si sono frustrate le aspirazioni di una società che nel tempo ha smesso di considerare il lavoro come il viatico unico per l’emancipazione e, utilizzando un populismo malvagio, si è contrastata persino l’aspirazione ad emigrare in contesti sociali ed economici più sani con politiche cosiddette “territoriali” che hanno avuto come risultato ultimo quello di barattare dignità ed indipendenza degli individui-elettori con un assistenzialismo che a lungo andare non potrà che rivelarsi effimero.

   Quest’ultimo aspetto è il più deleterio perché ha incancrenito il sistema facendo degenerare il meridione in quello che è oggi: un mondo inquinato dal malaffare e apparentemente immutabile perché non sottoposto alla pressione di un’indignazione genuina da parte dell’opinione pubblica. È disarmante infatti notare come la gente non dia in realtà prova convinta e compatta di volersi ribellare allo stato delle cose.
      Il federalismo fiscale e la fine della finanza derivata obbligheranno però la classe dirigente di ogni dove a porsi il tema della responsabilità. Al lordo della quota di solidarietà la cesura che la riforma dello Stato in senso federale porrà tra gli impegni che ogni amministrazione periferica assumerà e quello che sino ad oggi è stato il garante di ultima istanza, ovvero lo Stato centrale, obbligherà tutti a rendere conto al proprio elettorato di quanto speso e dei risultati ottenuti.

   La sfida alle cricche che presidiano i centri di spesa è quindi di quelle mortali. Ed è allo stesso tempo l’ultima chiamata ai cittadini del Sud perché sappiano riconoscere gli onesti dai malfattori, scelgano persone capaci ed oneste e non affabulatori, sposino una filosofia di governo veramente autonomista e responsabile e non quel rivendicazionismo sempre evocato negli sgangherati discorsi di certi politici che assomigliano drammaticamente alle feroci parodie del bravissimo Antonio Albanese.
      Dovesse poi coincidere la scommessa dell’attuazione, o peggio ancora dell’affossamento, della riforma federalista con una crisi di governo e nuove elezione politiche la sensazione di ultima chiamata si estenderà anche alla nazione nel suo insieme. Va da sé infatti che una campagna elettorale organizzata in pendenza di una situazione di questo genere vedrebbe l’Italia del Nord tappezzata di manifesti con tutte le statistiche che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi mesi, dal costo della sanità nel Lazio alla contabilità “omerica” della Calabria.

   La mole di dati a disposizione è oramai tantissima e il clima di disagio economico e sociale tale da fare considerare impossibile resistere alla tentazione di accendere la miccia della “bomba del Nord” (con magari la frattura di qualche altra nazione dell’Unione come il Belgio a consumarsi e a fare da catalizzatore di una vera e propria crisi istituzionale). Il Presidente Napolitano ha tutto chiaro in testa e da tempo va ripetendo che il Federalismo non divide ma unisce. Si tratta di capire come imporre il suo messaggio a quelle lobby del sud che sono l’antitesi stessa delle Istituzioni in quanto vedono nello Stato solo una vacca da mungere. 

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One thought on “Il BELGIO che tra non molto rischia di separarsi: tra NORD ricco (le Fiandre, di lingua fiamminga) e SUD povero (la Vallonia, francofona). La crisi economica accelera la dissoluzione degli Stati nazionali in MACROREGIONI (sperando integrate negli STATI UNITI D’EUROPA, in un forte disegno federalista)

  1. LUCA mercoledì 22 settembre 2010 / 19:22

    – Non è forse vero che chi ha potere sfrutta da sempre chi non ne ha?
    E’ verissimo, e come dice Claude Raffestin nel suo inconturnabile “Per una geografia del potere”, il potere è nella relazione. Ogni relazione mette a nudo un rapporto di potere tra due elementi. Più il rapporto è simmetrico (se gli elementi sono due) o comunque ben distribuito (molteplici elementi) e più il sistema a cui questi elementi danno forma sarà equilibrato, resiliente, capace di rispondere agli stimoli e alle perturbazioni…

    – Che i ricchi sfruttano i poveri?
    Se il marxismo non ha portato soluzioni definitive, resta il fatto che la critica sollevata al sistema capitalistico è sempre attuale. Oggi lo strapotere delle multinazionali è impressionante : il mercato che esse creano coinvolge milioni di persone, anzi miliardi. Basta pensare a Microsoft o a Coca Cola o alla Fiat… Oggi siamo arrivati ad un punto che nemmeno il presidente di una nazione può frenare questi giganti. Ci dovremmo aspettare che lo faccia, ma se andiamo a vedere chi sono, da dove vengono, dove e come si sono formati, i dirigenti e i governanti grandi e piccoli sono imbevuti di cultura imprenditoriale, liberale, capitalistica. Pochi hanno il coraggio di fare scelte coraggiose, e questo è evidente anche nel campo dell’urbanistica, dove il paesaggio, la biodiversità, la sostenibilità, sono al 95% (lascio un 5% per quei pochi arditi sognatori) sottomessi alle logiche monetarie, ai furbetti del quartiere, ai palazzinari alla Bertolaso&Co.
    Io credo che solo un risveglio della coscienza di ciascuno potrà portare a un cambiamento. Se sappiamo che tale impresa sfrutta i lavoratori, evitiamola. Se quello yoghurt è stato prodotto con il latte polacco o quell’acqua minerale viene dall’altro capo della penisola, cerchiamo i buoni prodotti del nostro territorio. Questo sito non si limita a criticare, ma propone spesso trasformazioni virtuose, suscettibili di fornire da esempio per evolvere in meglio.
    Poi che i ricchi sfruttano i poveri non sempre è vero. Un esempio : colui che ha vinto il jackpot del Superenalotto non credo che si sentirà colpevole !

    – Bimbi che soffrono di obesità e bimbi pelle e ossa?
    Bhè qui le scorciatoie sono grandi, ma resta il fatto che con le tonnellate di pane gettato ogni giorno a Vienna si potrebbe nutrire la seconda città austriaca (Graz) [Vedasi il documentario We feed the World].
    La politica agricola dei paesi avanzati ha sempre protetto i grandi produttori, a un punto tale che ancora oggi in Linguadoca (il più grande vigneto del mondo) si sovvenzionano i viticoltori per sradicare le piante! La campagna veneta, dove il mais forniva la base dell’alimentazione ed era un elemento centrale di un paesaggio armonioso, è diventata una colata di cemento, in cui isole di mais ibridi commerciali resistono qua e là per diventare foraggio per le vacche che nutriranno una popolazione mai così carnivora. Ma la concorrenza dei mais esteri, delle grandi monocolture è insostenibile. Il veneto polentone si ritroverà senza più mais? I contadini già vendono le loro terre al miglior offerente che piazzerà un bel centro commerciale, comodissimo a cinque minuti di auto da casa. Così oggi noi mangiamo tanto e male, spesso senza renderci conto che i grassi vegetali dei biscotti provengono dall’olio di palme indonesiane cresciute lì dove prima c’era la foresta primaria. O ancora che la carne del “cordon bleu” è stata ottenuta col mais OGM che si estende a macchia d’olio tra Argentina e foresta amazzonica… E quanti sanno che i nitriti e i nitrati del salame che sta sei mesi sugli scaffali sono cancerogeni ?
    Ricordiamoci come mangiavano i nostri padri, le nostre madri o i nonni : mangiavano poco, ma cercavano di farlo meglio che potevano. Sono loro che ci hanno lasciato le grandi ricette : poenta e osei, poenta e bacalà, risi e bisi, pasta e fasoi, radici e fasoi… E il grande spiedo era la festa.
    Il riciclaggio era la regola quotidiana, e su piccola scala, perché era più semplice:il pelo del porco era un pennello, la cenere del camino un detersivo biologico, la pelle del coniglio un guanto per andare in bici, persino i sassi che potevano danneggiare la falce diventavano un muro a secco per il terrazzamento! Così nel mondo esistono tanti contadini che sanno gestire i loro campi, ma se poi i governanti corrotti portano il paese in guerre fratricide, perderanno ogni legame con i loro saperi millenari. Emigreranno. E quando torneranno niente sarà più come prima. Le grandi monocolture hanno spazzato via il piccolo villaggio. Dovranno accettare la modernità, vivere in città, dove potranno bere coca cola come nei paesi ricchi.
    Una storia vera. Già vissuta. Anche da tanti contadini veneti che se ne andorono in Belgio dopo la guerra.

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