L’EUROPA debole, senza progetto e con leader assai modesti se la prende con i ROM: quando si fomentano paure e angosce collettive senza proporre soluzioni (un programma di integrazione dei rom a livello europeo, portandoli a vivere nella legalità)

PARIGI-BUCAREST SOLO ANDATA… - “L’Internazionale della Paura”. Uno spettro si aggira per l’Europa: un altro. Non quello rosso del comunismo che nel 1848 allarmò la Santa Alleanza. Oggi lo spettro veste gli stracci colorati e si muove sui carrozzoni di un popolo di nomadi. Oggi nasce in Europa una nuova internazionale: quella della paura. Ne tengano conto gli storici del futuro. Abbiamo avuto finora diverse Europe, quella cristiana, quella degli umanisti, quella illuministica. È stato battuto il tentativo di dar vita a un´Europa nazifascista nel segno della romanità antica e della svastica che nel 1934 portò a Roma per annunciarne la creazione l´ideologo del razzismo nazista Alfred Rosenberg. Ci fu, invece di quella, l´Europa rinata dalle rovine grazie all´intelligenza e al coraggio di uomini come Federico Chabod che concluse le sue lucidissime lezioni sulla storia dell´idea d´Europa lasciando Milano per unirsi alla Resistenza in Val d´Aosta. Ma quella che oggi ha preso forma nelle dichiarazioni di Sarkozy e per la quale il nostro presidente del Consiglio si è affrettato a dichiarare che esiste «una convergenza italo-francese» è un´Europa dominata dalla paura, dalla volontà di chiudere le porte agli immigrati e di cacciare via i rom. (di Adriano Prosperi, da “la Repubblica” del 16/9/2010)

   Alla fine di luglio il presidente francese Nicolas Sarkozy, in preoccupante calo nei sondaggi, ha annunciato un programma di smantellamento dei campi Rom illegali: «In tre mesi li chiuderemo». Aggiungendo che il provvedimento avrebbe riguardato anche bulgari e romeni, pur cittadini della Ue. E’ stata la campagna d’estate di Sarkozy, un presidente francese oramai in declino (che difficilmente sarà rieletto): cacciare i Rom dalla Francia, almeno la metà, metà dei campi Rom esistenti.

   E ci sono altri Paesi europei che vorrebbero seguire l’esempio francese, applaudendo e preannunciando possibili iniziative simili: l’Italia, la Repubblica Ceca, forse la Spagna e la Germania… Ma non è questo il problema, cioè i Rom, gli zingari (che qualcosa effettivamente va pur fatto per un popolo in situazioni di vita difficile, che non si integra, che spesso vive rubando…).

   Il vero problema è la ricerca di visibilità popolare di leader europei in forte crisi: parlare allora alle angosce (a volte giuste) della gente è un modo di evitare di parlare di quello che non si riesce a risolvere (la mancanza di lavoro, la crisi economica…) e neanche di risolvere, si è capaci, una politica di equilibrato rapporto con una minoranza, quella degli zingari. Con i quali non si riesce a stabilire un rapporto di rispetto della legalità (colpendo ogni loro reato, ma allo stesso tempo tentando politiche di prevenzione per chi di loro, e sono sempre di più, vorrebbero integrarsi; pur rispettando la loro cultura e i loro modi di vivere spesso “diversi” dai nostri).

“Scambio violento” tra il capo dell'Eliseo e Barroso, al pranzo del 16 settembre scorso tra i 27 capi di stato dellUnione Europea. Il presidente francese: gli sgomberi dei campi illegali continueranno nel rispetto della legge. Il presidente della Commissione Ue: no a discriminazioni, ora affrontiamo il problema

   Nel mondo ci sono tra i 12 e i 15 milioni di Rom (il numero è incerto in molti paesi, perché molti di loro rifiutano di farsi registrare di etnia rom, per timore di subire discriminazioni). In Italia, secondo lo European Roma Rights Centre si stima che ci siano tra i 90.000 ed i 110.000 Rom, Sinti, Camminanti, ed altre minoranze zingare, mentre secondo l’Opera Nomadi (ed altre organizzazioni di volontariato) sarebbero tra i 120.000 ed i 140.000, di cui circa 70.000 hanno la nazionalità italiana (fonte Wikipedia)

   Ad opporsi al “metodo Sarkozy” di espulsione di massa è stata l’Unione Europea di cui la Francia è tra le fondatrici, e che ha portato allo scontro verbale tra il commissario dell’UE Barroso e Sarkozy. La normativa europea stabilisce che le espulsioni dei rom sono possibili solo a carico di singoli individui che si siano macchiati di reati. Gli allontanamenti di massa, invece, non sono mai attuabili, in nessun caso.

   Pertanto è da chiedere e da far rispettare, con gli zingari, pienamente e autorevolmente la legalità. Ma anche tentare, offrire, possibilità di integrazione (più gradite di quel che si possa immaginare…): di lavoro, di istruzione per i bambini, di abitazione…. cose tutte difficili, ma che un disegno politico di risoluzione di ogni squilibrio non dovrebbe temere di dover affrontare.

   E sulla mobilità, sullo “spostarsi”, vige un concetto chiaro. Che è quello che tutti (o quasi tutti) aspirano di poter muoversi e andare in altri luoghi: per solo visitarli, a volte per rimanerci. Concetto difficile; ma difficile lo è anche quello dell’affermazione della “frontiera” come barriera invalicabile (nei sistemi democratici la frontiera assume il significato simbolico di delimitazione di un luogo omogeneo di cultura, tradizione, lingue economie…. ed è un invito a passarla, la frontiera, andare a vedere com’è…).

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I ROM SPACCANO L’EUROPA

da“LIBERO-news.it” del 16/9/2010, ore 20.00

Com’era prevedibile, il francese Nicolas Sarkozy e il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso hanno affrontato faccia a faccia la questione dell’espulsione dei rom, incontrandosi oggi (il 16/9/2010 ndr) a Bruxelles. Tra i due, secondo fonti comunitarie, ci sarebbe stata un’accesa discussione durante il pranzo dei 27 del Consiglio. La notizia è confermata dal premier bulgaro Boyko Borisov. Il presidente “furibondo” avrebbe chiesto a Barroso “spiegazioni” sulle dure accuse lanciate dal commissario alla Giustizia, Viviane Reding, che ha prennunciato l’avvio di una procedura d’infrazione.

   Uscendo dall’incontro, il presidente francese è tornato a difendere la sua politica interna, affermando di rispettare le norme comunitarie. “La Francia è la prima terra d’accoglienza per gli esiliati d’Europa e tale vuole restare, ma – sottolinea il presidente Nicolas Sarkozy – non può accettare che intere famiglie vivano in campi illegali e non dignitosi. Per questo motivo continueremo nello smantellamento nello stretto rispetto delle leggi nazionali. Ritengo le dichiarazioni della commissione Ue, una ferita, un’umiliazione per Parigi. Ne ho parlato anche con Silvio Berlusconi e lui è d’accordo con me”.
  Come detto, però, oggi la Commissione Europea non l’ha pensata allo stesso modo. Del resto non poteva che essere così. La questione, dal punto di vista della Ue, è semplice da un punto di vista legislativo: la normativa europea stabilisce che le espulsioni dei rom siano possibili solo a carico di singoli individui che si siano macchiati di reati. Gli allontanamenti di massa, invece, non sono mai attuabili, in nessun caso.
Favorevoli – Dopo l’intervista di Silvio Berlusconi a Le Figaro, si è invece schierato con Sarkozy il premier ceco, Petr Necas, secondo cui la Francia ha “il pieno diritto di esigere che un cittadino Ue residente lavori, studi o dimostri di avere i mezzi per sostenersi”.
   Anche Umberto Bossi ha sposato la linea dura adottata dal Governo Sarkozy sulla tematica dei rom. Nonostante le critiche degli Usa e la minaccia di una procedura disciplinare da parte dell’UE, il leader del Carroccio non ha esitato a dichiarare giusta la scelta del primo ministro francese sulle espulsioni. “Sì, Sarkozy sta facendo bene sulle espulsioni. La maggior parte dei furti li fanno i rom; certo non sono il demonio, però per la gente che lavora, torna a casa e la trova buttata per aria non è molto allegro: se rubi ai ricchi è un conto, ma se rubi ai poveri quelli si incazzano”. Anche il primo ministro spagnolo, Zapatero,  ha definito «inaccettabili» le dichiarazioni della vicepresidente della Commissione Ue, Viviane Reding, che ha fatto un parallelo tra l’espulsione dei rom in Francia e quanto successo durante la seconda guerra mondiale.  Si tratta di «parole fuori luogo», ha spiegato Zapatero.
   A proposito delle dichiarazioni di Bossi, è intervenuto in maniera sarcastica il segretario del Pd Pierluigi Bersani. “Bossi, piuttosto, si preoccupi di qualche ladrone un po’ più grosso, come quelli a cui sono state aperte delle autostrade con delle norme in Parlamento. E’ una vergogna che non si riesca a governare in modo civile una piccola minoranza nomade che gira per l’Europa da mille anni. Ed è una vergogna che la politica, ad libitum, usi strumentalmente la questione per lucrarci su”.

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PARIGI-BUCAREST SOLO ANDATA

di Leonardo Martinelli, da “il Sole 24ore del 20/8/2010”

PARIGI. Ionut Balasz, 26 anni, uno dei rom rinviati ieri dalla Francia in Romania, non ha esitato a dirlo ai giornalisti che lo aspettavano all’aeroporto di Bucarest: «Certo che penso già di ritornare in Francia. Perché lì la vita è migliore che in Romania, anche quando diventiamo clandestini». Ionut ha vissuto a Grenoble negli ultimi quattro mesi, dove è passato da un lavoretto all’altro. Ha accettato di rientrare, dopo aver incassato 300 euro dalle autorità francesi (100 per i bambini). «Che tristezza – ha aggiunto – quanto si dice sul nostro conto. Ci sono quelli che rubano, è vero. Ma ci sono pure quelli che lavorano».
   Dopo che il presidente Nicolas Sarkozy aveva annunciato una vasta operazione di smantellamento dei campi nomadi a fine luglio, è ormai iniziata la «seconda fase» del programma, quella dei rimpatri: volontari, assicurano le autorità francesi, almeno per il momento. Ieri due aerei, uno partito da Parigi, l’altro da Lione, direzione Bucarest, hanno rinviato al mittente il primo gruppo di rom espulsi (93, secondo quanto comunicato ufficialmente, ma per la polizia di frontiera rumena sarebbero settanta). Oggi un altro aereo, diretto a Timisoara, ne riporterà ancora un centinaio. E voli aggiuntivi sono previsti nei giorni seguenti, perché l’obiettivo di Sarkozy è rimandare in Romania (e, in minima parte, in Bulgaria) 700 rom entro la fine del mese. E poi ancora altri a seguire.
   Malgrado i diretti interessati, i rom espulsi, una volta giunti a Bucarest ripetano senza sosta che prima o poi rifaranno il viaggio in senso inverso, a Parigi sembrano decisi a rispettare la volontà del presidente. Che alla fine di luglio si era dato tre mesi per sgomberare la metà dei campi nomadi esistenti sul territorio (in tutto 600). Finora ne sono già stati evacuati 78.

   E dopo che mercoledì Teodor Baconschi, ministro degli Esteri rumeno, aveva parlato di «derive populiste» e di «reazioni xenofobe» in Francia, ieri il presidente della Romania, Traian Basescu, ha sottolineato che «quello che sta avvenendo a Parigi dimostra la necessità di un programma di integrazione dei rom a livello europeo».

   Anche Brice Hortefeux, ministro francese degli Interni (e fedelissimo di Sarkozy) ha invitato la commissione «a utilizzare le proprie energie e i suoi crediti per programmi di integrazione sociale effettiva e durevole dei rom». Bruxelles ha risposto che sul periodo 2007-2013 sono già stati stanziati (e in parte utilizzati) 17,5 miliardi di euro per l’inserimento sociale dei rom e di altre minoranze.

   Molte critiche, d’altra parte, sono indirizzate alla Romania sull’utilizzo di questi fondi, non sempre efficace. Riguardo ai dubbi della commissione, che si chiede se l’operazione francese sia lecita o meno, Hortefeux ha ribadito: «Nessun problema. Stiamo rispettando le regole europee».

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L’ intervista – Di fronte al corso della Storia l’antropologo sogna una rivoluzione dell’ istruzione

AUGE’: «MITIZZARE IL PASSATO NON CI FA IMMAGINARE IL FUTURO»

«Globalizzazione inevitabile ma proviamo a salvare l’ individuo»

di Carlotta Niccolini, da “il Corriere della Sera” del 15/9/2010

   Quella con Marc Augé rischiava di essere una «non intervista»: anche nel mondo globalizzato e iperconnesso basta niente (la suoneria del telefono abbassata) per restare isolati. «Eh sì, un bel paradosso», dice da Parigi l’antropologo inventore dei non luoghi, recuperato in zona Cesarini prima della partenza per l’Italia. Lo studioso sarà in piazza Grande a Modena venerdì alle 18 per parlare in particolare del «Futuro come fonte di senso».

Professore, è proprio sicuro che l’esperienza del passato non possa aiutarci nella costruzione del futuro?

«Certo che serve! Ma due millenni di cristianesimo e un secolo di psicoanalisi ci hanno abituato all’idea che tutto il senso ci derivi dal passato e che dobbiamo scavare nei ricordi e nei segreti della storia per cercare la chiave dell’ avvenire».

E invece?

«Invece è importante ri-imparare a pensare il tempo senza mitizzarlo. Oggi viviamo in una specie di presente perpetuo, parliamo sempre in termini di spazio e abbiamo perso la capacità di immaginare il futuro. Eppure un futuro c’è».

In che direzione dovremmo guardare?

«La scienza sta facendo dei progressi considerevoli, accelera in continuazione. È certo che i progressi scientifici avranno delle ripercussioni metafisiche sulla nostra stessa definizione di individui anche se l’idea del progresso ci dà un po’ le vertigini, davanti a questo siamo tutti come dei piccoli Pascal».

I nostri predecessori ci hanno lasciato un mondo in piena crisi: dell’ ecologia, dell’ economia, delle idee…

«Sono teoricamente contro il pessimismo e un ottimista a lungo termine. La storia non è finita, continuerà. Del resto non è mai stata un lungo fiume tranquillo. Ci saranno tensioni, conflitti che dovremmo imparare a dominare anche a costo della violenza. Il punto è che andiamo verso un mondo sempre più ineguale (scienziati/analfabeti, poveri/ricchi), malgrado le nostre intenzioni e i nostri discorsi: è questa la globalizzazione. Da un lato bisogna accettare quello che succede (non si può andare contro la storia), dall’altro dobbiamo aggrapparci a qualche principio. E secondo me i principi sono ancora quelli (traditi) dell’Illuminismo, primo di tutti la sovranità dell’ individuo. La formazione dell’individuo è essenziale per poter entrare in relazione con gli altri: non c’è identità senza alterità».

Esiste un antidoto alla diseguaglianza progressiva?

«Io dico che occorre dare la priorità totale all’istruzione: serve una nuova rivoluzione francese su scala planetaria, anche se mi rendo conto che questa può sembrare un’utopia».

Nella società «liquida» e post-ideologica, la religione continua a essere un punto di riferimento.

«Il paradosso è che oggi più si sviluppano le nostre conoscenze scientifiche, più si sviluppano le forme più superstiziose e violente delle religioni monoteiste. La religione può dare delle speranze ai più deboli, alla massa degli esclusi e anche generare odio (le guerre di religione non sono certo nate oggi). Soprattutto nell’Islam esistono forme violente che si basano sull’esclusione di una parte dell’ umanità. Non credo che oggi nessuna religione porti una parola ragionevole sulla condizione del mondo».

Recentemente lei ha riflettuto sul concetto di «frontiera» come nozione positiva. Certo in Francia la «nozione» sta creando qualche problema…

«Tutti mi chiedono di Sarkozy! Diciamo che le agitazioni provocate dalle sue ultime uscite (l’ espulsione dei rom, ndr) mi fanno un po’ vergognare. Non si può andare contro Schengen e a lungo termine questi exploit non avranno conseguenze. Nei sistemi non totalitari una frontiera non è una barriera: è un ostacolo simbolico, un invito a passare nell’altro campo». (Carlotta Niccolini)

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IL CASO ROM SUL TAVOLO DI BRUXELLES. SCONTRO ACCESO TRA SARKO’ E BARROSO

Resta alta la tensione sui rimpatri – Berlusconi: prima di criticare – bisogna consultare tutti i Paesi

da “la Stampa.it” – BRUXELLES. Lo scontro sui Rom ha infiammato quello che doveva essere un tranquillo vertice Ue di fine estate su Patto di stabilità e politica estera comune. A pranzo, quando il caso è finito sul tavolo dei leader dei Ventisette.

   Nicolas Sarkozy e Josè Manuel Barroso si sono lanciati in un’accesa discussione sulla politica dei rimpatri di Parigi, al centro di una possibile procedura d’infrazione da parte della Commissione europea. Dopo il durissimo confronto verbale, quasi terapeutico dopo «la ferita» inferta a Parigi dall’attacco del commissario alla Giustizia, Viviane Reding, i protagonisti hanno provato con fatica a smorzare i toni, rimandando a un prossimo vertice dell’Ue di discutere della strategia europea sui Rom.
   Il titolare dell’Eliseo ha avvertito che il suo governo continuerà a smantellare «i campi illegali» sul proprio territorio, ma ha assicurato che la Francia «continuerà a essere terra d’accoglienza per gli esiliati d’Europa».  «La Francia ha agito e continuerà ad agire nello spirito della direttiva europea», ha sottolineato Sarkozy.

   Nella conferenza stampa finale, Sarkozy ha definito «oltraggioso» il paragone tra le espulsioni dei Rom e le deportazioni della Seconda guerra mondiale adombrato dalla Reding. «È profondamente scioccante vedere qualcuno parlare in questo modo, fare semplificazioni di questo tipo che hanno ferito e sconvolto i miei cittadini». Sarkò ha assicurato di aver ricevuto il sostegno di Silvio Berlusconi («siamo d’accordo») e di Angela Merkel. Su quest’ultima ha riferito che è intenzione della cancelliera «avviare gli sgombri dei campi in Germania», ipotesi peraltro smentita da fonti tedesche.
   Per l’Italia «è necessaria una forte politica europea in materia di immigrazione e di circolazione delle persone, improntata al rispetto delle leggi, al principio della solidarietà dei Paesi membri e al principio di leale collaborazione tra istituzioni comunitarie e Stati membri». Il premier Berlusconi, arrivato in ritardo per un problema all’aereo, non ha rilasciato dichiarazioni, ma una nota della Farnesina ha auspicato che vi sia «una pazienta consultazione della Commissione con gli Stati prima di iniziative che possano sembrare improntate a critiche o contestazione di comportamenti».

   Nella conferenza stampa Barroso ha invitato «a mettersi alle spalle questa storia» e a lavorare, «perché è il modo migliore di affrontare le questioni». «Bisogna evitare retorica inutile che non fa bene a nessuno», ha affermato il presidente della Commissione Ue ricordando come la Reding si sia scusata per il parallelo con la Seconda guerra mondiale.
   Il presidente del Consiglio dell’Ue, Herman Van Rompuy, ha affermato che «le relazioni tra istituzioni europee e Stati membri devono essere ispirate al rispetto». La Merkel ha ribadito di considerare eccessivi i toni usati alla Reding, ma il cancelliere tedesco ha aggiunto di aver detto «molto chiaramente che la Commissione Ue ha il diritto e l’obbligo di verificare se gli Stati membri rispettano le regole comunitarie». Per il premier spagnolo, Josè Luis Zapatero, la Commissione ha mancato di rispetto alla Francia. Il capo del governo ceco, Petr Necas, si è schierato decisamente con Parigi, affermando che ha «il pieno diritto di esigere che un cittadino Ue residente nel suo Paese lavori, studi o dimostri di avere i mezzi per sostenersi».

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LA MEMORIA: ECCO LO STERMINIO DEI ROM

La “soluzione finale” decretata nel 1942. Ma per anni lo sterminio fu negato. La preghiera di Giovanni Paolo II per i “fratelli e sorelle zingari”. Gli ebrei: un posto accanto a noi.

di Alberto Bobbio, da “FAMIGLIA CRISTIANA” del 27/08/2010

   E’ uno sterminio dimenticato, ma per anni fu addirittura negato. L’evocazione della memoria sparita dell’olocausto degli zingari, denunciata da monsignor Agostino Marchetto, riporta d’attualità una pagina tragica. I primi zingari vengono deportati a Dachau nel 1936. L’accusa: renitenti al lavoro. Con l’occupazione della Polonia nel 1939 i rom vengono chiusi nei ghetti insieme agli ebrei. Nel 1941 5mila zingari austriaci vengono deportati nel ghetto polacco di Lodz. Decimati dal tifo i superstiti nel giro di qualche mese vengono uccisi nella camera a gas del sottocampo di Chelmo. Anche gli altri regimi filonazisti d’Europa si dedicano llo sterminio degli zingari. 

bambini zingari a Birkenau

    Nella Francia di Vichy i rom vennero raccolti in sedici campi, anticamere di Auschwitz. In Jugoslavia il regime degli ustascia, i fascisti croati, liquidarono quasi tutti i rom: 336 bambini con meno di 11 anni vennero uccisi nel campo di rieducazione di Jastrebaskro tra l’aprile 1941 e il giugno 1942. In Italia l’11 settembre 1940 il ministero dell’Interno dava disposizioni perché gli zingari di origine italiana venissero rastrellati e sottoposti a sorveglianza in ogni provincia. Quando l’Italia annette la Slovenia i rom sloveni vengono portati in due campi di concentramento in Italia: a Tossicia in Abruzzo e ad Agnone in Molise. Ma dopo l’8 settembre 1943 i carabinieri non li consegnano ai tedeschi, ma li lasciano liberi.
   Il decreto per la “soluzione finale” degli zingari venne firmato da Himmler il 16 dicembre 1942. Ad Auschwitz-Birkenau una zona del campo è destinata alle famiglie zingare. Gli zingari fanno resistenza, non  vogliono essere uccisi. Nel suo diario il comandante di Auschwitz Rudolf Hoess scrive: “Non è stato facile farli entrare nelle camere a gas”. Nel 1944 ad aprile le SS decidono la soppressione del campo zingari a Birkenau. La notte del 2 aprile gli ultimi 2897 zingari vengono uccisi nelle camere a gas e bruciati nei forni crematori. Monsignor Giuseppe Beran, futuro cardinale e arcivescovo di Praga, detenuto nel campo di Dachau, disse alla fine della guerra che “gli zingari sono morti pregando e perdonando”.
  Giovanni Paolo II nel 1993 si rivolse agli zingari ricordando Auschwitz come il “Golgota dei nostri tempi”: “Con profonda commozione e venerazione mi inginocchio su quella terra che nasconde in sè le ceneri del genocidio nazista, ricordando in maniera particolare la tragica morte di fratelli e sorelle zingari, prigionieri nel campo di concentramento di Auschiwtz-Birkenau. Lo ho fatto più volte come metropolita di Cracovia, oggi lo faccio come Papa”. Anche Benedetto XVI in pellegrinaggio nel lager nel 2006 ha ricordato lo sterminio del popolo rom. Sergio Luzzato, uno dei leader delle comunità ebraiche italiane, ha scritto nella prefazione del libro di Guenter Lewy, che ricostruisce minuziosamente l’olocausto dei rom ( “La persecuzione nazista degli zingari” – Einaudi, 25 euro) che “gli zingari sterminati dai nazisti meriterebbero di condividere, nella memoria, un posto accanto agli ebrei”.

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ESPULSIONI DEI ROM, L’UE METTE LA FRANCIA SOTTO CONTROLLO

Di Marco Zatterin, da “LA STAMPA” di giovedì 2 settembre 2010

BRUXELLES – Ci sono almeno sei conti che non tornano all`Ue nel dossier dei rom espulsi dalla Francia, sei possibili fonti di infrazione al diritto comunitario che vanno chiarite. Bruxelles vuol essere certa che, nello smantellare i 108, campi con i loro 979 nomadi, Parigi abbia agito «caso per caso», come prevede la norma sulla libera circolazione dei cittadini europei.

   La sua azione, legittima se nel rispetto dei Trattati, potrebbe essere autorizzata a condizione che ogni garanzia procedurale sia stata applicata, dunque a valle di una delibera motivata e scritta. Cruciale è che l`esodo sia stato realmente «volontario», che le misure non si siano rivolte solo ai gitani, che non sia stata una cacciata «collettiva» e che i diritti dei minori siano stati esaminati.

   Tutto questo la Commissione non lo sa, non ancora. Ieri l`esecutivo comunitario ha discusso l`analisi giuridica preliminare scritta dai servizi di Viviane Reding (responsabile per i diritti) e di Cecilia Malmstróm (Immigrazione). Il documento interno, di cui La Stampa ha visto una copia, apre la porta alla richiesta di chiarimenti ulteriori ai francesi. Evidentemente, il colloquio con il ministro dell`Immigrazione Besson di martedì non è risultato conclusivo; domani si terrà un altro vertice tecnico. A Palazzo Berlaymont hanno fretta di far luce sulla vicenda.

   Le venticinque pagine del rapporto di Bruxelles delineano anzitutto il terreno di gioco. La «responsabilità primaria dell`ordine pubblico è degli Stati precisa il testo – ma non è incondizionata». Ci sono le norme sul movimento delle persone (direttiva 2008/38), secondo cui le espulsioni possono avvenire, a determinate condizioni, per chi risiede più di tre mesi in un Paese e costituisce un rischio per la sicurezza pubblica o non sia economicamente attivo. Poi c`è la Carta sociale dei diritti fondamentali che bandisce la discriminazione per razza o etnia.

   Le possibili violazioni francesi in cui germogliano i dubbi di Bruxelles nascono dalla combinazione dei due strumenti di diritto. «Il comportamento delle autorità francesi è conciliabile con le regole Ue solo se i cittadini comunitari, dopo un esame “caso per caso” basato sulla condotta personale, rappresentino una minaccia per l`ordine pubblico o un gravame per lo stato sociale». Allo stesso modo, Parigi ha ragione se «le garanzie personali sono state applicate appieno».

   Qui il problema diventa più grosso. Già nel 2008 la Commissione ha avvertito la Francia che la trasposizione della direttiva sulla libera circolazione non era soddisfacente, in particolare poiché il testo «non esprimeva esplicitamente l`obbligo di esaminare le circostanze personali, quali durata del soggiorno, età, stato di salute e livello d`integrazione». Nonostante un lungo carteggio bilaterale, la questione è aperta. Un`incognita grave, alla stregua delle spiegazioni sui ritorni volontari: «Il fatto che siano stati pagati non è sufficiente a far dire che i rimpatri rispettino le regole».

   Si arriva così ai diritti fondamentali, altri tre ostacoli alti. Bruxelles dice che la Francia è in regola se le misure hanno riguardato in modo eguale tutti i cittadini Ue e non solo i rom; se le espulsioni non sono state collettive; se i bambini sono stati rispettati.

   Risulta che Besson, nell`affermare il generale rispetto del quadro comunitario, abbia assicurato che i rimpatri non sono stati mirati a un tipo di nomade, attestazione che conforta la Commissione, anche se corregge la linea illustrata da Sarkozy in luglio. Andrà verificata, si dice a Bruxelles. Ovviamente, come tutto il resto.

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ROMANIA, IL MESTO RIENTRO DEI GITANI. TROPPO FACILE PRENDERSELA CON NOI

di Renato Caprile, da “la Repubblica” del 28/8/2010

BARBULESTI (ROMANIA) – Non ci sono né telecamere né giornalisti al vecchio aeroporto Banesa di Bucarest. L’arrivo degli ultimi 283 rom rimpatriati dalla Francia è evidentemente una non notizia per i media locali. Tanto ripartiranno, si dice.

   E comunque meglio fuori che qui. Ecco perché nel vecchio scalo ci sono solo poliziotti, quasi a rimarcare l’indifferenza dei romeni per una storia che sta invece indignando l’Europa. I due charter della Blue Air, partiti da Lione e Parigi, atterrano alle 16 in punto. Una cinquantina di minuti dopo una folla, composta in prevalenza da donne e bambini, riprende mestamente la via di casa, che è una parola grossa per chi una casa non ce l’ha mai avuta.

   Più giusto dire la via del ritorno al misero borgo dal quale si sono mossi o fuggiti. Come Barbulesti, che è soltanto uno dei tanti villaggi a stragrande maggioranza gitana sulla strada che porta a Costanza e al mare del litorale romeno. A cinquantasette chilometri dalla capitale, a distanza di sicurezza cioè, alla periferia di una media città che si chiama Urziceni.

   Mentre i rimpatriati caricano le loro borse su auto e pulmini di fortuna, parte qualche sfottò: «Non fate quelle facce, in fondo Sarkozy vi ha soltanto pagato le vacanze». E giù risate. Loro incassano, per stanchezza o abitudine, forse.

   Qualcuno come Marian vorrebbe invece reagire, ma l’imponente presenza di forze dell’ordine per fortuna lo fa desistere. «Sono stufo – sbotta – è sempre la stessa storia, Qui, in Italia o in Francia siamo di troppo, zavorra di cui liberarsi». Eppure Marian, 28 anni, 4 figli, a Montpellier un lavoro l’aveva. Raccoglieva ferraglia e altro materiale di scarto che poi rivendeva. Niente di che, ma sette-ottocento euro per mantenere la sua famiglia riuscivaa metterli insieme ogni mese. Adesso non sa come farà a sopravvivere con i settanta euro scarsi dell’ assistenza sociale.

   «Che delusione la Francia – dice – e che delusione il presidente francese. Da uno come lui, che ha origini ungheresi, non me lo sarei mai aspettato. Se l’è presa con noi perché sapeva che non avremmo alzato barricate. Una mossa elettorale a costo zero. Se avesse tentato di buttare fuori gli arabi, tempo tre settimane gli avrebbero incendiato il paese. Con noi rom invece è bastata una mancia. Ma se pensa di aver risolto il problema si sbaglia. Molti ritorneranno, perché non hanno scelta, anche se i politici di qui se ne fregano di noi».

   Dice il vero, Marian. Non ci sono state levate scudi contro la Francia nei palazzi del potere di Bucarest. Anche Traian Basescu, il presidente che ha fama di uno che non le manda a dire, si è guardato bene dall’attaccare Sarkozy, gli ha soltanto ricordato che i romeni sono cittadini europei e come tali vanno rispettati. Il minimo sindacale, dunque. Il resto è il solito ritornello polticamente corretto, stancamente riproposto da intellettuali e ong varie: i rom sono un problema europeo che la Comunità nel suo insieme deve affrontare e risolvere.

   La verità è che bisognerebbe farsi un giro in villaggi come Barbulesti, sette-ottomila abitanti, tutti rom ad eccezione di una decina di famiglie, per capire perché chi ci vive è portato a venirne via con ogni mezzo. Consultorio, ufficio di polizia e municipio sono all’ingresso del paese sull’unica strada asfaltata. Il resto è sterrato su cui si affacciano case di mattoni grezzi che nessuno ha pensato di intonacare. Senza fogne né acqua né luce. L’ unico edificio degno di questo nome è la villona rossa del più ricco del paese, un usuraio, che in quel contesto degradato ha come l’aria di essere il palazzo reale. Lontano e inavvicinabile.

   Crisantema Baicu, 34 anni, 4 figli, marito in galera, stava a Grenoble – «Sì mendicavo, cos’altro potevo fare?» – prima che fosse costretta ad accettare la proposta francese. «Ma non parlatemi di rimpatrio volontario, perché non sarò tanto brava con le parole, ma non sono scema. Prima, qualche mese fa hanno cominciato con le minacce: vi distruggeremo il campo se non ve ne andare. Che potevano fare? Ci siamo spostati: una, due, tre volte. Poi il campo ce l’hanno distrutto davvero, e quindi siamo stati costretti ad accettare i loro soldi e a partire. Ma ritorno, in qualche modo devo pur sfamarli», dice indicando i tre figli, il più piccolo dei quali ha appena due anni.

   Per Nicolae, 47 anni, 12 figli, anche lui arrivato da Grenoble, il ritorno a Barbulesti ha il sapore della deportazione. Lui non ha preso nemmeno i soldi, è stato espulso senza tanti complimenti per un qualche reato di cui non gli va di parlare. Non sa leggere, non ha un lei (la moneta locale), ma dice che vuole rivolgersi a un tribunale per avere giustizia. Dragan Costica a sentire la parola giustizia sbotta in una fragorosa risata. «Ma quale giustizia? Per gli altri forse, ma per noi è una parola senza significato. Prendete me, sono un bravo artigiano del ferro, potrei fare anche il fabbro, a 54 anni ho perso ogni speranza di trovare un lavoro normale. Per cui non posso che vivere di espedienti». – RENATO CAPRILE 

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