VIGNETI e PESTICIDI: la vendemmia e il processo di produzione dall’uva al vino, che diventa sempre più solo business – l’Agroalimentare che deve accettare l’improrogabile sfida della qualità (con prodotti tipici, non inquinati e nel rispetto della salute delle persone e della natura)

le colline del vino prosecco nell’alto trevigiano tra Valdobbiadene e Conegliano

   Se vi capita di passare per Vidor, paesino dell’Alto Trevigiano, in Veneto, tra splendide colline subalpine in zona pedemontana, terra del prosecco tra Valdobbiadene e Conegliano, e, in bici o a piedi, inoltrarvi in uno dei percorsi storico-naturalistici che lì vi sono (come quello denominato “dal sacro al pro..secco”) incontrerete cartelli che vietano il transito tra aprile ed agosto a causa dei “trattamenti fitosanitari alle coltivazioni”… (percorsi naturalistici… !?!)

   Forme di agricoltura, vigneti di vino pregiato cosiddetto “Docg” (denominazione di origine controllata e garantita), in questo caso di produzione di vino bianco “prosecco”, che sono più pericolosi (per viverci, lavorarci o solo transitarci a piedi o in bici) di un’industria chimica. Spesso i fitofarmaci, i pesticidi vengono irrorati sui vigneti con l’elicottero, lasciando immaginare che effetti possano avere per i vicini centri abitati, o le case sparse diffuse lungo la strade, tipico paesaggio urbano della parte centrale del Veneto. E ora incominciano a farsi sentire le proteste. Episodi (quelli dell’inquinamento da fitofarmaci, pesticidi) che probabilmente riguardano molte parti d’Italia e non solo, ma per una volta,  a mo’ di esempio ci concentriamo su quest’area del prosecco, nel Trevigiano.

l'elicottero che irrora fitofarmaci, pesticidi...

   Il problema dello sviluppo di un’agricoltura chimica portata alle conseguenze estreme (l’uso dell’elicottero per irrorare le coltivazioni, in questo caso la produzione dell’uva e poi del vino, quasi si fosse nelle sterminate e desertiche farmers americane…) non è “solo” per l’inquinamento del prodotto che poi si consuma (il vino), o per il rischi alla salute delle popolazioni che lì vi abitano stabilmente (in specie i bambini, come potete leggere nell’articolo che segue…), o degli agricoltori, vittime loro stessi dell’uso irrazionale di veleni. Il problema è anche “a valle”. Ad esempio, a sud di Valdobbiadene-Vidor e di quella fascia pedemontana, a ridosso del fiume Piave, esiste uno splendido esempio di centinaia di ettari di campi denominati “Palù”, nome derivato appunto dall’essere stati terreni paludosi in antichità, e che una splendida opera paziente di frati cistercensi, poco oltre l’anno mille, li ha bonificati rendendoli terreni integrati a un sistema di coltivazione misto dato da foraggio, piante di basso, medio e alto fusto (medicinali, frutta, legna) oltreché con fossi una volta adibiti all’allevamento ittico. Ebbene, le coltivazioni in forma intensiva a nord (nelle terre coltivate per il prosecco) con una forte agricoltura chimica, richiedono una tale quantità d’acqua che ha messo in crisi questi terreni umidi (Palù), togliendo loro una buona parte delle risorse idriche necessarie.

   Insomma l’uso esagerato della chimica in agricoltura è di per sè elemento di danno a molti livelli. La proposta che viene in alcune parti d’Italia di un marchio questo sì potremmo definirlo “docg”, cioè  «Residuo Zero: no diserbanti, concimi e pesticidi di sintesi» è, crediamo, la grande scommessa non del futuro ma del presente. Dobbiamo pensarci subito a questo: bisogna incentivare gli agricoltori e i viticoltori a trattare i campi ed i vigneti con prodotti naturali o, comunque, non nocivi per l’uomo e l’ambiente. E per le zone di cui stiamo parlando significa anche difendere dalle malattie le proprie viti di prosecco Docg con prodotti naturali e fitoterapici ad impatto nocivo zero per il territorio.

   Ci sono prodotti alternativi ai fitofarmaci convenzionali. Si può produrre il vino con prodotti naturali senza inquinare terra, aria e acqua, senza minare la salute di flora e fauna e, senza intaccare pure la salute della gente che lì vicino vive e, pure, dell’agricoltore, il primo ad entrare in contatto o a respirare ciò che utilizza sulle piante. E su questo prevale la possibilità (necessità) del diffondersi di un agricoltura biologica.

   Biologico non solo come più sano e sostenibile, ma anche come uno standard di prodotto sia in termini di qualità che di sapore. Supermercati, enoteche, ristoranti, sono sommersi di vini di tutti i prezzi e tipologia e nel disorientamento generale, cresce l’interesse dei consumatori verso vini a “più alto valore intrinseco” in termini di storia, tradizioni e territorio (questo dicono gli esperti). Quello della viticoltura come business chimico-industriale sta portando (ha già portato) a superare ogni livello di equilibrio: saperi tradizionali quasi del tutto dimenticati, tutto orientato alla massima produzione.

   Pensare a un’agricoltura biologica (e meglio ancora biodinamica) diventa pertanto anche la possibilità di difesa del territorio, della salute di chi produce e di chi consuma, e un’opzione assai interessante anche per un’economia presente e futura virtuosa. In Italia attualmente sono coltivati circa 30.000 ettari di vigneto biologico a circa 10mila aziende viticole situate per lo più nel centro sud, anche se importanti produttori si trovano nel Veneto orientale.

   La riconversione dell’agricoltura in una pratica sana e per prodotti di qualità incontra però pressioni assai contrarie: agricoltori a volte irremovibili e multinazionali (che producono i pesticidi) assai influenti. Ma, per un cambiamento, se non ora, quando?

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VIGNETI, PESTICIDI E TUMORI

Pesticidi sui vigneti, genitori in Procura

ALLARME DEL WWF: nei Comuni Docg i tumori cresciuti, come i fitofarmaci

di Elisa Giraud, da “il Gazzettino” del 18/9/2010

   «I pesticidi usati nei vigneti fanno male ai nostri bambini, fermateli». È la sintesi dell’esposto alla Procura di Treviso – corredato da un ampio dossier contenente dati, foto e documenti – che alcune decine di genitori degli alunni che frequentano le scuole di Vidor e Bigolino sono decisi a presentare. «I nostri figli frequentano le scuole elementari dei due paesi produttori di Prosecco. Stanno almeno 8 ore al giorno nei locali che confinano con i vigneti dove, periodicamente, vengono riversate sostanze maleodoranti e irritanti». I genitori lamentano per i bimbi sintomi quali bruciore agli occhi, fastidi alla gola, ma ad allarmarli sono soprattutto i dati sull’aumento dei casi di forme leucemiche (anche nei bambini).
      «Con la nostra iniziativa legale (assistiti dall’avvocato Nicola Todeschini) vogliamo segnalare questa situazione – spiega Luciano Bortolamiol, portavoce del gruppo ambientalistico “Martin Pescatore” e tra i firmatari dell’esposto – ed inoltre ottenere garanzie per la nostra salute visto che spesso veniamo letteralmente lavati dalle sostanze sparate dagli elicotteri e dagli atomizzatori».
      Fra le richieste dei genitori c’è l’installazione di una centralina di “rilevamento aria”, ma anche «che i bambini vengano sottoposti a esami delle urine per capirea se stanno accumulando sostanze tossiche». Chiedono poi barriere protettive (siepi o teli in plastica) e che le scuole osservino regole precise come non far uscire in cortile durante il periodo dei trattamenti fitosanitari». L’allarme sulla rapporto tra fitofarmaci e tumori è stato ribadito l’altra sera a Conegliano da Gianluigi Salvador, portavoce del Wwf Treviso, nell’incontro pubblico al Dina Orsi: «Dai dati ufficiali si rileva che nel territorio dell’Uls7 (che comprende 13 dei 15 Comuni che si fregiano della produzione Docg), l’incidenza delle neoplasie maligne – ovvero i tumori più pericolosi – dal 2007 ad oggi, è aumentata in relazione all’aumento di vendite dei pesticidi».
      E Salvador snocciola: «Più 4,4% nel 2008, + 5,5 lo scorso anno. Si rischia una pandemia silenziosa come dimostrano gli studi del prof. Soffritti (Centro ricerche prevenzione cancro Fondazione Ramazzini) e del prof. Mantovani dell’Istituto di sanità.
      Inviti alla moderazione arrivano da Giancarlo Vettorello, direttore Consorzio Tutela Conegliano-Valdobbiadene docg: «Attenzione a non far di ogni erba un fascio. Non si possono collegare i tumori ai trattamenti». Il Consorzio ribadisce di fare opera di informazione ai propri associati sui fitofarmaci utilizzabili. «Ma sui loro bollettini sono indicate anche le sostanze classificate come cancerogene – conclude Bortolamiol – come il mancozeb e il glifosate». Un secondo incontro (o un altro round?) sullo stesso tema è previsto fra meno di due settimane: venerdì 1° ottobre a Pieve di Soligo.

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S.VENDEMIANO – «QUANDO SPARGONO TUTTI QUEI “VELENI” NON SI ESCE DI CASA»

dal Gazzettino del 18/9/2010

S. VENDEMIANO – (el.gir.) Tanti i genitori che giovedì sera hanno partecipato all’incontro “Vigneti, pesticidi e tumori” in cerca di risposte ai dubbi sulla salute dei bambini. Preoccupa la testimonianza di una mamma di San Vendemiano: tre figlie piccole e la casa che confina con un vigneto: «In certi periodi dell’anno, non possono giocare in giardino perché si irritano subito la gola. Quest’estate la più piccola è corsa in mezzo al vigneto: quando è rientrata aveva un odore acre di zolfo. L’abbiamo lavata e cambiata ma l’odore è rimasto. Il vigneto è di un giovane coltivatore, padre di 3 bambini. Io rispetto il suo lavoro, ma quando lo vedo bardato come un marziano per spargere le sostanze, mi chiedo se sia adeguatamente informato sui prodotti che usa». Cerca risposte per valutare la situazione: Wwf e produttori dicono esattamente l’opposto sul tema spinoso dei pesticidi.

I PRODUTTORI DI PROSECCO: «BRUCIORE AGLI OCCHI? È LO ZOLFO: INNOCUO»

(d.b.) Al Wwf e anche al parroco di Colbertaldo don Antonio Moretto (che durante una predica domenicale mise in guardia dai pesticidi usati in zona) risponde il n.1 del Consorzio di Tutela del Prosecco Franco Adami: «Tutti i viticoltori della Sinistra Piave usano sempre prodotti approvati dal ministero della Sanità. Inoltre vengono formati da esperti frequentando corsi e ottenendo regolare patentino senza il quale i consorzi non consegnano loro i prodotti».

   Adami ricorda inoltre che le uve coltivate in collina hanno trattamenti molto più leggeri: «Essendoci meno umidità la vite è più sana, noi comunque usiamo solo prodotti di classe 3 e 4, studiati per non incidere sull’ecosistema. Chi abita vicino ai vigneti si lamenta dei bruciori agli occhi? È lo zolfo, una delle sostanze più usate in viticoltura e innocua. Purtroppo questa campagna ci crea danni enormi senza alcun fondamento».

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La protesta

«PROSECCO, PESTICIDI SULLE CASE» E SUI COLLI SCOPPIA LA RIVOLTA

Denuncia con duemila firme. – Il sindaco di Vidor: «Una lobby mette a rischio la salute»

di Ingrid Feltrin, da “il Corriere del Veneto” del 11/8/2010

VIDOR— Prosecco sotto accusa: i trattamenti chimici effettuati sui vigneti fanno paura. Bruciore agli occhi e fastidio alla gola sono i sintomi più frequenti tra la popolazione, ma la gente teme che i danni alla salute possano essere ben più seri.

   In Pedemontana si è costituito un gruppo di cittadini preoccupati per l’eccessiva vicinanza dei vigneti a case e scuole: è stata avviata una petizione per chiedere ai sindaci dei Comuni interessati e all’Arpav – l’Agenzia per la protezione dell’amiente – di intervenire.

   «Le condizioni di vita dove risiedo con la mia famiglia, a causa dei trattamenti chimici operati sui vigneti, sono inaccettabili – si legge nel documento -. Non si possono aprire le finestre, non si possono stendere abiti lavati ad asciugare, non si può utilizzare il cortile o il giardino, non si può passeggiare liberamente sulle strade pubbliche a causa del forte odore. Sulle strade, capita sovente di essere letteralmente lavati dalle sostanze diffuse dall’elicottero o dagli atomizzatori – e conclude – Temo che l’esposizione forzata e prolungata nel tempo a tali sostanze possa danneggiare seriamente la mia salute e quella dei miei familiari».

   Una denuncia che fino ad ora è stata sottoscritta da quasi duemila cittadini, che si dicono preoccupati anche per «l’interazione tra i veleni dei vigneti ed i farmaci che molte persone sono costrette ad assumere quotidianamente per problemi di salute – spiega l’ingegner Luciano Bortolamiol di Vidor, tra i promotori dell’iniziativa -. Si rischia di sottoporre la popolazione ad una miscela esplosiva di farmaci e veleni. In tutte le schede di sicurezza, si raccomanda di tenere le sostanze lontano dalla portata dai bambini e di irrorare il prodotto usando tuta, maschera ed occhiali. Ma cosa accade ai bimbi che giocano nel cortile di casa o, peggio ancora, nel giardino della scuola elementare di Bigolino o di Vidor, quando passa il “palombaro” con il trattore e la nube di veleni?».

   Sulla questione il Wwf riporta che nel 2009 le patologie neoplastiche maligne, nei Comuni dell’Usl 7, hanno sfiorato i 10 mila casi e che i tumori maligni sono la prima causa di morte negli adulti tra i 25 e 64 anni, nonché tra i bambini tra gli 1 e i 4 anni.

   Dati che allarmano anche gli amministratori pubblici, tant’è che Albino Cordiali, sindaco di Vidor, dice: «Non passa giorno senza che dei cittadini si rivolgano al Comune per chiedere aiuto. Purtroppo spesso manca il buonsenso, ci sono produttori che irrorano quantità superiori al necessario pensando solo al profitto. Se poi l’operazione è compiuta con l’elicottero allora è impossibile sfuggire alle sostanze.

   Insieme ai 15 Comuni del Prosecco Docg stiamo studiando un regolamento ma le pressioni sono tante, gli agricoltori sono irremovibili e le multinazionali che producono i pesticidi sono dei colossi: temo che la situazione sia destinata solo a peggiorare. Noi amministratori pubblici assistiamo impotenti al deteriorasi della salute pubblica» (Ingrid Feltrin)

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CINQUE VIGNETI CON I PRODOTTI BIOLOGICI

di Glauco Zuan, da “la Tribuna di Treviso” del 19/9/2010

  PIEVE DI SOLIGO. Un fondo regionale di sostegno per incentivare gli agricoltori ed, in particolare, i viticoltori a trattare i campi ed i vigneti con prodotti naturali o, comunque, non nocivi per l’uomo e l’ambiente. Ovvero un contributo per la rottamazione di pesticidi e fitofarmaci tradizionali e il passaggio ai prodotti biologici.

   Questa la proposta della fondazione «Amica madre terra» di Pieve di Soligo all’indomani del positivo esperimento condotto, in collaborazione con il Consorzio agrario di Treviso e Belluno, su cinque vigneti del Quartier del Piave. In primavera, infatti, cinque aziende vitivinicole di Collalto, Follina, Refrontolo e Solighetto avevano accettato la proposta della fondazione presieduta da Pierantonio Callegher di difendere dalla malattie le proprie viti di prosecco Docg con prodotti naturali e fitoterapici ad impatto nocivo zero per il territorio.

   E nei giorni scorsi, nonostante una primavera e una estate particolarmente piovose, nei cinque vigneti si è regolarmente vendemmiato, senza problemi, l’uva non trattata. «Si tenga presente che la nostra fondazione “Amica madre terra” – spiega il presidente Callegher – aveva garantito il sostegno economico ad integrazione dell’eventuale mancata produzione o perdita di valore dell’uva, cioè nel caso gli acini prodotti alla vendemmia non risultassero di qualità conforme agli standard di mercato convenzionali.

   Ma non è stato necessario metter mano al portafoglio – spiega l’imprenditore agricolo pievigino, già esponente della Coldiretti – dato che l’uva prodotta è di ottima qualità e sanità, con assenza di marciume o altri difetti sanitari. Questo dimostra che ci sono prodotti alternativi ai fitofarmaci convenzionali.

   I prodotti naturali da noi testati dimostrano che si può produrre prosecco senza inquinare terra, aria e acqua – chiude Callegher, presente di persona alle vendemmie – senza minare la salute di flora e fauna e, non dimentichiamolo, dell’agricoltore, il primo cittadino ad entrare in contatto o a respirare ciò che utilizza sulle piante».

   Alla vendemmia in località «Case Barisan» di Collalto era presente anche Emanuele Barattin, presidente del Consorzio agrario di Treviso e Belluno, cooperativa agricola con oltre 8 mila soci e con 52 filiali di vendita tra il trevigiano e il bellunese, che da tempo ha fatto la scelta strategica di proporre agli agricoltori locali i prodotti a residuo zero.

   «E’ nostro dovere operare a favore dell’ambiente e di chi in esso ci vive – ribadisce Barattin – Da tempo il nostro consorzio propone questi prodotti ecologici che, come abbiamo visto anche nei vigneti testati dalla fondazione “Amica madre terra”, danno ottimi risultati produttivi, tutelando la salute degli operatori agricoli. Che ripeto – chiude il presidente della cooperativa interprovinciale – sono i primi ad essere interessati alla possibilità di usare prodotti sani e garantiti, salvaguardando la propria vita e, quindi, quella di tutti i cittadini. Per questo il consorzio batterà sempre di più questa strada di vero progresso sostenibile». Magari, come suggerisce Callegher agli amministratori pubblici veneti, attraverso fondi a sostegno del passaggio al biologico. – (Glauco Zuan)

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VINI NATURALI, BOOM IN TUTTO IL MONDO: BOTTIGLIE UNICHE NELLA CARTA DEI RISTORANTI TOP 

da AFFARI E  FINANZA del 29/3/2010

   «La trasformazione delle colture e delle viti da tradizionali a biologiche, e quindi a biodinamiche a marchio Demeter, ci ha richiesto un lungo lavoro durato circa 5 anni. La coltivazione biodinamica ha dimostrato nel tempo che la qualità del vino non può che migliorare rispetto al modello tradizionale, e che solo così avviene davvero la valorizzazione di un territorio – la sua terra, la sua esposizione al sole, il suo clima – all’ interno di un vino, rendendolo riconoscibile e unico. I riconoscimenti internazionali che i nostri vini hanno avuto lo testimoniano».

   Giorgio Rossi Cairo, presidente di Value Partners, nel 2003 ha comprato e rilanciato La Raia, di Novi Ligure, gestita dalla figlia Caterina e dal suo compagno Tom Dean. Personaggio molto autorevole del mondo industriale e finanziario, ha 110 ettari fra campi, vigneti e boschi di cui 32 a Gavi e Barbera biodinamici, una scelta estrema, ancora più radicale della viticoltura biologica, con una cantina realizzata secondo i principi del risparmio energetico e a basso impatto ambientale.

   Oggi esporta in Europa oltre il 40% della sua produzione e sta incontrando un crescente interesse per i suoi vini “di boutique” oltre che in Germania, Svizzera e Inghilterra anche negli Usa, dove ha conquistato i ristoranti top: «Poter ordinare un bicchiere di La Raia a Soho, da Falai, confesso che è stato un vero piacere per un piccolo produttore di qualità come siamo noi».

   In Usa, secondo «What’ s hot», condotta tra oltre 1800 chef della Federazione Culinaria Americana, i prodotti biologici sono stati definiti la tendenza di maggior successo del 2010 nel settore della ristorazione e il vino biologico è tra questi. Ma il trend più rilevante è che tanto gli addetti ai lavori quanto i consumatori hanno capito che bio non è solo più sano e sostenibile, bensì uno standard di prodotto sia in termini di qualità che di sapore.

   L’hanno capito anche i critici delle guide, che cominciano a guardare con interesse alle etichette bio. «Il vino biodinamico valorizza il legame territorio bottiglia e in questa fase di globalizzazione fa aumentare la competitività delle nostre etichette», sostiene Nicola Rossi, economista e senatore Pd, che, insieme al fratello Fabrizio, agronomo, fa anche il viticoltore nella sua tenuta Cefalicchio, in Puglia, dove Nero di Troia, Moscato di Trani e altri vitigni pregiati crescono tra boschi e una cantina con produzione tutta a marchio Demeter. Partito cinque anni fa, un lillipuzziano rispetto ai giganti internazionali, vende la maggior parte all’estero. E cresce, nonostante la crisi:«La scelta di non esagerare con i prezzi ha premiato in questa fase negativa», spiega Rossi.

   Supermercati, enoteche, ristoranti, sono sommersi di vini di tutti i prezzi e tipologia. Nel disorientamento generale, cresce l’interesse dei consumatori verso vini a “più alto valore intrinseco” in termini di storia, tradizioni e territorio, dicono gli esperti. E le coltivazioni rispettose dell’ambiente esaltano la specificità dei singoli luoghi.

   E ora, che la forbice di prezzo con i vini tradizionali si è attenuata, il vino biologico ha retto bene alla crisi, dicono le ultime rilevazioni di Biofach che per l’anno in corso prevede crescita su tutti i mercati, fino al 10% in Germania.

   «Residuo Zero: no diserbanti, concimi e pesticidi di sintesi»: da quest’ anno riporteranno questa dicitura le etichette di Barone Pizzini, storico produttore di bollicine Franciacorta, oggi in portafoglio ha anche bollicine da Verdicchio prodotte nella tenuta Pievalta dei Castelli di Jesi, Marche. Rigorosamente biologiche.

   In Italia attualmente sono coltivati circa 30.000 ettari di vigneto biologico a circa 10mila aziende viticole situate per lo più nel centro sud, anche se importanti produttori si trovano nel Veneto orientale. Ci sono grandi brand, come Meloni Vini, pioniere del bio a Selargius, Cagliari, con 250 ettari di terreno e oltre 4 milioni di bottiglie vendute in tutto il mondo. Marchi blasonati, come Emanuela Stucchi Prinetti, di Badia a Coltibuon, nel cuore del Gallo Nero. E piccoli ma storici, come Emidio Pepe, di Torano Nuovo, Teramo: un’ icona per chi ama i prodotti di nicchia. (p.jad.)

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per sapere qualcosa dell’agricoltura biodinamica:

http://it.wikipedia.org/wiki/Agricoltura_biodinamica

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LA RIVOLUZIONE DEL CIBO

Perché i vecchi saperi contadini possono portarci nel futuro

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 27/11/2009

– brano tratto da “Terra madre. Come non farci mangiare dal cibo, libro di Carlo Petrinii (Giunti editore, pagg. 173, euro 12).

   Se vogliamo iniziare a ragionare di cibo con buon senso, senza preconcetti e tentare in qualche modo di correggere il sistema globale industriale dell’agroalimentare, dobbiamo assolutamente sfatare un luogo comune: il rifiuto a priori del passato e di tutto quello che sa di passato. Così come le economie delle comunità sono considerate marginali e la ricerca del piacere alimentare una cosa elitaria, anche la tradizione, i saperi antichi, gli stili di vita più sobri sono investiti da un radicato pregiudizio e vengono puntualmente bollati come nostalgici e fuori dalla realtà. Questo fa sì che si liquidino come superati secoli di cultura popolare e che dunque gran parte del sapere proprio delle comunità del cibo – o quanto meno le sue origini – non sia nemmeno preso in considerazione.

   È paradossale che la maggioranza delle persone riconosca la superiorità – anche se magari la ritiene una prerogativa elitaria – di molti prodotti tradizionali, artigianali, tratti da ingredienti freschi e di stagione, prodotti e consumati localmente, ma poi non riconosca il valore importante delle culture e delle competenze che li hanno creati. Quasi a dire: “Sì, sono più buoni, ma sono fuori dal mondo, non esistono più se non in piccole nicchie, tanto vale mangiare peggio”. Non credo che sia il caso di rinunciare così, senza chiedersi se ci sono alternative percorribili. Siamo convinti che proprio su questi saperi le comunità fonderanno il loro ruolo di protagoniste della terza rivoluzione industriale.

   Non è provocazione, ma consapevolezza che se il mondo chiede energie pulite, produzioni sostenibili, riuso e riciclo, abbattimento dello spreco, allungamento della durabilità dei beni, cibo salutare, fresco e di qualità, le comunità del cibo non solo sono già in linea, ma sono anzi all’avanguardia. Sia per le tecniche utilizzate, ma ancora di più per la mentalità che le supporta. Infatti è logico che non sia possibile replicare ovunque i loro metodi, fondati magari su tecnologie molto limitate. È normale che questi aspetti della loro esistenza non siano esportabili ovunque – anche se in alcuni casi non è impossibile – perché sono figli di un adattamento locale e nel locale funzionano benissimo.

   È invece fondamentale studiarne la sistematicità, intesa come armonizzazione in un sistema complesso e comprenderne i motivi. Non si può continuare a considerare i saperi tradizionali e popolari un gradino sotto a quelli della scienza che esce dalle università o dalla ricerca finanziata dal privati. Hanno invece la stessa dignità; il savoir faire contadino è figlio di un’esperienza secolare e poco importa che la sua praticità sia dimostrata o dimostrabile scientificamente. Così come sarebbe altrettanto sbagliato auspicare una supremazia di queste conoscenze, che ho definito saperi lenti; bisogna che si instauri un dialogo dove i pregiudizi vengono messi da parte, dove la ricerca sia anche al loro servizio e dove ricerca e scienza collaborino sullo stesso piano paritario.

   Alla tradizione spesso è associato anche l’errore di vederla come una dimensione immobile, che appartiene al passato. Persino chi la richiama, la racconta e la onora, spesso rischia di fare lo sbaglio di viverla come un unicum che non evolve, che si è interrotto a un certo punto. Questa è una visione che finisce per separarci dalle nostre radici, che ci toglie la memoria di quello che eravamo, della storia dei nostri popoli.

   Questo le comunità lo sanno bene, per loro la tradizione non è un ripetersi monotono di gesti, riti e produzioni. Sono aperte alle novità e a tutto quello che nel solco della tradizione le può far progredire, sanno che è vera quella frase (di cui un po’ si abusa) che vuole la tradizione come “un’innovazione ben riuscita” e la mettono in pratica. Non abbandonano il vecchio per il nuovo, inseriscono piuttosto il nuovo nel sistema complesso che ha forgiato la loro identità.

   Sanno da dove provengono e hanno abbastanza chiari quali sono i loro obiettivi. Non dobbiamo decidere se sia meglio la tradizione o il progresso, il passato o il futuro, ma rifiutare generalizzazioni, riduzionismi e la separazione di questi concetti, la loro contrapposizione. Le comunità sono per la continuità della tradizione, la tengono a cuore e custodiscono la loro memoria proprio perché dà loro identità in un mondo che tende all’omologazione, ma sanno bene che commetterebbero un grave errore se non volessero approfittare dei mezzi che la globalizzazione e la tecnologia offrono loro. Vogliono soltanto poterlo fare in maniera responsabile, con buon senso. Vogliono mangiare e non essere mangiati. (Carlo Petrini)

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6 thoughts on “VIGNETI e PESTICIDI: la vendemmia e il processo di produzione dall’uva al vino, che diventa sempre più solo business – l’Agroalimentare che deve accettare l’improrogabile sfida della qualità (con prodotti tipici, non inquinati e nel rispetto della salute delle persone e della natura)

  1. LUCA martedì 21 settembre 2010 / 11:01

    PARTE 1
    Il sistema italiano delle DOC e ora anche DOCG è un modello, al pari di quello francese a cui si ispira.
    Questo post molto bello, ha il merito di sollevare una critica (costruttiva), e cioé il ruolo della biodiversità all’interno di questi marchi collettivi (denominazioni).
    Risulta chiaro che allo stato attuale, all’interno di molte denominazioni prevale la logica economica, in questo caso tirata da un contesto favorevole al Prosecco, che incrementa le sue vendite e esportazioni, mentre lo Champagne perde importanti fette di mercato. In breve la concorrenza è internazionale e i produttori di Prosecco hanno saputo entrarci alla grande.
    E’ però vero anche che la qualità è una costruzione sociale, specie nel caso delle DOC. Essa è cioè il frutto di negoziazioni che si concretizzano nello stabilire il disciplinare di produzione. Negoziazioni che non sempre si svolgono linearmente, ma possono anche essere nodi conflittuali tra posizioni opposte.
    In questo senso, e qui c’è il merito del post, sembra concretizzarsi la necessità di una modifica al disciplinare. Sapranno i produttori rinunciare ai potenti mezzi di irrorazione per adottare metodi meno impattanti e/o più mirati ? Va ricordato che il Prosecco sta assumendo il carattere di una monocultura, questo soprattutto in quei territori che non fanno parte della DOCG (11 comuni “storici”), ma che sono comunque inclusi in una DOC che include diverse province (anche il Friuli !). Le monoculture sono pericolose, portano a una riduzione della biodiversità e banalizzano il paesaggio, magari non a Valdobbiadene, dove le “rive” vitate ne fanno l’unicità, ma piuttosto nelle zone limitrofe… E’ importante rendersi conto del fatto che la strategia di continuare ad esportare Prosecco in quantità ed estendere le superfici non è sostenibile.
    Modificare il disciplinare in favore di tecniche che prendano in considerazione la biodiversità è senza dubbio la via da seguire. Il Prosecco si è fatto largo come vino di qualità superiore. Siedersi sugli allori sarebbe un errore pagabile a caro prezzo ; la sola via è quella di un continuo miglioramento della qualità, oggi intesa come qualità ambientale. In questo senso l’Origine Controllata sarà sinonimo di un territorio di qualità, dove gli abitanti saranno fieri di viverci e non si lamenteranno come il post ha ben dimostrato.

    PARTE 2
    Tecnicamente le cose non sono semplici. Nel 2007 ho svolto personalmente per il corso di ecologia a Padova un confronto tra un’azienda convenzionale e un’azienda biologica di Prosecco, nelle colline di Farra di Soligo. I risultati hanno dimostrato che il suolo dell’azienda biologica è più fertile, coperto di tessuto vegetale e più ricco di bioindicatori (coleotteri e altre specie).
    I vantaggi del metodo biologico sono stati evidenziati nel post.
    Non sono però stati evidenziati i punti critici e cioè che il clima del nord-est è piuttosto umido, e non secco come al centro-sud. Questo è favorevole allo sviluppo dei parassiti : peronospera, oidio, ecc. Ora è bene sapere che in annate molto piovose, il vigneto biologico dovrà ricorrere a dosi massicce di solfato di rame, unico prodotto concesso. Concretamente, ciò si traduce in un trattamento successivo ad ogni precipitazione piovosa con la conseguenza di una presenza pericolosamente alta di molecole di solfato di rame nel suolo ed effetti nocivi sulla fertilità e sull’attività biologica che questo metodo avrebbe dovuto preservare.
    Per questo il biologico è così diffuso al centro-sud e meno al nord.
    Insomma, ci sarà lavoro per gli enologi e gli studenti di agronomia, che hanno nell’istituto Cerletti di Conegliano e nell’istituto sperimentale di Susegana dei riferimenti di indiscusso valore per lo studio della viticoltura.

    CONCLUSIONE PERSONALE
    “sanno che è vera quella frase (di cui un po’ si abusa) che vuole la tradizione come “un’innovazione ben riuscita” e la mettono in pratica. Non abbandonano il vecchio per il nuovo, inseriscono piuttosto il nuovo nel sistema complesso che ha forgiato la loro identità”
    Questa frase di Petrini mi fa pensare all’agroecologia e all’ecologia del paesaggio, discipline nascenti e in via di sviluppo, che propongono metodi alternativi di gestione dell’agroecosistema, di facile comprensione per gli agricoltori e ben più adattabili ai contesti locali, le quali hanno dato prova della loro efficacia non solo nel mondo occidentale, ma anche e soprattutto in molte aree povere del Sud del mondo.
    Per abusare delle frasi altrui : “ai posteri l’ardua sentenza”.

  2. LUCA venerdì 19 novembre 2010 / 18:00

    Per chi vuole approfondire vorrei segnalare una rivista ricchissima di esempi virtousi : Il Consapevole. Nel numero 21 per esempio c’è un articolo : “La pandemia silenziosa. Sempre più pesticidi sono utilizzati nei vigneti veneti che producono vini DOC” – Intervista a Luciano De Biase.

  3. Moreno Tardivel venerdì 29 luglio 2011 / 4:11

    BELLO!!!!!!!!! CI DISTRUGGIAMO FUKUSHIMA ANDATA SENZA RITORNO!!!!!!

  4. lucapiccin domenica 13 gennaio 2013 / 15:50

    Segnalo il lavoro di Milvana Citter :”Le primavere silenziose del Prosecco, da arcadia collinare alle geografie del rischio”, rel. F. Vallerani, tesi di laurea triennale, Università di Venezia, Facoltà di Lettere e Filosofia, 2012.
    Geography is still alive !!!

  5. Gabriele sabato 19 ottobre 2013 / 17:49

    Sicuramente chi pubblica articoli di questo tipo è SOLAMENTE invidioso e non ha nessun dato per farlo. Lo dico perchè è tutto completamente sbagliato. Dati USL alla mano raccontano tutta un’altra storia. Questa è cosa reale, il resto voci!
    Se tra i vigneti qualcuno vi dice di non passare mentre fà il trattamento è solo perchè ha paura di essere denunciato e lo fà per voi. Non perchè se passi, muori!

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