Caos Globale – l’episodio del REVERENDO JONES che mette IN CRISI L’OCCIDENTE nel rapporto CON L’ISLAM: quando l’informazione (globale) crea da sola l’evento – la guerra senza fine al radicalismo religioso (quando si potrà dire finita questa guerra?!)

Proteste in Pakistan contro Terry Jones – “Questa è una guerra senza fine, quando dichiariamo vittoria? Quando finisce la legislazione di emergenza?” …Quando James Madison affrontò questo tema, arrivò a una semplice conclusione: «Di tutti i nemici della pubblica libertà va temuta forse maggiormente la guerra, poiché contiene e sviluppa i germi di tutti gli altri... In guerra, il potere discrezionale dell'esecutivo viene esteso e ai mezzi per reprimere la forza della gente si aggiungono quelli per sedurne le menti». E concludeva: «Nessuna nazione potrebbe conservare la propria libertà in uno stato di guerra continua» (Zakaria Fareed, da “il Corriere della Sera” dell’11/9/2010)

   L’episodio del reverendo Terry Jones, pastore battista di una minuscola chiesa pentecostale in una cittadina semisconosciuta della Florida (Gainesville), che è riuscito per settimane ad attirare l’attenzione dei media internazionali, di molti governi, della Casa Bianca, del Vaticano e dei vertici Nato, con il piano di bruciare centinaia di copie del Corano l’11 settembre in occasione del nono anniversario dell’attacco terroristico di Al Qaeda a New York e al Pentagono, ebbene questo episodio ha fatto pensare come il sistema mediatico possa “creare l’evento” anche se non esiste (sia chiaro, è sempre stato così, anche in tempi di “non informazione globale”).

   Comunque questo “evento” ha prodotto anche effetti (tragici) concreti: un inasprirsi del fondamentalismo islamico (che l’origine sia solo il reverendo Jones è poi da vedere… ma la sua provocazione “ha dato il pretesto”…) con centinaia di migliaia di persone che, in Afghanistan, in Kashmir (almeno 18 persone uccise) e in altri luoghi, hanno fatto della minacciata azione del suddetto pazzo un pretesto per prendersela con i cristiani e l’intero mondo occidentale (appunto incidenti con morti e feriti dall’Afghanistan all’Indonesia, alle Filippine); tra l’altro in un momento che un altro fatto mediatico importante aveva creato un’ ipersensibilità su questo tema (Islam sì Islam no), cioè la  vicenda della moschea di «Ground Zero» (se costruirla o meno, con Obama e il sindaco di New York favorevoli).  

Da Gainesville, cittadina della Florida, TERRY JONES (qui nella foto), pastore evangelico, aveva annunciato al mondo, via YouTube, che avrebbe bruciato 200 copie del Corano per protestare contro «l’islam del diavolo», come modo migliore per ricordare le vittime dell’attacco di Al Qaida agli Stati Uniti. – LEON PANETTA, tornato alla Casa Bianca da capo della Cia 15 anni dopo la sua esperienza a fianco di Bill Clinton sostiene, sconsolato, di aver trovato un altro mondo: «Qui tutto è imbevuto di caffeina e corre troppo in fretta» (Massimo Gaggi, il Corriere della Sera dell’11/9/2010)

   Allora dobbiamo parlare del “problema informazione”, cioè di quale rapporto viene essa, informazione, a descrivere tra Islam e culture occidentali. E’ indubbio che l’11 settembre ha rappresentato uno shock per la psiche e tutto il sistema di vita americano che porta a vedere pericoli dappertutto con una reazione spropositata che ha nei “media” la sua espressione più concreta. E l’informazione digitale ha incentivato queste reazioni spropositate rendendo il mondo più piccolo, “ha creato un ambiente nel quale tutto rimbalza più velocemente, e perché oggi qualunque individuo è, ormai, in grado di creare un evento dalla tastiera del suo computer” (Massimo Gaggi dal Corriere della Sera del 11/9/2010).

   Situazioni di “terrore” che poi si esplicano in controlli alle persone, nei loro spostamenti, nelle loro comunicazioni…. oppure persone “esposte” (che hanno detto qualcosa di male dell’Islam) che vivono sotto scorta, magari davvero minacciate di morte dai fondamentalisti. Insomma pericoli paventati dal “sistema informativo” a volte veri, a volte no: solo creati dal sistema informativo, come nel caso del reverendo Jones.

   Vi è pertanto la necessità di uscire da un sistema di «reality show» per tentare di dare alle cose la loro giusta dimensione, il giusto contesto (in un film molto bello di Mazzacurati del 2007, “La giusta distanza” si parlava proprio di come il giornalista deve avere la misura giusta nel dare-esporre la notizia). Pertanto bisogna fare informazione “di qualità” superando la tentazione del sensazionalismo.

   E’ però un fatto acquisito che l’America dall’11 settembre 2001 vive in questa condizione di instabilità (paura); e questo ha messo in moto una macchina della sicurezza nazionale che ha portato a una massiccia espansione dei poteri statali che ora tocca tutti gli aspetti della vita americana. E, sia chiaro, l’integrazione del mondo occidentale con quello islamico è un fatto serio, da valutare: cioè far emergere la stragrande maggioranza delle persone provenienti da quel mondo che cercano la convivialità, vivendo il proprio credo religioso in assoluta nonviolenza; e rifiutare, anche combattere con decisione invece ogni radicalismo religioso (che, peraltro, molto spesso viene da tutte le religioni, nessuna esclusa) (e che sempre nulla ha a che vedere con la propria religione, ma la si usa come grimaldello, bastone, clava, per darla contro qualcuno…).

   Nel caso dell’Europa, e dell’integrazione con il mondo islamico (attenzione, non è problema secondario; leggete l’articolo qui di seguito che trovate di Angelo Panebianco: la presenza islamica in Europa è cosa importante, le comunità islamiche sono in grande crescita, già oggi l’Islam è qui la seconda religione; e inoltre il differenziale demografico fra musulmani e non musulmani fa sì che entro pochi decenni, se il trend non si invertirà, la maggioranza dei giovani europei, dai vent’anni in giù, sarà di religione musulmana…), nel caso dell’Europa un concreto sostegno, un vero ponte tra “europei da sempre” e “nuovi europei” di tradizione islamica, potrebbe (può) venire dall’introduzione, dall’accettazione della Turchia all’interno dell’Unione Europea, del far parte della stessa Comunità.

   Un processo difficile e contrastato (quello della Turchia nell’Ue, che vien chiesto da tanti anni dai governi turchi), ma un impegno al rispetto di certi parametri democratici pare che la Turchia voglia impegnarsi a farlo concretamente (come nel recente referendum che su questo ha mostrato una chiara volontà). E un governo di tradizione islamica che rispetta i principi di democrazia e tutela dei diritti fondamentali della persona, propri della giurisdizione occidentale (e alla base dei fondamenti europei), un governo di tradizione culturale islamica come è quello turco appunto introdurrebbe un percorso virtuoso per l’emergere del preponderante “Islam pacifico”. E’ tra l’altro prassi politico-diplomatica virtuosa che, per stabilire contatti proficui e trovare soluzioni positive con parti che si definiscono “avverse”, si mandi a trattare persone (o governi) che possiedono la stessa cultura e tradizione di chi è o vuol essere in guerra con noi (un ruolo di mediazione più facile con la parte più radicale del mondo islamico, la Turchia potrebbe per l’Europa e l’Occidente svolgerlo…).

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IL MONDO IN BALIA DI UN IDIOTA

di Mario Calabresi, da “la Stampa” del 11/9/2010

   Il mondo in balia di un idiota. Di un pastore battista a cui per 63 anni non aveva dato retta nessuno, tanto che nella sua Chiesa i fedeli erano poco più degli alunni di una classe elementare. La figlia di quest’uomo, che due mesi fa restò folgorato dalla proposta di un suo seguace di commemorare l’11 Settembre dando fuoco al Corano, sostiene che «è uscito di testa».
   Insomma, parliamo di un matto di una cittadina della Florida profonda in cui sei obbligato a passare solo se devi andare in Georgia o in Alabama. Un matto capace però di tenere col fiato sospeso la Casa Bianca, la Nato, il Pentagono, l’Interpol, l’Onu, eserciti e polizie di mezzo mondo, organizzazioni umanitarie e di volontariato, chiese, moschee e sinagoghe e un sacco di turisti.
   Come è possibile che questo oscuro reverendo in vena di provocazioni sia diventato un fenomeno planetario, anziché essere compatito dai suoi concittadini? La risposta investe in pieno il mondo dei mezzi di comunicazione che lo hanno trasformato in una star, che lo hanno assediato da giorni con microfoni, telecamere, registratori, taccuini e che hanno piazzato intorno alla sua roulotte decine di antenne paraboliche. Per non farsi sfuggire nulla, per rilanciare al più presto ogni sillaba incendiaria e magari anche l’immagine dell’incendio finale, quel falò di libri sacri all’Islam che avrebbe avuto l’immediato effetto di accendere un’altra pletora di idioti che non aspettano altro a ogni latitudine.(…) …perché i bruciatori di Corani e quelli di bandiere a stelle e strisce appartengono alla stessa razza. Quella degli idioti appunto.
   La domanda allora sorge spontanea e ce la siamo posta anche noi: ma perché allora dargli spazio e visibilità? Basterebbe ignorarli, come viene suggerito di fare con i matti o con i bambini che fanno troppi capricci. Sarebbe la scelta giusta se questa giostra globale non corresse così in fretta, se filmati, foto e dichiarazioni non ci bombardassero senza sosta.
   Puoi decidere di ignorare il pastore, ma come fai a tacere il fatto che nel frattempo il Papa, il segretario delle Nazioni Unite, il comandante delle truppe americane in Afghanistan e il Presidente degli Stati Uniti stanno lanciando appelli proprio a quel pastore e alla sua minuscola congrega di fedeli?
   Puoi decidere di non mettere nulla sul giornale, ma all’ora di pranzo le agenzie battono il comunicato dell’Interpol in cui si parla di «rischio di attacchi globali». Qualche minuto e in una manifestazione antiamericana a Kabul ci scappa il primo morto.
   Così pensi che se decidessi di tenere il giornale fuori da tutto ciò sembreresti tu l’idiota, o perlomeno un insopportabile snob, e che sarebbe tutto inutile. La grande agenzia Ap ha deciso di non distribuire le eventuali foto, ma sappiamo che basta un ragazzino con un cellulare e un computer a casa per far esplodere la rete e arrivare in ogni casa del globo. Gli esempi degli ultimi anni sono centinaia, pensate alle foto di Abu Ghraib o anche solo al filmato del bambino Down picchiato dai compagni di scuola.
   A Barack Obama hanno chiesto se non avesse fatto meglio a ignorare il pastore Jones invece di dargli importanza. Il Presidente ha risposto che ha dovuto occuparsi «dell’individuo giù in Florida» – non ha voluto dargli la dignità del nome – per evitare gravi conseguenze contro cittadini e militari americani, che non poteva fare altrimenti.
   Così siamo tutti prigionieri di questo «reality show», come lo ha chiamato il direttore del New York Times Bill Keller, che finisce per dettare gli umori globali e farsi guidare da questi. Ma non c’è proprio nessuna via d’uscita da questa degenerazione della società dell’immagine che è capace di mettere tutto sullo stesso piano, di enfatizzare un particolare fino a farlo diventare un fenomeno universale, che regala ai cretini di ogni sorta il loro minuto di celebrità planetaria?
   Qualche cosa si potrebbe fare: una strada esiste, ma non passa dalla censura o dal silenzio, passa invece dallo sforzo di restituire a ogni immagine i suoi veri contorni, di rimetterla a posto nel suo contesto. Bisogna fare più giornalismo, non arrendersi alla valanga di immagini artefatte o di slogan a effetto.
   Tutti i giornali del mondo hanno parlato della «Moschea a Ground Zero» e molti nel mondo si sono indignati, forse l’effetto sarebbe stato diverso se tutti avessero scritto che la sala di preghiera dovrebbe nascere a tre isolati dal luogo dove sorgevano le Torri Gemelle o che a quattro isolati già esiste da anni un’altra moschea (di cui nessuno si è mai sognato di chiedere la chiusura).
   Fare giornalismo di qualità per cercare di abbassare la febbre del sensazionalismo significa andare a cercare dati e statistiche per dare il giusto peso alle nostre preoccupazioni, che si tratti del numero di crimini, di immigrati illegali, di malati di influenza suina o di moschee con minareto (in Germania ce ne sono 206, in Italia 3). Significa dare voce a chi ha titolo per parlare e non solo a chi garantisce di fare più rumore o più spettacolo.
   Fare giornalismo così è faticoso, ma è l’unica strada che abbiamo per salvarci dall’invasione del falso, del verosimile, per cercare di capire qualcosa in questo caos globale. Anche la politica e la società civile però potrebbero fare qualcosa per restituire ai gesti e alle parole il loro giusto peso: al delirio del reverendo Jones dovrebbero rispondere cento reverendi che pregano insieme a rabbini e muftì davanti a quello che era Ground Zero. L’immagine avrebbe una forza emozionale ed evocativa superiore e questa volta sarebbe l’erba buona a scacciare quella cattiva.
   È davvero così difficile immaginare di non arrendersi e decidere che la nostra esistenza non può essere presa in ostaggio dall’ultima immagine che passa davanti ai nostri occhi?  (Mario Calabresi)

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GLI OCCHI CHIUSI DELL’OCCIDENTE

di Angelo Panebianco, da “il Corriere della Sera” del 14/9/2010

   Nei nove anni trascorsi dall’11 settembre la sfida del radicalismo islamista non è stata sconfitta. È stata fatta solo una disperata, e costosissima, opera di contenimento. Ma la minaccia è sempre lì. Come lo è la volontà di ampia parte del mondo occidentale di non prendere atto della natura del problema. Consideriamo alcuni episodi recenti.

   Un pazzo esibizionista, Terry Jones, col suo sproposito, poi rientrato, di bruciare il Corano, non dovrebbe fare primavera ma centinaia di migliaia di persone che, in Afghanistan, in Kashmir (almeno 18 persone uccise) e in altri luoghi, fanno della minacciata azione del suddetto pazzo un pretesto per prendersela con i cristiani e l’intero mondo occidentale, fanno primavera, eccome. La «loro» malattia dovrebbe essere, ma non è, il nostro primo argomento di discussione.

   Oppure prendiamo il caso dei tanti occidentali che vivono sotto scorta perché, avendo manifestato idee contrarie all’Islam, sono minacciati di morte dai fondamentalisti. Non si sono mai visti in giro molti slanci di simpatia per queste persone né molto sdegno morale per la loro condizione. Si teme forse l’accusa di islamofobia? O, ancora, prendiamo il caso del banchiere Thilo Sarrazin. Ha scritto che non desidera vivere in una Germania islamizzata, popolata da islamici che neppure imparano il tedesco. È stato oggetto di linciaggio morale e di provvedimenti punitivi. Perché? Non ha diritto alle sue opinioni? E perché quelle opinioni vengono esorcizzate anziché discusse?

   Qualche risposta, nel caso dell’Europa, ce la dà il combinato disposto di flussi migratori e di tendenze demografiche. Le comunità islamiche sono in grande crescita. Già oggi l’Islam è qui la seconda religione. Inoltre, il differenziale demografico fra musulmani e non musulmani fa sì che entro pochi decenni, se il trend non si invertirà, la maggioranza dei giovani europei, dai vent’anni in giù, sarà di religione musulmana.

   Uno dei più prestigiosi missionari italiani, padre Piero Gheddo (come riporta Il Foglio, 10 settembre), parla, come già lo storico Bernard Lewis, di un’Europa alle soglie di un grande cambiamento, sul punto di essere fortemente condizionata, nelle sue leggi e nei suoi costumi, dalle pressioni di comunità islamiche in espansione.

   Il disagio suscitato dalla crescente presenza islamica spiega il montare di opposti eccessi nelle nostre società: un odio cieco e irragionevole per i musulmani in generale e, insieme, le timidezze, la voglia di fingere di non vedere le prepotenze dei fondamentalisti e il pericolo che rappresentano. La crescita della presenza islamica è un fatto irreversibile. Ma non è stata scritta la parola definitiva su quali rapporti si affermeranno fra musulmani e società europee.

   Nascerà, come si spera, un Islam «europeo», ove religione e piena accettazione dei princìpi occidentali di convivenza civile riusciranno a convivere? Oppure, prevarranno il rifiuto, la separazione e il conflitto? L’esito dipenderà, almeno in parte, dalle scelte degli europei: dalla loro capacità di valorizzare il ruolo dei leader non fondamentalisti, a scapito dei fondamentalisti, delle comunità musulmane, e dalle regole di convivenza che riusciranno a varare e a fare rispettare.

   E dipenderà anche dal loro impegno nel fronteggiare la sfida militare del radicalismo islamico nei molti luoghi in cui si manifesta. Poiché si ha a che fare con un sistema di vasi comunicanti, se il radicalismo islamico dovesse collezionare sconfitte nei vari angoli del mondo, ciò avrebbe effetti positivi sugli orientamenti prevalenti nelle comunità musulmane europee (fra i giovani, soprattutto). Così come effetti di segno contrario, negativi, avrebbero le vittorie del radicalismo islamico.

   Bisognerebbe però sbarazzarsi della tesi minimalista che molti hanno adottato in Occidente (e che contribuisce a spiegare, ad esempio, il tiepido appoggio europeo all’impegno Nato in Afghanistan): la tesi secondo la quale una minaccia globale non esiste, essendo i vari conflitti in cui opera il radicalismo islamico figli solo di circostanze e situazioni locali. Per cui serie sconfitte occidentali in Afghanistan, in Medio Oriente o nel Corno d’Africa non avrebbero implicazioni altro che per l’Afghanistan, il Medio Oriente o il Corno d’Africa. Le cose non stanno così.

   Non c’è differenza fra quanto accade oggi e quanto è accaduto in altre vicende del passato, dalle lotte fra cattolici e protestanti nell’Europa del XVI secolo allo scontro globale fra comunisti e anticomunisti nel XX secolo. Quei conflitti traevano sempre nutrimento da circostanze locali fra loro diversissime, ma erano poi unificati da ideologie comuni e da solidarietà transnazionali che si concretizzavano in appoggi, finanziamenti, flussi di combattenti da un luogo all’altro. E dalla presenza di vaste reti di simpatizzanti.

   Non c’è incompatibilità, oggi come in passato, fra le ragioni locali dei vari conflitti e gli scopi sovrannazionali delle ideologie che li connettono. Un’Europa che trova comodo abbracciare la tesi minimalista non è, a sua volta, di grande aiuto per una America, già indebolita dalla crisi, guidata da un’Amministrazione che si mostra sempre più oscillante e incerta, priva di una salda strategia ai fini del contenimento dell’islamismo radicale.

   Eppure, almeno un’occasione per discutere seriamente di islam e Europa e delle complesse ramificazioni del problema, gli europei potrebbero ora coglierla. L’occasione dovrebbe essere rappresentata dai negoziati con la Turchia (dopo il referendum, vinto dal partito islamico al potere, sulle modifiche della Costituzione).

   La Turchia dei prossimi anni ci servirà forse a scoprire il grado di compatibilità fra liberaldemocrazia e islam. L’abbandono dei tratti più autoritari dell’eredità di Ataturk (il ridimensionamento del ruolo politico dei militari) aprirà la strada a una conciliazione piena fra islam e democrazia? O la democratizzazione sarà la levatrice di nuove forme di islamismo autoritario? Il test ci riguarda da vicino. Per l’importanza geopolitica della Turchia. Ma anche per ciò che potrà dirci sui futuri rapporti fra le democrazia europee e le comunità musulmane. (Angelo Panebianco)

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CROCIATI E OPPORTUNISTI: ECCO L’AMERICA DEI PREDICATORI FAI-DA-TE

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 12/9/2010

   Nel nome del falso Dio che tutti affratella e inganna, il Signore della celebrità per cinque minuti e dell’autopromozione, si alzano puntuali gli imitatori del crociato baffone, i piromani della jihad americana per ardere la loro copia del Corano.

   Nel nono anniversario e nella commemorazione ormai un po’ stanca e rituale dell’11 settembre, appannata nello spirito da nove anni di guerra senza fine e da troppi innocenti uccisi al fronte «per errore» spuntano altri opportunisti con il collarino del clergy e la copia del Libro dei mussulmani da arrostire. Alzano la testa in Tennessee, in Wyoming, in Kansas, nei focolai della cristianità americana intollerante e ringhiosa che brandisce il Vangelo come una mazza ferrata.

   Sono i falò della pubblicità, accesi nella prateria dell’opportunismo, segnali di fumo lanciati dai barbecue di carta nella speranza di attirare qualche furgone delle tv con la parabolica per la diretta satellitare come erano sbocciati attorno alla “Chiesa Mondiale della Colomba” in Florida. In mancanza di telecamere e di inviati speciali, produrranno qualche minuto scadente da diffondere su YouTube o in un altro dei canali che alimentano la comunicazione istantanea globale, per ottenere l’effetto, senza aspettare i sempre più scavalcati “main stream media”, i mezzi di comunicazione tradizionale.

   Bob Old, pastore di una comunità Battista, dunque una denominazione più seria del saltimbanco in Florida che intascava le offerte dei pochi fedeli, pretende di far credere al mondo che la sua decisione di bruciare un Corano non sia stata ispirata dal predicatore di Gainesville, ridotto a più miti consigli. Lui vuole soltanto convertire i fedeli della “Chiesa Mussulmana” – ha detto proprio così, il fine teologo, “chiesa mussulmana” – al «vero Dio», essendo loro «devoti a un falso Dio».

   Ma aggiunge di avere «il diritto costituzionale di farlo» e su questo, in una nazione dove anche il rogo delle bandiere nazionale è free speech, diritto di libera espressione, è garantito dalla Corte Suprema. Come è garantito mettere su YouTube – lo ha promesso – il barbecue del Corano che organizzerà in casa sua. Ancora più ferreo è il diritto all’imitazione, a quei comportamenti da copycats demenziali o criminosi, che la polizia conosce e teme sempre e il combustibile è sempre la voglia del quarto d’ora di notorietà, facilissimo da accendere se la materia da incendiare è la religione.

   In Kansas, lo stato degli immensi campi di cereali e del fertile ventre dell’America, dove la spinta per rendere obbligatorio l’insegnamento del “creazionismo” e mettere al bando la scienza e l’evoluzionismo empio e materialista fu più violenta, la Chiesa Battista di Westboro ha fatto sapere che «ci penseremo noi a fare quello che il governo di vigliacchi e di “sissy”, di fighetti, ha impedito di fare al reverendo Jones in Florida».

   La Westboro Baptist Church ebbe già il proprio “quarto d’ ora” quando mandava parrocchiani a picchettare i funerali dei soldati morti in Iraq per spiegare ai parenti in lutto che la morte di quel figlio o sorella «era il castigo di Dio per l’America degli omosessuali e libertini».

   Il mercato della religione è un libero mercato aperto a ciarlatani come a persone di autentica fede, dove regna la legge della concorrenza e ogni venditore con un pulpito deve cercare la propria nicchia.

   A Topeka, la città della Chiesa di Westboro, vivono meno di 130 mila anime, e ci sono 200 chiese e luoghi di culto, una per 650 persone e la competizione è spietata. Dove non arriva la mobilitazione pseudomistica, è la «religione americana», il patriottismo laico vissuto come una vocazione, a ispirare la follia. Nelle terra della vecchia frontiera, del West, in quel Wyoming fertile produttore di milizie armate e di dementi con il fucile automatico, una “Squadra Anti Tirannia”, dove i tiranni sono il governo di Washington e il Congresso, ha almeno il coraggio di non nascondersi dietro il nome di Cristo e chiarisce quale sia il suo vero bersaglio: Obama, quello che il 19 per cento degli americani pensano sia un usurpatore nato all’estero e un mussulmano.

   «Obama è disonesto quando difende la libertà di religione – dice il fueher della Squadra Anti Terrore – i mussulmani vogliono conquistare l’America una moschea alla volta». Pronti alla chiamata fra politica e religione, i membri della Chiesa Unitaria di Cristo del Wyoming hanno subito risposto promettendo di bruciare copie del Corano sui gradini del parlamento statale.

   Inutile che Obama dalla Casa Bianca ripeta, come già tentava di fare Bush, che «non siamo in guerra contro l’ Islam». I falò della notorietà possono avere protagonisti pagliacceschi, come il reverendo della Florida, fanatici neo-nazi come i miliziani del Wyoming, o idioti come i battisti della Westboro Church del Kansas che vedono castighi divini contro la Sodoma e Gomorra americana.

   Ma il serbatoio dell’ odio e della paura è sempre pieno. Si sono spente da pochi anni le croci del Ku Klux Klan che ardevano davanti alle case degli “sporchi negri”. Ma i cavalieri, ora sotto il cappuccio del loro falso Vangelo, galoppano ancora. (Vittorio Zucconi)

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Idee & Opinioni

ROGO DEL CORANO, DEMOCRAZIA E GIUSTI LIMITI DELLA LIBERTA’

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 10/9/2010

   C’è voluta la disponibilità di Obama a stabilire un contatto diretto perché il pastore Terry Jones, che voleva bruciare il Corano nella ricorrenza dell’ 11 settembre, rinunciasse al suo proposito. Il caso aveva poco in comune con quello delle «vignette blasfeme» pubblicate nel 2006 da un giornale danese.

   In quella circostanza (che comunque a noi parve discutibile) si pose il problema della difesa del diritto di satira nei confronti di un fenomeno circoscritto quale l’islamismo radicale. Il reverendo Jones, invece, non era interessato ad alcuna limitazione del suo messaggio.

   Nella sua mini-comunità di Gainesville egli voleva sferrare un attacco diretto, globale e sommamente offensivo al testo sacro di tutto l’Islam. Oltretutto risultava impossibile impedirglielo, perché il Primo Emendamento della Costituzione americana garantisce libertà di espressione persino a chi brucia la bandiera nazionale. Ma ora che il buon senso ha preso il sopravvento l’interrogativo resta valido: si trattava davvero di una questione di libertà? A noi pare di no.

   In tutte le società liberali e democratiche la libertà del singolo trova un limite (spesso di legge) nel danno arrecato alla libertà altrui. Ebbene, cosa avrebbe potuto provocare il fanatismo ben pubblicizzato del reverendo Jones? Obama lo ha detto: più reclute per Al Qaeda. Il generale Petraeus aveva ricordato che sarebbe cresciuto il rischio per la vita dei soldati Usa. Qualcuno pensava che sarebbe stato come «chiamare» un attentato sul territorio americano.

   Avevano protestato il Vaticano, l’Onu, i governanti islamici che avrebbero dovuto fare i conti con prevedibili tumulti. E visto che con gli iraniani un primo risultato sembra essere stato ottenuto, come avrebbero pesato quei Corani ridotti in cenere sulla sorte di Sakineh? Tutte preoccupazioni fondate.

   Ma in realtà le conseguenze del gesto di Terry Jones sarebbero state ancora più gravi. Perché le fiamme sacrileghe di Gainesville, unite alle opposte sensibilità risvegliate dal progetto di costruire una moschea nei pressi di Ground Zero, avrebbero pugnalato alla schiena il tentativo di evitare che i rapporti tra l’Islam e gli altri diventassero davvero un clash of civilizations dalle prevedibili conseguenze.

   Obama aveva speso molto del suo prestigio nel tentativo di evitare una simile prospettiva. E quando uno sperduto reverendo con cinquanta seguaci aveva deciso di sfidarlo, di impedirgli di ricordare l’11 settembre come avrebbe voluto, di lanciare un nuovo siluro contro la campagna per le elezioni di novembre che già si annunciano ampiamente sfavorevoli alla Casa Bianca, il presidente ha teso la mano per evitare il peggio. Speriamo che le intenzioni ora rientrate di Terry Jones non trovino imitatori. In quel caso le sfortune di Obama comincerebbero davvero a diventare troppe. (Franco Venturini)

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Idee & Opinioni LOTTA AL TERRORISMO

TUTTO QUELLO CHE HA PERSO L’AMERICA DA QUELL’11 SETTEMBRE 2001

di Zakaria Fareed, da “il Corriere della Sera” dell’11/9/2010

   Nove anni dopo l’11 settembre, qualcuno può ancora dubitare che Al Qaeda non sia una minaccia mortale? Da quel terribile giorno del 2001, una volta che i governi di tutto il mondo hanno iniziato a prendere serie contromisure, la rete terroristica di Osama Bin Laden non è stata in grado di lanciare, negli Stati Uniti e in Europa, un singolo attacco significativo ad obiettivi di alto valore strategico.

   Se ha ispirato qualche attentato minore da parte di jihadisti locali, non è stata capace di eseguirne uno da sola. Oggi, il massimo che Al Qaeda può sperare è di trovare un giovane con problemi che sia stato radicalizzato tramite Internet e insegnargli a riempirsi le mutande di esplosivo. Non sto minimizzando le intenzioni di Al Qaeda, che sono barbariche. Metto in dubbio le sue capacità.

   In tutti i conflitti recenti, gli Stati Uniti non si sono sbagliati circa le cattive intenzioni dei loro avversari, però hanno di gran lunga sopravvalutato la loro forza. Negli anni Ottanta pensavamo che l’Unione Sovietica stesse rafforzando il proprio potere e la propria influenza quando invece era sull’orlo della bancarotta economica e politica. Negli anni Novanta eravamo certi che Saddam Hussein possedesse un arsenale nucleare mentre le sue fabbriche riuscivano a malapena a produrre il sapone.

   L’errore questa volta è più dannoso. L’11 settembre ha rappresentato uno shock per la psiche e il sistema americani. Di conseguenza abbiamo avuto una reazione spropositata. In una inchiesta giornalistica di cruciale importanza del Washington Post, «Top Secret America», è raccontato il lavoro di Dana Priest e William Arkin, che hanno passato due anni a raccogliere informazioni su come l’ 11 settembre abbia cambiato l’America in profondità. Ecco alcuni dei fatti salienti.

   Dall’ 11 settembre 2001, lo Stato americano ha creato o riconfigurato almeno 263 organizzazioni per fronteggiare aspetti della lotta al terrorismo. La spesa per l’intelligence è salita del 250%, 75 miliardi di dollari (ed è la cifra ufficiale, approssimata per difetto): più di quanto spenda il resto del mondo messo insieme. Solo per la burocrazia necessaria all’ intelligence sono stati costruiti 33 nuovi complessi di edifici che occupano circa un milione e mezzo di metri quadrati, pari a 22 Campidogli del Congresso o tre Pentagoni. Cinque miglia a sud-est della Casa Bianca è in costruzione il più grande sito governativo da 50 anni a questa parte: costerà 3,4 miliardi di dollari e ospiterà il più grande apparato burocratico dopo il Pentagono e il Dipartimento degli Affari dei Veterani: il Dipartimento della Sicurezza Interna, che dà lavoro a 230.000 persone. Questo nuovo sistema produce 50.000 rapporti all’ anno – 136 al giorno! – il che significa che, ovviamente, non tutti vengono letti. I funzionari che li hanno studiati li descrivono in linea di massima banali. Dice uno di loro: «Molti potrebbero essere redatti in un’ ora usando Google». Cinquantuno burocrazie separate che operano in 15 Stati tracciano il flusso di denaro destinato e proveniente da organizzazioni terroristiche con scarsa condivisione delle informazioni. Circa 30.000 persone sono impiegate esclusivamente per intercettare conversazioni telefoniche e altre comunicazioni negli Stati Uniti.

   Eppure nessuno, nell’intelligence dell’ esercito, ha notato che il maggiore Nidal Malik Hasan era l’autore di una serie di strane minacce al Walter Reed Army Medical Center, dove lavorava. Il padre del «Christmas bomber» nigeriano aveva informato l’ambasciata statunitense del radicalismo del figlio, ma quel messaggio non è mai arrivato alle persone giuste in questo vasto apparato di sicurezza. Il complotto è stato sventato solo grazie all’incompetenza dell’attentatore e ad alcuni passeggeri particolarmente svegli. Errori che potrebbero essere scusati.

   Se non fosse che l’emergere di questa macchina della sicurezza nazionale ha portato una massiccia espansione dei poteri statali che ora tocca tutti gli aspetti della vita americana, anche quando non c’è alcuna attinenza con il terrorismo. La notizia più agghiacciante dello straziante libro di Dave Egger, Zeitoun, è che la risposta più rapida ed efficiente dello Stato federale all’uragano Katrina è stata la creazione (in pochi giorni!) di una struttura di detenzione stile Guantanamo, dove sono stati rinchiusi sommariamente 1.200 cittadini americani ai quali sono stati negati per mesi i diritti costituzionali.

   Una sospensione dell’habeas corpus che sembra essere uscita dalle pagine di Kafka. In passato, l’America si è mobilitata per le guerre, ha assunto poteri di emergenza e ha, a volte, abusato di questa autorità, però è sempre tornata alla normalità appena finita la guerra.

   Questa è una guerra senza fine, quando dichiariamo vittoria? Quando finisce la legislazione di emergenza? I conservatori esprimono preoccupazione di fronte al crescente potere dello Stato. Quando James Madison affrontò questo tema, arrivò a una semplice conclusione: «Di tutti i nemici della pubblica libertà va temuta forse maggiormente la guerra, poiché contiene e sviluppa i germi di tutti gli altri… In guerra, il potere discrezionale dell’ esecutivo viene esteso e ai mezzi per reprimere la forza della gente si aggiungono quelli per sedurne le menti». E concludeva: «Nessuna nazione potrebbe conservare la propria libertà in uno stato di guerra continua». (Zakaria Fareed, traduzione di Nicoletta Boero, da “il Corriere della Sera” dell’11/9/2010)

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11 settembre – L’ anniversario –  La polemica –  Dal «New York Times» al «Wall Street Journal» gli interrogativi sul ruolo dell’ informazione

I MEDIA USA: «È ANCHE COLPA NOSTRA»

   Mio padre ha bisogno di aiuto, penso che sia impazzito. Gli ho mandato un’email, gli ho detto «Papà non lo fare» (Emma, la figlia del reverendo Terry Jones) – Noi lottiamo contro una religione che porta la gente all’inferno. Pensate pure che siamo pazzi, sono fatti vostri (Luke, il figlio del reverendo Terry Jones) – Il corto circuito che ha fatto di un oscuro reverendo un caso mondiale – “Accelerazione”: come ha notato lo stesso Obama, è stata decisiva l’accelerazione dei circuiti informativi nell’era del «web» – Il ruolo della televisione che tende a trasformare anche i temi politici più delicati in «reality show»

– di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” dell’11/9/2010

   Due anni fa un gruppo di fondamentalisti cristiani della Westboro Baptist Church di Topeka, in Kansas, bruciò in pubblico alcune copie del Corano. Nonostante questi estremisti, in cerca di pubblicità, avessero avvertito giornali e tv, il gesto non ebbe alcuna risonanza sui «media». Oggi, invece, Terry Jones, sedicente pastore di una cittadina della Florida con poche decine di fedeli, è riuscito a scatenare un caso di rilevanza mondiale con la sua minaccia di dare alle fiamme il libro sacro dei musulmani.

   Come è potuto accadere? Stavolta Wikileaks e Fox Tv, il sito che svela documenti segreti e la rete televisiva degli arci-conservatori che sono state additate come responsabili dei «corti circuiti» mediatici che hanno costellato l’estate dell’informazione americana, non c’entrano: mercoledì lo sconosciuto pastore era in prima pagina su un numero di quotidiani americani (cinquanta) superiore a quello dei suoi fedeli e a lui erano dedicati i servizi principali delle tre reti televisive nazionali, CBS, ABC e NBC.

   La Fox, invece, ha deciso di ignorare il caso Jones o di trattarlo in spazi ridottissimi. «In questo caso l’evento l’abbiamo creato noi» ammette su Twitter l’«anchor» dell’ABC, Chris Cuomo. «Abbiamo gestito informazioni delicate in modo sconsiderato». Ma era possibile ignorare la vicenda?

   Da due giorni, mentre Jones, scoperto che è più facile riempire una sala convocando una conferenza stampa che con un sermone, ha continuato ad alternare minacce alla promessa di rinunciare al suo gesto sacrilego, nel pianeta americano dell’informazione è cominciato un dibattito vorticoso. Jones col suo annuncio è riuscito a scatenare proteste in mezzo mondo – incidenti con morti e feriti dall’Afghanistan all’Indonesia, alle Filippine – perché la vicenda della moschea di «Ground Zero» ha creato un’ ipersensibilità su questo tema o perché i «mainstream media» non hanno resistito alla tentazione di esagerare e sensazionalizzare, trasformando il gesto di un personaggio insignificante a caccia di pubblicità, in un evento mondiale?

   Sono stati loro a «creare» la notizia? La competizione esasperata tra «media» che cercano di riprendersi da una crisi prolungata sicuramente c’entra, ma, come ha notato lo stesso Barack Obama, c’entrano ancora più l’accelerazione e l’esasperazione di tutti i circuiti informativi che sono proprie dell’era del «web». Sì, è vero, stavolta la cassa di risonanza l’hanno offerta i «media» tradizionali, ma prima erano stati, fin da luglio, quelli di Paesi stranieri (soprattutto dell’Islam) a parlare del caso.

   Bisogna, poi, tener conto che nell’era di Internet è sempre più difficile tacere o minimizzare gesti dimostrativi di gruppi di criminali o terroristi. Tv e giornali italiani negli anni ’70, dopo attentati e rapimenti, relegavano in un cassetto i comunicati delle Brigate Rosse, per non rischiare di diventare indirettamente strumenti di proselitismo dei terroristi.

   Oggi, nonostante gli inviti del Segretario di Stato Hillary Clinton a ignorare il caso e gli accorati appelli del generale Petraeus secondo il quale le immagini del Corano in fiamme saranno un perfetto «spot» per i reclutatori di Al Qaeda, per i «media» professionali è molto più difficile fissare un codice di condotta rigoroso: certo, bisogna evitare di farsi strumentalizzare, di diventare la cassa di risonanza di organizzazioni eversive, ma bisogna anche tener conto che ci sono ovunque e sempre eserciti di «blogger» pronti a mettere in rete quello che i giornali evitano di pubblicare.

   Mentre New York Times e Wall Street Journal fanno «mea culpa» per l’atteggiamento troppo spregiudicato dei giornalisti, Daily Beast, il sito di Tina Brown, se la prende col ruolo della televisione che tende a trasformare anche i temi politici più delicati in «reality show». Altre organizzazioni, intanto, cercano di darsi le loro linee-guida, finendo, in genere, per seguire una via di mezzo. Ad esempio l’Associated Press, la maggiore agenzia di stampa Usa, ha deciso che, se Jones alla fine dovesse compiere il suo gesto dimostrativo, pubblicherà un solo servizio sulla vicenda e metterà in rete alcune foto ma non le immagini del rogo.

   Una scelta analoga è stata fatta dal settimanale Newsweek. Tentativi di ridefinire i propri comportamenti nell’era di un’informazione digitale che produce un enorme rumore di fondo, velocizza tutte le comunicazioni e scatena reazioni mondiali alla velocità della luce, come il presidente Obama tocca ogni giorno con mano dal suo ufficio alla Casa Bianca. Spiega il suo braccio destro David Axelrod che l’informazione digitale ha complicato tutto perché «ha reso il mondo più piccolo, ha creato un ambiente nel quale tutto rimbalza più velocemente, e perché oggi qualunque individuo è, ormai, in grado di creare un evento dalla tastiera del suo computer».

   Leon Panetta, tornato alla Casa Bianca da capo della Cia 15 anni dopo la sua esperienza a fianco di Bill Clinton sostiene, sconsolato, di aver trovato un altro mondo: «Qui tutto è imbevuto di caffeina e corre troppo in fretta». (Massimo Gaggi)

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SUL TEMA “INFORMAZIONE”, IN GENERALE, SUI “PRO” E SUI “CONTRO”:

La vecchia ricerca delle notizie e i nuovi modelli di business

IL PULITZER VINTO DA UN SITO INTERNET CI DICE CHE IL GIORNALISMO STA BENE

di Piero Vietti, da “IL FOGLIO” del 14/4/2010

   L’avanzata di Internet e la contemporanea crisi dell’editoria stanno da qualche tempo cambiando i connotati all’informazione tradizionale, soprattutto quella dei giornali cartacei. In America, dove la crisi ha fatto più caduti sul campo che altrove, moltissimi giornalisti che sono cresciuti nelle redazioni dei quotidiani hanno dovuto reinventarsi la carriera dopo un licenziamento. In tanti lo hanno fatto, mettendosi al passo con le nuove tecnologie e aprendo blog e siti di informazione che provano a ridisegnare il giornalismo. E’ in quest’ottica che si deve leggere l’assegnazione, per la prima volta nella storia, del premio Pulitzer a un sito internet, ProPublica.org, per un’inchiesta sugli ospedali dopo l’uragano Katrina.

   Questo premio però conferma paradossalmente che il giornalismo tradizionale non è morto. Lo spiega al Foglio Marco Bardazzi, caporedattore centrale della Stampa e autore insieme con Massimo Gaggi di “L’ultima notizia”, libro uscito per Rizzoli sul futuro del giornalismo: “Paul Steiger, il direttore di ProPublica, è al suo diciassettesimo Pulitzer: gli altri sedici li ha vinti da direttore del Wall Street Journal”.

   Alle spalle di ProPublica c’è in effetti una squadra di “vecchi” giornalisti che “ha creato una realtà nuova con i nuovi strumenti multimediali ma con una base di solido giornalismo tradizionale – continua Bardazzi – Non c’entra nulla con il cosiddetto ‘citizen journalism’, il giornalismo che può fare chiunque abbia un computer e una connessione internet”.

   ProPublica non è un blog, ma “un servizio serio che fa giornalismo investigativo e lo mette a disposizione”. L’inchiesta vincente è infatti stata pubblicata anche sul New York Times. “Quello che deve cambiare è il modello di business”, continua Bardazzi, per il quale occorre sviluppare nuove modalità per fare meglio “un mestiere antico con strumenti nuovi”.

   L’informazione sta cambiando, questo è fuori di dubbio: “ProPublica ha realizzato un’inchiesta scritta e l’ha affiancata a video, foto, grafici interattivi, così rispondendo all’esigenza sempre più forte dei lettori di vedersi raccontare la realtà servendosi di media diversi”. Questo Pulitzer indica che c’è stato un cambio di paradigma, più che una rivoluzione vera e propria. “I giornali tradizionali sopravviveranno – dice Bardazzi – dovranno potenziare ancora la parte digitale.

   Non basta più il taccuino degli appunti per fare un’intervista: il modello vincente di informazione vuole che ci siano anche immagini, audio, link”. Nessun terremoto, insomma: “Questo è un periodo in cui nel giornalismo, come nel mercato automobilistico, vanno gli ibridi: non sapendo che cosa vorrà il mercato, ci si prepara a tutto”. I giudici del Pulitzer potrebbero avere voluto indicare un modello vincente con questo premio? “Non credo ci sarà un modello vincente – conclude Bardazzi – Bisognerà imparare a essere flessibili il giusto per saltare da una piattaforma all’altra”.

   In tal senso sono confortanti i dati sulle vendite dell’iPad e l’annuncio del lancio di altri tablet simili, accanto allo sviluppo di social network come Twitter e Facebook, in molti casi diventati fonti primarie per raccogliere informazioni. Rimane però in parte irrisolta la questione dei fondi. ProPublica si regge grazie ai soldi di due benefattori californiani, ma quasi nessun giornale può più permettersi grandi spese. La salvezza sembra venire ancora una volta da Internet, stando a quanto affermato ieri dall’amministratore delegato di Google, Eric Schmidt: “Le cose andranno meglio – ha detto al raduno degli editori americani – I giornali torneranno a fare soldi come un tempo, ma questa volta grazie alla pubblicità on line e a nuove forme di abbonamento. Abbiamo un problema di modelli di business, non abbiamo un problema di notizie”. (Piero Vietti)

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SAHARA – LA RADIO PIRATA DEI RIBELLI

di Lucio Luca da LAAYOUN (Sahara Occidentale), da “la Repubblica” del 13/4/2010

   Alle otto della sera Hassan, Hamid e Aslamhum caricano le coperte su un Pickup arrugginito, prendono al volo i narghilè e si addentrano verso il deserto. E’ buio pesto lungo il Saquia el Hamra, rocce di tufo che si perdono all’orizzonte, improvvise oasi di montagna, torrenti scavati nella pietra e dune di sabbia alte come onde del mare.

   Superato il canyon, a pochi chilometri dal porto industriale nel quale vengono imbarcati i fosfati di Bucraa, l’oro nero di un deserto che qui è povero di petrolio, si sale fino a una porta di cemento sommersa dai cespugli. E’ un’atmosfera da Mille e una notte: le tende berbere piantate tra le palme, uomini dall’età indefinita che pascolano i cammelli, il capo avvolto dal chèche, l’immancabile velo nero dei saharawi.

   Non sono guerriglieri del Fronte Polisario, l’organizzazione che da 35 anni si batte per l’indipendenza dal Marocco, ma pastori e contadini che nutrono una speranza: quella che un giorno il loro popolo possa vivere in condizioni migliori, libero dalla sovranità di Rabat.

   «Perché il deserto è di chi lo abita, non di chi impone la sua forza», spiega Mohammed, il capo della tribù. Nella sua tenda, al centro del villaggio, Mohammed raccoglie rametti di acacia per rinnovare il fuoco e preparare il tè. Hassan, invece, smanetta un pezzo di ferro che solo con l’immaginazione si potrebbe definire “antenna”.

   E invece, magicamente, qualche secondo dopo la voce di uno speaker si materializza da una scatoletta di legno attaccata a due altoparlanti. E’ Radio Rasd, l’emittente della Repubblica Araba Democratica Saharawi, bandita da tutte le frequenze marocchine ma trasmessa sui 1550 kHz delle onde medie e sui 6300 kHz delle onde corte: «Non sono frequenze regolari, è ovvio – ride Hamid – questa è la radio pirata del deserto».

   Prima si poteva ascoltarla su Internet, ma adesso il Marocco ha censurato tutti i siti pro-Saharawi e Hassan, che di mestiere fa l’elettricista, ha costruito un aggeggio che riesce a captare le facilities algerine e porta la voce della rivoluzione anche in questo scenario da sbarco sulla Luna. «La Rasd trasmette in arabo e in spagnolo. A volte al microfono si alternano i guerriglieri del Fronte che per informare il loro popolo scelgono il dialetto hassanya, quello che i saharawi parlano da secoli, da quando qui approdarono i Maquil fuggiti dallo Yemen», spiega il capo del villaggio.

   I ragazzi di Laayoun preferiscono lasciare la città e addentrarsi nel deserto per evitare di essere scoperti quando ascoltano la radio pirata: «Ma anche perché qui il segnale è perfetto – aggiunge Hassan – mentre nelle città i marocchini disturbano le frequenze. Nessuno ci controlla e possiamo ballare al ritmo della nostra musica preferita». Già, perché la Rasd, come tutte le emittenti che si rispettano, alterna l’informazione ai dischi.

   E, tra una notizia e l’altra, manda in onda i pezzi dei gruppi più popolari tra i saharawi. «Sono gruppi ribelli, come questi, i Tinariwen, i migliori», spiega Aslamhum. E’ una band del Mali, la loro musica si chiama Tishoumaren e mescola blues, rock, chaabi marocchino e ritmi tradizionali Tuareg. «Suonavano negli accampamenti dei profughi Tamashek negli anni Ottanta, adesso li puoi sentire a Tindouf, in Algeria, dove vivono 200 mila saharawi, molti vecchi, donne e bambini, in condizioni disastrose», racconta Hamid. I loro testi sono un misto di nostalgia e propaganda, storie d’amore e di famiglie divise dalla guerra, di torture e giustizia sommaria per chi si batte per il deserto.

   Ai più anziani, invece, piace soprattutto Ummkaltum, una cantante melodica araba: «Come la vostra Mina», sorride Aslamhum. Nei giorni in cui la pasionaria saharawi Aminatu Haidar era bloccata all’aeroporto di Lanzarote, nelle Canarie, e faceva lo sciopero della fame contro il governo di Rabat, Hassan, Hamid e Aslamhum venivano ogni sera qui per sintonizzarsi su Radio Rasd: «Era l’ unico modo per sapere la verità visto che la tv marocchina ha sempre distorto i fatti. La notte in cui Rabat ha ceduto e Aminatu è potuta tornare a casa, abbiamo festeggiato in questo villaggio. Le donne e i bambini si sono svegliati, ci siamo messi a cantare e ballar».

   È quasi l’alba quando dalla scatoletta di legno arriva confuso l’inno dei Saharawi. Il segnale si perde, cambiano le frequenze. «Sanno che le autorità marocchine li ascoltano – dice Hassan – devono stare attenti. Ma poi, come ogni sera, si trasformano in pirati dell’etere. E noi torneremo qui a sentire l’unica voce del Sahara libero».

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AFGHANISTAN, RILEVATI I FILE SEGRETI. ECCO LE PROVE DEI CRIMINI MILITARI

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 27/7/2010

NEW YORK – I commandos Usa che in gran segreto dovrebbero uccidere i capi dei Taliban finiscono per ammazzare troppi civili innocenti. I servizi pachistani che ufficialmente lavorano con gli americani aiutano gli insorgenti a pianificare gli attentati. I Taliban buttano giù gli elicotteri della Nato con i missili terra-aria che gli Usa regalarono ai mujahiddin per cacciare i sovietici. E i droni miliardari lanciati dalle basi al riparo qui in America si schiantano nelle montagne dell’ Afghanistan sbagliando bersaglio.

   Che sia davvero giusta o no, la guerra infinita, quella che per l’America è durata già il doppio del secondo conflitto mondiale, è piena di sbagli e di errori che il Pentagono e l’amministrazione hanno taciuto in tutti questi anni ai cittadini che ne hanno pagato i costi: 321 miliardi, più di mille soldati morti.

   Ma le sconvolgenti rivelazioni, arrivate proprio nel giorno in cui il governo di Hamid Karzai accusa la Nato di un nuovo massacro avvenuto la settimana scorsa, 52 civili, hanno già aperto un altro fronte: quello che sta facendo tremare Washington e che ha spinto il Pentagono e la Casa Bianca ad accusare WikiLeaks, l’organizzazione che ha messo online i 92mila file militari segreti, di «mettere a rischio» la vita delle truppe americane e alleate.

   Il sito indipendente non si lascia intimidire: adesso dovrete rispondere di «crimini di guerra». E l’America sotto shock si chiede se davvero, come promesso, dall’estate prossima Barack Obama potrà mai cominciare il ritiro da quella guerra che lui stesso, a differenza dell’invasione dell’Iraq, ha definito giusta, e in cui ha spedito altri 30 mila soldati. «Il presidente era stato informato nei giorni scorsi delle rivelazioni ma non ha bisogno di leggere i documenti di WikiLeaks per essere scioccato e impressionato dalle vittime civili» ha detto la Casa Bianca, appena uscita dallo scandalo della cacciata del comandante a Kabul, Stanley McChrystal, che in un’intervista aveva accusato l’amministrazione per le lentezze nella guerra.

   I documenti, per la verità, comprendono un arco che va dal 2004 fino al dicembre 2009, e non riguardano, specifica sempre il portavoce Robert Gibbs, la missione ridisegnata da Obama, «che comunque va avanti». Gli Usa hanno aperto una fuga di notizie ma spiega Mark Mazzetti, uno dei reporter che per il New York Times ha avuto da Wikileaks la possibilità di esaminare da qualche settimana quello che il sito ha ribattezzato “l’Afghan War Diary”, che a colpire sono soprattutto «il volume e i dettagli» più che la sostanza delle informazioni raccolte. La diffidenza degli Usa verso i servizi pachistani e l’orrore delle vittime civili non sono purtroppo una novità: «Ma il Pentagono finora ci ha raccontato questa storia sotto tutta un’altra luce».

   E’ stato lo stesso New York Times a informare la Casa Bianca e a confrontare con i suoi funzionari i file incriminati. La verità nascosta sulla guerra apre ora anche un altro interrogativo: WikiLeaks ha in mano altri documenti? «Non è ancora chiaro che cosa c’è davvero lì dentro» risponde il reporter del Times alla Msnbc «ci sono cablo spediti dai diplomatici, altre notizie riservate…».

   WikiLeaks (che oltre al Times ha aperto i suoi file al Guardian e a Der Spiegel) sostiene di non avere pubblicato oltre 15mila file proprio perché avrebbero rivelato obiettivi sensibili o messo a rischio alcune operazioni. In un’intervista al Tg1, il fondatore di WikiLeaks dice anche che nei documenti comparirebbe varie volte la sigla ITY, che si riferisce all’Italia. Julian Paul Assange aggiunge di ricordare «un cablogramma dell’ ambasciata americana in cui si definirebbe insopportabile il ruolo di una Ong italiana legata a un ospedale e a una vicenda di ostaggi»: un riferimento a Emergency e all’azione di Gino Strada che gli Usa non hanno mai fatto mistero di considerare scomoda.

   Il Pakistan, che riceve più di un miliardo di dollari di aiuti dagli Usa e che ha appena assicurato il Segretario di Stato Hillary Clinton in visita, naturalmente smentisce che l’Isi, il suo servizio segreto, faccia piani con i Taliban. Ma il Pentagono ha definito la divulgazione dei documenti «un atto criminale» e ha detto che ci vorranno giorni, forse settimane per appurare tutti i possibili rischi e danni inflitti dai file top secret alla guerra infinita. (Angelo Aquaro)

PER SAPERNE DI PIÙ  www.nytimes.com  –   www.wikileaks.com

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