3 ottobre 2010: a vent’anni dall’UNIFICAZIONE TEDESCA il mondo che si trasforma: tra CITTA’-STATO che si affermano e GEOALLEANZE GLOBALI; un NUOVO ORDINE MONDIALE, ma con NAZIONALISMI sempre pronti a generare violenza – La possibile pacificazione con un Governo Mondiale Federalista

Di tutte le coincidenze per i vent’anni di anniversario della riunificazione tedesca (3 ottobre 1990) la più dolorosa è la morte, venti giorni prima dell'anniversario, di BAERBEL BOHLEY (qui sopra una sua foto, ndr), simbolo della rivoluzione pacifica che abbatté il Muro: artista che non riusciva più a dipingere da quando il confine era caduto, figura politica che disdegnava il potere, Baerbel Bohley è stata esempio di una coscienza dissidente e sempre accesa senza la cui pressione quieta e incredibilmente coraggiosa la dittatura non sarebbe apparsa agli occhi dei cittadini, giorno dopo giorno, sempre più violenta e volgare e infine non sarebbe caduta. Le contraddizioni erano d'altronde intrinseche al 9 novembre 1989 (caduta del Muro) e al 3 ottobre '90 (riunificazione). Se la caduta del Muro è stata in sè l'antitesi dell'atto di erigere un monumento, il processo di unificazione si è dimostrato essere la negazione dell'apertura dei confini. Il Muro era in realtà uno specchio, confermava l'identità degli occidentali che si riconoscevano nella loro diversità da ciò che era oltre la cortina di ferro. La diversità ideologica identificava e quindi paradossalmente univa gli europei. Senza lo specchio il bisogno di identità si è ricostruito attorno ai vecchi confini nazionali. Gli interessi locali, regionali sono diventati improvvisamente più importanti. Si è rinazionalizzata anche la politica europea (…). Non è un caso che Baerbel Bohley avesse deciso di abbandonare la Germania già a metà degli anni 90 per aiutare i bambini a Sarajevo. Negli ultimi mesi di malattia trascorsi ancora a Berlino nell'appartamento di Fehrbelliner Strasse che ai tempi della rivoluzione chiamavamo "il porto di mare", raccontava che Sarajevo le era apparsa come la Berlino di quando era nata, completamente distrutta dalle bombe. Era quell'immagine, il ricordo visivo delle dittature, e i terribili racconti del padre tornato dal fronte orientale ad averla portata prima al pacifismo e poi alla dissidenza antinazionalista. (Carlo Bastasin, “il Sole 24ore” del 1/10/2010)

   Il 3 ottobre 1990 è la data della riunificazione tedesca; cioè quando i territori dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (RDT, la “Germania Est”) si costituirono in Länder accedendo quindi alla Repubblica Federale di Germania (“Germania Ovest”). Dopo le prime elezioni libere nella Germania Est, tenute il 18 marzo 1990, i negoziati tra i due Stati culminarono in un Trattato di Unificazione, mentre i negoziati tra le due Germanie e le quattro potenze occupanti (vincitrici della seconda guerra mondiale) produssero il cosiddetto “Trattato due più quattro”, che garantiva la piena indipendenza ad uno stato tedesco riunificato. Così, legalmente e di fatto, non è stata una “riunificazione” tra i due stati tedeschi, ma un’annessione da parte della Germania Ovest delle quattro regioni che formavano la Germania Est, con il beneplacito dell’allora Unione Sovietica (Gorbaciov), degli Stati Uniti (Bush senior) e con un assai timido parere favorevole dei paesi europei (allora la figura più autorevole era il francese Mitterand), preoccupati del costituirsi nell’Unione di una “Grande Germania” (in cambio chiesero che la Germania aderisse alla nascente, di lì a dodici anni, moneta unica, l’euro, abbandonando così la Germania il fortissimo “marco”).

   La Germania ha recuperato in questi ultimi venti anni quella centralità geografica e politica che aveva perso dopo la guerra. E proprio questa centralità geografica e il suo successo economico (nonostante i terribili costi dell’essersi presa carico dei quattro lander dell’Est in estrema povertà) alimentano i dubbi sul futuro della Germania in Europa. Però va dato atto che la Germania è riuscita a diventare potenza dal volto umano (la meno xenofoba tra tutti gli “stati nazione” di adesso, per fare un esempio…) (nonostante questo atteggiamento costruttivo e da leader positivo nel processo unitario dell’Europa, la Germania sta chiedendo solo per sè un seggio il prossimo anno al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite).

Foto del 3 ottobre 1990, a Berlino, alla Porta di Brandenburgo - L'unificazione tedesca, di cui si festeggia il ventennale, rassomiglia a quei vecchi negativi in bianco e nero. Osservato da un lato il film mostra gli ottimi risultati ottenuti, dal calo della disoccupazione all'aumento della produttività, dalle fabbriche della Turingia ai laboratori della Sassonia. Rovesciato, il negativo segnala un ritardo quasi incolmabile, nel mondo dell'economia e nella mente delle persone, malgrado generosissimi sussidi pubblici per 1.300 miliardi di euro. Qualche giorno fa un sondaggio della Welt am Sonntag rivelava che un tedesco dell'Ovest su cinque non si è ancora mai recato a Est. Ma dietro all'Entfremdung, l'estraneazione reciproca tra cittadini dello stesso paese, si nascondono piccoli miracoli quotidiani: in vent'anni, meno di una generazione, la ex Ddr è uscita da quell'isolamento in cui l'avevano costretta 40 anni di dittatura comunista. (Beda Romano, il Sole 24ore del 1/10/2010)

   Ma qui vogliamo anche parlare d’altro (non solo del ventennale della riunificazione tedesca). Cioè di come il mondo “cambia e non cambia”: nel primo articolo il grande scrittore Orhan Pamuk (articolo ripreso dall’ultimo numero di LIMES, la rivista di Geopolitica ora in edicola) parla del senso della “bandiera” nazionale; cioè da elemento di identificazione “buona” di una propria appartenenza, la bandiera (le bandiere) rischia, come nel caso turco, di diventare espressione nazionalista, strumento da usare “contro” qualcuno (nel caso turco contro i curdi).

   E sul rischio di un ritorno a un’ “appartenza tribale” vi proponiamo pure un articolo di Federico Rampini (su Repubblica), a sua volta ripreso da “Newsweek”) che parla dell’ultimo lavoro di Joel Kotkin, il più celebre geografo-economista-demografo degli Stati Uniti, che ha fatto una nuova mappa del mondo, mappa che rappresenta un possibile (molto possibile) scenario di NUOVO ORDINE MONDIALE, non più in Stati-Nazione, o in Unioni (come il tentativo per ora assai debole dell’Europa), ma in aree geopolitiche di grandi dimensioni (anche se c’è qualche eccezione: come la nascita delle CITTA’-STATO, come Singapore ma anche Londra e Parigi): a parte queste possibili “città stato” (Singapore lo è già) Kotkin individua 18 GEOREGIONI PLANETARIE.

   «Nel mondo intero – sostiene Kotkin in questo saggio pubblicato il 27 settembre scorso su Newsweek – una rinascita di legami tribali sta creando nuove reti di alleanze globali, più complesse. Se una volta la diplomazia aveva l’ultima parola nel tracciare le frontiere, oggi sono la storia, la razza, la religione e la cultura a dividere l’umanità in nuovi gruppi in movimento». Ambientalisti, progressisti, liberisti: questi sono valori che possono animare le élite, ma per i popoli il concetto di «tribù» è decisamente più potente.

   Bisogna prendere queste osservazioni con “beneficio di inventario”… cioè non è detto che andrà così, che ci sarà il ritono allo spirito di “tribù”: altre forme stanno superando la differenziazione razziale: pensiamo alla società edonistica consumistica, basata sul valore di oggetti o gadget, come auto, telefonini, vestiti alla moda…. e con una lingua sempre più comune, il cosiddetto “Globish”, global english, cioè  poche centinaia di vocaboli inglesi “standard” con cui le persone nel mondo globale comunicano (negli aeroporti, nel lavoro, nei rapporti personali tra persone di madrelingua diverse…)… una dimensione che è difficile considerare positiva (per niente) ma che perlomeno dovrebbe evitare il rifugiarsi delle persone “dentro la propria tribù di origine”.

   Però resta questa “possibilità” (prospettata da Kotkin) che della “paura” che elementi identitari siano cercati (più o meno strumentalmente anche imposti dai media o da affabulatori politici) in momenti di vuoto e di crisi di idee; e che questi elementi di identità possano far tornare la voglia di appartenenza alla propria “tribù di origine”… o, come dice Orhan Pamuk, il riconoscersi in una bandiera trasformata in vessillo nazionalistico; usata per dividere le persone e metterle tra loro in contrapposizione. Sta di fatto che la partita della ricerca di un’identità che il pianeta sta cercando (dopo il secolo delle grandi ideologie) è cosa non da poco: si potrà arrivare a una condizione di pace e benessere per tutti, e non di guerra, oppure a una situazione di scontro perenne. L’ipotesi di un “Governo Mondiale” si fa necessaria: ma questo governo dovrà essere “Federalista”, cioè rispettare e condividere poteri locali, intermedi, delle persone… sennò rischieremo di andare verso una società totalitaria globale.

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LE MIE VECCHIE CARTINE CON 105 BANDIERE

di ORHAN PAMUK , da “la Repubblica” del 1° ottobre 2010 (ripreso dal numero in edicola di LIMES, rivista di geopolitica italiana)

   Trent’ anni fa, a partire dalla prima media nell’ora di geografia dovevamo portare un atlante. Dato che si trattava di un volume rilegato, di un formato più grande rispetto agli altri libri di scuola e stampato su carta migliore e a colori, veniva considerato come qualcosa di speciale. Alcuni tra gli studenti meno abbienti non potevano permetterselo, e chi ne possedeva uno, che doveva servire per sei anni di scuola, lo conservava con molta cura. 

   In apertura si trovava raffigurato un planisfero, né proprio rotondo né proprio ovale, che ti dava l’impressione di avere davanti il mondo intero. Elemento imprescindibile di questo che si definiva atlante “politico” erano le bandiere nazionali a fondo pagina, grandi quanto francobolli. Dato che ho conservato con cura il mio atlante scolastico, prima di scrivere questo pezzo gli ho dato di nuovo un’occhiata.

   Nell’anno 1965 l’atlante riportava 105 bandiere. Nel frattempo, sull’onda della decolonizzazione dell’Africa e dopo la fine dell’Unione Sovietica il numero delle bandiere è aumentato notevolmente. Non pare essere stato molto difficile, all’epoca, imparare a memoria quelle 105 bandiere e la loro appartenenza. Tra noi compagni di classe era un gioco: di volta in volta coprivamo il nome della nazione sotto a ciascuna bandiera e chiedevamo a quale stato appartenesse.

   Probabilmente già con questo semplice giochetto imparavamo una serie di cose a proposito delle bandiere quali simboli di appartenenza e di “rappresentanza”. Che in tal modo si toccassero anche questioni di potere e problemi identitari, ancora non lo capivo affatto dalla cartina colorata e dalle bandierine variopinte. Per me erano soltanto riproduzioni di un mondo molteplice e vario, non diverse dai francobolli che un giovane e solerte collezionista inserisce nell’album. Tramite una piccola immagine colorata si potevano distinguere facilmente paesi e nazioni, più o meno come avviene con le maglie del calcio.

   Ebbene, io ero ancora un bambino ingenuo, ma forse non avevo del tutto torto. All’epoca non accadeva ancora che a Istanbul dopo le partite di calcio bande di uomini urlanti con le bandiere in mano invadessero le strade buie e si accoltellassero gli uni con gli altri. (…) Allora la bandiera non evocava in me alcun timore. O ero un bravo piccolo nazionalista cresciuto ai princìpi del sistema educativo turco, oppure la rossa bandiera con la stella e la mezzaluna rappresentava per me qualcosa di ben diverso rispetto a oggi.

   Quest’anno ho vissuto una serie di esperienze legate alla bandiera turca che tuttora mi fanno riflettere, per cui desidero fermarmi a parlarne. Esiste in Turchia una cosiddetta questione curda che è sboccata in un vicolo cieco e ha assunto forme di guerra a causa dell’atteggiamento sconsiderato e intransigente del governo. Sebbene siano in diversi a condividere con me l’opinione che il problema in qualche modo abbia a che fare con le aspirazioni identitarie dei curdi e debba dunque essere risolto in maniera pacifica e democratica, in mezzo al gran frastuono nazionalistico e alle grida di guerra le loro voci a malapena vengono percepite.

   Tra queste voci vi è quella del Partito popolare democratico, i cui elettori sono in prevalenza curdi. Circa un mese fa il partito ha voluto dimostrare che esso rispetta l’ unità turca e che intende raggiungere i propri obiettivi mantenendosi nella legalità. Pertanto, al proprio congresso ha fatto appendere un’enorme bandiera turca. Un giovane curdo, cui non andava a genio un simile atteggiamento moderato da parte della dirigenza del partito, ha tagliato la corda della bandiera davanti agli occhi di giornalisti e telecamere, portando in tal modo la Turchia sull’orlo della guerra civile.

   Ripetutamente in televisione si è vista e rivista l’immagine al rallentatore di quell’enorme bandiera che si piegava e scivolava lenta a terra davanti agli occhi della folla con una drammaticità che faceva venire in mente il finale del Fantasma dell’opera. La dirigenza del partito è stata arrestata e si è proclamata una “settimana della bandiera”, mentre alle finestre di decine di migliaia di abitazioni all’improvviso sono apparse bandiere turche. (…)

   Come noto, Cipro rappresenta da quarant’anni il pomo della discordia tra Grecia e Turchia. La scorsa estate gruppi di irriducibili nazionalisti di entrambe le parti hanno aggiunto un nuovo capitolo a questa annosa vicenda. Dapprima hanno cominciato alcuni giovani nazionalisti greci, che con le loro moto hanno compiuto una serie di provocatorie azioni di sconfinamento lungo la linea di separazione tra la zona turca e la zona greca. I funzionari di frontiera turchi hanno reagito,e si sono avuti piccoli scontri.

   Durante uno di questi scontri, dal lato turco un giovane cipriota greco all’improvviso ha cominciato ad arrampicarsi su per l’asta della bandiera. Era chiaro che il giovane, disarmato, aveva in mente di tirare giù dal pennone la bandiera turca. Ma una volta arrivato quasi in cima, è stato colpito da una pallottola turca e ha perso la vita.

   In questo modo la faccenda ha assunto d’un tratto una dimensione ben diversa. Tra la pubblica opinione turca si sono levate voci che hanno dichiarato che la reazione assolutamente sproporzionata dei soldati, costata il prezzo di una vita umana, danneggiava il prestigio internazionale della Turchia. Tuttavia, politici turchi di tendenza nazionalista si sono opposti affermando: «Chi oltraggia la sacra bandiera deve morire».

   In occasione del festival britannico di Hay-on-Wye e dell’uscita dell’edizione tascabile del mio romanzo “Il libro nero” ho trascorso quest’anno un breve periodo in Inghilterra. Mi era piaciuto il fatto che a differenza di quasi tutti gli altri editori la casa editrice Faber avesse scelto per la copertina del libro non il nero, ma il rosso. Una volta a Londra, ho visto che sulla copertina del tascabile sul rosso dello sfondo campeggiavano la stella e la mezzaluna della bandiera turca. (…)

   Al termine di una mia lettura londinese un uomo tra il pubblico è intervenuto e mi ha chiesto come avessi potuto permettere che la copertina del mio libro venisse deturpata con la bandiera turca, simbolo di tutte le malefatte della Repubblica Turca. Il giovanotto alludeva al mio impegno in favore dei diritti democratici e culturali dei curdi in Turchia, e ha parlato in tono amichevole e cortese; tuttavia era chiaramente percepibile quanto fosse grande la sua delusione. (…)

   Nella mia infanzia la bandiera era il simbolo della nazione. In seguito comprendemmo che era, piuttosto, il simbolo del nazionalismo. Adesso invece essa sembra significare qualcosa di molto più indistinto e molto più singolare del nazionalismo. Se non comprenderemo al più presto cosa sia esattamente questo qualcosa e non ne definiremo le regole, a causa della bandiera scorrerà ancora molto sangue. ORHAN PAMUK (il testo è pubblicato integralmente sul nuovo numero di Limes – Traduzione dal tedesco di Monica Lumachi)

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IL SOGNO GLOBALE DI BERLINO

di Beda Romano, da “il Sole 24ore” del 1/10/2010

BERLINO – Pochi anni prima di morire Willy Brandt ebbe una frase felice sul futuro del suo paese: «Quando arriverà il treno dell’unificazione tedesca nessuno potrà mettersi di traverso». L’ex cancelliere socialdemocratico, che aveva combattuto la Wehrmacht con l’uniforme norvegese, aveva colto un aspetto cruciale del carattere tedesco: la costanza. Se c’è una chiave di lettura per capire passato e futuro dell’unificazione, è proprio questa. La nuova Germania è uno straordinario esempio di tenacia, tra successi e insuccessi.

   L’unificazione tedesca, di cui si festeggia domenica il ventennale, rassomiglia a quei vecchi negativi in bianco e nero. Osservato da un lato il film mostra gli ottimi risultati ottenuti, dal calo della disoccupazione all’aumento della produttività, dalle fabbriche della Turingia ai laboratori della Sassonia. Rovesciato, il negativo segnala un ritardo quasi incolmabile, nel mondo dell’economia e nella mente delle persone, malgrado generosissimi sussidi pubblici per 1.300 miliardi di euro. Qualche giorno fa un sondaggio della Welt am Sonntag rivelava che un tedesco dell’Ovest su cinque non si è ancora mai recato a Est.
  
Ma dietro all’Entfremdung, l’estraneazione reciproca tra cittadini dello stesso paese, si nascondono piccoli miracoli quotidiani: in vent’anni, meno di una generazione, la ex Ddr è uscita da quell’isolamento in cui l’avevano costretta 40 anni di dittatura comunista. L’ammodernamento delle infrastrutture ha gettato le basi per una faticosa rincorsa economica e sociale. La strada è ancora lunga, ma i «paesaggi fiorenti» promessi un po’ affrettatamente da Helmut Kohl nel 1989 si delineano all’orizzonte.
   Grazie all’unificazione e con la costanza segnalata da Brandt, la Germania ha recuperato in questi ultimi venti anni quella centralità geografica e politica che aveva perso dopo la guerra. Come fa notare in questi giorni una bella mostra al Deutsches Historisches Museum sulla Unter den Linden di Berlino, la ristrutturazione dei Länder orientali è un fenomeno che si tocca con mano. Tra il 1991 e il 2009, il governo ha investito tra le altre cose 75 miliardi di euro nella costruzione o riparazione di strade, autostrade, reti ferroviarie e canali fluviali.

   Racconta Joachim Ragnitz, il direttore dell’istituto Ifo di Dresda: «In venti anni, la regione si è reintegrata nella grande Europa. Oggi, per spostarmi da qui, ho la possibilità di scegliere tra quattro aeroporti: Dresda, Lipsia, Berlino e Praga. In alcuni casi c’è addirittura, ed è francamente curioso, una certa sovraccapacità». La costanza, evidentemente, può giocare brutti scherzi; ma come non apprezzarne i risultati?
   L’allargamento dell’Unione all’Est non ha solo offerto nuovi mercati alle merci tedesche. Rafforzerà nei prossimi anni il ruolo della Germania in quanto snodo europeo nel traffico passeggeri e nel trasporto merci. A Lipsia ha sede dal 2008 il nuovo hub di Dhl: dalla città sassone il corriere aereo smista 1.500 tonnellate di merci al giorno. Tra due anni sarà inaugurato l’aeroporto di Berlin-Brandenburg, mentre si espande anno dopo anno la rete ferroviaria ad alta velocità.
   Anche da un punto di vista politico l’unificazione non ha ancora terminato di produrre i suoi frutti. Dallo sconquasso finanziario la Germania sta uscendo con più luci che ombre, meno indebitata degli Stati Uniti, più industrializzata della Gran Bretagna. Le sue prospettive sono meno grigie di quelle di altri paesi. Anche all’Est, nel Mezzogiorno tedesco dove la disoccupazione rimane elevata, la proiezione internazionale è sorprendente: le imprese esportano in media il 33% della loro produzione.
   Proprio centralità geografica e successo economico alimentano i dubbi sul futuro della Germania in Europa. Mentre l’Unione in crisi si dibatte tra integrazione e disintegrazione, la Repubblica Federale è combattuta tra la consapevolezza di pesare poco da sola e l’ambizione di avere un ruolo globale. Qualcuno teme quasi che la Germania voglia rifarsi di un Novecento che doveva essere secondo Raymond Aron “il secolo tedesco”. Poi le cose andarono diversamente a causa del Nazismo e di due guerre.
   Le più recenti indicazioni continuano a essere contraddittorie. Negli ultimi giorni il governo del cancelliere Angela Merkel ha chiesto norme più severe per lottare contro i deficit pubblici, anche con una rinuncia della sovranità nazionale, impegnandosi quindi in prima fila per il futuro dell’Europa. Al tempo stesso, tuttavia, ha sostenuto nuovamente a New York, attraverso il suo ministro degli Esteri Guido Westerwelle, la richiesta per un seggio permanente nel consiglio di sicurezza dell’Onu.
   Wolfgang Schäuble, la voce più europeista dell’establishment tedesco, ha parole tranquillizzanti: «Grazie all’unificazione, la Germania nel suo insieme è più varia, e il sentimento di solidarietà è cresciuto. Abbiamo ancora bisogno di tempo, di pazienza, in particolare di pazienza gli uni nei confronti degli altri, e dell’esperienza di avere insieme risolto i problemi». Tra pazienza e costanza, incidentalmente le analisi di Schäuble e di Brandt possono leggersi anche come un messaggio all’Italia e alla sua unificazione. (Beda Romano)

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ECCO L’ATLANTE DEL FUTURO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” dell’1/10/2010

(NDR: PER CHI VUOL LEGGERE, SULL’ARGOMENTO, L’ARTICOLO IN ORGINALE DI NEWSWEEK: scrive Newsweek )

NEW YORK. Addio illusioni di appartenere all’Eurozona, o a qualcosa di ancora più vasto come l’Occidente. Più modestamente l’Italia deve rassegnarsi a far parte delle Repubbliche dell’Olivo, per affinità storico-culturali con Grecia e Bulgaria, Macedonia e Portogallo.

   Mentre la Germania guida una nuova Lega anseatica che si spinge fino al Baltico. Per l’ America sette anni di guerra in Iraq non sono bastati a impedire che questo paese finisca risucchiato nell’Iranistan , com’era suo destino, insieme a Libano Siria e striscia di Gaza. I Nuovi Ottomani dilagano da Istanbul fino a riprendersi l’Uzbekistan e il Turkmenistan.

   È questa la mappa del mondo reale, non quello immaginario costruito attraverso guerre e trattati, diplomazie e accordi tra governi. Lo colora a tinte forti un’autorità della materia. Joel Kotkin è il più celebre geografo-economista-demografo degli Stati Uniti. Ha pubblicato opere di riferimento sul ruolo delle metropoli nell’era post-moderna, e sull’impatto dell’immigrazione nel futuro dell’America. Oggi è Distinguished Presidential Fellow alla Chapman University in California.

   Originale, visionario, oggi Kotkin lancia molto più di una provocazione. La sua nuova mappa del mondo assomiglia alla rivoluzione del cinema 3-D.I rapporti tra le nazioni acquistano una rilievo tridimensionale, si ricongiungono con il Dna dei loro popoli. Per disegnarla Kotkin ha messo al lavoro il Legatum Institute di Londra. Con risultati sconcertanti e controversi.  

NEWSWEEK - The New World Order - Tribal ties—race, ethnicity, and religion—are becoming more important than borders

   È ora di liberarci delle visioni convenzionali, quelle secondo cui i confini sono decisi solo dalla politica. «Nel mondo intero – sostiene Kotkin in un saggio su Newsweek – una rinascita di legami tribali sta creando nuove reti di alleanze globali, più complesse. Se una volta la diplomazia aveva l’ultima parola nel tracciare le frontiere, oggi sono la storia, la razza, la religione e la cultura a dividere l’umanità in nuovi gruppi in movimento».

   C’entra qualcosa il declino delle ideologie, che avevano funzionato da collante transnazionale. Ambientalisti, progressisti, liberisti: questi sono valori che possono animare le élite, ma per i popoli il concetto di «tribù» è decisamente più potente. Lo sosteneva il grande storico arabo Ibn Khaldun: «Nel deserto sopravvivono solo le tribù, tenute insieme da un forte senso di appartenenza».

   Storia antica,e sorprendentemente moderna. Torna di attualità adesso che il pianeta cerca un’identità dopo il secolo delle grandi ideologie, dei totalitarismi. Non appena finita la guerra fredda hanno iniziato a disgregarsi i blocchi tradizionali: non solo quello sovietico ma anche quello occidentale, e perfino l’idea di Terzo mondo che era nata per definire il movimento dei «non allineati».

   Gli economisti della Goldman Sachs oltre dieci anni fa coniarono con successo l’abbreviazione Bric, per designare le quattro potenze emergenti Brasile Russia India Cina. Ma è ovvio che quei quattro giganti hanno pochi valori in comune. Metterli nello stesso paniere è un’operazione astratta, da speculatori di Borsa, non descrive le dinamiche geopolitiche in azione.

   I veri confini del nuovo mondo sono altri. Tra le tendenze trainanti c’è la rinascita delle città-Stato: non solo Singapore che è davvero un’ entità politica autonoma, ma anche Londra e Parigi sono «metropoli globali»,i cui interessi si separano da quelli delle loro provincie.

   Il Nordamerica è molto più di un’ espressione geografica: tra Stati Uniti e Canada non c’è soluzione di continuità nei sistemi economici, nella cultura. E poi ecco un altro fattore in comune tra Usa e Canada: è l’immensa riserva di terre arabili e di acqua, quattro volte più risorse idriche di Europa e Asia, un punto di forza nelle «guerre alimentari» del futuro.

   La Cina da parte sua ha già di fatto ricostituito la Terra di Mezzo come ai tempi dell’ Impero celeste: Taiwan è sempre meno un’ isola ribelle, viene attirata nell’orbita economica della madrepatria. La Terra di Mezzo cinese rappresenta «il più vasto insieme mondiale popolato da un ceppo etnico omogeneo, gli Han». Questo dà alla Cina e ai suoi satelliti «una straordinaria coesione» ma ne fa anche un mercato di difficile penetrazione per gli stranieri.

   La Grande India sta risucchiando nel suo dinamismo economico il Bangladesh e così chiude un pezzo della lacerazione post-coloniale del 1947. La Cintura del Caucciù tiene insieme nazioni del sudest asiatico che hanno ricche dotazioni di risorse naturali: dalla penisola indocinese a Indonesia, Malesia e Filippine.

   The Wild East, l’Oriente selvaggio che include Afganistan, Pakistan e le vicine repubbliche ex-sovietiche, «resta una posta in palio nello scontro di potere tra Cina, India, Nordamerica». La Grande Arabia spazia dal Golfo Persico fino a includere Egitto e Giordania: un’ area resa compatta dal collante religioso ma per la stessa ragione «destinata a un rapporto problematico con il resto del mondo».

   L’Arco del Maghreb corre dall’Algeria alla Libia lungo le coste atlantico-mediterranee. L’impero sudafricano unisce paesi che hanno simili storie coloniali, dotazioni di infrastrutture migliori rispetto al resto dell’area subsahariana, e la prevalenza della religione cristiana.

   Anche in America latina è possibile trovare delle faglie negli orientamenti culturali che dividono due grandi famiglie. Da una parte ci sono i Liberalisti, campioni di una versione locale dell’ economia di mercato e del pluralismo: dal Messico al Cile. Dall’altra le Repubbliche di Bolivar, dove i populismi in versione marxista o peronista hanno messo radici profonde: Cuba e Bolivia, Argentina e Venezuela.

   In mezzo a queste grandi famiglie spiccano anche gli isolati. Sono quelle nazioni che per un forte senso d’identità non possono «sciogliersi» in un’ appartenenza più vasta: a titoli diversi questo è il destino del Brasile in Sudamerica, della Francia in Europa, del Giappone in Asia.

   Ci sono gruppi in bilico: per esempio le due Lucky Countries, nazioni fortunate, Australia e Nuova Zelanda, che hanno un Dna etnico-culturale anglosassone ma sentono l’attrazione economica dell’Asia con cui le loro economie sono complementari.

   L’Unione europea, vivisezionata da Kotkin e dagli esperti del Legatum Institute, ne esce letteralmente a pezzi. La Lega anseatica germanico-nordica ritrova «quel comune destino creato dal commercio» che lo storico Fernand Braudel le attribuì datandolo al XIII secolo; oggi rinasce in una proiezione globale, perché sono quelli i paesi che si sono meglio inseriti nei mercati asiatici.

   Le Aree di Confine sono Belgio e Repubblica Ceca, Irlanda e Paesi baltici, Polonia e Romania, più il Regno Unito senza Londra: sono paesi intrinsecamente instabili, in bilico tra zone d’ influenza rivali, esposti talvolta alla disunione. In quanto alle nostre Repubbliche dell’Olivo, hanno nobili radici in comune nell’antichità greco-romana. «Ma sono nettamente distanziate dall’ Europa settentrionale in ogni categoria: i tassi di povertà sono due volte più alti, la popolazione attiva dal 10% al 20% inferiore, i debiti pubblici più elevati, e i tassi di natalità più bassi del pianeta».

   Per quanto l’Italia possa progettare barriere per fermare i flussi migratori dalle nazioni «affini», vista da un geografo americano la sua collocazione è chiara. Non c’ è verso che l’Italia possa integrarsi con una Lega anseatica proiettata a distanze stratosferiche: non solo nell’Indice di Prosperità, ma anche su altri terreni perfino più importanti per il futuro. «Istruzione e innovazione tecnologica» nell’ Europa tedesco-scandinava hanno raggiunto «punte avanzate impressionanti». È un altro pianeta, i cui ambasciatori occasionalmente s’ incontrano a Bruxelles. Che forse non sarà più a lungo la capitale del Belgio. (Federico Rampini)

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VENTI ANNI DOPO IL MURO LA GERMANIA SI SENTE SOLA

di Carlo Bastasin, da “il Sole 24ore” del 1° ottobre 2010

   Questa settimana il governo di Berlino ha saldato l’ultima sanzione finanziaria ancora pendente per le responsabilità della prima guerra mondiale e nelle stesse ore la cancelliera Angela Merkel e il ministro degli Esteri Guido Westerwelle hanno fatto visita a New York e Washington per ottenere sostegno alla richiesta tedesca di un seggio il prossimo anno al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il ventennale della riunificazione cade in un momento di inevitabili contraddizioni sul ruolo della Germania nel mondo.

   Di tutte le coincidenze la più dolorosa è la morte, venti giorni prima dell’anniversario, di Baerbel Bohley, simbolo della rivoluzione pacifica che abbatté il Muro: artista che non riusciva più a dipingere da quando il confine era caduto, figura politica che disdegnava il potere, Baerbel Bohley è stata esempio di una coscienza dissidente e sempre accesa senza la cui pressione quieta e incredibilmente coraggiosa la dittatura non sarebbe apparsa agli occhi dei cittadini, giorno dopo giorno, sempre più violenta e volgare e infine non sarebbe caduta.
   Le contraddizioni erano d’altronde intrinseche al 9 novembre 1989 e al 3 ottobre ’90. Se la caduta del Muro è stata in sè l’antitesi dell’atto di erigere un monumento, il processo di unificazione si è dimostrato essere la negazione dell’apertura dei confini. Il Muro era in realtà uno specchio, confermava l’identità degli occidentali che si riconoscevano nella loro diversità da ciò che era oltre la cortina di ferro. La diversità ideologica identificava e quindi paradossalmente univa gli europei.

   Senza lo specchio il bisogno di identità si è ricostruito attorno ai vecchi confini nazionali. Gli interessi locali, regionali sono diventati improvvisamente più importanti. Si è rinazionalizzata anche la politica europea, tradendo l’umanesimo cosmopolita che aveva guidato la rivolta di Lipsia e di Berlino. Non è un caso che Baerbel Bohley avesse deciso di abbandonare la Germania già a metà degli anni 90 per aiutare i bambini a Sarajevo.
   Negli ultimi mesi di malattia trascorsi ancora a Berlino nell’appartamento di Fehrbelliner Strasse che ai tempi della rivoluzione chiamavamo “il porto di mare”, raccontava che Sarajevo le era apparsa come la Berlino di quando era nata, completamente distrutta dalle bombe. Era quell’immagine, il ricordo visivo delle dittature, e i terribili racconti del padre tornato dal fronte orientale ad averla portata prima al pacifismo e poi alla dissidenza antinazionalista.

   Come sia cambiata la Germania in questi vent’anni va misurato proprio sul ruolo del paese come perno di politiche cosmopolite, non egoiste, quindi sulla sua politica estera e sull’impronta che sta lasciando sull’Unione europea. Nel testo dei “contratti di coalizione” degli ultimi governi prevale un senso di continuità: vengono riconosciute le responsabilità storiche della Germania la cui assoluzione viene inquadrata nel processo di integrazione europea.

   Il ruolo della Germania viene definito sia in termini di valori sia di principi, i primi sono “pace, libertà, democrazia, stato di diritto, leggi internazionali, giustizia e diritti umani”, mentre gli interessi vengono riferiti alle “limitate risorse finanziarie della Germania” (queste le parole del contratto del 2005 della Grande coalizione). Nel complesso la Germania si rifà al concetto di Zivilmacht “potere civile” che si basa su un multilateralismo inclusivo e su cooperazioni estese per promuovere i valori e gli interessi condivisi con l’obiettivo di esprimere un potere trasformativo dei paesi che guardano all’Unione europea e ai suoi principi.

   Anche se l’impiego di forze militari è più frequente dopo la caduta del divieto di combattimento all’estero, la difesa armata non viene considerata come una dimensione strategica del paese che a questo riguardo continua a essere ispirata dalla cultura dell’autolimitazione.
   Ciò che lega la riunificazione alla dimensione internazionale del paese è proprio l’impatto che l’assorbimento dei Nuove Laender ha avuto sulle risorse finanziarie del paese. Non solo la Germania ha dovuto affrontare un impegno finanziario ingente, il cui rendimento è rimasto sempre al di sotto delle attese iniziali, ma lo sforzo richiesto ai cittadini occidentali ha creato un senso di diffidenza molto diffuso verso l’impiego del denaro pubblico.  

   L’unificazione ha reso disomogenea la società tedesca creando flussi di sostegno finanziario univoci da Ovest a Est, privi di reciprocità, un concetto ben chiaro a Max Weber che riteneva infatti che la solidarietà si basasse su un’aspettativa di restituzione futura della benevolenza. I trasferimenti fiscali hanno perso il loro connotato morale e sono parsi quindi ingiustificatamente pesanti ai cittadini tedeschi.
   La disomogeneità della società è poi diventata sempre più grande con l’apertura dei flussi migratori dall’Est Europa e in parte dal Nord Africa creando diffidenza ulteriore verso la destinazione di risorse pubbliche
.

   Il colpo finale al consenso dei cittadini per la diplomazia finanziaria di Berlino è giunto con la crisi dell’euro, quando le rivelazioni sui comportamenti truffaldini del governo greco e sull’asimmetria dei sacrifici a carico dei cittadini nella zona dell’euro hanno scatenato un’avversione paranoica al ruolo della Germania come presunto “ufficiale pagatore” dell’Europa.
   Vent’anni dopo ritrova vigore la leggenda francese, cara a Jacques Attali, sullo scambio tra la Deutsche Mark e il sì francese all’unificazione. Si tratta in gran parte di un errore di rilettura storica, nondimeno le due unioni, quella tedesca e quella europea, sono davvero parte di uno stesso processo storico. Ora che la parte tedesca del percorso è stata completata, rimane un po’ più incerto il destino della parte europea del viaggio tedesco. (Carlo Bastasin)

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LA NOTTE IN CUI LA GERMANIA DIVENTO’ UNA NAZIONE SOLA

di Andrea Tarquini, da “la Repubblica” del 1/10/2010

BERLINO. Niente parate militari, né jet sfreccianti col fumo nero-rosso oro del tricolore federale, niente sfoggio di orgoglio nazionale. Vent’ anni dopo, tra understatement, discorsi e grandi feste popolari qui nella fredda e piovosa Berlino, la prima potenza europea si prepara a celebrare il grande anniversario. Il ricordo corre al 3 ottobre 1990, e anche a chi lo visse sembra molto più di un ventennio.

   Allora il Trattato tra Bonn e Berlino Este quello tra i vincitori della seconda guerra mondiale e i due Stati tedeschi entrarono in vigore: tra speranze tedesche, consenso di Gorbaciov e di Bush senior e paure di Francia, Regno Unito e tanti altri, la Germania tornò unita. Senza caccia alle streghe, senza vendette dei vincitori contro i vinti.

   Quel 1990, nei ricordi, è una sequenza dei 300 giorni che cambiarono il mondo. Non è facile, oggi a Berlino unita, trovare tracce nei Luoghi della Storia. Del Muro della vergogna restano pochi segmenti per la Memoria, e una linea rossa di sampietrini sul pavé attorno alla Porta di Brandeburgo, dove 13 croci bianche ricordano alcuni dei tanti colpiti a morte dai Vopos mentre fuggivano.

   Sono scomparsi, all’Est di Berlino, grigiore e degrado di edifici delabré e gente dal volto più grigio e dimesso degli abiti. Oggi l’ ex cupa “capitale della Ddr” è la parte più trendy della risorta metropoli del Mitteleuropa, e anche l’ Est si gode sir Simon Rattle dirigere la Philarmonie che fu di von Karajan e di Abbado. La svolta era cominciata nel 1989, sull’onda lunga della rivoluzione polacca. Schiacciato dalla fuga in massa attraverso l’Ungheria, e dalle proteste di piazza, il regime si era rassegnato ad aprire il Muro.

   Da quel momento, aveva perso il controllo. Temendo il peggio, sommosse o una repressione tipo Tienanmen, Kohl e il suo team cominciarono la corsa contro il tempo. Il “Piano in dieci punti“, presentato il 28 novembre, fu la sorpresa da poker del cancelliere: una tabella di marcia per avvicinare e riunificare i due Stati. A Bonn nessuno voleva crederci, a Berlino Est la gente premeva in piazza: sull’ Unter den Linden e sulla Alexanderplatz, inneggiavano sempre a “Gorby”, ma non gridavano più “wir sind das Volk”, noi siamo il popolo. “Wir sind ein Volk”, noi siamo un solo popolo, era il nuovo slogan.

   Il regime cadeva a pezzi: pochi mesi dopo la caduta del dittatore Honecker, era stato destituito il suo delfino Egon Krenz. Hans Modrow, capo dei riformisti, cercò invano di salvare il salvabile. «Ma presto capimmo che era troppo tardi, mi resi conto che Mosca ci stava abbandonando», mi dice Modrow. In gennaio, i dissidenti e la folla occuparono l’ edificio più temuto del paese, l’ enorme sede della Stasi a Normannenstrasse. «Dateci i dossier su di noi», dicevano.

   Era caduta l’ ultima, decisiva soglia della paura. A ogni visita, Kohl riempiva le piazze. E intanto il paese si svuotava: frontiere ormai aperte, se ne andavano all’ Ovest in duemila al giorno.I più giovani, i più bravi, i più istruiti.  L’ economia era al collasso, «e il collasso dell’ Urss ci trascinò in fondo», ricorda triste Hans Modrow. Ma due speranze, il regime non le aveva ancora perse: l’ appoggio dei falchi di Mosca – esercito, Kgb e partito – e la paura dichiarata della Thatcher, di Mitterrand e di altri leader europei, Andreotti incluso, verso il ritorno d’ una Grande Germania. Solo Bush appoggiava Kohl, Gorbaciov non sapeva come muoversi.

   Nella notte dell’ assalto popolare alla Stasi, un reggimento di tank sovietici poco distante fu messo in allarme rosso. Solo la telefonata di Kohl rassicurò il Cremlino: «Signor segretario generale, le do la mia parola che i vostri non corrono e non correranno alcun pericolo». Cominciano a capirsi, a fidarsi, a giocare insieme la partita, Bush senior, il leader della perestrojka e quel politico renano triste in segreto per la moglie malata, lui che un anno prima a un passo dalla caduta. Giocarono contro tutti. Contro la Thatcher, contro Mitterrand che a dicembre ‘ 89 aveva visitato la Ddr promettendole «pari dignità con Bonn».

   Quasi nelle stesse ore, Kohl era pochi chilometri distante, a Berlino Ovest, ma i due non si videro. «Gorbaciov me lo fece capire, faccia a faccia al Cremlino: avevano deciso di abbandonarci», racconta Modrow. Poi, il 10 febbraio, Helmut Kohl fu ricevuto al Cremlino. «Che i tedeschi decidano da soli il loro cammino», si sentì dire. Un mese dopo, il 18 marzo, la Ddr visse le prime e uniche elezioni libere. La Cdu stravinse. Cominciarono allora le trattative dirette BonnBerlino Est, sotto la stretta sorveglianza dei Grandi. Con mesi di trattative snervanti e consulti segreti giorno e notte, Kohl, il ministro degli Esteri Genscher tenuto in vita da tre bypass, Schaeuble paralizzato da un attentato, Waigel in crisi coniugale, più Bush e il segretario di Stato James Baker, piegarono le resistenze di Thatcher e Mitterrand.

   Più di una telefonata tra il cancelliere e il capo del Cremlino fu dura. Mikhail Serge’evic minacciato dai falchi chiedeva disperatamente crediti. Solo al vertice nel Caucaso, Kohl e “Gorby” arrivarono all’ intesa: con aiuti per 55 miliardi di marchi, il cancelliere strappò al segretario generale un sì alla riunificazione, e a una Germania unita nella Nato. A Berlino Est, all’ euforia cominciava ad affiancarsi il panico.

   L’ unione monetaria con Bonn era entrata in vigore, tasso di fatto 1 a 1 tra il marco federale e quello dell’est quotato al cambio nero poco più di 10 centesimi, salari e pensioni subito alzati. Quel che restava dell’ industria della Ddr crollò, oltre due milioni dei 16 milioni di tedeschi dell’ est finirono senza lavoro. L’ esodo continuava, le città di spopolavano. Il trattato per la riunificazione fu firmato il 31 agosto: l’ Est in ginocchio accettava di entrare nella Bundesrepublik, e di assumerne costituzione e ordinamento. 12 giorni dopo, a Mosca, firmando insieme ai tedeschi il “Trattato due più quattro” i vincitori della seconda guerra mondiale abrogarono i loro diritti di potenza occupante.

   Si arrivò così a quella sera del 3 ottobre di vent’ anni fa, con Kohl e il vecchio Willy Brandt fianco a fianco, osannati da una folla oceanica a un passo dall’ ex Muro. Non tutti sono arrivati vivi al ventennale: Brandt e Mitterrand furono piegati dal cancro, Honecker morì da esule in Cile. Kohl e Gorbaciov, segnati entrambi dalla morte delle mogli, e Bush senior si frequentano da grandi ex, i segni dell’ età sempre più impietosi.

   La riunificazione costa ancora al bilancio federale 100 miliardi di euro l’ anno, cioè quanto tutto il Piano Marshall. La Germania Est è risorta ma a pelle di leopardo, tra poli di sviluppo postmoderno come le splendide Jena, Lipsia o Dresda e vecchie città industriali spopolate. Nell’ animo, i tedeschi non si sentono ancora uniti, ma se passeggi tra loro a est o a ovest raramente te ne accorgi. E sono riusciti a diventare potenza dal volto umano, che vuol vincere non più guerre, bensì la pace. (Andrea Tarquini)

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LA RIVINCITA DELLA GEOGRAFIA

di Robert D. Kaplan (Robert D. Kaplan is national correspondent for The Atlantic and senior fellow at the Center for a New American Securit)y.

da “il Sole 24ore” del 23/5/2009

   Vent’anni fa, l’abbattimento del Muro di Berlino da parte delle folle festanti di tedeschi simboleggiò qualcosa di molto più profondo della semplice caduta di un confine arbitrario. Questo evento segnò l’inizio di un ciclo intellettuale che vide tutte le divisioni – geografiche e non – come sormontabili, che usò i termini «realismo» e «pragmatismo» solo in senso spregiativo e che chiamò in causa l’umanesimo di Isaiah Berlin o le inaccettabili concessioni fatte a Hitler a Monaco per giustificare un intervento internazionale dopo l’altro. Sotto questo aspetto, il liberalismo armato e il neoconservatorismo esportatore di democrazia degli anni Novanta condividevano le medesime aspirazioni universaliste. Purtroppo, però, quando la paura di Monaco porta a fare il passo più lungo della gamba, il risultato è il Vietnam, o, nel caso attuale, l’Irak.
   E così è cominciata la riabilitazione del realismo, e con essa un nuovo ciclo intellettuale. Il termine «realista» viene oggi usato in segno di rispetto, mentre «neo-con» è indice di derisione. L’analogia del Vietnam ha mandato in soffitta quella di Monaco. Thomas Hobbes, che celebrava i benefici morali della paura e vedeva l’anarchia come la principale minaccia per la società, ha preso il posto di Isaiah Berlin come filosofo del ciclo attuale. Oggi l’attenzione non è rivolta tanto agli ideali universali, quanto piuttosto alle distinzioni particolari, da quelle etniche a quelle culturali e religiose. Chi sottolineava queste cose un decennio fa veniva dileggiato come «fatalista» o «determinista». Oggi viene applaudito come «pragmatista». E questa è l’idea chiave maturata negli ultimi due decenni: che al mondo ci sono cose peggiori dell’estrema tirannia, cose che in Irak siamo stati noi a provocare. Dico questo dopo aver sostenuto io stesso la guerra.
   Così, dopo esser stati castigati, oggi ci siamo riscoperti tutti realisti. O, perlomeno, crediamo di esserlo. Il realismo, però, è qualcosa di più della semplice opposizione a una guerra, quella in Irak, che col senno di poi sappiamo essere andata male. Realismo significa riconoscere che le relazioni internazionali sono governate da una realtà più cruda e più segnata dai limiti di quella che regola gli affari interni dei singoli paesi. Esso significa mettere l’ordine al di sopra della libertà, perché quest’ultima diventa importante soltanto dopo che il primo è già stato stabilito. Significa concentrarsi su ciò che divide l’umanità anziché su ciò che la unisce, come avrebbero invece voluto i sommi sacerdoti della globalizzazione. In breve, il realismo ha a che fare con il riconoscimento e l’accettazione di quelle forze che sfuggono al nostro controllo e che pongono dei limiti all’azione umana: la cultura, la tradizione, la storia, le cupe maree di passionalità che giacciono immediatamente sotto alla sottile patina di civilizzazione. Da qui emerge quella che, per i realisti, è la domanda centrale negli affari esteri: chi può fare che cosa a chi? E fra tutte le spiacevoli verità in cui il realismo è radicato, la più sgradevole, la più brusca e la più deterministica di tutte è la geografia.
   Di fatto, la forza all’opera nel recente ritorno del realismo è la rivincita della geografia, intesa nel senso più tradizionale del termine. Nel Settecento e nell’Ottocento, prima dell’avvento della scienza politica come una materia accademica autonoma, la geografia era una disciplina onorata – anche se non sempre formalizzata – nella quale politica, cultura ed economia venivano spesso pensate in riferimento alle carte orografiche. Così, nell’età vittoriana e in quella edoardiana, la realtà fondamentale era costituita dalle montagne, dalle pianure e dagli uomini che su di esse nascevano, mentre le idee, per quanto nobili potessero essere, erano soltanto un aspetto secondario. Ciononostante, abbracciare la geografia non significa accettarla come una forza implacabile contro cui l’umanità non può nulla. Essa, piuttosto, serve a limitare la libertà umana e la facoltà di scelta con un pizzico di accettazione del fato. Ciò è tanto più importante oggi, in quanto la globalizzazione, anziché cancellare l’importanza della geografia, la sta rafforzando. I mezzi di comunicazione di massa e l’integrazione economica stanno indebolendo molti Stati, mettendo a nudo un mondo hobbesiano di piccole regioni litigiose. Al loro interno, le fonti di identità locale, etnica e religiosa si stanno riaffermando; e dato che esse risultano ancorate a specifici terreni, il modo migliore per spiegarle consiste nel fare riferimento alla geografia. Come sono le faglie a determinare i terremoti, così il futuro politico sarà definito da conflitti e instabilità segnati da un’analoga logica geografica. Lo sconvolgimento generato dall’attuale crisi economica viene poi a rafforzare ulteriormente l’importanza della geografia, in quanto indebolisce l’ordine sociale e gli altri prodotti della civiltà umana lasciando, come uniche strutture di contenimento, le frontiere naturali del globo.
   Così, anche noi dobbiamo ritornare alle mappe e, in particolare, a quelle che chiamo le «zone frantumate» dell’Eurasia. Dobbiamo riprendere quei pensatori che hanno dimostrato di conoscere meglio il territorio. E dobbiamo aggiornare le loro teorie per prepararci alla rivincita della geografia nella nostra epoca.
Se vogliamo comprendere le idee della geografia, dobbiamo andare a cercare quei pensatori che provocano un profondo disagio negli umanisti liberali, quegli autori che pensavano che le mappe determinassero quasi ogni cosa, lasciando ben poco spazio alla libertà d’azione dell’uomo.

   Una di queste persone è lo storico francese Fernand Braudel, che nel 1949 pubblicò Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II. Portando la demografia e la natura stessa nel cuore della storia, Braudel contribuì a ridare alla geografia il posto che le competeva. Nella sua lettura della storia, ci sono delle forze ambientali permanenti che conducono a tendenze storiche durevoli, le quali, a loro volta, predispongono l’insorgere di eventi politici e guerre regionali. Secondo Braudel, per esempio, erano state la povertà e la precarietà dei terreni coltivabili attorno al bacino del Mediterraneo, unite a un clima instabile e spesso flagellato dalla siccità, a spingere gli antichi greci e romani nelle loro conquiste. In altre parole, la nostra convinzione di avere il controllo sui nostri destini è solo un’illusione. Per comprendere le attuali sfide poste dal cambiamento climatico, dal riscaldamento dell’Artico e dalla scarsità di risorse come il petrolio e l’acqua, dobbiamo riprendere in mano l’interpretazione ambientale degli eventi sviluppata da Braudel.
   Così, allo stesso modo, dobbiamo anche riprendere in esame la considerazione strategica del mare aperto elaborata da Alfred Thayer Mahan, un capitano di vascello statunitense autore de L’influenza del potere marittimo sulla storia, 1660-1783. Vedendo il mare come il grande «spazio comune» della civiltà, Mahan pensava che la potenza navale fosse sempre stata il fattore decisivo nelle lotte politiche globali. Fu proprio Mahan, nel 1902, a coniare il termine «Medio Oriente» per indicare quell’area tra l’Arabia e l’India che rivestiva una particolare importanza per la strategia navale. Di fatto, Mahan considerava gli oceani Pacifico e Indiano come i cardini del destino geopolitico del mondo, in quanto avrebbero consentito a una nazione marittima di proiettare la propria potenza tutto attorno ai confini dell’Eurasia e, quindi, di avere un influsso sugli sviluppi politici fin nelle profondità dell’Asia centrale. Il pensiero di Mahan ci aiuta a capire perché l’Oceano Indiano sarà il cuore della sfida geopolitica nel XXI secolo (e anche perché il suo libro è oggi così di moda fra gli strateghi cinesi e indiani).
In modo simile, lo stratega olandese-americano Nicholas Spykman vedeva le coste degli oceani Pacifico e Indiano come le chiavi per il predominio in Eurasia e come i mezzi naturali per tenere sotto scacco la potenza terrestre della Russia. Prima di morire nel 1943, mentre gli Stati Uniti stavano combattendo contro la potenza nipponica, Spykman predisse l’ascesa della Cina e la conseguente necessità, per gli Stati Uniti, di difendere il Giappone.

   E anche se gli Stati Uniti stavano lottando per liberare l’Europa, Spykman li mise in guardia avvertendoli che l’emergere, dopo la guerra, di una potenza europea unificata si sarebbe infine dimostrato contrario ai loro interessi. A tanto giungono le previsioni del determinismo geografico.
   Forse, però, la guida più significativa per comprendere la rivincita della geografia è il padre della geopolitica moderna, sir Halford J. Mackinder, che è famoso non per un libro ma per un singolo articolo, «Il perno geografico della storia», che ha avuto origine da una conferenza tenuta nel 1904 per la Royal Geographical Society di Londra. L’opera di Mackinder costituisce l’archetipo della disciplina geografica, il cui tema viene da lui efficacemente riassunto in questi termini: «È l’uomo, e non la natura, a dare inizio ai processi storici, ma è la natura, in larga misura, a controllarli».
   La sua tesi è che la Russia, l’Europa orientale e l’Asia centrale sono il «perno» attorno a cui ruota il destino del predominio mondiale. In un libro successivo, avrebbe indicato quest’area eurasiatica come la «heartland», il cuore del mondo. Attorno a quest’area ci sono quattro regioni «marginali» del continente eurasiatico che corrispondono alle quattro grandi religioni; e questa corrispondenza, secondo Mackinder, non è un caso, in quanto ai suoi occhi anche la fede è meramente subordinata alla geografia. Ci sono due «terre monsoniche»: una a est, perlopiù lungo le rive del Pacifico, che è la patria del buddhismo; l’altra a sud, di fronte all’Oceano Indiano, che è la patria dell’induismo. La terza regione marginale è l’Europa, che è bagnata a ovest dall’Atlantico ed è la patria del cristianesimo. Ma la più fragile delle quattro regioni marginali è il Medio Oriente, la patria dell’islam, «povera d’acqua per la prossimità con l’Africa» e per la maggior parte «scarsamente popolata» (nel 1904, all’epoca della conferenza).
   Questa carta orografica dell’Eurasia, e gli eventi che si stavano svolgendo su di essa all’alba del XX secolo, costituiscono l’argomento delle riflessioni di Mackinder, e la frase d’apertura lascia già presagire la loro portata: «Quando, in un remoto futuro, gli storici guarderanno il gruppo di secoli che stiamo attraversando e li vedranno ridotti in uno scorcio prospettico, come noi oggi vediamo le dinastie egizie, essi forse descriveranno gli ultimi quattrocento anni come l’epoca colombiana, ponendo la sua fine a poco dopo il 1900».
Mackinder spiega che mentre la cristianità medievale era «rinchiusa dentro una regione ristretta e minacciata all’esterno dai barbari», l’età colombiana – l’età delle grandi scoperte – vide l’Europa espandersi al di là degli oceani, verso nuove terre. Pertanto, nel XX secolo, «noi dovremo nuovamente confrontarci con un sistema politico chiuso», questa volta con un «orizzonte mondiale».

   «Ogni esplosione di forze sociali, anziché dissiparsi all’esterno nello spazio sconosciuto e nel caos barbarico, verrà invece a rimbombare dagli estremi confini del globo, e gli elementi più deboli nell’organismo politico ed economico del mondo ne saranno di conseguenza sconvolti».
   Percependo che gli imperi europei non avevano più spazio in cui espandersi, cosa che avrebbe reso globali i loro conflitti, Mackinder previde, sia pur vagamente, la portata di entrambe le guerre mondiali.
   Mackinder considerava la storia europea come «subordinata» a quella dell’Asia, in quanto vedeva la civiltà dell’Europa come il mero risultato della lotta contro l’invasione asiatica. L’Europa, scrive, è diventata quel fenomeno che di fatto è soltanto a causa della sua conformazione geografica: una serie intricata di montagne, valli e penisole, limitata a nord dai ghiacci polari e a ovest dall’oceano, bloccata dai mari e dal Sahara a sud e posta di fronte all’immensa, minacciosa pianura russa a est. In questo paesaggio ben delimitato si riversarono una serie di invasori nomadi provenienti dalle brulle steppe dell’Asia.

   L’unione di franchi, goti e cittadini provinciali romani contro questi invasori pose le basi della moderna Francia. Analogamente, anche le altre potenze europee ebbero origine (o quantomeno maturarono) attraverso i loro incontri con i nomadi asiatici. Di fatto, furono le presunte angherie commesse dai turchi selgiuchidi ai danni dei pellegrini cristiani a Gerusalemme a offrire il pretesto per lanciare le crociate, che Mackinder considera come l’inizio della moderna storia collettiva dell’Europa.

   La Russia, nel frattempo, per quanto le sue foreste acquitrinose la proteggessero da numerose schiere d’invasori, cadde preda, nel XIII secolo, dell’Orda d’oro dei mongoli. Questi conquistatori decimarono e, in seguito, trasformarono la Russia. Ma dato che la maggior parte dell’Europa non conobbe mai un simile livello di distruzione, essa fu in grado di emergere come la guida politica del mondo, mentre alla Russia fu in gran parte precluso l’accesso al Rinascimento europeo. La Russia – il modello di impero terrestre, con poche barriere naturali a difenderla – avrebbe imparato per l’eternità che cosa significa essere brutalmente conquistati. E, di conseguenza, sarebbe stata perennemente ossessionata dalla spinta a espandersi e a mantenere il controllo del territorio.
   Le scoperte chiave dell’epoca colombiana, scrive Mackinder, non fecero altro che rafforzare la cruda realtà della geografia. Nel Medioevo, i popoli d’Europa erano rimasti in larga misura confinati alla terraferma. Ma dopo la scoperta della rotta attorno al Capo di Buona Speranza, gli europei ebbero all’improvviso accesso a tutta la fascia costiera dell’Asia meridionale, per non parlare delle scoperte strategiche nel Nuovo Mondo. Mentre gli europei occidentali «solcavano gli oceani con le loro flotte», prosegue Mackinder, la Russia si stava espandendo con eguale energia sulla terraferma, «emergendo dalle sue foreste settentrionali» per pattugliare le steppe con i suoi cosacchi, irrompendo in Siberia e mandando i propri contadini a coltivare il grano nelle steppe sud-occidentali. Era sempre la vecchia storia che si ripeteva: Europa contro Russia, una potenza marittima liberale (come Atene e Venezia) contro una potenza terrestre reazionaria (come Sparta e la Prussia). Il mare, infatti, oltre a portare influenze cosmopolite in virtù dell’accesso a porti remoti, offre anche quell’inviolabile sicurezza dei confini di cui la democrazia ha bisogno per svilupparsi.
   Nel XIX secolo, sottolinea Mackinder, l’avvento delle macchine a vapore e l’apertura del Canale di Suez accrebbero la mobilità della potenza marittima europea attorno alla fascia costiera meridionale eurasiatica, così come le ferrovie stavano iniziando a fare lo stesso per la potenza terrestre nel cuore dell’Eurasia. Era pertanto ormai pronto lo scenario per lo scontro per il predominio eurasiatico, cosa che conduce Mackinder a formulare la sua tesi centrale: «Se riflettiamo su questa rapida esposizione delle grandi tendenze della storia, non è forse evidente la presenza di una certa continuità a livello di rapporti geografici? La regione perno della politica mondiale non è forse quella vasta area dell’Eurasia che risulta inaccessibile alle navi, ma che nell’antichità era aperta alle scorrerie dei nomadi a cavallo e, oggi, sta per essere coperta da una rete di ferrovie?».
   Proprio come i mongoli battevano alle porte – e spesso le sfondavano – delle regioni marginali attorno all’Eurasia, la Russia avrebbe ora rivestito il medesimo ruolo di conquista, perché, come scrive Mackinder, «le quantità geografiche in gioco sono più misurabili e più grossomodo costanti di quelle umane».
   Il determinismo di Mackinder ci ha preparati per l’ascesa dell’Unione Sovietica e della sua vasta zona d’influenza nella seconda metà del XX secolo, oltre che per le due guerre mondiali che l’hanno preceduta. In fin dei conti, nota lo storico Paul Kennedy, questi conflitti sono stati delle lotte per il controllo delle regioni «marginali» di Mackinder, dall’Europa orientale all’Himalaya e oltre. La strategia di contenimento della Guerra Fredda, inoltre, dipendeva pesantemente dalle basi lungo le fasce costiere del Medio Oriente e dell’Oceano Indiano.

   Di fatto, la proiezione della potenza americana in Afghanistan e in Irak, nonché le attuali tensioni con la Russia riguardo al destino politico dell’Asia centrale e del Caucaso, non fanno altro che rafforzare ulteriormente la tesi di Mackinder.  Nell’ultimo paragrafo del suo articolo, egli lascia balenare anche lo spettro di una possibile conquista cinese della regione «perno», cosa che renderebbe la Cina la potenza geopolitica dominante del mondo.

   Guardate come gli immigrati cinesi stanno oggi rivendicando demograficamente alcune parti della Siberia, mentre il controllo politico della Russia sui suoi estremi confini orientali si va indebolendo.

   La saggezza del determinismo geografico resiste attraverso i secoli perché riconosce che le lotte più profonde dell’umanità non vertono attorno alle idee ma attorno al controllo del territorio, nello specifico il cuore e le fasce costiere dell’Eurasia. Naturalmente, anche le idee contano, e si diffondono attraverso i confini geografici.

   Ciononostante, c’è una certa logica geografica dietro al fatto che alcune idee mettano radici in determinati luoghi.  L’Europa orientale, la Mongolia, la Cina e la Corea del Nord erano tutti regimi comunisti contigui alla grande potenza terrestre dell’Unione Sovietica. Il fascismo classico è stato un problema prevalentemente europeo. E il liberalismo ha messo le proprie radici più profonde negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, che non a caso sono sostanzialmente due nazioni insulari nonché due potenze marittime. È facile provare avversione verso questa sorta di determinismo, ma è molto più difficile confutarla.  (Traduzione di Daniele Didero)

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