Le CITTA’ PIU’ TREND: cultura, architettura e servizi; capacità di capire, interpretare e innovare il proprio tempo. La CITTA’ come “ricerca della felicità” (Aristotele) (e le periferie e i piccoli comuni spesso soccombono non esprimendo alcunché)

MASDAR o, meglio, Madinat Masdar (arabo: مدينة مصدر, Madīnat Madar, letteralmente "La città sorgente", è una città pianificata ad ABU DABI, negli Emirati Arabi Uniti. Progettata dallo studio di architettura inglese Foster and Partners, la città conterà esclusivamente sull'ENERGIA SOLARE, con un'economia zero-carbonio, e un'ecologia zero-rifiuti. La città che coprirà 6km quadrati, è costruita ad Abu Dhabi, a 30km a est dalla capitale, vicino all'aeroporto internazionale di Abu Dhabi (…)… “La prima delle otto sezioni in cui è articolato il progetto è stata appena completata e Masdar ha subito svelato le sue meraviglie. Il 90 per cento dell'energia arriva dagli impianti solari, le auto elettriche sono attivate da un computer di bordo e tutto il traffico scorre sotto terra - costringendo appunto gli abitanti a riemergere dal sottosuolo a piedi. L'impianto fotovoltaico, l'inceneritore, le riserve acquifere: tutto è finito fuori città. Disegnando una città ideale che il suo creatore non teme di paragonare a un parco giochi: BELLA E FINTA COME DISNEYLAND. Peccato che la città ideale di Norman Foster, dice Nicolai Ouroussoff, il critico d'architettura del New York Times che l'ha visitata, «rifletta anche la mentalità da comunità-rinchiusa che si è andata espandendo come un cancro in tutto il globo per decenni». Cioè? «La sua purezza utopica è ancorata nella convinzione che l'unico modo per creare una comunità davvero armoniosa, verde o di qualsiasi altro tipo, è di tagliare ogni legame con il resto del mondo». UNA GABBIA? Dice Saskia Sassen, che dalla cattedra di sociologia della Columbia di New York ha studiato LA CITTA’ GLOBALE, come recita il titolo di un suo famoso libro, che quella gabbia in realtà all'inizio era un giardino: «L'obiettivo era proprio quello di umanizzare l'ambiente. La CITTA’ GIARDINO nasce così. Ma diventa subito CITTA’-CANCELLO» (Angelo Aquaro, “la Repubblica” del 5/10/2010)”

   Proviamo a proporvi di pensare a quali città italiane possano considerarsi più “in voga”, autorevoli e innovative sul piano di proposta di  “città ideale” in Italia. L’elemento artistico, della bellezza dei loro centri storici è cosa assai importante nel panorama del territorio italiano… In una storia ancora recente di stati, regni, principati, repubbliche marinare… principi e signori locali che si facevano “concorrenza” nell’esprimere bellezze artistiche (architettoniche, pittoriche….) (si “rubavano” tra di loro i più grandi pittori, scultori, architetti, urbanisti…. ora succede solo con i calciatori…). E’ così che nella penisola italica è stato prodotto un patrimonio artistico che non ha pari al mondo… ad esso si aggiunge la felice posizione mediterranea e la variegata composizione del territorio (costiero, montuoso, col prevalere del sistema collinare…) che all’elemento artistico dato dalla “mano umana” (dall’artificio umano) si innestano le bellezze naturalistiche, venendo così a creare paesaggi di grande valore (che negli ultimi decenni si è fatto di tutto per distruggere). Ma non è di questo che vogliamo qui parlare.

   Vogliamo solo dire che, nel contesto italiano, l’individuazione di CITTA’ “importanti” e autorevoli (dove “vale la pena viverci”) il contesto storico, artistico, culturale spesso ha creato e crea a tutt’oggi delle rendite di posizione che l’agire umano (amministrativo, degli ultimi decenni…) spesso non merita (pensiamo alla bellissima Roma, pur nella sua attuale decennale immobilità e decadenza che essa dimostra rispetto alle altre capitali europee tutte o quasi in fase di grande e magnifica trasformazione nei servizi, nelle infrastrutture…) (qualcosa ora promette il sindaco Alemanno, ad esempio sul demolire e ricostruire un quartiere degradato come Tor Bella Monaca, o nel costruire con qualità “in altezza, in verticale”, salvaguardando il verde rimasto…).

   L’idea che ci possiamo fare di qual è la città più meritevole per viverci, data dalla contemporanea bellezza e innovazione che esprime, può altresì essere rapportata ai contesti storici, al tempo “vissuto” di quella città (alla natura e all’artificio umano: aggiungiamo così “l’accadimento storico” che un luogo urbano conserva). E ci son momenti storici, fasi storiche, dove una città mostra di essere più “importante” di tutte le altre: per dire, nel dopoguerra, forse proprio Roma rappresenta la città più interessante fino alla fine degli anni cinquanta: pensiamo ad esempio all’importanza della “politica”, del rappresentare l’unità nazionale e della ricostruzione post bellica… Ma ancor di più agli sviluppi negli anni cinquanta della cultura (come il cinema neorealista che ha attratto su Roma gli occhi dell’Europa e dell’America…).

Roma, TOR BELLA MONACA, Via dell’Archeologia - “Butteremo giù il quartiere di TOR BELLA MONACA” dice il sindaco di Roma GIANNI ALEMANNO “a fine ottobre presenteremo un masterplan della zona e faremo un confronto diretto con i residenti, anche con un referendum, perché vogliamo attuare una urbanistica partecipata e non calata dall’alto». Nel quartiere della periferia est della città - spesso al centro delle polemiche e delle proteste dei residenti per la difficili condizioni di vita anche per il peso della criminalità - Alemanno pensa ad una «città-giardino, sul modello della Garbatella» che dovrà sostituire le case del quartiere dove «piove dentro, e dove la qualità di vita dei cittadini è pessima perché spesso di tratta di prefabbricati pesanti e antiquati e tra una lastra e l’altra ci sono crepe ed infiltrazioni». Per l’architetto PAOLO PORTOGHESI demolire il quartiere è «una bella idea, basta che il sindaco lo faccia. Ormai Tor Bella Monaca è un ghetto senza vivibilità e consuma energia in modo terribile perché realizzato con modelli di prefabbricazione sbagliata. Costa meno abbatterlo e ricostruirlo che riqualificarlo». (da “la Stampa” del 23/8/2010)

   Oppure negli anni sessanta pensiamo alla Milano economica e dello sviluppo industriale (assieme alla elegante sabauda Torino che diventa centro di attrazione di forte immigrazione: con la Fiat e l’espansione di tutto il suo indotto industriale)…. Negli anni ’70 della “protesta” e della ricerca culturale di nuovi spazi di libertà è sicuramente Bologna l’elemento urbano più attrattivo, con espressioni culturali innovative (scrittori, cantautori, sociologi…), con i movimenti giovanili della contestazione, con la sua Università antica ma capace di interpretare le nuove istanze del tempo… 

   In Europa poi città “importanti” nascono spesso da eventi “tragici”, a volte di contrapposizione nazionale o etnica (Belfast e Dublino e l’indipendenza dagli inglesi, l’autonomismo… ma di più Sarajevo, città interetnica per eccellenza dove pacificamente convivevano la moschea con la sinagoga con la chiesa cristiana, e il dirompere, negli anni ’90 del secolo scorso, della crudele guerra civile-etnica con la fazione filo serba a massacrare i mussulmani…). E poi, tornando alla figura “positiva”, felice, di città, quelle che possiamo un po’ considerare “città-stato” (come Londra e Parigi…), grandi espressioni sia di economia che di cultura (e di grande attrazione per essere metropoli dove le grandi dimensioni sono quasi sempre elemento di ricchezza di proposta di vita e non degrado come invece troviamo in altri megacontesti urbani in particolare nel Sud del mondo…

   E ora (nei nostri giorni) indubbiamente valore assumono città come Barcellona e Berlino, capaci di attrarre un turismo (un po’ pseudo culturale, consumistico che si veste di una certa patina kitsch, intellettuale…) che fa di esse l’essere ora “città di moda” (per le innovazioni, specie architettoniche e urbanistiche che hanno trasformato negli ultimi anni quelle città).  Ma negli anni sessanta predominavano in Europa a volte città “periferiche” rispetto alle capitali: pensiamo ad esempio a Francoforte e allo sviluppo culturale della sua Università nel sapere filosofico contemporaneo con appunto la cosiddetta “Scuola di Francoforte” (con conseguente “attenzione internazionale” di quel che lì accadeva nei processi di sviluppo del pensiero contemporaneo).

   Insomma, questo per dire che elementi di grande spessore, o culturale o economico-industriale, o di nuovo sviluppo urbano e architettonico, o di centri pubblici e privati di ricerca di nuove tecnologie (pensiamo alle città californiane dell’innovazione informatica contemporanea), hanno dato ad alcune città (e non ad altre) il vigore di uno sviluppo innovativo: e in questi luoghi urbani così “di tendenza” anche singoli individui che ci vivevano, anche se magari poco interessati alle innovazioni che lì si producevano, venivano (vengono) ad usufruire lo stesso del diffondersi di un clima positivo che fa della loro città l’essere “importante” nel contesto nazionale e internazionale (globale); e un po’ su di essi stessi si riversano delle opportunità (per loro o i loro figli) di vivere, studiare, godere di servizi pubblici e privati di grande valore.

   La città è starci bene da soli (nel sentire il risuonare dei propri passi, passeggiando nel silenzio di  ore serali o notturne, o vivendola nei parchi o nei pub, nei bar, nei cinema…), ma è allo stesso tempo starci bene nell’incontro con persone diverse, magari all’origine sconosciute, o incontrate un solo momento, diverse da se stessi, dalle persone care della propria quotidianità e della propria famiglia. Un mix di nido personale e famigliare protettivo, con dall’altra l’usufruire dell’opportunità di incontrare il mondo intero…

   Pertanto, tornando al discorso iniziale, le città italiane più in “voga” sono diverse a seconda dell’epoca storica, ma ogni centro cittadino deve (“deve”: non come imposizione ma come necessità) pensare al suo sviluppo innovativo mettendo in campo ciò che di meglio esprime il suo territorio (nelle intelligenze, nel sistema formativo per i giovani e per tutti, nei servizi alla persona come quelli sociali e sanitari…). Interpretando e “rischiando” di “andare a vedere le carte del futuro”: quello che sarà e potrà essere la propria città per le persone ora più giovani, i bambini… le opportunità che essi possono avere già da subito per inserirsi con serenità e padronanza di sè nel futuro…

   Se questa è la prerogativa e la scommessa di ciascuna città, diverso è il contesto per i “piccoli centri”, le case isolate, le periferie lungo le strade…(in crisi pare irreversibile)… situazioni urbane che tanto caratterizzano ad esempio il Nord Italia…. Qui l’elemento di cambiamento qualitativo sarà più difficile rispetto alla “città” (intesa come qualcosa di unitario e di una certa grandezza). Pare a noi che, per salvarsi e mantenere l’identità di un passato nobile, il piccolo centro deve “fare squadra” con altri “piccoli centri” a lui omogenei, con le periferie; e costituirsi anch’esso in possibile “area metropolitana” e darsi appunto l’identità che ora ha perduto, un progetto che utilizzi al meglio le risorse umane e ambientali del suo territorio: solo così potrà trovare la strada dell’innovazione, del futuro (come le città) ed essere un “centro produttore di felicità”.

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LE CITTA’ RINASCONO CON LE IDEE

di Irene Tinagli, da “la Stampa” del 23/8/2010

da Seattle a Lille per riqualificarsi le città ex industriali ora puntano su cultura e arti, nuove leve per uno sviluppo economico e sociale

   A.A.A. creativi e artisti cercansi per rilancio urbano. Ormai da diversi anni è questa, pare, la tendenza più in voga in tema di sviluppo urbano: far leva su fattori creativi ed immateriali come l’arte, la cultura, la musica o il design per promuovere una nuova immagine della città, per attrarre artisti, giovani professionisti e imprenditori innovativi.
   Molte le città che hanno abbracciato o stanno cercando di adottare questo approccio: dagli esempi più spesso citati come Seattle, Austin, Barcellona o Bilbao, fino a realtà meno note al grande pubblico. Ma non meno interessanti come Glasgow, Edimburgo, Denver, Pittsburgh o Lille. Tra le grandi città che in anni più recenti hanno adottato politiche culturali molto aggressive troviamo anche Toronto e Berlino.
   Le strategie e le politiche adottate su questo fronte sono molto variegate e spesso includono un mix di interventi e azioni che spaziano dalle infrastrutture alla programmazione culturale e all’istruzione, dal grande museo simbolo a un insieme di piccoli eventi di strada, festival e concerti.

   In linea di massima, e semplificando un po’, le strategie possono essere classificate in due tipologie molto diverse. Da un lato c’è chi tende a investire soprattutto in infrastrutture, in enormi progetti architettonici di riqualificazione urbana e grandi eventi, come è avvenuto per esempio in molte città spagnole, da Barcellona a Bilbao. Quest’ultima, col suo famosissimo Guggenheim attrae quasi un milione di visitatori ogni anno, ed è riuscita così a trasformarsi da città industriale in declino in meta privilegiata del turismo culturale internazionale.
   Dall’altro lato invece c’è chi adotta politiche culturali più diffuse, quasi micropolitiche che cercano soprattutto di operare sul piano sociale e culturale, magari attraverso un mix di incentivi fiscali per artisti e programmi educativi e culturali rivolti ai bambini e alla popolazione in generale. Più che puntare solo su grandi progetti. È stato questo, per esempio, il caso di Denver, che è riuscita a trasformarsi in uno dei «distretti culturali» più vivaci e attrattivi d’America attraverso un’agenzia di sviluppo dinamica ed efficiente (il Colorado Business Committee for the Arts) e un originale metodo di finanziamento che dal 1989 destina a organizzazioni artistiche e culturali l’uno per mille di tutte le tasse sul fatturato prodotto nella regione.
   Un caso che per certi versi ricorda quanto accaduto a Lille, che già da fine Anni Settanta ha iniziato a trasformarsi da vecchia città industriale in centro culturale vibrante e dinamico attraverso programmi educativi che coinvolgono scuole e università, ma anche programmazioni culturali che riguardano decine di associazioni, volontari, negozi e aziende, nonché un generoso sistema che ogni anno supporta progetti artistici, manifestazioni ed eventi. Basta pensare che oggi Lille destina ben il 15% di tutto il budget cittadino alla produzione e promozione di attività culturali. Una costanza che oggi fa della cittadina francese una delle regioni culturalmente più vivaci d’Europa.
   Interessante anche il caso di Pittsburgh, che ha cercato un mix di intervento pubblico e privato con misure sia relative ad aspetti infrastrutturali, attraverso la riqualificazione di teatri e musei, che ad aspetti più soft, attraverso una programmazione culturale sempre più ricca, un forte coinvolgimento del volontariato, delle università e delle aziende locali. Il Pittsburgh Cultural Trust, l’ente non profit che unisce pubblico e privato e che dal 1984 cura la riqualificazione e la programmazione culturale della città, ha oggi un budget operativo di circa 52 milioni di dollari, gestisce oltre quattordici strutture culturali nel centro (teatri, gallerie d’arte, spazi polifunzionali ecc.) e numerosi festival e iniziative culturali. Un programma che certo ha richiesto tempo prima di prendere forma e che ancora oggi sta crescendo, ma di cui si cominciano a raccogliere i frutti.
   Ma forse tra tutti il caso che recentemente ha attirato più l’attenzione dei media è Berlino, una città che ora è in gran voga, ma che già da alcuni anni ha in piedi un sistema di agevolazioni fiscali e aiuti per artisti e per tutte le organizzazioni che vogliano impegnarsi in attività culturali. Questi incentivi economici, uniti a politiche sociali molto solide e a una grande disponibilità di spazi a basso costo, hanno rappresentato una grande attrattiva per creativi di tutto il mondo in cerca di spazi per vivere e lavorare senza l’ansia di arrivare a fine mese come accade a Londra o New York. Ed è così che piano piano Berlino si è costruita una reputazione internazionale di città cool, riuscendo poi ad attrarre anche giovani professionisti e imprenditori innovativi.
   Dunque l’arte e la creatività come una ricetta di sviluppo miracolosa e infallibile? Niente affatto.  Come tutte le politiche, anche questa richiede grande attenzione, costanza, ed equilibrio, saper capire le specificità locali e affrontare i risvolti sociali. E se tutti ora parlano di Bilbao, nessuno cita però i numerosi tentativi di emulare Bilbao finiti in fallimento. Così come nessuno parla del fatto che le riqualificazioni urbanistiche in città come Barcellona hanno spinto nelle periferie molta della popolazione più povera che prima abitava in centro, creando talvolta problemi e conflitti sociali.

   No, non sono politiche facili (ammesso che ve ne siano), ma quando sono realizzate correttamente valgono la pena perché servono come strumenti di crescita non solo economica ma sociale e culturale di tutta un’area. L’approccio giusto non sta in un’opera, un museo o un festival, ma nella mentalità, nello spirito che le anima, in un modo di vedere e interpretare la cultura, l’arte e la creatività non come oggetti da mettere in vetrina e vendere per fare cassa, ma come un mondo fatto di persone, idee, produzione e innovazione.

   Una comunità che produce idee, che discute e fa discutere, che affronta e interpreta problemi del nostro tempo, che genera fermento, curiosità, e che funziona da stimolo anche per i non artisti, per i professionisti, gli imprenditori, gli studenti, la gente comune. Una cultura che produce e che contamina. Serve quindi una mentalità aperta, non lineare, che tolleri anche elementi di non programmabilità, di confusione, di caos, e persino di inefficienze. «L’innovazione è inefficiente – esclamava qualche anno fa il noto guru dell’informatica e professore del Mit, Nicholas Negroponte -, è indisciplinata, contraria, iconoclasta; si nutre di confusione e contraddizione».
   Questa è la mentalità delle città che riescono a usare con successo la cultura come leva di sviluppo economico e sociale. E questo è proprio quello che, forse, manca oggi al nostro Paese. Un Paese che ha città stupende e risorse enormi, ma che continua a interpretare la cultura come strumento di consumo e attrazione turistica, snobbandone o ignorandone il cuore pulsante e vero, quella comunità artistica e intellettuale che ne rappresenta l’anima e la vera potenzialità. (Irene Tinagli)

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PER UNA CULTURA DELLA CITTA’

di Diego Novelli, da http://www.nuovasocieta.it/ del 23/8/2010

   Irene Tinagli, docente universitaria, esperta in innovazioni, creatività e sviluppo economico (…) ha scritto su La Stampa un interessante articolo sui centri urbani, che si stanno sviluppando «facendo leva su fattori creativi ed immateriali come l’arte, la cultura, la musica, il designer, per promuovere una nuova immagine della città per attrarre artisti, giovani professionisti ed imprenditori innovatori». La Tinagli cita esempi concreti di città che hanno fatto questa scelta (Barcellona, Berlino, Bilbao, Denver, Pittsburg, Lille), contrapponendole a quelle che hanno puntato invece tutto sulle grandi infrastrutture. (…)

   Ma cos’è una città?  A questa domanda 2400 anni fa Sofocle, il grande poeta greco, rispondeva: «La città è gente, gli uomini». Lo scrittore romano Pollione Vitruvio, ingegnere ed architetto del I secolo A.C., nel suo “De Architectura” sul pensiero e sulla politica architettonica e urbanistica scrive: «L‘uomo come misura del tutto». Agostino da Ippona, venti secoli dopo Sofocle, ribadiva che: «La città non è fatta solo di pietre e di mura, ma la città sono gli uomini, le persone che la vivono».

Se la città è per l’uomo, come si misura il suo tasso di vivibilità e quali sono i parametri che consentono di stabilire questo valore? Inoltre qual è la soglia critica di una piccola o grande città, oltre la quale si spezza quell’armonico rapporto che deve esistere tra il contenitore e coloro che dentro devono viverci?
   Per rendere “appetibile” una città non bastano qualche museo in più e un’intensa promozione di eventi culturali (entrambi importanti, sia chiaro), ma occorrono altri incentivi, fondati su tre presupposti: partecipazione, coinvolgimento e corresponsabilizzazione dei cittadini. Tutto ciò per garantire loro standard urbanistici adeguati (il rapporto tra edificato e servizi: scuole, impianti sportivi, ospedali, verde, etc.) spalmando “l’effetto città” dal centro alla periferia, evitando i ghetti e la desolazione di molti quartieri.
   Per garantire vivibilità ai residenti ed attuare nuovi insediamenti qualificati e non, vanno garantiti ad esempio acqua e aria pulita, sicurezza, fluidità del traffico e quindi facilità della mobilità delle persone, attraverso un efficiente servizio pubblico di trasporto; qualificate strutture educative e scolastiche, dalle scuole materne all’università; servizi assistenziali e sanitari efficienti e qualificati.

   La città, come ci ricorda Robert E. Parker, uno dei padri della scuola di sociologia urbana di Chicago, «E’ qualcosa di più di una congerie di singoli uomini e di servizi sociali. La città è piuttosto uno stato d’animo, un corpo di costumi e di tradizioni, di atteggiamenti e di sentimenti organizzati entro questi costumi e trasmessi mediante questa tradizione. In altre parole, la città è un meccanismo fisico e una costruzione artificiale: essa è coinvolta nei processi vitali della gente che la compone; essa è un prodotto della natura, e in particolare della natura umana».

   La città – aggiungiamo noi – è una macchina complessa come il corpo umano, fatto di tanti organi: il cuore, i polmoni, il fegato, le ossa, il sangue, i muscoli, etc.  Se ogni giorno introduciamo in questa meravigliosa macchina delle sostanze tossiche essa s’inceppa, da immediatamente segni di malessere.

Così è per la città: inquinamento, traffico congestionato, carenza di servizi, violenza, tensioni sociali, povertà.
Ecco perché amministrare una città non vuol dire soltanto decisionismo, efficienza, per favorire comunque la crescita quantitativa.
   Esistono chiaramente due culture della città (non prendiamo nemmeno in considerazione la terza, quello dell’uso della città per fini personali e speculativi). Alla cultura dello sviluppo fine a se stesso si contrappone quella che pone al centro di ogni azione, di ogni scelta, l’uomo, i suoi bisogni, le sue aspirazioni, i suoi valori.

È vero – come scrive la dotta Irene Tinagli – che le città rinascono con le idee. Tutto dipende cosa s’intende per rinascita e soprattutto dal tipo di idee che si praticano. (Diego Novelli)

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BENVENUTI NELLE METROPOLI FANTASMA

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 5/10/2010

Maledetti architetti. Sarà anche vero che i prosperosi abitanti di Abu Dhabi, sprofondati per decenni nelle poltrone di petrodollari, stanno scalando la classifica dell’obesità. Ma bisogna essere cattivi dentro per costringerli a inforcare le scale cancellando ogni traccia di ascensore. Dice: l’avete voluta la prima città completamente ecosostenibile? E in effetti l’argomentazione di Norman Foster, il maestro che ha progettato da zero la città futurista di Masdar, lì nel deserto, non fa una piega.

Però il particolare, che tecnicamente potrà pure essere piccolo, illustra alla grande la filosofia inevitabilmente dirigistica che si nasconde dietro alle planned city, le città su cui dovremmo modellare il nostro futuro ma che nella realtà si rivelano sempre più quello che Masdar riassume già nella sua collocazione geografica. Cattedrali nel deserto, appunto. Città concepite con le migliori intenzioni ma irrimediabilmente disconnesse dal tessuto sociale circostante. Città fantasma.

Prendete proprio Masdar. Maestro Foster, l’architetto inglese che ha ridisegnato Londra piantandoci nella skyline quel pisellone della Millennium Tower, aveva annunciato tre anni fa la commessa miliardaria degli sceicchi con dichiarazioni roboanti. «Le ambizioni ambientali, zero carbone e niente sprechi, sono uniche al mondo – aveva detto Foster – siamo di fronte a una sfida che mette in discussione dalle fondamenta la sapienza urbanistica tradizionale».

L’opera, ci mancherebbe, è da record. La prima delle otto sezioni in cui è articolato il progetto è stata appena completata e Masdar ha subito svelato le sue meraviglie. Il 90 per cento dell’energia arriva dagli impianti solari, le auto elettriche sono attivate da un computer di bordo e tutto il traffico scorre sotto terra – costringendo appunto gli abitanti a riemergere dal sottosuolo a piedi. L’impianto fotovoltaico, l’inceneritore, le riserve acquifere: tutto è finito fuori città. Disegnando una città ideale che il suo creatore non teme di paragonare a un parco giochi: bella e finta come Disneyland.

Peccato che la città ideale di Foster, dice Nicolai Ouroussoff, il critico d’architettura del New York Times che l’ha visitata, «rifletta anche la mentalità da comunità-rinchiusa che si è andata espandendo come un cancro in tutto il globo per decenni». Cioè? «La sua purezza utopica è ancorata nella convinzione che l’unico modo per creare una comunità davvero armoniosa, verde o di qualsiasi altro tipo, è di tagliare ogni legame con il resto del mondo». Una gabbia? Dice Saskia Sassen, che dalla cattedra di sociologia della Columbia di New York ha studiato La città globale, come recita il titolo di un suo famoso libro, che quella gabbia in realtà all’inizio era un giardino: «L’obiettivo era proprio quello di umanizzare l’ambiente. La città giardino nasce così. Ma diventa subito città-cancello».

Città giardino, purezza utopica. Tommaso Moro ci aveva avvisati cinque secoli fa. Foster, per esempio, ha voluto la sua Masdar su un altopiano – per sfruttare la tradizione araba delle gallerie del vento e favorire così una ventilazione naturale – e rigorosamente quadrata: simbolo di perfezione. Beh: ricordate la descrizione della città di Utopia? «Essa giace su un lato di una collina, anzi precisamente su un altopiano. Il suo aspetto è quasi quadrato. E ogni casa ha una porta sulla strada e una sul giardino…». Il problema è che utopia, si sa, non fa rima con democrazia.

Guardate Astana, la città nel bel mezzo di quel particolare deserto che è la steppa del Kazakistan – in un’area che per una tragica ironia della storia ospitava Akmolinskii, uno dei più temibili gulag di Stalin. Anche qui, come a Masdar, sono i soldi del petrolio ad aver richiamato le grandi firme dell’architettura. Ma da Kisho Kurokawa in giù, le sue opere finiscono per cantare le lodi del presidente Nursultan Nazarbayev. Perché poi più che alla vivibilità della gente comune è all’esibizione del potere che le città ideali sembrano improntate.

Per carità, il concetto è vecchio come il mondo. «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome», recita Genesi 11, 1-9. È il mito della Torre di Babele, e non si può proprio dire che il concetto di città sia stato benedetto dal Signore Iddio, «che li disperse di là sulla terra, ed essi cessarono di costruire le città». Per poco.

La storia della civiltà negli ultimi cinquemila anni, diceva Lewis Mumford, è la storia della lotta «tra Necropolis e Utopia»: inseguendo il sogno di «un nuovo tipo di città, che ci arricchisca e ci spinga verso lo sviluppo dell’umanità». Il grande storico scriveva così all’alba degli anni ’60. Proprio quando Louis Kahn concepisce il più grande complesso legislativo nel mondo, Jatyo Sanshad Bhabn. Che se tecnicamente non è una vera planned city – è costruita in un sobborgo di Dhaka, nel cuore del Bangladesh – è inevitabilmente una città nella città, e naturalmente la parte più sicura di quella metropoli-mostro da 15 milioni di persone. E sicura appunto perché completamente isolata dal resto.

Insomma gli esperimenti sono andati troppo lontano dalla città ideale che nel quindicesimo secolo sognava Enea Silvio Piccolomini, l’umanista che diventato Papa Pio II – la legge è sempre quella: arte e potere – fondò in Toscana Pienza, il «prototipo» della planned city, la vivibilissima città umanista che ha alimentato per secoli le ambizioni degli architetti: giù giù fino al mitico Le Corbusier. L’esponente più noto di «quel nuovo fenomeno senza precedenti: l’architetto che è già famoso senza aver costruito niente», secondo la velenosa definizione di Tom Wolfe, è anche quello che più di tutti ha creduto all’utopia delle cattedrali nel deserto. Ma in Maledetti architetti Wolfe è troppo severo.

   In fondo Chandigarh, la prima planned city indiana, disegnata proprio dal maestro svizzero, è un esperimento che funziona ancora oggi. L’unica città del subcontinente in cui il traffico non va in tilt di default, grazie ai boulevard con cui “Corbù” aveva schiacciato la tradizione indiana delle labirintiche cittadelle indiane.

   La città fantasma può popolarsi di umanità? «La città è un sistema complesso, che dà origine a reazioni inaspettate che nessun pianificatore può prevedere», dice ancora Sassen. Tra vent’anni, più di 5 miliardi di persone vivranno in agglomerati che assomiglieranno sempre più alle megacities spaventose come Lagos o Karaki – aggiunge il critico di Time, Bryan Walsh – piuttosto che nelle metropoli come le conosciamo: New York, Londra, la stessa Pechino.

Ma l’alternativa sognata non si vede. E chissà per quanto tempo ancora le cattedrali nel deserto continueranno ad assomigliare agli incubi di J. G. Ballard, il romanziere che nei ghetti di lusso stile Masdar ha immaginato così tanti orrori da farci accucciare per sempre nelle nostre casette, in queste nostre città eco-insostenibili e qualunque. (Angelo Aquaro)

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I MINARETI COME IL CAMPANILE DI GIOTTO – LITE (ESTETICA) SULLA MOSCHEA DI FIRENZE

Il progettista David Napolitano: «Le torri irritano qualcuno? Nessun problema, si possono eliminare»

di Paolo Conti, da “il Corriere della Sera” del 10/9/2010

   «La mia supplica, da ex soprintendente di Firenze, è che l’edificio sia almeno decente. Cioè, molto semplicemente, che non sia brutto. Io penso sinceramente che la rovina del mondo contemporaneo sia la cattiva architettura, pensiamo solo al disastro di certe periferie…» Antonio Paolucci, oggi direttore dei Musei Vaticani (alle prese con i problemi di conservazione della Cappella Sistina), non dimentica il suo amore per Firenze quando gli si chiede un parere sul progetto per la futura moschea fiorentina: «Non possono esserci preclusioni ideologiche e meno che mai politiche verso un’ipotesi del genere. Se c’è un’esigenza di culto in qualsiasi città del mondo, va accolta. Anche Roma, in tempi non sospetti, si è data una bellissima moschea firmata da Paolo Portoghesi. L’unico problema è quello estetico…».

   Ora tocca a Firenze. E ovviamente è già scontro estetico, come immagina Paolucci, ma che diventa anche politico. Tutto nasce dalle caratteristiche del progetto reso noto dall’imam fiorentino Izzedin Elzir: loggiato di ingresso, sei archi, un grande rosone, sala di preghiera e due minareti. Il complesso rinvia a Leon Battista Alberti per la facciata e al Campanile di Giotto per i minareti.

   Il senatore pdl Paolo Amato chiede formalmente un referendum cittadino: «La legittima richiesta di costruire nuove moschee non può essere presentata come una sfida simbolica alla nostra cultura e sensibilità religiosa, parlo del minareto “simile” al Campanile di Giotto. Occorre un referendum consultivo cittadino per vagliare la compatibilità col contesto storico, artistico e architettonico di Firenze». I suoi colleghi consiglieri comunali pdl, Marco Stella e Stefano Alessandri, parlano di «provocazione inaccettabile».

   Invece il vicesindaco pd Dario Nardella replica: «L’iniziativa del pastore della Florida di bruciare il Corano in occasione dell’11 settembre è una provocazione gravissima che fa solo il gioco di chi vuole guerre di religione e scontro di ideologie. In piccolo è lo stesso atteggiamento di chi reagisce con violenza e intolleranza alla proposta di chi chiede di costruire una moschea a Firenze. Abbiamo bisogno di dialogo».

   L’autore del progetto, l’architetto David Napolitano, anche musicista e poeta, da anni impegnato nel dialogo interreligioso, smussa immediatamente la polemica: «Se i minareti che citano il Campanile di Giotto possono irritare qualcuno, si può discutere. Io non ho problemi, si possono persino stralciare dal progetto, non si tratta di una prescrizione coranica».

   Ma perché guardare proprio alla tradizione classica fiorentina, a san Miniato e al Battistero, per progettare una moschea? «Io sono un classicista convinto. Penso sia stato un errore allontanare l’architettura sacra contemporanea dalla tradizione. La mia proposta assomiglia alla produzione albertiana perché rispetta le leggi classiche rinascimentali dell’architettura: regole matematiche pitagoriche che coincidono con quelle musicali».

   Quali materiali utilizzerà? «Il marmo verde di Prato, il marmo bianco di Carrara, la pietra forte…» Ma dove e quando si farà? «Non ho risposte da dare semplicemente perché tocca al Comune di Firenze decidere. Non posso nemmeno pronunciarmi sulla volumetria e sulle altezze per la stessa ragione». Il sindaco Matteo Renzi spalanca la porta al confronto: «Non voglio fare una discussione ideologica sulla possibilità di avere una moschea a Firenze. Se i nostri amici musulmani ci presenteranno un progetto lo valuteremo e ne discuteremo apertamente».

   E cosa ne pensa proprio Portoghesi, autore della più grande moschea europea, quella di Roma? «Costruire edifici come questi è la premessa per la pacificazione e l’integrazione. E spaventa che siano in molti a esprimere posizioni oltranziste». In quanto al progetto così classicheggiante? «L’Italia ha insegnato per anni il gusto di realizzare interventi moderni però legandosi alla tradizione. Poi è arrivato il frastuono delle archistar che ha appannato questo sforzo. Ora mi sembra che anche i giovani stiano tornando verso un approccio culturale che tiene conto di caratteristiche, materiali, sapori locali… Lì si cita Alberti? Mi sembra un buon segno, dopo tanta ubriacatura di clamori e di divismi che hanno appiattito ogni stile». (Paolo Conti)

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DEMOLIRE TOR BELLA MONACA E POI RICOSTRUIRLA

da “LIBERO-News.it” del 23/8/2010

   E’ arrivata direttamente dalle Dolomiti la proposta choc di Gianni Alemanno che, dal palco della manifestazione Cortina Incontra“, dove, già una settimana fa, aveva lanciato l’idea, poi ampiamente contestata anche da una parte del centrodestra, di tassare i cortei che attraversavano la Capitale d’Italia. 
   E, questa volta, l’iniziativa del Sindaco è la seguente: “Vogliamo demolire Tor Bella Monaca” ha dichiarato. Un annuncio, inaspettato, che non mancherà di destare polemiche, anche se, almeno per il momento, ha suscitato ironia e sorpresa. “Ma come? Appena eletto aveva detto che voleva spostare la teca di Meier dell’Ara Pacis a Tor Bella Monaca e adesso vuole buttar giù il quartiere?” – è stato questo il commento a caldo del centrosinistra che ritiene confuso il Sindaco.
   Il progetto di Alemanno consisterebbe nel trovare alcuni terreni vicino a Tor Bella Monaca da adibire a nuove abitazioni. Come riferito dall’agenzia di stampa “Omniroma“, il Sindaco stava partecipando al dibattito “Estetica della città” quando il moderatore gli avrebbe chiesto su quale parte di Roma si potrebbe intervenire con un drastico intervento di riqualificazione.

   E Alemanno ha risposto: “Sicuramente Tor Bella Monaca va demolita, rasa al suolo, non tanto Corviale, che è un altro discorso. A Tor Bella Monaca ci sono case costruite con un sistema di prefabbricazione in cui piove dentro” ha affermato.

   E ha anche aggiunto: “Se abbiamo terreni e aree per costruire di fianco a Tor Bella Monaca un quartiere per permettere alle persone che abitano lì di spostarsi sarebbe una scelta popolare. Chi vive dentro quelle case non vive bene e vorrebbe trasferirsi”.
   Il Sindaco di Roma, prima dell’annuncio, avrebbe anche affermato che “oggi con le ultime sentenze della Corte Costituzionale espropriare costa troppo. Siamo passati dall’assoluta massificazione degli anni passati a meccanismi oggi troppo restrittivi: è necessaria una nuova legge urbanistica complessiva che consenta di costruire dove c’è bisogno e non solo dove c’è interesse di privato e di società immobiliari, altrimenti continueremo ad avere città che si espandono in zona agricola” – ed ha così concluso- “È necessario invece demolire e ricostruire ampie aree della città, recuperando anche terreno urbano“. 
   Alemanno ha inoltre ricordato che “A Roma ci sono molte aree delle 167 che sono autentiche cisti urbane, penso al Tiburtino 3 e altre zone, come, appunto, Tor Bella Monaca”.

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“PALAZZI PIU’ ALTI DEL CUPOLONE” – A ROMA CADE L’ULTIMO TABU’

– L’idea del sindaco Gianni Alemanno: nelle periferie bisogna rompere il veto della crescita in altezza. Addio al “vincolo San Pietro” e pronti a costruire grattacieli. Con polemiche e un referendum –

di FRANCESCA GIULIANI da “la Repubblica” del 9/6/2010

ROMA – Grattacieli in periferia, che superino in altezza persino la cupola di San Pietro e siano perciò in grado di riqualificare e ridisegnare porzioni di città lontane dal centro storico, troppo spesso trascurate. Parla della Roma del futuro il sindaco Gianni Alemanno, a Milano in occasione dell’apertura dell’Eire, l’Expo Italia Real Estate: “La città storica – sottolinea – deve mantenere l’antico vincolo di non superare il Cupolone, ma nella periferia dobbiamo poter costruire in altezza, perché è necessario trasformare le periferie, demolirle e ricostruirle”.

   A volerne fare una questione teorica, si può dire che si mira a infrangere il tabù per realizzare il totem, abbandonare la morbida orizzontalità del paesaggio (i sette colli) per cedere alla più topica delle sfide umane, dalla torre di Babele allo skyline di Hong Kong, il migliore del mondo. È la tendenza, insomma, a toccare il cielo con un dito, ora anche nella città del Papa.
   E date le polemiche intorno agli interventi di architettura dell’ultimo decennio, dall’Ara Pacis di Richard Meier all’Auditorium di Renzo Piano al più recente Maxxi di Zaha Hadid, Alemanno (ri)annuncia di voler consultare i romani con un referendum che ponga un quesito come “volete voi palazzi più alti della cupola di San Pietro?”.

   Intanto la Città Eterna il “tabù” sta provando ad infrangerlo da un po’, e qualcosa sta nascendo. “La tua casa, nel punto più alto da cui guardare il mondo” è lo slogan con cui si presenta Eurosky, progettato dall’architetto Franco Purini “ispirata alle torri medievali che troneggiano al centro della città”, in lavorazione.

   Mentre l’architetto spagnolo Santiago Calatrava ha di recente (in occasione di un summit di urbanistica organizzato dal Campidoglio in aprile) fatto il suo ultimo sopralluogo alla Città dello Sport che sta sorgendo a Tor Vergata: non è una torre degna di Chicago, lo skyline più griffato del pianeta, ma i suoi 90 metri li raggiunge. Cresce in altezza, e fino a 80 metri, anche la cosiddetta Lama di Fuksas, l’albergo annesso al centro congressi, noto come Nuvola anch’esso in costruzione nella zona dell’Eur piacentiniano e mussoliniano.
   La crescita verticale della città trova in netto disaccordo l’urbanista che forse, fra tanti, ha più ragionato e scritto su Roma e sul suo sviluppo architettonico, Italo Insolera. Che ragiona così: “In tutto il mondo i grattacieli sono nati per accogliere servizi. A Roma dovrebbero servire come abitazioni. Mi sembra una scelta infelice. Difendo al contrario un modello di palazzine più contenute, come è la Garbatella. Al tempo stesso credo che luoghi come Corviale, il palazzone di periferia costruito negli anni Settanta e ribattezzato “il chilometro”, andrebbero conservati, e fatti funzionare meglio dal punto di vista sociale. Perché bisogna ragionare sempre sui contesti: alle città non servono le “archistar” che arrivano e piantano astronavi firmate in mezzo al nulla”.

   Francesco Garofalo, curatore del padiglione italiano alla Biennale di Venezia e della Festa dell’Architettura che apre oggi a Roma con la lectio magistralis di Alvaro Siza, sottolinea: “La questione dei grattacieli mi sembra astratta. Credo che serva una buona committenza. Se ci accapigliamo su certi simboli, è finita e, d’altra parte, dire a priori che le torri sono sbagliate è pura petizione ideologica”.
   Stando ai fatti, il piano regolatore della città di Roma, varato dalla giunta Veltroni, definisce limiti e proporzioni della crescita delle cosiddette “centralità metropolitane” (leggi: periferie). Ma non si spinge fino a chiarire se ciò debba verificarsi, per esempio, in dieci palazzine da tre piani o in una da trenta. Carta bianca, dunque, a contrastare quella consuetudine a non superare in direzione del cielo la “santità del Cupolone” (e nemmeno la “maestà del Colosseo”) sancita all’epoca dei Patti Lateranensi. Una sfida che nessuno ha finora osato intraprendere. (Francesca Giuliani)

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SILENZIO-ASSENSO PER CHI VUOLE COSTRUIRE; AZZERATE LE AUTORIZZAZIONI AMBIENTALI; CASE, ALBERGHI, IPERMERCATI E INFRASTRUTTURE: PASSA LA NORMA FAI-DA-TE

di Valentina Conte, da “la Repubblica” del 11/7/2010

   Costruire, mai stato così facile. Da oggi non occorre più alcun permesso. Basta una banale segnalazione di inizio attività, certificata da un “tecnico abilitato”, la Scia, e il gioco è fatto. Unico requisito: essere un’ impresa.

   D’un colpo, spariscono dunque tutte le altre “carte”: autorizzazioni, licenze, concessioni, nulla osta. E con loro anche le procedure e i controlli essenziali per la tutela del territorio e la lotta all’abusivismo. Sparisce così la Dia, applicata finora a ristrutturazioni e manutenzioni, sostituita e ampliata dalla Scia. Con il rischio che tirare su case, alberghi, ipermercati, persino infrastrutture alla fine diventi un’attività fai-da-te, facile e insicura.

   Le nuove norme sono frutto dell’ultima opera di ritocco all’articolo 49 della manovra di Tremonti, martedì all’esordio in aula. Tema generale: la semplificazione. In base al principio “un’impresa in un giorno”, si potranno inaugurare ristoranti, internet point, ma anche armerie e depositi di carburante con una semplice autocertificazione, senza controlli preventivi, senza chiedere permessi, neanche alla questura.

   In campo edilizio, la procedura è ancora più veloce. Si apre un cantiere, dove si vuole, segnalando l’intenzione a costruire e facendola certificare da un tecnico. Trascorsi trenta giorni senza che l’amministrazione abbia contestato quell’intenzione per carenza dei requisiti, il gioco è fatto, in attesa di eventuali controlli ex post.

   Non solo. Le autorizzazioni paesaggistiche (rilasciate ora da sovrintendenze o regioni) vengono fatte rientrare nell’ambito della conferenza dei servizi e sottoposte dunque al principio del silenzio-assenso: se il parere non arriva entro i termini, è considerato positivo. Infine, anche ottenere la Via (valutazione di impatto ambientale) sarà più facile, perché rilasciata non più solo da ministero dell’Ambiente e Regione, ma “appaltata” a università ed enti pubblici.

   «Così salta tutta la normativa di tutela ambientale e il regime delle autorizzazioni in vigore da sempre in Italia, cancellando con un colpo di spugna l’articolo 9 della Costituzione e il Codice dei beni culturali, varato proprio dal governo Berlusconi», sbotta Salvatore Settis, archeologo e direttore della Normale di Pisa. «E poi come può l’università rilasciare la Via, se non ha alcun compito di tutela?», prosegue.

   «Eliminare la burocrazia e garantire tempi certi non può tradursi in un “tana libera tutti”», aggiunge Ermete Realacci, deputato Pd e presidente onorario di Legambiente. «Si introduce il far west urbanistico e si dà il via al banditismo edilizio», attacca il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. «Questa norma continuerà ad arricchire i grandi speculatori edilizi a cui il governo ha già incartato un regalo enorme con il federalismo demaniale che svende beni e terreni dei cittadini italiani per dare il via alla più grande speculazione edilizia della storia della Repubblica» prosegue Bonelli.

   «A fare le spese di questa politica sciagurata saranno ovviamente i cittadini onesti che hanno seguito le regole per costruirsi una casa, ma anche l’ambiente e il territorio italiano su cui insistono quasi 500 mila frane e che è letteralmente a pezzi, come dimostrano i disastri degli ultimi anni».

   Si dice preoccupato anche Roberto Della Seta, capogruppo Pd in commissione ambiente del Senato: «Con questa norma, in pratica viene abolito il permesso a costruire e si introduce una sorta di condono preventivo. E non solo per le imprese. Anche i privati interessati possono fare una società e tirare su un villino. Così si rischia una nuova Punta Perotti». «E di vanificare anche le norme antisismiche, rafforzate dopo il terremoto dell’Aquila», gli fa eco Francesco Ferrante, senatore Pd, che insiste: «L’errore è pensare di risolvere la burocrazia con l’abolizione dei controlli». – (Valentina Conte)

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One thought on “Le CITTA’ PIU’ TREND: cultura, architettura e servizi; capacità di capire, interpretare e innovare il proprio tempo. La CITTA’ come “ricerca della felicità” (Aristotele) (e le periferie e i piccoli comuni spesso soccombono non esprimendo alcunché)

  1. LUCA giovedì 7 ottobre 2010 / 12:53

    Non capisco perché ottenere la VIA sarà più facile ora che sarà appaltata alle università… Ad esempio mi sembra che al dipartimento di geografia di Padova ci siano specialisti che lavorano su questo tema, dovrebbero dunque saperne assai su come valutare l’impatto ambientale…

    Per quel che riguarda Dubai e tutte le porcherie che ci costruiscono (non dico che Abu Dhabi è un fallimento in toto, ma sciare nel deserto, andare al Ferrari Park, grattacieli-babele mi lasciano alquanto perplesso), non posso che essere critico. Con i petrodollari tutto diventa sostenibile, anche costruire cattedrali nel deserto… E’ giusto sapere che la città costerà 1 milardo e mezzo di dollari, cioé 300.000/ab. Zero-carbonio, zero-rifiuti… Ma a chi vogliamo raccontarla ? La sostenibilità di cui tanto si parla è più ideologia che realtà.
    Dove metteremo tutti i pannelli fotovaltaici tra trent’anni quando saranno usurati ? Certo, la tecnologia proporrà le sue soluzioni, ma resta il fatto che ci sarà la necessità di riciclarli. Meglio investire i petrodollari fin da subito in questa direzione, prima del picco di produzione e dell’aumento globale delle fatture…
    Ancor più inquietante è il fatto che si viene a creare un ecosistema urbano (uno di più, dopo tutte le città vuote e abbandonate che esistono nel mondo !) nel quale vivranno 50.000 persone che bisognerà nutrire, ragion per cui sempre il sultanato ha deciso di accaparrarsi 28.000ha di terra in Sudan. (Progetti simili esistono in altre regioni del pianeta).
    Certo la città sarà poco energivora, ma che ne sarà di tutti quei popoli nei paesi in via di sviluppo ? Potranno avere il diritto di pensare al loro futuro o saranno espulsi da terre comuni e spesso considerate sacre di cui non hanno neanche la proprietà ?
    Popoli interi sono stati distrutti e altri lo sono sotto i nostri occhi, eppure sono proprio loro che hanno una capacità di carico quasi nulla e un’impronta ecologica insignificante. D’altronde, i nostri vecchi usavano pietre e tronchi per costruire le loro dimore con semplicità, mentre noi aggiungiamo complessità a un mondo in continua mutazione.

    Se spero ancora nell’Uomo, è per ciò che diceva Dostojevski :
    “la bellezza salverà il mondo”.

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