OGM (organismi geneticamente modificati) – L’agricoltura è in crisi, e ci si interroga sul suo futuro – Sarà possibile superare la contrapposizione tra diffusione degli Ogm (che non funzionano) e Agricoltura tradizionale (che usa troppo pesticidi)?

“Se il mais biologico è mischiato con gli ogm” – Antonio Carretta Torino. “Sono un agricoltore, per la precisione un mais-coltore,e credo sia arrivata l’ora di smetterla con l’ipocrisia, tutti siamo contrari ideologicamente agli ogm e poi li consumiamo tranquillamente in tutti gli alimenti, ma non vogliamo sentircelo dire, anzi vogliamo sentirci dire e il contrario quando entriamo nei supermercati che si fanno vanto (falsamente) di vendere solo ogm free. Ma non esiste un solo disciplinare di produzione dei nostri prodotti alimentari del tanto decantato made in Italy (pensiamo a formaggi e salumi) che preveda l’ alimentazione del bestiame con cereali ogm free. Risultato: io produco il mais ogm free con costi più alti e rese minori che viene poi mischiato e venduto allo stesso prezzo di quello importato tutto ogm. Fino a quando si potranno ingannare agricoltori e consumatori? (da “la Repubblica” del 17/8/2010)

   Se in questo blog geografico diciamo decisamente un NO agli OGM dobbiamo pure dire un NO a un’agricoltura industriale che usa troppi pesticidi, e che non si cura particolarmente della qualità (qualche articolo fa abbiamo parlato dei vigneti irrorati a diserbanti con gli elicotteri, neanche fossimo nelle sterminate farmers statunitensi o argentine..). E’ pur vero che l’Europa apre (ha aperto) alla diffusione degli OGM: nel marzo scorso con il sì alla patata transgenica “Amflora”, poi con la decisione di lasciare gli Stati liberi di coltivare o non coltivare gli ogm. E l’Italia che “resiste” e nel nostro territorio nazionale è (ancora) proibita la coltivazione a ogm.

   E in questo contesto si è inserita la vicenda accaduta in Friuli. In breve. Un agricoltore, Giorgio Fidenato, nell’aprile scorso ha seminato in un terreno di Basaldella di Vivaro (provincia di Pordenone) del mais biotech (senza che nessuna autorità intervenisse ad impedire questa illegalità “dichiarata”). Ci hanno pensato i “no global”, le cosiddette “tute bianche”, il 10 agosto scorso, a distruggere tutta la coltivazione di mais transgenico. Con l’approvazione di Zaia (ex ministro all’agricoltura, e ora governatore del Veneto, da sempre contrario agli ogm) e con il dissenso dell’attuale ministro all’agricoltura Galan (favorevolissimo agli ogm).

   A circa trent’anni dall’inizio dello studio sugli ogm, i risultati in ambito agroalimentare riguardano pochi prodotti (mais, colza, soia; il cotone in Bangladesh…) (poi si parla della fragola che cresce sotto la neve grazie al gene del pesce artico…ma sono cose solamente orripilanti…). In Europa i prodotti ogm e le “ricadute” su altri prodotti e sull’alimentazione in genere ci sono tutte. E anche in Italia gli OGM son più che presenti da noi seppur il divieto: più di quattro milioni di tonnellate di soia (un quarto del fabbisogno nazionale) e due milioni di tonnellate di mais biotech (oltre il 25 per cento del totale) entrano nell’alimentazione degli animali allevati in Italia (l’85 per cento dei mangimi nell’Unione europea contiene biotech) (il 25 per cento del mangime destinato agli allevamenti nazionali proviene dalle coltivazioni di soia ogm di Stati Uniti, Argentina e Brasile).

   Ma se l’invasione del biotech c’è, nonostante i divieti, noi sposiamo lo stesso le tesi contrarie (anzi ancor di più) di chi si oppone a un’agricoltura che rischia di basarsi in futuro su forme agricole che acquistano qualità non tramite tecniche di miglioramento genetico classico (mutazione, incrocio e selezione), ma bensì tramite tecniche di ingegneria genetica che consentono l’aggiunta, l’eliminazione o la modifica di elementi genici. In questa battaglia anti-OGM c’è in particolare il “Movimento Slow food” di Carlo Petrini (e qui di seguito vi proponiamo un articolo dello stesso Petrini, che sintetizza “le dieci ragioni per dire NO agli ogm”). Ma nei tanti articoli che vi proponiamo vi sono anche le tesi di chi è favorevole (alcune molto circostanziate, lunghe, serie e analitiche: abbiamo voluto proporle integralmente quelle di Dario Bressanini, scienziato ricercatore universitario del Dipartimento di Scienze Chimiche e Ambientali di Como).  

Un organismo geneticamente modificato (OGM) è un essere vivente che possiede un patrimonio genetico modificato, non tramite tecniche di miglioramento genetico classico (mutazione, incrocio e selezione), ma bensì tramite tecniche di ingegneria genetica che consentono l'aggiunta, l'eliminazione o la modifica di elementi genici. Tali modificazioni vengono poi ereditate dalla progenie (da wikipedia.org)

  Ogm equivale a brevetto. Vuol dire che un’azienda può diventare monopolista di un certo seme e imporlo a chiunque lo voglia coltivare. Ogm è agricoltura di grandi dimensioni, fatta usando l’elicottero (e non adatta ai nostri territori così partico- lareggiati….). Le colture geneticamente modificate impoveriscono la biodiversità perché appunto hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi.
   I due principali “vantaggi” degli Ogm, che vengono riconosciuti, sono la resistenza ad un parassita del mais (la piralide) e a un diserbante (il glifosate). Quindi, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi. Tra i sostenitori degli Ogm vi è la convinzione della possibilità con gli ogm di un minor uso di pesticidi, e questo, se fosse vero, non è cosa da poco. Ma noi pensiamo che battere l’uso dei pesticidi possa trovare altre strade. E che “il sistema Ogm” fa un po’ paura. Altro che “biodiversità”, come strumento per battere la fame (non se ne potrà fare niente…). C’è un effettivo rischio di un controllo del mondo attraverso il controllo agro-alimentare, cioè il possesso dei semi che servono ai contadini. Allora opporsi agli ogm è anche combattere l’agricoltura business senza limiti, e piena di inquinanti (come accade in parti d’Italia dove ci son prodotti di larga esportazione…il vino, l’olio, le mele, le ciliegie….).

   Ma c’è chi propone (e tra questi proprio l’associazione «Per un’Italia libera da ogm» di cui fanno parte 32 associazioni tra cui Slow Food, Legambiente, Vas, Verdi, Wwf) di uscire dalla contrapposizione manichea tra agricoltura tradizionale e organismi geneticamente modificati per esplorare le mille possibilità che le biotecnologie possono dare. Va infatti detto che progressi nella produzione agricola si è arrivati ad averli con millenni di incroci casuali che, piano piano, per selezione progressiva, hanno permesso di arrivare alle materie prime agricole di cui disponiamo. Ma che questa ricerca e sperimentazione di miglioramento in tanti anni può ora essere accelerata grazie a tecniche di laboratorio di breve tempo, come i “marcatori funzionali” (per vedere ad esempio se incroci di uno stesso frutto possono dare un miglior prodotto) oppure il “sistema del vigore ibrido”, cioè la capacità di sfruttare le linee genetiche che contengono in sè un messaggio potenziale più ampio, e quello del rimescolamento del genoma che punta alla maggiore velocità evolutiva derivante dagli incroci di due varietà (di queste cose specialistiche vi rimandiamo qui di seguito all’articolo di Antonio Cianciullo su Repubblica “l’Agricoltura guarda avanti: così il biotech supera gli Ogm”).

   Insomma, opporsi agli Ogm non vuol dire accettare i paradigmi dell’agricoltura tradizionale (inquinata, in crisi, che va rivista integralmente…), ma prospettare scelte più razionali di difesa dei prodotti nella loro tipicità e qualità (come già accade nell’agricoltura biologica).

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“PERCHE’ NO OGM”  – da: http://sloweb.slowfood.it/ – Riportiamo qui i dieci punti per dire no agli ogm redatti da Carlo Petrini per la rivista L’Espresso. Come sostiene lo stesso autore all’inizio dell’articolo, un elenco di tal fatta di sua natura presuppone un’estrema sintesi e schematizzazione di una questione complessa e controversa.
Cliccando qui potete consultare “Lo speciale ogm” che l’associazione “Slow Food” dedica all’argomento. Una sezione in cui trovare diversi contributi: dossier, studi, sperimentazioni e approfondimenti, raccolti dalla Coalizione “ItaliaEuropa – Liberi da Ogm” (di cui Slow Food Italia ha fatto parte), che intendono dare una visione il più esaustiva possibile sul mondo degli organismi geneticamente modificati.

OGM – PERCHE’ DICO DIECI VOLTE NO

di Carlo Petrini, da L’Espresso dell’11/02/10

   Sintetizzare e schematizzare su un argomento complesso come tutti quelli che riguardano il cibo e l’agricoltura non è mai facile né necessariamente un bene. Tuttavia credo che possa servire un elenco delle ragioni di chi, come noi, agli Ogm dice “no”, non per posizioni ideologiche o preconcette, come amano dire coloro che pensano di essere gli unici depositari del sapere, ma per ragioni serie e motivate, peraltro condivise anche da molti ricercatori e scienziati:
1. Contaminazione. Coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile; le aziende sono di piccole dimensioni e non ci sono barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. L’agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell’acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata.
2. Sovranità’ Alimentare. Come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.
3. Salute. Ci possono essere problemi di salute per animali alimentati a Ogm.
4. Libertà. Le coltivazioni Gm snaturano il ruolo dell’agricoltore che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi. Con le sementi Gm, invece, la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l’agricoltore deve rivolgersi ad ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi, in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti se non si pagano costose royalties.
5. Economia e Cultura. I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio. L’Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull’identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico.

6. Biodiversità’. Le colture Gm impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi.
7. Ecocompatibilità. Le ricerche su Ogm indicano due “vantaggi”: la resistenza ad un parassita del mais (la piralide) e a un diserbante (il glifosate). Quindi, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggia le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate.
8. Precauzione. A circa trent’anni dall’inizio dello studio sugli Ogm, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo tre prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm.
9. Progresso. Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso. E’ sempre più chiaro per consumatori, governi e ricercatori, il ruolo dell’agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale. Invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca dovrebbe affiancare l’agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze.
10. Fame. I relatori ONU dicono che l’agricoltura familiare difende le fasce di popolazione a rischio di malnutrizione. Le multinazionali invece promettono che gli Ogm salveranno il mondo dalla fame: eppure da quando è iniziata la commercializzazione (circa 15 anni fa) il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono. In paesi come l’Argentina o il Brasile la soia Gm ha spazzato via produzioni come patate, mais, grano e miglio su cui si basa l’alimentazione.
(c.petrini@slowfood.it)

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IL RECUPERO DEI TERRENI MARGINALI CON UN’AGRICOLTURA CONTROLLATA

GARANTIRE MANGIMI ITALIANI OGM FREE

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 28/6/2010

   Un miliardo e mezzo di euro per assicurare mangimi italiani ogm free. E’ il progetto sostenuto dalla Confederazione italiana agricoltori (Cia) e da Verdi ambiente e società (Vas) che propongono di lanciare un piano nazionale di recupero dei terreni marginali. Le 300 mila stalle italiane – denunciano Cia e Vas – sono invase da mangime ogm di provenienza estera.

   Più di quattro milioni di tonnellate di soia (un quarto del fabbisogno nazionale) e due milioni di tonnellate di mais biotech (oltre il 25 per cento del totale) entrano nell’alimentazione degli animali allevati in Italia. Una cifra destinata a raddoppiare nel giro di 45 anni. Senza interventi mirati, entro un quinquennio c’è il rischio che la disponibilità di mais ogm free a livello internazionale, compreso quello prodotto nel nostro paese, si riduca di circa il 70 per cento.

   «Occorre predisporre e varare al più presto un piano nazionale per la produzione di proteine vegetali – propongono Giuseppe Politi, presidente della Cia, e Guido Pollice, presidente dei Vas – Utilizzando, eventualmente, anche territori del demanio, con uno stanziamento di circa 1,5 miliardi di euro, per incrementare la coltivazione di soia italiana, di piselli, di fave e per sviluppare, contemporaneamente, la produzione di mais, in modo da garantire lo sviluppo di una zootecnica realmente sostenibile assicurando alimenti di qualità e privi di biotech».

   Il recupero dei territori da destinare alla produzione di mangimi è pensato come barriera di protezione per un settore, quello dei prodotti a marchio territoriale, che vale quasi 10 miliardi di euro come fatturato al consumo.

   «La resa al biotech sarebbe un colpo per l’ intero sistema agricolo italiano: in gioco non ci sono solo gli allevamenti ma l’intera filiera della tipicità perché è minacciato il legame con il territorio che caratterizza le nostre eccellenze alimentari – sostengono Politi e Pollice – Rischiamo di non poter mangiare e assaporare, ad esempio, la mela annurca, le pesche di Romagna, il pomodoro pachino e San Marzano, le nocciole del Piemonte, le arance di Ribera, le clementine di Calabria, la pasta fatta con grano duro italiano, il Brunello di Montalcino, il Dolcetto d’Alba. Sarebbe, insomma, la morte di un mondo agricolo che ha permesso all’agroalimentare made in Italy di conquistare i mercati internazionali».

   Il piano nazionale di proteine vegetali permetterebbe di triplicare gli 864 mila ettari oggi destinati, nel nostro paese, alla produzione delle colture proteiche necessarie a soddisfare il fabbisogno degli allevamenti nostrani. L’ altro aspetto su cui insiste il piano è evitare la contaminazione tra prodotti ogm free e prodotti transgenici durante la catena di lavorazione.

   Dunque si prevede di creare strutture logistiche e di trasporto (ad esempio navi, silos, magazzini) separate per le due filiere. Oltre l’85 per cento dei mangimi nell’Unione europea contiene infatti biotech e la normativa comunitaria prevede una soglia di tolleranza dello 0,9 per cento, limite entro il quale non è prevista l’indicazione in etichetta perché rientra nella possibile contaminazione accidentale.  

   Contaminazione che presumibilmente non è troppo rara visto che il 25 per cento del mangime destinato agli allevamenti nazionali proviene dalle coltivazioni di soia ogm di Stati Uniti, Argentina e Brasile. A questo si deve aggiungere che, secondo recenti studi, il commercio mondiale di mais vedrà nei prossimi anni una quota crescente di prodotto ogm, che potrebbe giungere fino all’ 86 per cento del totale.

   «L’invasione di biotech rischia così di dilagare a livello internazionale – sostengono Cia e Vas – Il Brasile ha destinato 21 milioni di ettari a coltivazioni ogm, un terzo rispetto ai 64 milioni degli Stati Uniti. La Cina ha appena cominciato, ma è già a 3,7 milioni di ettari. L’India, a sua volta, ha raggiunto quota 8 milioni di ettari. La produzione ogm sta, quindi, salendo velocemente e gli Usa sono il paese con la maggiore produzione di transgenico. Nel 2008 le vendite globali delle sementi con Dna modificato sono state di 7,5 miliardi di dollari». – (Antonio Cianciullo)

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PERCHE’ SI’ AGLI OGM

DIECI RISPOSTE A CARLO PETRINI SUGLI OGM

di Dario Bressanini, da http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/ del 12/2/2010

   Ho letto i 10 punti di Carlo Petrini contro gli ogm. Vorrei rispondere punto per punto (anche se la visibilità che ho è diecimila volte inferiore a quella di Carlo Petrini con un articolo su l’Espresso)

1. Contaminazione

Coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile; le aziende sono di piccole dimensioni e non ci sono barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. L’agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell’acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata.

FALSO: sono disponibili vari studi che dimostrano come la coesistenza sia perfettamente possibile. Le distanze da tenere possono variare da pochi metri (come per il riso) a decine di metri (come il mais) o addirittura non servire, in tutti quei casi dove le piante si autofecondano e non rilasciano polline nell’ambiente. Oppure è il portainnesto (del melo o della vite) ad essere transgenico, per proteggere da alcuni insetti, mentre fiori e frutti sarebbero completamente “ogm free”.

Vedi ad esempio questi documenti tra i tanti disponibili

http://www.gmo-compass.org/eng/regulation/coexistence/201.coexistence

http://www.gmo-compass.org/eng/regulation/coexistence/134.coexistence

http://www.pgeconomics.co.uk/pdf/Co-existence_maize_10october2006.pdf

2. Sovranità alimentare

Come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.

FALSO: le misure di coesistenza sono fatte apposta per non far perdere la certificazione biologica, rimanendo sotto il livello legale dello 0,9% di commistione. Livello che già si applica ora in Italia dove pure non si possono coltivare ogm. I semi che gli agricoltori biologici di mais comprano, ad esempio, possono già contenere tracce di mais ogm, e il prodotto finale può contenerne sino allo 0,9% senza perdere la certificazione. Già oggi nei prodotti biologici si riscontrano tracce di ogm (o di pesticidi) senza che venga persa la certificazione. Vedi ad esempio i risultati del piano nazionale residui 2008 del ministero della salute  http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1074_allegato.pdf

3. Salute

Ci possono essere problemi di salute per animali alimentati a Ogm.

FALSO: Tutti gli studi SERI in questo campo hanno smentito questo fatto. Sono stati pubblicati articoli, i più recenti di Seralini, dove rianalizzando con metodi statistici vecchi esperimenti si sostiene che il mais ogm possa causare alterazioni fisiologiche. Varie istituzioni scientifiche hanno più volte smentito queste conclusioni bollando come “sballate” le tecniche statistiche usate da Seralini. Purtroppo gli attivisti continuano a citare questi lavori senza citare le varie bocciature

http://www.efsa.europa.eu/en/events/event/gmo100127-m.pdf

http://www.foodstandards.gov.au/educationalmaterial/factsheets/

http://www.salmone.org/wp-content/uploads/2010/02/hcbpress.pdf

   In più, che non esistano rischi sanitari dagli ogm, oltre che innumerevoli rapporti scientifici e l’EFSA, lo hanno ammesso anche gli oppositori agli OGM, tra cui Slow Food, nel loro rapporto “Le ragioni di chi dice no” http://content.slowfood.it/upload/3E6E345B029d525A10lQj3FD7A86/

i rischi delle attuali Piante Geneticamente Modificate sono molto bassi se non assenti

   Si puo’ discutere se il mais sia o meno il cibo più adatto ai bovini (cfr. Il Dilemma dell’onnivoro, Michael Pollan, Adelphi) ma questo esula dal fatto che il mais sia geneticamente modificato o meno.

   E’ però un fatto, poco noto agli italiani, che il mais Bt resistente agli insetti e’ piu’ sano per l’uomo perche’ contiene meno tossine (fumonisine), che invece sono presenti in misura maggiore nel mais italiano sia convenzionale che biologico e che possono raggiungere livelli preoccupanti, soprattutto per le donne in gravidanza. E da quel mais possono passare  al latte delle vacche e quindi al formaggio, anche DOP come dimostrato da un’inchiesta de “Il Salvagente”.

   Sugli OGM sono stati fatti studi per vedere se la composizione del latte o della carne di animali nutriti da OGM era in qualche modo diversa, e non è risultato nulla di anomalo. Una rassegna completa recente in due parti è accessibile su

http://arjournals.annualreviews.org/doi/pdf/10.1146/annurev.

e

http://arjournals.annualreviews.org/doi/pdf/10.1146/annurev.

   Perchè il cittadino italiano non ne è a conoscenza? Perché la stampa preferisce intervistare Carlo Petrini, Mario Capanna, Giulia Maria Crespi o il ministro Luca Zaia piuttosto che uno delle migliaia di scienziati competenti che lavorano in questo campo, anche italiani.

4. Libertà

Le coltivazioni Ogm snaturano il ruolo dell’agricoltore che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi. Con le sementi Gm, invece, la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l’agricoltore deve rivolgersi ad ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi, in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti se non si pagano costose royalties.

FATTO: non tutti gli OGM sono ibridi e non tutti sono prodotti da multinazionali

FATTO: la maggior parte degli agricoltori (convenzionali o biologici) acquista semi ogni anno, e mi stupisce che Petrini non lo sappia. Sono ormai finiti i tempi, da quasi un secolo, in cui gli agricoltori miglioravano le proprie sementi, perché ora si preferisce acquistare sementi certificate, prive di virosi, e con germinazione e qualità molto elevata. Salvare i propri semi per l’anno successivo, a parte casi specifici e su piccola scala, può portare ad una riduzione notevole della qualità del raccolto. In più le aziende produttrici di semi (che sono spesso le stesse che producono ogm) svolgono ricerca e sviluppo e lanciano sul mercato sempre nuove colture. Ad esempio i semi dei pomodori di Pachino (quelli famosi a grappolo) sono sviluppati da una azienda biotech israeliana, la Hazera Genetics, non certo dagli agricoltori “che da sempre migliorano il seme”.

FATTO: gli ibridi esistono da quasi un secolo. I coltivatori di mais italiano comprano ibridi (non ogm) ogni anno. Per molte altre colture sono stati sviluppati gli ibridi. Se gli agricoltori li usano evidentemente gli conviene. Nessuno li obbliga. Lasciamoli liberi di scegliere.

FATTO: gli ogm sviluppati dalla ricerca pubblica, anche italiana, sarebbero disponibili per gli agricoltori come qualsiasi altra coltura sviluppata nel secolo precedente. Ad esempio il grano Senatore Cappelli, tanto decantato ultimamente, non è stato “selezionato dagli agricoltori”, ma è il risultato del lavoro di un genetista agrario italiano, Nazareno Strampelli, che ha selezionato una varietà tunisina di grano duro, adattata al clima italiano, e l’ha resa disponibile agli agricoltori.

FATTO: oltre ai maiscoltori, che hanno già manifestato l’interesse a provare in campo gli ogm, esistono anche altri agricoltori interessati. Ad esempio i risicoltori italiani, come dimostra questo loro documento  http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/files/2009/11/090924-Senato-audizione-OGM.pdf

5. Economia e cultura

I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio. L’Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull’identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico.

FATTO: se questi ragionamenti fossero stati fatti nei secoli scorsi in Italia non si sarebbe potuto importare pomodori, patate, mais, zucchine, melanzane, per non parlare del recente Kiwi, e così via. Il patrimonio agroalimentare italiano è ricco proprio perché è stato in grado di adattare al proprio territorio prodotti di altri paesi. Il già citato grano Senatore Cappelli è una varietà tunisina, senza “legami storici o culturali con un territorio”.

   In più esistono molti ogm completamente italiani, sviluppati dalla ricerca pubblica italiana. Pomodoro, melanzana, melo… Lasciamo liberi gli agricoltori di scegliere.

6. Biodiversità

Le colture Gm impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi.

FALSO: gli ogm possono arricchire la biodiversità, riportando in auge varietà vegetali che non si possono più coltivare per via di virosi, attacchi di insetti o altro. Non è affatto vero che gli ogm abbiano bisogno di grandi superfici: dipende ovviamente dalle colture. Un esempio di piccola coltura salvata dalle biotecnologie è la papaya delle Hawaii dove piccoli agricoltori ora possono continuare a coltivarla http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/11/07/la-papaya-ogm/

   Ed essendo il risultato della ricerca pubblica gli agricoltori non hanno bisogno di pagare royalties o di ricomperare i semi. Per quel che riguarda l’Italia qui potete scaricabile gratuitamente, http://snipurl.com/u89gv un libro intitolato “Biotecnologie per la tutela dei prodotti tipici italiani”. Ci sono esempi concreti, dal pomodoro San Marzano al Melo della Valle d’Aosta, come si dovrebbe sempre fare discutendo di questi temi, e non fare discorsi astratti come purtroppo si sentono, troppo spesso, in Italia.

FATTO: il gene desiderato si può inserire in ogni coltura. Non c’è “un solo tipo di mais”. Una volta costruito un “evento” (questo è il termine tecnico) si può trasferire il gene con degli incroci tradizionali ad altre varietà. In Argentina ad esempio esistono centinaia di diverse’ varieta’ di soia ogm, così come esistono molte varietà di mais, molte varietà di cotone. Quando si parla di “mais ogm” non si intende che ne esista una sola varietà. Come altro esempio si può prendere la patata resistente alla dorifora, al virus dell’accartocciamento delle foglie e al virus Y. Queste resistenze sono state inserite in alcune varietà di patata http://www.naturemark.com/ e nulla vieta che si possano inserire in altre varietà, come è stato fatto recentemente in Russia con una varietà locale. Avrebbero esattamente lo stesso sapore, le stesse proprietà organolettiche, ma sarebbero resistenti ad insetti e virus, e quindi sarebbero più sane e di miglior qualità perché necessiterebbero di meno agrofarmaci.

7. Ecocompatibilità

Le ricerche su Ogm indicano due “vantaggi”: la resistenza ad un parassita del mais (la piralide) e a un diserbante (il glifosate). Quindi, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggia le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate.

FATTO: esistono colture che resistono a vari erbicidi (non solo il glifosate), tra cui la soia, il mais, la colza e la barbabietola da zucchero. Gli erbicidi, a meno di voler tornare ai tempi delle mondine, sono largamente utilizzati in tutta l’agricoltura convenzionale. Gli erbicidi associati agli ogm sono spesso meno tossici di quelli che vanno a sostituire.

FATTO: esistono colture resistenti ai virus (patata, papaya, zucchina) per i quali non esistono soluzioni efficaci convenzionali.

FATTO: le colture ogm hanno già portato ad una riduzione del consumo di insetticidi, nei paesi dove le colture Bt, come il mais che si vorrebbe seminare in Italia, sono coltivabili. In particolare in Asia le riduzioni di pesticidi utilizzati sono state spettacolari con grande miglioramento della situazione sanitaria degli agricoltori e dell’ambiente

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/02/un-ogm-buono-pulito-e-giusto/

Impedire che questa tecnologia (che combatte non solo la piralide ma anche altri insetti, come la diabrotica) venga utilizzata in Italia significa preferire che ogni anno vengano riversati nel nostro territorio tonnellate e tonnellate di pesticidi che avremmo potuto tranquillamente evitare.

   La rotazione non è un sistema applicabile in pratica nel nostro territorio (ci spieghi Petrini come mai in pianura padana gli agricoltori sono così poco accorti da non usarla e invece preferiscono spargere tonnellate di insetticidi ogni anno per combattere piralide e diabrotica)

8. Precauzione

A circa trent’anni dall’inizio dello studio sugli Ogm, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo tre prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm.

FALSO: che “Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche” è una stupidaggine colossale che qualunque studente di biologia può smentire. Un gene è un gene! Mi può Petrini citare un lavoro serio dove si documenta che “Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche”?

FATTO:Che sia falso lo dimostra il fatto che sono stati sviluppati ormai centinaia di ogm diversi, per rispondere a vari problemi agricoli. Dalla vite al pomodoro al riso al frumento. Solo che questi ogm sono ancora nei cassetti delle università dove sono stati sviluppati per via dell’avversione a queste tecnologie. È intellettualmente disonesto quindi, dopo essersi opposti all’introduzione di altri ogm, sostenere che ci sono solo pochi prodotti sul mercato. Anche in Italia, nelle serre di molte  università, ci sono ogm pronti di vari tipi, dalla mela della Valle d’Aosta alla melanzana resistente al pomodoro San Marzano.

FATTO: sono in arrivo, nei prossimi cinque anni, centinaia di nuovi OGM, per la maggior parte frutto della ricerca pubblica. Vedi questo documento del cento studi JRC della Commissione Europea

http://ipts.jrc.ec.europa.eu/publications/pub.cfm?id=2420

FATTO: Francia e Germania hanno vietato il mais Ogm con motivazioni politiche, non scientifiche. Nessuna delle passate decisioni di vietare le coltivazioni nella UE è stata poi supportata da un parere scientifico favorevole e sono quindi da considerarsi decisioni dettate dalle esigenze politiche interne ai due paesi dove l’opposizione agli OGM non è meno forte che da noi in Italia. In Spagna invece se ne coltivano circa 80.000 ettari con grande soddisfazione degli agricoltori che lo utilizzano che hanno rese più elevate e utilizzano meno pesticidi.

L’EFSA ha ribadito che il divieto applicato in Francia non è fondato scientificamente e alle stesse conclusioni è arrivata la commissione centrale tedesca per la biosicurezza.

http://www.efsa.europa.eu/en/scdocs/doc/gmo_op_ej850_French_

http://www.gmo-compass.org/eng/news/455.no_new_evidence_environmental_risks_
FATTO:  come ho detto oltre a mais, soia e colza esiste in commercio la papaya ogm, esiste la Patata ogm (in Russia), esiste la barbabietola da zucchero (Canada e USA), e il riso sarà sul mercato in Asia entro due anni. In Sud Africa esiste il mais ogm bianco, coltivato per consumo umano.

9. Progresso

Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso. È sempre più chiaro per consumatori, governi e ricercatori, il ruolo dell’agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale. Invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca dovrebbe affiancare l’agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze.

FATTO: per nutrire e soddisfare i bisogni di milioni di persone (in Italia) e miliardi (in tutto il mondo) è ridicolo pensare di ritornare all’agricoltura su piccola scala. Adoro il Lardo di Colonnata, mi piacciono le cipolle di Tropea, cucino le lenticchie di Castelluccio, ma quando cucino la pasta so che questa è prodotta in Italia usando Frumento in larga parte importato dall’estero e coltivato su larga scala. Quando mangio il parmigiano so che questo è prodotto con latte di vacche alimentate con soia (in larga parte OGM) coltivata su larga scala. La retorica della piccola produzione è, appunto, solo retorica. Va benissimo per alcune nicchie, che tutti possiamo apprezzare, ma generalizzarla è senza senso.

10. Fame

I relatori Onu dicono che l’agricoltura familiare difende le fasce di popolazione a rischio di malnutrizione. Le multinazionali invece promettono che gli Ogm salveranno il mondo dalla fame: eppure da quando è iniziata la commercializzazione (circa 15 anni fa) il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono. In paesi come l’Argentina o il Brasile la soia Gm ha spazzato via produzioni come patate, mais, grano e miglio su cui si basa l’alimentazione.

FATTO: È ben documentato dalle agenzie internazionali come la FAO, l’ONU e la Banca Mondiale come le biotecnologie siano già state utili per combattere la povertà, soprattutto attraverso l’unico OGM per ora diffuso nei paesi poveri: il cotone Bt. Non si mangia, ma è Buono, Pulito e Giusto.

La coltivazione convenzionale del cotone fa largo uso di pesticidi, con effetti spesso deleteri per l’ambiente e per gli agricoltori. Il cotone Bt è usato ormai da più di 9 milioni di agricoltori, soprattutto in India e in Cina, e il rapporto della Banca mondiale lo definisce «un OGM win-win-win», ossia di successo su tre fronti:” Ha ridotto le perdite dei raccolti, ha aumentato i profitti dei contadini e ha fortemente ridotto l’uso di pesticidi per milioni di piccoli agricoltori”

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/02/un-ogm-buono-pulito-e-giusto/

FAO: Rapporto FAO del 2004 sull’agricoltura biotech

Banca Mondiale: World Development Report 2008

JRC-IPTS: Economic Impact of Dominant GM Crops Worldwide: A Review

IFPRI: Measuring the Economic Impacts of Transgenic Crops in Developing Agriculture during the First Decade

   L’etica della scienza impone agli scienziati la ricerca della verità, attraverso l’indagine scientifica rigorosa. Mal si adatta all’attivismo. Se i risultati della ricerca collidono con la propria visione del mondo, con le proprie ideologie, con le proprie filosofie, lo scienziato vero rigetta queste ultime e le cambia. L’attivista invece rigetta i fatti, non li vuole vedere e, anzi, si mette affannosamente a ricercare solamente quelle osservazioni che collimano con il proprio punto di vista. Così si spiegano, nella variegata galassia anti-ogm, le citazioni a tutti quei lavori, come quelli di Seralini, che vorrebbero documentare presunti problemi associati agli ogm, ma mai una citazione alle smentite successive. Così si comportano i creazionisti quando sono alla disperata ricerca di prove di una idea che non ammette possibilità di smentita, nella loro fede, ma solo conferme. C’è un diffuso disagio in molti nell’accettare le risposte della scienza, pur sempre temporanee, se queste non collimano con le idee preconcette che ci si è costruiti.

   Ma esiste un preciso dovere di uno scienziato nel continuare a seguire l’etica della ricerca della verità, anche se questa non è condivisa dalla maggioranza delle persone. In fondo non è da molto che la maggioranza si è convinta che la terra non è affatto piatta.

                                                                                               Dario Bressanini

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PERCHE’ NO OGM

VANDANA SHIVA: “GLI OGM UCCIDERANNO I PICCOLI COLTIVATORI”

L’attivista: in India 200 mila suicidi in 10 anni con quei semi modificati ci si indebita per sempre

di Andrea Rossi, da “la Stampa” del 4/3/2010

   “È una brutta notizia. È la vittoria dell’Europa dei burocrati e delle lobbies sull’Europa dei popoli, che restano in larga parte contrari all’utilizzo dei semi geneticamente modificati”Vandana Shiva, 58 anni, attivista indiana (nel 1993 ha vinto il «Right Livelihood Award», una sorta di Nobel assegnato a chi si batte per un’economia più giusta), una vita a combattere contro gli Ogm, è diretta come sempre. E delusa: «L’Europa era la grande speranza di chi difende la biodiversità. Per 12 anni aveva resistito a pressioni di ogni sorta. Il sì alla patata Amflora, invece, è una resa».
Se è per questo anche tra i governi serpeggia un certo malumore: il ministro italiano Luca Zaia (l’articolo è del marzo scorso quando Zaia era ancora ministro alle politiche forestali, ndr) propone un referendum e Francia, Germania, Austria, Lussemburgo, Ungheria e Grecia potrebbero appellarsi alla clausola di salvaguardia per bloccare l’autorizzazione.
«E fanno bene. Meno di un anno fa prima la Francia e poi la Germania hanno bandito le coltivazioni di mais Ogm. E hanno diffuso recenti ricerche secondo cui gli Ogm sono nocivi per l’ambiente».
Molti scienziati sostengono il contrario. E dicono che chi si oppone è agitato da fobie o paure legate alle possibili conseguenze economiche. È così?
«Ah sì? Vadano a vedere di quanto è cresciuto l’uso dei fitofarmaci dove si sono impiantati gli Ogm. In India otto Stati hanno adottato una moratoria per vietare la melanzana transgenica. L’Ogm non è sicuro. E comunque le conseguenze economiche esistono e sono pesanti: nel mio Paese gli agricoltori che sono passati alle coltivazioni geneticamente modificate sono andati in rovina. E sa perché?»
Lo spieghi.
«Ogm equivale a brevetto. Vuol dire che un’azienda può diventare monopolista di un certo seme e imporlo a chiunque lo voglia coltivare. In India coltivare a riso un ettaro, prima che arrivassero le multinazionali con le loro sementi, costava circa 16 mila rupie. Quando molti hanno spostato la coltivazione sulla vaniglia, il costo è salito a 300 mila rupie per ettaro».
Come è successo?
«A tanti contadini è stato fatto credere che si sarebbero arricchiti comprando i nuovi semi, che avrebbero incrementato le produzioni. Chi si è lasciato convincere ha scoperto che bisognava acquistare le sementi tutti gli anni – non si riproducono, hanno un gene “suicida”, ed è la dimostrazione che sono contro natura – a un prezzo triplo rispetto ai semi tradizionali. Così si sono indebitati fino al collo. Risultato: 200 mila suicidi in 10 anni».
Crede che possa succedere anche in Europa?
«Forse non in modo così dirompente. Ma gli Ogm saranno la rovina dei piccoli produttori: i costi, per loro, diventeranno insostenibili. Perderanno la terra».
Chi approva la decisione dell’Ue sostiene che le aziende europee potranno entrare nell’agricoltura industriale. Saranno più competitive?
«Se lo saranno, succederà a danno dell’agricoltura organica e biologica. L’introduzione degli Ogm sarà un genocidio per i piccoli coltivatori. La biodiversità, che è lo strumento per battere la fame, sarà spazzata via. Tutto il mondo rischia di essere soggetto a una dittatura dei semi».
Oggi un quarto del mais coltivato è Ogm. Secondo molti scienziati è più sicuro: combatte i parassiti senza i pesticidi e non permette la formazione di funghi, responsabili delle microtossine. Perché vi opponete?
«Perché non è così. Una delle cause dell’indebitamento degli agricoltori indiani è stata la spesa in fitofarmaci. Le coltivazioni sono più vulnerabili. Hanno bisogno di più pesticidi e acqua. L’Ogm non cambia l’agricoltura, non ammortizza l’impatto sul clima, né produce più cibo. È solo una resa agli interessi delle lobbies».

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L’ AGRICOLTURA GUARDA AVANTI: COSI’ IL BIOTECH SUPERA GLI OGM

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 20/7/2010

   Gli ogm? Roba vecchia, una filiera di ricerca che si è impantanata nelle difficoltà di realizzazione e nei rischi. La nuova frontiera dell’agricoltura avanzata è la tecnologia che legge il futuro dei semi. Invece di sotterrarli e star lì ad aspettare che crescano, anni di attesa per capire se alla fine quella pera sarà veramente più saporita, si può passare l’evoluzione al setaccio di un sequenziatore di Dna capace di prevedere lo sviluppo di 20 mila semi in modo da scegliere quelli più adatti.

   Il rischio è uguale a quello di 10 mila anni fa, quando si tracciò il confine del primo orto. La redditività dell’impresa straordinariamente alta. Questo salto di tecnologia è la proposta che, all’indomani della decisione europea di lasciare gli Stati liberi di coltivare o non coltivare gli ogm, esce dal convegno “Agricoltura e biotecnologie: il fronte della ricerca tra un’avanguardia silenziosa e un’innovazione superata” organizzato a Roma dalla task force «Per un’ Italia libera da ogm» di cui fanno parte 32 associazioni tra cui Slow Food, Legambiente, Vas, Verdi, Wwf.

   Il tentativo è uscire dalla contrapposizione manichea tra agricoltura tradizionale e organismi geneticamente modificati per esplorare le mille possibilità che le biotecnologie, dall’ invenzione del pane e della birra in poi, hanno prodotto.

   «Gli ogm sono fermi a soia, cotone, mais e colza modificati per sviluppare la resistenza agli erbicidi e agli insetti: le proposte della fine degli anni Ottanta», afferma Marcello Buiatti, ordinario di genetica a Firenze. «Le altre migliaia di sperimentazioni in sostanza non hanno funzionato perché l’ idea di inserire un gene nuovo all’interno di una pianta, pensando che si limiti a fare quello che faceva nel contesto da cui è stato estratto, è sbagliata. Il nuovo gene finisce per interagire con tutto il Dna e il risultato è che l’ operazione non dà il risultato atteso. Con le tecniche attuali invece, tutto cambia».

   Tutto cambia perché si ribalta la prospettiva: non si lavora più in direzione dell’evento mirabolante, della fragola che cresce sotto la neve grazie al gene del pesce artico. Le nuove conoscenze sono messe al servizio del vecchio fine: creare piante con frutti più buoni e più abbondanti. La differenza, non piccola, sta nella velocità: minuti invece di secoli. Alla fin dei conti quello che all’agricoltore interessa non è creare una mela quadrata ma intervenire su quella parte di genoma che regola non il cosa ma il come e il quanto: il grado zuccherino, la velocità di crescita, l’intensità del profumo.

   «A progressi in questa direzione si è arrivati con millenni di incroci casuali che, piano piano, per selezione progressiva, hanno permesso di arrivare alle materie prime agricole di cui disponiamo», continua Buiatti. «Oggi è possibile sostituire l’efficacia e la rapidità della scelta in laboratorio al caso che regola la selezione nei tempi lunghi. Grazie alla tecnica dei marcatori funzionali basta una macchina come quella che ho io, in piccolo, nel mio laboratorio, per capire quale variante genetica contengano i semi e scegliere i più adatti alle nostre esigenze».

   Invece di aspettare 15 anni per vedere se un incrocio di susine è venuto bene e poi farne un altro aspettando, sempre dopo 15 anni, un piccolo progresso successivo, si può giocare la partita della programmazione in laboratorio. Usando, oltre alla tecnica dei marcatori funzionali, il sistema del vigore ibrido, cioè la capacità di sfruttare le linee genetiche che contengono in sé un messaggio potenziale più ampio, e quello del rimescolamento del genoma che punta alla maggiore velocità evolutiva derivante dagli incroci di due varietà.

   Leonardo Vingiani, direttore di Assobiotec, dice che tra queste tecniche e gli ogm non c’ è contrapposizione: «Sono linee di ricerca parallele». Per Manuela Giovannetti, preside della facoltà di agraria di Pisa, invece la contrapposizione esiste: «L’ 85 per cento degli ogm è stato progettato per resistere agli erbicidi e infatti il loro uso invece di diminuire è aumentato. Inoltre la possibilità che la resistenza agli erbicidi si trasferisca a piante infestanti creando uno scenario estremamente allarmante, con impatti pesanti sulla capacità del sistema agricolo mondiale, è concreta. I casi in cui questo processo è avvenuto sono ben documentati nella letteratura scientifica». – (Antonio Cianciullo)

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OGM, BLITZ NO GLOBAL – E’ SCONTRO GALAN-ZAIA

di Cristina Antonutti, da “il Gazzettino” del 10/8/2010

   È scontro sugli Ogm in Friuli. Dopo i sequestri dei due campi coltivati con mais transgenico in provincia di Pordenone, le “tute bianche” dei No global hanno distrutto il mais biotech seminato dall’imprenditore Giorgio Fidenato in un terreno di Basaldella di Vivaro. E il blitz ha scatenato anche la polemica politica tra il ministro dell’agricoltura Giancarlo Galan, che ha tuonato contro gli «squadristi», e il governatore veneto Luca Zaia, che ha salutato il «ritorno alla legalità».
      I disobbedienti, capeggiati dal ricercatore universitario Luca Tornatore, di Quarto d’Altino, sono calati in Friuli da Venezia e Padova. Tute bianche, falcetto e bandane a coprire il volto. «Eravamo quasi un centinaio», dice Tornatore. Carabinieri e Digos ne hanno invece identificati una cinquantina. Ma il numero poco importa, cento o cinquanta, hanno centrato l’obiettivo che si erano prefissati: distruggere.
      Hanno calpestato energicamente le piante di mais, alte circa due metri e con la pannocchia già formata. Il campo è devastato, completamente raso al suolo. Alcune piante sono state impacchettate in sacchi neri con tanto di cartello “pericolo Ogm”. «Sono per la Procura», spiega Tornatore ricordando l’esposto di tre mesi fa e lamentando i ritardi della magistratura su una questione per la quale l’associazione “Ya basta!” si sta battendo energicamente, fino a spingersi a invadere un campo che da una settimana è a disposizione dell’autorità giudiziaria e rischiare la denuncia per violazione dei sigilli e danneggiamento di bene sottoposto a sequestro.
      Il blitz è stato rivendicato come un’azione di disobbedienza civile. Il caos si è scatenato poco prima di mezzogiorno. In una decina di minuti il “plotone” No global ha distrutto il mais transgenico, poco più di mezzo ettaro, per impedire che fosse commercializzato.
      «Non abbiamo tempo di aspettare carte bollate e pareri ministeriali e neanche i giochetti tra il neoministro ex governatore Galan e il neo governatore ex ministro Zaia», tuona Tornatore. L’azione anti Ogm ha inevitabilmente scatenato reazioni. A cominciare proprio dal ministro pdl Giancarlo Galan e dal governatore leghista del Veneto, Luca Zaia.
      Galan ha definito i disobbedienti «squadristi» condannando il gesto: «Le istituzioni stanno proseguendo nell’attività di accertamento e a giorni saranno resi noti i risultati di verifiche e analisi». Zaia, la cui strenua opposizione agli Ogm è nota, ha replicato dicendo che «nei campi del Friuli Venezia Giulia è stata ripristinata la legalità. La situazione era abnorme, ci sono delle regole che vanno rispettate e bisogna far capire alle multinazionale che in Italia non si possono introdurre coltivazione Frankenstein senza autorizzazione».
      Successivamente Galan ha ritenuto di precisare che «sono stato, sono e sarò sempre per il rispetto della legalità. Ove le indagini in corso rivelassero che realmente quello seminato è mais geneticamente modificato, spetterà all’Autorità giudiziaria valutare i provvedimenti da assumere secondo quanto previsto dal decreto legislativo 212. In Italia, infatti, la coltivazione di Ogm, in assenza di autorizzazione, è espressamente vietata».
      Il blitz è stato condannato anche da Coldiretti, che però ha sottolineato che queste azioni avvengono perché «non si è intervenuti prima». Tace, invece, la Regione Friuli Venezia Giulia.

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ZAIA: VANNO VIETATI PER SEMPRE. IL 75% DEGLI ITALIANI E’ CON NOI

da “il Gazzettino” dell’11/8/2010

   «Due cose sono certe: in Italia è vietato coltivare Ogm. Per questo il raid di lunedì a Vivaro ha ripristinato la legalità. La seconda certezza è che il Veneto non sarà mai Ogm». Il governatore Luca Zaia torna sulla controversa questione. «Ringrazio i due senatori del Carroccio – esordisce Zaia – che hanno presentato il disegno di legge sulla moratoria totale che significa una sola cosa: gli Ogm non si possono coltivare».
      Il suo giudizio sul raid dei no global nel pordenonese è stato criticato, il deputato Udc, Angelo Compagnon, l’ha definita il “neo governatore no global”
     
«Non replico. Il punto di partenza della vicenda è l’autodenuncia del proprietario del campo: ha confessato un reato, se è una provocazione non lo so. E dunque premesso che nessuno può invadere una proprietà privata e distruggere bene altrui, va anche detto che è stata riportata la legalità. Era inevitabile finisse così».
      Sì, ma attraverso un altro atto illegale
     
«Trovo raccapricciante che da aprile, quando l’imprenditore si è autodenunciato, nessuno sia intervenuto. Se fosse stato un campo di marijuana qualcuno sarebbe stato anche premiato».
      Chi sarebbe dovuto intervenire?
     
«Non spetta a me individuare responsabili. Parlo da politico e da semplice cittadino preoccupato perché non è vero che gli Ogm siano innocui. Infatti il 75% degli italiani non li vuole».
      Non ci sono certezze
     
«Per ogni scienziato che dà il via libera ce n’è un altro che dimostra che sono pericolosi. Un anno fa la Germania ha sospeso la coltivazione di un tipo di mais perché in laboratorio si è visto che provocava tumori nelle cavie. I rischi per la salute sono reali. Non è vero che risolvono il problema della fame nel mondo. Non convengono alla nostra agricoltura di prodotti tipici, anzi la consegnano nelle mani delle multinazionali».
      Pa.Fra.

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IL MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE

GALAN: VOLEVANO CHE A PORDENONE MANDASSIMO ELICOTTERI E NAPALM?

da “il Gazzettino” del 11/8/2010

«Aspettiamo i risultati delle analisi dell’Ispettorato repressione frodi, poi si vedrà». Giancarlo Galan, ministro delle Politiche agricole ribadisce la condanna («azione violenta») per il blitz di lunedì.
      Ministro, la Lega l’accusa di non aver mosso un dito e di non voler prendere posizione
     
«Non replico a chi fa l’elogio degli squadristi, mente sapendo di mentire e non sa di cosa parla. Mi pare che sia rimasta solo la Lega a difendere il blitz. Come sulle quote: il 95% del mondo agricolo è con me, con la Lega c’è la Lega e pochi altri. Molto pochi. Voglio ricordare che la competenza politico-amministrativa in materia di Ogm è della Regione Friuli Venezia-Giulia. Abbiamo attivato i controlli, fatto denunce. Cosa volevano? Che mandassimo gli elicotteri col napalm? Adesso è doveroso aspettare le analisi per sapere se le coltivazioni erano davvero Ogm o se erano solo sparate dell’imprenditore. Magari c’è la sorpresa».
      Aspettare quanto? E dopo?
     
«Credo pochi giorni. In ogni caso sarà la Procura a decidere. Io ho una sola stella polare: il rispetto della legalità. Come sulla vicenda delle quote latte: le violazioni di questi signori sono costate quattro miliardi di euro, finora, ai contribuenti. Solo così si acquista autorevolezza in Europa, perché è lì che si fanno le vere battaglie in difesa della nostra agricoltura e della nostra pesca. Io non sono il ministro con gli stivaloni. È al liberale Cavour, il primo ministro dell’agricoltura d’Italia, che penso, non ad altri».
      In Italia c’è un divieto di coltivazione e infatti nessun Ogm è autorizzato dal suo ministero
     
«Oggi è così. Anche se l’Europa ha dato più volte indicazioni, magari in modo non chiarissimo, lasciando facoltà di decidere agli Stati e alle Regioni, eventualmente, di presentare piani di coesistenza tra culture Ogm e non Ogm. Non vorrei che questi ritardi un domani li pagassimo cari».
      Pa.Fra.

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ZAIA: «SUGLI OGM SONO UN NO GLOBAL»

Simonetta Zanetti, da “il Mattino di Padova” del 11/8/2010

  VENEZIA. «Se essere no global significa difendere i propri principi, allora io sono no global». Luca Zaia cavalca la provocazione lanciata dall’Udc dopo che, di fronte alla distruzione di un campo di mais ogm in Friuli Venezia Giulia da parte dei no global, il governatore si era sostanzialmente schierato dalla loro parte commentando: «Ristabilita la legalità».  

Presidente, davvero è diventato no global?  

«Se esserlo significa difendere i miei principi, non ho nessun problema. Ho scritto addirittura un libro (Adottare la terra ndr) in cui spiego la mia posizione, ovvero la battaglia agli ogm e la tutela della biodiversità, affinché possano continuare ad esistere i 4700 prodotti tipici che sono parte fondante della nostra storia e identità».  

Quindi giustifica l’azione dei disobbedienti?  

«La mia è stata una presa d’atto, non una giustificazione. Se è vero che è stato seminato del mais transgenico, il contadino che ha compiuto questa azione andava arrestato. Non capisco perché i no global sono da condannare e una persona che si dice agisse indisturbata nell’illegalità, vada assolta».  

Il proprietario del campo, ha annunciato che la denuncerà: la accusa di apologia di reato.  

«Rispondo alla mia coscienza: male non fare paura non avere. E so che in Veneto non avrei mai permesso che si facessero prove dimostrative sugli ogm, la cui semina, ricordo è illegale. Mi dispiace che perda tempo in questo modo, ma faccia pure quello che vuole: evidentemente siamo in un paese in cui chi si comporta bene viene denunciato e chi pianta ogm viene difeso. Io non giustifico né difendo le azioni illegali, ho solo voluto ricordare alla gente che la semina era stata il primo atto illecito».  

Lei condannerebbe i no global per quest’azione?  

«Purtroppo per loro hanno commesso un reato e di questo dovranno rispondere di fronte alla giustizia. Non posso tuttavia fare a meno di chiedermi quale sarebbe stata la reazione se invece che un campo di ogm avessero distrutto un campo di marijuana. In quest’ultimo caso credo che avrebbero ricevuto un premio. Eppure di fronte alla legge sono due attività ugualmente illecite. Ricordo al proprietario del campo, che ha dichiarato pubblicamente di aver piantato ogm, sostenendo che sono innocui, che un anno fa in Germania il governo ha sospeso la coltivazione di una specie di mais transgenico perché provocava tumori al fegato nelle cavie».  

Forse sugli ogm bisognerebbe fare maggiore chiarezza.  

«Si dica che in Italia la coltivazione di ogm è vietata. Questo è un tema di natura etica, cui ciascuno risponde secondo coscienza. Il 75% dei cittadini sostiene che non comprerebbe mai prodotti ogm, non vedo quindi perché dovremmo coltivarli, forse per assecondare le multinazionali che ci dicono cosa comprare e cosa mangiare, finendo per affamare i nostri i contadini come quelli indiani?».  

I leghisti in parlamento hanno presentato un ddl sulla moratoria.  

«Ritengo che i tempi siano maturi per una moratoria totale».  

Atteggiamenti come questo le sono valsi qualche simpatia a sinistra.  

«Ho un sacco di amici a sinistra: i temi etici sono trasversali, di fronte a certe questioni non esistono né destra né sinistra. E il modo in cui queste vengono affrontate determina il valore di un’amministrazione». – (Simonetta Zanetti)

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PERCHE’ SI’ AGLI OGM

L’IDEOLOGIA A TAVOLA – IL NO AGLI OGM, FALSITÀ, IPOCRISIE

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 24/8/2010

   Nel caotico dibattito attorno agli Ogm (organismi geneticamente modificati) si va facendo strada l’idea che se c’è un Paese a cui conviene restare rigidamente fuori dall’innovazione transgenica, questo è il nostro. Accanto ai «critici a prescindere» sta crescendo una corrente di pensiero che motiva il no con considerazioni di ordine commerciale.

   Chi ha la fortuna di avere in casa il lardo di Colonnata deve comunque tenersi lontano mille miglia dal Frankenstein food. Il posizionamento e la qualificazione del made in Italy risulterebbero rafforzati dal no agli Ogm, mentre al contrario la tipicità delle nostre produzioni verrebbe inquinata da un orientamento pro ricerca. È veramente così?

   Oppure partendo da presupposti quantomeno generosi questa tesi è solo un diversivo? Come attestano gli ultimi dati Ocse, l’Italia ha ripreso a crescere, la maledizione vuole però che si tratti ancora una volta di sviluppo lento, +1,1% contro il 3,7% della Germania.

   È accaduto anche in passato durante l’ultimo e lungo ciclo positivo, continuiamo ad essere se va bene «il Paese un po’ meno» e il lento pede è alla base di molte delle nostre contraddizioni economico- sociali. Sembrerebbe dunque che la storia tenda a ripetersi, senonché questa volta c’è stata di mezzo la Grande Crisi e francamente non sappiamo come andrà a riorganizzarsi l’economia mondiale, che ruolo avranno i vecchi Paesi industriali e quale divisione internazionale del lavoro si determinerà.

   Sappiamo di sicuro che al tavolo si siederà accanto a noi il gigante cinese, ma nel complesso le incognite superano le costanti. Nell’attesa di vederci meglio, una cosa possiamo farla. Proporci di utilizzare in questa competizione tutte le carte che abbiamo, proprio tutte. Non possiamo pensare che mentre il mondo si gioca al tavolo del poker le quote dello sviluppo, noi organizziamo un tressette tra amici con in palio una consumazione al bar. Fuor di metafora, l’industria alimentare è parte integrante dello sforzo italiano per crescere di più.

   Non si può pensare di preservarla dalla competizione più agguerrita, di metterla in dispensa, di tenerla da parte solo per noi. La tambureggiante offensiva dei prodotti taroccati con brand italofono — i vari Parmesan o Parmizan —, così come l’invasione padana del pomodoro cinese, dimostrano come l’economia globale non preveda prigionieri.

   C’è di buono che nella crisi l’industria alimentare italiana ha mostrato di saper interpretare il suo ruolo anticiclico e, se vivessimo in un Paese meno rissoso e in cui l’espressione politica industriale avesse libero corso, ripartiremmo proprio da qui. Con quale obiettivo? Facile: esportare, esportare, esportare.

   Più che in altri settori abbiamo una struttura dell’offerta complementare, accanto ai distretti conosciuti in tutto il mondo ci sono fortunatamente anche aziende multinazionali tutt’altro che statiche. Quella che ci manca, forse, è una visione sistemica, la capacità di combinare qualificazione del prodotto e volumi, prestigio dei produttori con efficienza logistica e distributiva. Guai a pensare che il made in Italy debba per forza restare taglia small per offrire buona qualità. Avendo alle spalle queste riflessioni si può affrontare il tema Ogm senza timore e senza arroccamenti.

   Chiedendosi se una economia che punta ad essere protagonista nel grande mercato del cibo possa pregiudizialmente chiamarsi fuori dalla ricerca e dalla sperimentazione. L’ormai leggendario pomodoro di Pachino, sostengono i filo-Ogm, è nato in un laboratorio israeliano e poi piantato in Italia perché qui c’erano le condizioni ottimali per il successo della coltivazione.

   Purtroppo, però, invece di discutere attorno a casi concreti e risultanze obiettive gli ultimi giorni hanno fatto registrare uno scadimento della discussione. L’ingresso in campo delle «volanti verdi», che si fanno giustizia da sé distruggendo le coltivazioni sospette e gli esuberanti governatori, che in nome del «popolo sovrano e contadino» dimenticano il lessico della legalità, contribuiscono solo ad aumentare il tasso di ideologia, a ridurre il peso dell’argomentazione scientifica e a oscurare le ragioni dell’economia.

   Eppure, i bovini da latte che sono alla base delle nostre più qualificate produzioni casearie, già oggi usano soia importata e proveniente da allevamenti Ogm. Se chiudessimo le frontiere a soia e mais non saremmo più in grado di produrre quei formaggi e quei prosciutti nelle quantità necessarie. È quindi quantomeno ipocrita sostenere che ci conviene restare lontani dalla ricerca e anche l’idea di qualificare il made in Italy aggiungendo il bollino «Ogm free» è illusoria.

   Può servire per la pubblicità estiva di qualche catena di supermercati, ma in ambito internazionale non avrebbe campo. Passeremmo per bugiardi, traslocando dalla ragione al torto. Molto meglio riprendere a riflettere sulla centralità e il futuro della nostra industria agro-alimentare. E pazienza se, per una volta, anche gli economisti dovranno occuparsi di latte, pasta e cioccolata. (Dario Di Vico)

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LE SETTE SORELLE DEL CIBO

di Ettore Livini, da « la Repubblica » del 5/8/2010

– Auchan, Carrefour, Conad, Coop, Despar, Esselunga, Selex. Sono le sette sorelle della grande distribuzione che stabiliscono quali cibi far arrivare nei nostri supermercati e quali escludere. Determinando il destino di migliaia di produttori indipendenti –

– Nel 1995, 4 italiani su 10 facevano la spesa nel negozio sotto casa. Oggi ci vanno in due. Federdistribuzione si difende: abbiamo portato la bufala in Lombardia come il culatello in Sicilia. Le colpe dei coltivatori: ognuno ha il suo orto e non vuole consorziarsi. La via spagnola. L´Italia ha i migliori pomodori, coltivati a Pachino. Ma poi noi acquistiamo quelli olandesi

   IL MENÙ sulla tavola degli italiani è un affare in mano a sette sorelle. Noi scriviamo la lista della spesa, decidiamo che piatti servire, apparecchiamo e cuciniamo. Ma i veri padroni del nostro gusto sono i giganti della grande distribuzione organizzata (gdo). Il 70% del cibo che entra nelle nostre case arriva dai loro scaffali. E i sette big del settore (Coop, Conad, Selex, Carrefour, Auchan, Esselunga e Despar) muovono da soli quasi il 65% del mercato. Scelgono i fornitori, decretano con un sì o con un no (viste le dimensioni dei loro ordini) i destini di agricoltori, stalle e aziende. E poco alla volta – come dice amaro Lorenzo Bazzana di Coldiretti – «hanno cambiato il palato degli italiani, nel nome del conto economico».

   Noi, con la lista della spesa in una mano e il carrello nell´altra, non ce ne siamo nemmeno accorti. Ma il nostro frigorifero – nell´era low-cost della gdo – è diventato un melting pot alimentare multi-etnico a prova di Bossi-Fini. «Prenda i pomodori – spiega Piero Sardo, responsabile bio-diversità di Slow Food – A Pachino in Sicilia si producono i migliori del mondo. Eppure spesso nei supermercati troviamo quelli che arrivano dall´Olanda, caricature dei pomodori veri». Il motivo? Semplice. Non solo costano meno, ma soprattutto arrivano agli iper in modo regolare e costante 12 mesi l´anno grazie alle miracolose serre idroponiche dei Paesi Bassi e a una logistica molto più efficiente.

   Stesso discorso per le pesche, un altro prodotto il cui destino, con l´avvento della gdo, è cambiato per sempre. «Una volta si raccoglievano solo quelle mature, mettendole nelle cassette monostrato dopo aver diradato le foglie per favorire uno sviluppo armonico. Morbide, zuccherine, deliziose, pronte per il banco del fruttivendolo», ricorda Bazzana. Oggi il fruttivendolo, in particolare nel Nord Italia, è una specie protetta dal Wwf. E verso un destino simile sono incamminate le pesche dolcissime di un tempo. Il vassoio monodose, in un super, è off limits: occupa troppo spazio. Un frutto (ma anche una verdura) troppo vicino alla maturazione pure: scade troppo in fretta. Così nelle campagne italiane si raccolgono le pesche ancora acerbe («e dure come il marmo», dice Sardo) in un unico momento e in cestini che si incastrano meglio negli scaffali. Gusto vicino al segno algebrico negativo e prezzo salito dai 30 centesimi al chilo in campo fino ai due euro sullo scaffale, «dopo dieci passaggi di mano in una filiera che spesso nasconde interessi poco chiari», ammette Paolo Barberini, presidente di Federdistribuzione.

   Demonizzare, naturalmente, è un errore. Siamo in un mondo globale dove la stella polare del capitale sono i costi bassi. «Noi acquistiamo tutto quello che ci è possibile sul mercato italiano – assicura il numero uno della gdo tricolore, Barberini – Abbiamo portato la mozzarella di bufala in Lombardia e il Culatello di Zibello in Sicilia. In vendita mettiamo quello che chiedono i consumatori, dai prodotti d´alta qualità a quelli low-cost. E, per dire, abbiamo fatto risparmiare loro un miliardo solo nel 2009».

   Il problema è che gli italiani hanno sempre meno tempo e meno soldi. E i grandi supermercati sono la risposta più semplice a questo doppio problema. Quindici anni fa, 4 cittadini del Belpaese su 10 facevano la spesa nel negozio sotto casa. Oggi sono meno della metà. Mentre i super sono passati da 13mila a 20mila. La spiegazione è semplice: in un solo iper ci sono 20mila prodotti, luci e musiche studiate su misura (quella giusta fa vendere il 7% in più), una marea di articoli scontati (il 23% nel 2009), carte fedeltà fatte apposta per blandirci con specifiche iniziative di marketing. Morale: solo il 19% delle persone che entrano al super con la lista della spesa in mano arrivano alla cassa con nel carrello solo quello che si era appuntato. E in America si moltiplicano i casi di transfer di Gruen (dal nome dell´architetto che disegnò il primo iper), vertigini e perdita di consapevolezza innescate dalla struttura labirintica dei grandi magazzini.

   «La modernità in questi casi è drammatica – dice Sardo di Slow Food – Le piccole produzioni di qualità non hanno accesso alla gdo. La mozzarella di bufala negli iper è fatta con latte cotto e non crudo e con acido citrico, il pane con preparati industriali, gli yogurt con le fragole surgelate arrivate all´industria dalla Cina.   Abbiamo aperto troppi supermercati che si fanno la guerra sui costi e la qualità è crollata drammaticamente». «Le prime cinque grandi imprese alimentari guadagnano ben più di noi», si difende Barberini e in effetti – conferma Andrea Zaghi, esperto del settore di Nomisma – pure le sette sorelle «hanno i margini ridotti all´osso».

   Il problema è che a fare le spese di quest´asta al ribasso, alla fine, è il palato degli italiani. «Provate a fare assaggiare a un bambino un pollo ruspante – dice Sardo – Vi dirà che preferisce quello bianco, insapore, meno costoso e allevato in batteria cui è stato abituato della gdo». Pure l´Europa e i suoi marchi di qualità un po´ farlocchi ci hanno messo lo zampino. Dietro il simbolo Igp (indicazione geografica protetta) si nascondono Bresaole valtellinesi fatte con Zebù brasiliani, Speck tirolesi confezionati con maiali danesi, prosciutti crudi emiliani arrivati in realtà dalla Germania. Tutto regolare, perché l´Igp indica solo il luogo di lavorazione, anche se in pochi lo sanno. E tutti alla fine comprano il loro bel prodotto Igp, contenti di risparmiare.

   «La colpa non è solo della gdo – conferma Zaghi – la nostra agricoltura è troppo polverizzata». «Prendiamo l´esempio delle pesche – dice Barberini – Nel Belpaese ci sono mini-frutticoltori con due-tre ettari di terra, non coordinati tra di loro. In Spagna i piccoli si sono consorziati, hanno programmato la produzione spalmandola su tre mesi. E alla fine lavorano con noi. In Italia ci propongono tonnellate di frutti tutti negli stessi 10 giorni. È un miracolo se li prendiamo a quei prezzi… ». Vecchia polemica: Coldiretti sostiene che su 100 euro pagati per un prodotto al super, 60 vanno alla gdo e 17 solo all´agricoltore. Federdistribuzione sostiene di incassarne solo 30 contro i 33 dell´industria e i 37 del contadino. Di sicuro però in Italia le stalle sono scese da 180mila a 43mila e il 50% delle aziende agricole, secondo un´indagine Inea, lavora in perdita.

   «Bisognerebbe fare come in Francia dove la grande distribuzione ha fatto un patto d´acciaio con i produttori locali per aiutarli ad aggirare la crisi», dice Sardo. «Per me è un esempio sbagliato – conclude Barberini – Non servono accordi imposti, ma condivisi. Se mi obbligano a pagare di più proteggo le inefficienze della filiera e faccio pagare di più i clienti».

   Gli italiani assistono impotenti al braccio di ferro. Il loro gusto ha subìto senza accorgersene la rivoluzione culturale imposta gioco-forza dai big della gdo. Ma oggi le mozzarelle azzurre e le ricotte rosse hanno aperto un po´ gli occhi a tutti. Crescono i mercati a chilometro zero, tornano di moda gli ambulanti, le mele antiche, i gruppi d´acquisto solidali e i prodotti locali. L´obiettivo? Riprendere a scriversi da soli il menù di casa nostra. Difficile però che le sette sorelle restino con le mani in mano: la crisi morde, ma nei prossimi tre anni investiranno altri 3 miliardi di euro per 34 strutture e 20mila posti di lavoro. La guerra per il palato tricolore è ancora lontana dalla fine… (Ettore Livini)

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IL POMODORO CINESE SCHIACCIA IL MADE IN ITALY

da “la Tribuna di Treviso” del 9/6/2010

   Il pomodoro cinese invade l’Europa: gli sbarchi sono triplicati, registrando un balzo del 174% nel trimestre dicembre-febbraio 2010 rispetto al precedente periodo del 2009, anno in cui in Italia sono arrivati 82 milioni di chili di concentrato da spacciare come Made in Italy.

   E’ l’allarme lanciato dal presidente della Coldiretti Sergio Marini, in occasione della presentazione del dossier sulle importazioni di concentrato di pomodoro cinese, elaborato insieme alle cooperative agricole dell’Unci e alle industrie conserviere dell’Aiipa (Associazione italiana industrie prodotti alimentari).  

   I pomodori conservati sono la prima voce dell’import agroalimentare dalla Cina pari a oltre il 34% del totale, la cui produzione, iniziata nel 1990, oggi è al terzo posto nel mondo dopo Stati Uniti e Unione europea. Dalle navi sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso, circa 1.000 al giorno, con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano; questo perché nei contenitori al dettaglio, precisa la Coldiretti, è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento ma non quello di coltivazione.

   Un quantitativo che corrisponde a circa il 10% della produzione di pomodoro fresco destinato alla trasformazione realizzata in Italia, che nel 2009 e stato di 5,73 miliardi di chili. Danni per i consumatori a cui il pomodoro trasformato piace (31 kg il consumo a testa) e produttori, su cui pesano gli effetti di una concorrenza sleale con ingenti danni economici; basti pensare che nel settore del pomodoro da industria sono impegnati 8.000 imprenditori agricoli che coltivano su 85.000 ettari, 178 industrie di trasformazione, per un valore della produzione di oltre 2 miliardi di euro.

   Se i marchi italiani vengono clonati di tutto punto, con confezioni identiche alle originali vendute in scatole da 400 e da 2.200 grammi come doppio concentrato (28%) con la scritta ‘100% prodotto italiano’, profondamente diverso è il contenuto. Le analisi parlano chiaro: di pomodoro vero ce n’è ben poco, la maggior parte del prodotto è costituito da scarti vegetali, quali bucce e semi di diversi ortaggi e frutti, con livelli di muffe che eccedono i limiti di legge previsti dalla legislazione italiana. I produttori quindi chiedono all’Europa una normativa sanitaria ad hoc per fermare l’invasione dei cloni cinesi.

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PERCHE’ NO AGLI OGM

IL MONDO SECONDO MARIE-MONIQUE ROBIN

28/05/2009 – di Laura Stefani, da http://sloweb.slowfood.it/

   A Marie-Monique Robin di certo non piacciono gli argomenti comodi. Francese, 25 anni di giornalismo investigativo alle spalle e una resistenza fisica incrollabile, ha firmato libri, reportage e documentari, tra i quali Voleurs d’yeux (Ladri d’occhi) sul traffico di organi per cui ha vinto il prestigioso premio Albert London nel 1995 e Escadrons de la mort, l’école française, sui legami tra servizi segreti d’Oltralpe e dittature argentina e cilena, definito dal Senato francese “miglior documentario dell’anno” nel 2004.
   Ma Marie-Monique Robin è anche figlia di contadini, e ci tiene a precisarlo, mentre spiega perché ha deciso di dedicare quattro anni della sua vita a investigare il leader mondiale dell’industria transgenica, ovvero Monsanto, a cui oggi appartiene il 90% degli Ogm – principalmente soia, mais, cotone, colza – coltivati nel mondo. «Mi sono sempre interessata di diritti umani e agricoltura e più recentemente ho iniziato a lavorare sui pericoli che corre la biodiversità: mai come in questo caso le tre questioni sono interconnesse».
   Il risultato è Il mondo secondo Monsanto (Arianna Editrice), un libro-inchiesta che ripercorre la storia, denuncia strategie occulte e veri obiettivi della controversa multinazionale. Appena uscito in Italia dopo essere stato tradotto in tredici lingue (l’omonimo documentario su DVD è stato diffuso in 22 paesi), ha scatenato nel giro di un anno, data della sua prima pubblicazione in Francia, un grande dibattito internazionale, ma nessuna reazione ufficiale da parte del colosso biotech se si esclude la creazione di un blog che si limita a negare le tesi del libro: l’ennesimo – e involontario – riconoscimento di attendibilità e serietà del lavoro di Robin.
Nel libro lei dimostra come Monsanto, quando era una delle industrie chimiche più importanti del mondo, abbia deliberatamente mentito in molte occasioni soprattutto sulla tossicità dei suoi prodotti, dai PCB (policlorobifenili) alla diossina e all’agente Orange usato in Vietnam. Ora sta manipolando geneticamente semi che entrano nella nostra alimentazione. Possiamo fidarci?
Assolutamente no. Hanno mentito e continuano a mentire, nonostante sul loro sito si trovino frasi come “aiutiamo i contadini a produrre cibi più sani e che riducono l’impatto sull’ambiente”. In realtà, non c’è niente di vero, basta pensare alle sementi Roundup Ready (RR). La soia, ad esempio, primo Ogm a essere lanciato sul mercato e che rappresenta oggi il 90% di tutta la soia coltivata negli Usa, è stata manipolata per resistere a un potente erbicida a base di glifosato che si chiama Roundup ed è prodotto da Monsanto fin dagli anni Settanta (dal 1988 ne esiste anche la versione per orti e giardini familiari). La multinazionale ha sempre sostenuto che fosse un erbicida biodegradabile al 100% e inoffensivo per l’uomo come per l’ambiente. Peccato che sia stata condannata prima negli Usa e recentemente in Francia per pubblicità ingannevole. L’anno scorso è stato reso pubblico uno studio riservato di Monsanto in cui si sottolinea che solo il 2% del Roundup si decompone nella terra e solo dopo 28 giorni! Niente a che vedere con il concetto di biodegradabilità. Ma questa è una menzogna chiave, visto che il 70% degli Ogm coltivati attualmente nel mondo sono stati manipolati per poter essere spruzzati con il Roundup.
Il Roundup può incidere sulla salute?
È molto tossico e a lungo termine può provocare il cancro, come dimostro nel libro basandomi su alcuni studi scientifici, ma porta anche a sterilità, aborti, malformazioni genetiche. Interviene a livello endocrino, alterando il sistema riproduttivo femminile e maschile. Ho incontrato in Argentina persone che vivono molto vicino a enormi campi di soia, fumigati con aerei. Gli effetti immediati di un’intossicazione acuta sono dermatiti, infiammazioni agli occhi, vomito, difficoltà respiratorie. Pensare che il Roundup è l’erbicida più venduto nel mondo: l’unico paese a proibirlo è la Danimarca.
Qual è la posizione di Monsanto su possibili “effetti collaterali” degli Ogm?
Molto rassicurante. Secondo la multinazionale, la manipolazione genetica è stata studiata a fondo e non costituisce nessun rischio per la salute. Non è vero: non è stata mai investigata seriamente. Fino a oggi non si conoscono quali conseguenze provocheranno fra vent’anni gli Ogm sulla salute umana.
100 milioni di ettari coltivati con transgenico nel mondo. Il 70% dei cibi venduti nei negozi americani contengono organismi geneticamente modificati e non esiste nessuno studio scientifico serio. Come è possibile?
Per capire cosa è successo bisogna tornare alla vicenda della cosiddetta regolamentazione degli Ogm negli Stati Uniti, dove tutto è iniziato. La rivelazione centrale del mio libro riguarda il ruolo enorme giocato da Monsanto all’interno della Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia federale americana incaricata di verificare la sicurezza degli alimenti e dei farmaci da immettere sul mercato. Il meccanismo, molto diffuso negli Usa e ampiamente utilizzato da Monsanto, è quello delle revolving doors (porte girevoli) e rappresenta bene le collusioni tra lobby industriale e autorità politiche americane. Nel caso specifico, ho scoperto che il testo fondamentale del 1992 che regolamenta – o meglio, che non regolamenta – gli Ogm è stato redatto da Michael Taylor. Questo signore era un avvocato di Monsanto che entrò nella FDA giusto per occuparsi della questione e più tardi tornò a Monsanto come vicepresidente. Il testo firmato da Taylor si basa sul “principio di equivalenza sostanziale”, secondo cui un Ogm è grosso modo identico al suo omologo naturale, cioè alla pianta convenzionale. Quindi, non c’è necessità di sottoporlo a nessuno studio. Ecco il grande inganno, perché questo principio non si appoggia a nessun dato scientifico: è stata una decisione politica per favorire i grandi interessi delle multinazionali, come ammette candidamente in un’intervista James Maryanski (microbiologo, che lavorò per la FDA e poi passò ai vertici di Monsanto, ndr). Inoltre, anche volendo, nel ’92 non potevano esistere prove che supportassero questa tesi perché gli Ogm erano ancora in fase di creazione in laboratorio.
Ma come si è comportato il mondo scientifico in tutti questi anni?
Come è stato rivelato più tardi, allora molti scienziati e ricercatori della FDA si opposero al principio dell’equivalenza sostanziale e chiesero che venissero fatti degli studi per comprovarla. Ma furono tutti messi a tacere. E’ paradossale: fino a oggi, ogni volta che uno scienziato ha deciso di iniziare uno studio tossicologico serio sugli effetti degli Ogm ha perso regolarmente il suo posto di lavoro, come è il caso del biochimico Arpad Pusztai in Scozia o di Manuela Malatesta all’epoca in cui era ricercatrice all’Università di Urbino. È una costante di questa storia. E fa venire i brividi perché uno si domanda, che cosa mi succederà? Monsanto ha zittito studiosi, giornalisti e tutti coloro che hanno mosso critiche o avanzato denunce. Per questo affermo che esiste un problema reale con gli Ogm, altrimenti esisterebbero studi trasparenti e accessibili.
Altrettanto dibattuta è la questione del diritto di proprietà intellettuale sulle sementi. Qual è la strategia globale di Monsanto?
L’obiettivo è controllare tutta la catena alimentare attraverso lo strumento prezioso delle patenti e delle royalties, altrimenti Monsanto non si sarebbe mai lanciata in questo mercato. Da multinazionale chimica si è trasformata in prima industria produttrice di semi al mondo. È la numero uno dal 2005. Dal 1995 ha comprato più di 50 imprese di sementi distribuite in vari paesi. Ormai negli Usa, ma anche in India o in America del Sud, è quasi impossibile trovare un seme che non sia transgenico perché Monsanto prima ha comprato le maggiori industrie di semi e poi ha imposto i suoi semi brevettati. E’ un passaggio importantissimo: se un seme è protetto da un brevetto, il contadino che lo compra deve firmare un contratto in cui si impegna a non conservare una parte del raccolto per riseminarlo l’anno seguente, come invece ha sempre fatto. Adesso è obbligato ad acquistare nuovi semi e relativo pesticida Roundup ogni anno, potete indovinare da chi. Come spiega l’economista Peter Carstensen, professore all’Università di Madison in Wisconsin: “la multinazionale non vende più le sementi, ma le affitta per la durata di una stagione, rimanendo proprietaria per sempre dell’informazione genetica contenuta nel seme, che ormai ha perso lo status di organismo vivo per diventare semplice prodotto”. E il mercato dei semi è immenso: non dimentichiamoci che ogni cosa che mangiamo esiste perché un agricoltore ha piantato un seme nella terra.
Cosa succede a chi non rispetta il contratto?
«Monsanto ha un organismo di controllo chiamato “polizia dei geni”. È un’invenzione aberrante: sono agenzie investigative private che entrano nei campi prendono campioni di terra, chiedono agli agricoltori di mostrare le fatture relative all’acquisto di sementi ed erbicidi da Monsanto e, se non le trovano, li denunciano. La multinazionale ha sempre la meglio in tribunale, perché non rispettare il contratto è considerata una violazione del diritto di proprietà intellettuale di Monsanto. Che vince non solo quando un agricoltore ha conservato volontariamente una parte del raccolto, ma persino quando nel campo di un contadino che non coltiva transgenico, vengono trovati semi Ogm arrivati casualmente magari da uno confinante. E’ il caso di Hendrik Hartkamp, un olandese che comprò una fattoria in Oklahoma: denunciato e condannato a pagare una multa salatissima, che l’ha portato a vendere la sua proprietà. La tesi del giudice? Non importa come siano arrivati questi semi, l’agricoltore è responsabile per ciò che si trova nel suo campo. Quindi è colpevole. Incredibile.
Ma le sementi non dovrebbero essere “patrimonio dell’umanità”?
Lo erano. Questa follia è iniziata negli anni Ottanta con il concetto di privatizzazione della vita e degli esseri viventi. Tutto è cominciato quando un ingegnere della General Electric chiese un brevetto su un batterio che aveva manipolato geneticamente. Si rivolse all’Ufficio Brevetti di Washington, ma la sua richiesta fu respinta. Conformemente alle leggi, i batteri in quanto organismi vivi non si possono brevettare. Ricorse in appello e perse, appellò di nuovo e alla fine la Corte Suprema pronunciò una frase terribile: “può essere brevettato tutto quello che sta sotto il sole e che è stato toccato dall’uomo”. A partire da quel momento si è innescata una corsa inarrestabile, si sono concessi brevetti sopra geni, semi, piante. Per dare un’idea, attualmente, l’Ufficio Brevetti di Washington ne concede ogni anno più di 70.000, un 20% dei quali si riferisce a organismi viventi. Solo Monsanto dal 1983 al 2005 ha ottenuto 647 brevetti relativi a piante, quasi tutte presenti nel Sud del mondo.
Un’industria che brevetta specie selezionate dall’uomo nel corso dei secoli. Viene da pensare a una forma di biopirateria…
Certo e anche seguendo il loro ragionamente c’è qualcosa che non torna: Monsanto ha introdotto un gene, in questo caso il gene di resistenza al Roundup, ma nel contratto sostiene di essere proprietaria di tutta la pianta. E’ totalmente illogico, un disprezzo totale delle leggi, che non sono cambiate dagli anni Ottanta. Come può rivendicare la proprietà intellettuale sull’intera pianta quando ha introdotto un unico gene?.
All’inizio citava la biodiversità. Siamo entrati nella fase di rischio?
La contaminazione genetica sta provocando danni ovunque. L’esempio più chiaro è quello del Canada. Monsanto introdusse la colza transgenica Roundup Ready nel 1996. Oggi, a causa dell’impollinazione aperta, la colza convenzionale è in serio pericolo mentre è scomparsa completamente la colza biologica, tanto che gli agricoltori bio di Saskatchewan hanno intrapreso una class action (azione legale collettiva) contro Monsanto per chiedere un risarcimento. In Messico, il mais Roundup Ready sta minacciando le centinaia di varietà di mais criollo (solo nella regione di Oaxaca, centocinquanta) coltivate da 5000 anni, e considerate alimento base e pianta sacra da Maya e Aztechi. Il fenomeno è inarrestabile e sta portando a una riduzione netta della biodiversità. E la biodiversità è la condizione necessaria per la sicurezza alimentare.
Allora anche la sicurezza alimentare è a rischio, eppure uno dei cavalli di battaglia pro Ogm è la certezza di poter sconfiggere la fame nel mondo. Tra i vantaggi di queste sementi vengono sempre citati i costi contenuti e l’alto rendimento. È vero?
È una propaganda criminale e lo dico apertamente. In realtà, succede il contrario: gli Ogm portano alla fame. Se non alla morte, come accade in India, dove i movimenti contadini denunciano il “genocidio” provocato dall’introduzione del cotone transgenico Bt di Monsanto. Costa molto più caro, quattro volte più caro, di quello convenzionale e richiede lo stesso l’uso di pesticidi e fertilizzanti. I coltivatori indiani che passano al Bt si indebitano per comprare questi prodotti e quando il raccolto non corrisponde alle aspettative, si trovano in un vicolo cieco, strozzati dagli usurai. Non solo: è stato dimostrato che il rendimento di una pianta transgenica è sempre minore (in una percentuale tra il 5% e il 12%) a quello di una pianta convenzionale. L’idea di mettere fine alla fame nel mondo è stata inventata da Burson-Marsteller, la grande agenzia di comunicazione e pubbliche relazioni. Alla fine degli anni Novanta Monsanto navigava in cattive acque e aveva problemi su vari fronti, primo tra tutti, il rifiuto degli Ogm in Europa. Così contatta Burson-Marsteller, che studia una campagna pubblicitaria pro Ogm da diffondere principalmente in Francia, Germania e Inghilterra. Il messaggio nato allora e poi ripetuto nel corso degli anni? Grazie agli Ogm costruiremo un mondo migliore per tutti.
Ma una volta, nonostante la propaganda, è stata clamorosamente sconfitta.
Sì, nel 2004, riguardo all’introduzione del grano Roundup Ready negli Usa e in Canada. Per la prima volta nella storia rinunciò a immettere sul mercato un suo prodotto. Manipolando il cereale che occupa quasi il 20% delle coltivazioni nel mondo e che rappresenta l’ingrediente base nell’alimentazione di un essere umano su tre, Monsanto aveva toccato un simbolo culturale, economico e religioso, nato insieme all’agricoltura: il pane quotidiano. Mai si era spinta tanto. Inoltre, a livello economico, giocò un ruolo fondamentale l’opposizione di Europa (in Italia, attraverso la voce di Grandi Molini Italiani, il primo gruppo molitorio del paese) e Giappone, principali importatori di grano americano e canadese. Di conseguenza, i grandi coltivatori di cereali si rifiutarono categoricamente di adottarlo e questo fu determinante. In Canada, per la prima volta, si trovarono a lottare a fianco di associazioni di consumatori e addirittura di Greenpeace, con cui erano stati in conflitto precedentemente. E a tutt’oggi non esistono coltivazioni di grano transgenico nel mondo.
Crede che sia troppo tardi per tornare indietro?
Se parliamo di Roundup è molto difficile. Penso all’Argentina con i suoi 14 milioni di ettari coltivati a soia RR: ormai la terra ne è impregnata e inquinata, destinata alla sterilità perché questo erbicida fa piazza pulita di tutto, batteri e microrganismi, anche quelli utili. Il primo passo è informare sui suoi effetti. In Francia, dopo la mia inchiesta, diverse città hanno deciso di sospenderne l’uso. Sono nati molti comitati cittadini che spiegano alle famiglie che cosa stanno utilizzando nel loro giardino. Se riuscissimo ad eliminarlo già risolveremmo una parte del problema. Ma, contemporaneamente, bisogna boicottare gli Ogm e puntare sull’agricoltura biologica, creare un mercato che permetta ai coltivatori di tornare al biologico. E’ una preoccupazione che ci riguarda tutti perché nei nostri piatti il Roundup è servito insieme al secondo: la carne che mangiamo proviene da allevamenti europei, quindi da animali alimentati con soia transgenica americana, argentina o brasiliana. E a questo proposito, è in corso una campagna in Francia e Germania per esigere l’etichettatura sulle confezioni di carne, latte e uova che arrivano da animali nutriti con mangimi a base di Ogm. Comunque, non esiste solo il Roundup, sono moltissimi i residui di pesticidi pericolosi sulle nostre tavole.
Però in Italia, come in Europa, il livello di attenzione è sempre stato piuttosto alto.
Il livello di consapevolezza, cioè l’opposizione dei consumatori è netta, ma sul piano istituzionale la situazione è diversa, anche se ultimamente sta cambiando. Mi viene in mente il Consiglio dei Ministri dell’Ambiente dell’Ue che in marzo ha appoggiato Austria e Ungheria riguardo alla moratoria sulla coltivazione del mais Ogm Mon 810 della Monsanto, respingendo la richiesta della Commissione Europea di annullarla. Il problema della Comunità Europea però è l’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare: l’80% dei membri hanno dei fortissimi legami con la lobby biotech e qui torniamo alla questione della mancanza di indipendenza scientifica, delle pressioni sugli esperti, insomma del conflitto di interesse.
Monsanto ha avuto come alleati i governi repubblicani di Bush padre e figlio, ma anche quello democratico di Bill Clinton. Sarà diverso con Obama?
«Purtroppo Michael Taylor è parte dell’equipe di transizione di Obama. Mentre parliamo il Presidente americano sta pensando di affidargli la dirigenza del Food Safety Working Group. E’ stato Taylor a proporre di nominare come nuovo Segretario dell’Agricoltura Tom Vislack, governatore dell’Iowa dal 1998 al 2006, il maggior stato produttore di soia degli Usa, che ha sempre sostenuto gli interessi dell’agrobusiness e della biotecnologia. Sembra chiaro che la storia continua identica.
Quale è stata la parte più difficile di questa inchiesta?
Un aspetto a cui non avevo pensato: convincere le vittime di Monsanto a testimoniare. Tutti avevano paura. Molto strano, normalmente quando si lavora nell’ambito dei diritti umani, le persone hanno voglia di raccontare e apprezzano l’interesse che si dimostra verso la loro storia. In questo caso no. Temono le conseguenze. Temono che tu non sia quella che dici di essere, perché a volte Monsanto è arrivata a mandare falsi giornalisti e false equipe televisive. Sono riuscita a guadagnarmi la fiducia di molte persone perché ora sono conosciuta e la gente può verificare che sono davvero una giornalista.
(Laura Stefani è una giornalista free-lance italiana, specializzata in tematiche legate alla ecologia e alla sostenibilità)

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3 thoughts on “OGM (organismi geneticamente modificati) – L’agricoltura è in crisi, e ci si interroga sul suo futuro – Sarà possibile superare la contrapposizione tra diffusione degli Ogm (che non funzionano) e Agricoltura tradizionale (che usa troppo pesticidi)?

  1. LUCA venerdì 15 ottobre 2010 / 16:18

    Quanti spunti in questo post !

    Mi preme rispondere a Dario Bassanini che se lui ha una visibilità 10.000 volte inferiore a Carlo Petrini, è certo perché quest’ultimo parla per un movimento di consumatori, o meglio di co-produttori. E sono ben 100.000 i membri di Slow Food, che in soli 20 anni è passato da movimento contestario a forza propositrice con progetti concreti di salvaguardia (Presidi), organizzazione di conferenze, una casa editrice, un Salone mondiale del Gusto e dei contadini (Terra Madre), la prima università al mondo di Scienze Gastronomiche, l’introduzione in Italia del concetto di farmers’ markets…

    Come si fa a non essere d’accordo con il principio di precauzione (anche se in altri casi lo si tira in ballo senza motivo…) ?
    L’oggetto geografico OGM (l’oggetto cibo in generale) è rivelatore della complessità dell’attuale sistema-mondo. La globalizzazione è stata contestata da un ampio ventaglio di attori che vanno da comunisti e anarchici fino a gruppi di estrema destra, passando per lillipuziani pacifisti, ambientalisti, missionari di fedi diverse, arcigay, sindacalisti di ogni colore, contadini senza terra, semplici cittadini… La criminalizzazione della contestazione nel passaggio del millennio (dal generico “popolo di Seattle” nel 1999 si è rapidamente passati a un focus sproporzionato sui “black-bloc” di Genova 2001, perdendo di vista le tematiche a profitto della violenza degli scontri) ha avuto l’effetto di dipingere questa galassia col nomignolo “no-global” e con un carattere “di sinistra”. Divide et impera insegnano i nostri avi.
    Eppure si può leggere in questa battaglia tra cibi locali e cibi globali che il confine destra-sinistra è ormai superato. Zaia appartiene a un partito che è riconosciuto come di estrema destra per le sue posizioni xenofobe eppure qui lo troviamo al fianco delle “tute bianche”, peraltro considerate come “squadristi”. In questo guazzabuglio giornalistico quello che emerge è la transversalità dell’oggetto OGM. La forza di Slow Food è nel proiettarsi in un avvenire prossimo, mettendo al centro di questo i VALORI. Petrini parla a proposito di un nuovo rinascimento, e per quel che penso, è questo l’unico modo per cambiare quello che non va, le distorsioni del mondo attuale. Buono, pulito e giusto, sono parole che rinviano a piacere, ecologia, equità. Quello che non ha Dario Bassanini è un altro punto forte di Slow Food : l’EDUCAZIONE AL GUSTO. Una visione molto più larga, olistica : il cibo è una RETE, è scienza, ma pure cultura, territorio, società, economia, ambiente.
    E infatti, la vera modernità e il progresso sono qui sotto i nostri occhi : la RETE. Slow Food ha saputo mettere in contatto grazie ad INTERNET produttori e consumatori del mondo intero, tutti uniti in una stessa comunità di destino. E noi geografi e lettori di questo blog siamo parte di tutto questo, in quanto ne stiamo discutendo, stimolando riflessioni e difendendo la posizione di coloro che sono per una TRASFORMAZIONE VIRTUOSA.

    Per il momento mi fermo, una rilettura ci sta tutta !

  2. LUCA sabato 16 ottobre 2010 / 7:32

    E’ possibile criticare le osservazioni di Bassanini punto per punto…
    Siccome a criticare sono buoni tutti, vorrei solo proporre un esempio di trasformazione virtuosa.
    Molto semplicemente si tratta dell’agroecologia.

    ESEMPIO : il CIRAD (centro internazionale di ricerca in agricultura e sviluppo) da anni ha svolto sperimentazioni nei paesi tropicali (Madagascar, Brasile, Sud’Est asiatico e altri ancora). Sull’isola de La Réunion è in corso un vasto programma denominato GAMOUR, ovvero Gestione delle Mosche à La Réunion. Si tratta di un protocollo di misure agroecologiche appliacato alla gestione degli agrosistemi, in particolare per la produzione di frutti e verdure. Tra le varie misure a prendere posso citarvi l’AUGMENTARIUM, una semplicissima struttura ricoperta da un telo con una griglia sulla superficie superiore. Il contadino che trova un frutto punto dalla mosca non lo getta nel cumulo a bordo campo, ma all’interno di questo telo. I vermi che si schiuderanno dalle uova all’interno del frutto daranno origine a migliaia di mosche, ma queste sono intrappolate e non andranno a pungere altri frutti. Al tempo stesso la griglia permette ad altri insetti parassiti delle mosche di entrare. Questi parassiti delle mosche, una sorta di piccole vespe, pungono le mosche stesse : in questo modo una larva crescerà nutrendosi della mosca che la ospita. Con questo sistema si riducono gli insetti nocivi e si favorisce lo sviluppo di insetti favorevoli.
    Questa misura semplicissima e poco costosa fa parte di un più vasto protocollo che ha dato risultati ottimi laddove applicato (Isole di Hawai). Attualmente la camera dell’agricoltura dell’isola de La Réunion lo sta proponendo ad un numero crescente di agricoltori, tutti entusiasti di vedere dei progressi nelle loro aziende, riducendo l’uso dei pesticidi.

    L’agroecologia si basa sulla gestione dell’agroecosistema e favorisce un’agricoltura su piccola scala, sostenibile economicamente, socialmente e ambientalemente. Anche questo modo di produrre è sostenuto dalla FAO. L’agroecologia è sempre più presente nei programmi di numerose università e si fonda su un sapere multidisciplinare che include la conoscenza dei saperi delle comunità locali. Molto spesso infatti, i contadini adottavano pratiche oggi sacrificate sull’altare del “progresso”, ma che si dimostravano in realtà sostenibili.
    Per tutti i veneti che leggono si può ricordare l’associazione radicchio e mais, con il primo che era seminato tra i filari di granoturco, il quale lo proteggeva dal freddo… O ancora l’associazione gelso-vite. Di esempi simili ne esistono a migliaia nel mondo, basta osservare, o magari chiedere al nonno !

    Vorrei infine aggiungere e far notare che l’attuale sistema impone al produttore che adotta criteri ecosostenibili di pagare la certificazione, con conseguente aumento del prezzo, a differenza di coloro che seguono metodi intensivi e più impattanti. Trovo che sarebbe più giusto premiare colui che adotta tali criteri e magari disincentivare pratiche meno ecologiche. Ovviamente il ruolo dell’educazione/sensibilizzazione è fondamentale.

  3. Desideria M. domenica 30 gennaio 2011 / 22:40

    Qui ci sono parecchie cose false e distorte a cominciare dalla fragola-pesce che nemmeno esiste. Mettersi qui adesso a controbattere a ogni affermazione sbagliata è praticamente impossibile (e sinceramente sarebbe anche molto stancante). Proprio per questo segnalo un ottimo blog e sito di informazione:

    http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/

    su cui c’è tanto materiale che permette di far luce su tante questioni di cui si è anche sentito parlare su Mass Media. Ed essendo anche un blog vi si può confrontare le idee in modo proficuo. Chiaramente anche in modo civile e rispettoso.

    Cordiali Saluti a Tutti, proOGM e non. (<:-))

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