Il dissidente cinese LIU XIAOBO premio NOBEL PER LA PACE – la CINA in difficoltà nell’immagine internazionale di seconda potenza mondiale – E’ possibile avere attività positive di scambio con paesi tirannici, “convincendoli” al rispetto dei diritti fondamentali della persona?

Con la bomba atomica di internet, seguita dai missili di social network e motori di ricerca, la Cina si è vista costretta a erigere la nuova "Grande Muraglia di Fuoco" contro l'invasione delle idee dall'Occidente e l'evasione dei cervelli dall'Oriente. L'ufficio della propaganda è stato superato dal Gapp, la "General Administration of Press and Publication", a cui è affidata la gestione e supervisione dei media. Quattordici ministeri si contendono l'obbedienza di oltre due milioni di funzionari che battono il cyberspazio per "armonizzare le informazioni" e "guidare l'orientamento dell'opinione pubblica". Sono tecnici e ingegneri elettronici raffinati, quasi sempre formati nei laboratori di Stati Uniti e Gran Bretagna. A loro volta si appoggiano a schiere di "volontari" che in ogni villaggio, in ogni fabbrica e in ogni condominio, esercitano l'hackeraggio free-lance su commissione del partito. I dati di 400 milioni di internauti e 193 milioni di blog confluiscono nei tre centri di calcolo di Pechino, Shanghai e Guangzhou. Gli amministratori web intercettano e confrontano ogni parola e ogni immagine con una lista, in continua evoluzione, di termini-chiave e indirizzi proibiti. Ciò che la Cina considera "contro gli interessi nazionali", sparisce per mano del calcolatore. Autodifesa, non bavaglio. Ovviamente non basta. Sei milioni di cinesi poco patriottici hanno appreso le manovre per aggirare la "diga verde", ricorrendo a reti private virtuali e server proxy. (GIAMPAOLO VISETTI, da “la Repubblica” del 11/6/2010) - L’immagine qui sopra è della “Città Proibita” (che non c’entra niente con l’attuale censura cinese…): la Città proibita (in cinese si pronuncia Zǐjinchéng, che significa letteralmente "Purpurea città proibita") fu il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing. Esso si trova nel centro di Pechino, la capitale cinese. Si estende su di una superficie di 720.000 metri quadrati e consiste di 800 edifici, divisi in 8.886 stanze. Nel 1987 la Città proibita è stata inserita nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, che la riconosce come la più grande collezione di antiche strutture in legno che si sia conservato fino ai giorni nostri – da Wikipedia

   E’ sicuramente coraggioso l’atto del Comitato norvegese per il Nobel di assegnare quest’anno l’ambito riconoscimento “per la pace” a un dissidente cinese, Liu Xiaobo. Che è un professore (anche scrittore e critico letterario) ora in carcere con una condanna di 11 anni per aver chiesto democrazia, aderendo a un documento, CARTA 08, e diffondendolo e cercando proseliti; e che, a 54 anni, ha trascorso metà della sua vita fra prigioni e commissariati, con una lunga battaglia non violenta per i diritti umani cominciata nel 1989 in piazza Tienanmen. Tutto questo, Liu Xiaobo, lo ha fatto in un paese, la Cina, dove la modernizzazione forzata verso “parametri” economici occidentali (ora è considerata la seconda potenza economica mondiale, dopo gli USA…), non ha però portato a un’altrettanta “occidentalizzazione” dei “metodi di democrazia” o, perlomeno, a un rispetto di diritti fondamentali della persona di libertà di espressione (e libera critica della “autorità”).

   Ebbene tutta questa vicenda del Nobel assegnato, dà l’immagine (positiva a nostro avviso) di un mondo in cui è possibile che una commissione (sì autorevole, quella di Oslo…) per la scelta di un premio prestigioso, si possa permettere di criticare e invitare (con tono duro ma anche sereno) le autorità di un paese di un miliardo e trecento milioni di persone di rispettare ogni singolo individuo nei sui (singoli) diritti di libera espressione. Uno di quei casi dove un gesto, e la meritata risonanza mediatica, portano il diritto internazionale di rispetto delle persone a vincere una battaglia importante, a costringere delle autorità a render conto del loro operato all’interno del loro paese.

Liu Xiaobo e sua moglie Liu Xia

   Cosa ardua, per la Cina, prospettare un ordinamento democratico: forse prevale la paura di non poter “controllare” con sicurezza lo sterminato territorio, le così tante persone e popolazioni diverse che vi sono; e forse anche, per i più benevoli, interessata di più, la Cina, allo sviluppo economico, al grande “balzo in avanti” che da una decina d’anni sta conducendo (e “non c’è tempo e ora necessità” di parlare di democrazia…).

   Nei fatti di Tien An Men (la piazza di Pechino divenuta teatro della protesta 21 anni fa, e che culminò con il massacro di più di mille persone), cioè in quel momento di “rivolta studentesca (durato dal 15 aprile al 4 giugno del 1989) il leader politico più importante allora, Deng Xiaoping, ebbe a fare un’osservazione di un cinismo-realismo assoluto, che fa capire il rapporto difficile in Cina tra diritto individuale e dimensione di un paese così grande da essere difficile da immaginare. Deng Xiaoping disse che se centomila persone erano contro il governo (e in effetti si svolse il 4 maggio di quell’anno, in piena protesta studentesca, una manifestazione di circa centomila persone…), voleva dire che, su una popolazione (allora) di un miliardo, i dissidenti (quelli che protestavano) erano un millesimo della popolazione totale, cioè “nulla” rispetto alla dimensione demografica del paese. Fa pensare questa parametrazione che riduce a un nulla centomila persone che si espongono e protestano per un diritto di libertà di espressione…

   Pare che, in modo meno cruento, con meno conseguenze, i “saggi” di Oslo che assegnano il Nobel per la pace, siano riusciti in un intento di soverchiare la scarsa attenzione delle autorità massime cinesi per i diritti umani. Vien da pensare che se l’Occidente tutto, nelle sue più varie e autorevoli espressioni (governi, parlamenti, associazioni di varia natura…) incominciasse a chiedere conto, anche nello sviluppare scambi economici, alle autorità cinesi del loro atteggiamento poco consono alla democrazia, tutto questo porterebbe grande vantaggio non solo in Cina (sostegno a chi è dissidente e chiede maggiore libertà…) ma in tutti i Paesi dove vengono violati i diritti umani. Un’ “attenzione virtuosa” al problema dello sviluppo della libertà, pur nell’amichevole dialogo con tutti i popoli (e i loro governi).

…………….

UNA SCELTA CORAGGIOSA

di Bill Emmott, da “la Stampa” del 9/10/2010 (Bill Emmott è un giornalista e saggista britannico, corrispondente da Tokyo nel 1980, e dal 1999 al 2006 è stato direttore della prestigiosa rivista britannica The Economist)

   Non è sempre noto per il suo coraggio. Troppo spesso, asseconda con debolezza sentimenti alla moda. Ma quest’anno il Comitato per il Nobel per la Pace ha fatto una scelta coraggiosa e ammirevole con Liu Xiaobo, il dissidente che la Cina ha condannato l’anno scorso a 11 anni di carcere per il terribile delitto di propaganda per la democrazia. Rude e scomposta la replica della Cina, che ha definito la scelta un’offesa. Che potrebbe, in modo non meglio precisato, danneggiare le relazioni tra Cina e Norvegia. E questo non fa che confermare la validità e il merito della scelta.
   Qualcuno potrebbe dissentire: diranno che il premio per la Pace dovrebbe andare a chi promuove la pace internazionale, piuttosto che a quelli, come il signor Liu, che tengono campagne per i diritti umani e la democrazia all’interno dei loro Paesi. Questo riconoscimento è, secondo la Cina, un’ingerenza nella sua politica interna e nella sua sovranità.
   Sì, lo è, vorrei rispondere, ed è per questo che mi piace. Altri governi o istituzioni internazionali non sono in grado di interferire nella sovranità nazionale. Rischiano di essere accusati di ipocrisia – come è possibile che governi impegnati a espellere gli zingari rom, a dare in gestione la politica di immigrazione alla Libia o a chiudere in galera senza un vero processo persone sospettate di terrorismo diano ad altri lezioni sui diritti umani?

   E poi devono tenere in considerazione altri interessi, troppi, compresi il commercio e la sicurezza. Ma il Comitato del Premio Nobel per la Pace può farlo liberamente: risponde soltanto alla Fondazione Nobel, al Parlamento norvegese e, più genericamente, all’opinione pubblica mondiale. Il fatto che la Norvegia non sia membro dell’Unione europea è un vantaggio: il comitato non ha bisogno di sentirsi vincolato dalla diplomazia europea o dalle sottigliezze dello sforzo per forgiare una politica estera e una rete di sicurezza comuni.
   Per chiunque non sia ipocrita, Liu Xiaobo è una causa eccellente, come lo era quando le fu assegnato il Premio per la Pace nel 1991 Aung San Suu Kyi, l’attivista birmana incarcerata perché vuole la democrazia. Dal massacro di piazza Tienanmen nel 1989, che fu la risposta alle proteste per migliori condizioni e per il controllo dell’inflazione da parte dei lavoratori e a quelle degli studenti per la democrazia, la campagna per la riforma politica in Cina è diventata in gran parte sotterranea.

   A poco a poco, nei successivi 20 anni, via via che nel Paese crescevano la ricchezza e, sotto molti aspetti, la libertà, è diventato lecito parlare, in termini generali, a favore della democrazia. Ma due cose sono rimaste un anatema per le autorità cinesi: il primo atto inaccettabile è mettere direttamente in discussione il ruolo, attuale o futuro, del Partito comunista nel governo della Cina, il secondo è quello di tradurre le dichiarazioni individuali in un gruppo in qualche modo organizzato.
   Due anni fa il signor Liu ha fatto entrambe queste cose inaccettabili: ha collaborato alla redazione di un manifesto chiamato Carta 08 in omaggio al movimento Charta 77, guidato in Cecoslovacchia durante la Guerra fredda da Vaclav Havel, che chiedeva la democrazia pluralista e di fatto la fine del monopolio del potere del Partito comunista. E, invitando altri a firmare la Carta, lui e i suoi colleghi firmatari minacciavano di diventare un vero nucleo di opposizione alle autorità. Per questo motivo è stato immediatamente arrestato, per intimidire gli altri. Fino all’assegnazione del Premio Nobel della Pace, il sistema ha funzionato.
   Probabilmente funzionerà ancora. Sebbene la diffusione di Internet e la proliferazione di giornali e riviste abbiano complicato il compito delle autorità nel mettere a tacere il dissenso, riescono ancora a farlo con notevole successo. I redattori sanno dove corrono le linee rosse e obbediscono. La critica delle politiche pubbliche è consentita e in qualche caso anche incoraggiata come una sorta di valvola di sicurezza e di responsabilità pubblica, ma la critica del sistema politico non lo è. La discussione sovversiva su Internet è rapidamente individuata e messa a tacere. Liu è, di conseguenza, quasi sconosciuto in Cina.
   Ciononostante, un premio di questo tipo, con tutta l’attenzione internazionale e la copertura mediatica che attira, aumenta per le autorità cinesi la difficoltà di controllare il flusso delle informazioni. Rende inoltre più difficile per i governi stranieri ignorare il problema.

   Quasi certamente, quando il passaggio della Cina a una qualche forma di democrazia sarà storia, probabilmente in un momento in cui la diffusione della tassazione sui redditi provocherà l’irresistibile esigenza di rappresentanza della classe media, il Nobel per la Pace di quest’anno meriterà solo una nota a piè di pagina. Ma è una nota ammirevole, una nota di cui il Comitato del Premio per la Pace può essere giustamente orgoglioso. Ed è una nota che si distingue per la piccola possibilità di diffondere il passaparola della democrazia all’interno della Cina e, cosa altrettanto importante, per il coraggio e per i principi.  (Bill Emmott, traduzione di Carla Reschia)  

………………..

NOBEL PER LA PACE A LIU XIAOBO: ECCO LE MOTIVAZIONI DEL PREMIO

da “la Stampa” del 8/10/2010

“Forte portavoce della battaglia per la diffusione dei diritti umani”

Ecco il testo integrale della motivazione con cui il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il premio per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, pubblicato sul proprio sito internet.
  
Il Comitato norvegese per il Nobel ha deciso di assegnare il premio Nobel per la pace 2010 a Liu Xiaobao per la sua lunga e non violenta battaglia in favore dei diritti umani fondamentali in Cina. Il Comitato norvegese per il Nobel ritiene da tempo che ci sia uno stretto legame tra i diritti umani e la pace. Tali diritti sono un prerequisito per la “fratellanza tra le nazioni” della quale Alfred Nobel scrisse nel suo testamento. Nei decenni passati, la Cina ha raggiunto risultati economici difficilmente eguagliabili nella storia. Il Paese è oggi la seconda economia più grande del mondo; centinaia di milioni di persone sono state sottratte alla povertà. Anche le possibilità di partecipazione politica sono state ampliate.
   Il nuovo status della Cina deve comportare una maggiore responsabilità. La Cina viola diversi accordi internazionali dei quali è firmataria, così come la sua stessa legislazione in merito ai diritti umani. L’articolo 35 della Costituzione cinese sancisce che “i cittadini della Repubblica popolare cinese godono della libertà di espressione, di stampa, di assemblea, di associazione, di corteo e di manifestazione”.

   In pratica, è dimostrato che queste libertà sono chiaramente limitate per i cittadini cinesi. Da oltre due decenni, Liu Xiaobao è un forte portavoce della battaglia per l’applicazione dei diritti umani fondamentali anche in Cina. Prese parte alle proteste di Tienanmen nel 1989; è stato uno degli autori promotori della Carta08, il manifesto di tali diritti in Cina che è stato pubblicato nel 60/o anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti umani, il 10 dicembre 2008.

   L’anno successivo, Liu è stato condannato a undici anni di prigione e a due anni di privazione di diritti politici per “aver incitato alla sovversione contro lo Stato”. Liu ha ripetutamente sostenuto che questa sentenza viola sia la Costituzione cinese che i diritti umani fondamentali. La campagna per promuovere i diritti umani universali anche in Cina è stata intrapresa da molti cinesi, sia nella stessa Cina che all’estero. Attraverso le severe punizioni inflittegli, Liu è diventato il principale simbolo dell’intera battaglia per i diritti umani in Cina. (Comitato norvegese per il Nobel)

………………

NOBEL PER LA PACE A LIU XIAOBO. PECHINO ACCUSA: “UN’INDECENZA”

da “il Corriere della Sera” del 9/10/2010

– Nobel per la pace a Liu Xiaobo – Pechino accusa: «Un’indecenza» – Stati Uniti, Francia e Germania: «Deve essere scarcerato subito» –

   «E` un criminale», dice di lui il Paese dov`è nato, e che oggi lo tiene rinchiuso in galera. No, «è il simbolo più alto della lotta per i diritti umani in Cina», dice da Oslo il Comitato per i Premi Nobel. E per questo, a 54 anni, dopo una vita per metà trascorsa fra prigioni e commissariati e una «lunga battaglia non violenta per i diritti umani» cominciata nel 1989 in piazza Tienanmen, il professor Liu Xiaobo è il Premio Nobel 2010 per la Pace. Lo saprà in prigione, dove sconta una condanna a 11 anni per attività sovversive («che viola i diritti umani e anche la Costituzione cinese», ha sempre detto lui).

   Non lo saprà però da un giornale o da una televisione, perché la notizia del premio è stata censurata dal governo cinese, anche sui siti Internet, e perfino le trasmissioni della Bbc sono state oscurate. Gelido il primo commento ufficiale di Pechino: la scelta compiuta a Oslo «è un`indecenza», perché tutta politica e perché esulerebbe dai principi costitutivi del Nobel.

   Mentre la Francia, la Germania, il presidente americano Barack Obama e il Dalai Lama (a sua volta Nobel per la pace nel 1989) hanno già rivolto un appello alla Cina: «Liberate al più presto Liu Xiaobo». E la stessa cosa ha chiesto Liu Xia, la moglie dello scrittore e critico letterario, piangendo dalla felicità davanti alle telecamere di una televisione di Hong Kong: «Spero di poterlo vedere domani… Il premio va anche a tutti coloro che lottano per la democrazia in Cina».

   Ma è forse proprio questo concetto a spiegare la reazione così dura di Pechino. L’ambasciatore norvegese in Cina è stato immediatamente convocato dal ministero degli Esteri, e gli è stato notificato che quanto accaduto potrebbe incidere sulle relazioni fra i due Paesi. Il silenzio delle fonti ufficiali sul premio è stato assoluto. Ma nonostante ciò, ieri a tarda sera, gruppetti di simpatizzanti si erano raccolti intorno alla casa del dissidente.

   Lui non è conosciutissimo in patria, per ovvie ragioni. Ma chi lo conosce, sa bene che tornò a casa dagli Stati Uniti, dove già aveva una cattedra, per partecipare alla rivolta di Tienanmen e per condividere la sorte degli incarcerati. E che nel 2008, con la sua «Carta 08» firmata da 300 intellettuali e da migliaia di cittadini, fu ancora Liu Xiaobo a chiedere con forza una nuova Costituzione, riforme, in una parola democrazia.

   Proprio quel documento gli costò il processo e la condanna a 11 anni. E anche allora, Liu ripeté quello che ha sempre ripetuto nella sua vita, che i diritti umani e la pace hanno una stessa radice: a Oslo qualcuno ne ha tenuto conto. (Luigi Offeddu)

……………

CARTA 08, IL DOCUMENTO CHE FA PAURA  A PECHINO

da ANSA.it del 9/10/2010

PECHINO  – Carta08, il documento che è costato 11 anni di prigione al premio Nobel per la pace 2010 Liu Xiaobo, è stato volutamente modellato sul documento diffuso nel 1977 da un gruppo di intellettuali cecoslovacchi tra cui un altro premio Nobel, lo scrittore ed ex-presidente ceco Vaclav Havel.

   I firmatari di Carta77 si impegnavano a “battersi individualmente e collettivamente per il rispetto dei diritti umani e civili nel nostro Paese e nel resto del mondo”. Il documento chiedeva la fine del regime a partito unico allora in vigore nella Cecoslovacchia, parte della sfera d’influenza della Russia, che era chiamata Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss), e l’instaurazione di un sistema pienamente democratico basato sul rispetto delle leggi.

   “Il popolo cinese – è scritto su Carta08 – comprende molti cittadini che vedono chiaramente che la libertà, l’uguaglianza e i diritti umani sono valori universali dell’umanità e che la democrazia e un governo costituzionale sono le istituzioni fondamentali per proteggere questi valori”. Decine di intellettuali hanno partecipato alla stesura di Carta08, in un processo che si è protratto per mesi. Il documento è stato reso pubblico alla fine del 2008 con 303 firme di scrittori, avvocati, giornalisti, accademici e cittadini ordinari. In quel periodo la polizia cinese ha fermato e interrogato tutti i firmatari iniziali.
   Il documento, nelle poche ore nelle quali è rimasto accessibile su Internet, ha raccolto oltre duemila firme. L’unico ad essere trattenuto fu Liu Xiaobo che nel 2009 fu accusato di “incitamento alla sovversione del potere dello Stato e a rovesciare il sistema socialista” per il ruolo avuto nell’elaborazione di Carta08.

   Un altro dei firmatari della Carta, l’intellettuale Xu Youyu, ha scritto che lanciando il documento, “l’intento di Liu Xiaobo era quello di riaffermare, dato che il governo ha riconosciuto la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e che ha firmato la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, che queste sono le norme che regolano l’interazione tra il popolo cinese ed il governo cinese”.

   Nonostante questi impegni, si legge ancora su Carta08, “…la realtà che chiunque può vedere è che in Cina ci sono molte leggi ma non un modo di governare basato sulla legge; c’è una Costituzione ma non un governo costituzionale; l’ élite al potere continua ad aggrapparsi al suo potere autoritario e a respingere qualsiasi movimento verso un cambiamento politico”.

   Secondo Nicholas Becquelin, attivista del gruppo umanitario Human Rights Watch, la reazione delle autorità cinesi indica che Carta08 è stata considerata “diversa” e “più grave” di altri precedenti pronunciamenti dei dissidenti. All’inizio, aggiunge Becquelin, Pechino era preoccupata dalle reazioni che avrebbe potuto suscitare l’arresto di Liu. “Comunque – conclude – la risposta diplomatica internazionale è stata sorprendentemente debole”.

Il testo integrale di Carta 08, per i diritti umani in Cina, lo trovate qui:

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14313

…………………………

…………………………..

LA CINA: DOVE STA ANDANDO E LE SUE PAURE

IL SORPASSO DELLA CINA SUL GIAPPONE. È SECONDA SOLTANTO AGLI STATI UNITI

di Marco Del Corona, da “il Corriere della Sera” del 17/8/2010

– Nel trimestre il prodotto interno sale a 1.339 miliardi di dollari – Ma Pechino non rivaluta lo yuan – Superpotenza povera – E la ricchezza pro capite nella Repubblica popolare è ai livelli dell’ Albania

   Da mesi, anzi da anni, il Giappone aveva sentito dietro di sè i passi sempre più vicini della Cina. L’ufficio statistico centrale di Pechino, lo scorso 21 gennaio, l’aveva annunciato: quest’anno l’economia della Repubblica Popolare supererà quella dell’arcipelago.

   Il 30 luglio era stata l’autorità monetaria della Cina a metterlo a verbale: siamo già diventati la seconda economia del mondo dietro gli Usa, e tanti saluti a Tokyo. L’ammissione vale più di tutte, perché viene direttamente dall’esecutivo nipponico. Il Pil del secondo trimestre dell’anno è stato di 1.288 miliardi di dollari, al di sotto del dato cinese, che ha raggiunto 1.339.

   La Cina va, il Giappone no. L’impatto simbolico dell’annuncio spazza via anche i tentativi di ridimensionare, contestualizzare, rimandare la resa a fine anno. Ci ha provato Keisuke Tsumura, alto funzionario del governo del democratico Naoto Kan: ha invitato a considerare che nel primo semestre il Giappone resta davanti, 2.578,1 miliardi di dollari contro i 2.532,5 di Pechino, e che «i conti sarebbe corretto e leale farli sul 2010».

   Poco da fare, l’ incremento del prodotto interno lordo nipponico sul trimestre precedente si distacca di un niente dallo zero (0,1%) né il confronto con lo stesso periodo del 2009 brilla (0,4%). Il messaggio è passato, l’ascesa cinese ha messo insieme un altro record e le Borse di Shanghai e di Shenzhen hanno festeggiato con un più 2,1 e un 2,3%. Il sorpasso chiude un’ epoca.

   Il Giappone si era collocato alle spalle degli Usa nel 1968. La fenice rinata dalle ceneri atomiche di Hiroshima e Nagasaki aveva preso a volare, modello inarrivabile che nell’ euforia degli anni Ottanta lasciava immaginare addirittura una non impossibile leadership economica mondiale. Invece l’assalto della Cina al cielo, con le sue proporzioni geografico-demografiche imparagonabili al senescente arcipelago, vendica secoli di incomprensioni e rancori alimentati da guerre e sangue, mai appianati da folate di vicinanza.

   Ancora adesso, rivela un sondaggio pubblicato con grande rilievo dal «China Daily», alla domanda «qual è la prima impressione quando sentite nominare il Giappone?», il 45,1% degli interpellati risponde: il massacro di Nanchino, 1937, che ieri i giornali cinesi ricordavano commossi.

   Soltanto 5 anni fa il Pil cinese, con i suoi circa 2.300 miliardi di dollari, era la metà dell’ economia nipponica, in un frangente in cui la crisi non si era ancora abbattuta sul mondo. Allora la Cina non aveva ancora sfoderato il suo pacchetto di stimolo da circa 580 miliardi di dollari, denaro che dall’autunno del 2008 è stato immesso vigorosamente nel suo sistema che, orientato all’ export, vuole puntare allo sviluppo di mercato interno in grado di sostenere la crescita, obiettivo primario del segretario comunista Hu Jintao e del premier Wen Jiabao.

   Pechino aveva sottratto nel 2009 alla Germania il primato tra gli esportatori del mondo e agli Usa il primato tra i mercati dell’ auto. Eppure la torsione che la Cina sta tentando di imprimere a se stessa resta una sfida ciclopica, che il trionfale risultato di ieri non cancella. L’entità complessiva della ricchezza cinese resta un terzo di quella americana, la stampa statunitense punge Pechino sottolineando che il suo reddito pro capite la allinea al Salvador e all’Albania, dalle parti dei 3.600 dollari, un decimo circa rispetto al Giappone e sideralmente distante dai 46 mila dell’ America.

   La Cina, come usano sottolineare i suoi leader, resta un Paese in via di sviluppo, e la sua reattività alle sollecitazioni della comunità internazionale resta incardinata su parametri tra i quali Pechino si muove con enorme prudenza. Così, se a giugno si annunciava che la Cina avrebbe allentato il vincolo della sua valuta con il dollaro, le speranze di una rivalutazione del renminbi sono rimaste tradite: solo più 0,4% dal 19 giugno. E ci sono poche speranze, se il viceministro del Commercio estero, Zhong Shan, dalle colonne del periodico di Partito «Qiushi» («Cercare la verità») avverte: «Il renminbi deve restare fondamentalmente stabile per sostenere il nostro commercio estero». Sorpasso o non sorpasso. (Marco Del Corona)

……………..

PECHINO, RICCHI E INFELICI

di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 19/8/2010

– Il 70 % ammette di sentirsi “spaventato dalle difficoltà della vita”. “Almeno 30 mila operai muoiono ogni anno logorati dal superlavoro”. Poi ci sono i suicidi – L´economia del gigante asiatico batte ogni record. Ma il 92% dei suoi abitanti si dice scontento. E Pechino scopre che si può essere ricchi e infelici –

PECHINO. La Cina torna a dominare il mondo e si scopre campione del successo, ma i cinesi si sentono infelici. Nessuno è mai stato sfiorato dal dubbio che la felicità, con il ritorno di un Confucio pop e la nostalgia per un Mao Zedong vintage, li stesse conquistando. Una simile impresa, tanto più a livello collettivo e sotto forma di stato d´animo permanente, come noto non è concessa.

   L´ascesa della Cina ai vertici del potere economico, il trionfo di un modello inedito e inimitabile, la crescita della più numerosa classe media del pianeta, avevano però indotto l´inconfessabile sospetto che anche il cinese, nuova unità di misura dell´umore globale, stesse iniziando a conoscere almeno qualche istante di soddisfazione.
   A sorpresa ci ha pensato un´indagine della Tsinghua University di Pechino a confermare ai cinesi ciò che essi quotidianamente vedono e a rassicurare il resto del mondo su quanto ogni giorno esso segretamente spera: la Cina può sorpassare il Giappone e insidiare gli Stati Uniti, ma resta una «nuova potenza» fondata sull´infelicità. Il fatto che la notizia sia stata pubblicata sul China Daily, versione inglese del giornale del partito, testimonia che anche Pechino, dopo un famoso saggio uscito tra le polemiche lo scorso anno, comincia a porsi il futile problema del destino morale di 1,4 miliardi di persone.

   Per decenni, dopo la Lunga Marcia e tanto più a partire dalla Rivoluzione Culturale, le domande sul benessere individuale sono state considerate un vizio borghese ed un lusso proibito. Dichiararsi “infelice” era controrivoluzionario, corrispondeva ad ammettere un´individualista patologia mentale e consigliava l´internamento in un istituto psichiatrico.

   Era un caposaldo della propaganda comunista: la Cina era felice, per definizione, e ovviamente pronta alla gloria internazionale. Ha destato così un certo turbamento, accanto alla notizia dell´ennesimo primato finanziario bruciato dalla nazione, leggere che il 92 per cento dei suoi abitanti osa oggi confessare di «essere infelice».
   Non può sfuggire la genericità di un test, se pure accademico, sull´intimità di un sentimento misterioso. Ma il fatto che più di nove cinesi su dieci denuncino il fallimento emotivo di un´impresa economica e politica senza precedenti storicizzati, induce qualche dubbio, se non sulla sua riuscita, quantomeno sulla sua tenuta. Secondo i ricercatori della capitale, che hanno sondato un campione rappresentativo di centomila cinesi a Pechino, Shanghai, Shenzhen e in dieci villaggi rurali, il malessere del Paese aumenta infatti più del mitico Pil da cui ormai tutti dipendiamo. Un altro 57 per cento della popolazione si dichiara «estremamente scontento» e il 70 per cento si considera «spaventato dalle difficoltà della vita». Il 39 per cento è consumato dall´insonnia e otto salariati su dieci sono dipendenti dai farmaci che aiutano a sostenere i rapporti con i colleghi. Solo il 3 per cento azzarda di essere «soddisfatto».
   Se un simile responso emergesse a Stoccolma, o a Parigi, o a San Francisco, nessuno risulterebbe turbato da uno snobismo psicologico perfetto per un magazine da week-end, succoso frutto di noia e sazietà. In Cina invece è diverso e una pubblica dichiarazione di infelicità, che affliggerebbe almeno un decisivo settimo degli abitanti della Terra, viene presa seriamente. «Per la prima volta – dice Kaiping Peng, direttore del dipartimento di psicologia della Tsinghua – i cinesi si confrontano con l´inquietudine del liberismo. Sono assillati dall´incubo della carriera, dall´ossessione del denaro, dalla concorrenza sul lavoro, dalla precarietà di ogni traguardo raggiunto. Scoprono che una «vita americana» comporta un «consumo emotivo made in Usa».
   Gli adulti non sono preparati per formazione ideologica, i giovani per limiti educativi. L´apparente paradosso di deprimersi per un eccesso di vittorie fa sì che l´indice di felicità del Paese sia l´unico, negli ultimi dieci anni, ad essere arretrato: è sceso oggi al 2,17, rispetto ad un massimo di 5, tra i più bassi del mondo e all´ultimo posto sia tra le potenze economiche che tra le nazioni in via di sviluppo.

   Psicologi e sociologi, su discreto suggerimento del partito-Stato, iniziano così a chiedersi perché il successo internazionale, il dilagare dell´ambizione al lusso, la prossima esclusiva della produzione e delle esportazioni, il monopolio sul prezzo dell´energia, un´influenza mondiale mai raggiunta in passato, non siano sufficienti ad iniettare una pur modesta dose di letizia popolare.

   L´Occidente democratico sa che non bastano automobile e frigorifero per fuggire dalla propria ombra e ha imparato che anche la tristezza di chi vota è un capitale. Per l´Oriente autoritario, dove le urne non aprono mai, l´espressione del disagio è invece uno squillo ed equivale all´annuncio di una possibile, ancorché remota, instabilità.
   «Motivare razionalmente l´infelicità del successo – dice Ren Xiaoping, docente dell´Istituto di sociologia dell´Accademia delle scienze – non è facile. Dopo secoli di vita modesta, l´egualitarismo è un tratto pressoché genetico del popolo. La relazione con la ricchezza, in una nazione che ha accumulato il record dei miliardari under trenta, innesca un cortocircuito esistenziale. Non si accettano le differenze e l´invidia produce rancori ancora più dolorosi dello sfruttamento».
   I professori della Tsinghua, mossi dopo l´umiliante catena di suicidi tra gli operai della Foxconn di Shenzhen, dove oltre ai gadget Apple si producono pressoché tutti gli strumenti elettronici per comunicare, hanno dunque cercato di spiegare le ragioni che impediscono ai cinesi di farsi contagiare dalla gioia dei loro leader.

   Ed è emersa l´altra faccia del trionfo: il dramma rimosso di una «depressione cronica nazionale». Nulla di politico, o di attinente a una voglia di libertà, o di aspirante alla democrazia. Le persone, assai più concretamente, si sentono infelici a causa di salari insufficienti, condizioni di lavoro insopportabili, concorrenza professionale spietata, disuguaglianze sociali esplosive e mutui per la casa soffocanti.

   Cinquecento milioni di migranti dalle zone rurali soffrono di «sradicamento», seicento milioni di residenti metropolitani di «solitudine», settecento milioni di anziani di «abbandono e assenza di assistenza medica», trecento milioni di studenti di «ansia da prestazione e paura della disoccupazione», quattrocento milioni di operai di «espulsione dalla famiglia e trattamento disumano».

   Un´indagine dello «Horizon Research Group» ha individuato i «tre anelli deboli» del successo della Cina: i giovani, le donne e gli operai emigrati. «I primi – dice il ricercatore Wang Dengfeng – sono costretti a giocarsi la vita con il gaokao, l´esame di ammissione all´università. Ormai si fonda sulla corruzione, ma chi fallisce è condannato e ogni anno, in giugno, si registrano centinaia di suicidi. Le seconde sono l´unica categoria che in Cina, negli ultimi trent´anni, non ha ottenuto maggiori diritti. Nascono indesiderate, vivono abbandonate e costrette a sopportare ciò che resta della famiglia. Non è un caso se il nushu, la lingua segreta delle mogli infelici, sta tornando di moda».
   Infine l´operaio cinese, spina dorsale estrema del mondo in crisi. «Almeno 30 mila operai – dice Geng Shen, docente di Economia del lavoro all´università di Shanghai – muoiono ogni anno a causa del karoshi, la sindrome da superlavoro cronico. È la patologia che ha minato la produttività in Giappone e Corea del Sud. Lavorare dodici ore al giorno, mangiare e dormire in ufficio, o dentro la fabbrica, dimezza l´attesa di vita. Il fenomeno investe in particolare i cinesi tra i 20 e i 35 anni, specie se dipendenti delle multinazionali straniere».

   Contro il nuovo «virus della delocalizzazione» proprio la Foxconn ha annunciato ieri una misura estrema: le lezioni di ottimismo. Per evitare che troppi dipendenti si gettino dal tetto degli stabilimenti, 800 mila operai dovranno seguire «corsi aziendali di rafforzamento morale», in modo da «imparare a fare tesoro della vita».
   Il problema, per Pechino, è capire se il prezzo capitalista della «grande rincorsa» proletaria, che secondo l´Organizzazione mondiale della sanità produce 3,5 milioni di tentati suicidi all´anno e 300 mila vittime, sia giustificato dai risultati. Europa e Usa, scoprendo il loro volto clandestino riflesso in uno specchio, si chiedono fino a quando 250 dollari al mese per turni da robot sette giorni su sette, manterranno acceso il loro motore delocalizzato del consumismo globale.
   Tutti prendiamo atto invece di una modesta, purtroppo confortevole, lezione di giustizia. Accettare di vivere resta un brevetto inviolato, un´alchimia che nemmeno la Cina ha imparato a produrre. La felicità, essendo irraggiungibile, non si può imitare: e nemmeno la forza del Dragone può sorpassarla.

………………

REPORTAGE 

LA MACCHINA PERFETTA DELLA CENSURA CINESE

– La casa, il telefono, ovviamente il computer: tutto sotto controllo. Ecco come funziona il sofisticato sistema di sorveglianza, per stranieri e non, del gigante cinese –

di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 11/5/2010

PECHINO – Non possiedo la chiave della mia casa di Pechino. Gentili sorveglianti, giorno e notte, aprono e chiudono l’ingresso della vecchia dimora cinese dove vivo e lavoro. Controllano tutto, per la mia sicurezza. Se voglio andare a dormire, o incontrare qualcuno, devo prima suonare il loro campanello.
   Nemmeno l’uscita secondaria dell’ufficio, attraverso telefono e computer, può essere usata liberamente. Le conversazioni sono registrate e una voce cinese spesso suggerisce cautele che non sono in grado di comprendere. La posta elettronica viene filtrata da un esercito di ingegneri del governo. Identificano le persone che mi contattano e, come gesto di riguardo, glielo comunicano.
   Internet è sottoposto a verifiche automatiche ossessive. Spesso degenerano nella comicità, innescata dagli equivoci di caratteri linguistici consonanti. “Carota” è un termine bloccato: il primo ideogramma coincide con il nome del presidente Hu Jintao. Quando ingenuamente cerco una parola proibita, o mi attardo su un argomento vietato, lo schermo del pc si svuota e una scritta mi segnala l’errore tecnico che ho commesso. Se i peccati sono più gravi, ancorché inconsapevoli, si viene educati. Per un certo tempo connettersi alla Rete diventa impossibile, o richiede tempi inaffrontabili.

   Per qualche settimana, dopo l’uscita di un articolo “non armonizzato”, viene a trovarmi la polizia. Ragazzi sorridenti controllano visti, documenti e permesso di lavoro. Sono uno straniero: fanno il loro dovere. L’assistente dell’ufficio viene quindi invitata a “bere un thé” dai funzionari. Al ritorno, con noncuranza, ne approfitta per un breve ripasso sui fondamentali della prudenza che regolano l’informazione ufficiale. Preferisce non sapere le notizie che seguo. Segnala quelle pubblicate sulla stampa del partito.

   Non sono un “caso”. Per fare il mio dovere non sono costretto ad andare in esilio a Hong Kong, come Google. Queste attenzioni, oltre alle preliminari “visite mediche”, gratificano tutti i quattrocento corrispondenti stranieri che lavorano in Cina. Al mattino, chi fa jogging, non è più seguito da un corteo di ansimanti agenti con la macchina fotografica scarica. Per i giornalisti cinesi le cure sono più attente.

   Un Paese con un miliardo e trecento milioni di abitanti, guidato da un potere che non viene eletto dal popolo, non può permettersi di precipitare nel caos dell’informazione indipendente. I cronisti, prima di mettere piede in un giornale, o in una televisione, conoscono lo stretto confine di Stato tra lecito e illecito. Per cancellare me, ammesso che una simile frivolezza interessi a qualcuno, basta interrompere la corrente elettrica. Loro perdono il posto di lavoro e iniziano il pellegrinaggio in tribunale, anticamera della cella. È sufficiente la prospettiva.
   La Cina mi censura? No. Posso accedere senza restrizioni a fatti, persone e informazioni che ritengo di interesse pubblico? No. Le autorità di Pechino censurano i mezzi di comunicazione cinesi? Sì. Pensano che il web sia il nemico più pericoloso del regime comunista? Sì.
   Queste quattro risposte, per il partito plasmato da Mao e per molte democrazie occidentali, sono ragionevoli. Non risolvono però il dubbio che insegue chi cerca di raccontare il viaggio della Cina contemporanea. Siamo vittime di uno Stato di polizia, fondato su censura e propaganda, o siamo perseguitati dai problemi tecnici che minano una Rete frequentata ogni giorno da quattrocento milioni di internauti? Siamo nel mirino delle autorità, o in quello di una massa di hacker nazionalisti sfuggiti di mano al potere che li ha creati?

   Il problema è che in Cina l’inverno della stampa si è fatto così rigido che il muro dell’indicibile non distingue più i mattoni che lo cementano. La metamorfosi è compiuta. Censura e propaganda, ormai invisibili e non rintracciabili, si confondono: da fisiche sono mutate in elettroniche, da ideologiche in economiche. Potere socialista e business capitalista si intrecciano, politica e finanza sono braccia dello stesso corpo.
   Siamo già oltre la libertà di internet. Il punto è essere autorizzati a riferire i fatti che accadono, senza infrangere la legge, e avere le prove che essi si siano realmente verificati. All’origine della sapiente confusione asiatica, organizzata affinché vero e falso possano coincidere, c’è il vecchio pregiudizio. I cinesi pensano che i giornalisti stranieri siano spie di potenze nemiche. Noi restiamo convinti di non poter mai credere in loro. Una doppia paranoia, alimentata dalla paura, si confronta. Dopo la strage di Tiananmen nel 1989, la repressione dei monaci tibetani nel 2008 e i disordini nello Xinjiang domati l’anno scorso con il sangue, la reciproca autocensura web è la gloriosa vittoria dei tecnocrati al comando.
   La costruzione è grandiosa. Fino a ieri Pechino controllava persone e informazioni attraverso il “Dipartimento centrale di propaganda del Partito comunista”. L’apparato, nonostante i casi-simbolo di giornalisti e dissidenti arrestati, era un colabrodo. Con la bomba atomica di internet, seguita dai missili di social network e motori di ricerca, la Cina si è vista costretta a erigere la nuova “Grande Muraglia di Fuoco” contro l’invasione delle idee dall’Occidente e l’evasione dei cervelli dall’Oriente.

   L’ufficio della propaganda è stato superato dal Gapp, la “General Administration of Press and Publication”, a cui è affidata la gestione e supervisione dei media. Quattordici ministeri si contendono l’obbedienza di oltre due milioni di funzionari che battono il cyberspazio per “armonizzare le informazioni” e “guidare l’orientamento dell’opinione pubblica”.
   Sono tecnici e ingegneri elettronici raffinati, quasi sempre formati nei laboratori di Stati Uniti e Gran Bretagna. A loro volta si appoggiano a schiere di “volontari” che in ogni villaggio, in ogni fabbrica e in ogni condominio, esercitano l’hackeraggio free-lance su commissione del partito.

   I dati di 400 milioni di internauti e 193 milioni di blog confluiscono nei tre centri di calcolo di Pechino, Shanghai e Guangzhou. Gli amministratori web intercettano e confrontano ogni parola e ogni immagine con una lista, in continua evoluzione, di termini-chiave e indirizzi proibiti. Ciò che la Cina considera “contro gli interessi nazionali”, sparisce per mano del calcolatore. Autodifesa, non bavaglio. Ovviamente non basta. Sei milioni di cinesi poco patriottici hanno appreso le manovre per aggirare la “diga verde”, ricorrendo a reti private virtuali e server proxy.
   La censura automatica del finto internet cinese, negli ultimi mesi, è stata così completata dai commentatori online di partito. Milioni di opinionisti, assoldati dai funzionari locali, combattono la guerra della manipolazione. Non si limitano a inviare alle redazioni la “linea ufficiale” sui fatti, gli eventi da enfatizzare e quelli da tacere. Assumono false identità e ogni giorno scrivono migliaia di commenti contro la minima critica sfuggita al setaccio dei computer.

   Secondo il ministero della tecnologia informatica, prima che la reazione popolare possa sfuggire al controllo, c’è oggi una finestra di due ore per bloccare un’informazione non filtrata e inondare il web di giudizi che la demoliscono. Un test sulla “tempesta di positività” ha stabilito che se il team della propaganda cinese funziona, possono bastare venti minuti per convincere che un fatto non sia accaduto, o che la denuncia di uno scandalo sia frutto di “intromissioni di potenze concorrenti decise ad arginare lo sviluppo della Cina”.
   Contro la realtà virtuale, Pechino schiera la falsificazione virtuale. Impedisce ai giornalisti di raggiungere eventi e persone reali. Semplifica le nostre giornate con decine di conferenze stampa “obbligatorie”, dove le domande non sono previste, e regala tempo libero con la nuova offensiva delle news in inglese. Tivù, agenzie e giornali del partito-Stato offrono ormai abbondante cibo precotto allo stomaco vorace degli impoveriti media stranieri. Possiamo raccontare la Cina senza conoscerla e magari senza metterci piede, senza la barriera della lingua, a basso costo e senza noie. Ma soprattutto la Cina si appresta a occupare l’attenzione mediatica globale con la sua visione in inglese sulle vicende internazionali. L’autoprodotta glorificazione nazionale di Cctv e della neonata Cnc contende ormai il campo alla Cnn.

   Dobbiamo riconoscere che non sono le mail deviate a indirizzi sconosciuti, o l’improvvisa ribellione di Google alla censura che aveva accettato, a indicare l’escalation del controllo cinese sulla vita di chi abita dentro e fuori questo continente. Il gradimento della democrazia è crollato con gli indici delle sue Borse. Pechino non ha più alcun timore che il suo esplosivo ceto medio, ostaggio dei mutui, possa ridiscutere la stabilità dell’opzione autoritaria.

   Il problema è che l’abbraccio tra Partito comunista e imprese privatizzate, fondato sulla corruzione, si è consumato e si estende ormai a governi e multinazionali stranieri, profeti del furto perfezionato in sistema dell’equilibrio planetario. Grazie a internet, regalato ora al monopolio di Baidu, la censura cinese scopre semmai le comodità dell’elettronica. Nascondere le realtà, o modificarla, non serve più, quando basta una mail automatizzata per togliere le notizie dai giornali, stranieri compresi.
   Sono felice di non possedere la chiave della mia casa di Pechino. Sono nelle mani sicure di vecchi militari che suonano il flauto. Quando esco si accendono di entusiasmo e chiedono al tassista se per caso mi stia per portare all’aeroporto internazionale. È il tempo che sempre aspettano, quello “senza problemi”. Non hanno ancora capito cosa è vietato e cosa no. Mi negano una sola informazione, l’unica che in Cina tenderei a ritenere verosimile: la temperatura dell’aria. Presenta il prefisso “wendu”: troppo simile al cognome del premier Wen Jiabao. (Giampaolo Visetti)

……………..

I CINESI HANNO APERTO UNA NUOVA VIA DELLA SETA

di Mario Deaglio, da “la Stampa” del 4/8/2010

   Taranto trasformata in base commerciale cinese? Questa possibilità non è il frutto di un miraggio ma piuttosto di una strategia detta «del filo di perle» che i cinesi perseguono con decisione ormai da diversi anni. Consiste nel disseminare nel mondo basi logistiche per il commercio estero cinese (le «perle» legate tra loro dal «filo» dei traffici) in una concezione in cui l’economia sfuma nella politica e la politica sfuma nell’economia.
   Negli ultimi 3-4 anni Pechino ha effettuato una spettacolare offensiva economico-commerciale verso l’Africa superando nettamente in molti Paesi la tradizionale presenza europea. Ora rivolge l’attenzione al Mediterraneo che correttamente considera zona di elevato sviluppo demografico – sulla riva Sud – e di grande potenzialità economica. Il prossimo passo potrebbe essere un forte e diretto coinvolgimento con il mercato europeo, anche a seguito della costruzione di una nuova ferrovia che collegherà Cina ed Europa passando dalla Russia.
   Il vero elemento di novità si trova invece in quanto La Stampa scrive oggi: mentre gli italiani sono occupatissimi a discutere sul futuro del governo e su altre questioni che la storia quasi certamente considererà molto secondarie, la Cina sta effettuando le mosse iniziali di un ingresso economico in grande stile in Italia con l’installazione in Italia di banche e catene di distribuzione. Così si venderà una gamma sempre più vasta di prodotti fabbricati in Cina e si potranno anche convogliare prodotti italiani sul mercato cinese. Tale strategia implica anche investimenti cinesi in imprese italiane specialmente in settori manifatturieri in cui l’industria italiana vanta una forte presenza nel mondo.
   Questa nuova spinta economica cinese è dovuta a un mutamento che sta portando a un rapidissimo aumento del peso economico dell’Asia Orientale e Meridionale: la Cina di oggi non è soltanto un grande fornitore di giocattoli, magliette di peluche e cianfrusaglie varie a bassissimo costo. Anche a seguito di una gigantesca politica dell’istruzione – che la porta ogni anno a sfornare circa il doppio dei tecnici e degli ingegneri dell’Europa – oggi la Cina sa fare quasi tutto, con una qualità molto spesso quasi pari a quella europea e italiana e a un prezzo che, al cambio attuale, è semplicemente imbattibile dalle imprese europee e italiane. I prezzi delle esportazioni cinesi, in ogni caso, rimarranno robustamente competitivi anche dopo la sperabile rivalutazione della moneta cinese, lo yuan, che è stata molto lentamente avviata.
   Dal punto di vista cinese questa strategia appare del tutto ragionevole: si impiega nell’acquisto di imprese straniere e in investimenti esteri una parte delle riserve finanziarie accumulate nel corso degli anni come alternativa al prestito delle stesse riserve agli americani. Tale prestito lascia a Washington ogni decisione sulla dinamica del suo enorme e crescente deficit, comprese quelle su politiche estere molto costose, come quelle condotte in Afghanistan e in Iraq sulle quali Pechino vorrebbe maggiore concertazione.
   Infine, in questa gigantesca partita economico-finanziaria, i cinesi possono mettere sul tavolo una qualche forma di impegno a finanziare i debiti pubblici – strutturalmente crescenti – dei Paesi europei. Già oggi possiedono una quota molto rilevante del debito pubblico italiano e l’Italia deve fare affidamento sul loro buon volere per il rifinanziamento che questo debito richiede. Insomma, mentre l’interesse generale italiano ruota attorno al fattore B (Berlusconi) sarebbe importante riservare un po’ dell’attenzione collettiva al fattore C (Cina). E provare a pensare a quale via le imprese italiane potrebbero ragionevolmente percorrere in questa nuova situazione.
   Difficilmente praticabile appare la chiusura dello spazio economico europeo all’attività economica cinese, con iniziative più o meno dichiaratamente protezionistiche, perché l’Europa ha bisogno della collaborazione finanziaria da parte di Pechino; oltre che un temibile concorrente la Cina e l’Asia continuano poi a rappresentare per l’Europa un’enorme opportunità economica come dimostra la crescita delle esportazioni italiane verso quell’area, uno dei pochi punti veramente positivi nell’attuale situazione di crisi.
   Una maggiore collaborazione appare inevitabile e questa deve implicare la messa a punto di progetti comuni a tutti i livelli: da quello delle imprese che concludono accordi di collaborazione di lungo periodo a quello delle infrastrutture necessarie per favorire questi progetti. L’industria europea e l’industria italiana in particolare dovranno effettuare un esame spassionato della loro posizione nel mondo e troveranno che la «via della seta», come un tempo si chiamava l’asse commerciale tra Europa e Estremo Oriente, può servire a bilanciare le rotte atlantiche verso l’America Settentrionale, le quali da tempo stanno perdendo vigore. (Mario Deaglio)

…………….

LA NUOVA FRONTIERA DEL GIGANTE ASIATICO

di Marco Alfieri, da “la Stampa” del 4/8/2010

La Cina dice addio al low cost, e in Italia investe nell’hi-tech – Ambiente, meccanica e alimentare al centro dello shopping. Grosseto sarà il terminal Ue degli elettrobus

   I primi autobus a propulsione elettrica gireranno per la Maremma dal prossimo maggio. Ma già ad ottobre arriverà dalla Cina il prototipo. L’elettrobus avrà 200 km di autonomia di carica ai 90 all’ora. Un mezzo ideale per il trasporto urbano frutto di un accordo appena firmato da Rama Spa (Azienda di Tpl di Grosseto), M2AP Srl (consulenza ambientale), Shanghai Leibo New Energy Auto Technology Co. e Jiangsu Alfa Bus Co. In sostanza Rama diventa partner industriale dei cinesi per l’omologazione di autobus a emissioni zero, e le aziende cinesi portano nel vecchio continente prodotti ad alta tecnologia nel settore del trasporto pubblico. L’obbiettivo è fare della Maremma, due ore di auto da quella Prato capitale del contestatissimo Prontomoda dagli occhi a mandorla, il terminal europeo per prodotti cinesi basati sulla reingegnerizzazione delle elettrovetture.
   Scendendo sul tacco d’Italia, in Puglia, il colosso Cecep (China Energy Conservation & Environment Protection Group), attivo nelle tecnologie sostenibili, entro l’autunno completerà una prima serie di investimenti da 30 milioni di dollari in impianti fotovoltaici. Una seconda tranche da 120 milioni è già stata deliberata per acquisire e costruire impianti per 20 MW di potenza nel Mezzogiorno, mentre è in fase di valutazione un mega progetto da 130 MW stimato in 350 milioni di dollari. E per farlo Cecep sta costituendo a Milano una sub-holding per il mercato locale.
   Sempre nel milanese, la Cifa di Senago, azienda leader nel ciclo del calcestruzzo con stabilimenti a Castiglione delle Stiviere, Montichiari e Zanica, è stata acquistata dai cinesi di Zoomlion, gigante nella costruzione di macchinari per l’edilizia. Se si scivola ancora un po’ a nord-est, nel trevigiano si è appena insediata Kinglong, società che produce e vende prodotti per l’illuminazione. I cinesi vogliono collaborare con designer italiani per la creazione di prodotti innovativi da commercializzare in 70 paesi. A regime, Treviso diventerà anche il centro acquisti per l’Europa.
   Ecco insomma una Cina lontana anni luce dai clichè delle magliette vendute a due euro, la concorrenza sleale sulla manifattura di fascia bassa, il dumping, il made in Italy fotografato e taroccato nelle fiere di mezzo mondo e le ormai 50mila aziende di cinesi residenti in Italia tra ambulanti e piccoli negozi, tessile e abbigliamento: dopo Cinafrica e la conquista delle miniere del Continente nero, lo shopping americano nell’informatica, la corsa ai terminal portuali turchi (Izmir) egiziani (Damietta) e forse italiani (Taranto), l’assalto all’automotive (Volvo) e alle grandi commesse edilizie (Covec realizzerà l’autostrada Varsavia-Lodz), per la prima volta dall’ingresso nel Wto Pechino comincia a mettere nel suo radar anche l’Italia.
   Gli investimenti delle 54 imprese cinesi sbarcate nell’ultimo decennio sono ancora bassi: 400 milioni di dollari (2009). Ma destinati con le ultime operazioni a impennarsi in pochi mesi. Il 15% dei nuovi player cinesi, infatti, si è insediato nell’ultimo anno e mezzo. «Si tratta di un fenomeno in crescita», spiega l’avvocato Marco Carone, direttore del China Milan Equity Exchange. Ci sono imprese a caccia di brand da rilanciare per acquisire valore aggiunto nella propria strategia di marchio e distribuzione (è stato il caso di Sergio Tacchini).
   Ci sono imprese assetate di tecnologia italiana per completare il ciclo produttivo, specie nella meccanica di precisione in cui l’Italia resta all’avanguardia. E’ il caso di alcune aziende bresciane e vicentine che stanno negoziando trasferimenti di tecnologia, cedendo rami d’azienda in cambio dell’impegno cinese a utilizzare fornitori locali. «Anche questo è un cambio epocale perché in passato si trasferiva know-how obsoleto, adesso il travaso avviene anche su segmenti alti», ragiona Carone. Ad esempio il colosso cinese Suntech vende in Italia pannelli solari prodotti in loco per 200 milioni di dollari con investimenti in crescita nel biennio, visto che l’azienda di Wuxi sposterà risorse dalla Spagna, dove Zapatero ha chiuso i rubinetti degli incentivi.
   Lo stesso vale per la multinazionale Haier, secondo produttore mondiale di elettrodomestici con stabilimenti in Veneto. La catena di fornitura è quasi tutta tricolore, tradizionalmente siamo una delle capitali del bianco. Dunque uno scambio fruttuoso. Nel frattempo la Industrial and Commercial Bank of China, la più grande banca mondiale per capitalizzazione di borsa, sta per aprire a Milano. La nuova filiale farà consulting alle imprese cinesi insediate o che vorranno insediarsi in Italia ben oltre il circuito delle grandi corporation già presenti attraverso consociate: da Baosteel a Cosco, da Lenovo a Cemate.
   Sbarco milanese anche per King Street, il colosso dei centri commerciali per consumatori upper class (nei prossimi anni ne costruirà in Cina ben 10, il primo apre in ottobre a Qingdao) che punta ad avviare partnership con aziende italiane sul food. Il piano di investimenti prevede un approvvigionamento di prodotti agroalimentari italiani per 100 milioni di euro nel 2010, destinati a crescere nel 2012 a 300 milioni. «A Pechino – spiegano gli esperti di Invitalia – ci vedono sempre più come ponte strategico verso i mercati europei e l’arco Mediterraneo». Un’occasione da non sprecare. Infrastrutture e burocrazia permettendo. (Marco Alfieri)

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...