La CITTA’ CHE C’E’ O CHE VERRA’ – servizi, ambiente, sviluppo…. Ma ci vuole anche un’anima (uno spirito comunitario, solidale) e molta innovazione (rimettersi in gioco) – Il RAPPORTO 2010 LEGAMBIENTE / il Sole 24ore (e crollano nell’anonimato tutte le PERIFERIE)

BELLUNO, dal Parcheggio “Lambioi” a Piazza Duomo – Nell’immagine, in basso, sono visibili i lampioni del grande parcheggio che c’è nella parte inferiore della città, nella località di Lambioi (vicino al corso del Piave); dove si lascia l’auto e si può raggiungere il centro della città attraverso una scala mobile coperta: si vede, sempre nell’immagine in basso, l’entrata e il lungo “tubo” a mo’ di plexiglas che si inerpica verso la parte alta della città, contenente appunto una scala mobile, molto suggestiva nella visione verso l’esterno, che supera velocemente un dislivello di una quarantina di metri, e conduce in Piazza Duomo

   Le nostre città non migliorano per niente per quel che riguarda la qualità ambientale (smog, traffico…) Questo è quel che sembra di capire da Ecosistema Urbano 2010, l’annuale ricerca di Legambiente e dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia, realizzata con la collaborazione editoriale de Il Sole 24 Ore, quest’anno alla sua diciassettesima edizione; e realizzata attraverso questionari e interviste dirette ai 103 comuni capoluogo di provincia e sulla base di altre fonti statistiche, con informazioni su 125 parametri ambientali (i più importanti ve li proponiamo qui di seguito in questo articolo del blog) per un corpus totale di oltre 125mila dati (questa edizione del rapporto fa quindi prevalentemente riferimento a dati dell’anno 2009).

   Al primo posto, dove “si dovrebbe star meglio” da un punto di vista ambientale, c’è Belluno, all’ultimo, dove “si dovrebbe star peggio” c’è Catania. Il “dovrebbe”, il condizionale, lo mettiamo noi. E spieghiamo perché. Se la città è il luogo, come diceva Aristotele, “creato dagli uomini per cercare la felicità”, noi non sappiamo se i parametri ambientali siano sufficienti a qualificare il benessere o il “non benessere” del rapporto tra le persone e la propria città. Sicuramente il fatto di avere un “ambiente più pulito”, è molto importante. Pensiamo ad esempio a città a forte traffico e inquinate (dove l’inquinamento significa “più malattie gravi e più disagi”); oppure a città dove certi servizi non funzionano proprio (pensiamo a Napoli, ma anche Palermo, sommerse dai rifiuti urbani..), e si capisce che lì “le cose non vanno”.

   Ma, pur nell’importanza della qualità ambientale, del “non inquinamento”, ci sembra difficile considerare una città come Belluno “il meglio del meglio”. Seppur bellissima, ma assai isolata e marginale ai contesti degli sviluppi degli scambi interculturali, economici, della comunicazione globale (con tutti purtroppo i limiti di tante città di montagna dove è difficile esprimere un’economia da affiancare a quella del turismo). Città “più in progress”, come invece possiamo vedere, rimanendo nel Nordest, Padova, Trento o Bolzano. Difficile considerarla, Belluno, come dicevamo, il luogo ideale per consigliare qualcuno ad andare ad abitarci.

   Non fraintendiamo questa nostra provocazione: Belluno è davvero bellissima e ha servizi magnifici. Ad esempio l’idea e la realizzazione di un grande parcheggio nella parte bassa della città, nella località di Lambioi (vicino al corso del Piave, ai piedi dei “piai” ad ovest della città) dove si lascia appunto l’auto e si può raggiungere il centro della città attraverso una scala mobile coperta, molto suggestiva, che supera velocemente un dislivello di una quarantina di metri, e conduce in Piazza Duomo; ebbene questa realizzazione dimostra il carattere urbanistico innovativo di questo intervento di riduzione, seppur parziale, del traffico in centro: la dimostrazione che ci possono essere modi e idee originali ed efficaci (in questo caso la scala mobile) per non usare l’automobile e poter vivere la città. Ma tutto questo forse non basta.

La parte antica di BELLUNO sorge su uno sperone di roccia in prossimità della confluenza del torrente Ardo con il fiume Piave. A nord abbiamo l'imponente gruppo dolomitico dello Schiara (2565 s.l.m), il monte Serva (2133 s.l.m) con la sua mole e il monte Talvena, mentre a sud le prealpi separano il bellunese dalla pianura veneta. Sempre a sud si erge il Nevegal, uno dei più orribili utilizzi di sfruttamento della montagna nel bellunese (con impianti di risalita e piste da sci). La temperatura media annua della città è fra le più basse tra i capoluoghi di provincia italiani. Assai consistente è la piovosità: su Belluno cadono annualmente almeno 1400-1500 mm di precipitazioni mentre l'inverno è molto secco. Un clima freddo e piovoso che, in ogni caso, non toglie la bellezza particolare della parte antica, storica, della città

   Per dire che il problema di vivibilità delle città, e dello “star bene” in esse, è sì dato dalla qualità ambientale e da proposte urbanistiche innovative, ma che altri fattori incidono sul “viver bene” (o male) in un luogo urbano. La formazione scolastica (dal primo grado a quello universitario); i trend di sviluppo economico che un luogo riesce ad esprimere; la convivenza positiva tra culture e gruppi “etnici” diversi (pensiamo a città come Bolzano, ma anche Trieste…); l’essere al centro dell’attenzione “del mondo” su determinate specificità (eventi culturali di grande rilievo, l’essere incrocio per l’incontro e comunicazione di scambi commerciali… pensiamo ad esempio alle città portuali…)…e, più di tutte, mettere in moto processi di costruzione di reti civiche, cioè fare in modo che le realtà “micro” della stessa città abbiano un valore comunitario (il quartiere, il caseggiato… gente che si conosce, e anche si aiuta se c’è bisogno, c’è solidarietà reciproca…

  Insomma verrebbe da dire che la parola magica per caratterizzare lo “star bene” in una città può essere sì la “Qualità ambientale” ma solo se parallelo vi è un alto grado di “Opportunità”, di possibilità di capire e vedere il mondo (tutto il mondo) con efficacia dalla propria “piazza” di riferimento nella città che viviamo. Legami parentali o di amicizia solidale “micro”, ma anche legami “globali”, con il mondo intero.

   Pertanto i parametro espressi da Legambiente per l’ecosostenibilità ambientale delle città (ve li indichiamo di seguito in questo articolo del blog) sono chiaramente un “importante servizio” per capire “dove si sta meglio” dal punto di vista della vivibilità ambientale (solo questo però, e non è certo poco!). Poi va ricordato che il nostro Paese è fatto sì delle 103 città (capoluogo di provincia) testate da Legambiente, ma anche di più di ottomila comuni con tante estese e continue periferie dove la “qualità del vivere” è quella che è, e nessuno (poco anche noi) si chiede come migliorarla.

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ECOSISTEMA URBANO 2010

LA NUOVA SFIDA: DIVENTARE IL FULCRO DEL CAMBIAMENTO

di Vittorio Cogliati Dezza (Presidente nazionale di Legambiente), da “il Sole 24ore” del 18/10/2010

“Eppur si muove?». Il punto interrogativo è d`obbligo quando ci riferiamo alle città. I dati sono contraddittori.

   Dalle indagini condotte da Legambiente, per esempio, sulla diffusione delle energie rinnovabili e della raccolta differenziata emerge un quadro in rapido e forte movimento. A marzo 2010 è stata registrata la presenza di almeno un impianto di produzione di energia da fonti rinnovabili in 6.993 comuni, l`86%, contro i 3.190 del 2008. Un salto acrobatico.

   Meno veloce ma altrettanto consistente la diffusione della raccolta differenziata, che dal 2000 al 2007 è più che raddoppiata passando da poco più di quattro milioni (4.180.000) a quasi nove milioni (8.958.000) di tonnellate/anno.

   Il quadro che Ecosistema urbano 2010 ci restituisce, in continuità con gli ultimi anni, è invece quello di un sostanziale stallo nelle politiche ambientali in città. Si può obiettare che le indagini su rinnovabili e rifiuti riguardano tutto il territorio nazionale e che un contributo determinante è dato dai comuni piccoli e medi (vero, ma soprattutto per le rinnovabili), mentre Ecosistema urbano fotografalo stato ambientale dei capoluoghi di provincia.

   Ma, attenzione, se questo è vero è anche vero che nelle città più grandi ci sono più risorse e più competenze per avviare politiche innovative. Rimane il fatto che le città sono sostanzialmente bloccate e i cambiamenti che si registrano sono minimali. Eppure si sente dire spesso che la crisi, che – è bene ricordare – è crisi economica, ma anche climatica ed energetica, rappresenta un`occasione di cambiamento, anzi è un acceleratore di cambiamento. E anche se Ecosistema urbano sembra contraddire questo leit motiv, è oggi più evidente di pochi anni fa che le città hanno una grande responsabilità.  

Belluno, Piazza Martiri

   Alla sua XVII edizione la fotografia di Ecosistema urbano ci propone quindi una nuova domanda: cosa dovrebbe cambiare? Le città possono essere oggi il fulcro del cambiamento, di un cambiamento che riesce a declinare il miglioramento della qualità della vita delle persone e la soluzione dei ricorrenti allarmi smog rilanciando un`idea forte di città con azioni e interventi capaci di dare una risposta seria e consistente alla crisi economica.

   È una bella sfida, di cui l`agenda è già scritta. I capitoli principali sono la riqualificazione energetica in edilizia, la mobilità, l`emergenza smog, la diffusione delle energie rinnovabili, il verde, i rifiuti, il recupero e la riqualificazione urbanistica, la qualità ambientale, con l`obiettivo di dare un contributo decisivo alla riduzione delle emissioni di C02, alla diffusione di consumi e di stili di vita adeguati alla lotta per mitigare i cambiamenti climatici insieme con la costruzione di nuove filiere industriali e produttive.

   Servono strategie ma anche azioni immediatamente praticabili, come, per esempio, corsie preferenziali e vie dedicate al trasporto pubblico. Servono risorse (che non possono più venire dagli oneri di urbanizzazione o, peggio, dal federalismo demaniale), ma anche idee lungimiranti. Serve un`idea di città capace di rilanciare la coesione sociale, la sicurezza e la solidarietà, mentre diminuisce i consumi energetico-ambientali e di territorio, utilizzando anche le leve della cultura.

L`Europa, ancora una volta, ci offre lo stimolo ed il traguardo. Sempre più numerose sono le città – dopo gli esempi di Stoccolma, Copenhagen, Amburgo, Amsterdam, Zurigo – che stanno avviando piani di riorganizzazione e innovazione ispirati all`azzeramento delle emissioni e alla riduzione dei consumi. Il Patto europeo tra i sindaci, a cui in Italia hanno già aderito 500 comuni, rappresenta il terreno più adatto per raccogliere la sfida e imprimere alle politiche urbane l`accelerazione necessaria. Sapendo che noi in Italia potremo farlo solo se sapremo ricostruire, dentro queste città del XXI secolo a basse emissioni di C02, l`antico mito della bellezza. (Vittorio Cogliati Dezza)

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ECOSISTEMA URBANO 2010 – SCATTA LA FOTO DELLE CITTA’ ITALIANE

dal sito http://www.legambiente.it/ – 18/10/2010

   Per Palermo, Napoli e Roma emergenza ambiente.Tutti i grandi centri urbani in caduta libera

E’ di nuovo allarme ambientale nelle grandi città italiane. Con l’unica eccezione di Torino tutti i nostri centri urbani con più di mezzo milione di abitanti vedono peggiorare il loro stato di salute.

Tira veramente una pessima aria a Milano, che peggiora in tutti gli indici della qualità dell’aria e in particolare per le concentrazioni di Ozono (60 giorni di superamento, erano 41 lo scorso anno); Napoli e Palermo soccombono sotto i cumuli di rifiuti abbandonati nelle strade, incapaci di intraprendere un sistema di raccolta differenziata efficace mentre a Roma i cittadini patiscono ogni giorno gli effetti dannosi di una mobilità scriteriata, con centro e periferie invase dalle auto private.

   Osservando la classifica delle migliori, sul podio, troviamo Belluno, Verbania e Parma. Poi Trento, Bolzano e Siena, La Spezia, Pordenone, Bologna e, a chiudere la top ten, Livorno. Balza agli occhi l’assoluto predominio del fondo della graduatoria da parte del Mezzogiorno e in particolar modo delle città siciliane. Tra gli ultimi venti comuni solo la ligure Imperia (93ª) rimane a rappresentare il settentrione. Le altre regioni rappresentate nella coda della graduatoria sono Calabria, con 4 città, Campania, Sardegna e Puglia. Le laziali Viterbo (84ª), Frosinone (94ª) e Latina (100ª) e la toscana Pistoia (85ª) compongono la rappresentanza in coda del centro del Paese. Palermo è 101ª, poi c’è la calabrese Crotone (102ª) e ultima è Catania (103ª).

   Questo il quadro descritto dalle centinaia di dati della XVII edizione di Ecosistema Urbano, l’annuale ricerca di Legambiente e Ambiente Italia sullo stato di salute ambientale dei comuni capoluogo italiani realizzata con la collaborazione editoriale del Sole 24 Ore, presentata a Firenze nel corso di un convegno che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di  Matteo Renzi, Flavio Tosi e Michele Emiliano, rispettivamente sindaci di Firenze, Verona e Bari, Emanuele Burgin, presidente del Coordinamento delle Agende 21 locali, Roberto Della Seta, della commissione Ambiente del Senato e Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente.

   Grandi centri in caduta libera dicevamo, eccetto Torino (74ª): Genova, 32ª (era 22ª nella scorsa edizione); Milano, 63ª (ma 46ª lo scorso anno); Roma, 75ª (era 62ª); Napoli, 96ª (era 89ª); Palermo, 101ª (90ª nella scorsa edizione). La flessione è dovuta ad una generale conferma di performance storicamente non esaltanti in alcuni dei settori chiave del rapporto. Come ad esempio la qualità dell’aria, dove Milano peggiora in tutti e tre gli indici, e dove Palermo, Napoli e Roma non brillano.

   Oppure nel trasporto pubblico dove Palermo arretra con evidenza nei passeggeri trasportati, crollando dai 110 viaggi per abitante all’anno della passata edizione agli attuali 44 appena, e Napoli e Genova peggiorano di poco. O, ancora nella depurazione dove tutte le grandi flettono tranne Torino e Genova che restano stabili.

   Oppure nella percentuale di rifiuti raccolti in maniera differenziata dove Roma resta immobile ad appena il 19,5% e Palermo addirittura scende ad un ridicolo 3,9% (era il 4,3% nella scorsa edizione).  Resiste solo Torino, che è 74ª (era 77ª lo scorso anno), proprio perché migliora di poco nelle medie del Pm10 e soprattutto dell’Ozono dove dimezza i giorni di superamento della soglia, scendendo a 36 giorni contro i 74 dello scorso anno, come risale, di poco, anche nei settori del trasporto pubblico, dei consumi idrici e dei rifiuti, sia nella produzione che nella raccolta differenziata, dove arriva al 42%.

   Nel complesso, i nuovi numeri dei principali comuni capoluogo di provincia d’Italia ci dicono che restano al palo le isole pedonali, le zone a traffico limitato e il verde, si conferma scarsamente utilizzato il trasporto pubblico, mentre crescono le immatricolazioni di automobili, molto probabilmente frutto dell’ennesima rottamazione promossa dal Governo.

   Non si muove quasi la capacità di depurazione delle acque reflue, così come non diminuiscono sostanzialmente le perdite delle reti idriche. Cresce, ed è una delle notizie più liete di questa edizione del rapporto, la raccolta differenziata, così come la diffusione delle energie rinnovabili. Permane l’emergenza smog anche se le medie del Pm10 si abbassano lievemente, mentre crescono quelle dell’Ozono. Come lo scorso anno si registra una lieve contrazione della produzione di rifiuti e dei consumi di carburante.

   “La vera emergenza nelle nostre città – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – è rappresentata spesso dalla scarsa lungimiranza, dalla mancanza di coraggio e di modernità da parte di chi le governa. Perché se è vero che lo Stato investe pochissimo nelle infrastrutture per il trasporto pubblico urbano, questo non può diventare l’alibi per l’immobilismo delle grandi città che oggi invece potrebbero rappresentare il fulcro del cambiamento, approntando da subito interventi sostanziosi quasi a costo zero”.

   “Dobbiamo guardare all’Europa. Il road pricing a Londra per esempio, con il pedaggio per le automobili in una vasta area del centro, ha ridotto il traffico del 21%, fatto salire del 6% il numero di passeggeri del trasporto pubblico e portato nelle casse comunali un introito di oltre 150 milioni di euro l’anno da reinvestire nella mobilità sostenibile. Barcellona ha puntato sulla rete su ferro e Parigi ha alleggerito il traffico puntando sul Bike sharing, con decine di migliaia di biciclette a disposizione di cittadini e turisti in tutta la città”.

   I movimenti più visibili (in positivo e in negativo) riguardano i capoluoghi più piccoli del Belpaese. Balzano in avanti Oristano (22ª, ma 74ª lo scorso anno), Avellino (29ª, era addirittura 80ª), Sondrio (35ª, era 73ª), Isernia (52ª, era 95ª nella passata edizione) e Pordenone, che scalando 29 posti entra nella top ten (è ottava, era 37ª lo scorso anno). Le palesi rimonte di queste città, così come le altrettanto chiare flessioni di altre, sono dovute al fatto che sono state fornite risposte complete al questionario di Legambiente, ma anche e soprattutto che nei settori più “pesanti” della ricerca si sono evidenziati miglioramenti sostanziali.

   Come nella qualità dell’aria (Pordenone, Isernia, Sondrio, Oristano) o nella raccolta differenziata dei rifiuti (Pordenone, Oristano, Avellino, Sondrio e Isernia) o, ancora, nei passeggeri trasportati dal trasporto pubblico (Avellino), nella depurazione (Avellino, Oristano e Pordenone) o nei consumi idrici (Oristano, Sondrio, Isernia).

   Sorprende quest’anno, in positivo, la presenza tra i primi quaranta capoluoghi di ben 5 città meridionali (erano 4, ma tra i primi 42 lo scorso), due delle quali campane. Ancora più eclatante è il fatto che la conferma di Salerno (19ª, era 34ª nella passata edizione) e la comparsa di Avellino (29ª, 80ª lo scorso anno) avviene principalmente per un impressionante balzo in avanti nei numeri della raccolta differenziata dei rifiuti, messo insieme a performance complessivamente buone. Segno indiscutibile che qualcosa di buono, con fatica, riesce ad emergere tra le tante difficoltà di un pezzo fondamentale del Paese, il Meridione, fatto di piccoli e medi centri urbani che provano a pianificare il futuro cercando di gestire le emergenze del presente.

LE VIRTUOSE. In testa alla classifica, Belluno, che era 2ª lo scorso anno e prima due e tre edizioni or sono del rapporto, si conferma vincitrice per un trend complessivamente buono, conquistando un solo primato assoluto nella produzione di rifiuti che scende di poco, e riconfermando i buoni dati relativi alla qualità dell’aria, nella percentuale raccolta differenziata, nel calo nella produzione complessiva di rifiuti, nel numero dei passeggeri trasportati dal trasporto pubblico (dai 77 viaggi per abitante all’anno della passata edizione agli attuali 91).

   Seconda è Verbania, prima lo scorso anno e quarta due edizioni fa del rapporto. Il capoluogo piemontese conferma sostanzialmente le performance dello scorso anno: tra le prime (con 21 microgrammi al metro cubo) nella media annuale delle polveri sottili, migliora in quelle dell’Ozono. Diminuiscono i consumi idrici, cala ancora lievemente la percentuale di acqua dispersa dalla rete idrica. Scende di poco la produzione dei rifiuti ma rallenta la percentuale di rifiuti raccolti in modo differenziato che si attesta al 72%. Crescono i metri quadrati di verde a disposizione dei cittadini. In negativo per Verbania c’è la generale stasi nei numeri riguardanti la mobilità.

   Terza è Parma che conferma ancora il suo stazionamento tra le prime (era 5ª due anni or sono e ancora 3ª lo scorso anno). La città emiliana fa registrare un generale immobilismo per quel che riguarda la qualità dell’aria con i valori relativi all’NO2 e all’Ozono in lieve peggioramento, e una conferma delle medie dei valori del Pm10 (sempre a 34 microgrammi al metro cubo). Allo stesso modo si confermano sostanzialmente fermi i numeri relativi al trasporto pubblico e agli altri indicatori legati alla mobilità. Ma i passi avanti ci sono, lievi ma costanti: si registra una generale diminuzione sia dei consumi idrici procapite che delle perdite della rete idrica. Migliora anche la situazione legata alla gestione dei rifiuti; crescono ancora i metri equivalenti legati alla circolazione delle bici così come aumentano di poco anche i metri quadrati procapite destinati alle limitazioni del traffico veicolare e al verde pubblico.

   Scorrendo la classifica, ecco la vera sorpresa entrata di prepotenza nella nostra top ten: Pordenone. Il capoluogo friulano, arriva all’ottavo posto dalla 37ª posizione dello scorso anno. Il suo prepotente avanzamento è dovuto a miglioramenti significativi in settori chiave di Ecosistema Urbano. Migliora infatti nella qualità dell’aria (in tutti e tre gli inquinanti monitorati); nei rifiuti, diminuendo la produzione complessiva e agganciando il primato assoluto nella percentuale di rifiuti raccolti in maniera differenziata con il 76,3% (era appena il 44,4% lo scorso anno). Migliora anche nelle energie rinnovabili (solare Termico e Fotovoltaico e Politiche energetiche). Diminuiscono poi i consumi di carburanti e aumenta lo spazio per le bici (da 14,04 metri equivalenti per abitante dello scorso anno a 15,98). Cresce di poco la capacità di depurazione e calano le perdite di rete (dal 14% dello scorso anno al 10%).

   Bologna si conferma al nono posto, mentre decima è Livorno, che era dodicesima nella passata edizione e 24ª due anni fa. Livorno migliora in tutti e tre gli indicatori legati all’inquinamento atmosferico; porta al 99% la sua capacità di depurare i reflui (era al 95% nella scorsa edizione); aumenta la percentuale di rifiuti raccolti in modo differenziato, ancora lontana da livelli ottimali, ma in crescita (38,2%).

LE RECIDIVE. Anche in questa diciassettesima edizione di Ecosistema Urbano di Legambiente le ultimissime sono tutte del Sud, due siciliane e una calabrese. Palermo passa dal novantesimo posto dello scorso anno al terzultimo, scendendo di ben undici posizioni. Nell’aria infatti la città sicula peggiora le medie di No2 e Pm10, mentre migliora un po’ nei giorni di superamento dei limiti per l’Ozono. Migliorano impercettibilmente i consumi idrici ma aumentano le perdite della rete idrica (dal 47% al 49% attuale).

   Ma soprattutto, Palermo vede crescere la produzione di rifiuti procapite (da 595,5 Kg/ab/anno a 572,3) e scende ancora la già risibile percentuale di rifiuti raccolti in modo differenziato (3,9%). Pesante flessione anche nei passeggeri sul trasporto pubblico (dai 110 viaggi per abitante all’anno nel 2009 agli appena 44 di questa edizione). Praticamente inesistenti piste ciclabili, isole pedonali e ztl, così come immobile ci pare la situazione relativa alla gestione e lo sviluppo delle energie rinnovabili, ed è tra le ultime per metri quadrati di verde urbano destinato ai cittadini. Crescono poi anche i consumi di carburanti nei quali Palermo lo scorso anno eccelleva.

   Dopo Palermo si conferma la calabrese Crotone, 102ª. Il capoluogo calabro piazza una fila di ND in tutti e tre gli indici legati all’inquinamento atmosferico, ma riesce a diminuire in modo impercettibile i consumi idrici e le perdite della rete idrica. Pesantemente negativo è l’aumento della produzione complessiva di rifiuti ed il calo nella percentuale di raccolta differenziata (da 15,7% della passata edizione all’attuale 13,4%).

   Maglia nera 2010 è Catania, 103ª. Una grande città, che negli ultimi anni è lentamente peggiorata nelle performance ambientali: era infatti 94ª tre edizioni or sono, 101ª due anni fa e già ultima lo scorso anno. Il quadro complessivo ci dice che Catania ha una qualità dell’aria non ottimale, perdite della rete idrica che arrivano al 50%, alti consumi idrici procapite, una depurazione che copre poco più del 20% dell’utenza, un trasporto pubblico scarsamente utilizzato, sempre più auto in circolazione, una elevata produzione di rifiuti, una percentuale ridicola di rifiuti raccolti in maniera differenziata, pochissimi centimetri di suolo urbano destinati a pedoni, ciclisti e ztl e meno di 5 metri quadri di verde per ogni abitante (sono 4,79 mq/abitante).

   Unica nota di colore nel grigiume è rappresentata dai metri quadrati di solare termico installati su edifici comunali ogni 1.000 abitanti, indice nel quale Catania anche quest’anno si conferma quinta assoluta con 4,77 metri quadrati installati ogni 1.000 abitanti.

L’Ufficio Stampa Legambiente (06.86268353-79-60-76)

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SE VOLETE VEDERE NEL DETTAGLIO LA CLASSIFICA DI LEGAMBIENTE DELLE 103 CITTA’ CAPOLUOGO DI PROVINCIA PER IL 2010:

CLASSIFICA ECOSISTEMA URBANO 2010

I PARAMETRI ADOTTATI

   La “pagella verde”, come nelle precedenti edizioni dell’indagine sull’ecosistema urbano, concentra un mix di 125 parametri in 27 classifiche, suddivise secondo le grandi aree di aria; trasporti; acqua; ambiente e verde; energia; rifiuti; pubblica amministrazione e aziende:
Polveri sottili, Pm10 – media valori annui _ Emissioni biossido di azoto, NO2 – media valori annui _ Rischio ozono – media del numero di giorni di superamento della media mobile sulle 8 ore di 120 µg-mc _ Consumi idrici domestici pro capite _ Differenza in % tra acqua immessa e consumata per usi civili, industriali e agricoli _ Capacità di depurazione in % _ Vetture circolanti ogni 100 abitanti _ Motocicli circolanti ogni 100 abitanti _ Quota in % degli autoveicoli Euro 3 ed Euro 4 circolanti sul totale _ Trasporto pubblico: viaggi / abitanti / anno per tipologia di città (medie / grandi / piccole…) _ Trasporto pubblico: km / vetture / abitanti / anno per tipologia di città (medie / grandi / piccole…) _ Trasporto pubblico: grammi di CO2 emessi dai mezzi per passeggero all’anno _ Indice sintetico mobilità sostenibile (car sharing, bike e altri indicatori) ­_ Estensione pro capite di verde fruibile in area urbana in metri quadri _ Superficie delle differenti aree verdi sul totale della superficie comunale in metri quadri per ettari _ Estensione pro capite della superficie stradale pedonalizzata in metri quadri _ Zone a traffico limitato – estensione pro capite in metri quadri _ Metri equivalenti di piste ciclabili ogni 100 abitanti _ Consumo annuo benzina e diesel pro capite in Kep _  Consumo elettrico pro capite in KWh _ Solare fotovoltaico in KW installati su edifici comunali ogni mille abitanti _ Solare termico in metri quadri installati su edifici comunali ogni mille abitanti _ Indice sintetico delle politiche basate sul risparmio energetico e fonti rinnovabili _ Produzione pro capite di rifiuti urbani – kg / abitante / anno _ Raccolta differenziata – quota percentuale sul totale dei rifiuti prodotti _ Certificazioni ambientali Iso 14001 ogni mille imprese attive _ Indice sintetico pianificazione e partecipazione ambientale _
Eco-management nell’ente locale _ Capacità di risposta ente locale – numero schede inviate e risposte fornite su 70 parametri

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…y ventana  y ventana y ventana y / ventana y ventana y otra puerta otra / puerta otra puerta otra puerta. / Hasta el duro infinito moderno / con su infierno de fuego cuadrado, / pues la patria della geometria / sustituye a la patria del hombre.(Pablo Neruda)

(…e finestra e finestra e finestra e / finestra e finestra e altra porta altra / porta altra porta altra porta. / Fino al duro infinito moderno / con il suo inferno di fuoco quadrato, / e poi la patria della geometria / si sostituisce alla patria dell’uomo)

L’ANIMA DI UNA CITTA’

[tratto da “Contro l’architettura”, di Franco La Cecla]

   I versi che Pablo Neruda ha dedicato all’amata Valparaiso in Cile raccontano la differenza tra la città abitata dagli uomini, dove le porte e le finestre sono una festa di confusione e di colore, e la città fatta dal fuoco quadrato della geometria, la città squadrata della dura modernità.

   Questi versi possono servire come incipit a un lavoro sulla Barcellona della gente e una Barcellona degli urbanisti. La vocazione mediterranea di Barcellona, il grande teatro della socialità e degli scambi che qui si è costituito nei secoli, fa sì che si possa pensare a un equilibrio tra la Barcellona vissuta e quella pensata.

   Un equilibrio possibile se anzitutto si dà molta dignità al modo in cui la gente ha costruito la propria città e il proprio quartiere, con quel minuto e intenso lavoro che si chiama abitare.

   Lo diceva anche William Shakespeare molto tempo fa: “What are cities but people?”, “Che altro sono le città, se non persone?”. Una città è anzitutto una grande convivenza di un insieme eterogeneo di persone, parte – una parte piccola – delle quali si conoscono e gran parte delle quali non si conoscono affatto.

   Un insieme di case e di palazzi, i più bei monumenti e le migliori architetture, i parchi meglio organizzati e i viali riccamente alberati non costituiscono una città, ma un semplice scheletro dentro cui non c’è vita. Sono le persone a dare l’anima a una città, a conferirle il carattere inconfondibile, a riempire di energia e di voci le strade e le ramblas, a illuminare i più anonimi condomini e le strade più trafficate.

   È anche vero però che una città influisce sulle persone che la abitano, che le piazze, le case, le strade hanno un effetto sul modo in cui la gente vive, si incontra, e che esse finiscono per far parte dell’identità delle persone , che spesso le persone finiscono per assomigliare alla propria città.

   Un grande scrittore siciliano, Elio Vittorini, diceva in un romanzo sulla sua terra, Le città del mondo, che città belle producono “gente bella”, ma città brutte producono pericolosamente “gente brutta”. Belle strade o brutte architetture, palazzoni disumani o magnifici sentieri in mezzo ai monumenti sono in grado di determinare una convivenza buona o cattiva, una maggiore tolleranza tra le persone o invece conflitti e tensioni.

   Però, c’è qui un però, gli abitanti possono sempre investire tanta energia in un quartiere o in una zona da trasformare un luogo poco gradevole in un mondo pieno di vita e di varietà. L’attività paziente dell’abitare è in grado, con il passar del tempo, di rendere vivibili anche i luoghi più selvaggi e le periferie più brutte. Insomma all’affermazione precedente, a proposito dell’influenza reciproca tra città e abitanti, occorre sempre aggiungere la considerazione che gli abitanti riescono ad addomesticare, con rare eccezioni, in un modo o nell’altro, con più o meno fatica, il posto in cui abitano. (Franco La Cecla)

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ARIA PULITA IN CITTA’: CAMBIANO I LIMITI, DIVIETI E MAPPATURE

di Serena Riselli e Eleonora Della Ratta, da “il Sole 24ore” del 18/10/2010

I NUMERI
650 le stazioni – Sono 650 le stazioni di monitoraggio in Italia, secondo stime dell’Ispra, basate sul numero di centraline che inviano dati validi all’istituto.
80 le aree fuori-norma – Sono 80 le aree, distribuite in 17 regioni, in cui non vengono rispettate le norme sul Pm10 (fonte: Commissione Ue).
36 le infrazioni europee – Sono 36 le procedure di infrazione contro l’Italia in tema ambientale negli ultimi anni. Sulla qualità dell’aria c’è stata la messa in mora per il mancato recepimento della direttiva 2008/50/CE.

   La promessa è ambiziosa: misurare in modo più accurato la qualità dell’aria che respiriamo, e gettare le basi per contrastare più efficacemente l’inquinamento atmosferico. Tutto si giocherà però sul ruolo delle Regioni – in prima linea più dei Comuni – e sulla reale efficacia dei tavoli di coordinamento.
   Il Dlgs 155/2010 recepisce la direttiva europea 2008/50/CE e introduce una serie di novità rilevanti. Dalla “zonizzazione” del territorio italiano (che va rivista entro gennaio 2011), all’istituzione di un laboratorio nazionale che organizzi programmi di raccordo dei metodi di rilevazione correlati a quelli comunitari. Dalla misurazione per la prima volta delle polveri sottilissime Pm 2,5 (dal 2013 con l’adeguamento delle apparecchiature), alla richiesta di una maggiore trasparenza nei confronti dei cittadini.
   Ricade su regioni e province autonome il grosso delle responsabilità legate ai monitoraggi e alle operazioni di intervento per restare all’interno delle soglie-limite. Saranno questi enti, infatti, a dover coordinare l’attività di rilevamento e a decidere i piani di intervento in caso di sforamento, mentre a livello nazionale i lavori saranno coordinati dal ministero dell’Ambiente, insieme all’Ispra e all’Enea, che farà da raccordo con la Comunità europea.

   Nessun accenno, invece, sul ruolo dei comuni: «È positivo il fatto che venga pianificata una politica a livello centrale, con un coordinamento tra le regioni e il ministero – spiega Andrea Poggio, vicedirettore di Legambiente –: il problema è che il tavolo dei lavori non è stato ancora avviato e il decreto non definisce il ruolo dei sindaci».
   Qualche regione, però, si è già messa al lavoro: «Insieme all’Arpat abbiamo cominciato a lavorare alla nuova rete regionale approvata definitivamente lo scorso 30 settembre – spiegano dall’assessorato all’ambiente della Toscana –. Questo migliorerà molto il monitoraggio, dato che ci si baserà non solo sui punti critici, ma sul cosiddetto fondo urbano, per vedere meglio l’esposizione della popolazione alle sostanze inquinanti».
   Anche in Piemonte e Lombardia le Arpa sono già pronte. «La nostra agenzia si era già attrezzata da un anno per la misurazione delle polveri Pm2,5», afferma Mauro Grosa, del settore tecnico di Arpa Piemonte. Mentre per Guido Lanzani, dirigente del settore aria di Arpa Lombardia, «la novità principale sta nella possibilità di integrare le rilevazioni della rete con i modelli matematici. Questo dovrebbe portare a una razionalizzazione delle reti di misura, con la riduzione dei punti ridondanti».

   Inoltre, racconta Roberto Sozzi, responsabile divisione atmosfera e impianti di Arpa Lazio, «la regione, nell’opera di valutazione della qualità dell’aria, può decidere di utilizzare strutture di monitoraggio non pubbliche. Nel caso di Roma potrebbero essere le reti delle ex centrali dell’Enel, come Montalto di Castro e Civitavecchia. Nel caso del Nord Italia, le reti storiche».

   Ma c’è anche qualche perplessità. Secondo il direttore generale di Arpa Piemonte, Silvano Ravera, «sorprendente è che questo decreto attribuisce le attività tecniche, dalla misura degli inquinanti alla gestione delle centraline, alle regioni. Noi invece pensiamo che le informazioni tecniche debbano essere fornite al cittadino e ai soggetti politici da un ente tecnico autorevole e soprattutto indipendente dal decisore».
   Sulla stessa linea anche l’Anci, l’associazione nazionale dei comuni. «Mentre prima il comune partecipava in prima istanza alla formazione dei piani locali – spiega Flavio Morini, sindaco di Scansano e delegato all’ambiente dell’Anci –, con il recepimento della direttiva, se ne occuperanno le regioni e le province. Il comune viene sentito solo in seconda battuta, in una fase di coordinamento, senza poter intervenire preventivamente».
   Nonostante ciò, i comuni sono già all’opera per adeguarsi alla nuova normativa, partecipando a tavoli tecnici con gli altri enti locali. «Il nostro comune – dice Giovanni Pierami, vicesindaco di Lucca – ha aderito al protocollo con la regione insieme ad altri 29 comuni, mettendo in atto una serie di iniziative già da diversi anni». In fermento anche il comune di Pordenone, come spiega l’assessore all’ambiente, Nicola Conficoni: «Sono in programma incontri con gli altri amministratori locali per la revisione del piano d’azione ambientale, anche a livello regionale, e per adeguare la rete di monitoraggio».

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LE CONDIZIONI DI CLIMA. ULTIMA CHIAMATA PER CANCUN

Lettera ai governi in vista della conferenza di dicembre

di ANTHONY GIDDENS e MARTIN REES, da “la Repubblica” del 18/10/2010

– Le condizioni estreme impongono interventi sul Co2

   Questa lettera è indirizzata ai vertici politici e imprenditoriali e all´opinione pubblica. L´anno in corso ha visto il manifestarsi di condizioni meteorologiche estreme in molte regioni del mondo. Nessuno può dire con certezza che eventi come le inondazioni in Pakistan, gli episodi di maltempo senza precedenti verificatisi in alcune zone degli Stati Uniti, l´ondata di caldo e siccità che ha colpito la Russia , o le alluvioni e le frane nel nord della Cina siano stati influenzati dal cambiamento climatico. Sono però un campanello d´allarme. Le condizioni meteorologi che estreme si verificheranno con maggior frequenza e intensità con il riscaldarsi del pianeta.
   La Cop 15 di Copenhagen nel dicembre scorso non ha prodotto accordi vincolanti. Le e-mail trapelate dall´Università di East Anglia, che i critici hanno indicato come prova della manipolazione di dati, hanno avuto grande risalto – al pari degli errori rinvenuti nei volumi pubblicati dall´Ipcc, il gruppo intergovernativo di esperti Onu sul cambiamento climatico. Molti giornali, in particolare di destra, hanno titolato che il riscaldamento globale si è fermato oppure che non rappresenta più un problema.
   I dati scientifici fondamentali che dimostrano come il cambiamento climatico sia indotto dall´uomo e quali siano i rischi che esso pone per il nostro futuro collettivo restano invariati, va ribadito con forza. Il dato più rilevante si basa su misurazioni inconfutabili: la concentrazione di anidride carbonica nell´atmosfera è superiore al livello raggiunto come minimo nell´ultimo mezzo milione di anni. È aumentata del 30 per cento dall´inizio dell´era industriale, principalmente a causa dell´impiego di combustibili fossili. Se il mondo continuerà a dipendere dai combustibili fossili nella misura odierna, la concentrazione di CO2 raddoppierà rispetto all´era pre-industriale entro i prossimi 50 anni. Questa escalation innesca il riscaldamento a lungo termine del pianeta , le cui cause fisiche sono ben note e dimostrabili in laboratorio.
   I dati della National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense rivelano che il 2010 si appresta ad essere registrato come l´anno più caldo dall´inizio delle rilevazioni, nel 1880. Giugno 2010 è stato il trecentoquattresimo mese consecutivo con la temperatura terrestre e marina superiore alla media del ventesimo secolo. Il rapporto pubblicato dalla Noaa nel 2009 analizza i dati frutto di 50 rilevazioni indipendenti del cambiamento di temperatura , utilizzando 10 indici diversi. Tutti e dieci gli indicatori hanno mostrato un chiaro diagramma di riscaldamento nell´arco degli ultimi 50 anni.
   Serve un nuovo stimolo per risvegliare il mondo dal suo torpore. Le catastrofi naturali cui abbiamo accennato dovrebbero fornirlo. Le inondazioni in Pakistan hanno causato circa 20 milioni di senza tetto. Non si può lasciar affondare il Pakistan – ma neppure altri paesi poveri, molti dei quali sono vulnerabili rispetto alle catastrofi naturali. I leader mondiali dovrebbero accelerare i dibattiti attualmente in corso per fornire finanziamenti su larga scala ai paesi poveri affinché creino le infrastrutture necessarie a far fronte alle future crisi atmosferiche.
   Gli Stati Uniti e la Cina sono di gran lunga i paesi più inquinanti, contribuendo per ben più del 40 per cento alle emissioni globali totali. L´Ue persegue politiche progressiste contenendo le emissioni di CO2 degli stati membri. Ma, qualunque siano le iniziative dell´Ue e del resto del mondo, se gli Usa e la Cina non modificano le loro politiche attuali la speranza di contenere il cambiamento climatico è scarsa o nulla. Gli Usa ospitano il 4% della popolazione mondiale ma producono il 25% delle emissioni del pianeta.

   In presenza o in assenza di norme federali gli Usa devono assumere un ruolo più incisivo nella lotta mondiale per limitare il cambiamento climatico. Il presidente Obama dovrebbe ribadire che il contenimento del cambiamento climatico rientra tra le massime priorità della sua amministrazione. Iniziative positive vengono intraprese a livello di comunità locali, organizzazioni del terziario, municipalità e singoli stati. Questi gruppi devono esercitare pressioni a molti livelli diversi per promuovere una significativa riduzione delle emissioni del paese.
   I leader cinesi mostrano sempre maggiore consapevolezza della vulnerabilità del paese al cambiamento climatico e investono in misura significativa nel settore delle tecnologie rinnovabili del nucleare. Tuttavia le emissioni cinesi sono in crescita costante. La Cina ha il diritto e la necessità di crescere ma deve dotarsi di programmi ben più chiari di quelli esistenti per dimostrare come il paese intenda abbandonare la via attuale di produzione ad alta emissione di CO2. La leadership cinese dovrebbe formulare tali programmi, renderli pubblici e aprirli allo scrutinio internazionale.

   L´accento posto oggi sul miglioramento dell´efficienza energetica è importante, ma non basta a tracciare seriamente una nuova rotta. La Russia è il terzo paese al mondo per produzione di gas serra, dopo gli Usa e la Cina. Il presidente Medvedev ha proposto degli obiettivi da raggiungere, ma calcolati rispetto ai dati relativi al 1990 sono svuotati di significato, perché a soddisfarli basta il declino delle industrie pesanti sovietiche, ormai non più competitive.
   Serve innanzitutto un nuovo stimolo alla collaborazione internazionale. La conferenza Onu che si terrà a Cancun in dicembre ora come ora promette poco sotto il profilo dell´avvio di politiche della portata necessaria. Gli Usa, la Cina, l´Ue ed altri grandi stati come il Brasile e l´India, con la debita attenzione dovuta agli interessi delle nazioni minori, dovrebbero collaborare per tentare di dare una maggiore dimensione di urgenza al processo.

   La limitazione delle emissioni non si otterrà esclusivamente approvando normative e fissando obiettivi – l´innovazione, sociale economica e tecnologica, sarà fondamentale. I leader dell´imprenditoria illuminata dovrebbero intensificare gli sforzi a questo fine. Gli utili , dopo tutto, sono enormi. Le azioni necessarie a contrastare questa minaccia, il passaggio ad uno stile di vita dipendente dall´energia pulita e efficiente creeranno nuove molteplici opportunità economiche.
Anthony Giddens, ex direttore della LSE e Fellow del King´s College di Cambridge
Martin Rees è preside del Trinity College di Cambridge e presiede la Royal Society 

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LA FORMULA DELLA SOSTENIBILITA’

di Antonio Carlo Larizza, da “il sole 24ore” del 14/10/2010

SECONDO NORBERT STREITZ, IDEATORE DELLA SMART FUTURE INITIATIVE, LA CITTÀ DIGITALE E’ UN NUOVO PARADIGMA ECONOMICO E SOCIALE

– Errore. L’argomento parametro è sconosciuto. –

Una formula matematica per dar vita a città intelligenti e sostenibili. Un modello fatto di logica e calcoli, capace di determinare, per ogni nuovo servizio offerto ai cittadini, l’impatto sulla qualità della loro vita e il livello di sostenibilità – ambientale, sociale, economica – per il tessuto urbano che dovrà accoglierlo. Una formula che, per un qualsiasi comune – partendo da caratteristiche della popolazione, conformazione del territorio, budget a disposizione, elenco dei servizi esistenti e loro interazione – sia capace di dire all’amministrazione quali servizi sia opportuno incrementare, stilando una classifica di quelli prioritari.
   La sfida, ambiziosa, è stata raccolta e vinta da un gruppo di studenti del Master Mains della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (Maddalena Caracciolo, Francesco Costanzo, Andrea Paraboschi e Matteo Pastore) che grazie a una nuova formula di didattica che dal 2007 integra l’offerta del master, gli Innovation Labs, hanno potuto lavorare al progetto «Smart Cities» supportati dai docenti della Scuola e da manager di Ericsson, Ibm, Vodafone e Intesa Sanpaolo, aziende che hanno deciso di collaborare attivamente a questa ricerca, dopo aver contribuito, nella fase iniziale del master, a individuarne gli obiettivi.
   Il punto di forza del progetto «Smart Cities» è che offre un’analisi basata su una visione sistemica della realtà. Non si limita a considerare solo il beneficio che può derivare dall’introduzione di un servizio. Ma grazie a un sofisticato modello matematico dà conto del meccanismo di interdipendenza tra i servizi già presenti sul territorio e quelli che si vuole introdurre. Questo significa che inserendo nel calcolo insiemi di servizi diversi, variando il budget a disposizione e cambiando comune di riferimento, muterà anche il risultato finale.
   Il modello matematico sviluppato dal team di lavoro presso il Master Mains è stato testato sul comune di Pisa, anch’esso partner dell’iniziativa. Durante la simulazione sono stati analizzati oltre 40 servizi “smart”, facendo un monitoraggio delle migliori iniziative avviate sia da città italiane che straniere. La simulazione – dimostrativa, in quanto condotta solo su un sottoinsieme dei possibili servizi da introdurre – ha fornito l’elenco dei servizi cui l’amministrazione dovrebbe dare priorità: tra questi un servizio di eBook per le biblioteche comunali e il bike sharing.

   Quello sulle «Smart Cities» è uno dei cinque Innovation Labs avviati nel 2010 dal Master Mains. «Gli Innovation Labs – spiega Riccardo Varaldo, presidente della Scuola Superiore San’Anna – propongono uno spostamento dal tradizionale paradigma della formazione, introducendo l’idea di formazione partecipata». Il Mains è stato, nel 1991, il primo master italiano in management dell’innovazione.

   L’obiettivo degli Innovation Labs è sperimentare una nuova idea di didattica, dove gli studenti si confrontano con l’esperienza di grandi aziende, mantenendo l’impostazione accademica del lavoro garantita dai docenti della Scuola. Non solo: alla fine del corso gli studenti spesso continuano all’interno delle aziende le ricerche avviate sui banchi della Sant’Anna. «L’allievo – prosegue Varaldo – è protagonista del suo processo formativo, mette a frutto le proprie attitudini e conoscenze per affrontare problemi concreti, suggeriti dalle imprese partner del master e con un loro diretto, qualificato apporto».
   Una formula, questa volta non matematica, a cavallo tra didattica e trasferimento tecnologico che riunisce imprese, docenti, scuole e allievi per farli lavorare a un unico progetto. Anche dopo la fine delle lezioni. Alla ricerca di un approccio alla formazione visionario. E sostenibile. (Antonio C. Larizza)

Esempio di una scheda

Idee in classe.Gli altri progetti dell’edizione 2010 del Master Mains, con le rispettive aziende coinvolte:
La sperimentazione del comune di Pisa Sistema logico urbano Presente e futuro. Il sistema analizza il contesto urbano esistente e calcola costi e benefici dell’introduzione di nuovi servizi.
Servizi «smart» esistenti E-Government Consultazione dati anagrafici
Iscrizione asili, mensa, scuolabus – Pagamento contravvenzioni – Accesso pratiche amministrative – Invio informazioni utili via sms – Accesso pratiche edilizie – Calcolo e pagamento Ici – Pagamento tributi
Traffico Abbonamenti parcheggi Ztl – Parchimetri gestiti in remoto – Monitoraggio del traffico
Turismo Acquisto biglietti per siti culturali
Budget e sostenibilità Tra le variabili prese in esame dal modello ci sono anche il budget disponibile e l’impatto sociale e ambientale del servizio da introdurre. Viene in particolare calcolato il saldo tra emissioni di CO2 prodotte e abbattute.
Nuovi servizi «smart» E-Government:  Ricerca posti di lavoro – Richiesta sussidi sociali – Rilascio documenti personali – Sportello digitale per imprese -Gare telematiche – Aggregatore servizi smart attivi
Traffico Sistema pedaggio automatico – Segnalazione parcheggi liberi – Geolocalizzazione mezzi pubblici – Gestione attiva del traffico – Sistema di dossi dinamici – Semafori ad assetto variabile – Monitoraggio manto stradale – Segnalazione attraversamento pedoni – Deviatori dinamici di traffico – Metro su gomma senza conducente – Car sharing – Bike sharing – Segway sharing – Prenotazione carico/scarico merci – Centri di distribuzione urbani – Servizio trasporto merci – Trasporto merci sotterraneo
Istruzione: E-learning: E-streaming per eventi pubblici – Archivi podcast audio/video pubblici –

Utilities: Monitoraggio consumi edifici pubblici
Salute: Richiesta/consegna a domicilio farmaci
Sicurezza: Videosorveglianza sui mezzi pubblici
Elaborazione Un punteggio per ogni servizio Dopo l’aggregazione pesata del livello di sostenibilità dei diversi servizi, il sistema fornisce la classifica di quelli prioritari. Il modello esegue il calcolo tenendo presente anche le interazioni tra i vari servizi: questo garantisce che l’investimento proposto sia ottimizzato per le caratteristiche del singolo Comune.
Venti di innovazione 1990-2010. Domani la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa celebra i 20 anni del Master in management dell’innovazione con il convegno «Venti di innovazione».

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DA CITTADINI A CLIENTI GLOBALI

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 15/3/2010

NEW YORK – Nel 1995 scrivendo “Guerra santa contro McMondo”, Benjamin Barber anticipò di sei anni lo choc che l’America avrebbe provato poi con l’attacco alle Torri Gemelle: la scoperta che globalizzazione capitalista e radicalismo islamico possono rafforzarsi vicendevolmente.

   Tre anni fa, prima del collasso finanziario di Wall Street e della recessione globale, col suo ultimo saggio ha previsto l’implosione di un modello economico fondato sull’indebitamento. Ora che questo libro esce da noi “Consumati. Da cittadini a clienti” (Einaudi, pagg. 492, euro 21) – il lettore italiano può scoprirvi molto più di una critica all’iperconsumismo.

   Barber è scienziato della politica oltre che dell’economia: il suo allarme riguarda la trasformazione della figura del cittadino, la perdita di libertà e sovranità, la privatizzazione della sfera pubblica. Sono i temi ai quali consacra la sua vita di militante della democrazia partecipativa, nella sede dell’associazione Demos dove lo incontro a New York.

Professor Barber, uno dei temi centrali di Consumati è la regressione allo stadio infantile verso cui il capitalismo moderno spinge i consumatori. Lei la definisce la sindrome di Peter Pan. Il fenomeno è mondiale, perché l’ epicentro originario è qui in America?

«Perché uno degli aspetti affascinanti dell’America, nazione giovane, è una sorta d’innocenza originale: l’idea che qui tutto può ricominciare, un mito particolarmente importante per gli immigranti. Il Nuovo Mondo è sempre stato affascinato dalla gioventù, e questo è positivo. Il lato oscuro invece ha a che vedere con lo sfruttamento dell’ingenuità infantile. Nella sfera economica si assiste da tempo a una banalizzazione, un’infantilizzazione dei consumi, un istupidimento delle merci e anche dei prodotti culturali per far sì che siano appetibili agli adolescenti o ai bambini. In parallelo occorre dare potere economico agli adolescenti e ai bambini, perfino le carte di credito, per conquistare fasce di acquirenti sempre più precoci».

Non è sempre stato nella natura del capitalismo, il voler creare nuovi mercati, nuove fasce di consumatori?

«Dalle sue origini il capitalismo occidentale ha avuto la capacità di soddisfare reali bisogni di massa, e quindi aveva un’ utilità sociale, che si conciliava con l’arricchimento privato e l’accumulazione del capitale in mano alla borghesia industriale. Inoltre l’etica protestante della gratificazione differita esaltava la virtù del risparmio e questo favoriva l’investimento. Per 400 anni questo sistema ha funzionato così bene da sfociare in una situazione, dopo la seconda guerra mondiale, in cui gran parte del ceto medio nei paesi sviluppati aveva ormai soddisfatto tutti i suoi bisogni. Di fronte al rischio di una crisi della crescita il capitalismo ha operato una riconversione: si è messo a produrre bisogni ancora prima di produrre beni. Quello fu l’inizio dell’era del sovra-consumo, l’inaugurazione del nuovo ethos infantilista».

Che ruolo gioca l’ infantilizzazione del consumatore, o quello che lei definisce la trasformazione dell’adulto in un “adultescente”?

«Il capitalismo contemporaneo esalta lo spendere anziché il risparmiare, il vendere anziché l’ investire. L’idea di servire la società è sostituita dall’edonismo, la centralità del piacere, il servire se stesso. Adolescenti e bambini diventano l’archetipo, il modello del consumatore ideale perché sono impulsivi, non riflettono a lungo prima di comprare. Perciò il marketing e la pubblicità hanno spostato le frontiere dei consumi verso fasce d’età sempre più basse: prima gli adolescenti, ora anche i bambini di tre anni».

È cambiato anche il consumatore adulto. Abbiamo la sindrome di Peter Pan, il mito dell’eterna giovinezza, incoraggiato dalla pubblicità e dall’ entertainment.

«Sì, la beatitudine viene associata al restare anche in età adulta dei consumatori-bambini, egocentrici che dicono “io voglio” per sempre. E’ un’operazione culturale di livellamento verso il basso. Il capitalismo entra in conflitto con sistemi di valori più antichi come le religioni, per esempio nella visione del ruolo parentale. Le religioni hanno sempre cercato di rafforzare l’autorità dei genitori. Per il capitalismo contemporaneo invece i genitori sono i “guardiani del cancello”, degli ostacoli fra l’adolescente e il consumo. Di qui una pressione fortissima per abolire la disciplina parentale. Il capitalismo moderno è la combinazione di questi due elementi: l’invenzione di bisogni e l’infantilizzazione della società adulta».

Nel saggio “Consumati” lei non si ferma qui. Il passaggio successivo è la denuncia delle conseguenze per la democrazia.

«Nel capitalismo attuale la nostra identità primaria e soverchiante è quella di consumatore, non cittadino. Il ruolo dello Stato viene sminuito, svuotato, contestato. La stessa politica diventa marketing, i candidati si vendono come prodotti di largo consumo. Si consolida l’idea che l’unico modo attraverso cui noi esercitiamo una forma di potere, è quando compriamo».

Questo è vero anche nella versione di sinistra, militante: tanti movimenti si propongono di cambiare il mondo operando sulle scelte di consumo. Slow Food c’insegna a promuovere lo sviluppo sostenibile quando facciamo la spesa alimentare. Fair Trade ci spinge ad acquistare il caffè e il cacao attraverso una filiera di commercio equo che by-passa le multinazionali e aiuta i contadini dei paesi in via di sviluppo. Eppure lei contesta anche questo.

«Perché anche questa è una favola per bambini, una favola a lieto fine, l’idea che si cambia il mondo attraverso il consumo privato. La scuola dei nostri figli, l’equilibrio climatico del pianeta, l’indipendenza energetica: in tutte queste sfere il cambiamento non può venire semplicemente da scelte individuali di spesa. E’ l’ ammissione di una disfatta, se noi ci ritiriamo nella sfera dell’azione privata – sia pure il consumo “verde” e terzomondista – e abdichiamo al nostro ruolo nella politica».

Lei denuncia una distruzione del tessuto civico.

«È proprio il risultato della centralità del consumo. Razionalmente come consumatore io vado a fare la spesa all’ipermercato Wal-Mart perché lì tutto costa meno, ed è made in China. Così facendo collaboro alla distruzione di un tessuto sociale di piccolo commercio, piccolo artigianato, e trasformo le città americane in deserti civici».

La sua ricetta è paradossale: ritornare al capitalismo delle origini?

«Il vero paradosso è che viviamo in un mondo dove chi ha il denaro non ha più dei bisogni reali, mentre chi ha ancora enormi bisogni insoddisfatti, non ha potere d’acquisto. Dobbiamo costringere il capitalismo alla sua vocazione primaria: soddisfare i bisogni materiali dove ci sono. È qui che c’è spazio per una nuova crescita, più sana ed equa. Non è l’illusione di un capitalismo altruista, bensì l’uso della molla del profitto al servizio delle domande più urgenti per l’ umanità». – (Federico Rampini)

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Belluno dall'alto

  

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