L’EUROPA E GLI IMMIGRATI, tra MULTICULTURALISMO o ASSIMILAZIONE: le reazioni alla dichiarazione della cancelliera ANGELA MERKEL (“il multiculturalismo è fallito”) e lo stato di fatto dell’immigrazione come fenomeno ineluttabile: il caso Italia descritto dal DOSSIER CARITAS

 

Immigrazione come fenomeno strutturale. Secondo la stima del Dossier Caritas 2010, presentato il 26 ottobre scorso, includendo tutte le persone regolarmente soggiornanti, le presenze di immigrati in Italia è di 4 milioni e 919 mila persone (1 immigrato ogni 12 residenti). Il fenomeno dell’immigrazione in Italia è strutturale e riveste per la società implicazioni demografiche, che si ripercuotono anche sul piano interculturale. Sono circa 250 mila i matrimoni misti contratti tra il 1996 e il 2008; più di mezzo milione di persone hanno acquisito la cittadinanza, al ritmo di oltre 50 mila l’anno; oltre 570.000 stranieri sono nati direttamente in Italia; quasi 100 mila arrivano a essere i figli di madre straniera ogni anno; più di 100 mila gli ingressi per ricongiungimento familiare. La collettività romena è la più numerosa, con poco meno di 1 milione di presenze; seguono albanesi e marocchini (circa mezzo milione), mentre cinesi e ucraini sono quasi 200 mila. Altre collettività, originarie dei più diversi Paesi del mondo, sono piccole o medie. Gli europei sono la metà del totale, gli africani poco meno di un quinto e gli asiatici un sesto, mentre gli americani incidono per un decimo. Diversi gruppi nazionali sono insediati soprattutto nelle città, come i filippini, i peruviani e gli ecuadoriani. Altri, come gli indiani, i marocchini o gli albanesi, preferiscono i Comuni non capoluoghi. L’insediamento è prevalente nel Nord e nel Centro, ma anche il Meridione è coinvolto nel fenomeno, rappresentando un’area privilegiata per l’inserimento di alcune collettività: è il caso degli albanesi in Puglia, degli ucraini in Campania o dei tunisini in Sicilia. (da http://www.immigrazioneoggi.it/ )

     «Volevamo braccia, sono arrivati uomini», aveva scritto trent’anni fa Max Frisch, il maggior romanziere svizzero. Frase diventata celebre, straordinariamente “vera” per qualcosa che ha attraversato (attraversa) la nostra vita, le nostre vite: il contatto diretto, “fisico”, con altri mondi e realtà: fenomeno che, se ci pensiamo, al di là di casi negativi, è di per sè straordinario e non possiamo neanche immaginare non accadesse (cioè la multiculturalità vissuta accanto a noi).

   E adesso c’è l’Europa che “si ferma un attimo”, e pare confrontarsi con questo primo ventennio di immigrazione (dai primi anni ’90 del secolo scorso…): per questo uno choc sono state le dichiarazione di Angela Merkel, per chi ha guardato alla Germania come un modello di politiche multiculturali. La sensazione, nelle parole della Merkel, cioè che “il multiculturalismo è fallito” (tralasciando altre esperienze di capi di stato meno credibili, come Sarkozy…); parole esprimenti una cultura europea quasi in pericolo, appunto fallimentare in quell’esperienza (da tempo la Germania è la voce più autorevole che rappresenta l’unità europea…).

   E movimenti politici, partiti, anti-immigrati, xenofobi, sorgono come funghi e fanno pienoni elettorali in tanti Paesi europei (pure in paesi, come Olanda e Svezia, che si son sempre distinti per aperture mentali alte verso ogni diversità).

la cancelliera Angela Merkel

   Su “dove va l’Europa?”, sul tema “immigrazione” iniziamo qui col proporvi un articolo del Corriere della Sera di Angelo Panebianco: due strade fin qui adottate, quella originariamente francese dell’ assimilazionismo (chi arriva deve spogliarsi della precedente identità per abbracciare identità e cultura del Paese ospitante) e quella, originariamente anglosassone, del multiculturalismo (quella che noi riteniamo la più giusta e possibile).

   Il multiculturalismo prevede che le varie culture presenti sul territorio vengano preservate, anche con leggi apposite, e che le diverse comunità culturali si autogovernino per tutti gli aspetti che riguardano la tutela della propria identità. Una società multiculturale è una società segmentata, divisa in tante comunità culturali che, si suppone, non sentendosi minacciate nelle proprie tradizioni, siano in grado di coesistere pacificamente. Coesistono però in uno “stato di diritto”, nazionale ed europeo allo stesso tempo: in un’Europa forte del pensiero dei suoi padri fondatori (Schumann, Monnet, Spinelli, De Gasperi…); pertanto una multiculturalità che si innesta su una struttura esistente la più avanzata possibile nel progetto europeo di tutela dei diritti della persona, delle diversità di ciascuna comunità geografica, e di progetto di governo mondiale di perseguimento della pace e del benessere per tutti. E in questo contesto la cancelliera tedesca ammette la sconfitta della politica del multiculturalismo: dice che una società siffatta è difficilmente compatibile e perseguibile da lei (in Germania) e, di conseguenza, nel progetto europeo.

   Secondo Panebianco la provenienza degli immigrati è fondamentale nell’inserimento proficuo (per lui quelli dei paesi dell’est si inseriranno ma quelli provenienti dall’islam sarà difficile); e perché tutto funzioni dipenderà dalle politiche europee nei confronti dell’immigrazione (che non prevalgano linee xenofobe…); e allo stesso del prevalere nell’islam di una filosofia di integrazione, di accettazione dei valori di democrazia e rispetto delle libertà personali.

   La “paura dell’Islam”, che non si integri nel progetto europeo, la ha elegantemente e sapientemente “allontanata”, superata, il neo-eletto presidente tedesco Christian Wulff. All’inizio di ottobre, in occasione dell’anniversario dell’unificazione della Germania, nel suo discorso si è preso la libertà di riaffermare un concetto ormai assodato, già affermato in passato da altri presidenti: oltre il cristianesimo e l’ebraismo “anche l’Islam è parte della Germania”. Questo discorso ha suscitato reazioni critiche assai forti nei giornali conservatori, ma Wulff è stato bravo a “rimettere in gioco” il valore di un’Europa che, nei secoli, pur in tutte le atrocità ed errori commessi, ha anche saputo (nel campo della filosofia, pensiamo all’illuminismo, della letteratura, dell’arte e dell’economia e innovazione tecnologica) essere “di tutti”; con apporti forti e credibili anche del mondo islamico.

   Ciò che noi crediamo è che esistano dei “dislivelli storici” tra europei radicati e nuovi immigrati, e che quando essi saranno perfettamente inseriti (la terza generazione nata in Europa) i problemi (di fondamentalismi) saranno minori. Il caso Bosnia è emblematico: se andate in Bosnia, paese musulmano, percepite l’apertura e la perfetta integrazione di un modo di essere appunto musulmani ma più che mai europei; aperti a tutte le convivenze, dove moschea, chiesa cristiana e sinagoga sono a pochi passi l’una dall’altra (convivenza che neanche la terribile guerra civile imposta nella prima metà degli anni novanta è riuscita a bloccare) (il problema sembra di più essere, nelle difficoltà nelle politiche di immigrazione, date dalla crisi economica, le difficoltà del momento storico….)

   Appare comunque, anche nel tema dell’immigrazione, che qualunque soluzione rimane poco efficace se mantiene una dimensione strettamente nazionale …pensiamo al “mercato” (offerta) di lavoro: forse la stessa clandestinità sarebbe risolvibile (in parte) con una migliore informazione sull’offerta geografica europea di forza lavoro, così da avvicinare un potenziale lavoratore straniero al giusto posto di lavoro nel paese d’arrivo. Qui, nell’articolo di Giorgio Barba Navaretti e Gianni Toniolo da “il Sole 24ore”, si afferma che in una situazione di scarsità, come quella che oggi caratterizza la disponibilità di talenti qualificati, è invece essenziale evitare sprechi di risorse, con costi umani elevatissimi, facilitando l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro immigrato (i sistemi a punti introdotti in Australia e in Canada hanno dimostrato di essere uno strumento efficace a questo scopo…. un ingegnere indiano verrebbe certamente più volentieri a lavorare a Milano se senza vincoli potesse in un secondo tempo trasferire la sua famiglia a Manchester…). Ma la cosa non è così semplice per lavoratori non qualificati…. Altresì va detto che oggi il reddito dei paesi emergenti e in via di sviluppo, dove è concentrata la maggior parte della popolazione mondiale, sta rapidamente raggiungendo il livello in cui l’incentivo a emigrare inizia a ridursi (allora sarebbe da considerare che cosa sarebbe il nostro mondo senza immigrati: determinerebbe una carenza di 70 milioni di lavoratori in Europa).
   In Italia la Caritas gli immigrati (nel suo recente ventesimo Dossier, del 2010) li ha contati. Li ha censiti, quelli che vivono nel nostro Paese, e ha scoperto che nel 2010 hanno raggiunto quota 5 milioni. Che, tradotto, significa oltre il 7% della popolazione residente in Italia. E, dall’approfondito studio ha dimostrato che essi fanno parte integrante del tessuto economico italiano. Insomma, situazioni che a volte creano qualche disagio (nella crisi economica) ma è impensabile se non ci fossero stati (appunto, servivano sì braccia, ma sono arrivate persone arricchenti la nostra vita).

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MUSULMANI D’EUROPA

di Angelo Panebianco, da “il Corriere della Sera” del 21/10/2010

   La dichiarazione del cancelliere Angela Merkel («il multiculturalismo è fallito») è stata interpretata da tutti come una constatazione di fatto sugli errori della politica dell’immigrazione tedesca degli ultimi decenni ma anche come il segnale di una svolta imminente. Anche in Germania, come in tutto il resto dell’Europa, la questione degli immigrati è ora un problema politico di prima grandezza: dare risposte incoerenti con le domande dell’opinione pubblica può significare perdere le elezioni. È la nuova grande questione che divide, e dividerà a lungo, le democrazie europee e che va ad aggiungersi alle più tradizionali divisioni sui temi economici.

   Partiti anti-immigrati sorgono come funghi e fanno pienoni elettorali in tanti Paesi europei. Dove questo non accade è solo perché i partiti più tradizionali, già insediati, hanno indurito per tempo il loro approccio all’immigrazione. Due giorni fa, il Sole 24 Ore ha pubblicato un’utile inchiesta sulle politiche europee dell’immigrazione mostrando un quadro assai differenziato. Si va dai Paesi fino ad oggi più accoglienti, come la Svezia o l’Olanda (che però stanno sperimentando forti rivolte anti-immigrati) a quelli più chiusi come la Grecia.

   Ma non è difficile immaginare che le varie democrazie europee, adattandosi alle domande delle loro opinioni pubbliche, col tempo finiscano tutte per convergere su politiche selettive, che mettano più filtri, e più rigorosi, di quelli utilizzati nel recente passato.

   C’è la reazione delle opinioni pubbliche ma c’è anche un’incertezza obiettiva su come fronteggiare il problema. Nessuna delle due strade fin qui adottate, quella originariamente francese dell’ assimilazionismo (chi arriva deve spogliarsi della precedente identità per abbracciare identità e cultura del Paese ospitante) e quella, originariamente anglosassone, del multiculturalismo, sembra funzionare.

   Il multiculturalismo, soprattutto, ben prima che lo riconoscesse la Merkel, appariva più un sogno da idealisti che una politica realisticamente praticabile. Il multiculturalismo prevede infatti che le varie culture presenti sul territorio vengano preservate, anche con leggi apposite, e che le diverse comunità culturali si autogovernino per tutti gli aspetti che riguardano la tutela della propria identità.

   Una società multiculturale è una società segmentata, divisa in tante comunità culturali che, si suppone, non sentendosi minacciate nelle proprie tradizioni, siano in grado di coesistere pacificamente. Ma il punto è che una società siffatta è difficilmente compatibile con la democrazia. Salvo specialissime eccezioni, può essere tenuta insieme solo con un alto grado di coercizione, in modo non democratico. Per questo, il multiculturalismo non è una politica adatta per le democrazie europee. Gran Bretagna, Olanda, Germania avevano scelto quella strada e ne hanno verificato l’impraticabilità.
   Ma se la via francese (l’assimilazionismo) è difficilissima e quella multiculturale impraticabile, che fare allora? Assistere passivamente al montare dei conflitti?

   Il problema della maggiore o minore capacità di convivenza con la nuova immigrazione dipende non da uno ma da un insieme di fattori: la qualità e il rigore dei filtri predisposti (le politiche dell’immigrazione in senso stretto), i cicli economici, la capacità di offrire servizi agli immigrati che lavorano, la capacità di reprimere i comportamenti illegali, eccetera.

   Ma dipende anche dalle tradizioni di provenienza e appartenenza degli immigrati. È inutile girarci intorno. Ci sono immigrati che, per la tradizione di provenienza, possono trovare un loro ruolo nei Paesi ospitanti (e col tempo, potranno forse anche essere assimilati nel senso francese del termine. E, se non loro, i loro figli) con relativa facilità. Episodi di intolleranza, anche gravi, ci sono e ci saranno. Ma nel complesso, molti immigrati, soprattutto dell’Est europeo, riusciranno ad inserirsi con successo nelle società europeo-occidentali.
   C’è però il caso dell’islam. Non è casuale che proprio ai musulmani (e non agli altri immigrati) si faccia sempre riferimento quando si constata il fallimento del multiculturalismo. Ciò che ovunque in Europa si teme è che una crescita eccessiva delle comunità musulmane, grazie anche al differenziale demografico, finisca per imporre le trasformazioni più forti nelle regole di convivenza delle società europee.

   La domanda di cui nessuno conosce la risposta è la seguente: cosa può succedere quando due grandi civiltà, altrettanto forti e orgogliose, come quella europea-cristiana (oggi anche liberale e democratica) e quella islamica, che si ispirano a principi e norme antitetiche, e che, anche per questo, si sono aspramente combattute attraverso i secoli, si trovano a condividere lo stesso territorio e lo stesso spazio politico?

   La risposta dipenderà in parte da noi europei, dagli atteggiamenti che assumeremo e dalle politiche che adotteremo. Ma, in larga parte dipenderà anche dalla evoluzione del mondo islamico. Se il ciclo fondamentalista (connesso al cosiddetto «risveglio islamico») che ha investito l’islam mondiale negli ultimi decenni non si esaurirà presto, dovremo attenderci aspri conflitti e fortissime tensioni anche in Europa (altro che pacifica convivenza multiculturale).

   Se invece quel ciclo, raggiunto un picco e punte di massima espansione, andrà ad esaurirsi, come è possibile che prima o poi accada, allora nasceranno forse esperimenti inediti e interessanti: la democrazia potrà misurare il proprio successo anche sulla sua capacità di favorire la piena adesione dei musulmani immigrati alle regole della società aperta e libera. Oggi ciò non appare probabile. Ma è lecito, per lo meno, sperarlo. (Angelo Panebianco)

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 SUGLI IMMIGRATI L’EUROPA PERDE IL FILO

di Leonardo Martinelli, da “il Sole 24ore” del 19/10/2010

 – Angela Merkel dubbiosa sulle reali possibilità di una società multiculturale? Il dibattito, in realtà, riguarda tutti in Europa, accompagnato dai sorprendenti successi dell’estrema destra. Come reagire? Ognuno, per ora, va avanti per la propria strada.

   FRANCIA, DALLA VOLONTA’ DI ASSIMILAZIONE AL PUGNO DURO DI SARKOZY. Assimilare: era la priorità di Parigi nell’era del colonialismo. //

È rimasto il progetto di una società che, ai tempi dell’immigrazione, ha scelto la carta dell’apertura, anche dal punto di vista normativo (relativamente facile ottenere la nazionalità, già a partire dai cinque anni di residenza).

   Negli ultimi tempi Sarkozy ha reso più dura la lotta contro l’immigrazione clandestina e più difficile la regolarizzazione. La tendenza si è accentuata, con la vasta operazione anti Rom e una nuova legge sull’immigrazione, la quinta in sei anni, ora al rush finale in parlamento. Prevede la revoca della nazionalità per chi abbia commesso gravi reati contro le forze dell’ordine. E rende più difficile l’accesso al permesso di soggiorno da parte dei clandestini (la permanenza massima nei centri sarà portata da 32 a 45 giorni). Intanto, è passata anche la norma che proibisce l’utilizzo del burqa nei luoghi pubblici. Una misura discussa, ma appoggiata dalla maggioranza dei francesi.

   GERMANIA, IL TRAMONTO DEL «MULTIKULTI». Angela Merkel l’ha detto chiaro e tondo: «Il nostro modello multiculturale ha totalmente fallito». Sì, la speranza di dare vita a una società dove più comunità coabitano, nel rispetto delle loro differenze. L’idea iniziò a imporsi in Germania negli anni Ottanta, su impulso dei verdi. Ha portato, fra le altre cose, a una legge sulla nazionalità (del 7 maggio 1999) che ha dato la possibilità ai figli degli immigrati nati in Germania di essere naturalizzati.

   Al di là delle parole della Merkel, l’estrema destra non ha vissuto qui l’esplosione registrata in contesti simili, vedi Olanda o Svezia. Il governo sta studiando misure per imporre corsi d’integrazione agli immigrati o per combattere fenomeni come i matrimoni forzati, in uso in alcune comunità. Al tempo stesso, prepara una legge per facilitare il riconoscimento dei diplomi ottenuti nei paesi d’origine dagli immigrati già residenti.

   REGNO UNITO, PIU’ RESTRIZIONI, MA MODERATAMENTE. Il cambio della guardia, con l’arrivo al potere del conservatore David Cameron nel maggio scorso, ha portato qualche modifica in questo ambito. In giugno il governo ha introdotto una quota (assai criticata) per l’immigrazione in arrivo dai paesi esterni all’Unione Europea. Alcuni parlamentari della destra hanno chiesto per il Regno Unito una legge simile a quella francese sul divieto del burqa nei luoghi pubblici. Ma a tal riguardo esiste una forte opposizione generale: da parte di Cameron, dei politici (di tutti gli orientamenti) e dell’opinione pubblica.

   Per la naturalizzazione, al di là di alcuni limiti imposti nel tempo, il Regno Unito resta uno degli stati più generosi d’Europa: quasi tutti gli stranieri che vi nascono possono poi ottenere la nazionalità. Apertura sì, ma non l’approccio dell’assimilazione in stile francese. A Londra si è preferito sempre un modello «multietnico», più pragmatico e prudente, con il riconoscimento delle diverse comunità. Che però, negli ultimi anni, è al centro di un dibattito critico all’interno della società.

   SPAGNA, QUANDO LA CRISI ECONOMICA RENDE TUTTO PIU’ DIFFICILE. Come non ricordare la megaregolarizzazione di 700mila clandestini nel 2005 da parte di Madrid? Allora la Spagna, soprattutto nell’agricoltura, aveva bisogno degli stranieri.

   Con la crisi, il governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero ha cambiato strategia. L’ultima legge sull’immigrazione (la quarta), in vigore dal 13 dicembre 2009, ha reso più severe le norme. La permanenza massima nei centri di permanenza temporanea è passata da 40 a 60 giorni. Più difficoltoso è diventato il ricongiungimento famigliare, ristretto solo ai figli minorenni e al coniuge dell’immigrato (possibilità limitate, invece, per i genitori). Nei giorni scorsi, l’esecutivo ha annunciato che rinnoverà il permesso di soggiorno agli immigrati (in regola) disoccupati, almeno per un determinato periodo di tempo, non ancora precisato.

   OLANDA, SEMPRE PIU’ DIFFIDENZA. In passato uno dei paesi più aperti agli immigrati; da tempo ha cambiato il suo approccio, prima ancora che il 9 giugno il partito antislamico Pvv di Geert Wilders diventasse la terza formazione politica (il cui sostegno è necessario per il governo liberal-democristiano).

   Una normativa, già applicata dal 2006, impone al nuovo arrivato la conoscenza della lingua e della società locali (con test realizzati dai consolati nei paesi d’origine). Pochi giorni fa il governo ha annunciato che intende introdurre il divieto del burqa. E cercare di ridurre del 50% l’attuale flusso immigratorio, restringendo soprattutto il ricongiungimento famigliare.

   SVEZIA, NUOVI VENTI D’ESTREMA DESTRA. Finora un modello d’integrazione a livello europeo, quello svedese comincia a scricchiolare. La buona performance dei Democratici di Svezia (partito anti-immigrazione) alle elezioni legislative del 19 settembre potrebbe portare a sostanziali cambiamenti: il governo di destra di Fredrik Reinfeldt non ha più la maggioranza assoluta in parlamento.

   Per il momento le normative restano le stesse: nazionalità concessa dopo cinque anni di residenza, abbastanza facilmente. E grande liberalità nel campo del diritto d’asilo: la Svezia è uno dei rari paesi Ue dove le richieste accettate sono più numerose di quelle rigettate. Ma la popolazione appare stanca. In un’inchiesta dell’università di Göteborg del 1993, il 36% degli svedesi riteneva che il paese avesse accolto troppi stranieri. L’anno scorso, in una ricerca simile dello stesso ateneo, si è saliti al 52 per cento. (Leonardo Martinelli)

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L’ EUROPA MULTICULTURALE E’ FALLITA?

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 18/10/2010

BERLINO – Non è che Angela Merkel voglia improvvisamente buttare fuori dalla Germania gli immigrati turchi e arabi, quando dice che il multiculturalismo ha «fallito del tutto». Piuttosto, ha capito che è stata la classe politica tedesca a fallire sulla questione dell’integrazione, che molta gente non la segue più e che a destra potrebbe nascere qualche movimento pericoloso. Si tratta di uno choc per chi guida il Paese da decenni e anche per gli europei che guardano a Berlino come un modello di politiche multiculturali.

   I partiti cristiano-democratico, socialdemocratico, liberale, verde, ma anche la maggioranza degli accademici, gli alti funzionari pubblici, i sindacati, le associazioni degli imprenditori, i grandi giornali – in una parola le élite – vivono da anni in una generosa auto-gratificazione: finora si sono detti che la Germania è un Paese aperto, «di immigrati», che accetta tutti, non importa quali siano le convinzioni religiose o gli stili di vita, basta che accettino la legge.

   Ora scoprono che era un’illusione: 16 milioni di cittadini di origine straniera, quattro milioni musulmani solo in parte integrati, hanno avuto un effetto profondo sulla società. Uno studio recente della Fondazione Friedrich Ebert ha scoperto che: il 34% dei tedeschi ritiene che gli immigrati siano arrivati in Germania per sfruttarne i benefici dello Stato sociale; quasi il 60% dice che i musulmani dovrebbero avere la loro libertà religiosa «limitata significativamente».

   E un tedesco su dieci vorrebbe che il Paese fosse governato da un Führer (leader) «con la mano forte». Oops, deve avere detto Frau Merkel: anche in Germania rischia di nascere un movimento xenofobo. E ha deciso di toglierli un po’ di spazio. Difficilmente la cancelliera rovescerà la politica del governo sull’immigrazione.

   Buona parte dei tedeschi ritiene ancora che la chiave del problema sia l’integrazione di chi arriva, non le porte troppo aperte: su questo le opposizioni ma anche membri del governo stanno già dando battaglia. Inoltre, la Camera di Commercio tedesca ha calcolato che al Paese servono almeno 400 mila ingegneri e tecnici dall’estero perché nel Paese non ci sono.

   Probabilmente, però, quando ha parlato di fallimento del multiculturalismo – cioè del mettere le culture aliene sullo stesso piano di quella tedesca – e ha detto che chi non parla tedesco «non è benvenuto», la cancelliera non faceva solo propaganda. A breve il governo terrà un vertice sulla questione: spesso, in Germania alle parole seguono i fatti. (Danilo Taino)

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GLI IMMIGRATI IN ITALIA A QUOTA CINQUE MILIONI – IL RECORD E’ IN LOMBARDIA
Dossier della Caritas – Milano supera Roma, la comunità più numerosa è romena – Il Papa: emigrare è un diritto

di Alessandra Arachi, da “il Corriere della Sera” del 27/10/2010

   Li vediamo tutti i giorni attorno a noi. Sono davvero tanti. Ma quanti? La Caritas li ha contati. Ha censito gli immigrati che vivono nel nostro Paese e ha scoperto che nel 2010 hanno raggiunto quota 5 milioni. Che, tradotto, significa oltre il 7% della popolazione residente in Italia.

   Ma vuol dire anche che negli ultimi venti anni la presenza degli immigrati è aumentata di dieci volte (erano cinquecentomila nel 1990) e adesso, inevitabilmente, fanno parte integrante del tessuto economico del nostro Paese.

   Per capire: contribuiscono all’11,1% del nostro Pil, il prodotto interno lordo. E’ in Lombardia che si concentra il più alto numero di cittadini immigrati, 982 mila 225, pari al 23,2% dei cittadini lombardi. Ovvero: quasi uno su quattro. Al secondo posto c’è il Lazio (497 mila 940, ovvero l’ 11,8%), seguito a ruota dal Veneto (480 mila 616, ovvero l’ 11,3) e dall’ Emilia Romagna (461 mila 321 pari al 10,9%).

   Per la prima volta da quando vengono censiti, Roma perde il primato di provincia con il maggior numero di immigrati, a favore di Milano: 407 mila 191, contro 405 mila 657. Due immigrati su cinque provengono dai paesi della «nuova Europa»: sono quasi 2 milioni, in totale. La prima comunità è quella romena (886 mila), la seconda gli albanesi (466 mila). Seguono: marocchini, cinesi, ucraini, polacchi, moldavi, macedoni, serbi, bulgari.

   «La Chiesa riconosce ad ogni uomo il diritto di emigrare», ha scritto Benedetto XVI nel Messaggio inviato ieri che era la Giornata dei Migranti, auspicando «una sola famiglia di fratelli e di sorelle in società che si fanno sempre più multietniche e interculturali, dove anche le persone di varie religioni sono spinte al dialogo, perché si possa trovare una serena e fruttuosa convivenza nel rispetto delle legittime differenze».

   Papa Ratzinger ha voluto anche ricordare che però «gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori e difendere le frontiere, sempre assicurando il rispetto dovuto alla dignità di ciascuna persona umana», ed in più ha voluto precisare che gli immigrati stessi «hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l’identità nazionale».

   Nel volume sui migranti che la Caritas ha diffuso, viene preso in considerazione anche l’ aspetto dell’integrazione: «insieme al numero degli immigrati sono aumentate anche le reazioni negative, la chiusura, la paura nei loro confronti da parte degli italiani».

   Esiste comunque un’oasi felice in Italia: l’Emilia Romagna, con un tasso di integrazione di oltre il 60 su una scala che arriva a 100. Il primato del più basso di integrazione spetta invece alla Sardegna con il 32,65 ed il picco toccato da Oristano con soltanto il 26 su 100. (Alessandra Arachi)

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XX Rapporto

“Dossier 1991-2010: per una cultura dell’altro”

Caritas Italiana – Fondazione Migrantes
Caritas diocesana di Roma

http://www.caritasitaliana.it/home_page/pubblicazioni/00002058_Dossier

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DOSSIER IMMIGRAZIONE CARITAS: 5 milioni di cittadini stranieri, sono il 7% della popolazione, producono l’11% del PIL

26/10/2010: da http://www.immigrazioneoggi.it/
Monsignor Feroci: “manca una ideologia positiva dell’immigrazione, spesso equiparata a una realtà ostile, confondendo la regolamentazione con la diffidenza”.

   Quasi 5 milioni di cittadini stranieri, con un aumento di 3 milioni negli ultimi 10 anni di cui 1 milione soltanto nel biennio passato. Una situazione che, in ambito europeo, spicca “per il notevole dinamismo”. Sono i dati contenuti nel Dossier Statistico Immigrazione 2010, la pubblicazione della Caritas diocesana di Roma, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentata oggi a Roma in anteprima nazionale.

   “20 anni per la conoscenza dell’altro, per superare pregiudizi e chiusure e promuovere l’integrazione e le pari opportunità in un intreccio di doveri e di diritti”. Questo è quanto i direttori delle tre organizzazioni scrivono nell’introduzione della ventesima edizione del rapporto annuale fondato nel 1991 da don Luigi Di Liegro.
   A ricordare il primo direttore della Caritas romana sul palco del Teatro “Orione” vi erano i suoi due successori alla guida della Caritas romana: l’attuale direttore, monsignor Enrico Feroci, ed il precedente, il vescovo ausiliare del settore Nord di Roma, monsignor Guerino Di Tora, in veste di incaricato delle migrazioni per la Conferenza Episcopale del Lazio.
   “In Italia – ha ricordato monsignor Feroci – manca una ideologia positiva dell’immigrazione, spesso equiparata a una realtà ostile, confondendo la regolamentazione con la diffidenza. Bisogna, invece, insistere sull’accoglienza e sull’inserimento, tenendo conto che più che di assistenza si tratta della tutela della dignità umana e che non si può offrire per carità ciò che è dovuto per giustizia”.
   Il vescovo Di Tora ha invece ricordato come “la società multiculturale non comporta la rinuncia alle proprie tradizioni. Abbiamo una storia, una lingua, una cultura, un orientamento costituzionale, un passato religioso. I nuovi venuti hanno diritto a essere accolti ma anche il dovere di rispettare il Paese che li accoglie. Su questa impostazione la posizione della Chiesa italiana è stata, da sempre, lineare”.
Immigrazione come fenomeno strutturale.
   All’inizio del 2010 l’Istat ha registrato 4 milioni e 235 mila residenti stranieri, il 7% del totale della popolazione. Secondo la stima del Dossier, includendo tutte le persone regolarmente soggiornanti, le presenze sono 4 milioni e 919 mila (1 immigrato ogni 12 residenti).
   Il fenomeno dell’immigrazione in Italia è strutturale e riveste per la società implicazioni demografiche, che si ripercuotono anche sul piano interculturale. Sono circa 250 mila i matrimoni misti contratti tra il 1996 e il 2008; più di mezzo milione di persone hanno acquisito la cittadinanza, al ritmo di oltre 50 mila l’anno; oltre 570.000 stranieri sono nati direttamente in Italia; quasi 100 mila arrivano a essere i figli di madre straniera ogni anno; più di 100 mila gli ingressi per ricongiungimento familiare.
   In un’Italia alle prese con un elevato e crescente ritmo di invecchiamento, dove gli ultrasessantacinquenni superano già i minori di 15 anni, gli immigrati sono un fattore di parziale riequilibrio demografico, influendo positivamente anche sulla forza lavoro.
   Secondo gli autori “i contatti quotidiani in azienda e nei luoghi di socializzazione, la scuola, l’associazionismo, il volontariato, la pratica religiosa, le famiglie miste stanno facendo dell’immigrazione una realtà organica alla società italiana”.
   La collettività romena è la più numerosa, con poco meno di 1 milione di presenze; seguono albanesi e marocchini (circa mezzo milione), mentre cinesi e ucraini sono quasi 200 mila. Altre collettività, originarie dei più diversi Paesi del mondo, sono piccole o medie. Gli europei sono la metà del totale, gli africani poco meno di un quinto e gli asiatici un sesto, mentre gli americani incidono per un decimo.
   Diversi gruppi nazionali sono insediati soprattutto nelle città, come i filippini, i peruviani e gli ecuadoriani. Altri, come gli indiani, i marocchini o gli albanesi, preferiscono i Comuni non capoluoghi. L’insediamento è prevalente nel Nord e nel Centro, ma anche il Meridione è coinvolto nel fenomeno, rappresentando un’area privilegiata per l’inserimento di alcune collettività: è il caso degli albanesi in Puglia, degli ucraini in Campania o dei tunisini in Sicilia.
Le opportunità connesse con l’immigrazione.
  
Pur in un contesto congiunturale caratterizzato dalla crisi economica, che spesso ha “catalizzato i malumori sugli immigrati”, l’apporto dei lavoratori stranieri è risultato fondamentale per la Banca d’Italia, secondo cui i “lavoratori immigrati sono stati in grado di favorire migliori opportunità occupazionali per gli italiani”.
   Nel corso dell’ultimo anno i lavoratori stranieri hanno inciso per l’11,1% alla produzione del Prodotto Interno Lordo (dati Unioncamere) e, secondo gli autori, venendo essi a mancare o a cessare di crescere nei settori produttivi considerati non appetibili dagli italiani (agricoltura, edilizia, industria pesante, settore familiare), il Paese sarebbe impossibilitato ad affrontare il futuro.
   Il Dossier, nelle indagini condotte sui benefici e sui costi dell’immigrazione, ha evidenziato che gli immigrati versano alle casse pubbliche più di quanto prendano come fruitori di prestazioni e servizi sociali. Si tratta di quasi 11 miliardi di contributi previdenziali e fiscali l’anno che hanno contribuito al risanamento del bilancio dell’Inps, trattandosi di lavoratori giovani e, perciò, ancora lontani dall’età pensionabile.

   Essi, inoltre, dichiarano al fisco oltre 33 miliardi l’anno. A livello occupazionale gli immigrati non solo incidono per circa il 10% sul totale dei lavoratori dipendenti, ma sono sempre più attivi anche nel lavoro autonomo e imprenditoriale, dove riescono a creare nuove realtà aziendali anche in questa fase di crisi. Sono circa 400mila gli stranieri tra titolari di impresa, amministratori e soci di aziende, ai quali vanno aggiunti i rispettivi dipendenti.
   A Milano i pizzaioli egiziani sono più di quelli napoletani, così come sono numerosi gli imprenditori tessili cinesi a Carpi (Modena) e Prato, e quelli della concia ad Arzignano (Vicenza), in questo caso non solo cinesi ma anche serbi. Ogni 30 imprenditori operanti in Italia 1 è immigrato, con prevalenza dei marocchini, dediti al commercio, e dei romeni, più propensi all’imprenditoria edile.
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DAGLI IMMIGRATI L’11% DEL PIL

di Chiara Beghelli, da “IL SOLE 24 ORE” del 27/10/2010

– Il lavoro. «Gli extracomunitari sono il 10%  – I contributi. «Bilancio Inps in attivo grazie degli occupati e titolari del 3,5% delle imprese» – ai non italiani: versati 7 miliardi all`anno»,  l’11% del Pil –

   Ogni dodici residenti in Italia, uno è immigrato. Un totale di 4 milioni e 919mila presenze, un numero aumentato di 20 volte in 20 anni. E gli stranieri sono sempre di più parte attiva della popolazione, visto che contribuiscono all`11% del Pil e a mantenere in attivo le casse dell`Inps.

   A dirlo è il dossier Caritas-Migrantes sull`immigrazione 2010, presentato ieri a Roma. «Questa realtà nel panorama europeo si caratterizza- si legge nel rapporto promosso dai due organismi della Cei – anche per il notevole dinamismo: l`aumento è stato di circa tre milioni di unità nel decennio e di quasi un milione nell`ultimo biennio».

   La regione con la maggiore concentrazione di immigrati è la Lombardia (23%), seguita da Lazio (11,8%), Veneto (11,3%) ed Emilia Romagna (10,9%). E per la prima volta in vent`anni la provincia di Roma perde il primato rispetto a quella di Milano, con 405.657 presenze rispetto alle 407.191 del capoluogo lombardo.

   Storie che si fondono sempre di più con quelle degli italiani, visto che sono in crescita anche i matrimoni misti: fra il 1996 e il 2008 sono stati circa 25omila, e se nel 1995 erano misti solo 2 matrimoni su 100, ora sono 10 su 100. Più di mezzo milione di persone hanno acquisito la cittadinanza, al ritmo di oltre 50mila l`anno; oltre 570mila stranieri sono nati direttamente in Italia e quasi 100mila sono i figli di madri straniere ogni anno.

   «In un`Italia alle prese con un elevato e crescente ritmo di invecchiamento, dove gli ultrasessantacinquenni superano già i minori di 15 anni, gli immigrati commenta il rapporto – sono un fattore di parziale riequilibrio demografico, influendo positivamente anche sulla forza lavoro».

   Anche perché se il tasso di fecondità delle donne italiane è pari a 1,41, quello delle straniere arriva a 2,05. In diminuzione, invece, sono gli immigrati irregolari, che il Dossier stima fra i 500 e i 700mila, mentre nel 2009 si parlava di circa un milione: una tendenza dovuta agli effetti dell`ultima regolarizzazione (che ha interessato circa 300mila persone), ma anche a quelli della crisi economica che ha frenato le entrate di nuovi lavoratori.

   A dimostrare che gli immigrati sono sempre di più parte integrante e attiva dello stato è il dato per il quale le casse pubbliche ricevono ogni anno dagli stranieri circa un miliardo di euro di gettito fiscale, su un imponibile di circa 33 miliardi: la contribuzione media per immigrato è di quasi 4mila euro, su una retribuzione media annuale di 12mila euro.

   Come per gli italiani, anche il tasso di occupazione degli stranieri è in calo (dal 67,1% del 2008 al 64,5 del 2009) e ogni 1o nuovi disoccupati tre sono immigrati. Un dato interessante riguarda però la quota di titolari d`impresa non italiani, circa 400mila (3,5% del totale), aumentati del 13,8% nei primi cinque mesi del 2010, con prevalenza di marocchini nel commercio e di romeni nell`edilizia.

   Il dossier sottolinea come gli immigrati versino alle casse pubbliche più di quanto ricevono come prestazioni e servizi sociali: 7 miliardi di contributi previdenziali all`anno, che hanno garantito il risanamento del bilancio Inps. Più in generale il rapporto tra spese pubbliche sostenute per gli immigrati e contributi e tasse da loro pagati va a vantaggio del sistema Italia.

   Nel dettaglio, le uscite sono valutate circa 10 miliardi: 2,8 per la sanità; 2,8 per la scuola, 450 milioni per i servizi sociali comunali, 400 milioni per politiche abitative, 2 miliardi a carico del ministero della Giustizia, 500 milioni a carico del ministero dell`Interno, 40 milioni per prestazioni familiari e 6oo milioni per pensioni a carico dell`Inps. Le entrate assicurate dagli immigrati, invece, si avvicinano a 11 miliardi: 2,2 miliardi di tasse, 1 miliardo di Iva, 100 milioni per il rinnovo dei permessi di soggiorno e per le pratiche di cittadinanza, 7,5 miliardi per contributi previdenziali.

Eppure, sottolinea il rapporto, «la crisi economica ha acuito l`intolleranza, e gli immigrati vengono perlopiù percepiti come il problema e non come un contributo alla sua soluzione». (Chiara Beghelli)

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L’EUROPA PERDE CLANDESTINI

Calo del 25 per cento nel primo semestre dell’anno. «Effetto della crisi e di controlli severi» – 

di Marco Zatterin, da “la Stampa” dell’11/10/2010

   Arrivano notizie meno nere dalle frontiere dell’Europa, nel primo semestre 2010 l’immigrazione clandestina è calata di un quarto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. «E’ l’effetto combinato della crisi e della stretta delle strategie nazionali», riassumono i tecnici di Frontex, l’agenzia comunitaria che coordina i controlli ai confini dell’Ue.

   Funzionano gli accordi bilaterali nel Mediterraneo, come fra Italia e Libia, così i flussi nel Mare Nostrum si sono asciugati e spostati a Oriente. La porta continentale è ora la Grecia, satura di disperati che arrivano dalla Turchia. Per lo più si dicono afghani e somali, chiedono asilo. Ma nessuno ha documenti e nessuno confessa il passato: sperano che li aiuti a costruirsi un futuro migliore.

   Disegna lo scenario il secondo rapporto trimestrale appena ultimato da Frontex. Il numero dei clandestini entrati nel perimetro dei Ventisette è sceso a 40.977 nei primi sei mesi, il 23,6% in meno rispetto ai 53.674 dell’equivalente periodo del 2009. Fra aprile e giugno s’è avuto più affollamento (26.711 contro 14.266), cosa normale visto il miglioramento delle condizioni stagionali.

   In netto calo anche gli illegali, categoria in cui affluiscono coloro che trasformano un permesso di soggiorno o studio in una residenza non autorizzata: sono stati calcolati a 83.215 nel secondo trimestre, il 23 per cento in meno se paragonati a dodici mesi prima. Preoccupa invece l’aumento dei migranti pizzicati con documenti falsi, segno che i clan che trattano gli uomini stanno affinando le loro tecniche.
   L’analisi di Frontex è lineare. Il primo fattore a scoraggiare i clandestini è «il calo delle opportunità di impiego nell’Ue», insieme con il relativo indebolimento dell’euro, circostanza che rende l’Europa un luogo meno attraente causa bassi salari e rimesse in prospettiva ancora inferiori.

   «Nonostante i segnali di ripresa in alcuni Stati – si legge nel rapporto – c’è poco movimento nei settori dove in genere crescono i posti per i migranti», ad esempio le costruzioni o le manifatture. Nel mondo globale le voci corrono. L’incertezza gonfiata dalla recessione rende per taluni la posta in gioco troppo alta.

   La seconda spiegazione del fenomeno è naturalmente nel cambiamento delle politiche, sia a livello locale che a quello comunitario. Frontex cita ad esempio «i regimi più stringenti» adottati nel Regno Unito che hanno ridotto significativamente il numero dei richiedenti l’asilo (42.724 nel secondo trimestre, – 21% anno su anno). In parallelo afferma che hanno avuto effetto le intese bilaterali. L’accordo con la Libia ha ridotto fortemente gli sbarchi italiani. Quello della Spagna con Senegal e Mauritania ha sfoltito il traffico sulle colonne d’Ercole.

   E’ un passo avanti, anche se il problema non è risolto. In Grecia la situazione rimane caotica. Metà dei clandestini scoperti cercava di passare in territorio ellenico per accedere all’Unione. Si tratta di albanesi assunti come stagionali che poi non tornano a casa. Oppure di diseredati di varia natura, in fuga dalla guerra afghana o dai disastri del Corno d’Africa, che trovano facile saltare dall’Anatolia al Dodecaneso.

   Il rafforzamento dei controlli marittimi organizzato dall’Ue, sottolinea Frontex, ha ridotto i movimenti ma «ha spinto i transiti dalle coste alla terra ferma». A livello puramente quantitativo, alcuni numeri italiani appaiono interessanti. Siamo il Paese che ha fermato il maggior numero di trafficanti di esseri umani (702; Francia 552; Grecia 419), purtroppo con l’aggravante che la più alta percentuale ce l’abbiamo in casa (oltre il 42% era dei «nostri», 301 venditori di anime). E siamo la nazione terza più gettonata per un passaporto falso, record che spetta a Varsavia (ci batte 184 a 110; in mezzo c’è la Francia). I pupari dell’immigrazione clandestina sono rapidi, vanno dove pensano di farla franca. Nonostante i dati di Frontex, il loro disumano commercio resta florido. (Marco Zatterin)

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MA L’ONDA MIGRATORIA NON SARA’ INFINITA

di Giorgio Barba Navaretti e Gianni Toniolo, da “il sole 24ore” del 19/9/2010

   E se la fonte s’inaridisse? Se gli stranieri che premono alle frontiere dei ricchi diventassero sparuti e radi? Siamo pronti a un mondo senza immigrati? Questo è uno scenario possibile secondo Jeffrey Williamson, il maggiore storico economico dell’immigrazione. Tra il 2020 e il 2030 i flussi di lavoratori dai paesi poveri inizieranno gradualmente a ridursi. Quasi scompariranno entro il 2050.
   In effetti, se guardiamo ai trend temporali di emigrazione dal punto di vista dei paesi d’origine, questi sono stati sempre caratterizzati da una fase in crescita, un picco e poi una discesa. //

Insomma una U rovesciata, che è soprattutto spiegata dal livello di reddito. Se un paese è molto povero, ai suoi cittadini mancano perfino le risorse per emigrare, se è molto ricco nessuno se ne vuole andare. Le nazioni a reddito medio-basso sono i principali serbatoi di forza lavoro globale. Questa è ovviamente un’approssimazione in cui si innestano fattori molto diversi, sia economici sia demografici, ma di base rimane una causa potente dei flussi migratori.
   Oggi il reddito dei paesi emergenti e in via di sviluppo, dove è concentrata la maggior parte della popolazione mondiale, sta rapidamente raggiungendo il livello in cui l’incentivo a emigrare inizia a ridursi. In media l’America Latina e l’Asia hanno già superato questo punto e solo l’Africa ha ancora molta strada da percorrere.
   Questi scenari possono sembrare fantascienza, se ci limitiamo agli orizzonti temporali che guidano le politiche di Sarkozy e Berlusconi sulla questione dei campi Rom. Ma in realtà andrebbero presi sul serio e soprattutto utilizzati come uno spunto per considerare che cosa sarebbe il nostro mondo senza immigrati. Data la dinamica demografica attuale, l’inaridimento delle fonti estere determinerebbe una carenza di 70 milioni di lavoratori solo in Europa.
   Gli stati inizierebbero dunque a competere tra loro per una risorsa scarsa? Fonderebbero forse delle agenzie di attrazione degli immigrati, così come oggi ci sono le agenzie di attrazione degli investimenti esteri? Si tornerebbe alle politiche di sussidio alla mobilità geografica o a inviati che battono le campagne dei pochi poveri come succedeva a fine Ottocento nel nostro Mezzogiorno?

   Domande quasi provocatorie, ma ricche di spunti per ragionare sulle politiche europee e nazionali anche in questa fase storica di afflussi eccessivi. La questione, in situazione di abbondanza o di scarsità, rimane comunque sempre la stessa: le nostre società hanno bisogno d’immigrati, ma la loro integrazione ha costi sociali e politici, a volte elevati. Come renderne efficiente l’utilizzo economico evitando tensioni sociali? Si tratta ovviamente di rendere compatibile la domanda e l’offerta di lavoratori immigrati.
   I grandi numeri di clandestini, che caratterizzano questi anni d’abbondanza di forza lavoro straniera, derivano in buona misura dalla carenza d’informazioni che rende più difficile avvicinare un potenziale lavoratore straniero al giusto posto di lavoro nel paese d’arrivo. E in una situazione di scarsità, come quella che già oggi caratterizza la disponibilità di talenti qualificati, è invece essenziale evitare sprechi di risorse, con costi umani elevatissimi, facilitando l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro immigrato. I sistemi a punti introdotti in Australia e in Canada hanno dimostrato di essere uno strumento efficace a questo scopo.
   In Europa qualunque soluzione rimane comunque poco efficace se mantiene una dimensione strettamente nazionale. La mobilità interna del lavoro c’impone di adottare politiche integrate e coordinate nello spazio europeo. Nel mondo futuro con pochi immigrati descritto da Williamson ogni paese europeo aumenterebbe la propria attrattività se fosse in grado di garantire anche la libera mobilità dei lavoratori stranieri all’interno di tutto lo spazio europeo.

   E ancora, pensando ai talenti scarsi di oggi, un ingegnere indiano verrebbe certamente più volentieri a lavorare a Milano se senza vincoli potesse in un secondo tempo trasferire la sua famiglia a Manchester. All’interno della Ue inevitabilmente le scelte di un paese influenzano nel male o nel bene quelle di tutti gli altri. Nella scarsità o nell’abbondanza d’immigrati nessuna politica nazionale potrà fare a meno dell’Europa. (Giorgio Barba Navaretti e Gianni Toniolo)

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LA GERMANIA CHE HA PAURA DI PERDERE SE STESSA

di JÜRGEN HABERMAS, da “la  Repubblica” del 30/10/2010

   Dalla fine di agosto la Germania è sconvolta di continuo e a più riprese da ondate di agitazioni politiche per l’integrazione, il multiculturalismo e il ruolo della “Leitkultur”, la cultura guida tedesca. Questo dibattito a sua volta esaspera nella popolazione in genere le tendenze a una crescente xenofobia.

   Tali tendenze in verità erano già comparse da anni negli studi e nei sondaggi condotti, a dimostrazione di una tacita ma crescente ostilità nei confronti degli immigrati. In ogni caso, a quanto pare soltanto adesso hanno trovato voce: gli stereotipi e i preconcetti consueti sono usciti dai bar per entrare nei talk show televisivi, e sono ripresi perfino dalle parole dei politici mainstream che si propongono di affascinare e conquistare i potenziali elettori che altrimenti andrebbero alla deriva verso destra.

   Due episodi in particolare hanno scatenato un mix eterogeneo di emozioni contrastanti, al punto che non è neppure più agevole contestualizzarli in una posizione precisa tra la sinistra e la destra. Mi riferisco a un libro scritto da un membro del consiglio di amministrazione della Banca centrale tedesca e a un recente discorso del presidente tedesco.

   Tutto ha avuto inizio con la pubblicazione in anteprima di qualche stralcio provocatorio di “Deutschland schafft sich ab” (“La Germania si sta distruggendo da sola“), un libro che sostiene che il futuro della Germania è a rischio per la presenza di immigrati del tipo sbagliato, specialmente quelli originari dei Paesi musulmani. Nel suo libro, Thilo Sarrazin – un politico del partito socialdemocratico, che siede anche nel consiglio di amministrazione della Bundesbank – disserta di proposte di politica demografica rivolta alla popolazione musulmana residente in Germania.

   L’autore rinfocola le discriminazioni contro questa minoranza presentando i risultati di una ricerca sull’intelligenza, dalla quale attinge infondate conclusioni di natura biologica che hanno avuto un’insolita pubblicità. In netto contrasto con le iniziali obiezioni spontanee provenienti da politici illustri, queste tesi hanno guadagnato un vasto sostegno popolare.

   Da un sondaggio è emerso che oltre un terzo dei tedeschi condivide la diagnosi di Sarrazin, secondo la quale la Germania “mediamente diverrà naturalmente più stupida”, in conseguenza della massiccia immigrazione dai Paesi musulmani. Dopo le prime tiepide reazioni sulla stampa, avanzate da un gruppetto di psicologi che hanno lasciato l’impressione che, dopo tutto, potrebbe anche esserci qualcosa di vero in tali affermazioni, si è verificato un drastico cambiamento nel tono col quale i mezzi di informazione e i politici si sono interessati a Sarrazin.

  Sono occorse parecchie settimane prima che Armin Nassehi, illustre sociologo, in un suo articolo pubblicato su un quotidiano smantellasse questa interpretazione pseudo-scientifica delle statistiche di cui si parla. Egli ha dimostrato che Sarrazin aveva adottato quel genere di interpretazione “naturalizzante” delle differenze misurate nell’ intelligenza che erano già state scientificamente screditate e smentite negli Stati Uniti oltre dieci anni fa.

   Questa introduzione nel dibattito di dati oggettivi in grado di eliminare ogni fattore emotivo è tuttavia arrivata troppo tardi. Il veleno che Sarrazin ha sparso dando manforte all’ostilità culturale nei confronti degli immigrati su presupposti e teorie genetiche è parso mettere facilmente radici e attecchire nei pregiudizi della popolazione.

   Nel bel mezzo di questa controversia, Sarrazin è stato costretto a rassegnare le proprie dimissioni dal consiglio di amministrazione della Bundesbank. Il suo allontanamento forzato, però, unitamente alla campagna contro il politically correct lanciata dalla destra, non ha fatto altro che privare del loro carattere esecrabile le sue tesi controverse. Le critiche nei suoi confronti sono state percepite come un eccesso di reazione.

   Il secondo episodio mediatico che ha infiammato le ultime settimane è stata la reazione a un discorso del neo-eletto presidente tedesco Christian Wulff. In qualità di premier della Bassa Sassonia, Wulff era stato il primo a nominare una giovane donna tedesca di origini turche membro del proprio gabinetto. All’inizio di questo mese, in occasione dell’anniversario dell’unificazione della Germania, nel suo discorso si è preso la libertà di riaffermare un concetto ormai assodato, già affermato in passato da altri presidenti: oltre il cristianesimo e l’ebraismo “anche l’ Islam è parte della Germania“.

   Dopo il suo discorso, il presidente ha ricevuto una standing ovation nel Bundestag dai politici di spicco lì riuniti. Ma il giorno seguente la stampa conservatrice si è scagliata contro la sua affermazione riguardante il posto di cui l’Islam gode in Germania. Da allora la faccenda ha creato una spaccatura all’interno del suo stesso partito, l’Unione cristiano-democratica.

   È pur vero che, malgrado in Germania l’integrazione sociale dei lavoratori ospiti turchi e dei loro discendenti sia stata in linea generale un successo, in alcune aree economicamente depresse continuano a esserci quartieri di immigrati problematici e turbolenti che si escludono e si emarginano da soli dalla società mainstream. Ma questi problemi sono già stati individuati e affrontati dal governo tedesco.

   Vero motivo di preoccupazione è – come dimostrano gli episodi-incidente di Sarrazin e Wulff – che alcuni politici imperturbabili stanno scoprendo di poter dirottare le ansie e le preoccupazioni sociali del loro elettorato in vere e proprie aggressioni etniche contro i gruppi sociali più deboli.

   Certo, la cattiva abitudine di agitare i pregiudizi politici alla stregua di spauracchi, è un fenomeno che trascende la Germania. Tenuto conto però della sua storia agghiacciante, gli sviluppi sociali e politici in Germania non hanno necessariamente lo stesso significato che altrove. Ecco dunque da dove nascono le preoccupazioni e una domanda in particolare: la “vecchia” mentalità potrebbe riprendere vita?

   Tutto dipende da che cosa si intende per “vecchia”. Ciò a cui stiamo assistendo non è una riproposta delle mentalità che prevalsero negli anni Trenta. Si tratta, piuttosto, di un riaccendersi delle controversie scoppiate all’inizio degli anni Novanta, quando migliaia di profughi arrivati dalla ex Iugoslavia innescarono una polemica sull’asilo politico.

   All’epoca l’Unione cristianodemocratica e il partito bavarese affiliato, l’Unione cristiano-sociale, sottoscrissero che la Germania non “era un paese di immigrazione”. A quei tempi si davano alle fiamme le case nelle quali avevano trovato alloggio i profughi e perfino i socialdemocratici persero terreno acconsentendo in parlamento a uno spregevole compromesso sulla legge per l’asilo politico.

   Quella disputa era stata già alimentata dalla sensazione di una cultura nazionale in pericolo, che doveva necessariamente rivendicarsi come “Leitkultur“, che tutti i nuovi arrivati dovevano prendere a riferimento. Ma le polemiche degli anni Novanta furono anche innescate dal fatto che la Germania si era riunita da poco e aveva raggiunto la fase finale del difficoltoso cammino verso una mentalità che offre i presupposti di base necessari per una comprensione liberale della costituzione.

   A tutt’oggi, l’idea della Leitkultur dipende dal malinteso secondo cui lo stato liberale dovrebbe esigere qualcosa di più dai suoi immigrati che non il solo fatto di imparare a parlare la lingua del paese e accettarne i principi costituzionali. Dovevamo – e a quanto pare dobbiamo ancora – superare l’idea che gli immigrati avrebbero dovuto assimilare i “valori” della cultura maggioritaria e adottarne le “abitudini di vita”.

   È già abbastanza negativo il fatto che stiamo assistendo a una ricaduta in questa interpretazione razziale della nostra costituzione liberale. Non migliora di sicuro le cose il fatto che oggi la Leitkultur sia definita non dalla “cultura tedesca”, bensì dalla religione. Appropriandosi in modo sfrontato dell’ ebraismo – con un’incredibile mancanza di rispetto per il destino patito dagli ebrei in Germania – gli apologeti della Leitkultur ormai fanno appello alla “tradizione giudaico-cristiana” che distingue “noi” dagli stranieri.

   In fondo in fondo si constata un più profondo conflitto che ribolle sulla comprensione del nostro Paese del concetto di democrazia. Il governo statale del Baden-Wurttemberg, dove si trova Stoccarda, vede le proteste con il paraocchi, semplicemente come un’agitazione per capire se il governo sia legalmente autorizzato a progettare simili megaprogetti a lungo termine.

   Nel caos di tutta questa agitazione, il presidente della Corte Costituzionale Federale è corso in difesa al progetto stesso, sostenendo che l’opinione pubblica aveva già votato, dando la propria approvazione, quindici anni prima, e pertanto oggi non ha più voce in capitolo nella sua esecuzione. Da allora però è emerso che in realtà le autorità all’epoca non fornirono informazioni adeguate, e quindi la cittadinanza non ebbe l’opportunità di farsi un’opinione informata di ciò su cui avrebbe dovuto esprimere il proprio parere. 

   Ribadire che i cittadini non hanno voce in capitolo in quello che accadrà equivale ad affidarsi a una comprensione puramente superficiale di democrazia. La questione, in altri termini, è la seguente: la partecipazione al processo democratico ha soltanto il significato funzionale di mettere a tacere una maggioranza vittoriosa oppure ha il significato precipuo di tener conto delle tesi dei cittadini nel processo democratico di formazione delle opinioni e delle volontà?

   Le motivazioni alla base di ciascuno di questi tre fenomeni – la paura degli immigrati, l’ attrazione verso personaggi non-politici ma carismatici, una rivolta che a Stoccarda è partita dal basso- sono quanto mai diverse. Tuttavia, esse convergono verso un punto comune, creando tutte insieme un disagio crescente allorché si trovano alle prese con un sistema politico sempre più chiuso su se stesso e sempre più impotente.

   Quanto più si riduce il raggio d’azione per i governi nazionali, quanto più docilmente la politica si sottomette a quelli che paiono essere inevitabili imperativi economici, tanto più si riduce la fiducia della popolazione in una classe politica rassegnata.

   Gli Stati Uniti hanno un presidente che ha una visione politica molto lucida, anche se attualmente è sotto attacco e deve far fronte a sentimenti contrastanti. Ciò che occorre in Europa è una classe politica rivitalizzata, che superi il suo stesso disfattismo con un po’ più di spirito collaborativo, un po’ più di determinazione, un po’ più di lungimiranza.

   La democrazia dipende interamente dalla convinzione della popolazione che un margine a sua disposizione per poter delineare collettivamente un futuro stimolante e interessante esiste davvero. JÜRGEN HABERMAS

(L’autore, professore emerito di filosofia all’ Università Goethe di Francoforte, ha appena pubblicato il saggio “Europa: il progetto che vacilla”; questo articolo è stato tradotto in inglese dal tedesco da Ciaran P. Cornin) Traduzione di Anna Bissanti 2010 The New York Times Distributed by The New York Times Syndicate – ripreso da “la Repubblica”

……………

CONTRO LA TRATTA DI ESSERI UMANI L’EUROPA DEVE AGIRE UNITA

di CECILIA MALMSTROM (Commissaria Ue per gli Affari interni), da “Il Messaggero” del 16/10/2010

   MARIA, 13 anni, originaria di un Paese dell`Europa dell`Est, è stata venduta a un uomo in Italia dalla sua stessa famiglia. Ha subito ripetuti abusi sessuali e psicologici. Dopo essere stata salvata dalla polizia ha trascorso alcuni anni in un rifugio ed è infine tornata a casa, ma solo per essere di nuovo reimmessa nel circuito della tratta, questa volta verso il Regno Unito.

   Il giovane Xi è stato scoperto in un ristorante durante una regolare ispezione nei Paesi Bassi. E’ una delle molte persone che lavorano senza avere un regolare titolo di soggiorno. Dall`inchiesta della polizia è emerso che era stato obbligato a lavorare 13 ore al giorno, sette giorni su sette, per 1,50 euro all`ora.

   Un gruppo di giovani sprovvisti di documenti di identità ha subito minacce e violenze fisiche, ed è stato costretto a fare lavori edili e di giardinaggio in una zona residenziale del Sud della Svezia. Gli sfruttatori, come ha scoperto la polizia di frontiera, costituivano solo un ramo di una ben più grossa rete di trafficanti, con base nel Regno Unito, con tratta di persone in Svezia e nei Paesi Bassi.

   Maria, Xi e questi giovani sono esempi reali dell`Europa di oggi. E sono solo alcuni dei numerosi casi di persone la cui vita è caduta nelle reti della tratta degli esseri umani. Secondo le stime di Europol, l`Ufficio europeo di polizia, solo in Europa le vittime della tratta sono centinaia di migliaia e dietro queste statistiche impersonali vi sono centinaia di migliaia di casi di sofferenza e tragedie personali.

   La criminalità organizzata sfrutta la vulnerabilità delle persone spesso vittime di violenze domestiche, abusi sessuali ed estrema povertà – in quella che deve essere chiamata col suo vero nome: schiavitù moderna. È nostro dovere impegnarci a fondo per combattere questi reati ignobili e per aiutare le vittime. Sono convinta che, per lottare efficacemente contro la tratta degli esseri umani, occorra unire le nostre forze.

   In primo luogo a livello nazionale: quando ad esempio le ispezioni sul lavoro identificano una vittima della tratta, il caso dovrebbe essere trasmesso alla polizia. Analogamente, i servizi sociali e le Ong specializzate dovrebbero intervenire per fornire ricovero e protezione dai trafficanti e garantire ad esempio che un minore che ne sia vittima sia collocato in un ambiente sicuro e vada a scuola.

   Ma occorre unirsi anche fra Paesi: dobbiamo lavorare insieme in Europa per combattere questa forma di criminalità transfrontaliera. Il 18 ottobre è stata la giornata contro la tratta degli esseri umani – un`occasione che vogliamo usare per sottolineare la necessità di riunire tutti i nostri sforzi per raggiungere l`obiettivo che ci prefiggiamo.

   Da parte mia, la primavera scorsa ho proposto una nuova direttiva concernente la prevenzione e la repressione della tratta degli esseri umani e la protezione delle vittime. Questa proposta include misure di diritto penale. come una definizione comune dei reati e sanzioni più armonizzate. La tratta degli esseri umani può in effetti essere punita con sanzioni detentive da 1 a 23 anni a seconda dello Stato membro in cui si tiene il processo, il che è inaccettabile. La proposta introduce inoltre solide disposizioni sulla protezione delle vittime e sull`assistenza incondizionata, come cure mediche, alloggio e assistenza legale, e insiste sulla necessità di lavorare sulla prevenzione.

   La proposta è attualmente oggetto di negoziati col Parlamento europeo e il Consiglio. Ma ciò non significa che il nostro lavoro sia finito. Dobbiamo continuare a portarlo avanti e, a mio avviso, possiamo fare molto di più per individuare precocemente le vittime, per collaborare più strettamente con i Paesi terzi e per intensificare la lotta contro lo sfruttamento della manodopera.

   Possiamo inoltre adottare misure per scoraggiare la domanda che alimenta la tratta degli esseri umani, e dovremmo al tempo stesso studiare provvedimenti amministrativi a complemento dell`azione degli organi di contrasto. Stiamo poi per nominare un apposito coordinatore antitratta dell`Ue per migliorare la cooperazione fra gli Stati membri. Si tratta di provvedimenti importanti e necessari. Non sottovaluto comunque le sfide che ci attendono e non nutro l`illusione di poter sradicare completamente questi reati terribili. Ma ogni persona che possiamo salvare è una vittoria. (CECILIA MALMSTROM)

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2 thoughts on “L’EUROPA E GLI IMMIGRATI, tra MULTICULTURALISMO o ASSIMILAZIONE: le reazioni alla dichiarazione della cancelliera ANGELA MERKEL (“il multiculturalismo è fallito”) e lo stato di fatto dell’immigrazione come fenomeno ineluttabile: il caso Italia descritto dal DOSSIER CARITAS

  1. LUCA sabato 6 novembre 2010 / 17:45

    Per me l’immigrazione non è un problema… Ma potrebbe diventarlo, e in tal caso è necessario agire fin da ora sulle cause, che nella stragrande maggioranza dei casi vanno cercate nell’ineguaglianza e nei ritardi dello sviluppo.
    Pensiamo ai nostri predecessori, specialmente i veneti che a inizio 900 e in minor misura nel dopoguerra sono andati all’estero. Oggi siamo divenuti terra di accoglienza e forse guardandoci indietro, di certo non tutti, ma molti “problemi” attuali potrebbero trovare una soluzione.

  2. Cesarina Boldrin giovedì 20 giugno 2013 / 0:58

    Interessantissimo: solamente scavando, documentandosi e leggendo si può cogliere l’ essenza di un problema..
    Le dicerie, le opinioni raccolte a destra e manca confondono
    le idee, come nel caso dei lavoratori stranieri, troppo
    spesso, a torto, accusati di ogni misfatto.
    Grazie.
    Cesa

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