VENETO SOTT’ACQUA, CHE HA BISOGNO DI SINTESI ISTITUZIONALE – La necessità di “disfare” una parte del territorio per poterlo rifare – Interventi macro e micro – Non è possibile lasciar decidere l’urbanistica a questo tipo di comuni

Casalserugo (bassa padovana) e l'alluvione

http://www.youreporter.it/search.php?r=20&citta=Veneto&page=1 

I cittadini di CRESOLE di CALDOGNO, nel vicentino, uno dei paesi più colpiti dall’alluvione, sgomberano case e strade dal fango e dai detriti gettando tutti gli oggetti divenuti inservibili (immagine ripresa da “il Gazzettino”)

   Siamo stati a Cresole, frazione sud del comune di Caldogno, a pochissimi chilometri da Vicenza. Tanta gente operosa nel plumbeo pomeriggio di novembre, con il ritorno di una pioggia sottile, elemento naturale in ogni storia personale della prima decade di questo mese. Abitanti, poi volontari –gruppi di giovani e giovanissimi-, protezione civile, vigili del fuoco… che lavorano a pulire dal fango case, strade, fossi, la chiesa. Odore acre di gasolio bruciato dei motori delle pompe che  irrogano acqua per pulire, delle piccole idrovore e di tutti quegli strumenti che servono a riportare la pulizia e a togliere l’acqua e l’umidità (nella chiesa, già ripristinata al culto, una grande ventola che butta fuori tanta aria calda per asciugare il pavimento, le pareti, l’ambiente…).

   A Cresole il fiume Bacchiglione lunedì 1° novembre è tracimato e ha inondato la frazione devastandola: anche una persona morta, un anziano di 75 anni intrappolato nel garage di casa, annegato. Cresole di Caldogno è tra le realtà venete (Vicenza e il vicentino, il veronese, la bassa padovana, la parte orientale della provincia di Treviso…) colpite duramente da questo novembre veneto di alluvioni, tracimazioni di corsi d’acqua, e poi anche franamento di colline. E fin che pioverà non è finita…

   Se è vero che 600 millimetri di acqua è quella che cade in metà anno, e se questa quantità viene giù in due giorni; e poi il rialzo della temperatura ha sciolto le nevi che si erano precedentemente formate in montagna… se è vero tutto questo, è pur vero che non vi è stato il diluvio universale, e che un po’ di pioggia in più (e tra l’altro, pensiamo, prevedibilissima… ad esempio che il Bachiglione sarebbe tracimato lo si poteva vedere in internet in tempo reale con i dati dei fiumi che la Provincia di Trento riprende dalla Regione Veneto!?!…. ne parliamo qui di seguito con un articolo ripreso da “il Giornale di Vicenza”….) …. Se è vero che ci son stati eventi eccezionali, a noi pare che la causa vera del disastro dell’alluvione sia una situazione di disastro istituzionale. Che, sia chiaro non è un problema “di destra” o “di centro” o “di sinistra”: è qualcosa di diverso. E’ l’incapacità di cambiare, di rimettere in gioco lo sviluppo di un territorio, con interventi macro (grandi bonifiche, regimazione dei fiumi, smantellamento del cemento inutile come le tante abbandonate sovradimensionate aree industriali…) e di “interventi micro” (quando si fa una casa non la si fa solo “dentro le pareti”, ma tutto il contesto esterno dev’esere previsto… di scorrimento delle acque, di autogenerazione energetica… di inserimento equilibrato nel contesto (micro)locale….. E ora c’è la necessità  di metter mano “al tutto”, a questi ultimi 4 decenni di boom edilizio travolgente, senza regole ambientali…. Parole le nostre che, quando sarà passata la fase critica della pioggia, resteranno buone per altri futuri disastri? … (cioè, non ci sembra ci siano le condizioni per un cambiamento). Ma speriamo che non sia così, e stavolta sia la volta buona.

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Bacchiglione in piena (foto di Alberto Botton, da "il Mattino di Padova")
(ancora…)   Di questa brutta e rovinosa alluvione che ha gravemente danneggiato il Veneto nei giorni tra sabato 30 ottobre e martedì 3 novembre (e che rischia di protrarsi successivamente con il ritorno della forte pioggia), nel seguire gli ampi servizi delle meritorie televisioni locali (Rete Veneta, Antenna Tre, Rai Tre regione…) sui luoghi più in emergenza (parte della provincia di Verona, in particolare il vicentino e la bassa padovana…ma quasi tutto il Veneto è andato in crisi), ci ha colpito la dichiarazione del sindaco di Caldogno, Marcello Vezzaro, lo stesso paese della frazione Cresole così colpita con pure un morto, con più di un centinaio di famiglie sfollate.

   Alla domanda del giornalista se l’avviso, del pericolo incombente della massa d’acqua, era arrivato (dalle autorità regionali) in tempo, in modo da poter organizzare un’adeguata difesa della popolazione, il sindaco della cittadina ha onestamente risposto che c’è stato un avviso molto generico, cioè che avrebbe piovuto molto, ma che quest’avviso (via fax) era pure arrivato in Comune alle due del pomeriggio di sabato, quando gli uffici erano chiusi per il fine settimana, ed è stato visto quando oramai la situazione era già precipitata…

   Ci sembra che, comunque la si rigiri, per ogni tipo di problema (servizi ai cittadini, sicurezza pubblica, capacità di gestire le emergenze come in questo grave caso dell’alluvione…) la frammentazione delle istituzioni pubbliche venete non aiuta a “fare sintesi”.

   Una burocratica Regione, con i suoi apparati (e al suo interno l’Arpav, l’Autorità regionale per la protezione dell’ambiente, rappresenta bene questa realtà “pesante”, scarsamente veloce a intervenire e prevenire…) con poi le provincie e 581 comuni per meno di 5 milioni di abitanti (una media di 8.000 abitanti per realtà amministrativa), con una superficie media di 31 chilometri quadrati per comune; tutto questo mostra i limiti a gestire qualsiasi tipo di problema che le comunità venete si trovano ad avere anche quando devono decidere tempestivamente azioni coordinate. Frammentazione che colpisce tutto il “sistema”: anche comuni (come la città di Vicenza, nel caso di quest’alluvione) che avrebbero più mezzi e possibilità di cavarsela da soli (è poi in ogni caso ovvio, naturale, che Bertolaso va a vedere e decidere a Vicenza, e non a Caldogno o Ponte San Niccolò, o Casalserugo…).

   E a sopperire a improvvisazioni e mancanza di “autorità vere uniche” c’è (dopo, quando il tutto è accaduto) la spesso commovente generosità dei singoli, di chi è preposto a questi compiti di emergenza (come i vigili del fuoco) e dei volontari, spesso molto giovani (come quelli inseriti nella protezione civile), gli alpini e tante altre meritorie associazioni…; e degli stessi amministratori pubblici che si vede che ce la mettono tutta, si danno da fare: ma anch’essi ognuno per proprio conto, spesso improvvisando, nel loro (troppo) “piccolo”. Volenterosi ma tristemente incompetenti.

   La frammentazione istituzionale la si vede adesso in Veneto, nell’emergenza dell’alluvione; ma l’eccessivo spezzettamento amministrativo è cosa di tutt’Italia. Dove, a proposito di acqua, esondazioni, frane, smottamenti, sette comuni su dieci sono a rischio idrogeologico (vuol dire che su 8.101 comuni ne sono a rischio 5.671).

   Una situazione frammentata incontrollabile: senza possibilità di razionalizzazione se prima non si passa per una sintesi amministrativa. Comuni (piccoli, comunetti…) che hanno nelle proprie mani l’urbanistica del proprio territorio, dove “mettere le case”; decidono il destino dei secoli a venire del paesaggio (il Veneto poi, con i suoi mille volti, dalla laguna alle Dolomiti, passando per bassa e alta pianura, aree collinari, pedemontane…).

   Si sa che la politica urbanistica dei comuni è quasi sempre, in modo naturale e spontaneo, influenzata da motivi clientelari, ora poi che ci son problemi di pochi soldi; e affidata a amministratori e tecnici spesso non in grado di gestire una materia così delicata: lasciare ai comuni la possibilità di gestire il loro piccolo o medio territorio decidendo dove mettere case, fabbriche e servizi, è pura follia (a poco o niente servono i piani di coordinamento regionale e provinciali).

   Così, nel caos anarchico dei “piccoli poteri” si sviluppa senza regole (e servizi, come la prevenzione idrogeologica) la “Conurbazione Veneta” (questa sì realtà che va avanti decisamente, senza bisogno di riconoscimento ufficiale e piani di attuazione).

   Non parliamo poi della messa in sicurezza del territorio (come la REGIMAZIONE dei corsi d’acqua, e ce ne accorgiamo nei casi di piene e tracimazioni come questo…) che ai nostri amministratori può venire in mente solo quando accadono fatti gravi (e, vi diranno, a ragione, che non ne hanno le risorse finanziarie per fare qualcosa).

   L’unica possibilità di lasciare ai comuni questa importante funzione (l’urbanistica e la gestione del territorio) è razionalizzarli unificandoli in più grandi e omogenee (geomorfologicamente e storicamente) realtà amministrative. In Italia 8.000 comuni sono troppi: ne basterebbero 800.

   In Veneto potremmo decidere di conservare gelosamente le rappresentanze municipali (dei paesi, delle frazioni…): basta che siano volontarie (cioè che lo facciano gratuitamente); ma al posto di 581 comuni, piccole dispersive realtà amministrative, pensiamo a un’ottantina di città, “omogenee” nella loro geografia, economia e storia (con una media di 60.000 abitanti ciascuna).

   Solo così si può lasciare a loro (nuove città) la politica urbanistica e di assetto del proprio territorio e di prevenzione delle emergenze come questa delle alluvioni.

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«QUESTO NORDEST E’ DA DISFARE E RIFARE»

di Adriano Favaro, da “il Gazzettino” del 4/11/2010

– «Dati storici inutili se l’urbanizzazione cresce ogni anno del 5 %» – 

   «Biagio Marin diceva che il passato non esiste, deliziosa frase, parlando di fiumi. Aveva ragione». Andrea Rinaldo è ordinario di costruzioni idrauliche nell’Università di Padova e professore di “Hydrology and Water Resources all’École Polytechnique Fédérale de Lausanne”. Autore di oltre 250 pubblicazioni scientifiche, è uno dei 5 saggi del Mose e incaricato dalla presidenza del Consiglio per il Piano generale di Salvaguardia di Venezia.
      Alluvioni senza passato?
     
«Finora ci si è basati per calcolare i rischi su lavori degli ultimi 100-200 anni di storia di cui 70-80 misurati bene. Tutto funzionerebbe bene, ma…».
      Cosa?
     
«Non si può credere, come fatto, che il bacino sia lo stesso. Non è vero. Abbiamo sfasciato il territorio».
      Ma le piogge incredibili?
     
«La vera alluvione alla quale sottostiamo ogni giorno è quella della bruttezza di questa terra. Un fiume da solo non esiste. Occorre considerare tutto quello che lo accompagna; gente, vita servizi, viabilità. Non lo si fa».
      600 millimetri di acqua è quella che cade in metà anno, se viene giù in due giorni?
     
«Il punto critico esiste sempre per un territorio. C’è una proporzione tra la durata degli eventi e il tempo idrologico previsto, cioè in quanto un bacino si riempie e si svuota. Il problema vero è un altro».
      Quale?
     
«Gli ingegneri idraulici calcolano il tempo di ritorno di un evento, non la scadenza. Sappiamo qual è la media. Ma possono capitare due eventi previsti ogni mille anni anche in due anni successivi. È già accaduto in Colombia. Quello che si vede al Nordest è anche questo».
      Colpa
      «Del territorio sfasciato, anche dal punto di vista etico. Un teologo veneziano don Germano Pattaro diceva che lo “spirito di povertà lo hanno solo i siori”, chi ha un alto tenore di vita cioè. E il Nordest ha avuto un alto tenore di vita. Nessun spirito etico verso il posto dove si viveva: via con l’asfalto, il cemento. Abbiamo trasformato in pietra il nostro territorio».
      Rimedi?
     
«Ci sarebbero, ma prima bisogna capire guardando le mappe delle città degli anni ’70 e adesso. Tutto è città ormai e una piazza non ritornerà campo di frumento».
      Sapere nostalgico…
     
«Goethe parlava delle meraviglie della strada tra Vicenza e Padova: guardiamola adesso. Non esiste il ritorno all’Arcadia e se dico questo è perché il problema idraulico non è scollegato da territorio e paesaggio: quello brutto voglio dire».
      Soluzione, da scienziato?
     
«Occorre mettere mano al territorio, avere un’idea diversa di pianificazione territoriale e gli strumenti per capire questi eventi. Sapendo che non ci sono provvedimenti salvifici accettabili: non si riescono a fare invasi che possano contenere le tracimazioni enormi».
      L’emergenza ormai è ad ogni stagione.
     
«La frequenza dei disastri è aumentata, si vede. Padova va sotto ogni anno? Devono fare un diversore per l’Arcella. Ma non c’è pianificazione: per regola prima si dovrebbero costruire le vie d’acqua e poi gli aggregati urbani. Niente di tutto questo».
      Ma un rimedio ci sarà?
     
«Un patto tra ecologisti e capitale. L’ambiente naturale quasi non esiste più. L’urbanizzazione cresce del 5-7% all’anno. Ricordo che anche la laguna è state costantemente “costruita” e modificata, per esempio. Però nel giro di una generazione – se investi in cultura – tutto può cambiare. Non è solo questione di denaro»
      Stop all’alluvione di bruttezza.
     
«E via ad un nuovo modello di sviluppo: occorre “disfare” una parte del territorio per poterlo rifare. Ed è un territorio che “vale tanto”, golene escluse. Non critico le agenzie che ci lavorano, sono eccellenze italiane. Però i fiumi si debbono pensare col paesaggio, coi valori culturali, con l’economia. I rimedi possono venire dal mercato e dagli ideali. Bisogna cominciare a crederci».

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LA PIENA? SI SEGUIVA IN DIRETTA WEB

di Marco Scorzato, da “il Giornale di Vicenza” del 6/11/2010

UNA INCREDIBILE SCOPERTA. L’Ufficio dighe dell’ente trentino pubblica on-line il monitoraggio costante della portata dei corsi d’acqua che attraversano il Nord Est. Già domenica sera il sito della Provincia di Trento raccontava l’ingrossamento del Bacchiglione. A portata di cittadini. E istituzioni.

   La piena del Bacchiglione era a portata di clic. Quasi in diretta. Bastava avere un accesso a Internet e nella notte tra domenica e lunedì, nelle ore che hanno preceduto il disastro, si poteva seguire l’impressionante ingrossamento del fiume, ora dopo ora. Anche dal Canada o dall’Australia. Bastava entrare nel sito web della Provincia autonoma di Trento dove, all’incirca ogni tre ore, viene aggiornato il livello e la portata dei corsi d’acqua di tutto il Nord Est, Vicentino compreso.
   Era tutto a portata di mouse, sia per i cittadini (ma chi poteva pensare di andare a cercare sul sito dei trentini?) che per le istituzioni: quelle chiamate a individuare l’emergenza e a dare l’allerta.
LA DENUNCIA. È quanto ha notato, tra gli altri, l’avvocato Alessandro Zagonel che ha messo – questo ed altro – nero su bianco nella denuncia-querela contro le istituzioni. La denuncia, firmata da un comitato di cittadini, chiama in causa il sindaco Achille Variati, il capo della protezione civile Guido Bertolaso, il prefetto Melchiorre Fallica, il responsabile di Arpav Veneto e quelli regionale, provinciale e comunale del Genio civile. I reati ipotizzati sono pericolo e danno colposo e omissione colposa di cautele contro i disastri.

la pagina WEB della Provincia di Trento monitora costantemente la portata del Bacchiglione: è ben visibile il picco tra domenica 31 ottobre e lunedì 1° novembre

TUTTO MONITORATO. Nella denuncia si sottolinea che «il rischio di inondazione era facilmente prevedibile», non solo perché rilevato da numerosi esperti di meteorologia, ma anche perché c’erano strumenti per monitorare in maniera costante la situazione. Di più: i dati erano pure fruibili da chiunque avesse accesso a internet, ad esempio collegandosi al sito della Provincia autonoma di Trento e cliccando sul link “dati on line” (http://194.105.50.170/Sito/). Era così possibile leggere gli aggiornamenti – ogni tre ore circa – dei livelli dei corsi d’acqua del Nord Est, compresi quelli vicentini e lo stesso Bacchiglione.
   Il sito trentino, come si vede qui sopra, cita esplicitamente la fonte dalla quale attinge i dati relativi al fiume vicentino: la Regione Veneto.
L’IMPENNATA DI DOMENICA. Come si vede dal grafico qui pubblicato, dall’alba di domenica a lunedì pomeriggio (31 ottobre e 1° novembre, ndr) il sito dava conto di un’incredibile impennata nella portata del fiume, misurata sia a Ponte del Marchese che a Ponte degli Angeli. Alle 3 di mattina di domenica c’erano 91 centimetri, dopodiché la pioggia e lo scioglimento della neve in quota, ha fatto aumentare il livello in maniera progressiva ed esponenziale. A mezzogiorno era già a due metri e mezzo, alle 21.30 era a 4 metri e mezzo e a mezzanotte sopra i 5 metri.

   Quell’impressionante “curva” che sale vertiginosamente tra il pomeriggio di domenica e la mattina di lunedì – fino a 6 metri e 17 centimetri – è la traccia indelebile di un disastro che non solo si stava materializzando, ma era pure seguito in tempo reale. Il che – nell’annus domini 2010 – non dovrebbe essere un fatto eccezionale, ma una normalità. Ciò che lascia l’amaro in bocca – per usare un eufemismo – è che, nonostante la portata del fiume fosse misurata ora dopo ora e per giunta divulgata in tutto il mondo grazie alla Rete, molti cittadini non sono stati raggiunti dall’allarme. Avrebbero potuto mettere in salvo auto, mobili, foto e ricordi? Forse sì.
   «Questi dati – scrive Zagonel nella querela – colpevolmente ignorati o sottovalutati evidenziano una criticità della situazione che anche ad un ignorante non può che balzare agli occhi». Come si può definire un aumento della portata del fiume di cinque metri in 24 ore se non come emergenza?   (Marco Scorzato)

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UNA GIORNATA in balìa del fiume

da “il Mattino di Padova”, 4/11/2010 

A Casalserugo l’acqua ha inondato centro e frazione, isolando il paese

CASALSERUGO (Bassa Padovana). Solo verso sera l’acqua comincia a scendere, molto lentamente, ma Casalserugo resta isolato, per il 60 per cento allagato. Gli sfollati sono almeno duecento, ma è difficile tenere la contabilità del disagio perché chi può cerca di arrangiarsi.  

   In molti, infatti, chiedono ospitalità a parenti o amici, anche fuori paese, nella speranza di tornare a casa quanto prima. Ma c’è anche chi ha scelto di dormire in macchina. Dopo una notte di angoscia, durante la quale l’acqua si è impossessata di buona parte del centro e della frazione di Ronchi, al mattino la notizia della chiusura dell’argine a Roncajette è stata accolta come un primo incoraggiate segnale positivo, anche se ci vorranno giorni perché la situazione torni alla normalità.  

NOTTE IN BIANCO. In pochi sono riusciti a chiudere occhio la notte scorsa, mentre l’acqua avanzava. Impossibile opporre resistenza, l’unica soluzione era scappare. Prima da via Sperona, la provinciale verso Polverara, poi dalle strade laterali, dalla zona del municipio, trasformata in una piscina profonda un metro e mezzo, quindi verso sud, in direzione di Ronchi. Sott’acqua anche la provinciale per Bovolenta.

   A mezzanotte e mezzo la sindaco Elisa Venturini, megafono alla mano, a bordo del furgone della protezione civile ha girato per le strade della frazione che stavano per essere sommerse dall’acqua invitando tutti ad andarsene, e in fretta. Il pomeriggio precedente il centinaio di sfollati dal primo centro di accoglienza nel palasport erano stati trasferiti proprio a Ronchi, in patronato, allora ritenuto un posto sicuro. Non è stato così.

   Per la terza volta sono stati sfollati e hanno trovato ospitalità nella palestra di Maserà, dove rimarranno anche oggi. A trasportarli ci hanno pensato i carabinieri con due pullman. Anche Albignasego ha messo a disposizione i locali della Casa delle Associazioni per accogliere un altro centinaio di sfollati. Fra loro ci sono anche diversi anziani, assistiti dai parenti e dal personale della croce rossa.  

I SOCCORSI. «La notte scorsa alle 4, con l’acqua che continuava a salire un po’ ovunque c’eravamo solo noi – racconta il sindaco Venturini, che in 48 ore ha chiuso occhio sì e no un’oretta – Una ventina di uomini della protezione civile e i nostri carabinieri, di fronte a qualcosa che non potevamo fermare. Poi sono arrivati i soccorsi: vigili del fuoco dal Piemonte, volontari della protezione civile di Albignasego, Cartura, Polverara, sommozzatori con gommoni e mezzi anfibi, trattori.

   E’ venuto anche il vice presidente della Regione Marino Zorzato, che ha annunciato la proclamazione dello stato di calamità naturale. Con il passare delle ore pare che l’acqua inizi a calare di livello, ma non voglio farmi illusioni. In centro c’è un forte odore di gasolio, probabilmente nella parte allagata si è danneggiata una cisterna, ma per il momento non si può fare nulla, bisogna aspettare che l’acqua scenda. E’ mancata l’elettricità, tornata in buona parte del paese dopo le 20. Il black out ha fatto saltare anche i ripetitori dei cellulari, rendendo difficili le comunicazioni. Le scuole restano chiuse anche oggi. In serata la sindaco è stata convocata in Prefettura.

   «La situazione resta critica a Ronchi – racconta – dove l’acqua fatica a defluire ed è difficile raggiungere le zone più isolate. Del resto, il nostro territorio comunale si insinua parecchio a sud, fin quasi alle porte di Bovolenta, dove è tutto allagato».  

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«IN FUTURO ALLARME CON SIRENE»

di Gian Marco Mancassola, da “il Giornale di Vicenza” del 7/11/2010 

– Il sindaco di Vicenza Variati: «Lo Stato ci deve aiutare per forza. Altrimenti ci sarà una ribellione» – Un circuito di sirene nei quartieri più a rischio. Vicenza come Venezia. L’acqua alta fa paura. Due allarmi rossi in un anno solo. –
   Un disastro a novembre e un’esondazione sfiorata a maggio. Troppo per una città sempre più fragile, che galleggia su 150 chilometri di fiumi: una rete che può stritolare. Sei giorni dopo il disastro di Ognissanti, Achille Variati è un sindaco sospeso tra l’emergenza e la necessità di guardare oltre la sciagura per evitare che si ripeta.
Due eventi traumatici in sei mesi. I fiumi fanno sempre più spesso paura e provocano danni. Cosa si può fare per allertare la popolazione?
Nel sistema della comunicazione dell’emergenza c’è molto da cambiare. Innanzitutto deve affinarsi la comunicazione fra chi segue l’evoluzione meteorologica e noi sindaci. Non basta un bollettino come quello che abbiamo ricevuto. Serve un quadro completo e perfetto per le 24 ore, che consideri non solo il maltempo, ma anche le condizioni idrogeologiche, la salute degli argini, la situazione generale. A quel punto si può chiedere al sindaco di intervenire, sapendo che può essere solo un intervento riparatorio. Oggi siamo alla comunicazione orale: non funziona così.
Cosa si può fare?
Metteremo in piedi un meccanismo di allarme, utilizzando i moderni sistemi di comunicazione: sms, telefonate in automatico per avvertire anche di notte, anche nei giorni festivi, residenti, negozianti, artigiani, professionisti. Realizzeremo un sistema di allarme come quello veneziano, sirene che suonino in tutti i punti in cui gli argini sono deboli e il rischio di esondazione è più alto. Dobbiamo migliorare anche la capacità di intervenire capillarmente. Non ci sono cittadini di serie A e di serie B. Alcune zone all’esterno del centro storico sono state lasciate sole per le prime 24 ore. Me ne scuso. Non deve più accadere.
Che sindaco era quello di lunedì mattina?
Non ho mai dormito nella notte tra domenica e lunedì. Quando ho visto il fiume vicino all’Olimpico ho capito che la situazione era allarmante. Quando vedi la città di cui sei sindaco sotto acqua, quando vedi i volti disperati, si prova un senso di impotenza e di grande debolezza. Però capisci anche che tocca a te. Il sindaco non può scappare, soprattutto quando c’è dolore e c’è rabbia.
Ha nulla da rimproverarsi?
Francamente no. Credo di essere un sindaco molto presente. Non avrei mai sottovalutato una situazione così, sapendo le conseguenze irreparabili a cui può andare incontro la città per un mancato allarme. È un errore che non ho fatto e non farei mai.
Il momento più brutto, l’immagine più drammatica?
Via IV Novembre che diventa un fiume si sta per trascinare via una donna, che abbiamo salvato con un gommone. Ho capito che in ballo c’erano anche le vite, non solo le cose. L’altro momento drammatico di sconforto è stata la notizia del ritrovamento di una seconda vittima nell’Astichello. Nello stesso giorno, poche ore dopo, ho assistito alla scena dei ragazzi in fila per diventare volontari. Per me quella è stata la svolta per la rinascita.
Perché due unità di crisi nel primo giorno?
Lunedì avevo compreso che in prefettura c’era una cabina di regia con una visione provinciale. La città aveva bisogno di un’attenzione specifica, servivano le conoscenze dei tecnici comunali e di Aim e Amcps. Per questo abbiamo creato un coordinamento comunale. Ma sempre in collegamento con l’organizzazione generale e con la massima collaborazione da parte del prefetto Melchiorre Fallica, che ha sempre capito le nostre esigenze, come la necessità di tenere aperta la discarica di Sant’Urbano, nel Padovano, anche di domenica.
Il bacino di laminazione di Caldogno è la soluzione?
Da quanto ne parliamo? Troppo tempo. Usciti dall’emergenza, promuoverò un incontro con tutti i sindaci del Bacchiglione, perché dobbiamo pretendere azioni e interventi specifici.
Si profila la composizione del nuovo bilancio. Prevedete detrazioni Ici o Irpef per gli alluvionati?
Sì, ma sono piccoli aiuti. Da soli non possiamo farcela. Abbiamo assoluta necessità di un aiuto dallo Stato. Se non arrivassero quei fondi indispensabili, sarebbe un colpo duro, credo ci sarebbe una ribellione. È molto pericoloso per questa terra. Io sarei con la mia città, perché ho visto la disperazione negli occhi degli alluvionati.
Molti vicentini non hanno avuto danni: che sensibilità si aspetta?
Anche se non sono molto abbiente, ho già versato mille euro nel conto che abbiamo attivato. Mi auguro che giunga un segnale di solidarietà, di prossimità da parte di chi sta assistendo alla disgrazia di chi gli è vicino. (Gian Marco Mancassola)

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TERRITORI DIMENTICATI

IL NORDEST SOTT’ACQUA NON VA IN PRIMA PAGINA

Il dramma di Veneto e Friuli sommersi non fa notizia. Poco spazio e titoli minori sui grandi quotidiani

di Chiara Pavan, da “Il Gazzettino” del 4/11/2010 

   I dati sono da «post-tsunami», parola della senatrice Maria Pia Garavaglia, ma la percezione del disastro in Veneto, osservando i media nazionali, è quella di una piccola pioggia-calamità che, puntuale, flagella di tanto in tanto l’Italia. Nulla di più.

   E i maggiori quotidiani si uniformano nella “quantità” di spazio da dedicare all’evento: Corriere, Repubblica, Stampa, Giornale, Libero e Avvenire, il primo giorno (2 novembre), si “tuffano” sul dramma e lo raccontano con dovizia di particolari. Titoli o richiami in prima pagina, un’immagine che esalta le proporzioni del disastro, poi due pagine all’interno, con i servizi, la galleria fotografica, i commenti, i “diari”, le accuse, le controaccuse, i pareri degli esperti e le interviste.  La cronaca di un disastro annunciato finisce subito però.

   Il secondo giorno (3 novembre), quello dei morti, dei danni, dei dispersi, la catastrofe si anestetizza in un blando “allarme maltempo”. E c’è – indifferentemente dal peso – il rischio Italia, dal Veneto alla Toscana passando anche per la Calabria, con qualche riquadro specifico sulle città più in difficoltà, come Vicenza. Ma prima pagina addio. O quasi.

   Come fosse normale avere migliaia, ripetiamo migliaia, di sfollati. “Il Sole 24 Ore” opta per un titoletto che rinvia ad un articolo all’interno. La Repubblica (che il giorno prima aveva parlato di 20 mila evacuati, cioè metà dell’Aquila) condensa le “emergenze” in una risicata mezza pagina. Ma neppure una riga sulla prima.  Dove invece campeggiano ancora i rifiuti di Napoli.

   Il Giornale si produce in una pagina intera (ma niente “prima”) mentre Il Corriere nazionale spazia tra i drammi di Toscana, Vicenza e Calabria: due mezze pagine bastano. “Libero” si concentra, in una pagina, sulla situazione di Soave. “La Stampa” che sembra aver maggiormente compreso la vastità del danno: su “Fango e rabbia, il Veneto sconvolto dall’alluvione” costruisce due pagine che non soltanto perimetrano la situazione, ma cercano di analizzarla attraverso reportage, analisi, interviste. É “Avvenire” che fotografa meglio in prima pagina e all’interno il dramma del Nordest alluvionato.

   Anche i titoli paiono “distratti”. Nel tragico momento che gli alluvionati stanno vivendo “pioggia assassina” campeggia sulle pagine di “Libero” (2 novembre). Con “diluvio universale” che riassume l’“Allarme in tutto il Veneto” se la cava il Giornale. Tutto sembra fatto in barba agli appelli di Zaia, «siamo in ginocchio, dobbiamo farlo sapere».

   E non esplodono nella carta stampata i numeri che delimitano una regione in seria difficoltà (tremila sfollati, 121 comuni interessati, due morti, un disperso, 100 milioni di euro di danni). Il Veneto “ferito” e diviso in due non riesce a fare breccia nell’immaginario collettivo italiano. Nemmeno l’autostrada Interrotta tra Milano e Venezia basta a far capire la gravità.

   Sarà la nomea da “primo della classe”, quel luogo comune che trasforma il Nordest in una sorta di mondo a sè sempre capace di autorigenerarsi e di sopravvivere nonostante le calamità. O forse la sindrome degli “antipatici” descritta dallo scrittore e poeta Gian Mario Villalta nel suo “Padroni a casa nostra. Perché a Nordest siamo tutti antipatici” (Mondadori). Sta di fatto che di allagamenti, devastazioni e sfollati veneti il resto d’Italia non vuol sentir parlare.

   «Il Nordest viene abitualmente considerato dai media come una sorta di flusso di merci – spiega Villalta – però la “locomotiva economica” del paese di cui si parlava negli anni Ottanta non ha attualmente neanche il fischio: non è riuscita a mettere insieme un giornale, un gruppo editoriale che conti, una televisione (neanche per ridere) o istituzioni che abbiano un senso qualsiasi. L’area resta fuori dai flussi dell’informazione», chiude Villalta. E l’alluvione di questi giorni lo dimostra. (Chiara Pavan)

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ALLUVIONE VENETO, l’appello di Zaia: “Siamo in ginocchio, serve l’aiuto di tutti”

La richiesta d’aiuto del governatore. Bilancio tragico dopo l’alluvione dei giorni scorsi. Oltre 3000 sfollati, 121 i Comuni coinvolti, più di 500 mila le persone colpite. Devastate la zone agricole, annegati 150 mila animali d’allevamento. Il governo dichiara lo stato d’emergenza. La Regione apre un conto corrente per le donazioni. Ed è di nuovo allarme maltempo

ROMA – Il Veneto “è in ginocchio, e ha bisogno dell’aiuto di tutti”. Con queste parole il governatore Luca Zaia lancia l’ennesimo appello a cinque giorni dall’alluvione che ha colpito il Nordest e in particolare la regione da lui governata. Zaia spiega di avere già ricevuto alcune risposte positive dalle banche “in termini di elargizioni di fondi, di contribuzioni speciali, di moratorie sulle rate dei mutui delle prime case”, ma quello che lui lancia “è un grido di aiuto che non è rivolto solo al governo, a cui chiediamo un miliardo di euro, ma a tutti i cittadini volenterosi che magari ricordano un qualche aiuto avuto dal Veneto in tutti questi anni”. Intanto, per domenica si prevedono nuove precipitazioni e torna l’allarme per il rischio idrogeologico e idraulico.

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Il bilancio. Il bilancio della violenta ondata di maltempo è pesante. Tre morti, oltre tremila sfollati, più di 500 mila le persone colpite in vario modo dall’alluvione , 121 i Comuni coinvolti. I danni ammontano a “una cifra che si aggira attorno al mezzo miliardo di euroforse anche un miliardo. Solo per tappare i buchi, non certo per opere strategiche”, dice Zaia, che protesta anche per quella che definisce una “sottovalutazione a livello nazionale” del maltempo, sostenendo che “nelle prime giornate obbiettivamente siamo stati trascurati. Ora abbiamo bisogno di risorse, di ricostruire gli argini dei nostri fiumi. Non abbiamo la politica del fazzolettino sempre pronto per il finto pianto, ma questa volta non abbiamo neanche le lacrime e la situazione è veramente grave”.

Gli stanziamenti della Regione e il conto corrente. La Regione Veneto ha stanziato 2 milioni di euro per far fronte ai primi interventi emergenziali, ma altre risorse verranno reperite in sede di revisione di bilancio e in quello di previsione 2011 per mettere in sicurezza il territorio e per un ristoro parziale dei danni subiti dai cittadini e dalle imprese. Ed è stato attivato un conto corrente presso Unicredit Banca sul quale è possibile versare contributi. Queste le coordinate bancarie: codice iban IT 62 D 02008 02017 000101116078.  Le operazioni di versamento o bonifico effettuate presso Unicredit saranno esenti da spese o commissioni.

Nuovo allarme. Stato di preallarme per il rischio idrogeologico e idraulico in Veneto per le precipitazioni previste per domenica e per il perdurare di livelli sostenuti sui fiumi Bacchiglione, Livenza e Fratta-Gorzone. C’è il rischio di frane, anche di grosse dimensioni. Preoccupazione destano la frana del Rotolon, nel vicentino, presso Recoaro, e alcune situazioni nella conca bellunese dell’Alpago e nel trevigiano. Non sono escluse inoltre rotture degli argini già compromessi a livello locale. Attenzione anche per la piena del Po, per le attività agricole, gli insediamenti, i cantieri di lavoro e altre attività presenti lungo le sponde del fiume del fiume, come la navigazione e gli approdi fluviali.

Dal Cdm stato di emergenza. Il governo intanto ha dichiarato lo stato di emergenza, sia per il Veneto che per il Friuli Venezia Giulia, la Liguria, la Calabria, e per le due province toscane di Lucca e Massa Carrara, e ha annunciato lo stanziamento di 20 milioni di euro “per le prime emergenze”, come ha spiegato ieri, al termine del Consiglio dei ministri, il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso che sull’emergenza riferirà sarà mercoledì prossimo in Aula alla Camera.

Protezione civile e volontari. Bertolaso ha ricordato che nelle operazioni per il ripristino delle condizioni di normalità sono impegnati vigili del fuoco, Genio militare e altre forze armate, forze dell’ordine, volontari e colonne mobili regionali per un totale di circa 10 mila unità, confluite in particolare nelle province di Verona, Vicenza e Padova, dove sono tuttora in corso le operazioni di ripristino delle condizioni di normalità. Intanto questa mattina è partito un convoglio delle Protezione Civile del Piemonte per raggiungere i Centri di coordinamento soccorso di Bovolenta, in provincia di Padova,e a Vicenza. La colonna è dotata di 4 autocarri ribaltabili, motopompe, minipale, torri faro, sacchetti di iuta e fuoristrada e conta su 40 volontari.

Cia: bene stato di emergenza ma fondi insufficienti. Bene lo stato di emergenza ma i 20 milioni sono inadeguati per fronteggiare i danni, soprattutto in Veneto. Sono indispensabili risorse certe anche per il mondo agricolo che ha subito conseguenze disastrose: le prime stime parlano di 200-250 milioni di euro. Lo dice la Cia, la Confederazione italiana agricoltori che ribadisce l’esigenza di un’immediata azione concreta che permetta di dare risposte esaurienti alle popolazioni, al sistema imprenditoriale, al territorio, oggi in una situazione drammatica. L’agricoltura, spiega la Confederazione, registra “una vera e propria devastazione nelle cinque regioni colpite, ma soprattutto in quella veneta è totalmente in ginocchio, specialmente nelle provincie di Vicenza, Padova e Verona. Tantissime le imprese agricole che hanno subito danni ingenti alle strutture (cantine, stalle e serre) e sono finite sott’acqua. Scenario tragico anche per gli allevamenti e le coltivazioni (cereali, vitigni, oliveti, tabacco, piante e fiori, ortaggi e radicchio), completamente distrutte. Ma anche nelle altre regioni lo scenario non è certo confortante”.

Una strage di animali. Oltre centomila tacchini, ventimila polli, cinquemila conigli e centinaia di maiali e mucche per un totale di circa 150 mila animali sono morti annegati in Veneto, secondo il bilancio provvisorio della Coldiretti. “Una vera e propria carneficina – si legge in un comunicato – nel triangolo di terra fra le province di Padova, Vicenza e Verona dove forte è la concentrazione di allevamenti. Migliaia di ettari di terreno – continua Coldiretti – restano ancora sott’acqua e sono andati persi interi raccolti di tabacco, compromesse le coltivazioni di ortaggi e distrutte serre e fungaie, con perdite complessive di decine di milioni di euro. Ci vorrebbero ancora giorni di sole per permettere alla terra di assorbire tutta l’acqua mentre si preannuncia un fine settimana di maltempo”. La Coldiretti del Veneto ha scritto a Berlusconi affinché siano sfruttati tutti gli strumenti legislativi in vigore per sostenere gli allevatori in difficoltà.

Prorogato il divieto di caccia. Con un decreto firmato dal presidente della Regione Zaia, è stato prorogato in alcune zone delle province di Padova, Treviso e Vicenza il divieto di caccia emesso con validità dal 3 al 6 novembre, per la grave situazione determinatasi a carico dei patrimoni faunistici a seguito dell’alluvione.

Storie a lieto fine. Ci sono anche storie a lieto fine che riguardano animali salvati dalle acque nelle cronache dell’alluvione che ha colpito il Veneto. A Monteforte (Verona), uno dei comuni sommersi dall’esondazione dell’Alpone, agenti della polizia stradale e carabinieri hanno messo in salvo otto cani, un gatto e alcuni ovini che rischiavano di annegare. Lo hanno reso noto i rappresentanti della Lav, la Lega antivivisezione, che hanno espresso il proprio ringraziamento agli uomini delle forze dell’ordine. I cani salvati, benché feriti, sono stati restituiti ai loro proprietari. Nella stessa zona di campagna completamente allagata non ce l’hanno fatta a salvarsi invece due asini, un cavallo e una capra, annegati prima che polziotti e carabinieri, a bordo di una barca recuperata sul luogo, riuscissero a raggiungerli.

06 novembre 2010

da http://www.repubblica.it/cronaca/2010/11/06/news/veneto_alluvione

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Argine e chiesa di Selvazzano (fiume Bacchiglione, a ovest di Padova)

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la piena del Livenza a Motta di Livenza (parte orientale della provincia di Treviso)

 

2 thoughts on “VENETO SOTT’ACQUA, CHE HA BISOGNO DI SINTESI ISTITUZIONALE – La necessità di “disfare” una parte del territorio per poterlo rifare – Interventi macro e micro – Non è possibile lasciar decidere l’urbanistica a questo tipo di comuni

  1. LUCA venerdì 12 novembre 2010 / 4:50

    “Perché la coscienza della realtà non defluisca, insieme alle acque esondate, e scompaia all’orizzonte fino alla prossima alluvione, occorrono poche convincenti azioni come l’approvazione della carta del rischio idrogeologico e del piano paesaggistico e il congelamento, fino ad allora, di ogni provvedimento urbanistico – varianti, piani di recupero, progetti straordinari… – ad ogni livello” (Gianni Belloni).

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