VENETO ALLAGATO e unità d’Italia in crisi – REGIMAZIONE (dei fiumi) e Federalismo: sistemare il territorio, con una nuova responsabilità locale, vale come proposta per tenere assieme l’Italia che si sta smembrando

Vicenza – la sponda provvisoria imbastita in CORTE DE RODA lungo il Bacchiglione (foto ripresa da “il Giornale di Vicenza” del 20/11/2010, Coloforto Artigiana) - (…) Al di là dei danni - enormi - alle case e alle cose, l'inondazione ha inferto ferite profonde alle persone. Più che fuori: dentro. I vicentini: hanno perduto tranquillità e sicurezza. Oggi hanno paura dell'acqua. Cioè: di se stessi, del proprio mondo di vita. Perché anche Vicenza, Verona, Padova, Treviso - non solo Venezia - sono città d'acqua. Attraversate da fiumi, rogge, canali (ILVO DIAMANTI, da “la Repubblica” del 9/11/2010)

   Napoli (e Palermo, e il Sud) che non riesce a gestire i propri rifiuti. Il Veneto a cui non interessa nessuno dell’alluvione che ha vissuto (e sta vivendo), e mal amministrato nell’urbanistica del territorio dai troppi, 581, comuni. L’Abbruzzo in crisi di identità che vuole recuperare (a ragione) lo splendore del vivere nella città storica dell’Aquila e dei suoi centri più piccoli distrutti dal terremoto. I quartieri delle grandi città in degrado (Roma con Tor Bella Monaca e altre borgate, Milano…). Le città diffuse lungo le strade vere PERIFERIE grigie e brutte da viverci… Insomma pare proprio che da ogni parte si guardi la GEOGRAFIA del “Paese Italia” si possa dire che va ripristinata una qualità perduta.

   E’ su questa base pertanto che il Veneto disastrato dall’alluvione, e “dimenticato” dal resto d’Italia (forse perché terra “antipatica” e che in ogni caso sa arrangiarsi…), con tutte la sua popolazione nelle sette province che incomincia a capire che convivere con l’acqua non è solo una necessità dei veneziani… il Veneto disastrato deve “buttare il cuore oltre l’ostacolo”: darsi una politica territoriale efficiente e vera per ogni sua realtà: la pianura disastrata dall’urbanizzazione; la mezza montagna abbandonata completamente; la montagna turistica sfruttata irrazionalmente; le coste erose dal mare ma ancor di più da troppo urbanesimo; le colline che franano sotto l’azione dello sfruttamento economico, e inquinante, pazzesco (come la concentrazione ipereccessiva dei vitigni del Prosecco nella pedemontana trevigiana…).  

REGIMAZIONE, argini e messa in stato di sicurezza

   Capire come e cosa fare, da dove iniziare e come trovare le risorse finanziarie….. un progetto complessivo che tenteremo pure noi di porre all’attenzione, per alcune priorità (la regimazione dei fiumi e come farla…) magari anche attraverso convegni e coinvolgimento del mondo politico. Iniziare un processo virtuoso non è cosa impossibile: uscire da una perenne emergenza può portare a rivitalizzare idee, contenuti, azioni sui territori che rimettono in gioco un sano sviluppo che rimedia i danni ambientali fin qui procurati; e cerca soluzioni al futuro delle terre in cui viviamo.

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IL NORDEST RESTA UNA PERIFERIA

Politica ed economia non hanno riscattato il territorio

di ILVO DIAMANTI, da “la Repubblica” del 9/11/2010

(…) Al di là dei danni – enormi – alle case e alle cose, l’inondazione ha inferto ferite profonde alle persone. Più che fuori: dentro. I vicentini: hanno perduto tranquillità e sicurezza. Oggi hanno paura dell’acqua. Cioè: di se stessi, del proprio mondo di vita. Perché anche Vicenza, Verona, Padova, Treviso – non solo Venezia – sono città d’acqua. 

   Attraversate da fiumi, rogge, canali. Vicenza e l’area colpita dall’alluvione: galleggiano su un bacino di falde fra i più grandi d’Europa. L’alluvione ha suscitato inquietudine. Non che non ce ne siano state altre, prima. Molti ricordano – ed evocano – quella del 1966. Che ha provocato danni minori. E allora aveva piovuto molti giorni, dal 28 ottobre fino al 4 novembre.

   Questa volta sono state sufficienti 36 ore di pioggia improvvisa, battente e ininterrotta, insieme allo sciogliersi rapido delle nevi nelle montagne vicine (complici lo scirocco e un veloce rialzo della temperatura). Il Livelòn (come viene chiamato nel vicentino il Bacchiglione) si è trasformato nel Nilo in piena. Inimmaginabile, per me – come per molti vicentini. Anche se, in questi anni, ho visto cose che voi umani…
   Un territorio verde: urbanizzato senza limiti e senza regole. Le strade, punteggiate di rotatorie, sempre più numerose. Spesso sorgono isolate, in mezzo ai campi – indicano che lì nascerà, presto, una nuova entità immobiliare. Un nuovo non-luogo abitato da stranieri. (Perlopiù “italiani”; ma stranieri perché estranei l’un l’altro.) E poi capannoni, zone artigianali e commerciali, piscine, centri sportivi. Difficile chiedere ai torrenti di domare piene improvvise e imprevedibili. In molti punti, gli argini non ci sono più. I campi intorno non tengono. Non drenano. Anche perché, di frequente, sono stati “livellati” dai cavatori.
   I vicentini temono che un evento come questo possa ripetersi ancora. Se son bastati due giorni di pioggia… Sanno, d’altronde, che, in parte, è il prezzo del successo. Meglio poveri e negletti, in un territorio sicuro e ameno – come trent’anni fa – o ricchi e famosi, ma anche più insicuri e in un ambiente deteriorato – come oggi? Il dilemma non è nuovo. Mai come ora, però, è divenuto tanto evidente, invadente e devastante.
   C’è, però, un altro aspetto che ha sorpreso – e spiazzato – i vicentini (e i veneti). Il fragoroso silenzio dei media e della politica nazionale sul disastro che si abbatteva su di loro (noi). Il mitico Nordest. Nei giorni critici: relegato a pagina 20 dei quotidiani e a metà telegiornale. In coda ad Avetrana, ai rifiuti di Napoli, Ruby e gli scandali di Silvio. Per scomparire in fretta, all’indomani.
   Così i veneti e i vicentini hanno scoperto che la loro immagine, il loro rilievo – in una parola: la loro “rappresentanza” – non sono migliorati negli ultimi 20 anni. Nonostante siano divenuti la capitale della piccola impresa e del lavoro autonomo. Il modello dell'”Italia che lavora e che produce”. Nonostante siano andati al governo, insieme ai loro partiti di riferimento: il PdL e soprattutto la Lega. Nonostante abbiano eletto governatore Luca Zaia, con il 60% dei voti. Un plebiscito. Per diventare indipendenti come la Catalogna e la Baviera.

   Nonostante tutto questo, Vicenza, il Veneto, il Nordest non fanno notizia. L’alluvione appare una “tragedia minore che si consuma in una provincia minore. Non merita inchieste. Al massimo una cronaca. Minore.”
   Alcuni lettori mi hanno scritto per lamentare altre tragedie rimosse. L’Italia è costellata di tragedie minori – dimenticate. Ma il Nordest, il Veneto, Vicenza: pensavano di essere diventati grandi. Un Centro. Non è così. Sono ancora Periferia. Romana e padana. Dove i leader romani e padani – Berlusconi e Bossi – si recano quando tutto è finito. Quando l’acqua è rientrata nei fiumi. (Per ora.) Resta il fango nelle strade e nelle case. Rammenta che siamo ancora una terra di confine. (Ilvo Diamanti)

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 NUOVA ONDATA DI PIOGGE – L’ALLARME ARRIVA SMS

LA GRANDE ALLUVIONE. Nel fine settimana sarà testato un nuovo sistema di allerta anti-piena. Già raccolti i numeri di telefono dei negozianti in zone a rischio Ribadito il divieto di passeggiare sugli argini: «Troppo pericoloso»

di Gian Marco Mancassola, da “il Gionale di Vicenza” del 20/11/2010

VICENZA – Un sms ci salverà. Uno degli insegnamenti consegnati dall’alluvione 2010 è la necessità di revisionare i meccanismi di allarme in una città che galleggia su 150 chilometri di fiumi, sottoposta a sempre più frequenti allarmi: tre piene tra maggio e novembre, due in un paio di settimane, un’esondazione dagli esiti drammatici.

    La prima novità prenderà forma sui display dei cellulari: un messaggino inviato dal Comune a chi lo desidererà informerà in tempo reale del rischio idraulico e delle precauzioni da assumere. La procedura non è ancora codificata nel piano comunale delle emergenze, ma il sindaco Achille Variati intende testare il sistema di allerta già in questo fine settimana: tra domenica e lunedì, infatti, sono previste nuove intense precipitazioni.
IL MONITORAGGIO. Occhi puntati sul Bacchiglione. Il Comune sta rimettendo in moto la macchina dell’allerta. Il fiume sarà sorvegliato 24 ore 24. Prende forma un potenziato servizio di reperibilità che conta un piccolo esercito di 120 dipendenti tra Comune e Aim in grado di mobilitarsi nel giro di un’ora nel caso in cui dai corsi d’acqua giungano segnali di pericolo.

   «Spero non si verifichi alcuna emergenza – dichiara Variati, il sindaco – ma sono previste piogge a partire da sabato con un’intensificazione su domenica, soprattutto nella zona pedemontana, comprese quindi le aste fluviali del Leogra e del Timonchio che interessano poi il Bacchiglione. Sapendo quindi quanto è ancora inzuppata la terra, non vorrei mai che queste precipitazioni potessero provocare problemi tra la sera e la notte di domenica. Ci siamo dunque già attrezzati per avvisare e aiutare con congruo anticipo la città in caso di bisogno».

   Il monitoraggio sarà curato in collaborazione con il Genio civile e il Centro idrico di Novoledo. Variati rinnova l’appello per scongiurare il rischio di incidenti: «Va rispettata l’ordinanza che vieta di camminare sugli argini. Le sponde dei fiumi sono fragili, possono verificarsi piccole frane, rendendo concreto il rischio di finire in acqua».
I MESSAGGINI. Vicenza sempre più simile a Venezia. In attesa delle sirene che avvertiranno sul rischio esondazione i quartieri alluvionabili, è già ora di sperimentare l’allerta via sms.

   «Ho ritenuto – annuncia il sindaco – di inviare alcuni dipendenti del Comune nei negozi dell’area esondata per farsi dare dai commercianti che lo desiderano un numero di cellulare al quale potremo inviare degli sms di preallerta o di allerta. È una modalità senz’altro efficace e al passo coi tempi che ci offrono le nuove tecnologie, utile per comunicare soprattutto con i titolari non presenti nelle botteghe in orario di chiusura e che non possono quindi sentire i messaggi diffusi dai megafoni. Ci stiamo inoltre attrezzando perché attraverso il sito internet del Comune tutti i cittadini possano usufruire di questo servizio di preallarme o allarme».

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PER GLI ARGINI SERVE UN MILIARDO E MEZZO

– I progetti di difesa idraulica e i responsabili dell’incuria –

di Renzo Mazzaro, da “il Mattino di Padova” del 19/11/2010

VERONA. I consorzi di bonifica sono gli enti che escono meglio dal disastro dell’alluvione. Se non altro perché gli argini che hanno ceduto sono gestiti da altri, precisamente dal Genio Civile per conto della Regione Veneto. Dunque il colpevole sta a Palazzo Balbi ed è il presidente del Veneto, nelle persone di Giancarlo Galan, anche se non lo è più, e di Luca Zaia anche se è appena arrivato.

   Non si dia la colpa al Genio Civile, perché è inutile picchiare le dita della mano, se la testa guarda altrove. E meno ancora si dia la colpa a Giove Pluvio, come sta facendo Luca Zaia: è vero che negli ultimi anni le precipitazioni infieriscono di più, sul Veneto come nel resto del mondo, ma ci sono fior di esperti – la famosa commissione De Marchi – che vanno dicendo e scrivendo dal 1966 quello che bisognava fare qui nel Veneto, da allora.

   E che tanto più bisogna fare adesso, con il clima modificato in peggio.  Per questo è un esercizio patetico quello del Magistrato alle Acque, competente sui grandi fiumi del Veneto fino al 1º gennaio 2003, di scaricare la colpa sugli enti locali cui sono stati trasferiti competenza e personale a quella data: l’ingegnere capo Patrizio Cuccioletta e i suoi predecessori avevano 36 anni di tempo per prendere in mano l’elenco degli interventi consigliati dalla commissione De Marchi e rimboccarsi le maniche.

   Ma per chiudere il cerchio dello scaricabarile, non è meno patetico prendere per il collo oggi il Magistrato alle Acque, cioè un ente sopravissuto a se stesso, per sostenere che la Regione Veneto ha fatto tutto quello che doveva fare in 6 anni: fare più di zero non era molto difficile.

   Non è bastato, come s’è visto. E non basterà.  In questa debacle, i consorzi di bonifica si danno modestamente la medaglia. Concediamolo: erano sul posto per primi, hanno lavorato in coordinamento, non forzavano per comandare le operazioni, ciò nonostante alla fine si sono trovati a dirigere pompieri e Protezione Civile, per il semplice fatto che conoscono il territorio meglio di chiunque altro.  

   Non è poco per enti che solo un anno fa dovevano essere cancellati dalla proposta di legge della Lega. Hanno salvato la pelle, com’è noto: la proposta ha recepito altri punti di vista ed è diventata legge di ristrutturazione. Oggi i leghisti dovrebbero ammettere la cantonata. Finora nessuno l’ha fatto.

   L’assessore di riferimento Maurizio Conte, leghista, è il grande assente alla conferenza stampa che l’Unione Veneta delle Bonifiche organizza in Fiera a Verona per presentare gli interventi ritenuti necessari nei prossimi cinque anni. Dirige le operazioni il presidente Giuseppe Romano, trevigiano, aiutato dal direttore Andrea Crestani, ma sono presenti anche molti presidenti di consorzi, oltre ad esponenti delle organizzazioni agricole.  

   Diciamo subito che gli interventi per mettere in sicurezza un territorio esteso su 1.178.054 ettari, il 20% urbanizzato, appartenente a 468 comuni, abitati da 3.860.345 persone, richiedono 1 miliardo di euro di stanziamento straordinario da qui al 2015. Un terzo del Veneto senza le pompe va sott’acqua ogni volta che piove.   

   Ma bisogna anche affrettarsi a precisare che la bonifica non ha niente a che fare con il grande sistema idrografico veneto, composto da Livenza, Tagliamento, Piave, Brenta, Bacchiglione, Adige e Po. E’ da qui, precisamente dal Bacchiglione, che è arrivato il disastro per Vicenza e per Padova.

   Nulla poteva la rete dei canali minori, come ricorda il professor Vincenzo Bixio dell’Università di Padova, arruolato per attestare la fondatezza delle posizioni dei consorzi. Romano ringrazia tutti, non polemizza con nessuno, meno di tutti con la Lega, giustifica l’assenza di Conte e lascia la parola ai presidenti. Che illustrano il quadro degli interventi necessari, consorzio per consorzio.

   Un grafico stima l’acqua piovuta dal 31 ottobre al 2 novembre sul Veneto pari a 17 laghi del Vajont. Esagerati: ci mancava solo che cadesse tutta assieme da 264 metri d’altezza. (Renzo Mazzaro)

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COME SI TRADUCE «L’ALLUVIONE» IN DIALETTO VENETO?

di Nino Ciravegna, da “il Sole 24ore” del 9/11/2010

   Come si traduce alluvione in tedesco?    Nel lessico tecnico-commerciale dell’export non si usa abitualmente, serve per una mail, bisogna avvisare i clienti che la produzione è sospesa causa l’hochwasser di un torrente che si fatica a trovare sulle cartine geografiche. È successo un disastro naturale, in tedesco suona drammatico, Katastrophengebiet, qualche giorno di pioggia e tutto è andato in tilt. Ein schifen, senza bisogno di traduzione.

   Come si dice alluvione in bulgaro? Un nuovo cliente aveva appena inviato un precontratto per un lavoro importante in Russia, hanno dovuto mandare una mail per scusarsi che a causa di una habotselnghe o qualcosa di simile – lassù usano incomprensibili caratteri cirillici – l’ordine non poteva essere evaso.
   Mail inviate dal computer di casa, quelli aziendali sono affondati nel fango, senza poter prevedere il ritorno alla normale attività produttiva. I clienti, per fortuna, hanno capito, l’ingegnere Claudio Bagante, socio fondatore della Sdb cavi di Ponti di Debbia, estrema periferia di Vicenza, è soddisfatto: «Tutti i principali clienti tedeschi, inglesi, francesi e bulgari si sono sentiti in dovere di alzare la cornetta per augurarci un forte in bocca al lupo. Ci ha fatto piacere». Hanno telefonato più volte dall’Associazione industriali, «volevano sapere se avevamo bisogno di qualcosa, ci hanno chiesto una stima, anche sommaria, dei danni. Non ci hanno lasciati soli».

   Per il resto, il telefono è rimasto muto. Nessuna chiamata dal comune, dalla Protezione civile o da un qualsiasi ente pubblico. Intanto bisognava arrangiarsi, la Sdb ha fatto da sola. «Abbiamo dovuto fare chilometri per trovare sacchi di sabbia – racconta l’ingegnere – per fortuna un amico ci ha prestato un generatore elettrico perché ci sono voluti giorni prima di riattivare la tensione elettrica».

   Hanno dovuto cercare le pompe per tirare fuori l’acqua sotto i vani dei potenti motori industriali. Pulire tutto. «Abbiamo spazzato stabilimento, magazzino, cortile e parcheggio, ogni tanto passa un’Apecar della nettezza urbana a portare via un po’ di detriti, quelli che riesce a caricare. Un po’ poco, forse».

   Una mazzata per la Sdb, mille chilometri di cavi industriali al mese, per l’80% esportati in tutta Europa, classica piccola impresa del mitico nord-est ad alta intensità di internazionalizzazione. Produce cavi speciali, con schermature in guaine di alluminio o intreccio di rame per impedire interferenze. Servono per le linee ad alta trasmissione dati, comandano le macchine utensili, sono presenti nei grandi impianti industriali.

   Venti dipendenti, «abbiamo appena assunto tre giovani, ora bisognerà vedere come evolve la situazione», un fatturato che quest’anno avrebbe dovuto superare i cinque milioni di euro. Erano stati sei nel 2008, crollati a 3,5 l’anno scorso. «Stavamo recuperando terreno – aggiunge Bagante – grazie a segnali di una ripresa che stenta, ma che ci fa ben sperare».
   Bagante è ancora colpito dalla violenza del torrente: “Per fortuna c’era il cambio dell’ora legale», racconta. «Un addetto alle due del mattino è andato a impostare l’orario al sistema di controllo, i macchinari si devono accendere alle quattro per essere pronti quando comincia il primo turno, alle sei. Ha dato l’allarme, siamo riusciti a staccare l’elettricità, una linea da 500 chilowatt che con il fango avrebbe fatto disastri».
   Quaranta centimetri di fanghi e detriti portati dal torrente Bacchiglione, le fatture lordate negli schedari appese ad asciugare, i motori di due linee sono stati smontati, revisionati e, in alcuni casi, sostituiti con la fortuna di trovarne pronti. Le altre tre linee produttive sono ancora ferme, acqua e fango insistono nel loro sgocciolare senza fine, impregnano macchinari, bobine, sacchi del magazzino. Il calcolo è presto fatto: 2.500 metri quadrati di capannoni e magazzini, 40 centimetri di acqua e fango. Mille metri cubi di fango non si cancellano in pochi giorni, tanto più che ha ripreso a piovere.
   I dipendenti hanno reagito, si sono impegnati come succede quando lavori gomito a gomito con i titolari. Hanno superato la crisi con il fatturato quasi dimezzato facendo pochi giorni di cassa integrazione, per il resto si sono impegnati a trovare soluzioni alternative. Erano riprese le assunzioni: il posto si difende anche spalando fango, organizzati in squadre. I muletti accumulano quintali di bobine di rame in un ammasso, l’acqua li ha ossidati, non servono più. Buttare il rame fa star male, le quotazioni sono ai massimi da due anni, 8.700 dollari la tonnellata, pagamento cash, ma questi cavi hanno bisogno di qualità.

   Danni? «Siamo vicini ai 300mila euro, ma è una stima prudenziale, limitata ai danni fisici: nessuno ci rimborserà, temo, il fermo della produzione, gli ordini mancati. Lavoriamo su commessa, il 95% della nostra attività deriva da ordini con specifiche tecniche e precisi tempi di consegna. Siamo quasi in un regime di just in time. I clienti saranno costretti a rivolgersi ai nostri concorrenti se non vogliono fermarsi anche loro». Poi bisognerà presentare domanda per lo stato di calamità. Ma ora «la priorità è fare ripartire la produzione e ripristinare il magazzino. Entro 15 giorni speriamo di riavviare tutte le linee».
   Il fondatore della Sdb non teme rivalse dei clienti per le consegne in ritardo o non effettuate: «I buoni rapporti ci danno sicurezza». Cortile e parcheggio hanno ancora i segni visibili della piena. L’impianto della Sdb cavi sorge in un vecchio stabilimento del Lanificio Rossi, «siamo qui da 12 anni, e non è mai successo niente. Ci sono state piccole esondazioni dall’altra riva, verso i campi. Ma questa volta lo sfogo della campagna non è bastato a contenere la furia dell’acqua».

   I due ponti di Debba sono stati chiusi, prima per l’allagamento, poi perché si temono cedimenti strutturali. Gli abitanti della zona protestano, da più di una settimana non è passato nessuno a controllare. Le strade si sono intasate, chilometri di coda al mattino e al rientro, l’autostrada a un paio di chilometri è improvvisamente diventata lontana. Via dell’Opificio è chiusa, nelle case e nei capannoni si lavora a pulire, si fanno i conti dei danni, un magazzino di libri manda milioni di pagine al macero, la carrozzeria accanto cerca di ripristinare l’impianto di verniciatura. Piove, ma le previsioni meteo promettono un po’ di tregua: ci vuole, i nervi sono ancora tesi. (Nino Ciravegna)

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L’ALLUVIONE A VICENZA: CRONACA DI UNA TRAGEDIA MINORE

“BUSSOLE”, di Ilvo Diamanti, da “la Repubblica” del 4/11/2010

   Ancora non mi capacito. Di come il Bacchiglione abbia potuto allagare Cresole, località di Caldogno  –  casa mia. E le strade, le piazze del centro di Vicenza, proprio sotto al mio studio. Allagare, peraltro, è un eufemismo. Visto che si è trattato di un’alluvione disastrosa. Che ha provocato danni immensi. Alcune vittime. Migliaia di persone con la casa danneggiata, spesso in modo molto serio. Abitazioni affondate nel fango. Insieme a ciò che contenevano. E uffici, garage, automobili. Ieri, quando mi sono mosso da casa, un paio di chilometri dai luoghi alluvionati, ancora non me ne rendevo conto. Ma era impossibile circolare. Tutte le strade che percorro, quotidianamente, per recarmi a Vicenza oppure per raggiungere l’autostrada, a Dueville, bloccate.
IL VIDEO: VICENZA DALL’ALTO
   E ancora non mi rendo conto di come possa essere accaduto. Il Bacchiglione – il fiume  che ha travolto tutto, da Vivaro a Vicenza, passando per Cresole e Rettorgole, località di Caldogno – io lo conosco bene. Quando ho tempo e il tempo lo permette, lo risalgo in bici, lungo il greto. Vi entro al confine con Vicenza, il Ponte del Marchese, al confine con il Dal Molin, l’area dove, un giorno dopo l’altro, con rapidità sorprendente (e inquietudine immutata), vedo sorgere la base americana.
   Da lì risalgo. Da una parte il corso d’acqua, dall’altro la campagna. Arrivato a Cresole, attraverso la strada e proseguo ancora, fino a Vivaro. Poi, di nuovo, passo la strada e continuo, in mezzo ai campi, costeggiando il Bacchiglione. Che definire “fiume” è sicuramente esagerato. Lì è un torrente che puoi attraversare in molti, diversi punti. A piedi.

   Visto che l’acqua è poca. Consumata dai campi. Cambia nome spesso, il Bacchiglione. Quando si avvicina a Vicenza si chiama Livelòn. In alcuni punti, d’estate, diventa Livelòn Beach, dove molti vicentini vengono a bagnarsi  –  fare il bagno è un po’ impegnativo. E a prendere il sole. Non riesco davvero a rendermi conto di come possa essere successo.

   Cosa abbia potuto trasformare il mio percorso salutista  –  che mi permette di stare per un poco solo con me stesso – in un fiume killer. Capace di travolgere tutto e tutti. Non è la valle del Nilo. Non ci sono colline che franano, intorno. Anche se sotto c’è un bacino di falde acquifere fra i più ampi d’Europa. Due giorni di pioggia improvvisa, battente e ininterrotta, insieme allo sciogliersi rapido delle nevi nelle montagne vicine (complici lo scirocco e un veloce rialzo della temperatura. Tutto ciò ha trasformato un torrente nel Nilo in piena. Inimmaginabile, per me. Anche se, in questi anni, ho visto  –  e raccontato  –  cose che voi umani…
   Un territorio verde: urbanizzato senza limiti e senza regole. Caldogno, da quando sono arrivato, negli anni Ottanta, è passato da 4 a oltre diecimila abitanti. Nei prossimi anni dovrebbe superare il 20 mila. È la previsione che orienta le scelte urbanistiche. (Forse si attende l’arrivo degli americani.) Le strade, punteggiate di rotatorie, sempre più numerose. Spesso in punti incomprensibili: in mezzo ai campi  –  indicano che lì nascerà, presto, una nuova entità immobiliare. Un nuovo non-luogo abitato da stranieri. (Perlopiù “italiani”; ma stranieri perché estranei l’un l’altro.)

   E poi capannoni, zone artigianali e commerciali. E piscine, centri sportivi. Il territorio scompare, o comunque si nasconde. Non per caso avevo scelto quel torrente per i miei giri in bici. Ormai si tratta dell’unico percorso sicuro e tranquillo. Poche le piste ciclabili e sulle strade normali, anche le più periferiche, andare in bici è da pazzi. Io stesso, quando viaggio in auto, ne ho paura. E li “investo” … di male parole. Difficile chiedere troppo ai fiumi  –  e alle loro imitazioni.

   Difficile chiedere ai torrenti di fare gli straordinari, di affrontare prove e sfide straordinarie. Di domare l’irruzione di piene improvvise e imprevedibili. Gli argini, spesso, non ci sono più. E, comunque, i campi intorno non tengono. Anche perché, in molti casi, “livellati” dai cavatori. Le case sono lì a due passi. Sempre più vicine. L’acqua, uscita dagli argini, arriva in un attimo. E quando scende verso Vicenza, sempre più tumultuosa, non incontra più l’ultimo rifugio, l’ultimo sfogo. Il Dal Molin. È  impermeabilizzato, messo in sicurezza. Oggi più che mai.

   Così l’onda scivola via. Prosegue sempre più grossa. E si abbatte su Vicenza senza ostacoli, senza freni, senza limiti. Gli amici di Vicenza che abitano presso Ponte degli Angeli dicono che tutto è avvenuto in fretta. Troppo in fretta. Quando hanno capito che l’acqua stava davvero uscendo dall’argine, scavalcava il ponte, invadeva piazza Matteotti, Santa Lucia e i dintorni.

   Era troppo tardi. Troppo tardi. Così come troppo tardi avevano capito quel che stava succedendo. Ora tutti cercano i colpevoli e si rimpallano la responsabilità,  ma nessuno poteva immaginare l’inimmaginabile. E nessuno poteva immaginare che l’ambiente era lì, pronto a chiedere il conto di tanti decenni di incuria. In modo tanto clamoroso e violento.
   L’inimmaginabile, peraltro, resta ancora oscuro per gran parte degli italiani che abitano altrove. Perché i giornali “nazionali” ne hanno parlato poco  –  a pagina 20 della cronaca. Perché le tv “nazionali” hanno guardato la catastrofe con un certo stupore. Ma senza rendere l’effettiva drammaticità degli avvenimenti. Tanto che i miei amici, i miei colleghi che abitano nel mondo  –  e ancor più in Italia  –  non si sono resi conto di quel che è successo.

   Non saprei dirne la ragione vera. Forse perché, in fondo, si lamentano sempre, quelli del Nordest. Così, quando ce n’è davvero il motivo, non vengono presi sul serio. Se te la prendi sempre con Roma ladrona, Roma si vendica.  E quando chiami non ti sente. Forse perché resiste il mito del post-terremoto friulano; o del Vajont. Quelli abituati a fare da soli. Ad aggiustare i propri conti con le sfide del mondo e della natura senza chiedere aiuto agli altri. Così gli altri, quando ci capita qualcosa di grosso, non si accorgono di noi. Tanto siamo campioni dell’arte di arrangiarci.
   Forse perché Vicenza, il Veneto, il Nordest sono terre lontane. Da Roma, ma anche da Torino e Milano. Periferia romana e padana. E poi, vuoi mettere i rifiuti di Napoli? Così, le grida si sentono poco. Echi lontani. E qualche ripresa. Qualche immagine. Persa tra le foto di Ruby, le avventure erotiche e le barzellette sconce di Berlusconi, le polemiche dell’opposizione, le inchieste infinite da Avetrana. L’alluvione di Vicenza. Un servizio a pagina 20 sui quotidiani e una notizia dopo dieci minuti di tigì, il giorno in cui avviene. Poi sparisce.
   In fondo si tratta di una tragedia minore che si consuma in una provincia minore. Non merita un’inchiesta. Al massimo una cronaca. Minore. (Ilvo Diamanti)

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UN NEW DEAL PER L’AMBIENTE

di MARIO TOZZI, da “la Stampa” del 8/1172010

   Mentre si sta ancora spalando via il fango del Veneto dal settore più produttivo d’Italia, il retaggio monumentale della nostra storia si sbriciola sotto le stesse perturbazioni meteorologiche a Pompei. Ma il problema non è la pioggia, e la soluzione più culturale che tecnologica.
   Il fulcro concreto del New Deal lanciato dal presidente Roosevelt appena dopo il crollo in Borsa del 1929, fu, non a caso, la messa in sicurezza di un territorio soggetto a frane e alluvioni, pur non avendo una tradizione di manutenzione idraulica e geologica per via di una storia ancora troppo breve.

   Non si puntò tanto sull’industria pesante (non ancora legata alla guerra), né su una ristrutturazione agricola (la rivoluzione dei pesticidi era di là da venire), ma sul risanamento delle criticità ambientali, ovviamente con i metodi noti allora: cemento armato a pioggia, interventi duri di idraulica ingegneristica, canalizzazioni e dighe (ottenendo così anche importanti quote di energia).

   Che non fossero i metodi giusti lo si è capito solo nel 2005, quando Katrina ha messo in ginocchio New Orleans, comprese le opere dei francesi rimodernate durante il New Deal, ma figlie di un modello che obbediva solo alla religione del calcestruzzo. Comunque il Paese fu messo in sicurezza, almeno fino all’attuale crisi climatica che costringe a rifare i conti. E non c’erano tesori archeologici o artistici da salvaguardare.

   Il Veneto sotto un buon metro di fango, tutto il Nord-Est alluvionato, Toscana e Calabria in stato d’emergenza si accoppiano, invece, nell’Italia di oggi, con il crollo di Pompei e con quelli passati delle mura aureliane a Roma o della Torre di Pavia (per non paventare quelli futuri di decine di manufatti antichi che stanno risentendo più dell’incuria che non delle piogge violente di queste stagioni).

   Ambiente e cultura sono i settori in cui gli investimenti governativi sono venuti clamorosamente meno in questi anni di rigore dei conti economici, dettato da una crisi non meno grave di quella del 1929. Ma alcune scelte sono (state) scellerate. Nel 2011 il bilancio del ministero dell’Ambiente è di 513 milioni di euro contro i 1500 del 2008, anno di insediamento del governo Berlusconi. E scenderà a 498 milioni nel 2013. I denari per la messa in sicurezza del territorio dovrebbero essere qui compresi. Un taglio del 60 per cento (!), mentre per i beni culturali il taglio è del 30 e per l’agricoltura «solo» del 20 per cento.

   Non si tratta quindi di tagli equamente ripartiti, ma di una scelta precisa che vede l’ambiente e la sicurezza dei cittadini evidentemente trascurati. Mentre l’Italia vede oltre il 50 per cento del territorio nazionale a rischio idrogeologico, chi ci governa pensa che non ci sia bisogno di intervenire in maniera massiccia, dimenticando che 1 euro in prevenzione ne vale 5 in emergenza, perché poi bisognerà comunque intervenire a disastro avvenuto.  

   Eppure se c’è un Paese al mondo che godrebbe vantaggi immensi di un new deal ambientale, una riconversione (questa volta ecologica) che lo porterebbe anche fuori dall’emergenza economica, oltre a mettere in sicurezza il territorio, quello è proprio l’Italia.

   Un presidente Roosevelt nostrano che imponesse questa visione del territorio procurerebbe nuova occupazione e diminuirebbe le vittime da frana e alluvione. Interventi di ingegneria naturalistica consentirebbero una messa in sicurezza flessibile, che protrarrebbe i suoi effetti benefici per anni, senza inutili sclerotizzazioni in cemento armato che si rivelano prima o poi dannose.

   E si può fare: la Versilia oggi riesce a sopportare piogge pesanti e «bombe d’acqua» senza danni e vittime perché, dopo l’alluvione del 1996, ha risistemato il proprio territorio apuano con interventi accorti e ha delocalizzato parte delle abitazioni.

   Tra il 2011 e il 2013 alla tutela dell’ambiente in Italia (frane e alluvioni comprese) verranno dedicati 400 milioni di euro, cioè il 3 per cento degli stanziamenti della Finanziaria, mentre, per esempio, a strade e alta velocità (non sempre utilissime) si dedica quasi il 40 per cento (4,9 miliardi di euro). Chi può meravigliarsi che questa sia diventata la penisola delle frane? (Mario Tozzi)

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NEL VENETO SOTT’ACQUA – UNA TERRA LASCIATA SOLA

di Fabrizio Ravelli, da “la Repubblica” del 9/11/2010

– L’entusiasmo dei volontari, la rabbia per gli aiuti che non arrivano, la voglia di protesta fiscale. Viaggio nel Veneto ancora invaso dal fango. Centinaia di sfollati, migliaia di volontari, aziende in ginocchio. Mentre cresce la rabbia per la risposta debole delle istituzioni di Roma. “I leghisti si occupano di sagre e dialetto, cose di un’identità inventata”. E gli imprenditori si preparano allo sciopero fiscale –

VICENZA – Si dovevano ascoltare i poeti. Come Andrea Zanzotto, quando prevedeva che questa terra palladiana finisse maciullata “sotto i cingoli dei diluvi”. Lui, il grande vecchio che tutto vede dalla sua casa di Pieve di Soligo, si sente “asserragliato”: “La cosa terrificante è che, per quanto fosse prevedibile qualcosa di spaventoso, non si è mosso un dito per fare quel minimo necessario di prevenzione. Se si ha amore, anche i grandi disastri possono essere arginati”.

   Gli argini, invece, si sono sbriciolati. Il sindaco Achille Variati li indica dal Ponte degli Angeli, vestito con una giacca gialloblu della Protezione civile, mentre marcia a passo di carica. Il Bacchiglione scorre fangoso, ma (quasi) placato: “Una settimana fa l’acqua arrivava a filo del ponte, cioè cinque metri più in alto di adesso”.
   Tutto intorno, fra piazza Matteotti e piazza XX settembre, si andava in canotto. Il fiume è sceso, restano sacchetti di sabbia agli angoli delle case, idrovore in funzione a svuotare le cantine, la tenda dei volontari proprio di fronte al Teatro Olimpico che, per poco, non è finito sotto.

   Variati è un tranquillo esemplare di purissimo democristiano, guida una giunta di centrosinistra, mostra con un accenno di commozione la casa del suo maestro Mariano Rumor. Ma l’emergenza l’ha trasformato. Aveva da affrontare danni immensi, centinaia di sfollati, aziende in ginocchio. La paura e la rabbia dei veneti, che per l’ennesima volta si sentono periferia, e non hanno tutti i torti. Il suo lavoro l’ha fatto con piglio churchilliano: “Vi prometto solo fango!”, ha detto in tv ai ragazzi vicentini, chiamando alla mobilitazione. E quelli hanno risposto in 2500: “Un minuto dopo, arrivavano le prime telefonate. Sono stati fantastici”. E sono ancora qui: studenti, disoccupati, operai, badanti rumene, neri africani, rom. Stanno sporchi di fango a spalare, da una settimana.
   Dal governo di Roma, dove stanno leghisti e berlusconiani che pure comandano in Veneto, la risposta è stata molto più lenta e debole. Ieri mattina il sindaco ha preso il telefono, ha fatto il numero del Quirinale: “Pronto, sono Achille Variati sindaco di Vicenza, vorrei parlare con il Presidente”. Qualche minuto, e Giorgio Napolitano era in linea, a informarsi e promettere una visita per mercoledì. Il governatore veneto Luca Zaia, in una settimana, manco s’è fatto vedere.

   Variati, sempre marciando per la città quasi del tutto ripulita che pure lo inorgoglisce, mette in guardia: “Ti pare che la città sia tranquilla. Attento, non è così. È quella tranquillità pericolosa che può precedere la protesta civile”. La protesta, peraltro, è già cominciata. E, con la destra impastoiata, è toccato agli imprenditori minacciare la protesta fiscale.
   “Non è una provocazione – dice Gaetano Marangoni, vicepresidente della Confindustria locale – È la conseguenza dell’aver verificato una risposta modesta o insignificante dal governo. Le imprese industriali e artigianali sono tramortite, flagellate. E i 20 milioni di euro divisi per quattro regioni dal governo sono praticamente niente. I veneti sono gente che lavora e non protesta, fin che le cose tornano. Se non tornano, se i soldi non saltano fuori da qualche parte, verseremo le nostre imposte su un conto corrente regionale. Non pagare la tasse è un modo per vedere se ci sono decisioni. Il tempo a disposizione è scarso, e questo è un banco di prova: per il governo, per la Regione”. Marangoni, oltretutto, è uno del ramo: la sua azienda si occupa di opere idrauliche, le sue ruspe stanno lavorando a rimettere insieme gli argini. Ricorda: “Nel ’92 erano state progettate e appaltate opere per mettere in sicurezza la città di Vicenza. Poi tutto si è fermato, i contratti sono stati rescissi, e si sono pagate anche delle penali”.
   Il tempo delle minacce e delle recriminazioni è cominciato. Ma non è finito quello dei soccorsi. Qui a Vicenza gli sfregi lasciati dall’alluvione sono ancora freschi. Centinaia di negozi sono chiusi, con i commercianti che spalano liquame. Quaranta imprese hanno subìto danni da 50 mila euro a 2 milioni. Sul muro della Caritas, don Giovanni Sandonà mostra il livello raggiunto dall’onda, quasi un palmo sopra quello del 1966. Lui ci ha rimesso un’auto, e una montagna di vestiti, coperte, confezioni di cibo destinate ai bisognosi.

   Lo storico Emilio Franzina, che abita poco più in là, di auto ne ha perse due: “Secoli di inondazioni non avevano prodotto effetti così violenti e improvvisi. Questo ambiente è malato, s’è abbandonata ogni cura del territorio che non fosse legata a degli interessi”. E anche sul monitoraggio del fiume, ci sarebbe da indagare: “Ecco qui un articolo di giornale, dice che già domenica sera la Provincia di Trento dava l’allarme”. In Comune dicono che, alle 10 di sera, si segnalava un modesto pericolo. E che l’allarme è arrivato alle 4 del mattino, via email, quando era tardi.
   Il sindaco fa il conto degli organismi che hanno competenza sulle acque: “Ato, Consorzio di bacino, Magistrato delle acque, Genio civile, Regione, Provincia, Comuni, Gestori degli acquedotti. Ognuno per il suo pezzetto”. Variati è nato in un pianoterra: “Di inondazioni ho qualche esperienza”. La gente, per le strade, apprezza il fatto che Variati si sia da fare: pacche sulle spalle, ringraziamenti con gli occhi lucidi.

   In via Divisione Folgore c’è una delle zone ancora piene di fango. La signora Antonia Zanini, titolare della “Azeta astucci”, lavora con gli stivali ai piedi in mezzo a un gruppo di volontari: “Se non fossero arrivati loro, avrei chiuso”. Uno studente: “Siamo stati anche a Cresole e a Caldogno, ad aiutare, e ci hanno accolto a braccia aperte. Gente eccezionale”. Giulio Ballarin, titolare del Red Quill Pub, ancora toglie melma dal locale: “Direi, a occhio, 40-50 mila euro di danni”.
   Il famoso territorio, quello in cui bisogna obbligatoriamente radicarsi, è malato. Bepi De Marzi, compositore e organista, personaggio leggendario della cultura veneta, è angosciato e polemico: “Bastavano, come aveva la Serenissima, quattro “savi alle acque”, ma adesso abbiamo i savi alle sagre. I leghisti si occupano di sagre e dialetto, delle cose sciocche di un’identità inventata. E si è costruito troppo, dappertutto abbiamo capannoni sfitti. Poi, se versi acqua in un vaso di fiori, l’acqua cola via. Ma se la versi su una tavola, dove finisce?”.

   Già, si potrebbe cogliere l’occasione per pensare anche allo sviluppo selvaggio che ora presenta il conto. D’altra parte, tutto era noto e tutto era stato studiato. Anche i rischi del Bacchiglione, fiume per lo più pacifico e inoffensivo. Un volume della Regione Veneto del 2005 dedicava un capitolo alla “funzionalità fluviale”, e i punti a rischio erano esattamente quelli, fra la zona sud di Padova e la città di Vicenza, dove settimana scorsa è successo il disastro.
   Andrea Goltara, direttore del Cirf (centro italiano per la riqualificazione fluviale) di Mestre, dice in sostanza che è inutile discutere di messa in sicurezza di un fiume, quando poi ogni comune costruisce dove gli pare. “Bisogna dire che un territorio dove la difesa è fatta costruendo, è debole. Si dovrebbe avere un federalismo di bacino, con annessa fiscalità, come in Francia. Vuoi costruire ovunque? I danni te li paghi a livello di bacino, non è che ogni volta chiedi poi fondi allo Stato”.

   Ma è quello che sta accadendo. Anche perché il ricco Veneto, locomotiva economica e così via, sente i morsi della crisi. La produzione è scesa del 26 per cento. L’occupazione non tornerà più ai livelli dei tempi d’oro. “Nasce anche qui un bisogno – dice il sindaco Variati – Anche in questa terra ricca. C’è bisogno, dopo questa alluvione, di una risposta dello Stato. E forse questa è, per lo Stato, l’occasione di dire: ci sono, eccomi qua”. Vedremo. Il poeta Zanzotto, in questa alluvione, vede solo “noncuranza e disordine che si infiltra. Si sapeva di dover trovare un modus vivendi con il disastro. Ora siamo asserragliati, e tristi”. (Fabrizio Ravelli)

………………..

L’alluvione nel sito della regione Veneto:

DOWNLOAD “Veneto ferito”, libro sull’alluvione (pdf – 6 MB)

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immagini dell'alluvione in Veneto ripresa dai satelliti per l'osservazione della Terra Cosmo SkyMed. Le immagini, diffuse dall'Agenzia Spaziale Italiana (Asi) permettono di dare supporto all'analisi dell'emergenza. Quello che si vede è il grande lago che si è creato nella Bassa Padovana dopo l'esondazione del fiume Frassine

 

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3 thoughts on “VENETO ALLAGATO e unità d’Italia in crisi – REGIMAZIONE (dei fiumi) e Federalismo: sistemare il territorio, con una nuova responsabilità locale, vale come proposta per tenere assieme l’Italia che si sta smembrando

  1. FIL DE FER lunedì 22 novembre 2010 / 11:04

    Impietosa ma vera e reale analisi della catastrofe accaduta nel nostro Veneto. Complimenti per chi l’ha prima analizzata e poi redatta su internet.
    Penso ma più che penso credo che il Veneto sia sempre stato visto dalle istituzioni italiane e dai politici non Veneti…ma talvolta anche da qualche politico Veneto perchè “venduto” all’ideologia, e non alla pratica di servizio verso i cittadini, come un territorio ed una regione ( mai popolo per carità, e lo dico ironicamente…) al confine del regno italico, emarginato,isolato e sempre sfruttato in ogni modo per quello che ha sempre saputo produrre in termini economici. Mi chiedo quanto una situazione del genere potrà durare ancora. Anzi sono sicuro che ormai la stragrande maggioranza dei Veneti stà sentendo salire nel proprio animo la rabbia e la frustazione di decenni di mal governo sia e principalmente centrale, ma anche locale dato che molte istituzioni e importanti gangli amministrativi regionali sono in mano a persone ( italiani) di diversa cultura e provenienza italica. Tutto ciò costituisce ormai un insuperabile ostacolo, questa sì, alla naturale integrazione dei Veneti nell’Italia dei 150 anni…..anche se per la verità qui da noi i 150 ANNI NON SONO ANCORA STATI RAGGIUNTI……….!!!!!!!
    Il famoso plebiscito del 1866….la matematica non è un’opinione.
    Quindi come mai noi qui nel Veneto dovremmo festeggiare i 144 anni….
    Come al solito qui in Italia si fà sempre di tutto per creare disomogeneità e di tutta u’erba un fascio….
    Ma. c’è un ma…senza il Veneto l’Italia ( come per altro altre regioni del Nord) non potrebbe andare avanti di un solo passo. Vediamo se a Roma lo capiscono o se invece nella speranza che i Veneti si rimbocchino le maniche per la centesima volta…supereranno tutto senza ricevere quello che ad altre regioni e sempre stato dato a mani piene o per risolvere problemi come la spazzatura in Campania creati dai politici locali. Penso che darsi le martellate sui co… sarebbe la dimostrazione chiara e limpida che siamo arrivati alla frutta perchè il Veneto adesso non ce la farà sa solo….piaccia o non piaccia e quindi…… senza aiuti concreti e allineati ai reali danni subiti….sarà la volta buona che anche il Veneto che credeva di essere in un paese “democratico e solidale” avrà capito che lui non c’entra…che lui non fà parte…e quindi se ne andrà per la sua strada….piena di grandi prospettive…sì perchè il Veneto da solo contrariamente a coloro che dicono che torneremo a zappare la terra per mangiare….io dico che sarà esattamente il contrario e potremo arrivare ad attrarre capitali e società dall’estero invece di dover scappare noi all’estero perchè ormai il sistema è chiaro non regge più la concorrenza internazionale.
    Si potrebbe scrivere molte altre cose, ma tralascio per non tediare chi avrà l’amabile pazienza di leggere questo mio scritto….. anche se a qualcuno potrà saltare la mosca al naso….meditate su queste poche righe….perchè contengono esattamente quello che accadrà se il Veneto non sarà aiutato come e di più …dico io….visto che il gettito fiscale aiuta molto l’Italia…. a risollevarsi e velocemente…in fretta perchè i clienti esterni non aspettano altro che cambiare fornitori…magari con i Cinesi o gli Indiani…….W SAN MARCO SEMPRE !!!

  2. LUCA venerdì 26 novembre 2010 / 10:38

    Come sostengo in continuazione su questo blog geografico, la terra ha un valore che non si può ridurre alla sola dimensione economica. Oggi la terra è considerata un fattore produttivo, al pari di un kilo di cemento o di un litro di fertilizzante.
    I veneti sono metal-mezzadri oggi, ed erano contadini ieri. Domani questo legame con la terra non potrà certo sparire e a ricordarcelo ci pensa la terra stessa (sappiamo bene che terre e acque hanno le loro logiche…). Luca Zaia è abile a giocare sull’immagine del veneto contadino, ma bisogna riconoscere che il suo punto di vista e i suoi contributi hanno portato a risultati invidiabili : la viticultura veneta è un fiore all’occhiello, Bardolino, Amarone, Valpolicella, Soave, Colli Euganei, Piave, e sopratutto Prosecco sono tante produzioni e tanti territori sapientemente gestiti da coloro che “zappano la terra”. Costoro sono fieri di fare un lavoro giustamente remunerato : i 7 euro per la bottiglia di Cartizze possono sembrare molti, ma una giornata trascorsa su questa collina può dare soddisfazioni che non possono essere monetizzate con calcoli o indici matematici.
    Zappare la terra non significa poi che dovremo vivere di stenti e in autarchia! Dobbiamo ridare valore alla terra, prenderci cura di essa. Perché anche fare il Prosecco può portare a degenerazioni (si veda il post relativo) quando siamo accecati dal mito della crescita senza fine.
    Per questo rimettere la terra (ma potrebbe essere anche l’acqua, o il paesaggio elemento unificatore) al centro, riconoscere il suo valore è una via nobile e virtuosa per uno sviluppo armonioso.
    Il Veneto dei distretti non deve cadere in una logica autoreferenziale dove il territorio si riduce a spazio produttivo, sostegno fisico per costruire capannoni e infrastrutture, dovrebbe essere evidente !
    Esistono spazi che non entrano in questa logica, isole di territorio che dovrebbero essere valorizzate per quel che sono, dei patrimoni in cui ritrovare il nostro legame con i luoghi. Un’agricultura multifunzionale, che non si limita a essere una mera fornitrice di derrate a basso costo, dovrà riprendere il suo posto nel Veneto di domani. Fattorie didattiche per i bambini della città reticolare che non hanno avuto il piacere di vivere “in tea cort” dei nonni. Aziende biologiche che forniscono prodotti sani e rispettosi dell’ambiente. Prodotti di qualità che valorizzano territori, come castagne delle colline, formaggi delle malghe, vigneti… Agriturismi dove ritrovare il gusto delle tavolate della domenica, magari attorno ad una polenta fumante che ci ricorderà le nostre origini contadine, non più vergogna ma vanto e orgoglio di un’identità ben più concreta di richiami a repubbliche marinare o a tribù protostoriche !
    In questo senso, zappare la terra è un’attività che riacquista tutto il suo significato, e che non è il fine dell’azione territoriale, ma una delle sue componenti, complementare a tante altre, e grazie alla quale il territorio ci gudagnerà in termini di resilienza.

    PS. Luca Zaia ha anche le sue colpe, ben aldilà del campo agricolo, ma non voglio dilungarmi in questo campo… E quanto ai capitali stranieri, c’è da chiedersi perché ne avremo tanto bisogno ? Sono già passati di qui tedeschi, svedesi, americani, hanno prodotto e inquinato, e poi hanno sbattuto la porta senza gurdare in faccia quei quattro poveracci sul tetto del capannone. E anche tanti veneti, oggi più metal che mezzadri, sono saliti sul treno per investire altrove, dove il campo è libero e fecondo, lasciando quel che resta a chi ha voglia di provare (https://geograficamente.wordpress.com/2010/03/28/veneto-la-cina-e-vicina-%E2%80%93-il-nordest-che-si-confronta-con-il-grande-paese-asiatico-conquistati-dalla-cina-o-alla-conquista-degli-immensi-mercati-cinesi-non-aver-paura-e-farne-una-grande-o/).
    Alla fin fine poco importa il colore della pelle, studente o marocchino che vendemmia o che raccoglie pere per sopravvivere, imprenditore veneto o cinese che esportano, siamo tutti dentro il carrozzone del business, che si sposta in un mondo dove i confini nazionali perdono sempre più il loro senso.

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