IRLANDA NEL BARATRO ECONOMICO (dopo la Grecia e in attesa di Portogallo, Spagna, forse l’Italia…). L’Europa e il suo progetto di integrazione e di potenza internazionale di pace e sviluppo messo in crisi dalle difficoltà economiche degli stati nazionali

(immagine di Dublino, Grafton Street) - 50 miliardi pubblici versati a banche fuori controllo, il deficit schizzato al 32%, la disoccupazione al 13%, cinquemila giovani in fuga dal Paese ogni mese e un buco di bilancio di 19 miliardi - Il mercato immobiliare è crollato del 37% in tre anni, mentre il debito delle famiglie, schizzato al 104% del reddito disponibile nel 2007, è arrivato al 194%. La disoccupazione è salita al 13,7% - circa quattrocentomila persone - e i lavoratori del settore costruzioni, l’orgoglio di un Paese con meno di 4 milioni e mezzo di abitanti, sono passati da 269 mila a 125 mila. «Vivevamo felici nel nostro Dolce e Gabbana style. Ci siamo ritrovati all’improvviso con le tasche vuote» (Andrea Malaguti, da “la Stampa”)

   Dei 27 Paesi che aderiscono all’Unione Europea ben 16 hanno finora adottato l’euro (Italia, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda, Austria, Belgio, Cipro, Finlandia, Grecia, Lussemburgo, Malta, Olanda, Slovacchia, Slovenia… e dal prossimo primo gennaio il diciassettesimo stato in “zona euro” sarà l’Estonia). I primi ad adottarlo, con l’entrata in vigore effettiva il primo gennaio 2002 sono stati undici (Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Irlanda, Austria, Finlandia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo). Perché facciamo questo pedissequo elenco?

   Perché vogliamo far notare una differenziazione effettiva tra paesi “forti”, che sono stati i fondatori dell’euro, da quelli che mano a mano si sono aggiunti. E concentrandosi sugli undici paesi che per primi hanno adottato l’euro, possiamo notare, nelle loro economie differenziazioni sempre più marcate: una Germania che sta andando avanti fortissima (sempre meno la Germania “assomiglia” al trend decadente dei paesi europei); altri che mantengono un livello mediocre seppur sufficiente di tenuta nella crisi internazionale (come la Francia, e tutti gli altri paesi medio-piccoli, forse l’Italia…); e infine, degli “undici fondatori dell’euro” quelli palesemente in crisi avanzata: Irlanda, ma a seguire ci sarà il Portogallo e probabilmente la Spagna (tra gli undici fondatori dell’euro non c’è la Grecia, primo paese europeo a subire un fallimento economico catastrofico).

I lavoratori sono tornati in piazza dopo anni di pace sociale

  Tra gli undici fondatori tre erano le aree nazionali, se si vuole le macroregioni, che partivano da difficoltà decennali, e la scommessa era la loro emancipa- zione verso un’economia virtuosa: il Portogallo, l’Irlanda, il Sud dell’Italia. Ebbene fin dall’inizio il meridione d’Italia non è stato toccato da nessun progresso nella politica europea (e della moneta unica) (la criminalità e i rifiuti di Napoli, ma anche di Palermo, stanno lì a mostrare la crisi totale, profonda…); diverso appariva il destino di Portogallo e Irlanda che, in breve tempo, sono diventati paesi moderni, anche innovativi, con forme economiche dinamiche. l’Irlanda fino a due anni fa aveva il secondo reddito pro-capite dell’Unione europea…. Tutto questo però è svanito già con la crisi finanziaria internazionale del 2008 (che ha trascinato nella polvere in particolare proprio l’Irlanda: oggi ha il secondo deficit più alto dopo la Grecia; in più, è stata la prima economia della Ue ad entrare in recessione nel 2008); e adesso Irlanda, Portogallo (e anche Spagna) sono in grande difficoltà, in uno stato di bancarotta, che si traduce in povertà, disoccupazione, crisi dello stato sociale.

   E’ appunto ora il turno dell’Irlanda, che chiede sostegno finanziario all’Europa (ottenendo 90 miliardi di euro in tre anni, che le permettono di non fallire come stato, ma che porteranno ancor più alle stelle il suo indebitamento…). Vi invitiamo a leggere gli avvenimenti, i contesti, della situazione irlandese di questi giorni che qui di seguito vi proponiamo; percependo come nelle analisi degli osservatori che trattano l’argomento non ci sia altro che una lettura, seppur profonda dei fatti. Ma che manchi del tutto una proposta di sviluppo propulsivo, anche “psicologica” per una spenta Europa che spesso (come accade in Italia, ma anche in Francia…) si dibatte su scontri politici, di potere, al suo interno; certo non in grado di credere e proporre un “progetto europeo” di grande levatura per il presente e il futuro delle generazioni giovani.  

un manifesto-lenzuolo di protesta contro il caro affitti a Grafton Street, nel centro di Dublino (da “la Stampa”)

   Per questo noi riteniamo irreversibile lo svuotamento dei poteri nazionali e il crearsi di macroregioni (in Italia e nel resto d’Europa). E’ da capire se queste nuove realtà che di fatto si vanno formando in modo “naturale” (il Nordest, il Triangolo industriale Milano-Torino-Genova, la macroregione di Roma e del Lazio, la Sicilia con spinte autonomiste… per limitarsi all’Italia, ma anche Belgio, Spagna e altri paesi vedono fenomeni di naturale smembramento…) è da chiedersi, dicevamo, se questi passaggi dal potere centrale nazionale a quello di grandi regioni, sia fenomeno non di chiusura e di solo egoismo, ma di razionalità nel governo e di maggior potenzialità al progetto europeo unico (l’utopia concreta degli “Stati Uniti d’Europa”) che sappia affrontare con capacità, vigore e speranza i grandi problemi (dell’Europa e del mondo).

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LUCI SPENTE NELLA CITY DI DUBLINO

di Rosaria Conte, da “il Mattino di Padova” del 19/11/2010

  DUBLINO. La foto della crisi sono le luci spente della City di Dublino. Centinaia di uffici che fino a qualche anno fa brillavano di gloria, adesso sono spazi vuoti e bui. Stessa storia per costose automobili di lusso come Bmw e Mercedes, comprate dagli irlandesi grazie a generosi prestiti a lungo termine e ora messe in vendita.

   Ora che le tasche delle banche, come quelle dei cittadini, sono vuote e in tanti si sono ritrovati senza lavoro con mutui impossibili da sostenere, qualcuno ha preferito affittare la propria abitazione e altri hanno semplicemente messo in vendita casa e auto. L’Irlanda, la “Tigre Celtica” si è addormentata.

   E’ accaduto nel 2008 quando, con il crollo della Anglo Irish Bank, il mercato degli investimenti e quello degli immobili sono collassati. Il valore delle proprietà, soprattutto quello degli appartamenti e delle case a Dublino, ma anche nel resto d’Irlanda, è calato del 60%. Portandosi dietro cambiamenti profondi dello stile di vita.  

   In Irlanda si sa che il weekend è sacro, non si rinuncia ad una pinta al pub o a un boccone con gli amici, ma nessuno può più permettersi di farlo ogni settimana come nel ricco 2006. Si è costretti ad uscire di meno e solo in occasioni speciali. Pub e ristoranti hanno cercato di far fronte alla crisi incrementando le offerte di menù a prezzo fisso, anche a cena. Presi d’assalto i supermercati low cost come Lidl e Aldi.

   «Non posso più permettermi di fare la spesa quando voglio», dice una anziana signora fuori dal centro commerciale Tesco. «Il sabato mattina con mia moglie compro l’essenziale per tutta la settimana. Usciamo di meno, ma cerchiamo di non fare troppe rinunce, altrimenti non si vive più», racconta Henry, alla cassa dello stesso supermercato.  

   Negli ultimi mesi ci sono stati centinaia di licenziamenti e una forte richiesta di sussidi al Social Welfare irlandese. Tanti stranieri venuti in Irlanda a cercare fortuna, sono dovuti ritornare a casa dopo aver perso il lavoro, fra loro anche molti italiani. Storie tristi di chi ha fatto la valigia ed è tornato indietro qualcuno invece ha solo cambiato l’indirizzo andando a Belfast e nel Nord Irlanda.

   «Non bisogna essere così catastrofici», scrivono i siti web per il job search, «Chiunque con una buona conoscenza della lingua inglese e un dignitoso curriculum, può trovare facilmente lavoro in Irlanda». Molti gli irlandesi che sono tornati ad usare gli autobus piuttosto che l’auto per andare al lavoro o in centro: «C’è tanta richiesta di lavoratori che preferiscono fare i pendolari con gli autobus e i treni», dicono a Bus Eireann, compagnia nazionale dei trasporti irlandese. «Abbiamo anche richieste di chi preferisce risparmiare sul biglietto aereo e andare in Inghilterra con noi, visto che offriamo anche un economico trasporto via mare». E questo nella patria di Ryanair, il re del low cost, è un segnale preciso. (Rosaria Conte)

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LA CRISI – EUROPA IN AFFANNO

IRLANDA AL VOTO DOPO LA MANOVRA DI SALVATAGGIO

di Andrea Malaguti, da “la Stampa” del 23/11/2010

– Il premier si arrende: elezioni entro metà gennaio – Arriva il prestito da Londra, 8 miliardi di sterline –

   Quando sabato scorso i funzionari dell`Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale sono entrati nel Palazzo del Governo, nel cuore di Dublino, i Verdi irlandesi, alleati decisivi nella fragile coalizione che guida il Paese, si sono resi di conto di essere stati presi in giro. Al loro occhi il premier Brian Cowen aveva mentito.

   Dopo settimane passate a giurare che nessuno avrebbe messo becco sui conti dell`Irlanda, aveva spalancato le porte ai gelidi ragionieri del Vecchio Continente chiedendo ufficialmente il loro aiuto: «Ci servono 90 miliardi per non morire». Perfetto, ma in cambio di che cosa?

   Così, mentre fuori dal palazzo la protesta montava e piccoli cortei sempre più aggressivi lanciavano uova e pomodori sulle Mercedes dei ministri arrivati per definire in fretta e furia un piano di tagli da 15 miliardi in quattro anni, ieri John Gormley, leader dei Verdi e ministro dell`Ambiente, annunciava che era arrivato il tempo di richiamare la nazione alle urne. «La gente si sente malguidata e tradita. E` giusto votare entro la seconda metà di gennaio».

   L`euro scendeva immediatamente sotto gli 1,36 dollari. La bancarotta politica diventava ufficiale, mentre per evitare quella economica i colloqui si moltiplicavano. «Ne avremo fino alla fine del mese», spiegava Olli Rehn, commissario Ue agli Affari economici. A Londra il ministro del Tesoro George Osborne provava a fare digerire agli inglesi la necessità di dare una mano ai cugini versando 8 miliardi di sterline, circa 266 pound per ogni suddito di Sua Maestà.

   «Non ci lasciamo coinvolgere dai salvataggi dell`Europa, ma con l`Irlanda siamo partner commerciali. Aiutarli è nel nostro interesse». L`economista Jeremy Batstone Carr lo incalzava velenoso. «Non si risolve una crisi legata al debito facendolo aumentare.

   E` come dare un altro drink a un ubriaco». Dibattito destinato a montare. Ma perché Gormley aveva usato queste due parole: malguidata e tradita? Per il primo riferimento c`erano i fatti a spiegare: 50 miliardi pubblici versati a banche fuori controllo, il deficit schizzato al 32%, la disoccupazione al 13%, cinquemila giovani in fuga dal Paese ogni mese e un buco di bilancio di 19 miliardi.

   Per il secondo c`erano la feroce ambiguità di questi giorni e le dichiarazioni insidiose e opache di funzionari e ministri di mezza Europa in rotta di collisione con quanto sostenuto da Brian Leniham, il ministro delle Finanze della ex Tigre Celtica, un brand diventato all`improvviso sberleffo.

   Lenihan aveva nascosto a lungo la necessità del ricorso all`Europa, per poi scoprire di colpo che sarebbe stato inevitabile, anche se, aveva aggiunto, «questo non condizionerà la sovranità irlandese e non ci spingerà ad alzare la corporate tax dal 12,5%». La blandissima tassa alle società. Concorrenza sleale secondo molti Paesi del Vecchio Continente, geniale trovata capace di richiamare i più importanti colossi high-tech del pianeta secondo Dublino. «Non si tocca».

   Aveva mentito anche Lenihan? Il ministro dell`Economia francese, Christine Lagarde, sottolineava che «il piano di salvataggio è un messaggio forte ai mercati. Sarei molto stupita se gli irlandesi non utilizzassero lo strumento di un aumento della pressione fiscale per riequilibrare i conti pubblici». Lenihan ripeteva che l`aumento della corporate tax non era in agenda e che anche in tempi di crisi «le multinazionali hanno garantito settemila posti di lavoro negli ultimi dodici mesi».

   Un annuncio che non allentava la tensione. Se i soldi non li chiedi alle multinazionali allora li chiedi alla gente. In ogni caso una prospettiva insopportabile. La Hewlett-Packard, testimoniando involontariamente l`impossibilità di credere ancora al governo Cowen, faceva sapere attraverso il proprio responsabile a Dublino che «se la tassa verrà aumentata dal 12,5% rivedremo il nostro investimento». L`ennesimo piccolo disastro che andava ad aggiungersi all`infinito domino del caos. (Andrea Malaguti)

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SECONDO PAESE A RICEVERE AIUTI DOPO LA GRECIA

VIA LIBERA AL SALVATAGGIO DELL’IRLANDA – DALL’UE 90 MILIARDI IN 3 ANNI

da “la Stampa.it” del 22/11/2010

I fondi finiranno soprattutto alle banche sull’orlo del crac – In cambio Dublino dovrà ridurre il debito e ristrutturare il settore del credito varando una durissima manovra – Dopo il sì euro in deciso rialzo –

BRUXELLES – L’Unione europea e il Fondo monetario internazionale hanno risposto favorevolmente alla richiesta di aiuti finanziari all’Irlanda, che diventerà il secondo paese della zona euro a beneficiare di un piano di salvataggio dopo la Grecia.

   Il contributo previsto sarà tra gli 80 e i 90 miliardi di euro in tre anni, in cambio dell’impegno del governo irlandese a varare una durissima manovra economica. Intanto a Dublino numerosi manifestanti si sono radunati davanti ad alcuni edifici governativi per protestare contro la decisione assunta ieri in Consiglio dei ministri e definita «una vergogna nazionale».
   I fondi finiranno soprattutto alle banche irlandesi sull’orlo del crac, dopo l’esplosione della bolla immobiliare in conseguenza alla crisi finanziaria mondiale. Dublino, in cambio, dovrà «ristrutturare» il settore bancario e riportare il suo deficit entro il limite europeo del 3% del Pil entro il 2014.
   Dopo il sì al salvataggio l’euro è in deciso rialzo all’apertura dei mercati valutari europei. La moneta unica europea passa di mano a 1,3772 dollari (contro 1,3688 di venerdì sera a New York) e a 114,89 yen (114,09 la rilevazione di venerdì). Inoltre il prezzo del petrolio torna a salire sopra 82 dollari. Sui mercati asiatici i future sul Light crude avanzano di 70 cent a 82,68 dollari, dopo aver toccato 82,82 dollari al barile.
   Gli aiuti all’Irlanda «sono giustificati per salvaguardare la stabilità finanziaria dell’Ue e della zona euro», hanno dichiarato in un comunicato i ministri delle Finanze dell’Unione europea, al termine di una riunione convocata d’urgenza proprio mentre Dublino rendeva ufficiale la sua richiesta di sostegno finanziario.
   La Banca Centrale Europea ha salutato con soddisfazione la risposta positiva delle autorità europee, mentre il Fondo Monetario Internazionale si è detto pronto a fornire il suo contributo. L’importo complessivo degli aiuti oscilla, secondo fonti diplomatiche, fra gli 80 e i 90 miliardi di euro. Una cifra non distante da quella che è stata accordata alla Grecia nella primavera scorsa. Atene ha ottenuto infatti un prestito di 110 miliardi di euro su tre anni. Nel caso dell’Irlanda, però, si tratta di aiutare soprattutto le banche in crisi, che Dublino ha già dovuto assistere con 50 miliardi di euro, facendo di colpo salire alle stelle il suo deficit pubblico.
   Ma gli aiuti finanziari all’Irlanda ambiscono anche ad evitare il contagio di altri paesi dell’Ue con finanze pubbliche fragili, come il Portogallo o la Spagna. E il segno della dimensione internazionale assunta dalla crisi irlandese è dato anche dalle consultazioni che hanno avuto luogo ieri sera tra i grandi banchieri dei paesi del G7 (Stati Uniti, Giappone, Canada, Regno Unito, Francia, Germania e Italia).
   Nel dettaglio, l’Irlanda potrà beneficiare di un piano di aiuti per i paesi della zona euro in difficoltà, messo a punto nella primavera scorsa a seguito alla crisi greca, dotato in totale di 750 miliardi di euro: il piano prevede prestiti dell’Ue, dell’Eurozona e dell’Fmi. È previsto anche un contributo indipendente di Regno Unito e Svezia, che non fanno parte della zona euro.

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REPORTAGE

IRLANDA, FINITA LA SBRONZA SI SVEGLIA DI NUOVO POVERA

Recessione e crac immobiliare, i dublinesi tornano a emigrare

di Andrea Malaguti, da “la Stampa” del 6/10/2010

DUBLINO – Blackhorse, periferia imperfetta a poco meno di due chilometri dalle mura secolari del Trinity College e dai negozi eleganti di Grafton Street, è il quartiere in cui Dublino ha seppellito i propri sogni. I tetti all’orizzonte formano una linea irregolare, piena di punte, come l’elettrocardiogramma di un giorno che muore.
   La torre di otto piani pitturata d’azzurro all’angolo di Tyrconnell road, dove il canale scorre sotto la strada per ricongiungersi con il fiume Liffey, è completamente vuota. Gli uffici sono abbandonati, le finestre delle case murate e il filo spinato recinta il corpo solitario di quello che avrebbe dovuto essere un giardino. Di fianco una batteria di villette costruite tra la chiusa e la pista ciclabile. Una su due è vuota.

   Poche centinaia di metri più in là lo scheletro di un palazzo di quattro piani. Prati e silenzio, rotto solo dal battito di ali dei gabbiani, carcasse di ferro. Un grande cartellone bianco, facendo eco a venti annunci gemelli che riempiono la strada verso Sud, grida inutilmente: «For Sale», in vendita. Mezza città lo è.

   Ma dopo la sbronza degli Anni Novanta e dell’inizio del nuovo millennio nessuno vuole più comprare. Il mercato immobiliare è crollato del 37% in tre anni, mentre il debito delle famiglie, schizzato al 104% del reddito disponibile nel 2007, è arrivato al 194%. La disoccupazione è salita al 13,7% – circa quattrocentomila persone – e i lavoratori del settore costruzioni, l’orgoglio di un Paese con meno di 4 milioni e mezzo di abitanti, sono passati da 269 mila a 125 mila. «Vivevamo felici nel nostro Dolce e Gabbana style. Ci siamo ritrovati all’improvviso con le tasche vuote».
   Nel tavolo d’angolo della catena italiana Carluccio’s, Fergal McCarthy, 37 anni, artista concettuale che ha fatto innamorare New York, sorseggia un tè bollente. E’ lungo, magro, ha mani sottili e occhi inquieti. La sua installazione, Liffeytown, è diventata un caso internazionale. Un’idea semplice e perfetta. Ha costruito 42 casette rosse e verdi tagliate come quelle dei monopoli e le ha distribuite lungo il fiume, lasciandole in balìa della corrente. Il Titanic della sua generazione.

   «Eravamo in preda a una febbre contagiosa. Nei pub non si parlava d’altro che di case. Quante ne hai comprate? Hai preso i mobili? Qual è il prossimo investimento che fai? C’era la piena occupazione e il mercato immobiliare saliva senza smettere mai. Era impossibile rimanere lucidi con le banche che concedevano mutui al 100% senza garanzie e i giornali e il governo che spingevano a comprare».

   Negli Anni Novanta prendevi un appartamento per centomila euro e l’anno dopo ne valeva centocinquantamila, quello successivo duecentomila, poi duecentocinquanta, trecento, in un vortice senza fine, euforizzante, completamente fuori controllo. «Così chiunque rifinanziava il proprio mutuo e la banca si accontentava della nuova casa come garanzia. Investimenti sicuri che moltiplicavano i soldi».

   I genitori regalavano appartamenti ai figli come se fossero giocattoli. I ragazzi irlandesi passavano i weekend a New York e facevano compere a Londra e a Parigi. «Per questo parlo di Dolce e Gabbana style. Ci sentivamo meravigliosi e indistruttibili. E’ allora che mi è venuta l’idea dell’installazione. Era un grido, un modo per dire: ehi, siamo sicuri che non stiamo vivendo in un mondo drogato? Naturalmente con l’economia in crescita nessuno la voleva mettere in mostra». Le gru delle imprese di costruzioni ridefinivano il profilo di Dublino. Poi il costo del denaro è salito di colpo, il valore degli immobili è crollato e Liffeytown è diventata di moda. «Perché nelle bolle speculative si entra uno alla volta, ma si esce tutti insieme».
   Gerard O’Connor, 40 anni, ex impiegato di banca, racconta la sua storia a Grafton Street, davanti a un palazzo su cui hanno appeso un lenzuolo che dice «gli affitti alle stelle hanno ucciso il nostro lavoro». Sposato, un figlio, un lavoro fisso, O’Connor era certo di avere tra le mani la lampada d’Aladino del mercato. «Ho comprato tre case. Con tre mutui diversi. Due le affittavo. Spendevo come un pazzo, tanto c’erano i muri a garantirmi il futuro». Il frullatore della felicità, una lavatrice che girava a un ritmo che escludeva il pensiero.

   «Nel 2008 mia moglie mi ha lasciato e mi ha buttato fuori. Io non avevo più soldi per pagare i mutui. Sono fallito, ho fatto bancarotta e per i prossimi sette anni non potrò più chiedere un euro di prestito». Sette anni. Prima della crisi erano 15, poi il governo ha capito che doveva intervenire. Sono falliti i singoli, sono fallite le imprese, il Tesoro ha protetto le banche iniettando 50 miliardi di denaro pubblico e indebitando ogni singolo cittadino per diecimila euro.

   Ora il primo ministro Brian Cowen è pronto a presentare la nuova manovra da quattro miliardi. Lacrime, tasse e stipendi pubblici tagliati di un quinto. Solo le imprese si salveranno. Gerard O’Connor si prende la testa tra le mani. «Credo che cercherò lavoro in Australia». L’esodo che ritorna, come negli Anni 80, centomila irlandesi hanno la valigia pronta.
   Eppure l’economia del Paese è agonizzante ma ancora in vita, l’Europa non sarà costretta salvare Dublino. Secondo l’agenzia Moody’s, che lo scorso luglio ha tagliato il rating dell’Irlanda, «non ci sono problemi di liquidità nel breve termine» e Marko Kranjec, membro del consiglio direttivo della Bce, aggiunge che «il piano del governo appare credibile, non esiste una crisi stile Grecia». In una villetta vuota di Blackhorse Rebecca Nelson, agente immobiliare fallita, si appoggia a un muro davanti a un camino che nessuno accenderà mai. «Questa l’avevo comprata per me. E’ in vendita». Ha 39 anni, capelli biondi che le scendono sulle spalle, il viso bianco di una bambina. Si accende una sigaretta e lascia scivolare lo sguardo nel nulla. «E’ un’altra vita. Dobbiamo ricominciare tutto da capo».

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LA MALATTIA IRLANDESE

di Franco Venturini, da “Il Corriere della Sera” del 18/11/2010

   La vicenda del dissesto finanziario irlandese è più rivelatrice di quella greca. Allora, quando l`Europa scoprì il baratro dei conti pubblici di Atene, vi furono esitazioni e ritardi ma alla fine quel che si doveva fare fu fatto e il governo ellenico ringraziò.

   Oggi, invece, assistiamo a un balletto paradossale nel quale il malato sembra fare di tutto per sottrarsi alla cura dei dottori dell`euro. Non intendo chiedere soccorso, dice il premier irlandese Cowen mentre le sue banche (nazionalizzate) se la vedono brutta. Non voglio sentir parlare di salvataggio, aggiunge. E di certo dovrà sudare sette camicie per poterlo finalmente riempire di quattrini, la missione Ue-Bce-Fmi che oggi arriva a Dublino per «trattare».

   Attenzione, l`assurdità è soltanto apparente. Con una buona fetta del suo debito collocato nelle banche di vari Paesi europei e nella Banca Centrale, Cowen ha più forza negoziale di chi lo supplica di farsi aiutare. E può, almeno per un po`, giocare la carta della sovranità minacciata, con buona pace di chi (come il Portogallo) teme di essere il prossimo sulla lista dei mercati. Beninteso alla fine l`accordo ci sarà, e Cowen avrà creato le condizioni per ottenere l`intesa più conveniente. Tra l`altro con il probabile contributo della Gran Bretagna di Cameron, desiderosa di difendere i suoi forti legami economici con l`Irlanda e anche, sin qui, meno anti europeista di quanto si fosse temuto.

   L`accordo ci sarà, ma avrà mostrato con i suoi contorcimenti fino a che punto sia dannoso per l`Europa e per il suo euro non disporre di una governance economico-finanziaria dotata di regole che mettano al primo posto l`interesse collettivo e non quello di Mr. Cowen. Avrà ricordato, questo accordo, che l`Europa` è rimasta in mezzo al guado in quei Paesi (sedici) che hanno rinunciato alla fondamentale sovranità della moneta propria ma poi sono pronti a resuscitare una sovranità offesa e a creare danni agli altri perché nessuna forma di ulteriore integrazione lo vieta.

   In questa Europa incompiuta è normale che l`effetto domino dei dissesti finanziari resti possibile. Troppo grande è la differenza tra la velocità dei mercati e della speculazione e quella dei sistemi di garanzia. Il Portogallo dovrà forse chiedere aiuto. Ma poi, ed è questo il punto decisivo per il futuro dell`euro e dell`Europa, esiste una linea rossa. Quella che segna il passaggio a economie molto più importanti e difficili da soccorrere, come la Spagna. E dopo la Spagna (ma noi confidiamo nel «non collasseremo» di Tremonti), come l`Italia.

   Sono, questi, scenari per ora ipotetici, che tuttavia, se diventassero realtà, potrebbero segnare davvero la fine dell`euro come oggi lo conosciamo e per conseguenza dell`Europa com`è. Occorre, allora, guardare oltre la Grecia, oltre l`Irlanda, forse oltre il Portogallo, ma poi essere in grado di fermarsi e di combattere una Stalingrado europea. Chi debba guidare le forze dell`Unione calmando i mercati e trovando nel contempo la via per un ritorno a finanze pubbliche sostenibili in ogni Stato è chiaro a tutti: per risorse e per influenza non può che trattarsi della Germania. Ma il generale Me rkel, invece di impugnare il vessillo della riscossa, sembra piuttosto impegnato a disorientare amici e nemici.

   È giusto prevedere un meccanismo permanente di soccorso per quando l`attuale scadrà. E ragionevole prevedere un ritocco del Trattato di Lisbona che non riapra il tormento delle ratifiche. Ma lasciare nell`ambiguità la questione del «default pilotato»? E soprattutto, affermare a gran voce che dovrebbero pagarne il prezzo anche i privati? Su quest`ultimo punto si è resa necessaria una precisazione in margine al Geo di Seul, caso mai qualcuno dubitasse dell`errore iniziale: per privati si intende coloro che acquisteranno bond dal 2013 in avanti, non chi già li detiene.

   Il punto è che non si tratta di errori, o soltanto di errori. Angela Merkel è al bivio tra due rotte molto diverse. La prima tiene conto dei malumori della sua opinione pubblica «imbrogliata dai greci» e poi ancora costretta a pagare per altri, sempre meno europeista, sempre più propensa a fare da sé ora che l`Europa non è più, come diceva Kohl, una questione di pace o di guerra.

   La seconda esige che agli elettori vengano ricordati i vantaggi avuti dalla Germania, quelli che ancora entrano nelle sue casse, e il significato di un europeismo solidale che se è cambiato non ha per questo meno ragioni di esistere. La prima è la rotta del leader politico che vuole essere rieletto nel 2013. La seconda è la rotta dello statista. Non sappiamo ancora quale delle due Angela Merkel sceglierà. Ma anche senza farsi vane illusioni, anche senza immaginare una Europa che smetta di essere intergovernativa, tra molto poco diventerà urgente per tutti scoprire dove punta la bussola del generale.

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L’ANALISI

04.11.2010 – da http://www.infoaut.org/

IRLANDA IN CRISI: SCONTRI A DUBLINO TRA STUDENTI E POLIZIA

– L’annuncio del ministro delle finanze irlandese, Brian Lenihan, di nuovi tagli alla spesa pubblica e di altri aumenti delle tasse sta generando tensioni nel corpo sociale d’Irlanda –
   I primi a mobilitarsi contro la crisi ed i provvedimenti governativi sono stati gli studenti universitari: il centro di Dublino come terreno di scontro tra dimostranti e polizia. Decine di migliaia di studenti hanno manifestato, nel particolare, contro il previsto ulteriore aumento delle tasse universitarie da 1500 a 2500 euro all’anno. Centinaia di studenti sono poi andati ad occupare il ministero delle finanze, fino a quando la polizia in anti-sommossa li ha poi sgomberati. Diversi studenti sono rimasti feriti, altri arrestati. Ancora oggi, dopo gli scontri di ieri, le strade della capitale sono presidiate dai poliziotti a cavallo e dai mezzi corazzati.
   Dopo la battaglia in strada di ieri, il ministro Lenihan, oggi, nel suo intervento pubblico, non confermerà l’aumento delle tasse universitarie o altri dettagli dei tagli e delle nuove imposte, ma si limiterà a quantificare la manovra per limitare ulteriori proteste. Si prevede che la correzione sarà tra i 4,5 e i 7 miliardi di euro, è stata annunciata unj mese prima dal governo irlandese per tentare di calmare i mercati che continuano i dubitare sulla tenuta economica irlandese…
   Ai timori sull’economia e sul settore bancario si sono aggiunte anche le preoccupazioni sulla stabilità del governo in seguito alle dimissioni di un parlamentare di Fianna Fail, il partito al potere, che ha ridotto la già esigua maggioranza dell’esecutivo e potrebbe rendere ulteriormente difficile l’approvazione della finanziaria il 7 dicembre.

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L’EURO RISENTE DEL RISCHIO CONTAGIO E SCENDE SOTTO QUOTA 1,36 SUL DOLLARO

da “Corriere.it” del 15/11/2010

– Crisi, Irlanda e Portogallo in bilico – L’Ue prepara aiuti per decine di miliardi – Dublino e Lisbona in contatto con Bruxelles: serve un urgente ricapitalizzazione delle banche –

MILANO – È di nuovo allarme rosso nell’Ue per alcune economie nazionali in bilico. Dopo la Grecia, salvata alcuni mesi fa ma che non riesce a uscire dalla crisi, ora sull’orlo del baratro sembrano esserci Portogallo e Irlanda, con la Spagna che potrebbe seguirle a breve. E l’Unione europea sembra destinata a mobilitare tra qualche giorno gli strumenti che si è data per soccorrere i Paesi in difficoltà. Una situazione, quella attuale, che si riflette anche sull’euro che ha fatto segnare una chiusura al di sotto di quota 1,36 dollari.

IRLANDA – L’Irlanda è in contatto ormai continuo con l’Unione europea per un intervento di salvataggio che scongiuri il rischio di un contagio verso altri paesi dell’area euro. A confermarlo è l’opposizione: Michael Noonan, portavoce dell’opposizione, ha riferito alla Bbc che «le indiscrezioni (di un salvataggio imminente) circolate nel weekend sono vere» e che «l’intervento europeo è in preparazione». Stamani il vice presidente della Banca centrale europea, Vitor Constancio, ha parlato di contatti in corso, smentendo tuttavia che Dublino abbia richiesto aiuti.

   Fonti europee citate dalla Reuters riferiscono invece che la cifra di cui si sta discutendo per soccorrere Dublino varia fra i 50 e i 90 miliardi di euro. In ogni caso non ci sono novità ufficiali sulla richiesta di intervento del Fondo anti-crisi usato per la Grecia, il cui staff sta comunque lavorando alacremente in queste ore per essere pronti a ogni evenienza. Il direttore Klaus Regling (tedesco) parteciperà martedì alla riunione dell’Eurogruppo e subito da Palazzo Justus Lipsius, dove ha sede il Consiglio Ue, hanno spiegato che «è tutto normale e ovvio».

   Sta di fatto che nelle ultime ore c’è stata una accelerazione o quantomeno una concitazione eccezionale nelle mosse e nelle dichiarazioni dei vari attori in gioco. Escluso dagli irlandesi come da tutti gli altri governi che stanno dando segnali ai mercati in questi giorni (Germania, Francia innanzitutto) che Dublino abbia bisogno di un sostegno per rifinanziare il debito sovrano (è già coperto fino a metà 2011), c’è il problema delle banche che avrebbero bisogno secondo alcuni calcoli più pessimistici di 50 miliardi di euro per ricapitalizzarsi.

   E, infatti, come detto, le voci e i rumors indicano 50 miliardi l’ammontare base del quale si parlerebbe a livello tecnico di un eventuale intervento del Fondo anti-crisi. Secondo alcuni si discuterebbe di una cifra fra i 50 e i 90 miliardi di euro. Tutto questo, naturalmente, viene smentito da tutte le fonti ufficiali e dai governi interessati. Di qui l’interrogativo della giornata: è possibile usare il Fondo anti-crisi (costituito in maggio con 60mld di euro della Commissione, 440 miliardi di garanzie di prestito dai membri Eurozona e 250 miliardi di prestiti Fmi) per sostenere le banche? Secondo Constancio sì e lo ha spiegato a Vienna: il meccanismo non può essere usato direttamente per le banche, ma per fare prestiti ai governi che poi possono usarlo come ha fatto il governo greco. Ebbene, Atene ha usato 10 miliardi proprio per le banche.

PORTOGALLO – Anche per Lisbona «c’è un alto rischio» di dover chiedere l’assistenza finanziaria degli altri paesi europei. Lo ammette il ministro delle Finanze portoghese Fernando Teixeira dos Santos che, intervistato dal Financial Times, spiega come il suo paese «non sta affrontando solo un problema nazionale: è un problema che tocca Grecia, Irlanda e Portogallo, così come l’Eurozona e la sua stabilitá». E questo – ha aggiunto – «rende più probabile un contagio, dal momento che anche se le situazioni sono molto differenti i mercati hanno le stesse preoccupazioni» per i tre paesi. «Se non fossimo insieme nell’eurozona – sottolinea il ministro portoghese – il rischio di contagio sarebbe più basso, invece così i mercati avvicinano» la situazione di Lisbona a quella di Atene e Dublino.

……………….

LA CRISI IRLANDESE: ORIGINI E SVILUPPI

da http://economistiinvisibili.splinder.com/ del 4/5/2010

   Se la crisi della Grecia ha mostrato i limiti del sistema europeo, in particolare dei parametri di Maastricht in relazione alla gestione del bilancio pubblico, la parallela crisi in Irlanda mostra i limiti del sistema finanziario, troppo facilmente soggetto a spirali speculative quando viene eccessivamente surriscaldato. Difatti l’Irlanda fino a due anni fa aveva il secondo reddito pro-capite dell’Unione europea, oggi il secondo deficit più alto proprio dopo la Grecia; in più, è stata la prima economia della Ue ad entrare in recessione nel 2008 ed è l’ultima che ne uscirà: solo dopo il 2011.

C’è da chiedersi perché e come è stato possibile giungere dall’era della “Tigre celtica”, fase sicuramente benefica nella storia del paese, alla fase di depressione attuale, e di nuovo: perché e come si è giunti ad una crisi che ha spazzato via 20 anni di prosperità come un vero terremoto. 

Premessa

Una favola di regola inizia con c’era una volta e ad esserci stato una volta sono principesse, re, gnomi, due fratelli e perfino un pezzo di legno (come nel noto romanzo di Collodi). Se l’argomento qui trattato fosse esposto come in una favola inizierebbe così: c’era una volta una Tigre, giovane e dinamica, temuta dai suoi concorrenti perché riusciva ad attrarre a sé le prede con un’abilità e velocità che a gli altri non erano possibili, ora questa tigre non c’è più: non graffia e non ruggisce.

   Questa però non è stata una favola, anzi, al contrario è realtà tangibile. Questa realtà è che oggi l’Irlanda sta attraversando una fase delicata della sua storia, una grave crisi economica. La crisi segue i 20 anni circa di boom che hanno contraddistinto tra il 1988 e il 2007/2008 l’era della Tigre celtica, il periodo di massimo splendore economico dell’isola.

   Questa crisi nasce dapprima come crisi finanziaria nel settembre 2008, nel contesto della più ampia crisi finanziaria globale scoppiata negli Usa tra 2007 e 2008. A sua volta la crisi finanziaria in Irlanda trae origine da due fattori. Il primo, un fenomeno indiretto e di per sé positivo: ovvero la fortissima e rapida espansione economica (in particolare finanziaria) che ha caratterizzato gli anni che vanno dal 1995 al 2007. Il secondo fattore, questa volta diretto, fu lo scoppio della bolla speculativa immobiliare, denominata Irish property bubble, tra 2007 e 2008, che a sua volta è stato responsabile della crisi bancaria irlandese. Questo secondo fenomeno è riconducibile al primo fattore: l’espansione economica e la conseguente espansione della domanda d’investimenti (in particolare estera),  l’espansione della domanda interna, l’espansione demografica e della prosperità delle famiglie, quindi l’espansione del credito e quindi d’investimenti immobiliari.

Ora, per capire le origini della crisi è necessario analizzare la fase precedente ad essa: quella della crescita, la fase della Tigre celtica. Ancora a ritroso, per spiegare quelle che sono le fondamenta su cui si è poggiata questa crescita, ripercorreremo molto in breve le tappe dello sviluppo economico dell’isola negli ultimi decenni che come si noterà sono state caratterizzate da una altalenante discontinuità tra periodi di crescita rapida e depressione economica. 

Breve storia dello sviluppo economico
In poco più di una generazione, l’Irlanda è passata dall’essere uno dei paesi più poveri dell’Europa occidentale ad esserne uno dei più prosperosi, invertendo la storica situazione di terra d’emigrazione, e raggiungendo una reputazione invidiabile in quanto a sviluppo. Come risultato di un impegno costante durato molti anni si è lasciata alle spalle il suo passato caratterizzato da una popolazione in declino, un basso tenore di vita, perenne stagnazione economica e disoccupazione cronica. L’Irlanda aveva allora, e fino al 2009, come detto, il secondo più alto prodotto interno lordo (PIL) pro capite nell’Unione europea (dopo il Lussemburgo), superiore di un terzo rispetto alla media UE-25.

Le tappe fondamentali verso questa crescita sono state, in ordine cronologico, l’ingresso nella CEE nel 1973 e l’abbandono delle politiche isolazionistiche autarchiche di stampo nazionalista; l’adozione di un approccio pragmatico alla ricerca di business la cui chiave è stata quella di concentrarsi su società che rappresentavano l’alta tecnologia del futuro, vale a dire imprese ad alto rendimento, incluse l’industria dei computer, dei prodotti farmaceutici, della tecnologia medica, il tutto seguito da servizi internazionali; lo sviluppo dell’insegnamento superiore ed universitario in modo da formare giovani con competenze elevate per queste nuove aziende. Tali politiche furono il presupposto per la prima fase di espansione economica degli anni ‘70, arrestatasi durante il successivo decennio, quando inizia una fase di depressione economica tra il 1981 e il 1986. I fattori determinanti per la stagnazione degli anni ‘80 erano interni ed esterni. Quelli interni comprendevano il permanere di una persistente inflazione (quasi all’11% annuo tra il 1981 e il 1986) e l’alta disoccupazione giovanile (dovuta, nonostante i molti posti di lavoro creati con i nuovi investimenti esteri, all’inefficienza del sistema di collocamento della forza lavoro e al crescente tasso di fallimento delle grandi imprese). I tentativi di intervento del governo portarono essenzialmente ad aumenti del carico fiscale con un finanziamento del deficit attraverso prestiti, col solo risultato di inasprire il clima per nuovi investimenti, senza riuscire ad aumentare né l’occupazione né la domanda aggregata. Ebbene, da questi presupposti incominciò all’inizio degli anni ‘90 l’ascesa economica della tigre celtica.

La tigre celtica ruggisce

Il primo elemento della crescita fu un’efficace riduzione delle spese pubbliche con tagli ad enti pubblici e agenzie. Un secondo elemento di forza del piano d’azione furono poi gli aumenti salariali, in cambio di modeste riduzioni delle imposte sul reddito. Questi sono gli anni del National Recovery Program, un piano economico che coinvolgeva il governo, i datori di lavoro, le banche, i sindacati e gli agricoltori. Questo piano di rilancio ha contribuito a spezzare la spirale di aumenti salariali inflazionistici, assicurando un fertile terreno per il rilancio industriale, intraprendendo iniziative per promuovere gli investimenti delle imprese estere. Altro fattore fondamentale è stato inoltre l’assiduo investimento in capitale umano nel corso degli ultimi decenni, così da avere una forza lavoro di lingua inglese e cultura anglosassone ben preparata e con livelli d’istruzione maggiori e migliori di quelli presenti negli USA e nel Regno Unito, unitamente ad un livello di tassazione favorevole agli investimenti esteri e allo stanziamento d’imprese high-tech. Basti pensare che l’imposta sulla produzione era appena del 10% prima del 1998 per poi si muoversi ad un più elevato tasso del 12,5% fino al 2011. Certezze di lungo periodo associate a questi bassi tassi sono state la caratteristica fondamentale della politica irlandese, che è stata attuata in modo coerente da tutti i governi durante il boom. Il vantaggio per le imprese, dato dalla bassa pressione fiscale, è stato arricchito da una vasta rete di accordi, dal trattamento favorevole dei dividendi stranieri e dal supporto delle norme amministrative.

L’effetto dei bassi tassi è stato evidente nella percentuale relativamente elevata di entrate fiscali ricevute da utili societari: il 30%. A paragone l’imposta sul reddito societario rappresenta solo il 13% di tutte le entrate fiscali in Italia rispetto al 6% negli Stati Uniti, o l’8% nel Regno Unito, 7% in Francia, 3% in Germania, e il 9% nei paesi OCSE presi nel complesso. Tutti questi fattori hanno portato varie società multinazionali ad utilizzare l’Irlanda come piattaforma di esportazione per servire l’Europa e altri mercati (e.g. Google, tra le tante).

La crisi

Come accennato nell’introduzione, la crisi in Irlanda era già iniziata nel 2007, nel settore edilizio, con lo scoppio della bolla speculativa domestica. Sempre nell’incipit si diceva che le basi di questa crisi sono legate strettamente al periodo di boom degli anni della Tigre celtica; a tal proposito occorre analizzare gli aspetti salienti che hanno portato alla bolla speculativa durante il boom economico: la piena occupazione, la crescita del reddito pro-capite, le politiche fiscali del governo, il comportamento di banche ed investitori, in particolare nel settore immobiliare.  

Nel 1989 solo il 31% della popolazione irlandese aveva un lavoro, il più basso livello  d’occupazione dei paesi OCSE, di ben 15% più basso degli USA o del Regno unito. Con la presenza di buone politiche economiche e di una combinazione di stabilità macroeconomica e crescita l’economia irlandese era diventata una macchina di creazione di posti di lavoro arrivando alla piena occupazione.

L’occupazione è cresciuta ad 1,1 milioni di occupati la fine degli anni Ottanta a 2,1 milioni nel 2007. In Irlanda negli anni Novanta questa macchina di creazione di posti di lavoro funzionò grazie all’impiego della mole di giovani che in passato si sarebbe avviata verso l’emigrazione o si sarebbe barcamenata tra le difficoltà della disoccupazione.

Già all’inizio del nuovo millennio v’erano diversi sentori che l’era della Tigre celtica fosse al tramonto. Intorno al 2000 la popolazione irlandese aveva un reddito medio molto più alto di quello percepito nei anni Ottanta. Nonostante ciò molti aspetti strutturali del paese, ma anche economici, riflettevano il suo passato povero: le scarse infrastrutture stradali ed i limitati servizi di trasporto pubblico sono inferiori rispetto agli standard internazionali. In particolare proprio il settore abitativo era uno dei più arretrati, soprattutto in rapporto alle nuove esigenze demografiche, con una popolazione in crescita non più emigrante e per di più arricchita, quindi con esigenze abitative maggiori. Il livello di superfici delle case e di spazio domestico per famiglia era negli anni Novanta il più basso di tutta l’Unione europea. Soprattutto i giovani, i più avvantaggiati dal boom, avevano maggiori esigenze abitative e con l’aumento dell’occupazione questi si trovavano già giovani nella possibilità di acquistarsi una casa. Ciò unito all’arretratezza e alla limitatezza abitativa dell’isola, con case e appartamenti vecchi di molti decenni, portò il paese ad un boom edilizio senza precedenti con nuove case e quartieri cresciuti in pochissimi anni. Basti pensare che nel 1991 c’erano 1,2 milioni di abitazioni in Irlanda, gradualmente aumentate a 1,4 milioni nel 2000, e arrivate durante il boom edilizio a 1,9 milioni nel 2008, praticamente quasi raddoppiate in 17 anni. E’ chiaro che anche i prezzi delle case e delle rendite immobiliari si sono mossi proporzionalmente più che raddoppiando negli stessi anni; rendendo “il mattone” un settore fondamentale dell’economia. Da qui si sviluppa il boom immobiliare e la consecutiva bolla speculativa conosciuta come Irish property bubble. Con un’economia in costante crescita e in permanente piena occupazione, molti dei lavoratori impiegati nel settore edile venivano dall’estero, in particolare dai nuovi paesi orientali della Ue, costituendo il primo nucleo di immigrati in Irlanda.

Nell’anno 2007 il settore edilizio-immobiliare occupava il 13,3% degli occupati, il più alto dei paesi membri del OSCE, e ad esclusione della Spagna e Portogallo era di 5 punti percentuali più alto della media dei paesi OSCE stessi.

Data l’alta redditività ed i facili crediti ottenuti dal settore bancario il mercato immobiliare si era scaldato molto velocemente dopo il 2000, portando ad una crescita dell’offerta smisurata; proprio questa crescita è stata capace, in una prima fase intorno al 1995, di mantenere i prezzi, sì crescenti, ma relativamente contenuti nonostante la fortissima domanda nel mercato immobiliare. In una seconda fase, la costante accelerazione nella crescita della domanda di abitazioni, supportata da una riduzione delle imposte sul reddito, portò ad una situazione di squilibrio del mercato: si era costituita così una combinazione di offerta e domanda altissime ma con un surplus costane della domanda capace di mantenere i prezzi moderati. Il risultato di tutto questo era una miscela di crescita edilizia e di crescita dei prezzi con un’economia sempre di più dipendente dal settore edilizio; è chiaro che così i prezzi delle case erano spinti sempre di più da una bolla speculativa: se nei primi 10 anni dell’era della Tigre celtica i prezzi delle abitazioni crescevano in proporzione alla crescita del reddito e dell’economia, nel periodo 1997-2007 invece essi erano sganciati da qualsiasi variabile macroeconomica reale.

Questa significativa sopravvalutazione superò il 30% intorno al 2006-2007.

Mettendo insieme i tasselli, possiamo concludere che le cause che portarono allo scoppio della bolla speculativa furono essenzialmente: il sopravvalutato valore immobiliare delle abitazioni, il lento declino della crescita demografica dopo il 2000 (quindi in prospettiva il conseguente declino della domanda), ed infine la troppo ottimistica visione circa le prospettive di continua crescita dell’economia irlandese. Da queste condizioni, unite alla forte partecipazione alla speculazione degli istituti bancari irlandesi, e ad evidenti errori e ritardi nella gestione politica – disinteressata rispetto al mercato immobiliare, a giudicare dai rari ed inefficaci tentativi di raffreddarlo – è esplosa nel 2007 la bolla speculativa, in parallelo all’analoga bolla statunitense.  

Dopo il tonfo dei prezzi, la crisi è andata ad intaccare il settore bancario e finanziario, quando nel 2008 è iniziata la crisi finanziaria globale. 

Interessante è notare che in Irlanda nonostante la presenza di numerosi istituti finanziari d’investimento internazionali, attivi con il finanziamento di numerose operazioni d’investimento, quei complessi strumenti finanziari che durante i primi giorni della crisi del 2008 sono diventati i cosiddetti “junk bonds”, ovvero titoli spazzatura, non erano molto diffusi e non hanno quasi preso parte alla crisi bancaria dell’isola: la crisi delle banche irlandesi è stata per lo più un fenomeno legato alla mancanza di controllo e regolamentazione interna sulle concessioni di credito da parte delle banche.

Nel caso irlandese, la scarsa attenzione riguarda soprattutto la mancata applicazione delle raccomandazioni contenute nel protocollo di Basilea II circa la vigilanza sulle banche in relazione alla concentrazione di rischio di credito.

Prestando a interessi minimi e senza reali garanzie, negli anni del boom le banche hanno ingozzato l’economia e gli irlandesi di mutui e di debiti; al sopraggiungere della crisi e della flessione del prezzo delle case, migliaia di debitori si sono scoperti insolventi: è qui che sfocia della crisi bancaria. Così il governo di Dublino dopo alcuni tentennamenti, annunciò una ricapitalizzazione da 10 miliardi di euro delle maggiori banche; a fine settembre l’Irlanda è stata uno dei primi paesi a intervenire per arginare la crisi finanziaria annunciando che il Governo avrebbe garantito tutti i depositi bancari per due anni, per una cifra potenziale di 440 miliardi di euro. La notizia ha inizialmente fatto volare i titoli delle banche irlandesi dopo forti ribassi, ma le critiche degli analisti sulla mancanza di dettagli del piano hanno poi frenato i rialzi. La principale azione in tal senso è stata la nazionalizzazione della Anglo Irish Bank, il terzo istituto di credito in Irlanda, e quello maggiormente esposto nel Irish property bubble, nazionalizzata dal governo all’inizio del 2009.

Le conseguenze della crisi susseguitesi nei mesi del 2009 sono aspre: una recessione al -7,5%; un tasso di disoccupazione al 13,8% nel 2009 (12,5% nel marzo 2010); deflazione al 6,5% nello stesso 2009; un aumento del debito pubblico da 33,6 miliardi di euro a 40,46 miliardi di euro, per fortuna contenuto ad un rapporto deficit-PIL del 63,7% dato il già livello basso pre-crisi. In risposta, lo Stato si è impegnato a tagliare la spesa pubblica per una quota da primato, tra il 15% e il 20% entro il 2014, con difficili scenari per tantissimi cittadini che si trovano nelle fasce più disagiate della società.

Conclusione

Qualcosa si può imparare osservando la situazione irlandese. L’insegnamento che emerge è su tre livelli. In prima analisi la crisi in Irlanda mostra i limiti del sistema finanziario: esso è troppo facilmente soggetto a spirali speculative quando si lo surriscalda eccessivamente. In seconda battuta il sistema bancario, nell’offrire credito alla mole degli investitori e piccoli risparmiatori, tende a sottovalutare il reale rischio degli investimenti, ed è preso da una miope euforia creditizia, valutando il rischio su basi troppo di breve periodo; su questo punto occorrono regole più chiare ed incisive. Terzo punto: anche gli agenti economici ed i policy makers cadono troppo facilmente in una situazione di illusione miope circa l’andamento economico, basata su un eccesso di fiducia sulla durevolezza di una crescita – soprattutto se è una crescita con “tassi asiatici”, come lo è stata quella irlandese. Complessivamente si nota la forte tendenza in molti paesi, soprattutto in quelli che fino a ieri si trovavano al margine della vita economica mondiale ed europea, nell’attuare politiche molto vantaggiose per il reperimento di ingenti capitali ed una forte rapida crescita in poco tempo; valutando poi troppo nel breve periodo gli sviluppi prospettici di tale crescita e le conseguenze delle politiche che vi ci hanno portato. Una maggiore attenzione delle dinamiche complessive macroeconomiche e migliori politiche di raffreddamento di spirali speculative sarebbero un mezzo per prevenire meglio, o almeno limitare gli effetti dannosi di crisi inaspettate come quella irlandese.

Bibliografia:

– Policy Lessons from Ireland’s Latest Depression, Karl Whelan, University College Dublin

– Ireland’s Great Depression, Alan Ahearne, Finn Kydland and Mark A. Wynne – Research Department Working Paper 0510

When Unemployment Disappears: Ireland in the 1990’s, Brendan Walsh – CESIFO WORKING PAPER NO. 856

The Impact of the Crisis on the Irish Political System, Niamh Hardiman UCD School of Politics and International Relations; Research Fellow, UCD Geary Institute

– CIA World Factbook: https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ei.html

– OCSE: http://www.oecd.org/home/0,2987,en_2649_201185_1_1_1_1_1,00.html

The Irish crisis, Philip R. Lane IIIS- Trinity College Dublin and CEPR

http://www.cso.ie/statistics/nationalingp.htm

http://www.irisheconomy.ie/    

 

le suggestioni delle strade di Dublino
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2 thoughts on “IRLANDA NEL BARATRO ECONOMICO (dopo la Grecia e in attesa di Portogallo, Spagna, forse l’Italia…). L’Europa e il suo progetto di integrazione e di potenza internazionale di pace e sviluppo messo in crisi dalle difficoltà economiche degli stati nazionali

  1. LUCA giovedì 25 novembre 2010 / 20:02

    Il mondo è nelle mani della finanza.
    Baraccopoli sempre più grandi nascono ovunque, dall’India al Brasile, decine di paesi cercano di ricostruirsi dopo anni di guerre… Braccianti e contadini barattano il lavoro di una vita per un viaggio della speranza.
    Dall’altro lato del mondo le persone passano dal treno all’aereo come cambiar vestito, e non c’è mai stata una tale concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi.
    Le cento prime multinazionali realizzavano nel 2005 circa un terzo della volume d’affari (VA) dell’industria agro-alimentare mondiale e i 15 leaders 19%. Cifra che può sembrare modesta, ma se si considerano i settori più avanzati in tecnologia e marketing, come prodotti lattei ultra-freschi, olii da tavola, lo zucchero, le bevande analcoliche, gli snack, l’oligopolio se riduce a un pugno di imprese che controllano tre quarti del mercato. Il tasso di concentrazione è aumentato grazie alla fabbricazione per le marche di ditributori. Il profilo delle prime dieci imprese agro-alimentari mondiali testimonia della lorr taglia e del loro potere economico considerevole: nel 2007, con 119 000 impiegati, in media, ciascuna di queste imprese realizzava circa 47 miliardi $ di VA e un risultato netto di circa 3,7 miliardi di dollari. A mò di confronto, la prima impresa francese, Danone, occupa il 12° rango, con 17 miliardi di $ di VA (5 volte meno che Nestlé, il numero uno) e 1,9 miliardi di $ di profitti (sei volte meno che Nestlé).

    E’ nella grande distribuzione che si trovano oramai le più importanti imprese, per qualsivolglia settore. Wal-Mart Stores è diventato all’inizio degli anni 2000 la più grande impresa mondiale, soppiantando petrolieri e fabbricanti d’automobili. Wal-Mart ha realizzato, in 2007, un VA colossale di quasi 380 miliardi di $ e un risultato netto di più di 12 miliardi, con due milioni di salariati (tutti questi indicatori hanno raddoppiato negli ultimi otto anni). Il numero due del settore è Carrefour, circa 3,5 volte più « piccolo » che Wal-Mart. Si trova poi il britannico Tesco e il tedesco Metro. A fianco di questi potenti distributori si piazzano le catene internazionali della ristorazione privata (Mac Donalds) e collettiva (la francese Sodexo, leader mondiale dei servizi alimentari e il suo competitor l’inglese Compass). Le imprese della grande distribuzione e della ristorazione possiedono decine di migliaia di punti vendita nel mondo intero che contribuiscono all’uniformizzazione del consumo e degli stlili di vita. Queste imprese pesano inoltre sulle filiere di produzione grazie al loro potere d’acquisto, rinforzato da super-centrali e da piattaforme elettroniche di mercato comuni. Il loro sviluppo rapidissimo a partire della metà degli anni ’90 nei paesi in via di sviluppo è il primo fattore della mondializzazionedel sistema alimentare.

    Questo (non abbastanza) lungo discorso dovrebbe far riflettere, dato che il volume d’affari di queste imprese è spesso superiore al PIB di molti stati. Attraverso le loro potenti lobbies le multinazionali influenzano direttamente il potere, a tutti i livelli : abbiamo visto il made in Italy nel MacDonald, abbiamo l’Europa che non sa come fare per far passare gli OGM respinti dalla società civile, abbiamo l’OMC che non accetta di riconoscere un registro mondiale delle DOP-IGP, strumenti per valorizzare i prodotti locali.
    In Italia (sappiamo tutti i trascorsi del Presidente del Consiglio e non solo lui) e in Francia (si veda il recente affaire Woerth-Bettenecourt) i legami tra business e politica sono di un’evidenza sconvolgente (ma anche in Germania, il precedente Schroeder fu criticato per un suo ritorno nel business dopo l’esperienza governativa). Non parliamo degli USA dove tutti sanno della dinastia dei petrolieri Bush, dei legami tra Hollywood e politica (Reagan e Schwarzy), fino alle recenti difficoltà che Obama incontra per opporsi a un sistema basato sulle lobbies economiche.

    L’Europa non è altro che un grande mercato che si allarga sempre più quando arriva a saturazione. Il blocco dell’Est non ha ancora completato la transizione verso il consumismo, molti punti vendita restano da aprire e l’euro non serve nient’altro che a facilitare le operazioni finaziarie e commerciali dei grandi gruppi.
    Noi studenti, i ricercatori, i contadini, gli operai, ma anche molti impiegati, facciamo le spese di tagli al bilancio, mentre somme ingenti vengono date a fondo perduto a banche che faranno prestiti a chi “potrà garantire” (ricordiamo Cirio e Parmalat ?). Ieri sono stati i cittadini greci a pagare, oggi quelli irlandesi, domani saranno i portoghesi e poi ?

    Mai come oggi c’è stata tanta ricchezza in circolazione nel mondo.
    Non lasciamo che si accumuli nelle mani di pochi a spese di popoli interi.

    • LUCA martedì 30 novembre 2010 / 14:09

      Il mio pensiero è mal visto in questo blog ; certo metto sempre al centro la questione agricola, e ammetto di andare anche fuori tema.
      Il punto è che se non si ridarà valore ad attività basilari (come quella del contadino, ma anche il commercio di prossimità, per dirne un’altra) il tracollo sarà doloroso. La ri-territorializzazione delle attività produttive sarà un passaggio obbligato. I costi energetici aumentano sempre più con l’aumento demografico globale e di conseguenza i consumi ad esso legati : la logica conseguenza è che il ristretto gruppo dei produttori non farà che aumentare il prezzo all’aumentare della domanda. Da cui l’urgenza di dare risposte a questioni come il cambiamento climatico e le alternative alle energie fossili.
      Quando dico alternative, penso certo alle rinnovabili, in minor misura al nucleare (problemi delle scorie e della localizzazione dei reattori), ma soprattutto alla riduzione dei consumi stessi, ciò che implica di cambiare il funzionamento attuale del sistema capitalista. Qualche anno fa circolava uno spot in cui si diceva che gli acquisti facevano girare l’economia… Non stupiamoci che la crisi “ritornerà”, che “non è ancora finita”… Dopo Grecia e Irlanda ce ne saranno molti altri, Portogallo, Spagna, Italia… Il debito pubblico non è mai stato così alto, e badate bene che questo vale anche per gli USA, mai così in difficoltà : dopo la caduta del muro la crescita senza fine sembrava profilarsi come la nuova era dell’oro, e lo zio Sam sembrava essere il garante del nuovo ordine mondiale. Sembrava… Perché poi ci siamo resi conto che gli squilibri globali non hanno fatto che aumentare (si vedano le cifre che ho dato per l’agroalimentare, ma altri settori seguono lo stesso andamento), e con essi le difficoltà di gestione e di controllo del mondo. Infatti oggi gli USA hanno più di 700 basi sparse nel globo, e con un’economia in panne, le spese militari non faranno che aumentare il debito interno. Allo stesso tempo i paesi emergenti (cina) investono al contrario (cioè sono i cinesi che iniziano ad investire all’estero, in america ma anche in Veneto)… Io non ho certo la palla di vetro, ma queste cose dovrebbero essere all’ordine del giorno, invece che dire che la crisi è finita, che l’Italia va bene, ecc.
      L’articolo dice bene nella conclusione che dobbiamo aver capito la lezione, cioè che di fronte a facili euforie e fiducia in una crescita economica folgorante si dovrebbe tenere in considerazione il contesto geografico globale (i fattori macroeconomici).
      Non si tratta di fare il funerale del mondo occidentale e di rassegnarci a soccombere sotto le sgrinfie del dragone : si tratta di capire il presente per costruire il futuro. Quello che i politici non fanno. Questa classe politica dovrebbe essere spazzata via e ben venga WikiLeaks, che la finiscano di dire ***ate una volta per tutte, altro che leggi contro le intercettazioni. Rendiamoci conto che di fronte ai cambiamenti del mondo moderno (l’informatica e internet, i trasporti e la mobilità globali, il riscaldamento e la perdita di biodiversità), tutto questo vecchiume burocratico non fa che cercare di tranquillizzarci, per esempio bruciando miliardi per avere sconti sull’acquisto di auto nuova, ma presto saranno finiti e si scorprirà che la crescita non ci sarà… Allora ecco : “la crisi” !
      La politica è responsabile delle difficoltà economiche della maggioranza della popolazione. Non si potranno più creare posti di lavoro perché la crescita delle multinazionali a capo dei fornitori e dei terzisti ha oggi un limite. Esempio : se i ricchi cinesi o gli americani non saranno conquistati dalla nuova 500, Fiat chiuderà ancora stabilimenti e i fornitori (piccole imprese) non potranno più fornire pezzi al gigante. La catena è logica… Ancor più banale : se noi vogliamo che il “made in Italy” si porti bene dovremmo aprire molti MacDonald’s, perché lì c’è il MacItaly con l’Asiago DOP. Sembra triviale, ma è la realtà. Questa è la risposta italiana alla globalizzazione. Nessuno vuole mettere bombe al MacDonald’s, ma in Francia (dove anche qui Sarkozy non brilla certo in iniziativa…), si è fatto di tutto per far riconoscere la gastronomia nazionale all’UNESCO, ciò che suscita dibattiti, ma che è comunque tutto un altro modo di valorizzare il “made in France” nel villaggio globale…
      Invece che cercare soluzioni, i politici cercano di dopare l’economia con fondi pubblici. Una politica mipoe e scellerata.
      Io conosco bene l’agroalimentare, e per questo mostro sempre gli esempi positivi che conosco in questo settore (le Indicazioni Geografiche, ma anche Slowfood, o i GAS, le filiere corte, il biologico…). In questo stesso blog si è parlato di distretti veneti e si è citato il distretto del Prosecco come il solo che non ha conosciuto la crisi. L’Italia, come molti altri paesi, ha le carte buone per uscire indenne, sarebbe ora di giocarle e di smettere di bluffare.
      L’epoca della grande industria fordista è finita da un pezzo. Non ha senso aver paura delle delocalizzazioni, come i media tendono a inculcarci. Si tratta di una ristrutturazione dell’economia, che ormai da un pezzo travalica largamente i confini nazionali. Sono i grandi summit che dettano le direttive, i G8, i G20, il Fondo Monetario Internazionale, l’UE… Sono i protocolli di Kyoto, i summit di Rio, di Johannesburg, che contengono le grandi decisioni. Che si articolano con il livello locale. Esempio concreto e riuscito : il progetto europeo LEADER si traduce in finanziamenti per i Gruppi di Azione Locali. O anche i progetti INTERREG… Così, vista da questa prospettiva, la faccenda diventa più complicata e più interessante, e lascia spunti di riflessione sull’avvenire, io credo.
      L’economia del futuro sarà localizzata, basata sui servizi (e in questo senso il lavoro contadino ci rende una miriade di servizi : fonte di impiego, gestione del paesaggio, controllo dei rischi idrogeologici, produzioni di alta qualità…).
      Facciamo circolare le idee, facendo buon uso di internet. Ben vengano i blog come questo, ben vengano wikipedia e wikileaks e quant’altro. Che le buone pratiche si diffondano ovunque. Siamo tutti protagonisti del cambiamento. Prima ancora di votare, con ogni semplice acquisto è un voto economico che noi diamo.

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