VENEZIA E I CARTELLONI PUBBLICITARI sui monumenti (quale sponsor per restaurarli) – solo episodi positivamente utili al recupero dello splendore dei monumenti? …o predestinato futuro della nostra era consumistica per le più belle città?

Nell’immagine, sullo sfondo, il ponte dei Sospiri. Il Ponte dei Sospiri è un ponte in stile barocco, pensile, completamente chiuso che porta direttamente dal Palazzo Ducale al vicino Palazzo delle Prigioni. Il Ponte dei Sospiri è così chiamato perché in esso transitavano i condannati i quali vedevano la luce e guardavano per l’ultima volta il Bacino di San Marco sospirando per la terribile detenzione che li attendeva nelle durissime celle prima della Serenissima e dopo dell’Impero austro-ungarico. Nelle prigioni veneziane vennero rinchiusi personaggi quali Giacomo Casanova, che riuscì clamorosamente ad evadere, Niccolò Tommaseo, Daniele Manin e Silvio Pellico di passaggio per lo Spielberg. Nelle celle di tortura sono ancora visibili i graffiti dei detenuti

   Se lo scrittore Tiziano Scarpa parla di Venezia come di “una città letale. La radioattività estetica è altissima. Ogni scorcio irradia bellezza subdola e inesorabile”, ebbene ogni piccola scalfitura a questa condivisibile impressione desta preoccupazione. Argomento quello che adesso andiamo a trattare, se vogliamo, un po’ frivolo (rispetto a alluvioni e a quel che accade nel mondo…). Ma neanche tanto, se pensiamo al volto che potranno definitivamente assumere le nostre più belle città in futuro.

   A Venezia, nel suo cuore storico più importante (e frequentato), la visione che si ha da Riva degli Schiavoni del ponte dei Sospiri, oppure del palazzo Ducale, della stessa piazza San Marco, è una visione “nuova”: una mutazione genetica della città sembra consumarsi con i grandi cartelloni che impachettano parte dei monumenti (il contesto del ponte dei Sospiri è completamente, integralmente, impacchettato). Mega poster con réclame gigantesche che ci saranno fino alla fine dei lavori, nel settembre 2011.

   Impressiona proprio il Ponte dei Sospiri: elemento storico-architettonico che ricorda “il dolore”: quello dei prigionieri, dei patrioti del Risorgimento italiano in particolare, avversi all’impero absburgico che passano per quel ponte, transitando da quella parte più alta del Palazzo Ducale dove c’erano “i Piombi” (luogo di torture) per finire, appunto passando attraverso il ponte e gettando l’ultimo sguardo (sospiro) al bacino di San Marco, nel palazzo delle prigioni. Ora l’ambientazione del Ponte dei Sospiri è tutta di colore azzurro, si è tolto ogni storica realistica tristezza che la pietra d’Istria esalta, e la plastificata immagine che se ne ha sembra uno scherno ai patrioti e al dolore lì vissuto (sarà un modo alternativo, sicuramente trash, di vivere le celebrazioni dell’Unità d’Italia?… che in Veneto, peraltro, il centocinquantenario si dovrebbe “festeggiare” nel 2016…).

   C’è stato nel settembre scorso un appello di “Venice in Peril Fund” (l’associazione inglese nata nella seconda metà degli anni sessanta del secolo scorso per salvare Venezia), con primo firmatario Norman Foster (famoso architetto e designer britannico inventore della architettura contemporanea denominata “high-tech”), e dei direttori dei principali musei del mondo; e ci son state pure le proteste lanciate contemporaneamente anche dal Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, in particolare per le pubblicità su Palazzo Ducale e sul Ponte dei Sospiri.

   Qualcuno (riportiamo di seguito) propone che almeno, se pubblicità ci deve essere per sponsorizzare i restauri, che almeno lo si faccia con immagini tratte dalla pittura veneziana, riproducendo dipinti conservati nei musei della città…  A sua volta la soprintendente veneziana Renata Codello ha ridimensionato l’intervento pubblicitario sui palazzi che sta avvenendo: “Abbiamo soltanto 6 palazzi storici ‘impacchettati’ di pubblicità: attualmente Firenze ne ha 37, Roma più di 67, Milano 261. A Venezia è vietata la pubblicità per le strade ed è la città meglio conservata e tutelata al mondo”. A sua volta il sindaco di Venezia Orsoni si è arrabbiato con chi si scandalizza, quando soldi non ci sono e non ne arrivano più, e queste sponsorizzazioni permettono di restaurare monumenti importanti…

   E’ chiaro che ci appare argomento frivolo quello di contestare sponsorizzazioni che permettono ripristini architettonici che sennò non sarebbero possibili…. Sta di fatto che è la prima volta che questo accade (a Venezia); e che noi pensiamo che non sia un episodio unico irripetibile, isolato… Quel che vogliamo dire è che il sistema dei grandi sponsor sta uscendo da forme di comunicazione tradizionale (come la televisione… seppur mezzo che resta il più efficace per vendere prodotti..), e non è male che si pubblicizzi un prodotto spendendo denaro per qualcosa che resta, come un restauro di monumento…. Fenomeno pertanto che potrebbe dirsi positivo. E’, di converso, pensabile che non sia una grande cosa vedere le nostre città con palazzi impacchettati di pubblicità da formula uno…

   Che fare?… quel che sta accadendo (la mancanza di fondi per i restauri) è un segnale di crisi delle scarse entrate che il “sistema città” sta vivendo, esautorato sempre più da quelli che tempo fa venivano chiamati “non luoghi” ma che forse ora non lo sono più: come i centri commerciali; le zone all’uscita della autostrade dove nascono commerci e attività di servizi innovativi; zone costruite ex novo per servizi pubblici fuori dai centri storici… tutti luoghi “oltre le città” che richiamano molta gente (e denaro).  E le città rischiano di perdere (hanno già perso) quella potenzialità economica che hanno in passato sempre avuto: tale da non avere, le amministrazioni pubbliche, alcuna risorsa per restaurare le parti architettoniche migliori….

   Ma questo discorso non può funzionare per Venezia: è una città che dovrebbe essere ricchissima di risorse, date dal turismo mirabolante che la avvolge… perché allora non esistono capacità di entrate finanziarie per restaurare parti così nobili come il Ponte dei Sospiri, la facciata di Palazzo Ducale, la stessa Piazza San Marco?   Ci sembra che qualcosa non funziona nel sistema economico-turistico e nel rapporto con le finanze pubbliche che dovrebbero conservare al meglio proprio quelle cose che sono all’origine del turismo sia elitario che di massa che c’è a Venezia… Per questo anche noi siamo contrari agli orribili cartelloni pubblicitari che si son voluti mettere nel cuore di Venezia.

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CENTRI STORICI SOFFOCATI DAL CATTIVO GUSTO – L’ARCHISTAR FOSTER: “ITALIA, CAMBIA LA LEGGE”

I  direttori dei musei internazionali lanciano l’appello al ministro Bondi: salvate Venezia deturpata. Sotto tiro i cartelloni pubblicitari che “impacchettano” i monumenti. La Soprintendenza della città lagunare spiega: “Soldi sponsor indispensabili per restauri”

– di Carlo Alberto Bucci, da “la Repubblica” del 4/10/2010  

   A Roma più di sessanta palazzi storici trasformati in cartelloni pubblicitari. A Firenze almeno 37 edifici ammantati di poster. E Milano che di réclame formato cantiere ne conta qualcosa come 261. E poi Venezia, che ha solo 6 gioielli impacchettati per pubblicizzare Rolex, Coca Cola, Bulgari. Ma è la perla della Laguna ad aver svegliato lo sdegno internazionale. 
   Contro l’uso delle sponsorizzazioni invadenti sui ponteggi di restauro a palazzo Ducale e sul ponte dei Sospiri i direttori dei maggiori musei del mondo, capeggiati dall’archistar sir Norman Foster, hanno scritto al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e al sindaco Giorgio Orsoni. 

   Chiedono che mai più su piazza San Marco e sul ponte dei Sospiri i turisti si trovino davanti i mega poster: réclame gigantesche che nascondo – fino alla fine dei lavori, nel settembre 2011 – gli archi e le grazie dell’architettura gotica. Ma la lettera degli esperti internazionali coinvolge tutto il sistema dei restauri in Italia. Si apre infatti con una richiesta precisa “al governo italiano”: “cambiare la legge che permette le enormi pubblicità sui ponteggi dei palazzi pubblici“.
   La lettera, firmata tra gli altri da Neil MacGregor del British Museum e da Glenn Lowry che guida il Moma di New York, è stata lanciata dalla rivista Art Newspaper. Bondi ha deciso di non rispondere. Replica la soprintendente veneziana Renata Codello: “Abbiamo soltanto 6 palazzi storici “impacchettati” di pubblicità: attualmente Firenze ne ha 37, Roma più di 67, Milano 261″.    Spiega l’architetto: “I soldi dei privati sono indispensabili per i restauri e poi ricordo cantieri-poster anche sul British di Londra o al Neue Museen di Berlino. Sappiatelo a Venezia è vietata la pubblicità per le strade ed è la città meglio conservata e tutelata al mondo”.
   Ancora più duro il sindaco Orsoni: “Questi illustri personaggi pensano forse che siamo dei selvaggi con l’anello al naso?”. Palazzo Ducale è del demanio ma dal 1924 il Comune l’ha in gestione e, con i 7 milioni di euro di incasso l’anno dalla biglietteria, tieni in piedi tutti i musei civici. Per i restauri, deve quindi rivolgersi agli sponsor. Che pretendono però poster in bella evidenza, previa autorizzazione statale del bozzetto pubblicitario. “Lo prevede la legge – incalza Orsoni – Vengano a Venezia i soloni di Londra e New York a vedere come stiamo restaurando i monumenti e amministrando bene la città”.
   Stato e Comune vanno a braccetto anche al Colosseo. E hanno lanciato una gara che entro il 30 ottobre ci dirà quanti sono i “mecenati” pronti a investire nei 10 progetti di restauro. Gli sponsor dovranno indicare la cifra che sono pronti a versare. Ma anche in che modo intendono farsi pubblicità. Sapendo però che mai potranno incartare le arcate del Colosseo con foto di ragazze ammiccanti. Ne va del decoro del simbolo di Roma.

   “Ma se solo l’altro ieri hanno montato un mega poster con la pubblicità di un’auto sui ponteggi di un palazzo privato che s’affaccia proprio sul Colosseo, e con tanto di illuminazione sparata che non serve certo alla sicurezza del cantiere”, denuncia Massimiliano Tonelli del comitato “Cartellopoli”, associazione che a Roma si batte contro i circa “130mila cartelloni abusivi piazzati lungo le strade, mentre il Campidoglio ne ammette appena un terzo”.
   Almeno le pubblicità sui restauri salvano i monumenti. Ma spesso non si tratta di lavori indispensabili. E scoppiano le polemiche. È successo nel 2008 per il restauro “griffato” di Castel dell’Ovo a Napoli e l’anno scorso per il maxi striscione réclame su Ponte Vecchio a Firenze. A Roma, solo quest’estate, dopo circa otto mesi di cantiere disabitato, sono stati tolti i poster che coprivano la facciata di palazzo Venezia. Un intervento da appena 160mila euro deciso per una caduta di polvere da un cornicione. A Venezia, almeno, palazzo Ducale è entrato in cura dopo che nel 2007 una pietra da 30 chili si era schiantata su piazza San Marco.
(ha collaborato Nicola Pellicani) 

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LE IMPALCATURE DEI GRANDI RESTAURI? AVVOLGIAMOLE NELLA PITTURA VENEZIANA

di Paolo Mameli, da “la Nuova Venezia” del 18/10/2010

   In principio c’era l’impalcatura, nuda, fredda e triste. Tutto era sempre bene in vista: le ferite da riparare e gli operai che, come formiche, vi si affannavano intorno; l’unica divisione dal resto del mondo era data da qualche rete, messa lì più per protezione che per altro, e dalle staccionate in legno che impedivano ai curiosi – e ai malintenzionati – di fare danni o farsi del male.

   Poi vennero le coperture in tela, di quel grigio indefinibile che sembra nato per non farsi notare. Ma attorno agli anni Novanta, con l’avvento delle tecnologie digitali e il diffondersi delle gigantografie, ecco il salto di qualità: perché non rappresentare, come in un immenso trompe-l’oeil, la realtà celata, riportando in fotografia le facciate e fingendo che tutto sia come prima?

   E, in effetti, i palazzi se visti da una certa distanza davano l’impressione di essere ancora perfettamente intatti, magari con le sfumature calde e le ombre di una giornata di sole mentre Giove Pluvio stava scatenando le cateratte dal cielo.  Sembrava di avere finalmente trovato la soluzione ideale, quella che permetteva di eseguire gli indispensabili lavori senza tuttavia incidere troppo nel panorama urbano.

   Un giorno però, d’improvviso comparvero gli sponsor: non che non ci fossero mai stati, ma fino a quel momento se n’erano rimasti discretamente confinati in un angolo o in un rettangolino colorato, a guisa di targa, che li indicava come benefattori. Invece eccoli lì, a campeggiare in tutta la loro magniloquenza tra borsette e spolverini griffati indossati da modelle dal broncio perenne.  

   Se pubblicate in una pagina di Vogue o di Vanity Fair, simili immagini possono anche essere gradevoli, ma al centro di un gioiello come Piazza San Marco sono un vero e proprio pugno in un occhio, così avulse e indifferenti a tutto ciò che li circonda.  Da principio ci fu un senso di stordimento, quasi di incredulità, ma ben presto ebbe inizio la protesta che cominciò sempre più a diffondersi, levandosi non solo dai semplici cittadini, ma anche da organi e organizzazioni di assoluto prestigio come il Fai e l’Unesco, per citarne solo alcuni, col diktat perentorio: quegli orrori devono sparire immediatamente.

   Gli amministratori, però, hanno subito ben argomentato le loro posizioni: i monumenti sono vecchi, vecchissimi ed i restauri sono indispensabili, ma le casse sono più in secca del Sahara in un’adeguata giornata di sole.  Lo Stato ormai centellina le risorse e solo gli sponsor, che però chiedono una contropartita in fatto di visibilità, possono fornire quella linfa vitale che permette la dovuta e costante manutenzione. E, a loro dire, non è una via praticabile nemmeno quella di ridurre le dimensioni delle pubblicità: se si riduce l’immagine si riducono gli introiti e questo, allo stato attuale, non è praticabile.  

   Da queste premesse, tutti sembrerebbero avere in egual modo un po’ di torto e un po’ di ragione: gli sponsor devono pur avere un ritorno per quanto spendono, ma potrebbero essere un po’ meno pretenziosi; gli amministratori hanno accettato queste pubblicità per l’atavica scarsezza di risorse per la cultura, tipica del nostro Belpaese, ma dovrebbero anche fare un po’ più la voce grossa, essendo dopotutto i padroni di casa, e di una delle “case” più belle del mondo!  

   Come si evince facilmente, le due posizioni sembrerebbero inconciliabili. E tutti hanno criticato, ma nessuno ha cercato una vera proposta alternativa. Anch’io, nel mio piccolo, ho provato ad immedesimarmi nei rispettivi ruoli: se da una parte comprendo che, in un paese come il nostro con i Beni Culturali che fanno un po’ da Cenerentola nonostante gli infiniti – e paradossalmente troppi – tesori d’arte, i finanziamenti sono scarsi ed arrivano col contagocce, è ben vero che ogniqualvolta passo per Piazza San Marco sento una stretta allo stomaco.

   Finché, l’altro giorno, nel rimirare la foto incongrua di due giovani che scendono da una macchina, ho avuto un’illuminazione, un’idea semplice, quasi ovvia e, forse, proprio per questo in grado di soddisfare un po’ tutti.  Basterebbe sostituire questo genere di pubblicità con immagini tratte dalla pittura veneziana, riproducendo dipinti conservati nei musei veneziani, sia statali che comunali.  

   I marchi delle aziende rimarrebbero intatti, anche se di grandi dimensioni come lo sono ora, e così pure la possibilità di mantenere uno slogan prettamente pubblicitario. Tutto starebbe nel far lavorare i creativi e affinché creino un messaggio efficace.  

   Dopotutto la pubblicità ha spesso saccheggiato il mondo dell’arte e basta lavorare un po’ di fantasia per trovare facilmente alcune connessioni: la figura nuda che allatta della Tempesta di Giorgione si sposa benissimo con tutti i prodotti per neonati e premaman, una Venere dormiente con tutto ciò che concerne il riposo e il benessere dello spirito, la cornucopia che trabocca oro e gioielli del Nettuno tiepolesco per qualsiasi concorso a premi abbinato ad un prodotto.

   E si potrebbe continuare così all’infinito.  Certo le critiche si farebbero sentire: i puristi si ergerebbero sostenendo che in tal modo si svilisce e si snatura il significato delle opere d’arte, gli sponsor che questi messaggi non rientrano nella linea grafica adottata per il marketing. Può darsi.

   Sono certo però che l’impatto sarebbe infinitamente minore, un po’ come un dipinto appeso ad una parete che, magicamente, si amalgama col resto.  Una tale soluzione, inoltre, potrebbe aiutare a (ri)scoprire i capolavori conservati a Venezia, il che sarebbe una cosa positiva per tutti.

   Ovviamente le amministrazioni dovrebbero fare la loro parte, concedendo a titolo gratuito i diritti di riproduzione per quella pubblicità, anche se riportata coordinatamente su altri mezzi (stampa, web e così via). Non è detto che non possa funzionare. Basta che dopo il tempo indispensabile per eseguire i lavori, si tolga tutto ed i monumenti ritornino al loro primitivo splendore.  Ma ora passo la parola ai diretti interessati. (Paolo Mameli)

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RESTAURI PER 1,7 MILIARDI: «IL MONDO SI RASSEGNI AGLI SPOT»

di Sara D’Ascenzo, da “il Corriere Veneto” del 19/10/2010

– Palazzi coperti da cartelloni, Orsoni sfida la stampa internazionale. Il sindaco critica la legge speciale di Brunetta. La lista dei desideri ai comitati internazionali –

   Lo scandalo lui non ce lo vede. L’indignazione del mondo non la capisce. E di fronte a chi arriccia il naso guardando all’insù e trovandosi di fronte un cielo finto invece del Ponte dei Sospiri, il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni ha voluto scandire nel modo più chiaro possibile la sua versione sulle maxi-pubblicità che campeggiano sui maggiori restauri della sua città.

   Di fronte ai giornalisti della stampa estera, convocati a Roma, Orsoni l’ha detto senza filtri: «Lo scandalo non c’è. Venezia ha bisogno di 108 milioni di euro l’anno per le sole manutenzioni degli immobili. Sono qui proprio per chiedervi dov’è il problema: le maxi pubblicità si fanno in tutta Italia, non vedo perché a Venezia non si possa». Di fronte a lui un nutrito gruppo di giornalisti delle più diverse testate: dal Daily Telegraph a Le Monde, dal Suddeutshce Zeitung a Der Spiegel. Tutti a chiedere al sindaco perché anche a Venezia trasformare i cantieri di restauro in una ghiotta vetrina per gli sponsor.

   Orsoni ha risposto con un dossier di dati, sgomberando subito il campo dagli equivoci: sui 1.000 cantieri in attività oggi a Venezia negli edifici vincolati dal ministero dei Beni Culturali, quelli ricoperti dai maxi-cartelloni sono 6 contro i 37 di Firenze, i 67 di Roma, i 261 di Milano: «Non sta a me giudicare il patrimonio artistico di Milano – ha detto in modo provocatorio il sindaco – o dire se è paragonabile con quello di Venezia, ma evidentemente loro ricoprono tutto e noi no. Di più: i cantieri sui quali si fanno sponsorizzazioni sono solo quelli in cui si eseguono i lavori di restauro e solo sugli edifici pubblici, perché su quelli privati le maxi pubblicità sono vietate. Noi non facciamo trucchi come fanno altri».

   L’intento, nemmeno troppo velato, è di mandare un messaggio chiaro ai comitati privati, quei gruppi di cittadini stranieri (facoltosi) che dopo l’alluvione del ’66 si sono dati da fare per la salvaguardia di Venezia e che in più occasioni hanno fatto sentire la loro voce contro le affissioni formato extra large: «I lavoro che i comitati privati fanno è importante e fortemente apprezzato. Però dal punto di vista sostanziale è una goccia.

Gli interventi dei comitati arrivano a 200mila euro l’anno, sono restauri preziosi ma spesso minimi: 5.000 euro di qua, 50mila di là. Io andrò alla loro riunione con la “lista della spesa”, un elenco degli interventi che si possono fare: 63 interventi per un totale di 13 milioni di euro, vediamo cosa verrà fuori. E non vengano a dirmi di fare un fondo internazionale per far gestire gli interventi su Venezia ad altri: lì mi offendo. Posso solo pensare a una pianificazione delle maxi pubblicità».

   I casi più clamorosi di «sollevazione» contro le maxi affissioni hanno nomi e volti di marchi e pubblicità celebri: prima la Coca Cola con tutti i colori «sparati» che campeggiava su Palazzo Ducale, poi quella di Bulgari con una Julianne Moore vestita di «qualche gioiello», mai arrivata sulla facciata in restauro: «Per la Coca Cola, mi sembra assurdo dire che fosse offensiva. Per Bulgari l’immagine, una bellissima immagine, ovviamente, a costo di passare per bigotto l’ho bocciata perché non idonea al luogo».

   Nonostante questi incidenti di percorso, che sono valsi all’amministrazione gli strali dei comitati privati, del Fai e dell’architetto Norman Foster, che fu direttore della Biennale Architettura (e all’origine della conferenza stampa di fronte ai giornalisti stranieri), l’equazione di Orsoni «pubblicità uguale soldi che nessuno dà più a Venezia» è stata spiegata dal sindaco con un po’ di numeri.

   Per esempio con una «simulazione» fatta confezionare a Edilvenezia mettendo insieme tutti gli edifici (anche non di competenza comunale) che avrebbero bisogno di restauri. Il totale dei soldi necessari rende l’idea: 1,7 miliardi di euro per mettere a posto tutta la città, dalle scuole alle strutture pubbliche, passando per l’Arsenale, le carceri, le caserme di tutte le armi.

   Una provocazione necessaria da offrire al mondo nei giorni in cui il ministro Renato Brunetta sta riscrivendo la legge speciale: «Una legge speciale senza finanziamenti speciali – dice Orsoni – trovo assurdo si arrivi a questo. Come pure penso sia un passo indietro il federalismo fiscale per Venezia: così la si omologa a tutte le altre realtà, mentre nel ’73 la legge speciale ne sancì la particolarità rispetto a tutte le altre, compresa Firenze che pure subì l’alluvione del ’66 come Venezia».

   Basterà a far cambiare idea alla stampa internazionale? A giudicare dalle domande dei giornalisti, no. Per il corrispondente di Le Monde il sindaco non riusciva a capire le ragioni dei turisti, per la giornalista di un network televisivo nordamericano la cosa più importante era l’angoscia di sentirsi preda delle merci anche in una città antica come Venezia: «Io vi capisco» ha chiuso Orsoni. Ma sulle maxi pubblicità non si torna indietro. (Sara D’Ascenzo)

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PUBBLICITA’ SUI MONUMENTI – BONDI: NUOVI CRITERI PIU’ ADEGUATI

ANSA, 4-10-2010

– Il ministro vuole norme che limitino l’esposizione nel tempo. Il sindaco di venezia Orsoni: trovi però altre forme di finanziamento. La sovrintendente: da noi norme più restrittive di Roma e Firenze –

VENEZIA – Presto nuovi criteri «più coerenti e adeguati» per far sì che le pubblicità affisse sulle facciate di musei e monumenti dagli sponsor che hanno contribuito al restauro siano fatte in modo più accettabile e limitate nel tempo.

   Lo annuncia all’Ansa il ministro dei beni culturali Sandro Bondi, dopo le polemiche e l’appello di “Venice in Peril Fund”, firmato da Norman Foster e dai direttori dei principali musei del mondo, e le proteste lanciate qualche settimana fa anche dal Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, in particolare per Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri a Venezia.

   Gli sponsor, avverte però il ministro, sono «un fatto positivo e insostituibile». «I manifesti pubblicitari che si vedono nel centro storico di Venezia e di cui si parla in questi giorni- dice Bondi – sono necessari per far fronte alle contenute risorse disponibili per il restauro dei beni culturali. L’intervento delle imprese private a favore del nostro patrimonio storico artistico è tuttavia un fatto positivo e insostituibile».

   La materia delle affissioni pubblicitarie, ricorda il ministro, «è regolata per legge dal Codice dei beni culturali e del paesaggio e ogni intervento è il frutto della valutazione di ciascun sovrintendente, cui spetta l’arduo compito di interpretare le sensibilità locali». Considerata «la rilevanza che il tema riveste e considerati gli appelli anche di carattere internazionale», Bondi ha chiesto però al segretario generale «di mettere a punto dei criteri più coerenti e adeguati, affinché, pur mantenendo la possibilità di usufruire del sistema delle sponsorizzazioni, si adottino modalità accettabili e limitate nel tempo quando si autorizzi forme di pubblicità su beni del patrimonio culturale».

   «Se il ministro indicherà criteri più restrittivi ci adegueremo, nella speranza che si individuino però altre forme di finanziamento dei restauri». Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni commenta così la decisione del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. «Non sono certo io che voglio i cartelli pubblicitari, è un problema di risorse», ripete il sindaco di fronte all’ennesima polemica sull’argomento, un «tormentone» che viene riproposto periodicamente e che Orsoni rimanda ogni volta al mittente: «Se una legge vieterà la pubblicità sui monumenti la osserveremo, ma mi devono dire quali possono essere le forme alternative di finanziamento dei restauri. Del resto, per fare i lavori è necessario coprire i monumenti e anche se sulle impalcature non mettessimo la pubblicità chiese e palazzi sarebbero comunque nascosti alla vista».

   «Ben vengano nuovi criteri che ci aiutino a fare di più e meglio. Ogni indicazione sarà ovviamente rispettata, ma a Venezia adottiamo parametri già molto restrittivi rispetto ad altre città come Roma e Firenze». La Sovrintendente ai Beni architettonici di Venezia Renata Codello accoglie con favore l’annuncio del ministro Sandro Bondi sull’individuazione di criteri «più coerenti e adeguati» per la pubblicità sui monumenti, ma replica con puntiglio all’appello dei direttori dei principali musei del mondo contro i cartelloni su Palazzo Ducale e sul Ponte dei Sospiri.

   «A differenza di Roma e Firenze, noi escludiamo l’affissione sugli edifici privati – precisa -, inoltre sui manifesti non possono comparire bambini o donne discinte, mentre per i pannelli destinati alle chiese e ai monumenti dell’area marciana consultiamo sempre preventivamente la Curia».

   Proprio recentemente – ricorda per esempio la sovrintendente – è stata bocciata la pubblicità di una nota griffe di moda con l’attrice americana Julianne Moore in versione osé su Palazzo Ducale, perché giudicata inadeguata per Piazza San Marco e la vicina basilica. Il risultato di tutto questo è che a Venezia sono solo sei i monumenti «impachettatìi» mentre a Roma e Firenze gli edifici storici coperti da maxi-poster sono molti di più. Senza dimenticare che nel 2010 dal Ministero sono stati destinati circa 300 mila euro per i restauri di cui una città come Venezia ha continuamente bisogno, mentre i finanziamenti degli sponsor sono più del triplo: in media un milione di euro ogni anno.

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LA FINTA VENEZIA A LAS VEGAS COPIA ANCHE LE MAXI AFFISSIONI

di Paolo Navarro Dina, da “il Gazettino” del 27/10/2010

   Quando ci si mettono gli americani, beh, non ci sono storie. Ricordate Las Vegas? Ovvio. E la Venezia completamente rifatta da quelle parti? Già, mattone per mattone, gondola su gondola, canale per canale. Bene. Ora negli “States” hanno voluto essere ancora più realisti. Sulle facciate del “finto” Palazzo Ducale – proprio per renderlo uguale a quello vero – ci hanno piazzato dei “megacartelloni” pubblicitari. Presa per i fondelli in salsa yankee? Nossignori. Marketing bell’e buono.
      Come dire: se lo fa la Venezia “vera”, perché non possiamo farlo noi che ne abbiamo una tutta fasulla? Già. Sottile ironia. Ed ecco quindi i “poster” sulla facciata del “Ducale Palace” in bella mostra. Come diceva quel famoso presentatore: vedere per credere…

la finta Venezia a Las Vegas

      Intanto al di là della “copia” americana, sul sito di “The Art Newspaper”, il “Giornale dell’Arte” in lingua inglese, sono apparsi in questi giorni i commenti dei lettori sulle notizie rilanciate dal giornale sui “cartelloni pubblicitari” e ancor di più dopo la lettera di alcuni dei direttori dei musei più prestigiosi al mondo.

   E qui, è possibile leggere veramente di tutto, e soprattutto commenti da tutto il mondo, con un unico soggetto “Venezia e i manifesti pubblicitari”. Anche se si tratta di opinioni di lettori anglosassoni se ne possono leggere di cotte e di crude con pareri discordi. C’è la signora che vive in Florida che, riferendosi ai manifesti, li giudica “abominevoli”; un lettore di New York che parla di “scelta terribile”, ma non manca nemmeno un certo “Mark” che scrive dal profondo Texas e che non si lamenta: «Ottima scelta, idea originale”. E aggiunge: “Lo farei anche su tutte le auto che transitano sulle strade…”. 
      Ma in maggioranza sono commenti critici, qualche lettore ci va con l’accetta: «Sarebbe opportuno che si iniziasse un boicottaggio contro tutti gli inserzionisti che si prestano a questi scempi” – tuona Jerry da San Francisco, mentre Claudia sempre dalla California, rilancia: «É una vergogna – dice – per queste aziende che non rispettano nulla. Dovrebbero avere maggior gusto per le loro pubblicità e rispettare di più Venezia».
      E qualcun altro, come Martha nel cuore del Midwest americano, profonda provincia d’Oltreoceano che, dopo esser venuta a Venezia con il marito, avverte di avere il «”cuore trafitto” da questo genere di pubblicità invasiva». E si potrebbe andare avanti. I commenti alla petizione sono più o meno tutti sulla stessa falsariga. Per carità nulla di trascendentale. Pittoresco questo sì. Che sia anche il segno dei tempi?

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THE NEW YORK TIMES

BEHIND VENICE’S ADS, THE RESTORATION OF ITS HERITAGE

By ELISABETTA POVOLEDO

Published: September 18, 2010

VENICE — Legend has it that the Bridge of Sighs, which connects the Palazzo Ducale here to an ancient prison, got its name because it gave convicts on the way to serve their sentences a last glimpse of the limpid lagoon. The view today, however, is more likely to be a gargantuan billboard on a blue sky of tarpaulin touting Bulgari or Coca-Cola.

Behind the cloud-studded blue are the facades of fragile monuments under restoration; those structures are also the beneficiaries of the advertising revenue. But when the Coke billboards went up this summer on buildings that abut the Piazza San Marco — the historic and, perhaps more to the point, touristic, heart of Venice — there was an explosion from outraged Venetians.

“We couldn’t stay quiet,” said Maria Camilla Bianchini d’Alberigo, president of a heritage protection association. “Too much is too much.” Her organization, the Fondo Ambiente Italiano, denounced the intrusiveness of the ads, setting off the public debate.

“What’s missing is a set of criteria that makes the advertising compatible with the environment so that the buildings are not offended, and so that they are still visible,” she said. City officials counter that without these advertisements, the city could not begin to maintain its historic monuments, many of which show the ravages of centuries of wear, exacerbated by the impact of the watery setting.

Renata Codello, the Culture Ministry official responsible for Venice’s monuments, said, “Ads pay for the restoration of public buildings,” which would not get repaired otherwise, “even though many are a hazard for public safety.”

“We’re just not in a position to say no to money, not for aesthetic reasons,” she said in a telephone interview. “I can’t turn down the image of a bottle when there are pieces of the Palazzo Ducale falling to the ground.”

Ms. Codello said her department had received $200,000 for restorations so far this year, well short of the $2.6 million to $3.9 million she requests annually to keep abreast of the most precarious situations.

But Venice, Ms. Codello added, has relatively few advertising spaces on scaffolding, compared with cities like Rome and Florence where billboards are far more prevalent.

The Culture Ministry has a budget of about $47 million for restoration of these sites, but Italy has a rich architectural heritage, and funds are always tight. Of that amount, $1.8 million was allocated to the entire Veneto region, which includes Venice.

Private sponsorship, once limited to financial contributions, became less restrictive under a 2004 law that allowed contributors to have direct involvement in restoration projects, including carrying them out. The change in the law has not had a huge effect as far as bringing money in, according to a Culture Ministry official, who spoke on condition of anonymity, in line with ministry policy.

While discussions persist in Italy on the extent to which business interests should intrude upon cultural undertakings, and though private enterprises have been active within the state-controlled system for more than a decade — through bookstores, restaurants and ticketing services — officials entrusted with preserving Italy’s cultural heritage remain distrustful of commercial involvement.

When Mario Resca, who ran the Italian subsidiary of McDonald’s for years, was appointed to a new ministry post to develop museums two years ago, there was a significant outcry that the ministry’s mandate would be bartered for an entrepreneurial model.

And now the Italian government has been debating whether to turn over some properties, from mountains to army barracks, to local administrations, which have fewer restrictions on their patrimony.

“We can increase efficiency and improve results, but we can’t commercialize everything,” Alessandra Mottola Molfino, president of Italia Nostra, another heritage protection agency, said in a telephone interview. “The lesson that goes out is that there is a price for everything.”

In the case of the Bridge of Sighs and the Palazzo Ducale, the city signed an accord two years ago with Dottor Group, the company responsible for the restoration, allowing it to sell ad space to pay for its labor. One phase of the restoration of the palace was unveiled this month, and the company has said it expects work to be completed by October 2011.

“The city coffers were empty, so we had to find sponsors,” Mayor Giorgio Orsoni said.

Dottor Group, which is based in San Vendemiano, near Venice, pledged to raise $2 million over three years through the ads, which are affixed to the cloud-bedecked tarpaulin designed by the photographer Oliviero Toscani, best known for his ads for Benetton. Pietro Dottor, president of the company, said he preferred to “concentrate on our work, not the polemics. We are carrying out high-quality projects at zero cost to the city.   

That’s what is important.” The total costs of restoring the Canonica canal side of the Palazzo Ducale, including the Bridge of Sighs, will come to $3.6 million and all the money from the ads will go to the project.

“Why not use this avenue? What do we gain by leaving the scaffolding blank?” Mr. Orsoni, the mayor, added.

One proviso of the agreement with Dottor: The ads could not offend public taste. “You can’t show everything, but I don’t understand what the deal was with the Coke bottle,” Mr. Orsoni said. “Sure the colors were bright, but frankly, we’re used to seeing them all over the world.”

In an e-mailed statement, Coca Cola said it had chosen to advertise on the Palazzo Ducale “not just to help promote our brand, but because it would also help preserve some of the city’s culture.”

Government belt-tightening has increased the need for private money. In July, the Culture Ministry announced that it was seeking private sponsors for a $33 million restoration of the Colosseum, which had 4.7 million visits last year.

Heritage organizations acknowledge that private sponsorship is a valuable asset but believe that advertising must be more contained. “It’s not a question of ideological radicalism, but of preoccupation with the invasiveness of the ads in delicate places, like Piazza San Marco,” Mrs. Bianchini d’Alberigo said.

Venice is unique, “and a special dialogue exists between architecture, stones, water and man, which the ads shatter,” she said.

Other critics of the ads assert that Venice is not fully exploiting its value as a location set. City Hall “is not sufficiently selling the concept of Piazza San Marco,” said Pieralvise Zorzi, an advertising executive and a descendant of one of Venice’s oldest families. “It’s a location that could be sold better.”

And because “there is a lot of potential positive fallout for a company to say, ‘We restored this,’ ” he added, businesses could be more directly involved as sponsors — creating ads “made to measure for the location,” even though “it would cost them more.”

Others believe that there is more money to be made for preservation through direct fund-raising, or by getting the city itself to sell the ads — the way that some professional sports teams buy air time and produce their own broadcasts, keeping all ad revenue for themselves.

It is a notion that Mr. Orsoni dismisses. “City Hall is not an ad agency; it’s not our business,” he said.

A version of this article appeared in print on September 19, 2010, on page A20 of the New York edition.

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One thought on “VENEZIA E I CARTELLONI PUBBLICITARI sui monumenti (quale sponsor per restaurarli) – solo episodi positivamente utili al recupero dello splendore dei monumenti? …o predestinato futuro della nostra era consumistica per le più belle città?

  1. Agata Lo Tauro domenica 28 novembre 2010 / 8:13

    Perdonatemi per queste domande:
    Il fine giustifica i mezzi? Bisogna comprendere “bene” lo “scopo”, correct?

    Se pensiamo di attuare metodologie che si ispirano alla sussidiarietà aiutiamo TUTTE le città, ad esempio?
    Vi ricordo la Costituzione Italiana, all’art. 2, ad esempio.
    Vi ricordo anche 2 parole chiave: “Sussidiarietà della solidarietà”.

    Vi cito questo libro: Giussani L. “L’io, il potere e le opere”

    ad maiora.

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