INFORMAZIONE GLOBALE – WIKILEAKS modifica la geografia del mondo: in crisi i sistemi informativi “protetti” e le diplomazie tradizionali – un “governo mondiale” per rispondere alla sfida del villaggio informativo globale, proponendo pace, diritti umani e prosperità

Lo spagnolo «El Pais» titola sul sito web: «I segreti della diplomazia degli Stati Uniti allo scoperto» - QUANTO STA ACCADENDO IN QUESTE ORE CAMBIERA’ LE REGOLE (di Guido Olimpio, da “il Corriere della Sera.it” del 28/11/2010). WASHINGTON – In questi anni di attacchi terroristici riusciti e mancati, negli Stati Uniti si sono celebrati «processi» al mancato scambio di informazioni, ai compartimenti stagni che hanno impedito la circolazione di dati vitali, alle gelosie su segreti importanti. Una mancanza di cooperazione che avrebbe favorito le azioni criminali. E’ anche per questo che gli Usa hanno creato un database protetto al quale hanno accesso oltre 2 milioni di funzionari e militari, tutti dotati di un permesso speciale e – in teoria – fidati. Il tradimento del soldato Bradley Manning, l’uomo che – secondo la versione più accreditata – ha passato la montagna di file a Wikileaks rimette tutto in discussione. Perché ha dimostrato come sia possibile bucare un network che dovrebbe essere tutelato. RIMEDI DIFFICILI - Da settimane, oltre a creare una task force al Pentagono per seguire le scorribande di Wikileaks, gli ufficiali e l’intelligence sono al lavoro per studiare contromisure. E’ evidente che la sola fiducia nel personale non basta. Ma scovare il rimedio non sarà agevole in quanto ci sono due esigenze contrapposte: da un lato Washington deve difendere le sue informazioni, dall’altro è costretta a diffondere il sapere anche se in una cerchia ristretta. Un altro spunto riguarda le operazioni di contro-informazione. Wikileaks ha aperto una strada conquistandosi consensi: in tanti sono convinti che sia giusto diffondere i documenti. Ed è possibile che presto nascano altri siti, pronti a lanciarsi in questa attività. Questo apre un nuovo scenario nella lotta tra servizi segreti: gli 007 di un certo paese potrebbero creare il «loro» Wikileaks per ingannare gli avversari oppure prefabbricare file da «offrire”» ai pirati. Ecco perché quanto sta accadendo in queste ore cambierà le regole per la segretezza. (Guido Olimpio)

   Le notizie (che qui vi diamo di seguito, nel primo articolo de “la Stampa.it” così come viene ripreso dalla “fonte” New York Times) sulla mastodontica fuga di notizie rilevate dalla diplomazia americana (…un tentativo di hackeraggio informatico globale: il Politburo cinese ha diretto l’intrusione nei sistemi informatici di Google in Cina… Hillary Clinton che fa spiare Banki Moon il leader dell’ONU… di uranio arricchito in Pakistan da recuperare perché sennò diventa una bomba atomica… di fallimenti in medio Oriente e di possibili interventi di riunificazione delle due Coree… di agenti della CIA che in Germania rapiscono un inerme cittadino ritenendolo un terrorista… dei prigionieri di Guantanamo offerti in cambio di qualche visibilità a Belgio e Slovenia… del vice-presidente afghano che se ne va in giro con 52milioni di dollari in contanti…); e il fatto che altre rivelazioni ci saranno nei prossimi giorni… ebbene tutto questo rivoluziona la geografia dei rapporti fra stati, fra nazioni e, quel che più importa, fra aree geopolitiche mondiali (quella del pacifico tra Usa e Cina con quella Mediorientale sempre più in fermento, con quella apatica europea…).

   Sembra un giocattolo, il mondo, che dopo averlo caricato con la molla, non si riesce più a controllare, a fermare: e l’ “informazione riservata” che fa buchi dappertutto (appunto nella sua impossibile riservatezza: troppe persone “vedono” le informazioni top-secret, ed è naturale che qualcuno le riveli…), e la crisi dicevamo non è tanto nell’ “informazione rivelata”, quanto nel fatto che da queste rivelazioni possiamo ben vedere lo stato confusionale del mondo, diviso tra stati-nazione in decadenza al loro interno, tra aree geopolitiche che si confrontano e scontrano al loro interno a fra di esse….

   Un bisogno probabilmente di prosperità per qualcuno (l’Africa abbandonata a sè stessa, o parte del centro-sud dell’America…), di affermazione definitiva di altre aree in fase di dirompente sviluppo (demografico, urbanistico, tecnologico…) come l’India, la Cina, il Brasile, il Sud Africa… e la necessità per altri di “muoversi nonostante tutto”, per situazioni interne di implosione, insostenibili (come il caso della Corea del Nord in queste settimane…)….

Nel 2006 l'hacker australiano JULIAN ASSANGE (nella foto) fonda il sito WIKILEAKS, che pubblica documenti coperti da segreto

   Insomma, la crisi che si è sollevata con le rivelazione di WikiLeaks, non può essere risolta in nessun modo (non esisteranno mai sistemi informativi protetti quando le informazioni devono necessariamente passare fra molte mani). Un miscuglio confuso e pericoloso, che più che mettere in crisi il sistema informativo diplomatico americano e internazionale, connotano che il mondo ha bisogno di un progetto comune di pace, sicurezza, stabilità, di diritti umani rispettati per tutti, di uso sostenibile dell’ambiente e delle risorse, e di prosperità; oltre gli interessi particolare e geostrategici. Questo non può avvenire che con la creazione di un Governo Mondiale (e gli strumenti che dovrà darsi) che sappia rappresentare tutti i popoli della Terra. L’obiettivo, nelle emergenze come queste, potrebbe essere più facile da raggiungere.

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28/11/2010 – LA DIRETTA da LA STAMPA.IT

WIKILEAKS, ECCO IL RIASSUNTO DEI DOCUMENTI SUL NEW YORK TIMES

Traduciamo dal giornale online americano perché il sito di Julian Assange è sotto attacco “DoS” (denial of service) da parte di hacker non meglio identificati

traduzione a braccio di ANNA MASERA

WASHINGTON – Duecentocinquanta milioni di documenti confidenziali della diplomazia americana, per lo più degli ultimi tre anni, forniscono una visione senza precedenti alle negoziazioni dietro le quinte tra le ambasciate di tutto il mondo, con i punti di vista candidi e brutali dei leader stranieri e valutazioni franche delle minacce nucleari e terroristiche.

   Alcuni dei documenti, resi disponibili al New York Times, Der Spiegel, Le Monde, El Pais, The Guardian, sono stati scritti fino alla fine dello scorso febbraio, e rivelano gli scambi di messaggi dell’amministrazione Obama sulle crisi e i conflitti nel mondo. Il materiale è stato ottenuto originariamente da WikiLeaks, un’organizzazione che si è prefissata lo scopo di rivelare documenti segreti. WikiLeaks intende pubblicare l’archivio sul proprio sito un po’ per volta, a partire da oggi, Domenica 28 novembre.
   Difficile prevederne gli effetti sugli affari internazionali: il mondo diplomatico trema.
   Il segretario di Stato Hillary Rodham Clinton e gli ambasciatori americani nel mondo hanno contattato i funzionari esteri recentemente per avvertirli della pubblicazione. Sabato il consigliere legale del dipartimento di Stato, Harold Hongju Koh, ha scritto a un avvocato di WikiLeaks informando l’organizzazione che la distribuzione dei documenti era illegale e poteva mettere in pericolo vite, mettendo a repentaglio operazioni militari e di controterrorismo e minando la cooperazione contro la proliferazione nucleare e altre minacce.

   I documenti, un quantitativo gigantesco del traffico quotidiano fra il dipartimento di Stato Usa e circa 270 ambasciate e consolati, sono un resoconto segreto delle relazioni Usa con il mondo in un’era di guerra e terrore. Tra le loro rivelazioni, il Times nei prossimi giorni pubblicherà dettagli su quanto segue:

– Una diatriba pericolosa con il Pakistan su carburanti nucleari: dal 2007, gli Stati Uniti hanno fatto uno sforzo molto segreto, senza successo, per rimuovere da un reattore per la ricerca pachistano l’uranio arricchito che i funzionari americani temono possa venire utilizzato in un apparecchio nucleare illecito. Nel maggio 2009, l’ambasciatrice Anne W. Patterson ha riportato che il Pakistan si rifiutava di fissare una visita da parte di esperti tecnici americani perché, come ha detto un funzionario pachistano, “se i media locali fossero venuti a conoscenza della rimozione del carburante, sicuramente avrebbero dipinto gli Stati Uniti come quelli che si prendevano le armi nucleari pachistane”.

– Un tentativo di districarsi da un eventuale collasso della Nord Corea: funzionari americani e sudcoreani hanno discusso la prospettiva di unificare la Corea, nel caso nel Nord i problemi economici e la transizione politica facessero implodere lo stato. I sudcoreani hanno persino considerato di rivolgersi commercialmente alla Cina, secondo l’ambasciatrice americana a Seoul, che avrebbe detto a Washington in febbraio che secondo funzionari sudcoreani gli affari giusti avrebbero “aiutato a salvare” la coesistenza della Cina con una Corea riunificata e cioè un’alleanza benigna con gli Stati Uniti.

– Una trattativa per svuotare la prigione di Guantánamo Bay: quando diplomatici americani hanno pressato altri paesi per ricollocare i prigionieri, sono diventati delle pedine riluttanti in una versione del Dipartimento di Stato di “Il Prezzo è Giusto.” Alla Slovenia è stato detto di prendere un prigioniero se voleva incontrare il Presidente Obama, mentre l’isola nazione di Kiribati ha ricevuto incentivi del valore di milioni di dollari per incamerare un gruppo di prigionieri, raccontano documenti diplomatici. Gli americani, nel frattempo, suggeriscono che accettaer più prigionieri sarebbe stato “un modo a basso costo perchè il Belgio riuscisse a ottenere rilevanza in Europa”.

– Sospetti di corruzione nel governo afghano: quando il vice-presidente afghano ha visitato gli Emirati Arabi Uniti l’anno scorso, le autorità locali che lavoravano con la Drug Enforcement Administration hanno scoperto che stava portando 52 milioni di dollari in contanti. Utilizzando un tono basso e stringato, un documento dall’Ambasciata americana a Kabul definisce il denaro “un quantitativo significativo” che il funzionario, Ahmed Zia Massoud, “ha potuto alla fine tenersi senza rivelare le sue origini né la sua destinazione” (il signor Massoud nega di aver mai portato fuori soldi dall’Afghanistan).

– Un tentativo di hackeraggio informatico globale: il Politburo cinese ha diretto l’intrusione nei sistemi informatici di Google in Cina, ha dichiarato un contatto cinese all’Ambasciata americana a Pechino in gennaio, emerge da un documento. L’hackeraggio di Google è stato parte di una campagna coordinata di sabotaggio informatico portata a termine da operativi del governo, esperti di sicurezza informatica privati e hacker fuorilegge assoldati dal governo cinese. Hanno irrotto nei computer del governo americano e in quelli degli alleati occidentali, del Dalai Lama e delle aziende americane fin dal 2002, riportano i documenti pubblicati da Wikileaks.

Segnali contradditori contro il terrorismo: donatori sauditi restano i finanziatori principali di gruppi militanti sunniti come Al Qaeda, e il Qatar (piccolo stato del Golfo Persico), ospite generoso per anni nei confronti dei militari americani, è stato “il peggiore nella regione” per quanto riguarda gli sforzi anti-terrorismo, secondo un documento del dipartimento di Stato dello scorso dicembre. I servizi di sicurezza del Qatar hanno “esitato ad agire contro noti terroristi per paura di sembrare allineati agli Usa e di provocare rappresaglie”.

– Un’alleanza intrigante: diplomatici americani a Roma hanno raccontato nel 2009 di quello che i loro contatti italiani hanno descritto come una relazione straordinariamente stretta tra Vladimir V. Putin, il primo ministro russo, e Silvio Berlusconi, il primo ministro italiano e magnate d’affari, inclusi “regali costosissimi”, lucrativi contratti per l’energia e un poco limpido intermediario italiano che parla russo. Secondo i loro rapporti scritti, Berlusconi “appare sempre più come il portavoce di Putin” in Europa. I diplomatici hanno anche sottolineato come mentre Putin ha la supremazia su tutte le altre figure pubbliche in Russia, è minacciato da una burocrazia ingestibile che spesso ignora i suoi editti.

Consegna di armi ai terroristi: i documenti pubblicati da Wikileaks descrivono la lotta fallimentare degli Stati Uniti per fermare la fornitura di armi da parte della Siria agli Hezbollah in Libano, che ha accumulato un enorme deposito dai tempi della guerra del 2006 contro Israele. Una settimana dopo la promessa del presidente Bashar al-Assad a un alto funzionario del dipartimento di Stato secondo cui non avrebbe spedito “nuove” armi agli Hezbollah, gli Stati Uniti si sono lamentati di aver avuto informazioni secondo cui la Siria stava fornendo armi sempre più sofisticate al gruppo terrorista.
Scontri con l’Europa sui diritti umani: funzionari americani hanno avvertito duramente la Germania nel 2007 di non emettere mandati di cattura per i funzionari della Cia (Central Intelligence Agency) coinvolti in un’operazione contorta in cui un cittadino tedesco innocente con lo stesso nome di un sospetto terrorista è stato rapito per errore e detenuto per mesi in Afghanistan. Un diplomatico americano anziano ha dichiarato a un funzionario tedesco “che la nostra intenzione non era di minacciare la Germania, ma piuttosto di incitare il governo tedesco a valutare attentamente ogni passo per le implicazioni nelle relazioni con gli Usa”.

   I 251.287 documenti, acquisiti per primi da WikiLeaks, sono stati forniti al New York Times da un intermediario in cambio dell’anonimato. Molti sono non classificati e nessuno riporta la dicitura “top secret” , lo status per le comunicazioni più sicure del Dipartimento di Stato. Ma circa 11.000 sono classificati come “segreti”, 9.000 come “noforn”, abbreviazione per il materiale considerato troppo delicato per essere condiviso con i governi stranieri, e 4.000 sono classificati come sia “secret” che “noforn”.

   Molti altri documenti citano fonti diplomatiche confidenziali, dai legislatori stranieri e funzionari militari agli attivisti dei diritti umani e giornalisti, spesso con un’avvertenza a Washington: “per piacere proteggete” o “Da proteggere assolutamente”.

   Il New York Times non ha pubblicato negli articoli e ha rimosso dai documenti che sta pubblicando online i nomi di persone che hanno parlato in privato ai diplomatici e potrebbero rischiare se venissero identificati pubblicamente. Il New York Times non ha pubblicato anche diversi passaggi o interi documenti la cui pubblicazione potrebbe compromettere gli sforzi di intelligence americani. (da “la Stampa.it)

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28/11/2010 – LA SCHEDA – LA STAMPA.IT

TUTTI GLI SCOOP DI WIKILEAKS

 – dagli abusi sui prigionieri ai rapporti con l’Iran, dal 2006 ad oggi migliaia di documenti riservati pubblicati sul web –

   «Imbarazzo diplomatico» di proporzioni globali: è il minimo che si aspettano le diplomazie di mezzo mondo, pronte ad essere investite dal fiume di documenti, telegrammi ed e-mail confidenziali che tra qualche ora metterà on line il sito «pirata» Wikileaks. Un breve messaggino postato una settimana fa su Twitter da Julian Assange, mente e anima del progetto, è bastato a innescare frenetiche rivisitazioni e accesi dibattiti.
   Nonostante fonti vicine a Wikileaks abbiano ridimensionato la portata dei documenti – nessuno dei quali sarebbe classificato «top secret» -, il Dipartimento di Stato Usa non esclude affatto che dalla loro pubblicazione possano derivare «tensioni nelle relazioni diplomatiche». «Ci prepariamo allo scenario peggiore», ha ammesso il portavoce, Philip Crowley, confermando che gli Usa da giorni sono al lavoro per avvisare direttamente i diversi Paesi con cui sono in contatto.
   Sarebbero oltre 2,7 milioni i file raccolti dall’organizzazione internazionale Wikileaks, che deve il suo nome proprio al termine «leak», perdita o fuga di notizie, ricevute in modo anonimo grazie a una «drop box» protetta da un potente sistema di criptaggio. Una volta verificata l’autenticità del materiale, lo pubblica tramite i propri server in Belgio e Svezia preservando l’identità degli informatori. A coordinare il lavoro certosino di un gruppo di giornalisti attivisti, dissidenti del governo cinese e scienziati, è Julian Assange, programmatore di Internet australiano dall’inizio tra i membri del direttivo del sito e attualmente sotto inchiesta per un caso di stupro. Ma gran parte dello staff e gli stessi ideatori del progetto rimangono anonimi.
   Il primo documento è stato pubblicato nel 2006: si trattava di un complotto per assassinare i membri del governo somalo firmato dallo sceicco Hassan Dahir Aweys. Tuttavia è un anno più tardi che Wikileaks si è imposto sulla scena mediatica con la diffusione di materiale riservato riguardante l’equipaggiamento nella guerra in Afghanistan, ma anche rivelazioni sulla corruzione in Kenya e gli orrori del campo di Guantanamo.
   Un’operazione di scavo durata anni, che è tornata alla ribalta nel luglio 2010 quando, in un’azione congiunta con New York Times, Der Spiegel e The Guardian, il sito ha svelato aspetti nascosti della guerra in Afghanistan tra cui l’uccisione di civili e l’occultamento di cadaveri. Ma il culmine – almeno fino ad oggi – è indubbiamente stato raggiunto nel novembre di quest’anno: altri 400.000 file sulla guerra svoltasi in Iraq fra il 2004 e il 2009, noti al Pentagono come SigAct, cruda cronaca di «azioni significative», hanno rappresentato la più grande fuga di notizie nella storia dell’esercito Usa.
   Abusi su prigionieri, torture gratuite sui detenuti da parte di poliziotti e soldati iracheni, 109.032 morti di cui 66.081 civili, ambigui rapporti tra agenti iraniani e iracheni, ma anche nuovi casi di uccisioni illegali da parte dei «contractor» della Blackwater e particolari sulla vicenda dei tre escursionisti arrestati nel luglio 2009 in Iran. Un lungo elenco che rischia di minacciare i rapporti tra gli Stati Uniti e le altre potenze mondiali, in prima battuta l’Italia che sarebbe coinvolta in alcuni scottanti file, dal caso Calipari a quello di Abu Omar.

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I giudizi Usa sui leader Mondiali

MEDVEDEV, KIM JONG-IL, SARKOZY, KARZAI, GHEDDAFI: NEI DOCUMENTI DIPLOMATICI NON SI SALVA NESSUNO

I CABLO DELLE AMBASCIATE

– I giudizi Usa sui leader Mondiali – Nei documenti diplomatici non si salva nessuno –

   Dmitri Medvedev? Robin per Putin-Batman. Kim Jong-il? Un ragazzo invecchiato e floscio, anche per effetto dell’ictus che lo avrebbe colpito. Nicolas Sarkozy? Autoritario e permaloso, prontissimo a bacchettare i membri del suo staff e il suo primo ministro Francois Fillon. Sono alcuni dei giudizi dei diplomatici americani sui principali leader mondiali come risultano dalle carte riservate diffuse da Wikileaks e pubblicate sul sito del quotidiano britannico Guardian.

GHEDDAFI – Uso del botox, paura o comunque fastidio quando si trova ai piani alti degli edifici, timore di volare sopra l’acqua, passione per le corse di cavalli e il flamenco, l’abitudine a farsi accompagnare ovunque dalla sua assistente/infermiera ucraina Galyna Kolotnytska, descritta coma una «voluptous blonde», una bionda voluttuosa, da cui sembra dipendere «pesantemente». E’ il ritratto di Gheddafi che esce fuori dalle note diplomatiche Usa diffuse da Wikileaks e pubblicate sul New York Times. Il colonnello viene descritto come «volubile ed eccentrico», con una certa tendenza a causare «mal di testa» al suo staff quando deve organizzare gli eventi ai quali partecipa. Per quanto riguarda l’infermiera ucraina, 38 anni, i rapporti sottolineano che non ne può fare a meno perché è «l’unica a conoscere la sua routine». Le carte sottolineano tuttavia che non c’è certezza che i due abbiano «una relazione romantica».

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28/11/2010 – FUGA DI NOTIZIE- I GOVERNI PREOCCUPATI – DA “LA STAMPA.IT”

LA TEMPESTA WIKILEAKS SUL MONDO: “E’ l’11 SETTEMBRE DELLA DIPLOMAZIA”

– Nei file del Dipartimento di Stato attacchi a Putin, Gheddafi, Sarkò – “Clinton spia il leader dell’Onu, Berlusconi vanitoso e incapace” –

   Non risparmiano nessuno i file del Dipartimento di Stato Usa targati Wikileaks: alleati e nemici di Washington sono finiti tutti sulla graticola, dopo la pubblicazione della documentazione selezionata da New York Times, El Pais, Guardian, Le Monde e Der Spiegel.
   Il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi è «incapace, vanitoso e inefficace come leader europeo moderno», scrive l’incaricata d’affari americana a Roma Elizabeth Dibble. «È fisicamente e politicamente debole, e le frequenti lunghe nottate e l’inclinazione ai party significano che non si riposa a sufficienza». Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha chiesto all’inizio di quest’anno informazioni su eventuali «investimenti personali» del premier e di Vladimir Putin – di cui Berlusconi sembra essere «il portavoce europeo» – che «possano condizionare le politiche estere o economiche dei rispettivi paesi». Gli Usa erano poi preoccupati per l’intesa tra Eni e Gazprom su Southstream, il mega-gasdotto che collegherà Russia e Ue.
   Non meno scottanti per gli Usa i file che testimoniano come Washington abbia ordinato di spiare i vertici delle Nazioni Unite, a cominciare dal segretario generale Ban Ki-moon. La direttiva «classificata», scrive il Guardian, fu spedita a 30 ambasciate a nome della segretaria di stato, Hillary Clinton, e chiedeva la raccolta di dati personali sui rappresentanti del Consiglio di sicurezza, anche quelli occidentali, ma anche sottosegretari, consiglieri e collaboratori. Informazioni a tutto campo, comprese le password usate, le chiavi in codice usate per comunicare e anche i dati biometrici.
   Altrettanto imbarazzanti i profili dei vari leader mondiali: Vladimir Putin è un «alpha dog», il maschio dominante, il presidente afghano Hamid Karzai è «ispirato dalla paranoia» e il fratellastro Ahmed Wali Karzai un «corrotto e un trafficante di stupefacenti». Il cancelliere tedesco Angela Merkel «evita i rischi ed è raramente creativa», Nicolas Sarkozy è «un imperatore nudo», mentre Muhammar Gheddafi, «il dittatore più longevo del mondo», è un «ipocondriaco», che non gira mai senza la sua infermiera, «una voluttuosa bionda» con cui ha «una relazione», che non disdegna il flamenco, ma anche un «politico abile» in grado di mantenere il potere per 40 anni.

   E ancora: gli alleati arabi degli Stati Uniti, in particolare l’Arabia Saudita, spingevano per un attacco contro l’Iran per bloccarne il programma nucleare. Non solo: in Pakistan, fin dal 2007, gli Usa hanno avviato azioni segrete, finora senza successo, per rimuovere da un reattore nucleare di Islamabad uranio altamente arricchito che «funzionari americani temevano potesse essere utilizzato per un ordigno non lecito». La Procura di Roma ha annunciato che valuterà se vi sono gli estremi di reato, se si tratta di carte sotto segreto di Stato o definite ‘riservatè.
   Intanto, Julian Assange, che è tornato al centro dell’attenzione mondiale è di fatto un fantasma: non si sa dove si trovi, nè cosa progetti di fare. È «scomparso» dal 18 novembre scorso, quando la magistratura svedese ha spiccato nei suoi confronti un mandato d’arresto internazionale per stupro e molestie, dopo l’accusa di due donne. Oggi si è collegato in videoconferenza con la conferenza dei giornalisti investigativi ad Amman, in Giordania. «La Giordania non è il posto migliore dove stare se ti cerca la Cia», ha detto Assange, spiegando di non poter rivelare dove sia in questo momento.
   Il sito web ha subito nel tardo pomeriggio un attacco informatico che lo ha di fatto oscurato per diverse ore. I responsabili hanno subito annunciato che i file sarebbero stati resi noti dai media che li avevano avuti in anticipo. E così è stato: la documentazione conta circa 260.000 file dal 1966 al 2010. Tra questi, sono «3.012» – scrive El Pais – i file inviati dalle sedi diplomatiche americane in Italia.
   Non è escluso dunque che tra le centinaia di migliaia di pagine si celino ulteriori scottanti segreti. «È l’11 settembre della diplomazia», aveva detto il ministro degli Esteri Franco Frattini a poche ore dalla pubblicazione, dando voce alla preoccupazione del mondo e del governo italiano. «La Cernobyl della politica internazionale», aveva avvertito la stampa israeliana. Forse non hanno sbagliato.

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IL MISTERO DI MR WIKILEAKS L’UOMO CHE FA PAURA AL PENTAGONO

di Gabriele Romagnoli, da “la Repubblica” del 22/8/2010

   Questo articolo non sarebbe possibile secondo le regole dell’ informazione adottate dal soggetto di cui parla. Eppure bisogna scriverlo per dire, in maniera non scientifica, con visione parziale e soggettiva, senza la possibilità di allegare alcuna documentazione, che Julian Assange, fondatore del sito WikiLeaks, è stato ricercato per poche ore dalle autorità giudiziarie svedesi con l’ accusa di stupro e molestie. Poi il mandato di cattura è stato ritirato. Lui, da località ignota e via Twitter ha definito la vicenda «inquietante, uno sporco trucco».

   Sul web, inevitabilmente, la parola del giorno è stata: complotto. Pochi giorni fa, durante un incontro con un giornalista del Guardian (il cui pezzo è tradotto su Internazionale in edicola, con il volto di Assange in copertinae il titolo «Il nuovo sovversivo»), alla domanda «C’ è qualcosa che non pubblicherebbe su WikiLeaks? », il fondatore del ha risposto: «Non è un quesito interessante». E’ dissentendo da questa affermazione che cerchiamo di partire per mettere in prospettiva l’ accaduto.

   Il giornalismo sceglie sempre e inevitabilmente tra una miriade di fatti e dati. La scelta di che cosa pubblicare è ancor più rilevante di quella sul come pubblicarlo. Quel che non esce non esiste. Robert Redford nell’ ultima scena dei «Tre giorni del condor», dopo aver appena compiuto un leak, consegnando al New York Timesi documenti sull’ operato della “Cia nella Cia” è trafitto dalla domanda: «E se poi non lo pubblicano?». Dunque scegliere di pubblicare, e in prima pagina, la notizia delle “strane” accuse ad Assange significa metterle sotto i riflettori e attribuire loro un rilievo nel qui e ora.

   Di primo piano, addirittura, per la personalità del soggetto, il ruolo assunto dalla sua organizzazione e l’ imminenza di un suo nuovo intervento sulla scena mediatica. Ma bisogna procedere con ordine e cercare di rispondere, seppur sommariamente, alle domande: chi è Assange? Perché è diventato cruciale? Cosa c’ è dietro l’ accusa nei suoi confronti? In questo tentativo il suo metodo giornalistico, che definisce «scientifico», gli si ritorce purtroppo contro.

   Niente può essere pubblicato se non documentato, afferma: 50 righe di notizia e 100 schermate di pezze d’ appoggio. Il lettore si faccia un’ opinione, valuti se le conclusioni sono coerenti, esattamente come accadrebbe in una relazione sulla struttura del Dna. Il problema è che, per cominciare, la biografia di Assange non è documentata.

   Il suo anno di nascita (1971) è presunto. Il luogo è un’ isola dell’ Australia, la madre una donna di nome Claire, poi comincia una narrazione favolistica che comprende: la residenza su un’ isola magnetica che deviava le bussole, la fuga da una setta che teorizzava l’ invisibilità, il debutto come hacker con lo pseudonimo Mendax (tratto da Orazio « splendide mendax»: nobilmente bugiardo), la passione per Kafka e Solzenycin evocanti l’ incubo dell’ istituzione autoritaria, il continuo timore di essere ingiustamente arrestato.

   Una narrativa che, con una specularità da bassa psicologia, si riflette nella sua vita adulta e nell’ attività di WikiLeaks, i cui primi bersagli sono regimi assolutisti (dal Kenya in su) e potenti associazioni di culto (da Scientology in giù). Quanto a lui comincia a vivere da ricercato ben prima di esserlo (stato). Racconta (sempre se bisogna credere a qualcosa che lui stesso non documenta) di cambiare domicilio ogni notte, di portare sempre con sé una valigetta con cellulari, computer, schede telefoniche e chiavette usb capaci di attivare in qualsiasi istante e da qualsiasi luogo la sua rete informativa.

   Che possa rendersi invisibile con quella chioma candida è difficile. I capelli bianchi li ha da quando ha perso la battaglia legale per il figlio, affidato all’ ex moglie. Si arrabbia se lo paragonano a Andy Warhol e su questo bisogna capirlo, perché davvero siamo dalle parti di un giornalismo, più che soggettivo, superficiale. Quello a cui veramente assomiglia è il protagonista del film «L’ uomo che cadde sulla Terra», interpretato da David Bowie, tratto dal romanzo di William Tevis. Non solo esteticamente. Assange è infatti l’ uomo caduto sul pianeta dell’ informazione. E ci ha fatto un buco così.

   Anzi due. Prossimamente tre. WikiLeaks è attivo dal dicembre del 2006. Ha pubblicato, tra l’ altro, memo riservati della Swiss Bank e (questo è più discutibile) mail private della ex candidata alla vicepresidenza Usa Sarah Palin. Ma soprattutto ha diffuso prima il video della strage di civili in Iraq in cui morirono 12 persone tra cui 2 inviati della Reuters, poi le migliaia di rapporti segreti sull’ operato americano in Afghanistan a cui dovevano aggiungersi, a breve, altri 15mila testi (benché, ha sostenuto Assange, senza ottenere conferma, concordati con il Pentagono).

   E dopo l’ annuncio, dopo un ciclo di conferenze in Europa, dopo la conclusione di una ferrea (benché sofferta da ambo le parti) alleanza con alcuni media tradizionali che ne amplificano il messaggio, ecco arrivare l’ accusa. «A orologeria», come si sente dire spesso. Un’ accusa che ha retto un pomeriggio, poi è stata ritirata. Dunque, in apparenza, una non notizia. Non degna di essere pubblicata e, nel caso, senza risalto.

   Se non fosse che, da oggi ne prenda nota anche Assange, il significato a volte prescinde dalla perdurante esistenza dei fatti, nonché dai documenti che lo supportano. Come si dice di un regalo mal congegnato: basta il pensiero. E se a qualcuno è venuto in mente questo “pacco”, il senso dell’ operazione sembra chiaro fino a prova contraria. Ora a WikiLeaks documentarlo, o a chi vuole che quel sito sia considerato «ignobilmente bugiardo» dimostrare che davvero due ragazze svedesi hanno sporto denuncia, spontaneamente e a prima vista con qualche fondamento, contro l’ ultimo (per ora) sovversivo. – GABRIELE ROMAGNOLI

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INFORMAZIONE

DAL WEB A TWITTER AL NON PROFIT, L’ULTIMA RIVOLUZIONE DEI MEDIA

– Il Pulitzer, il più prestigioso tra i premi giornalistici, è andato a un sito d’informazione online e senza scopo di lucro. I nuovi canali che cambiano il sistema dell’informazione –

di ANGELO AQUARO, da “la Repubblica” del 14/4/2010

NEW YORK – Siamo tutti reporter? Magari un giorno la insegneranno a scuola, e non solo di giornalismo, la canzoncina che ricorda quella vecchia filastrocca di Roberto Benigni e Tom Waits: “i-Report, U-Report, We all Report…”.
   No, non è solo uno scioglilingua: i-Report è il programma della Cnn che raccoglie le segnalazioni dei lettori, video e foto fatte al telefonino, immagini rubate nel posto giusto e al momento giusto: e dove nessun giornalista è magari arrivato. E u-Report è il programma rivale della Fox: così seguito che News Corporation, l’impero multimedia di Rupert Murdoch, ci ha fatto un’applicazione per l’iPhone.
   Li chiamano new media: i-Reporting, giornalismo online, no profit journalism. Il riconoscimento ufficiale è arrivato l’altra sera dalla giuria più prestigiosa del mondo, quella che la Columbia University chiama ogni anno ad assegnare i 14 Pulitzer dedicati al giornalismo. La prima volta di un premio assegnato a un’agenzia che vive solo online ed è no profit, ProPublica. La prima volta di un vignettista che pubblica solo online, Mark Fiore. La prima volta di un giornale, il Seattle Times, premiati per l’utilizzo di Twitter.
   Qualcosa è cambiato? “Prendiamo nota che la morte del giornalismo è stata abbondantemente esagerata: è vivo e vegeto e festeggia anche. Soprattutto al New York Times”. Bill Keller, che del Times è il direttore, ed è stato lui stesso un vincitore di Pulitzer, ha ragione da vendere. In fondo, la notizia sarà anche la prima volta dei new media, ma su 14 premi il suo giornale ne ha vinti tre, sconfitto di misura (quattro) solo dal rivale Washington Post con cui gareggia dai tempi d’oro del giornalismo d’inchiesta. E poi Keller può gongolare due volte. In fondo il riconoscimento di ProPublica, che ha vinto per una mega inchiesta sulle morti sospette all’ospedale di New Orleans dopo Katrina, è anche un po’ suo: il servizione di Sheri Fink è stato prodotto e pubblicato dal magazine del Times.
   Dice Paul Steiger, che è arrivato a dirigere la prima agenzia online no proft dopo una vita passata al Wall Street Journal, che il premio è una “validition”, una sorta di “timbro”: “Essere riconosciuti da una giuria del genere è un onore. È come dire: ecco, ci sono anche loro, sono una realtà, stanno facendo del giornalismo serio”. Quella di ProPublica è una scommessa nata tre anni fa con un bonus di 10 milioni di dollari all’anno promesso da una finanziaria. “L’inchiesta di New Orleans è l’esempio più potente di quello per cui siamo nati: fare luce sugli abusi del potere, dare la possibilità al pubblico di conoscere”. Che poi sarebbe la missione dei giornali tutti.
   Non è l’unica inchiesta di ProPublica finita sotto la lente dei Pulitzer. E neppure un caso che Sheri Fink, medico prestato al giornalismo, abbia già pubblicato fior di reportage su un altro “giornale che non c’è”: quel Daily Best che è il sito online con cui Tina Brown ha scommesso sul futuro, dopo una vita dorata tra Vanity Fair e il New Yorker.
   Un altro giornalismo è possibile? Un osservatore smaliziato come Alan Mutter per la verità sul no profit frena. Basta fare due conti, dice. Il giornalismo dei quotidiani di qualità Usa costa 88 miliardi di dollari l’anno. Una signora cifra, addirittura un terzo di quei 307,7 miliardi di dollari che le associazioni no profit hanno ricevuto nel 2008. E la recessione, oggi, ha stretto i cordoni della borsa a tutti.
   La domanda è sempre quella: chi paga per chi? Sig Gissler, l’amministratore del Pulitzer, giura che il futuro è misto. Il modello, insomma, può essere quello che ha portato a premiare ProPublica e il New York Times. “Ne vedremo sempre più di queste partnership: proprio perché ci aspettano tempi duri”.
   La strada allora sembra segnata: modello misto, new e old media, no profit e profittevole… Roy J. Harris Jr, l’autore di Pulitzer’s Gold: Behind the Prize for Public Service Journalism, l’aveva predetto alla vigilia sul Washington Post. Il premio deve dare un segno, “finora ha sempre offerto una guida per capire dove va la professione”. Come un mago, Harris aveva detto di prestare attenzione proprio al lavoro di ProPublica e poi a quelle “vignette animate” che sempre più in America finiscono in cima alle pagine più cliccate dei siti di news.
   Chissà la vignetta che ci regalerà adesso Mark Fiore, il quarantenne disegnatore del San Francisco Chronicle, pardon, di SFGate. com, visto che i suoi lavori vanno solo online. Anche qui, per carità, il suo premio è un compromesso: perché è vero che va a un sito, ma sempre a un sito di un quotidiano. “Che cosa si fa quando si vince un Pulitzer? Ci si ributta nel lavoro o si può mandare tutto all’aria?” chiede ai suoi colleghi Fiore, che non può certo perdere ora il dono della battuta.
   Dice Ken Auletta, l’autore di Googled, l’uomo che proprio la Columbia University ha definito il più attento reporter dei nuovi media, che il Pulitzer è l’ultimo segnale ricevuto: attenzione, il mondo sta cambiando. Al punto che i nuovi media sostituiranno quelli più tradizionali? “Questo nessuno può dirlo ancora. Ma conosciamo già l’impatto tremendo che i media digitali hanno avuto sulla diffusione e sulla pubblicità dei giornali, sul modo con cui i cittadini si avvicinano alla tv o al cinema: attraverso Internet…”. Il mezzo che rischia di cambiare il messaggio. “Basta piangersi addosso: la vera sfida è sfruttare i nuovi mezzi per modernizzare il vecchio sistema. E recuperare i lettori perduti”.
   Facile a dirsi. Ma come? Uno che domenica sera, proprio alla vigilia della proclamazione dei Pulitzer, non riusciva a smettere il sorrisino d’ordinanza era Eric Schmidt, il Ceo di Google, croce e delizia dei media tradizionali, che ricorrono a Internet per scovare e ridistribuire notizie ma poi sempre da Internet se le vedono rispiattellare gratis. “Guardate che cosa stanno diventano i blog: il giornalismo di alta qualità trionferà”, ha detto, a sorpresa, Schmidt a un summit con i dirigenti dei più grandi giornali d’America. “Abbiamo solo un problema di modello di business: non è un problema di modello di informazione”. Lui è sicuro: “Svilupperemo nuove forme per fare soldi”. Dov’è la trappola: “Risposte semplici non ce ne sono. Provate a seguire il modello Google: sperimentare”.
   I grandi vecchi del Pulitzer sembrano averlo ascoltato e il giornalismo sta già scrivendo una nuova pagina. L'”attacco”, come si dice nel gergo degli articoli, sta venendo benissimo. Chissà come finirà. (Angelo Aquaro)

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