La COREA DEL NORD, in uno stato di implosione, minaccia l’uso dell’atomica e spara missili all’altra Corea – La necessità di governare fenomeni degenerativi in ogni geo-area, con un’azione virtuosa della Comunità internazionale di politica di pace e sviluppo

(nell’immagine: donna soldato vedetta nordcoreana) – WIKILEAKS: LA CINA PRONTA A "TRADIRE" IL REGIME DI PYONGYANG (da “la Repubblica” del 30/11/2010). Secondo le rivelazioni di WIKILEAKS la Cina è pronta a "tradire" il regime di Pyongyang. Si racconta (da documenti dell’Ambasciata USA di Seul) delle conversazioni fra ufficiali americani e cinesi sulla Corea dei Nord. Il Paese - ufficialmente alleato di Pechino - sarebbe visto da alcuni funzionari cinesi come "un bambino viziato": gli stessi funzionari si dicono pronti a ripensare l`alleanza con Pyongyang e a favorire una riunificazione, a patto che la Corea unita sia sotto l`influenza cinese. E poi: «II ministro degli Esteri della Corea del Sud ci informa che il passaggio di poteri fra Kim Jong-Il e suo figlio non sta funzionando bene», dice inoltre un cablogramma dei gennaio 2010. Proprio il problema della successione spiegherebbe secondo una nota da Pechino - la tendenza della Corea del Nord a cercare l`escalation con il Sud negli ultimi anni: «in modo che poi il successore di Kim Jong-II possa poi far scendere la tensione»

   Lo scambio di tiri d’artiglieria che ha fatto quattro morti nella Corea del Sud (il 23 novembre scorso), con la Corea del Nord che ha bombardato l’isola di Yeonpyeong, sul territorio controllato da Seul poco oltre il confine, è un segnale assai forte (e pericoloso) dell’instabilità che sta producendo nell’estrema Asia orientale un piccolo (e poverissimo) paese (qual è la Corea del Nord), che addirittura minaccia di brandire l’arma atomica (che possiede) pur di farsi sentire e rafforzare la difficile situazione interna (paese in gravissima crisi economica, con un dittatore anziano e malato che sta morendo e cerca la successione in un proprio figlio del tutto sconosciuto al Paese).

   Tiri d’artiglieria piovuti appunto sulla piccola isola sudcoreana di Yeonpyeong, nel mar Giallo, situata a una decina di chilometri dalle coste nordcoreane. È stato il generale Walter Sharp, comandante dei 28 mila soldati americani di stanza in Corea del Sud, a recarsi nell`isola bombardata dagli obici della Corea del Nord e non appena Sharp era arrivato e stava visitando una delle aree più colpite dall`attacco, Pyongyang ha dato ordine all`artiglieria di tornare a farsi sentire.

   Quella è una zona marittima contestata. Negli anni, tra le forze navali dei due paesi non sono mancati gli scontri, con decine di morti. L’incidente del 23 novembre scorso ha messo in allarme Pechino e Washington, ed anche il Consiglio di Sicurezza. Molti esperti geopolitici di quell’area asiatica dicono che probabilmente Pyongyang ha attaccato la Corea del Sud perché è stato appena scoperto un suo impianto nucleare segreto.

   Questa volta anche la Cina si è detta preoccupata. La Corea siede nel mezzo di un’area strategicamente cruciale, in cui s’incrociano interessi e destini di alcune tra le maggiori potenze del mondo: Cina, Russia, Giappone, Stati Uniti. Geograficamente, la penisola coreana è un’appendice del colosso cinese. Ma se s’infiamma, a contorcersi è l’intera Asia.

   Fa una certa sensazione pensare alla Corea del Nord come di un paese (forse l’ultimo a dittatura comunista rimasto) con standard di vita sub sahariani, proprio in una delle regioni economicamente più dinamiche e innovative della terra. Un paese che usa la minaccia nucleare. La Corea del Nord è già di fatto un Stato nucleare. Ha realizzato il primo test nel 2006 e un altro poco dopo l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca.

   Le due Coree sono in guerra da sessant’anni (ne tracciamo la storia qui sotto di seguito per chi ne fosse interessato), poiché al semplice armistizio che mise fine alle ostilità aperte (’50-’53), e che confermò la divisione tra il Nord, governato da una dittatura comunista, e il Sud, governato allora da una dittatura anticomunista, non è mai seguito un trattato di pace. Il quale potrebbe rappresentare un passo formale verso una riunificazione. Riunificazione dopo 60 anni? La diplomazia americana ci pensa.

   E proprio WIKILEAKS il sito pirata che in questi giorni imperversa nell’informazione per aver reso pubblici tutti i giudizi e informazioni segrete della diplomazia americana (tutti?), ha rivelato come sia nelle speranze e nei progetti americani, nel caso che la Corea del nord “soccomba da sé”, cioè venga ad implodere per il fallimento economico e politico al suo interno, che un’azione possibile sia quella di riunificare le due Coree (Cina permettendo).

   Insomma quel che vogliamo qui dire (ribadire) è che la Corea (del Nord, ma anche del Sud) rappresenta un’altra delle tante aree del mondo che necessita di un progetto globale di “risistemazione”, di apertura verso i nuovi scenari economici e geopolitici, preservando una propria autonomia davanti a giganti che la attorniano come Cina e Giappone (ma quel che accade lì interessa anche alla Russia e agli Stati Uniti). Un’azione di “risistemazione” (termine assai brutto) verso scenari di pace, di rispetto dei diritti umani e delle libertà, e di perseguimento di uno sviluppo e prosperità per popolazioni ora assai povere.

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IL COMPLICATO AFFAIRE DELLE DUE COREE

dal sito http://www.inviatospeciale.com/ del 26/11/2010

– nell’apparente rebus asiatico si giocano gli equilibri fra Stati Uniti e Cina, e non solo. Un’intervista a Rosella Ideo, studiosa di storia politica e diplomatica dell’Asia Orientale –  a cura di Francesca Lancini

L’attacco della Corea del Nord all’isola sudcoreana di Yeonpyeong era nell’aria?
Sì, perché quando la Corea del Nord si sente trascurata l’incidente è sempre possibile. Washington e Seul hanno sminuito il problema nordcoreano. L’amministrazione Obama non l’ha considerato preminente, mentre quella di Lee Myung-bak ha tagliato tutti gli aiuti, rinnegando “la politica della mano tesa” dei due governi precedenti. La Corea del Nord si trova così in una situazione economica drammatica, complicata dalle sanzioni contro l’élite dirigente.
Cosa vuole Pyeongyang?
Desidera preservare il suo regime, l’unica dinastia socialista al mondo, ma chiede anche relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Questi due obiettivi, però, sono inconciliabili con Washington, che non si è mai dimostrata disposta al dialogo. Gli Usa non saranno disposti a trattative fino a quando il territorio nordcoreano non sarà denuclearizzato.
Intanto lo scienziato americano Richard Heckert, lo scorso 12 novembre, è stato invitato a vedere una centrale. Perché?
La Corea del Nord ha voluto dimostrare che, siccome le trattative erano interrotte, lei continuava ad arricchire il plutonio. E’ stato un segnale di allerta. Ne è seguita, infatti, la visita in Asia del diplomatico statunitense per la Corea del Nord, Stephen W. Bosworth. Il fisico Heckert, tuttavia, non avendo visto tutto l’impianto, non è stato in grado di dire se questa centrale potrebbe produrre energia atomica per usi bellici. Sappiamo solo che gli è stata mostrata una tecnologia sofisticata dotata di 2mila centrifughe. Si possono avere dei sospetti, ma non delle certezze.
Riguardo all’attacco contro l’isola, la Corea del Nord dice di essere stata provocata. E’ vero?
C’erano in corso delle esercitazioni militari sudcoreane a 3 chilometri di distanza, ma l’attacco è stato premeditato. Le esercitazioni, che avvengono annualmente e sono sempre preannunciate, potrebbero essere state solo un pretesto per attaccare. Naturalmente la Corea del Sud ha poi risposto e ne è nato un vero e proprio scontro a fuoco, ma non sappiamo se ci siano state anche perdite nordcoreane.
L’analista della BBC collega questo attacco con la successione imminente del dittatore Kin Jong-il. Perché?
Pyongyang sta costruendo l’immagine di un delfino, Kim Jong-un, che seguirà la linea paterna di belligeranza e difesa a oltranza della patria. Ad una popolazione affamata deve dare una spiegazione per la nomina affrettata di un figlio sconosciuto a generale a 5 stelle. In più Kim Jong-il, che si è sempre appoggiato ai militari, ha dovuto dare un contentino ai falchi della diarchia al potere, che appunto non va considerata monolitica.
L’opacità del regime dà luogo a diverse interpretazioni.
Certo. Lo studioso B.R. Myers dice, invece, che questo attacco non è la solita provocazione, ma un altro passo nel processo di destabilizzazione della penisola coreana cominciato nel 1999. Secondo lui il regime nordcoreano vorrebbe riunificare la penisola con la forza. Ma in Corea del Sud c’è chi sostiene il contrario. L’attacco sarebbe la reazione di Pyongyang alla “politica della pazienza” di Washington e Seul, ovvero al loro freddo distacco.
Bisogna, quindi, guardare a un contesto più allargato. Ciò che accade nelle due Coree, ma anche in Iran e Myanmar (ex Birmania) è riconducibile al gioco di equilibri fra Stati Uniti e Cina?
Sì. La Casa Bianca, infatti, ha richiamato la Cina alle sue responsabilità in Corea del Nord, visto che è l’unico Paese che la sostiene. Ma gli interessi delle due superpotenze sono diversi. Pechino ha sempre detto chiaramente di avere un ascendente limitato su Pyongyang. Chiede di ritornare ai negoziati sul nucleare e, volendo mantenere la stabilità del regime, ha approvato la successione. Se la diarchia nordcoreana crollasse si ritroverebbe non solo con il problema dei profughi, ma anche con gli Stati Uniti a controllare tutta la penisola coreana.
Dalla retorica dell’ “Asse del Male” di Bush, che additava anche la Corea del Nord, non c’è stato un grande cambiamento.
Magari nella forma, ma non nella sostanza. Con Obama i rapporti fra Washington e Seul sono ancora più forti. La Corea del Sud è diventato un alleato importante, al pari del Giappone, con cui ultimamente ci sono stati dei problemi.
Ma l’amministrazione Usa vuole il crollo del regime nordcoreano?
Sotto le righe, poiché è convinta che la Corea del Nord non mollerà mai la bomba atomica, ne aspetta l’implosione. Vorrebbe anche una collaborazione della Cina che, come ho detto precedentemente, ha però altri interessi. A lungo termine c’è una questione di “primazia” nell’area, contesa da Stati Uniti e Cina. Washington, infatti, essendo preoccupata dell’influenza di una potenza economica che ha superato il Giappone, stringe rapporti sempre più stretti con l’India, l’unica che può contrastare le mire egemoniche cinesi.

In questo contesto potrebbe scoppiare una nuova guerra?
No. Un nuovo conflitto non è nell’interesse di nessuno. Lo dimostra anche il commento statunitense all’attacco nordcoreano: malgrado l’indignazione, gli Usa hanno ridimensionato uno scontro sanguinoso a un incidente isolato.

a cura di Francesca Lancini

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GUERRA DI COREA, LA STORIA CONGELATA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 24/11/2010

   È facile dimenticarlo: eppure sono ancora in guerra. I loro scontri si ripetono puntuali da due generazioni; sono routine; capita che siano sanguinosi, ma degenerano di rado in vere e proprie battaglie; si limitano per lo più a risse, a litigi. Per questo non ci facciamo troppo caso e scordiamo che le due Coree sono sempre ufficialmente in guerra.

   Il loro agitato rapporto è come un ascesso. Un ascesso non ancora riassorbito o non ancora scoppiato. L’immagine non è poi tanto gratuita. Può essere preoccupante se si pensa che la Corea del Nord è già di fatto un Stato nucleare. Ha realizzato il primo test nel 2006 e un altro poco dopo l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. E l’appesantimento delle sanzioni non ha raffreddato le ambizioni atomiche. Oggi, tenendo conto del materiale fissile di cui dispone, il suo arsenale potrebbe contare da 6 a 12 bombe basate sul plutonio. Ma non è provato che queste bombe siano in grado di funzionare. Esse non sono comunque in mani ritenute giudiziose.
   Le due Coree sono in guerra da sessant’anni, poiché al semplice armistizio che mise fine alle ostilità aperte (’50-’53), e che confermò la divisione tra il Nord, governato da una dittatura comunista, e il Sud, governato allora da una dittatura anticomunista, non è mai seguito un trattato di pace. Il quale potrebbe rappresentare un passo formale verso una riunificazione.

   Oggi un sogno tendente all’incubo. Sono in pochi ad auspicarla sul serio. Per la Corea del Sud, dove la società confuciana ha prodotto una democrazia e un’economia efficienti, il recupero del Nord sarebbe molto costoso, oltre che scomodo. Rischioso. Non si tratterebbe soltanto di abbattere un muro. Non sarebbe facile assorbire una società logorata da uno stalinismo sopravvissuto a tutti i crolli e i mutamenti avvenuti nel mondo comunista, compresa la Cina post maoista. La quale continua ad essere la potenza protettrice. O semplicemente il grande vicino indulgente per convenienza.
   È come se in quell’estrema Asia del Pacifico si fosse fermata la storia e sopravvivesse la guerra fredda conclusasi da noi più di vent’anni fa. A rammentarci quel fenomeno è stato ieri lo scambio di tiri d’artiglieria che ha fatto due morti e quindici feriti nel Sud, e un imprecisato numero di vittime nel Nord taciturno, segreto, difficile da decifrare. Di dialoghi singhiozzanti o autentici, più o meno segreti, tra Pyongyang e Seul, ne sono stati promossi tanti, e alcuni hanno condotto a periodi di distensione puntualmente frenati se non proprio interrotti da incidenti plateali o rocamboleschi.
   Quello coreano fu il primo conflitto Est-Ovest, in cui si affrontarono da un lato gli Stati Uniti d’America, e gli alleati occidentali (l’Italia mandò un reparto di Sanità), e dall’altro la Cina comunista. Se il generale Douglas MacArthur fosse stato ascoltato dal presidente Harry Truman, l’America avrebbe usato in quella penisola la bomba atomica per la seconda volta, dopo Hiroshima e Nagasaki, nel ’45.

    La Corea è stata l’anticamera al Vietnam. Dando il cambio ai francesi, che avevano perduto a Diem Bien Phu la guerra coloniale indocinese, gli americani continuarono in Vietnam la strategia del “contenimento” del comunismo, cominciata in Corea.

   C’è insomma tanta storia dietro i tiri d’artiglieria piovuti, ieri mattina, sulla piccola isola sudcoreana di Yongpyong, nel mar Giallo, situata a una decina di chilometri dalle coste nordcoreane. Quella è una zona marittima contestata. Tra le forze navali dei due paesi non sono mancati gli scontri, con decine di morti. In marzo è colata a picco una nave sudcoreana con quarantasei marinai. Ad affondarla sarebbe stato un siluro nordcoreano. Ma Pyongyang ha respinto con forza ogni responsabilità. Ieri non ha negato di avere sparato, si è limitata a dire che i primi a tirare sono stati i sudcoreani. L’incidente ha messo in allarme Pechino e Washington, ed anche il Consiglio di Sicurezza.
   Anzitutto è avvenuto mentre a Pyongyang si prepara la successione di Kim Jong-il, la cui salute non sarebbe migliorata dopo l’infarto che si dice l’abbia colpito due anni fa. Il 28 settembre il figlio, Kim Jong-un, è stato promosso generale con quattro stelle, un grado che lo avvicina al comando supremo. E non sono pochi a pensare che i tiri d’artiglieria sull’isola di Yongpyong siano stati un messaggio rivolto agli americani. 

   Nonostante l’imminente cambio della guardia al vertice la Corea del Nord resta ferma sulle sue posizioni. Non diventa più remissiva. La dinastia dei Kim, sul punto di passare il potere alla terza generazione, ha ancora il fermo appoggio delle forze armate, pronte a passare all’azione.
   In sostanza continua il ricatto nei confronti degli Stati Uniti che i dirigenti di Pyongyang tentano da tempo, da prima della morte di Kim-Il-Sung, il fondatore della repubblica, avvenuta nel 1993. Seguendo l’esempio del predecessore, Barack Obama ha evitato rapporti bilaterali con la Corea del Nord. Bush junior manteneva i contatti nel quadro del “six party talks“, del quale facevano e fanno parte la Cina, il Giappone, la Russia e la Corea del Sud.

   Obama l’ha imitato. Pyongyang cerca adesso di attirare la sua attenzione, di renderlo più disponibile, di costringerlo a trattare. Non nasconde, anzi esibisce la sua attività nucleare, lascia qualche dubbio sul possibile uso militare che ne potrebbe fare. Enfatizza il suo programma atomico per farne una moneta di scambio. Washington dovrebbe sospendere le sanzioni, e concedere gli aiuti di cui la Corea del Nord ha un drammatico bisogno in cambio di una rinuncia alle armi nucleari. Questo sarebbe il ricatto dei Kim.
   Siegfried Hecker, scienziato dell’Università di Stanford, ha ottenuto pochi giorni fa un’insolita, sorprendente autorizzazione. Le autorità nordcoreane gli hanno permesso di visitare una centrale per l’arricchimento dell’uranio, in un luogo del quale non gli è stato rivelato il nome.

   Il professor Hecker è ritornato in patria “stupefatto” e ha subito riferito, in privato, alla Casa Bianca quel che ha visto. La centrale era modernissima, dotata di apparecchiature sofisticate. Lui stesso ha contato centinaia di centrifughe. I suoi accompagnatori gli hanno assicurato che ce n’erano migliaia. Gli hanno altresì spiegato che l’uranio prodotto era arricchito al 3,5 per cento, vale a dire a un livello utile per una centrale elettrica. Per far bombe bisogna arricchirlo al 90 per cento. Il messaggio per la Casa Bianca, trasmesso dal professor Hecker, era chiaro: vale la pena trattare con la Corea del Nord. Il ricatto nucleare non è un bluff.

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da: http://www.instoria.it/

LA STORIA

GUERRA DI COREA

Gli effetti di un odio che si trascina fino a oggi

di Fabio Disint

Origini della guerra

   L’alleanza anglo-giapponese spianò dal 1902 la via alle aspirazioni giapponesi sulla penisola coreana, che nel corso della guerra russo-giapponese del 1904-1905 venne definitivamente inglobata nella sfera d’influenza del Giappone e servì come base per le operazioni contro i russi in Manciuria.

   I trattati nippo-coreani del 1905 e del 1907 fecero della Corea un protettorato giapponese. Nell’agosto del 1910 l’ultimo sovrano coreano, Sunjong, fu costretto ad abdicare e la Corea venne annessa al Giappone e amministrata da un Governatorato generale, formato da militari nominati dall’imperatore.

   Venne eliminata la libertà di stampa e di parola e si diede inizio a un sistematico programma di snazionalizzazione culturale del paese e di imposizione forzosa della lingua e della cultura giapponesi. Nella prima guerra mondiale le risorse umane e materiali coreane vennero inserite nella macchina produttiva giapponese con consistenti trasferimenti di lavoratori coreani in Giappone dove erano privi dei loro principali diritti civili e con remunerazioni inferiori a quelle giapponesi.  Con la seconda guerra mondiale la situazione sociale si inasprì, nonostante il rapido procedere dell’industrializzazione.

   Durante il secondo conflitto mondiale si sviluppò un movimento clandestino di resistenza partigiana, specie in Manciuria e nel nord montagnoso del paese, da cui uscirono figure di rilievo come Kim Il-sung.  L’occupazione giapponese ebbe termine il 15 agosto 1945, ma nei mesi successivi il paese fu occupato dalle truppe dell’Unione sovietica al nord e da quelle Usa lungo una linea corrispondente, grosso modo, al 38° parallelo.

   Le truppe di occupazione sovietiche e americane erano state ritirate (rispettivamente nel dicembre 1948 e nel giugno 1949) e aiuti, anche militari, erano stati accordati dalle due superpotenze rispettivamente alla Corea del nord e del sud. L’impossibilità di trovare un compromesso che permettesse la riunificazione della Corea aveva esasperato tra il 1949 e il 1950 le tensioni interne, spingendo il paese verso la guerra civile.

Lo scoppio del conflitto

   Probabilmente sull’onda di rivendicazioni nazionali Kim Il-sung ordinò all’esercito nordcoreano di invadere il sud nel giugno 1950. Le truppe del sud convinsero gli Stati uniti a intervenire militarmente, appoggiando il governo di Syngman Rhee per motivi di opportunità internazionale e per motivi legati alla ritirata cui furono costretti i soldati sudcoreani.

  L’intervento di Washington fu approvato dalle Nazioni unite che con le risoluzioni del 27 giugno e del 7 luglio 1950 autorizzarono gli stati membri a intervenire militarmente per ristabilire la pace. La decisione fu presa grazie all’assenza temporanea dal Consiglio di sicurezza dell’Unione sovietica con cui Mosca intendeva protestare per il rifiuto occidentale di attribuire il seggio permanente spettante alla Cina alla Repubblica popolare cinese invece che a Taiwan.

   Mentre gli stati filo-statunitensi appoggiarono la decisione di Washington e inviarono truppe, quelli del blocco socialista si schierarono con il nord, pur senza inviare truppe, accusando il regime del sud di aver iniziato le ostilità.

   Nell’agosto 1950 l’esercito nordcoreano controllava la maggior parte del sud, tranne una ristretta zona intorno al porto di Pusan. Ma a settembre MacArthur, comandante della coalizione militare a sostegno della Corea del Sud, riuscì a ribaltare la situazione, facendo sbarcare i marines a Inchön, alle spalle della linea nemica. Il successo di Inchön parve decisivo e, qualche giorno dopo, gli Usa decisero di riunificare la penisola con la forza, sia pur con qualche cautela per evitare l’intervento cinese.

   Il 7 ottobre l’Assemblea generale dell’Onu autorizzò le truppe a superare il confine tra le due Coree al 38° parallelo. Nel giugno-luglio del 1951 lo stallo della situazione militare favorì l’apertura di negoziati a Panmujon grazie all’intervento dell’Unione Sovietica presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU per promuovere l’avvio di negoziati e il cessate il fuoco; le trattative, iniziate il 10 luglio 1951, proseguirono per due anni e portarono alla firma di un armistizio a Panmunjon il 27 luglio del 1953.

   La guerra era costata 1.027.409 morti e i costi economici furono estremamente alti: venne distrutto il 43% delle strutture industriali del paese e il 33% delle abitazioni.

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Breaking News

LA COREA DEL NORD ATTACCA LA COREA DEL SUD

di Stefano Felician, da LIMES 23/11/2010

   Questa mattina la Corea del Nord ha bombardato l’isola di Yeonpyeong, sul territorio controllato da Seul poco oltre il confine. Si rischia un’escalation

Alea iacta est, disse Cesare attraversando il Rubicone: ben sapeva che questa azione avrebbe significato la rottura dell’equilibrio politico e militare con Roma. La stessa situazione sembra profilarsi da alcune ore, in tutta la sua drammaticità, attorno al conteso 38° parallelo coreano.

Questa mattina (14.30 ora coreana, 5.30 ora di Greenwich) sulla piccola isola di Yeonpyeong, territorio sudcoreano vicino al confine con il Nord, sono piovute “diverse centinaia” di colpi di artiglieria nordcoreani. Molti di questi sono finiti in mare, ma altri hanno colpito la terraferma, scatenando incendi e distruggendo delle case.

Nonostante le piccole dimensioni dell’isola e la popolazione non elevata (poco più di un migliaio di abitanti) sembra ci sia stato un morto (un marine sudcoreano) e diversi feriti.

Immediatamente le forze armate del Sud hanno risposto con 80 colpi “per autodifesa”, riporta il colonnello Lee Bung-woo dello Stato Maggiore della Difesa coreano. Le Forze armate coreane sono al massimo stato di allerta, e l’aeronautica militare ha inviato alcuni jet sull’isola.

L’agenzia sudocoreana Yonhap mostra un’immagine di Yeonpyeong da cui si levano colonne di fumo, sostenendo che diverse case e foreste stanno ancora bruciando, mentre l’isola è senza corrente elettrica.

Quattro civili sarebbero rimasti feriti (due per la BBC), e si rincorrono altre voci riguardanti alcuni altri militari feriti (mentre – al momento – l’unico morto sembrerebbe confermato). Le autorità stanno valutando se evacuare la popolazione. A livello militare già si parla del peggior momento fra le repubbliche dall’armistizio del 1953.

Non è la prima volta che si verificano incidenti di frontiera fra le due Coree (l’ultimo scambio di salve è di fine ottobre): in particolar modo la linea di demarcazione marittima non è mai stata accettata dal Nord, ed è da sempre fonte di tensioni.

Non si era mai giunti però ad un bombardamento massiccio del territorio sudcoreano: se poi fosse confermata anche una vittima militare è chiaro che la situazione si complicherebbe molto. Fino ad oggi, infatti, non vi erano state che delle brevi scaramucce, senza vittime o feriti.

L’episodio odierno giunge poi nel corso di un 2010 apertosi con un altro grave incidente diplomatico-militare fra le due Coree: verso fine marzo una corvetta del Sud venne affondata, e morirono quarantasei marinai di Seul.

L’ipotesi più accreditata è quella di un siluro deliberatamente lanciato dalle forze armate di Pyongyang. Da allora i rapporti sono rimasti tesi.

Tuttavia negli ultimi mesi sembrava che la transizione politica del Nord (l’inizio del passaggio di potere fra il vecchio Kim Jong Il e Kim Jong Un, suo figlio) potesse far cominciare un nuovo dialogo fra le due Coree, formalmente “ancora in guerra” (all’armistizio del 1953 non è mai seguito un trattato di pace).

C’erano stati anche dei contatti fra le due Croci Rosse per favorire un riavvicinamento di alcune famiglie separate dall’epoca della guerra: nessun intervento ufficiale dei governi, ma non erano mancate parole di apprezzamento e toni cautamente più distesi. La vicenda odierna riaccende le tensioni nella penisola.

Mentre Pyongyang non commenta (l’agenzia di stato KCNA tace sull’argomento), il governo del Sud ha convocato una riunione urgente del governo, stigmatizzando il rischio di un’escalation ma affermando di essere pronto a reagire.

Contemporaneamente si stanno tenendo colloqui fra il capo di Stato Maggiore sudcoreano e il generale americano comandante delle forze in Corea del Sud.

Forse è ancora troppo presto per azzardare le motivazioni di un attacco così fulmineo e rilevante, ma ciò che è sotto gli occhi del mondo è che la pace in Corea al momento è legata ad un filo molto sottile, che, spezzandosi, potrebbe aprire degli scenari destabilizzanti per tutta la regione.

Non dimentichiamoci che Pyongyang ha anche una capacità nucleare militare, e delle forze armate di oltre un milione di uomini in servizio attivo.

Le cancellerie di Russia, Giappone, Cina e Stati Uniti sono al lavoro, e in queste ore moltiplicano gli appelli alla calma e contro l’escalation. Comunque andranno le cose, la soluzione della questione per ora non sembra affatto facile. (23/11/2010)

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LA COREA DEL NORD ATTACCA PERCHE’ COLTA IN FLAGRANTE

di Fabrizio Maronta da LIMES 23/11/2010:

Probabilmente Pyongyang ha attaccato la Corea del Sud perché è stato appena scoperto un suo impianto nucleare segreto. Questa volta anche la Cina si è detta preoccupata.

Colto nel vivo del suo programma nucleare, l’erratico regime nordcoreano ha risposto con l’unico strumento di cui veramente disponga per salvaguardare la propria statura geostrategica, ovvero la sua stessa esistenza. Questo strumento, ovviamente, è la minaccia bellica nei confronti dell’altra metà della penisola.

Per capire come questa minaccia sia concreta, non occorre contemplare il triste scenario delle rovine fumanti sull’isola sudcoreana di Yeonpyeong, i cui abitanti (civili) hanno la sventura di sedere sul disputato confine marittimo che da quasi sessant’anni separa le due Coree.

Basta misurare la distanza irrisoria che separa la vibrante e ipermoderna Seoul dalla selvaggia zona demilitarizzata che fa da cornice ad una delle frontiere più sorvegliate e desolate della terra. Un viaggio di 40 chilometri che porta indietro di 40 anni, al periodo più buio e teso della cortina di ferro.

La contiguità geografica è il grande asset strategico di un paese armato fino ai denti, che non ha bisogno di armamenti atomici per infliggere danni umani e materiali intollerabili all’opinione pubblica di una democrazia quale la Corea del Sud.

Ma che, ciò nonostante, persegue attivamente la bomba, nella consapevolezza che solo un arsenale nucleare può assicurare la deterrenza necessaria a non essere annichilito in caso di guerra con Seoul – alias con gli Usa, che in Corea del Sud mantengono oltre 20 mila truppe. Ipotesi remota se vista da lontano, ma niente affatto peregrina agli occhi dei coreani.

L’intollerabilità del ricatto di Pyongyang è tanto maggiore in quanto è anche con gli ingenti aiuti umanitari del Sud – svariati miliardi di dollari, elargiti a piene mani dall’ex presidente sudcoreano Kim Dae Jung nel corso della fallimentare Sunshine Policy – che il Nord ha finanziato il proprio riarmo. Con quegli aiuti ha evitato al contempo di soccombere alla carestia che ha decimato la popolazione locale, facendo della Corea del Nord un paese con standard di vita subsahariani in una delle regioni economicamente più dinamiche della terra.

È presto per accampare certezze, ma è più che probabile che il bombardamento di Yeonpyeong sia la reazione irriflessa di Pyonyang alla recente ispezione di una delegazione statunitense guidata da Siegfried Hecker.

Questo scienziato dei laboratori di Los Alamos appena due giorni fa ha denunciato pubblicamente il possesso, da parte della Corea del Nord, di centinaia centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, stipate in un impianto nucleare di cui fino a oggi si ignorava l’esistenza. Notizia confermata obtorto collo dallo stesso regime nordcoreano, che si ritiene abbia accumulato materiale fissile sufficiente alla produzione di 12 ordigni nucleari.

Il bombardamento, l’atto di gran lunga più ostile degli ultimi anni, segue di poco il siluramento, nel marzo scorso, della corvetta sudcoreana Cheonan, costato la vita a 46 marinai.

Il fatto che l’attacco odierno, a differenza del precedente, abbia suscitato l’immediata reazione (tra gli altri) della Cina, dettasi “preoccupata” per la piega presa dagli eventi, la dice lunga sui rischi di un’escalation che nemmeno Pechino, grande protettrice di Pyongyang, è disposta ad accettare. La Corea siede nel mezzo di un’area strategicamente cruciale, in cui s’incrociano interessi e destini di alcune tra le maggiori potenze del globo: Cina, Russia, Giappone, Stati Uniti.

Geograficamente, la penisola coreana è un’appendice del colosso cinese. Ma se s’infiamma, a contorcersi è l’intera Asia. (23/11/2010)

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COREA DEL NORD: TRA LE RIGHE DELLE DICHIARAZIONI

di Stefano Felician, da LIMES 24/11/2010

Si susseguono i comunicati delle cancellerie internazionali in merito all’attacco effettuato da Pyongyang contro l’isola sudcoreana di Yeonpyeong. Ma, al di là della retorica, qual è la situazione che si sta delineando?

Colonne di fumo e profughi in lacrime: se non fosse per gli onnipresenti telefoni cellulari e i vestiti di foggia occidentale, le immagini giunte in questi giorni sui nostri schermi potrebbero benissimo rimandare al tragico triennio della guerra di Corea (1950-1953).
Il bombardamento dell’isola Yeonpyeong, avvenuto questa mattina (14.30 ora locale), è ben altra cosa rispetto a una ‘scaramuccia di confine’: si è trattato di un vero e proprio attacco al suolo sudcoreano, nel corso del quale sono morte quattro persone, due militari e due civili, e altre sono rimaste ferite.
Mai – a partire dalla fine della guerra – si era verificata un’aggressione diretta contro Seul.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere: proprio in queste ore si sono infatti susseguite le dichiarazioni di solidarietà espresse nei confronti della Corea del Sud.
In primis, queIle del presidente Usa Barack Obama, che si è detto molto vicino (“shoulder to shoulder“) al collega sudcoreano e pronto a difendere “pienamente e fermamente” l’alleato di Seul, come riferisce un comunicato della Casa Bianca.
Obama si è inoltre accordato con il presidente sudcoreano Lee Myung-bak per tenere una serie di operazioni militari congiunte, e da Tokyo è già partita una portaerei americana alla volta della penisola.
Ma anche nelle rimostranze internazionali – tutte ugualmente preoccupate a evitare che la difficile situazione non si aggravi ulteriormente – vi sono alcuni necessari distinguo da fare: la Cina e la Russia, per esempio, pur esprimendo “profondo rammarico” per l’accaduto, hanno evitato di condannare direttamente Pyongyang, cosa che naturalmente non è stata affatto gradita dal governo di Seul.
Netta è invece la posizione nordcoreana. A questo proposito, è interessante notare che il sito della Kcna – l’agenzia di stampa ufficiale – apre la pagina odierna con la notizia di due visite “di routine” di Kim Jong Il a un ospedale e a una fabbrica, pubblicando la notizia dell’attacco solo dopo le prime due.
Quasi a voler fare apparire la situazione interna come perfettamente calma e tranquilla.
Il comunicato relativo all’attacco di stamane, pubblicato anche in spagnolo, stranamente non giunge né da un organo politico né dai vertici dello stato, ma direttamente dal Comando supremo dell’esercito del popolo nordcoreano, lanciando quindi un chiaro segnale di forza e determinazione.
Nella nota, che accusa i sudcoreani di aver sparato contro le acque territoriali nordcoreane, viene specificato che “se il governo fantoccio della Corea del Sud tenterà di infiltrarsi nelle acque nordcoreane anche di solo 0,001 millimetri [sic] le forze armate rivoluzionarie della Corea del Nord non esiteranno a prendere implacabili [inglese: merciless] contromisure”.
Volendo andare oltre la retorica, è chiaro che ogni aumento di toni a questo punto potrebbe scatenare un conflitto convenzionale di notevoli proporzioni: come segnalato ormai da diversi analisti, a perderci sarebbe soprattutto la florida economia sudcoreana, poiché quella del Nord, notevolmente più arretrata, potrebbe essere meno colpita dai riflessi internazionali di una crisi militare.
Va comunque ricordato che nonostante l’impressionante numero di militari dell’esercito nordcoreano, la qualità delle tecnologie militari a disposizione di Pyongyang difficilmente potrebbe reggere il confronto con i meno numerosi ma meglio equipaggiati militari sudcoreani e i loro alleati americani.
Diversi commentatori hanno inoltre sottolineato come una mossa di questo tipo possa servire a far “serrare le fila” alla Corea del Nord, mandando un messaggio di determinazione e compattezza del governo, sia sul fronte estero che sul fronte interno, nonostante la transizione del potere, cominciata ormai da poco più di un mese, fra l’attuale dittatore Kim Jong il e il giovane Kim Jong Un.
Nel frattempo, il dibattito politico interno sudcoreano si sta surriscaldando anche in merito alla risposta data da Seul: un altro “incidente” di questo tipo potrebbe veramente scatenare scenari imprevedibili. (24/11/2010)

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COREA DEL NORD, RAPPORTO DAL CONFINE DEL REGIME EREMITA

di Antonia Cimini, da “il Messaggero” del 27/11/2010

– Alla frontiera cinese di Dandong: mille traffici e sogni di aperture –

DANDONG – Neppure sfiorata dai venti di guerra che soffiano poco lontano, Dandong si sveglia nel solito torpore di un giorno uguale a tanti altri. L`ultima città cinese al confine con la Corea del Nord sembra ferma nel tempo. Alle 8 del mattino il treno in direzione Pyongyang carica qualche sparuto gruppo turistico in partenza per il fine settimana. Il ponte sul fiume Yalu, che delimita la frontiera apre i battenti ad una fila di camion blu che trasportano beni e provviste per il mercato nordcoreano.

   Nella cittadina di due milioni e mezzo di abitanti non c’è neppure la presenza di un soldato, e rara è anche l`apparizione di polizia e forze dell`ordine ordinarie. «Cosa vi aspettate, di trovare reparti dell`esercito in partenza verso la Corea come sessant`anni fa, poliziotti con le armi in pugno e gente nel panico? I tempi sono cambiati, qui non crediamo alla guerra dall`altra parte del fiume, né ci immischiamo in diatribe politiche», spiega Jiao Shi, il vice direttore dell`Ufficio Affari esteri della città di Dandong. Alla frontiera, dove vanno e vengono i commerci e si inventano affari.

   La gente è più pragmatica che altrove. XiaoJin è un cinese di etnia coreana che si guadagna da vivere scorrazzando turisti sulla riva coreana, nelle insenature più profonde del fiume. Parla la lingua ed ha una `relazione` con una giovane soldato sull`altra sponda.

   Ogni giorno le porta qualche regalo a fine giornata: per oggi ha messo da parte del detersivo per biancherìa e qualche sapone. Ai militari del Nord con l`aiuto dei quali conduce il business paga regolarmente una somma in natura. «Verso la Corea c`è la stessa curiosità di prima, nulla è cambiato con gli avvenimenti di questi giorni», spiega.

   Sebbene il contrasto sia evidente fra le due rive dello Yalu, Dandong anche per gli standard cinesi non è certo una metropoli in fermento, e i locali non hanno dubbi sull` “a chi dare la colpa”. «In confronto al resto del Paese lo sviluppo di Dandong è lento, e a ritardarlo c`è proprio il regime chiuso della Corea del Nord. Se solo il Paese si aprisse come ha fatto la Cina, noi qui diventeremo una nuova Shen Zhen», dice Huang Xiamnin, il direttore dell`Ufficio per il Commercio con l`Estero della città.

   I sogni di monete sonanti degli imprenditori cinesi dovranno, però, aspettare, dato che la penisola si prepara al piede di guerra per i prossimi giorni con possibili nuove tensioni. Ieri rumori di spari di artiglieria sono stati uditi presso l`isola di Yeonpyeong, già teatro del confronto a fuoco di martedì scorso in cui hanno persola vita 4 persone.

  Per Seul, che ha nominato ieri un nuovo ministro della difesa, potrebbe trattarsi di esercitazioni militari, o di un gioco psicologico del Nord per manipolare la tensione nella penisola e cercare una risposta all`imminente arrivo della portaerei americana nelle acque contese del Mare Giallo.

  Domenica inizierà, infatti, l`esercitazione navale congiunta fra la Marina sudcoreana e quella americana proprio al largo dell`isola Yeonpyeong, a 120 chilometri dalle coste della Corea del Nord. La decisione è una indelicata provocazione, che anche la Cina ha denunciato ufficialmente ieri. Il Ministero degli Esteri ha rivendicato la porzione di mare come zona economica esclusiva della Cina, in cui nessuna azione militare può essere intrapresa senza la sua autorizzazione, in un tentativo di calmare gli animi dei protagonisti.

A Dandong, dove ieri è scesa una fitta coltre di neve, i rumori delle lame che si affilano arriveranno però ancora più attutiti del solito.

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COREA, LA RABBIA DEI PROFUGHI FINITI NELLA SAUNA-TENDOPOLI

di Marco Del Corona, da “Il Corriere della Sera” del 30/11/2010

INCHEON (Corea del Sud) – Le cannonate nordcoreane li hanno spinti lontano, nel più improbabile dei rifugi. Profughi alle terme, la paura che non si squaglia a ridosso delle saune, gli scampati al fuoco di Kim Jong-il abbandonati sulle poltrone dove fino a una settimana fa i clienti si rilassavano dopo i vapori.

   Ieri a mezzogiorno nel palazzotto dei bagni In Spa World erano rimasti in 432, oltre un migliaio hanno lasciato Yeonpyeong, gli altri sono tra parenti e amici. Han Chong-che stava sull`isola da una vita, non aveva mai avuto paura e adesso siede al secondo piano della spa senza quasi più nulla con sè.

   Il molo del porto di Incheon, dove sono sbarcati, non è lontano, ma qui dentro è un altro mondo, la caricatura di una tendopoli, con un finto albero al centro della sala, i materassini a terra, i cuscini di legno come da tradizione. In una saletta la Croce Rossa che scodella zuppa bollente. Han si guarda intorno come se gli facesse paura solo ciò che sta vedendo adesso: meglio l`isola, allora “io sulla mia isola ci torno”.

   Ieri ha parlato alla nazione il presidente. Lee Myung-bak si era fatto vedere alle veglie delle vittime, aveva cambiato il ministro della Difesa ma non si era ancora rivolto alla popolazione. Ha espresso «frustrazione e rammarico» per non aver saputo difendere la sua gente, ha detto che non ha senso sperare che il Nord abbandoni “la sua politica dell’escalation” e ha promesso che se Pyongyang “compie altre provocazioni faremo in modo che la paghi cara”.

   A Kim Jin-young, però, il discorso in tv non è piaciuto: “sono deluso. Cos`ha detto di noi, i profughi? Nulla”. Sono quarant`anni che Kim sta (o stava) a Yeonpyeong, ne ha 61 e dopo aver smesso di lavorare come funzionario pubblico Kim si è messo a fare il contadino. «Prima – racconta al Corriere – mi sentivo sicuro. Adesso ho paura, non voglio tornare sull`isola». Nutrito, vestito, scontento. «Ci hanno detto che ci avrebbero dato a testa un milione di won (circa 650 euro, ndr), ma non si è visto nulla».

   Cresce in Sud Corea l`insofferenza per tutto ciò che assomiglia ad arrendevolezza verso il Nord. Ancora ieri manifestazioni contro i Kim. Non dispiacciono neppure le esercitazioni congiunte di americani e sudcoreani nello stesso mar Giallo di Yeonpyeong, ma più a sud. Dà invece ancora prova di meccanismi affannati l`esercito. Ha annunciato per oggi esercitazioni sull`isola come la settimana scorsa, considerate dal Nord la provocazione causa del cannoneggiamento, ma le ha annullate quasi subito.

   E dopo che la Cina ha proposto un incontro tra i negoziatori dei Paesi dei colloqui a sei (le due Coree, Usa, Cina, Giappone, Russia, ndr) sul nucleare nordcoreano. Per il Giappone una ipotesi «inaccettabile», mentre Seul – fredda sulla proposta – preferirebbe piuttosto un vertice con americani, russi e giapponesi in margine a una seduta dell`Osce in Kazaldstan, questa settimana.

   E senza che la Corea del Nord reagisse pubblicamente alla sollecitazione di Pechino (c`è solo lo «scetticismo» di una fonte nordcoreana dell`agenzia nipponica Kyodo), la Cina – secondo la Yonhap – manderebbe a Pyongyang il responsabile della politica estera del Partito comunista, Wang Jiarui.

   Il mondo di fuori non penetra nel mondo di dentro, la sauna è una bolla. Bambini e ragazzi sono stati indirizzati nelle scuole di Incheon, perché non perdano giorni di lezione. Sui lettini restano adulti e neonati. La signora Kang Ki-lim è preparata a resistere a lungo. “Io sull’isola non ci voglio tornare. Meglio Icheon, meglio tutto. Ma non si può stare là”. (Marco Del Corona)

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MONITO DI PYONGYANG “VICINI ALLA GUERRA”

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 27/11/2010

DANEWYORK – Colpi di artiglieria come monito contro il comandante delle truppe Usa e minacce di guerra alla Corea del Sud: Pyongyang rinnova le provocazioni militari per rivendicare la sovranità su un`area del Mar Giallo da 57 anni sotto il controllo di Seul.

   È stato il generale Walter Sharp, comandante dei 28 mila soldati americani di stanza in Corea del Sud, a recarsi nell`isola di Yeonpyeong bombardata martedì dagli obici della Corea del Nord. Sharp era appena arrivato e stava visitando una delle aree più colpite dall`attacco quando Pyongyang ha dato ordine all`artiglieria di tornare a farsi sentire.

   Da Yeonpyeong, che dista 11 km dalle coste nordcoreane, si sono visti i lampi dei colpi, che però questa volta non sono caduti sul lato sudcoreano del Mar Giallo, a conferma che Pyongyang sa dosare le mosse militari. Sharp ha negato di aver sentito i colpi, usando però un linguaggio aspro a nome del «Comando delle Nazioni Unite» che dal 1953 è guidato dagli americani: «Condurremo un`inchiesta e chiederemo alla Corea del Nord di evitare nuovi attacchi».

I colpi sparati da Pyongyang in questa occasione sono stati un monito contro le manovre navali che Washington e Seul inizieranno domani nel Mar Giallo con una decisione che, secondo l`agenzia di stampa ufficiale nordcoreana, «ci porta sull`orlo della guerra».

Il braccio di ferro ha per oggetto la frontiera marittima fra le Coree uscita dall`armistizio del 1953, che pose fine a tre anni di conflitto. Per Seul il confine è la «Linea di demarcazione settentrionale» che corre davanti alle coste del Nord, ma Pyongyang non l`ha mai riconosciuto e – nella perdurante assenza di un accordo di pace – punta a ridisegnarla con attacchi a sorpresa, come l`affondamento in marzo della nave Cheonan al largo dell`isola Baengnyeong e il bombardamento di Yeonpyeong, entrambe nell`area contesa.

Washington e Seul difendono invece la «Linea di demarcazione settentrionale» e per riaffermarla da domani daranno vita a imponenti manovre navali congiunte con la partecipazione della squadra navale della portaerei Uss George Washington. Al loro fianco c`è anche il governo giapponese, che ha definito il bombardamento un «atto vergognoso».

Nelle riunioni fra i consiglieri della sicurezza che si susseguono alla Casa Bianca – a dispetto del lungo weekend per il Giorno del Ringraziamento lo scenario di una crisi milita- re allargata comincia a prendere consistenza, soprattutto a seguito di quanto sta avvenendo a Seul. Il nuovo ministro della Difesa, Kim Kwanjin, ex capo di stato maggiore, si è insediato contemporaneamente all`approvazione, da parte del governo, di «nuove misure» che prevedono di bersagliare obiettivi militari nordcoreani nel caso di aggressioni contro civili. Il presidente Lee Myung-bak ha riassunto la svolta, spiegando che «applicheremo la deterrenza proattiva e in caso di attacco eserciteremo subito il diritto all`autodifesa».

Come se non bastasse, Washington si trova a fare i conti con le resistenze cinesi a condannare il bombardamento dell`isola: l`unico passo compiuto da Pechino è stato un colloquio con l`ambasciatore nordcoreano, coperto dal più rigido top secret.

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carta di Laura Canali tratta da Limes (rivista italiana di geopolitica) del 14/10/09 - La carta mostra le due Coree e i siti nucleari presenti in quella del Nord. la Corea del Nord è già di fatto un Stato nucleare. Ha realizzato il primo test nel 2006 e un altro poco dopo l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca (possiede da 6 a 12 bombe basate sul plutonio, ma non è provato che queste bombe siano in grado di funzionare)
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