LA CRISI DELL’EUROPA: la proposta di emettere E-BOND, titoli di debito degli “Stati Uniti d’Europa” (in uno Stato che però si ha paura di fare) – Un’accelerazione necessaria all’integrazione politica europea

Bruxelles, la sala stampa del CONSIGLIO EUROPEO - Il 5 dicembre il presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker e il ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti hanno inviato al Financial Times un Op-Ed, nel quale hanno proposto l’introduzione in Europa di E-Bond (erroneamente citati dalla sintesi giornalistica come ‘Eurobond’). Si tratterebbe di titoli di debito (come BOT e BTP italiani) emessi però da una autorità sovranazionale, l’Unione Europea, per sostenere i Paesi che non riescono più ad accedere ai mercati finanziari, com’è accaduto di recente alla Grecia e all’Irlanda. La proposta sfonda una porta aperta, una problematica che l’Unione Europea si trascina da sempre: la separazione fra politica monetaria e politica fiscale. I Paesi dell’Eurozona hanno infatti una sola moneta, ma ben diciassette (a gennaio) politiche fiscali differenti e ciò è una delle cause alla base delle tempeste che hanno coinvolto prima la Grecia e poi l’Irlanda (e chissà chi altro in futuro). (…) Il primo problema degli E-Bond è però che non esiste una tassa europea che possa sostenere tali emissioni. A supportarle dovrebbero quindi essere i singoli Paesi, ma non è dato di sapere chi e in quale misura: tutto lascia pensare che a farsene carico saranno le economie più solide, Germania in primis, la quale però si è già ‘messa di traverso’. Cosa accadrebbe invece se un Paese non fosse in grado di farsi carico della sua quota di debito? (di Giovanni De Mizio, da http://www.dirittodicritica.com/ , 10/12/2010)

   E’ in preparazione il Consiglio Europeo del 16 dicembre che avrà all’ordine del giorno varie proposte di ingegneria finanziaria. In primis la proposta del presidente lussemburghese dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker e del ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti, con la quale chiedono l’introduzione in Europa di E-Bond, specie di titoli di debito di Stato (come in Italia i Bot o i Btp). Questi titoli di Stato europei servirebbero a intervenire come prestiti agli Stati in crisi e negli investimenti delle grandi infrastrutture europee. Questa proposta ha suscitato l’opposizione della Germania (seguita poi dalla Francia), che teme di dover affrontare, come economia forte, i maggiori oneri di questo debito pubblico europeo (ne parliamo dettagliatamente, e molto semplicemente, con gli articoli che abbiamo ripreso da vari giornali e che seguono questa introduzione).

   Pertanto il Consiglio Europeo del 16 dicembre è assai importante per le sorti future del progetto di unificazione europea. Ricordiamo che il Consiglio Europeo riunisce i capi di governo almeno due volte all’anno (a giugno e, appunto nel caso di adesso, a dicembre…) per esaminare le principali problematiche del processo di integrazione europea. Con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1º dicembre 2009, è una delle istituzioni dell’Unione Europea e ha un presidente, eletto per due anni e mezzo (il presidente del Consiglio europeo in carica dal 1º dicembre 2009, è l’ex-primo ministro del Belgio Herman Van Rompuy).

il presidente dell'Eurogruppo, JEAN-CLAUDE JUNCKER (premier e ministro delle Finanze lussemburghese)

   In merito all’emissione di “e-bond” (più semplicisticamente chiamati “eurobond”), esperti, economisti, opinionisti dicono cose diversissime tra loro (ve ne potete accorgere leggendo il seguito di questo articolo), e ciò non è rassicurante sullo “stato dell’arte”, sulla situazione che l’Europa vive, che viviamo tutti….

   L’opposizione della Germania non è peregrina: la Merkel dice che non ha senso che i paesi solidi e oculati nella gestione della loro finanza pubblica debbano tassarsi per rimediare agli errori compiuti da altri. Posizione ora condivisa da Sarkozy, dalla Francia. Sta di fatto che la crisi prima della Grecia, poi dell’Irlanda e, è probabile, prossimamente del Portogallo e della Spagna, fa pensare che l’euro, come moneta unica, rischia di fallire se non si fa qualcosa di più. E qui intervengono sì la necessità di pensare a un debito pubblico europeo di finanziamento di chi ha bisogno, ma anche di altre conseguenti misure, come la necessità che l’Europa faccia una politica fiscale comune, e magari, proprio per coprire il debito pubblico dei suoi “e-bond”, possa decidere una tassa europea, unica per tutto il suo territorio.

   Gli economisti e politici più avveduti dicono che o si va subito verso gli Stati Uniti d`Europa, e allora l`euro si salva, oppure, siccome è assodato che senza un`integrazione politico-istituzionale l`Europa monetaria non ha né senso né futuro, è meglio (meno peggio) decidere una multipla separazione consensuale.

   A sentirsi in difficoltà (politicamente) in questo momento di crisi economica e finanziaria diffusa fra gli Stati europei è la Germania, che la sua economia sta andando a gonfie vele. Perché l`alternativa è che a prendere le decisioni strategiche per l’Europa in crisi sia in via unilaterale essa stessa, Germania, che è più che mai tentata dal ripudiare l`euro distanziandosi dall’Europa resuscitando il marco, o proponendo di  espellere i paesi più deboli. Molti osservatori economici e politici dicono che la Germania è però cosciente che la moneta unica le conviene: il suo mercato è per il 50, 60 per cento nell’eurozona, non fuori. E inoltre le banche tedesche ci guadagnano molto dal finanziare gli stati e le economie in crisi.

   L`euro è stato un progetto politico straordinario, ma azzardato: una moneta unica senza una economia unica. Questo è potuto avvenire perché dietro c`era anche un progetto culturale, un`idea di solidarietà e comunione europea ereditata dai padri dell`Unione. Oggi, sotto i colpi della crisi, quella solidarietà si è persa, le affinità culturali sono state messe in soffitta, e appare più chiaramente l`azzardo economico del disegno della moneta unica.

   Se si vuole salvare l`euro come moneta unica non c`è alternativa alla creazione di un “qualcosa” che abbia connotati politici più veri e solidi di quanto finora ha avuto. Emma Bonino, che è stata commissaria europea e qui sotto proponiamo un suo articolo significativo già dal titolo (l’Euro si salva se esiste anche l’Europa), prospetta la necessità che, se proprio non si è pronti e preparati per gli “Stati Uniti d’Europa”, che almeno si arrivi a uno Stato Europeo “leggero”, una Federazione leggera: per esempio creando un bilancio federale al servizio di vere funzioni di governo, che finanzi la fornitura di beni pubblici importanti, come la difesa, la diplomazia, i grandi programmi di ricerca scientifica, le reti infrastrutturali trans-europee, la sicurezza dei traffici commerciali e delle persone.

   Altrimenti, dicono altri osservatori (come Carlo de Benedetti nell’articolo che proponiamo), meglio prepararsi a gestire un percorso pilotato verso la creazione di due euro, uno del Sud e uno del Nord (e qualcuno ci sta pensando seriamente)…

   Alla fine è possibile che al Consiglio d’Europa non si decida ancora una volta nulla di autorevole, perché, per decidere veramente, purtroppo bisogna che la situazione (economica, finanziaria) degli Stati sia veramente crollata (e allora il coraggio viene anche se non lo si ha). Ma noi preferiremo un’accelerazione volontaria del processo di unificazione europea (senza aspettare tempi peggiori).

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L’EURO SI SALVA SE ESISTE ANCHE L’EUROPA

di Emma Bonino, da “la Stampa” del 7/12/2010

   Caro direttore, in un clima da penultima spiaggia, i ministri delle Finanze dell’Ue preparano il Consiglio del 16 dicembre che avrà all’ordine del giorno varie proposte di ingegneria finanziaria. Tutte alla ricerca dello stesso effetto: calmare i mercati.

   Funzionerà? Servirà a toglierci dai guai? Eppure, se facessimo lo sforzo di sollevare per qualche istante lo sguardo per osservarci da fuori, scopriremmo che l’area dove viviamo non solo è una delle più ricche del mondo, ma gode anche di una discreta crescita post-crisi, distribuisce più equamente che altrove il reddito che crea, non ha contratto debiti impossibili da ripagare e mantiene col resto del mondo conti in sostanziale equilibrio.
   Quest’area, l’area dove viviamo, è l’eurozona. Certo, la Cina e l’India crescono a un ritmo più serrato, ma ci vorrà ancora parecchio tempo prima che il tenore di vita dei loro cittadini raggiunga il nostro. Non c’è nemmeno ragione d’invidiare il Giappone, la cui economia ristagna da quasi vent’anni e il cui debito pubblico è due volte il pil. O gli Stati Uniti, con i loro assai più marcati squilibri interni (distribuzione della ricchezza) ed esterni (bilancia dei pagamenti).
   Insomma, se solo riuscissimo a vederci come un tutto, come un insieme, la nostra percezione di noi stessi, abitanti dell’Unione Europea – e dell’eurozona in particolare – sarebbe assai più serena. E ci sembrerebbe assurdo che qualcuno possa mettere in discussione la sopravvivenza della nostra moneta, l’euro. Ma, appunto, il problema è che non siamo un unico politico e i mercati lo vedono bene: non si “calmano” per questo e non, come si tende a credere, per la “troppa” diversità tra Paesi europei che pure esiste.
   Ma se si guarda agli spread sugli strumenti di assicurazione dei titoli pubblici (credit default swaps), la California e l’Illinois sono più a rischio di fallimento del Portogallo e della Spagna. Eppure i conti della California e dell’Illinois non minacciano l’unione monetaria cui appartengono, mentre quelli del Portogallo e della Spagna sì. E il motivo di questa situazione paradossale, è solo e soltanto politico: nessuno si sogna di mettere in discussione l’unità politica degli Stati Uniti, mentre l’unità politica dell’eurozona e dell’Unione europea ancora non c’è.
   Unità politica vuol dire avere, oltre a una banca centrale – quella l’abbiamo anche noi – anche un Tesoro che amministra un bilancio federale di dimensioni sufficienti a stabilizzare il sistema quando c’è bisogno, aiutando gli stati in difficoltà con la manovra fiscale – eventi ordinari cui nessuno presta particolare attenzione, diversamente dai nostri continui vertici e dai nostri roboanti annunci di questa o quella manovra di stabilizzazione che, a quanto pare, non stabilizza mai niente.
   Per uscire davvero da questa crisi, per stabilizzare davvero l’euro, l’Europa deve dunque affrettarsi a convincere i mercati e il resto del mondo che la sua unità politica non può essere messa in discussione. E l’unico modo per farlo è muoversi subito per renderla più credibile, approfondendola.
   Come? Per esempio creando un bilancio federale al servizio di vere funzioni di governo, che finanzi la fornitura di beni pubblici importanti, come la difesa, la diplomazia, i grandi programmi di ricerca scientifica, le reti infrastrutturali trans-europee, la sicurezza dei traffici commerciali e delle persone sul modello della home security americana.
   Non stiamo parlando del mostro che turba i sonni degli euroscettici britannici – il Superstato europeo. Al contrario stiamo parlando di una Federazione leggera, che assorba non più del 5% del pil europeo per assolvere alle funzioni di governo cui abbiamo accennato – contro il 20% circa del pil che va al bilancio federale statunitense e contro l’1% dell’attuale bilancio comunitario che serve solo a distribuire sussidi a destra e a manca. Incidentalmente, il 5% del pil europeo corrisponde a circa 650 miliardi di euro, più o meno l’ordine di grandezza dell’attuale fondo di stabilizzazione.
   Lo sforzo di immaginazione richiesto agli europei per creare una Federazione leggera è quello del federalismo di Spinelli, Monnet e Adenauer adattato al XXI Secolo, un approccio che prenda semplicemente atto della realtà: che gli eserciti nazionali in Europa non hanno più alcun senso, visto che nessuno minaccia alcuna integrità territoriale; che certa scienza ha bisogno di una scala che nessuno Stato nazionale europeo può più assicurare; che le reti infrastrutturali esistono già a supporto del mercato interno ma le finanziamo male, a pezzi e bocconi, ciascuno per conto suo; che l’unione doganale è già una competenza esclusiva dell’Unione di oggi ed è ridicolo affidarla a 27 diverse organizzazioni nazionali distinte e separate.
   Un federazione, dunque, ma una Federazione leggera. Se avessimo il coraggio di farla ora, subito, i mercati e il mondo avrebbero non solo il segnale chiaro e forte che la nostra unità politica non è in discussione, ma saprebbero anche che abbiamo finalmente un bilancio federale di dimensioni sufficienti a rendere la stabilizzazione macroeconomica dell’Europa una faccenda d’ordinaria amministrazione. Poco dopo il lancio del progetto di Jacques Delors sul mercato unico, il rapporto Cecchini documentò “i costi della non Europa”, quelli che derivavano dal persistente frazionamento del mercato europeo lungo linee nazionali. E poiché erano davvero alti, l’idea di Delors ne ricevette grande impulso.
   Oggi non c’è bisogno di un rapporto di esperti. I costi della non Europa sono sotto gli occhi di tutti, nei gravissimi e perduranti sacrifici richiesti ai nostri concittadini – un freno all’economia europea nel suo complesso – e nell’inutile convivenza con gli angosciosi dubbi sul futuro dell’euro e dell’intero progetto europeo. Fugarli è non solo urgente. È anche pienamente nelle nostre possibilità. (Emma Bonino)

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LO SCONTRO SUGLI “EUROBOND” RIACCENDE LA SFIDA DELLA POLITICA FISCALE EUROPEA

di Giovanni De Mizio, da http://www.dirittodicritica.com/ , 10/12/2010

   Il 5 dicembre il presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker e il ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti hanno inviato al Financial Times un Op-Ed, nel quale hanno proposto l’introduzione in Europa di E-Bond (erroneamente citati dalla sintesi giornalistica come ‘Eurobond’). Si tratterebbe di titoli di debito (come BOT e BTP italiani) emessi però da una autorità sovranazionale, l’Unione Europea, per sostenere i Paesi che non riescono più ad accedere ai mercati finanziari, com’è accaduto di recente alla Grecia e all’Irlanda.

   La proposta sfonda una porta aperta, una problematica che l’Unione Europea si trascina da sempre: la separazione fra politica monetaria e politica fiscale. I Paesi dell’Eurozona  hanno infatti una sola moneta, ma ben diciassette (a gennaio) politiche fiscali differenti e ciò è una delle cause alla base delle tempeste che hanno coinvolto prima la Grecia  e poi l’Irlanda  (e chissà chi altro in futuro).

   I titoli di debito sono strumenti di politica fiscale, perché servono – almeno in linea teorica – a finanziare progetti i cui benefici ricadranno su più generazioni: appare quindi giusto che a pagarli non siano solo le attuali generazioni, ma anche quelle future che parimenti li utilizzeranno. Ciò significa che queste ultime dovranno pagare più tasse (a fronte, auspicabilmente, di un reddito maggiore reso possibile dalle infrastrutture), pertanto i titoli di debito sono una traslazione della politica fiscale di oggi verso quella futura.

   Il primo problema degli E-Bond è però che non esiste una tassa europea che possa sostenere tali emissioni. A supportarle dovrebbero quindi essere i singoli Paesi, ma non è dato di sapere chi e in quale misura: tutto lascia pensare che a farsene carico saranno le economie più solide, Germania in primis, la quale però si è già ‘messa di traverso’. Cosa accadrebbe invece se un Paese non fosse in grado di farsi carico della sua quota di debito?

   Uno degli aspetti che Juncker e Tremonti sembrano ignorare (a parte il fatto che per introdurre tali strumenti sono necessarie modifiche fondamentali ai Trattati) è che se alcuni Paesi non riescono a raggiungere i mercati finanziari, ciò non è dovuto alla scarsa liquidità di tali mercati, bensì al fatto che quei Paesi non vengono ritenuti particolarmente solvibili (cioè in grado di ripagare i propri debiti). Non solo: l’introduzione di E-Bond potrebbe rendere la vita ancora più dura ai titoli di debito nazionali, drenando liquidità e rendendo più difficile l’accesso ai mercati finanziari per i Paesi a rischio.

   Se poi assumiamo che tale problema sia solo frutto di una visione pessimistica della realtà, dobbiamo considerare un altro aspetto della questione, quello del moral hazard: in presenza della rete di sicurezza formata dagli E-Bond, magari garantiti dalla Germania, chi è in grado di dire con certezza assoluta che i ‘PIIGS’ (come vengono definiti in modo dispregiativo i paesi europei la cui economia risulta particolarmente disastrata) eviteranno proseguire con le politiche disastrose che li stanno portando uno dopo l’altro sull’orlo del baratro? Appare fallace pensare che il futuro dell’Unione Europea possa avere come motto “meno male che la Germania c’è”.

   La ragione, a breve termine, pare essere però dalla parte di Angela Merkel: gli E-Bond non risolveranno alcun problema, se gli Stati dell’Unione non faranno come la Germania, cioè se non prevederanno quei tagli alle spese inutili e quegli investimenti che hanno portato i tedeschi a vedere una crescita record nel bel mezzo della crisi più terribile dal 1929. Tuttavia a lungo  termine (ma neanche troppo lungo) le cose sono ben diverse. Si dovrebbe puntare a risolvere la problematica ben riassunta da Guido Tabellini, rettore dell’Università Bocconi di Milano, in un articolo che ha preceduto di una settimana quello di Juncker e Tremonti: l’Unione Europea non può sostenersi sulla sola unione economico-monetaria. Occorre  che si doti anche di una politica fiscale unitaria (che magari comprenda pure gli E-Bond), se non altro per sostenere la BCE, finora la più grande fornitrice di liquidità e che potrebbe all’occasione aiutare di nuovo, comportandosi come la Federal Reserve americana.

   Senza una politica fiscale unitaria, l’Unione Europea rischia di rimanere zoppa, con conseguenze difficilmente immaginabili; al contrario, un accordo rigoroso sulla necessità di tali politiche non solo sarebbe un altro, decisivo passo verso l’unione politica dell’Europa, ma anche verso la soluzione alle crisi in stile greco e irlandese: l’integrazione fiscale, infatti, porrebbe la parola fine alla politica dalle tasche bucate e con i conti truccati tipica di vari Paesi europei. E forse è per questo che è tanto difficile da realizzare. (Giovanni De Mizio)

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STATI UNITI D’EUROPA

di Enrico Cisnetto, da “IL FOGLIO” del 26/11/2010

– Ecco a quali condizioni sarà possibile salvare l`euro dall`attacco dei nuovi disfattisti monetari –

   Ormai è chiaro anche a chi finora ha evitato di guardare in faccia la realtà: l`euro è in crisi. Non la moneta sui mercati, che pure è ulteriormente scesa arrivando ieri a 1,32 sul dollaro (ma fa solo bene all`export, e poi se si guardano i fondamentali dovrebbe calare ancora) quanto l`impianto stesso della moneta unica.

   Infatti, formalmente è l`eccesso di deficit e debito pubblico in Grecia e Irlanda a provocare la caduta dell`euro, in realtà è la sua fragilità strutturale che trasforma le difficoltà di quei paesi – che non dispongono più della leva monetaria e quindi non possono svalutare – in altrettante bombe pronte a scoppiare se non vengono disinnescate a suon di miliardi che in solido devono metterci tutti gli altri membri dell`euroclub.

   Dunque, finora della crisi finanziaria europea abbiamo confuso le cause con le conseguenze: il rischio di default greco ieri e quello irlandese oggi – come quello portoghese e spagnolo domani, se disgraziatamente la pressione speculativa dovesse continuare – altro non sono che il precipitato di un problema a monte, quello dell`esistenza di debiti sovrani in capo a stati che hanno una comune valuta.

   Racconta chi ha partecipato all`inizio degli anni Novanta alle trattative prima e in occasione della firma del Trattato di Maastricht da cui è nato l`euro, che una delle questioni più spinose che furono affrontate dai padri della moneta unica era proprio quella dei debiti degli stati membri. La proposta italiana fu quella di unificarli in un unico debito comune non casualmente, visto che avevamo già allora quello maggiore, sia in termini di stock sia in proporzione al pii – ma l`idea, che pure non fu formalmente respinta, rimase sulla carta.

   Al di là della strumentalità, che indubbiamente c`era, l`intenzione non era affatto peregrina, perché con l`eliminazione delle valute nazionali e delle relative sovranità monetarie veniva a mancare un pezzo decisivo degli strumenti di gestione dei singoli indebitamenti, e siccome tra i firmatari di quel Trattato e poi effettivi soci della moneta europea c`erano paesi forti e sani e altri deboli e indebitati, una politica monetaria unica per situazioni tanto diverse era scritto che avrebbe causato un mare di problemi.

   E` anche vero, peraltro, che per unificare i debiti pubblici si sarebbe dovuto gestire con mano se non unica almeno più unitaria i deficit correnti, e con essi le politiche fiscali e quelle di spesa. In una parola, l`intera politica economica.

   Indovinate chi ci rimette di più? Insomma, i padri dell`euro capirono che l`unificazione monetaria avrebbe dovuto comportare la creazione – se non prima, almeno in concomitanza – di uno stato federale che unificasse l`Europa, almeno quella dell`euro, sul piano politico e istituzionale. Ma non se la sentirono di fare quel passo, o più probabilmente non c`erano le condizioni per compierlo, e così si affidarono alla speranza – malriposta – che il processo fosse inverso: prima la moneta e poi l`unificazione politica. Così non è stato, però, né poteva ragionevolmente essere.

   E chi, come il sottoscritto – ma in buona compagnia: ricordo il governatore della Banca d`Italia, Fazio – ebbe ad ammonire che quel miracolo non si sarebbe verificato e che costruire l`impianto della moneta europea su quelle fragili basi rappresentava un azzardo che prima o poi avremmo pagato caro, fu descritto non “euro-preoccupato”, come era giusto, e nemmeno “euro-scettico”, che era definizione un po` forzata e fuorviante ma ci poteva anche stare, bensì fu esposto al pubblico ludibrio con l`infamante bolla di “euro-disfattista”.

   Che è la stessa, noto, usata in questi giorni anche per la signora Merkel, rea di aver espresso la sua preoccupazione per un sistema di crisi e di conseguenti salvataggi che non può certo perpetuarsi a lungo, sia perché dopo Grecia e Irlanda c`è spazio solo per un intervento a favore del Portogallo e poi sono finiti i soldi del fondo antidefault varato a giugno, sia perché non ha senso che i paesi solidi e oculati nella gestione della loro finanza pubblica debbano tassarsi per rimediare agli errori compiuti da altri.

   Oltretutto, non lo accettano le opinioni pubbliche: quelle dei paesi virtuosi per ovvie ragioni, ma neppure quelle dei paesi “viziosi”, perché giustamente i primi pretendono misure draconiane per mettere in campo gli aiuti (vedi le reazioni, a suon di scioperi e manifestazioni anche violente, che ci sono in Grecia e Irlanda).  Qui i “disfattisti” sono coloro che ritardano colpevolmente il chiarimento finale in seno a Eurolandia: o si va subito verso gli Stati Uniti d`Europa, e allora l`euro si salva, oppure, siccome è assodato che senza un`integrazione politico-istituzionale l`Europa monetaria non ha né senso né futuro, è meglio (meno peggio) decidere una multipla separazione consensuale.

   Perché l`alternativa è che a prendere la decisione sia in via unilaterale la Germania, che è più che mai tentata dal ripudiare l`euro, o espellendo i paesi più deboli o resuscitando il marco. E non lo dico per prendermi una rivincita postuma: se c`è un paese che dalla crisi dell`euro ha più da rimetterci, questo è l`Italia. (Enrico Cisnetto)

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EUROBOND SALVA-CRISI: MA LA GERMANIA DICE NO

di Massimo Morici, da “Panorama.it” del 6/12/2010

   La proposta stavolta viene dalle colonne del Financial Times, autorevole quotidiano finanziario della City e punto di riferimento nei salotti della finanza e della politica in Europa: usare gli eurobond per fermare la crisi. A farla, il nostro ministro per l’Economia, Giulio Tremonti, e il collega lussemburghese Jean-Claude Junker.

   La stategia presentata dal duo in un articolo prevede l’emissione di titoli di debito da un’agenzia ad hoc, l’Agenzia europea del debito (Aed), che potrebbe essere operativa già questo mese se il Consiglio Europeo approvasse il disegno. Così gli E- bond sancirebbero “l’irreversibilità dell’euro” e aiuterebbero a stabilizzare i mercati inviando un messaggio forte di impegno dell’Europa a sostegno della moneta unica, scrivono i due ministri. L’obiettivo è ambizioso: coprire con gli E- bond circa il 40 per cento del debito lordo dell’Ue.

   Una soluzione di cui si era parlato nelle scorse settimane, quando, dopo il dafault dell’Irlanda, è cominciata a circolare la voce che la prossima vittima degli speculatori internazionali fosse la Spagna di Zapatero. Ma subito arriva il no da parte della Germania. “Fino a quando la competenza sulla politica di bilancio sarà nazionale, non possiamo abbandonare gli strumenti per incentivi e sanzioni per i membri dell’eurozona, per garantire la disciplina nella politiche di bilancio interne”, ha detto il  ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble in un’intervista sempre all’FT.

   E da Berlino, dove è sempre più difficile conciliare le posizioni politiche del governo con gli interessi della sua classe imprenditoriale, fanno sapere, tramite un portavoce della cancelliera Angela Merkel, che non vedono di buon occhio nemmeno un ulteriore aumento del fondo di emergenza, predisposto a maggio in seguito alla crisi Greca, e in discussione in questi giorni a Bruxelles.

   La chiusura della Germania di fronte a qualsiasi nuova soluzione per salvare l’euro si spiegherebbe, secondo l’ex presidente della Commissione europea ed ex premier Romano Prodi intervistato da El Pais, “da un certo populismo che presenta il paese come una sorta di martire europeo: sono gli unici a lavorare, gli unici a pagare e gli unici a trainare gli altri”.

   Eppure, ha detto Prodi, che si è aggiunto al coro di molti economisti e politici europei di questi giorni, l’euro non è in pericolo e la Germania deve capire che la moneta unica le conviene: “il loro mercato è per il 50, 60 per cento nell’eurozona, non fuori”. Per ora Berlino continua a fare orecchie da mercante. (Massimo Morici)

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PARIGI SI ALLINEA A BERLINO. SARKOZY: “NO EUROBOND, RESPONSABILIZZARE GLI STATI”

DA “IL GIORNALE.IT” del 7/12/2010

Bruxelles – Parigi serra i ranghi con Berlino e spara ad alzo zero contro gli eurobond proposti da Tremonti e Juncker e ogni aumento del Fondo europeo di stabilità. A una settimana del Consiglio europeo del 16 dicembre l’asse franco-tedesco si ricostituisce per ribadire che ogni modifica ai meccanismi di salvataggio dovrà passare da una modifica dei Trattati.

L’asse Parigi-Berlino. Nel corso della conferenza stampa comune con la cancelliera tedesca Angela Merkel a conclusione del consiglio dei ministri franco-tedesco, da Friburgo il presidente francese Nicolas Sarkozy ha risposto con durezza all’ennesima domanda sulla contrarietà francese alle obbligazioni comuni europee negando che un no agli eurobond sia un no alla solidarietà.

   “Quando si tratta di aiutare i paesi, noi ci siamo: la Germania è il primo contribuente europeo, il secondo è la Francia – ha affermato il capo dell’Eliseo – non c’è ragione per trattarci da egoisti: nella vita si è quello che si fa e noi dimostriamo sempre la nostra solidarietà europea”. Piccato, Sarkozy ha poi osservato che “sugli eurobond non siamo stati consultati ufficialmente, di conseguenza stiamo solo esprimendo un’opinione”.

   Il presidente ha poi rimarcato: “Abbiamo fatto l’interesse dell’Europa e della costruzione europea. Degli eurobond parleremo quando avremo più integrazione fiscale, economica e dei budget: non mettiamo il carro davanti a buoi”.

Una manovra di allineamento. Secondo alcuni analisti economici che hanno seguito la diretta video dell’incontro trasmessa anche sul web da parte de Le Figaro, più che di una posizione comune, quella espressa a Friburgo è una manovra di allineamento francese sulle posizioni tedesche.

   Allineamento che riguarderebbe anche la convergenza delle politiche fiscali con l’Eliseo sempre più convinto della necessità di adottare anche in Francia un sistema “alla tedesca” con una nuova aliquota sui redditi più alti. Da parte sua Merkel ha osservato che l’Unione politica e monetaria “può e deve migliorare.  Dobbiamo accrescere la coerenza delle politiche e diminuire gli squilibri”. La cancelleria e il presidente hanno anche convenuto che fare aumentare il debito in Europa deresponsabilizzerebbe gli Stati che “vogliamo rendere invece più responsabili – ha precisato Sarkozy – e la posizione della Francia è esattamente quella della Germania”.

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L’AGENZIA DEL DEBITO SOPRA IL CIELO DI BERLINO

di Carlo De Benedetti, da “IL SOLE 24 ORE” di sabato 11 dicembre 2010

   Lo scambio di accuse tra il presidente dell`Eurogruppo Jean-Claude Junker e la cancelliera Angela Merkel è il segnale più chiaro delle nubi che si vanno addensando sulla moneta unica. Sentire il massimo responsabile “politico” dell`euro accusare di antieuropeismo il paese architrave della moneta unica è davvero qualcosa di inedito. Difficile dire chi abbia ragione.

   La proposta degli eurobond e dell`agenzia europea per il debito è forse irrealistica, ma non va liquidata, soprattutto da parte di noi italiani, senza i necessari approfondimenti. D`altra parte, la reazione negativa dei tedeschi va capita.

   Malgrado le ultime difficoltà nelle aste dei Bund, la Germania e pur sempre il paese che oggi si finanzia ai tassi più bassi: perché mai dovrebbe accettare di pagare di più le sue emissioni unendole a quelle di paesi meno virtuosi? I Bund sono ancora un distillato prezioso, quale oste ne deprimerebbe il valore miscelandolo con le bevande prodotte dalle peggiori cambuse del continente?

   Eppure Berlino deve decidere il suo destino. Far parte dell`Unione monetaria implica evidentemente delle responsabilità. E il costo degli eurobond sarà sempre infinitamente inferiore a quello che la Germania rischia periodicamente di pagare per salvare gli Stati canaglia dell`Unione. L`alternativa di farli fallire, per quanto legittima, è del resto impensabile: come osservava proprio sul Sole-24 Ore Jamie Dimon, il leader del gruppo JP Morgan Chase, il fallimento degli stati finirebbe per travolgere le principali banche continentali, a cominciare da quelle tedesche, che sono ampiamente esposte nei titoli di quei paesi.

   La verità è che, come scrive Thomas Steinfeld sulla Suddeutsche Zeitung, «il grande cambiamento intervenuto in Europa negli ultimi anni con l`avvento della crisi ha determinato un cambiamento fondamentale nella percezione e anche nella realtà stessa dell`Europa».

   Dalle sue origini l`Unione europea ha vissuto su enormi contraddizioni. Le speranze dei suoi fondatori si sono spesso tradotte in un cammino difficile ed estremamente lento. Grandi innovazioni si sono via via innestate su un corpo fragile, creando un ibrido, un essere mostruoso e tuttavia capace di volare, come l`ippogrifo di ariostesca memoria.

   L`euro è stato una di queste innovazioni: progetto straordinario, ma azzardato, una moneta unica senza una economia unica. Possibile? Possibile fino a quando dietro c`era ancora un progetto culturale, un`idea di solidarietà e comunione europea ereditata dai padri dell`Unione. Oggi, sotto i colpi della crisi, quella solidarietà si è persa, le affinità culturali sono state messe in soffitta, e appare più chiaramente l`azzardo economico del disegno della moneta unica.

   Si era anche detto: facciamo la moneta unica e la confluenza tra le economie seguirà. Ricordo lunghe discussioni avute con Jacques Delors nel `91-92 quando si cominciava a ipotizzare la creazione di una moneta unica. Delors, e più modestamente io, sapevamo benissimo che sarebbe stato necessario che le varie nazioni europee accettassero di cedere sovranità a favore di un`unificante politica monetaria e di budget delegata a Bruxelles. Ma eravamo consapevoli che, poiché la politica non era matura per quell`idea, la soluzione migliore era prendere il toro per le corna: adottare la moneta unica nella convinzione che la politica sarebbe seguita, che gli stati sarebbero stati costretti a far convergere le loro politiche monetarie e fiscali. Sbagliato, nessuna convergenza si è verificata, anzi alcuni indicatori, come quello della produttività, mostrano un allargamento delle distanze iniziali.

   Per queste ragioni, ritengo che oggi le possibilità che l`euro continui a essere la moneta unica di paesi con comportamenti così divergenti come la Germania e quelli del “Club Med” siano davvero ridotte. Ma sono d`accordo con l`Economist: don`t do it, non lasciate morire l`euro, perché i costi, per tutti, sarebbero maggiori dei benefici.

   Se questo è l`obiettivo, però, non ci si può continuare a baloccare con piani di salvataggio più o meno generici. C`è bisogno davvero di un drastico haircut ai debiti di molti stati sovrani, Italia in testa; vanno imposte le riforme, a cominciare da pensioni e lavoro, in quei paesi che sono rimasti indietro; bisogna procedere senza ulteriori indugi a delegare la politica fiscale degli stati a un`unica entità europea.

   Se si vuole salvare l`euro come moneta unica non c`è alternativa a questo. Altrimenti, meglio prepararsi a gestire un percorso pilotato verso la creazione di due euro, uno del Sud e uno del Nord. Per quel che rimane dell`industria italiana sarebbe certamente più conveniente poter svalutare, senza più rincorrere sogni rispetto ai quali non siamo disposti ad accettare né vincoli né sacrifici. Per evitare che l`esito sia troppo penalizzante per tutti, anche per le regioni meridionali, sarebbe poi opportuno che fosse la Germania, come ha sottolineato tra gli altri Luigi Zingales, a prendere l`iniziativa con una sua uscita dall`alto dalla moneta unica.

   Sono blasfeme queste mie considerazioni? Credo piuttosto che siano realistiche, tanto quanto irrealistico è l`atteggiamento di alcuni ayatollah dell`euro – tanto diffusi anche in Italia – che sostengono che nel Trattato non esistono clausole che consentano l`uscita dall`euro. Sono i mercati, come una forza di gravità, a decidere cosa è possibile sulle monete e cosa è impossibile. La società, la realtà del XXI secolo è liquida. I trattati erga omnes sono il passato. Sarebbe bene che la politica ne prendesse atto. (Carlo De Benedetti)

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PERCHE’ E’ IMPOSSIBILE USCIRE DALL’EURO

di Luigi Spaventa, da “la Repubblica” del 26/11/2010

   Nel dibattito suscitato dalle crisi di questi giorni nei Paesi periferici della confederazione della moneta unica si ritiene da alcuni che un Paese possa uscire dall’ euro per propria volontà, o esserne cacciato. E che comunque, in caso di uscita, il problema consista solo nella stampa di nuove banconote. Ecco tre buone ragioni che rendono difficili, o impossibili, gli esiti di cui si favoleggia.

   Anzitutto ragioni legali. Il trattato di Lisbona apre la possibilità di un’uscita dall’Unione europea, ma non ammette l’uscita solo dall’Unione monetaria. Chi voglia uscire dall’euro deve abbandonare la Ue, e con essa il mercato unico dei beni e dei fattori, esponendosi, per la circolazione delle merci, dei capitali e del lavoro, a un trattamento diverso, certo meno favorevole, da quello goduto dai membri dell’ Unione; e rinunciando fra l’altro alla politica agricola comune nonché ai sussidi per le aree meno sviluppate di cui godono i quattro periferici sotto attacco. I trattati saranno pure pezzi di carta, che la politica a volte può stracciare: ma, per disattenderli senza gravi conseguenze, occorre una unanimità di consensi che pare difficile rinvenire.

   E poi ragioni tecnico-economiche. La denominazione del circolante rappresenta un problema secondario rispetto a quello ben più grave della valuta in cui sono espressi i contratti e le obbligazioni pubbliche e private. Supponiamo che un paese dica “basta con l’ euro, torno alla mia vecchia valuta” (la lira, la dracma…). Cominciamo con i titoli di debito pubblico già emessi e stilati in euro: in euro devono rimanere, perché qualsiasi cambio arbitrario di denominazione costituirebbe un evento di insolvenza. Il costo del debito nella nuova valuta nazionale aumenterebbe a dismisura, in proporzione con la svalutazione effettiva e quella attesa della nuova valuta rispetto all’ euro. E le obbligazioni contratte dalle imprese in euro? In euro dovrebbero restare, pena azioni legali contro i debitori: con un conseguente aumento di costo. Scenari da incubo.

   E infine ragioni di corposi interessi. Si comincia a pensare che la Germania potrebbe ben permettersi di abbandonare l’euro da sola, lasciando gli altri a cuocersi nel loro brodo. E’ un paese forte e competitivo, che dell’ Europa monetaria è costretto a sopportare i costi senza trarne particolari benefici. Siamo sicuri che sia così? Il costo psicologico e politico di dover mettere mano al portafoglio per aiutare i peccatori certamente esiste; anche se qualcuno dovrebbe ricordare quanto le banche tedesche abbiano contribuito a finanziare le dissipatezze altrui e quanto beneficino dell’onere sopportato per tenere la Grecia o l’Irlanda in piedi.

   Ma a parte questo: disegniamo uno scenario in cui la Germania si ripiglia il marco e lascia tutti gli altri nell’euro. La conseguenza immediata sarebbe un brusco e consistente apprezzamento del nuovo marco sul vecchio euro: gli esportatori tedeschi, che trovano in Europa fertili mercati, non apprezzerebbero. In definitiva, oggi tutti vivono male o a disagio nel condominio dell’ euro; ma uscire da quel condominio è impresa impossibile, o quanto meno traumatica per tutti i condomini.

   Non converrebbe allora cercare di ridurre le tensioni della convivenza? Servirebbe a tal fine una iniziativa politica (di quelle che un tempo si prendevano in Europa) per rifondare e rinsaldare l’ unione monetaria: non si tratta solo, e neppure soprattutto, di rafforzare il patto di stabilità; si tratta di disegnare oggi un piano organico di sostegno ai paesi in difficoltà; e di prevedere per domani uno sviluppo istituzionale dell’ Unione, la cui mancanza è stata causa principale di instabilità. – LUIGI SPAVENTA

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I TITOLI EUROPEI

di Mario Monti, da “il Corriere della Sera” del 2/12/2010

   I mercati sono all’attacco, l’Unione Europea è in difesa. Essa ha vinto alcune battaglie, ma rischia di perdere la guerra. Le decisioni dei governi, riuniti nel Consiglio, non producono durevolmente sui mercati gli effetti sperati. La Banca Centrale Europea si vede costretta a rimediare con interventi a sostegno dei titoli di Stato. Alla lunga, essi riporterebbero alla subordinazione della politica monetaria alla politica di bilancio, con il pericolo dell’inflazione: due mali che l’unione monetaria pensava di avere debellato.
  È urgente che la Ue riprenda l’iniziativa. Ha a disposizione uno strumento attivabile in tempi brevi, con due grossi vantaggi: aiuterebbe a superare la crisi dell’euro e, al tempo stesso, a sviluppare l’integrazione finanziaria. Si tratta dell’emissione in comune di titoli in euro E-bonds mediante un’Agenzia Europea per il Debito.
   L’idea che la Ue emetta eurobonds per finanziare investimenti di interesse europeo non è nuova. Venne lanciata da Jacques Delors negli anni Ottanta e ripresa in varie occasioni – tra gli altri, autorevolmente, da Giulio Tremonti – però finora non ha trovato adeguata attuazione. Ma gli E-bonds di cui parlo risponderebbero a una logica diversa. Sarebbero uno strumento non per finanziare nuove spese di investimento, ma per mettere in comune una parte della gestione del debito pubblico dei diversi Stati.

   Nel rapporto «Una nuova strategia per il mercato unico», presentato al presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso nel maggio scorso, proposi di ricorrere all’emissione in comune di E-bonds per ovviare alla frammentazione del mercato obbligazionario europeo. Con emissioni esclusivamente a livello nazionale, il mercato non ha la trasparenza e la liquidità che, data la sua dimensione complessiva, potrebbe avere. Ciò comporta inconvenienti per gli Stati, per i risparmiatori, per le imprese. Per ovviare alla frammentazione, si proponeva di creare un nuovo mercato europeo con una dimensione mondiale.
   Il rapporto, predisposto nei mesi in cui esplodeva la crisi greca, teneva presenti aspetti che avrebbero poi assunto grande rilievo, in particolare nelle preoccupazioni della Germania. Qualsiasi soluzione deve evitare che i Paesi con una politica di bilancio responsabile siano costretti a salvare, in un modo o nell’altro, gli Stati «indisciplinati». In aggiunta a una vigilanza multilaterale più efficace, imponendo una disciplina di mercato più rigorosa ai governi meno oculati si gestirebbe meglio il moral hazard.

   L’assunzione di prestiti su vasta scala tramite un organismo europeo e la successiva erogazione di prestiti agli Stati membri possono rappresentare una soluzione equilibrata. I prestiti agli Stati membri non dovrebbero superare una determinata percentuale del Pil del Paese la stessa per tutti gli Stati membri di modo che, per il loro fabbisogno di finanziamento non coperto da questo meccanismo, i governi continuerebbero a emettere il proprio debito nazionale per il quale rimarrebbero individualmente responsabili.
   Gli Stati membri che, grazie a questo meccanismo, avrebbero accesso a finanziamenti meno onerosi, considererebbero l’organismo europeo un creditore privilegiato rispetto ai detentori del loro debito flottante sul mercato e ciò aumenterebbe la possibilità di un’inadempienza limitata a quest’ultimo debito. A sua volta, questo potrebbe aumentare la pressione di mercato (e il rendimento) sul debito flottante, dando agli Stati membri un maggiore incentivo a ridurre rapidamente tale debito mediante sane politiche di bilancio.

   In settembre, al convegno Ambrosetti di Cernobbio, Yves Leterme, primo ministro del Belgio, Paese che fino a fine anno esercita la presidenza del Consiglio Ecofin e degli altri Consigli, ha sostenuto questa proposta.

   Alla luce delle drammatiche vicende successive, si può ritenere che un percorso di uscita dalla crisi che utilizzi agli E-bonds avrebbe chiari vantaggi, rispetto al tortuoso meccanismo delle «clausole di azione collettiva» che, secondo le decisioni dell’Eurogruppo, dovrebbero applicarsi a tutte le emissioni di titoli degli Stati della zona euro che avverranno dal giugno 2013 in poi (chiarimento introdotto per rassicurare un po’ i mercati, turbati dalle precedenti dichiarazioni del cancelliere Merkel).

   Vari studi, in particolare uno predisposto presso Bruegel, il think-tank con sede a Bruxelles, hanno nel frattempo approfondito gli aspetti tecnici e operativi degli E-bonds. Il tema è stato oggetto, nelle ultime settimane, di esame e discussione anche nelle sedi governative di vari Stati membri. Intervenendo al Parlamento europeo nei giorni scorsi, il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ha detto di non escludere l’eventualità che i governi della zona euro emettano titoli in comune.

   Sotto l’impulso della crisi, e per dominarla in una logica di mercato ma senza cedere – come è in parte avvenuto finora – alle pressioni della speculazione, il Consiglio Ecofin e poi il Consiglio europeo del 16 dicembre darebbero un forte segnale se decidessero che, entro la fine del 2012, l’Agenzia per il Debito (che potrebbe operare presso la European Financial Stability Facility recentemente istituita) emetta E-bonds per un totale, ad esempio, del 40% del Pil di ciascun Paese.

   Ciò potrebbe avvenire annunciando che l’Agenzia finanzierà tutte le nuove emissioni fino a fine 2012, il che le isolerebbe dall’evoluzione del mercato secondario; e che l’Agenzia offrirà swaps nel mercato secondario tra i propri titoli e quelli in circolazione emessi dagli Stati membri, ovviamente mediante asta allo sconto.

   Ma potrebbe la Germania accettare un tale progetto? Il tema, cruciale, veniva già affrontato nel rapporto di maggio a Barroso. Anche alla luce degli avvenimenti successivi, non dovrebbe essere impossibile convincere le autorità tedesche di due vantaggi specifici per il loro Paese: non perderebbero, né in termini assoluti né in termini relativi, i vantaggi di cui godono oggi nel mercato come Stato più affidabile; e si troverebbero a guidare un processo di grande importanza politica ed economica per l’Europa, orientandolo in funzione del suo desiderio di garantire una disciplina di bilancio più rigorosa nella Ue. (Mario Monti)

………………….

I LIMITI DELLA CORSA TEDESCA

di MARLOWE, da “IL TEMPO” dell’ 11/12/2010

– Per chi suona la campana? Adesso anche per la Germania: parliamo dei titoli di Stato, i mitici Bund –

   Mercoledì l`asta degli Schatz, la variante a due anni, si è risolta con un mezzo fiasco: su 5 miliardi in offerta ne sono stati sottoscritti 4. Motivo: il rendimento dello 0,92 per cento è stato giudicato troppo basso dal mercato.

   Insomma, la Finanzagentur, l`agenzia del debito di Berlino, ha tirato troppo la corda limando le già magre cedole dello 0,06 rispetto a un mese fa. Non è una novità in assoluto: stessa sorte era toccata alle ultime aste di Bobl (cinque anni) e dei Bund a dieci anni propriamente detti. Anche il Tesoro americano fa fatica: i Treasuries decennali sono stati collocati con un esito definito “decente”, però in cambio di un aumento della cedola di 28 cent.

   E ieri l`Italia ha coperto tutti i suoi Bot annuali, con una richiesta di otto miliardi doppia dell`offerta, riportando i rendimenti sopra il due per cento, come non avveniva dal 2008. Tutto ciò significa varie cose. La prima è che la strategia tedesca di spandere allarme sui debiti degli altri per vendere più agevolmente il proprio, sta fallendo. A tutto c`è un limite, sembrano dire gli investitori.

   I quali tra l`altro sanno benissimo che molte banche e fondi teutonici si finanziano in tranquilli Bund per poi scommettere su titoli decisamente meno virtuosi, come si è visto in Irlanda, dove i banchieri di Francoforte, Amburgo e Monaco sono i più esposti dietro quelli inglesi. O anche per la Spagna, dove il sistema tedesco è il più pericolante di tutti. Sommando l`esposizione verso Irlanda, Portogallo e Grecia, la Germania è prima in Europa con 213 miliardi, davanti alla Francia con 142 e alla stessa Spagna con 93 miliardi.

   Per inciso, la situazione del paese di Zapatero appare davvero incredibile: è a rischio per i debiti contratti verso l`estero, e contemporaneamente per i crediti vantati dalle sue banche nei paesi border line dell`Europa. Complimenti vivissimi.

   Torniamo però al problema di queste ore. Ciò che non è passato è l`idea che i Bund tedeschi potessero diventare una sorta di bene rifugio all`interno dell`euro. Non sarebbe stata cosa da poco: era il nucleo e lo snodo strategico verso un possibile super-euro, obiettivo che è sembrato la vera tentazione di Angela Merkel. Non esiste dunque, e probabilmente non esisterà, un euro di serie A contro uno di serie B: e questa è per l`Italia, che sarebbe stata destinata al girone inferiore, una rassicurazione.

   Buona notizia che va a braccetto con le stime sui debiti sovrani diramate dalla Bce. Secondo il report, Germania e Italia saranno nel 2012 i soli paesi dell`area euro a non vedere aumentato il rapporto tra debito e Pil.

   L`Italia avrà ancora un fardello di debito pubblico superiore al 100 per cento del prodotto lordo, ma sarà superata da Grecia e Irlanda, e forse anche dal Belgio. Tutti gli altri saliranno a una media dell’ 87,8 per cento, in deciso aumento. Inoltre è noto che il debito complessivo italiano – Stato, famiglie e imprese – è virtuoso, con un`incidenza sul Pil superiore solo a quella tedesca. Ma questo parametro, affermato come principio, dovrà essere formalizzato nel summit europeo del 16, due giorni dopo la fiducia a Berlusconi.

   Esistono vari altri indicatori di sostenibilità del nostro debito, anche di quello pubblico: il più rassicurante è che sia per il 40 per cento in mani domestiche, quindi meno esposto alle fughe degli investitori. Ancora: da uno studio appena pubblicato della fondazione Edíson sulla ricchezza finanziaria netta delle famiglie nel 2010 emerge che – se si prendesse come base questo indicatore e non il Pil – noi avremmo un rapporto tra debito pubblico e ricchezza “vera” del 67 per cento, un po` peggio della Germania (57 per cento), ma meglio della Francia (70) e di tutti gli altri europei.

   Stessa cosa per la “competitività reale”, data dalla bilancia commerciale depurata dell`energia (dove siamo notoriamente tra i più dipendenti): nel 2009, nonostante la crisi, escludendo petrolio e gas abbiamo avuto tra import ed export un attivo di 38 miliardi, dietro la Germania (107), davanti alla Francia (21) e agli altri concorrenti.

   Ieri Ohi Rehn, commissario europeo per l`economia, un finlandese con fama di tosto, si è detto ragionevolmente sicuro che l`Italia non avrà bisogno di manovre correttive da qui al 2012, e che alla fine le stime di rientro sotto il 3 per cento di deficit fatte dal nostro governo collimeranno con quelle di Bruxelles: un viatico, anche questo, non da poco. Mentre l`Istat certifica un aumento del Pil che a fine anno dovrebbe raggiungere l’ 1,1 per cento;  e soprattutto una netta ripresa della produzione industriale. In sostanza le premesse concrete ed i numeri per l`uscita dalla crisi si fanno consistenti. Ma qui finiscono le buone notizie.

   Il segnale proveniente da Francoforte e da Wall Street è inequivocabile: il debito, anche quello pubblico e anche dei paesi più forti, costa e costerà più caro. Per tutti. E si va verso un 2011 nel quale i soli paesi dell`eurozona vedranno scadere titoli per 900 miliardi di euro; 240 dei quali dell`Italia. Se sparisce l`idea di “risk free” gli investitori pretenderanno rendimenti maggiorati, i bilanci degli stati di conseguenza si aggraveranno per gli interessi. Per questa voce il nostro Tesoro ha già messo in conto di passare in tre anni da meno di 80 ad oltre 90 miliardi.

   Basteranno? Così – e non per nazionalismo – non si capisce molto il no categorico della Merkel (al quale si è allineato in modo più soft Sarkozy) alla proposta- di Tremonti e del presidente dell`Eurogruppo Junker di emettere eurobond, anziché puntare esclusivamente su tanti singoli bond in concorrenza di rendimento tra loro.

   Questi titoli verrebbero garantiti da un ammontare fino al 40 per cento del Pil europeo, cioè fino a 4.600 miliardi ai valori attuali. Il ricavato – che ammonterebbe a dieci volte ciò che i paesi dell`eurozona accantonano per coprire i rischi-default – dovrebbe non solo mettere finalmente in sicurezza i vari stati, ma soprattutto costituire un deterrente definitivo contro la speculazione: come le testate strategiche della Nato durante la Guerra Fredda. O come il solo progetto di scudo spaziale di Reagan, che contribuì non poco a far cadere il muro di Berlino.

   L`effetto collaterale degli eurobond sarebbe di calmierare il mercato dei titoli pubblici, abbassandone il rischio-rendimento. Ed il secondo effetto collaterale di costringere i singoli governi a politiche di bilancio davvero coordinate, e quindi più virtuose: per l`Italia una responsabilità in più, non un liberi tutti; Junker definisce il no di Berlino “una scelta antieuropea”.

   Lo stesso Olli Rehn, ieri, ha apprezzato la proposta degli eurobond come un`idea da esaminare con grande attenzione: «Perché se la crisi e di sistema, serve una risposta altrettanto sistemica». Insomma, una vera exit strategy, non una logorante guerra di trincea con tante truppe e armi in ordine sparso. La partita, almeno per ora, sembra chiusa: ci sono tra l`altro troppe variabili in campo, compresa la presidenza della Bce per la quale sta correndo Draghi. Che magari anche per questo insiste su dottrine più ortodosse, gradite ai tedeschi.

   Ma Tremonti potrebbe veder premiate le proprie ragioni prima di quanto si pensi. Il 2011 sarà complicato per tutti. Dopo l`anno terribile di Wall Street, il 2010 altrettanto orribile per l`Europa, il fronte di guerra rischia di trasformarsi in un gigantesco risiko dei debiti. Dove solo la Cina, la Russia e i paesi arabi sembrano disporre di sufficienti carri colorati per conquistare più territori in una Europa e una America divise e indecise al proprio interno. E quindi deboli. (Marlowe)

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