CANCUN (Mexico) – la conferenza sul clima e i risultati (politici) migliori del flop di Copenaghen (un anno prima) – La faccia (delle nazioni) è salva, ma il pianeta ancora no

Manifestazione di Greenpeace a CANCUN in occasione della “Conferenza 2010” sul clima - “Ogni anno 13 milioni di ettari di foreste, una superficie grande come la Grecia, vengono inghiottiti dalle ruspe e dagli incendi. Con loro scompaiono dalla terra decine di migliaia di specie e INTERI POPOLI, mentre i roghi spediscono in cielo un sesto del totale delle emissioni di anidride carbonica, l'imputato numero uno per la crescita degli uragani, la moltiplicazione delle alluvioni, la pressione crescente dei deserti” (CANCUN, Antonio Cianciullo da “la Repubblica” del 8/12/2010)

   Ribaltiamo il bel titolo, di sintesi, de “il Sole 24ore” in merito ai risultati della Conferenza Onu sul clima tenutasi a Cancun, in Messico, tra il 29 novembre e il 10 dicembre scorsi: “il pianeta non è salvo, la faccia sì”. Forse si potrebbe anche dire “la faccia è salva, il pianeta per niente”. Ma è questione di lana caprina la differenza… Quel che conta è che perlomeno si è espressa, in Messico, la volontà di “salvare il pianeta” (a Copenaghen neanche questo…). La sostanziale assenza di ambizioni in questo vertice dopo quello dell’anno prima in Danimarca, ha determinato il non-insuccesso di Cancun.

   La questione continua a rimanere irrisolta: come garantire uno sviluppo e un benessere economico ai paesi emergenti (come Cina, India, Brasile, SudAfrica, e tutto il continente africano, l’America Latina, il medio Oriente…) rispettando il clima, non ricorrendo alla deforestazione. E’ da chiedersi: come i paesi ricchi di antico benessere (l’America del Nord, l’Europa…) potranno ridurre l’inquinamento e lo sfruttamento eccessivo delle materie prime, rivedendo così necessariamente i propri standard (collettivi e individuali) di consumismo? E allo stesso tempo riuscire a sbloccare lo stallo che rallenta la riconversione dai combustibili fossili all’efficienza energetica e alle fonti rinnovabili?

   «Le foreste cambiano sotto i nostri occhi: stanno sparendo i tapiri e i maialini selvatici, in cielo non si vedono più volare condor e la terra fertile viene trascinata a valle dall’acqua» ha detto a Cancun Marlon Santi, presidente della Confederazione nazionale dei popoli indigeni, una delle associazioni scese in piazza in rappresentanza di 370 milioni di indios. 

   Diamo qui di seguito conto dei dettagli dell’accordo che ha visto tutti i paesi favorevoli (193 paesi, a parte la Bolivia… si badi bene, la Bolivia, non per contrarietà al tema “ambiente”: ha criticato il risultato perché ritenuto troppo debole ed insufficiente a combattere in maniera efficace i cambiamenti climatici previsti dagli esperti del clima). Da sottolineare la volontà espressa di ridurre le emissioni di gas a effetto serra dal 25 al 40% al 2020 per fare in modo che la temperatura globale non aumenti oltre i 2 gradi. Per fare questo è stato anche istituito un fondo di finanziamento verde di 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020 (pertanto un accordo finanziario operativo solamente tra dieci anni… e solo 30 miliardi nel primo triennio 2011-2013).

   Quello che però preoccupa di più è soprattutto l’insufficiente volume degli investimenti nell’energia pulita, dove gli Stati Uniti su questo arrancano; e tutto il mondo che segue “ci crede e non ci crede”. E’ il vero tema strategico dei prossimi anni: la volontà di certi paesi di credere ancora alle possibilità dell’energia nucleare, traccia un solco profondo tra due modi diversissimi di intravedere il futuro. E non è vero che ci possa essere una “via di mezzo”, un’integrazione di una cosa con l’altra. La scelta nuclearista, se avverrà, manterrà lo sviluppo delle energie rinnovabili solo come una opzione forse “culturale”, di élite avanzate, “progressiste”, innovatrici, appunto minoritarie in quanto élite… ma niente più. E’ ovvio che noi auspichiamo uno sviluppo interamente dedicato alle energie rinnovabili, e su questo vorremmo impegnarci. E l’anno che corre alla prossima Conferenza Onu sul clima (a Durban, in Sud Africa, a fine 2011) è da credere strategicamente importante a scelte di superamento della politica nuclearista.

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A Cancun mini-accordo sul clima

IL PIANETA NON E’ SALVO. LA FACCIA SI’

RIDURRE I GAS SERRA DEL 25-40% ENTRO IL 2020 UN GREEN CLIMATE FUND PER I PAESI A RISCHIO IMPEGNO A COMBATTERE LA DEFORESTAZIONE

da “il Sole 24ore” del 12/12/2010

CANCUN. «Dopo questa conferenza, abbiamo piena fiducia nel meccanismo multilaterale». Quando in Messico sono suonate da poco le 4 del mattino, Zie Xenhua, il capo della delegazione cinese, esprime tutta la sua diplomatica soddisfazione per l’esito finale del vertice climatico di Cancun. Un vertice che non resterà negli annali della Storia, perché il testo approvato non spalanca certo le porte alla riconversione del sistema energetico mondiale, né risponde agli allarmi della comunità scientifica. Ma che è riuscito a salvare la faccia del multilateralismo.
   Quando intorno a mezzanotte la Bolivia annuncia che non voterà mai il documento redatto a fatica in due settimane di negoziati, negli occhi dei delegati si legge la paura di un altro flop irreparabile: il salvataggio in corner dell’anno scorso, quando invece di un voto in assemblea ci si rifugiò nel Copenhagen Accord – redatto in una stanzetta da Barack Obama, i leader europei e quelli dei paesi “Bric” – non era politicamente ripetibile. Solo così, con il nervosismo, si può spiegare il gran fragore dell’applauso di quattro ore dopo, quando i delegati di 192 paesi (tutti, fuorché la Repubblica di Evo Morales) decidono di uscire da quell’aula con una buona notizia da portare ai rispettivi capi di Stato, che stavolta avevano disertato. Il pianeta non è salvo. La faccia sì.
   A Copenhagen ci si aspettava la firma di un nuovo trattato internazionale capace di imbarcare anche i paesi emergenti (che con il Protocollo di Kyoto non hanno obblighi al taglio delle emissioni), col risultato che quel vertice è rimasto sepolto sotto il peso delle proprie ambizioni. Al contrario, è la sostanziale assenza di ambizioni ad aver determinato il non-insuccesso di Cancun.

   «Già alla vigilia sapevamo che l’obiettivo di un trattato non era alla portata di questo vertice – dice Connie Hedegaard, la commissaria europea per il clima, mentre fuori sorge il sole – ma alla fine quel che conta è la volontà comune di limitare l’aumento della temperatura media planetaria entro i 2 gradi», che gli scienziati considerano la soglia di rischio. «Le decisioni prese oggi trasferiscono quegli impegni nel sistema delle Nazioni Unite».

   Il riassunto è bell’e fatto: il vertice di Cancun ha semplicemente incorporato nel sistema multilaterale dell’Onu il Copenhagen Accord, che (firmato da 80 paesi) proprio multilaterale non era. Basta dare un’occhiata alle decisioni prese ieri. Nasce un «Green Climate Fund» da 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020 (ma solo 30 nel primo triennio), per aiutare le nazioni in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici e a ottenere tecnologie pulite. È il primo punto del Copenhagen Accord. L’unica novità è che sarà provvisoriamente gestito dalla Banca mondiale.

   Poi viene istituito un Comitato tecnologico per valutare le opzioni in campo e anche un Centro per la tecnologia climatica che cercherà di imbastire un network planetario, dove incrociare domanda e offerta di soluzioni avanzate per il controllo delle emissioni.
   È confermato, ma senza dettagli, il programma Redd+ per arrestare la deforestazione nei paesi tropicali, che contribuisce considerevolmente al riscaldamento planetario perché depriva il pianeta di alberi che assorbono naturalmente l’anidride carbonica.

   Poi – come a Copenhagen – si auspica un taglio delle emissioni «fra il 25 e il 40%» ma solo con impegni volontari. «Gli Stati Uniti – ha detto il capo delegazione Todd Stern, parlando in realtà all’opposizione repubblicana in Congresso – non avrebbero mai accettato un accordo che non includesse Cina e India», le due potenze emergenti anche nei gas-serra.
   L’unica vera novità sta nei meccanismi un po’ più stringenti per il controllo e la verifica dei risultati ottenuti, col solito auspicio che i tagli alle emissioni serra «diventino più ambiziosi». Non a caso, il ministro inglese all’Energia e il Clima, Chris Huhne, ha detto che «questa intesa rende più probabile l’impegno europeo per tagli del 30% entro il 2020», contro il 20% attualmente previsto. Il pianeta è un po’ più caldo. Ma anche un po’ più multilaterale.

I CONTENUTI. L’accordo sollecita «profondi tagli» nelle emissioni di anidride carbonica responsabili dell’effetto serra, per frenare l’aumento delle temperature a non più di 2 gradi Celsius sopra i livelli pre-industriali; chiede uno studio su un rafforzamento dell’obiettivo (a 1,5 gradi), sollecitando i paesi ricchi a ridurre le emissioni dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990 (ma questo passaggio è in un gruppo di lavoro sul Protocollo di Kyoto, e quindi non coinvolge gli Usa, che non hanno mai firmato il trattato); accetta di studiare nuovi meccanismi per aiutare le nazioni in via di sviluppo a ridurre le emissioni di anidride carbonica
   L’accordo dà vita a un nuovo organismo internazionale, il Green Climate Fund, per amministrare il denaro destinato dai paesi ricchi alle nazioni più colpite dai cambiamenti climatici. La Ue, il Giappone e gli Usa si sono impegnati a donare 100 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2020, insieme a 30 miliardi in aiuti urgenti per il 2010-2012. La gestione del fondo viene affidata per i primi tre anni alla Banca Mondiale. Si crea un direttorio composto da 24 paesi membri (scelti in maniera paritaria tra nazioni sviluppate e in via di sviluppo, insieme a esponenti dei piccoli stati insulari più a rischio per i cambiamenti climatici) che gestiranno il Green Climate Fund
   L’accordo dà ampio sostegno agli sforzi volti a ridurre la distruzione delle foreste; chiede ai paesi in via di sviluppo dei piani anti-deforestazione, e a tutte le nazioni di rispettare i diritti delle popolazioni indigene.
Inoltre è stata rimandata la decisione su una seconda fase o meno del Protocollo di Kyoto, che scade nel 2012. Solo una dilazione dunque, ma è stato evitato il naufragio dei negoziati (con la sola opposizione della Bolivia, che ha votato contro e ha già preannunciato un ricorso presso «tutte le istanze internazionali»). Il prossimo appuntamento è fissato al vertice in Sudafrica per la fine del 2011.

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GLI INDIOS IN MARCIA PER SALVARE LE FORESTE: “IL CLIMA CI UCCIDE”

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 8/12/2010

CANCUN. Ci sono gli yanomami e gli altri popoli dell’Amazzonia, che lottano contro l’ assalto dei minatori e della siccità. Gli indios delle Ande e dell’Himalya, che vedono assottigliarsi i ghiacciai da cui dipendono il loro cibo e le loro divinità. I masai, che non trovano più pascolo per loro greggi ed erbe per la loro medicina tradizionale.

   Tutti assieme si sono messi in marcia per portare al tavolo dei Grandi la voce di chi nella battaglia contro il caos climatico si gioca tutto: la sua vita e quella della sua comunità, il pranzo di oggi e quello dei nipoti. La marcia dei popoli delle foreste e delle montagne ha proiettato sulla conferenza Onu di Cancun, asserragliata in un hotel a 40 chilometri dalla città e protetta da agguerriti posti di blocco, l’immagine del futuro del pianeta se non si riuscirà a sbloccare lo stallo che rallenta la riconversione dai combustibili fossili all’efficienza energetica e alle fonti rinnovabili.

   «Sta succedendo tutto rapidamente, così rapidamente da far paura», racconta Marlon Santi, presidente della Confederazione nazionale dei popoli indigeni, una delle associazioni scese in piazza in rappresentanza di 370 milioni di indios. «Le foreste cambiano sotto i nostri occhi: stanno sparendo i tapiri e i maialini selvatici, in cielo non si vedono più volare condor e la terra fertile viene trascinata a valle dall’acqua».

   L’ewilin, il wanting e l’arrayan, tre erbe con cui da sempre si curavano i problemi intestinali e respiratori stanno diventando sempre più rare. Assieme alla medicina tradizionale collassa un intero sistema di valori e di equilibri sociali. «Da quando sono nato vedo sulla mia testa il monte Chimborazo, che arriva a 6300 metri, e il Tungurahua: noi li chiamiamo il padre e la madre e da sempre hanno nutrito gli uomini che sono i loro figli», aggiunge Delfin Tenesaca, il portavoce dei kichwan, un altro dei popoli dell’ Ecuador. «Ora i figli hanno sbagliato e loro ci ripagano con le alluvioni e la devastazione del nostro territorio».

   Anche dove la foresta è bassa e confina con il bush, i problemi crescono. «Siccità come quelle degli ultimi anni non si erano mai conosciute. E quando la pioggia arriva spazza via tutto», spiega Kimarem de Riamit, il rappresentante dei masai. «Il nostro popolo non taglia gli alberi perché gli alberi hanno un’anima: si può prendere un pezzo di radice o un ramo, ma senza uccidere la pianta. Adesso invece intere regioni sono state deforestate e le nostre sicurezze sono scomparse».

   Sommando queste storie si ottiene il conto totale: ogni anno 13 milioni di ettari di foreste, una superficie grande come la Grecia, vengono inghiottiti dalle ruspe e dagli incendi. Con loro scompaiono dalla terra decine di migliaia di specie e interi popoli, mentre i roghi spediscono in cielo un sesto del totale delle emissioni di anidride carbonica, l’ imputato numero uno per la crescita degli uragani, la moltiplicazione delle alluvioni, la pressione crescente dei deserti.

   Per ottenere un certificato di assicurazione che copra questa parte del rischio climatico gli Stati hanno già firmato cambiali per 5 miliardi di euro, e sono pronti a staccare nuovi assegni. E a Cancun, per la prima volta, sembra possibile raggiungere un’intesa per bloccare le ruspe che lavorano ai fianchi la foresta tropicale e gli incendi volontari che la sventrano per far posto agli hamburger e ai campi di soia transegenica.  

   È un modello non solo possibile, ma conveniente: il Brasile di Lula lo ha dimostrato. In 15 anni la quota di foresta rubata ogni anno all’Amazzonia è diminuita di quattro volte e continua a scendere. Con questi numeri il Brasile può rientrare in pista come paese virtuoso sul fronte del negoziato climatico.

  Così come la Cina, che dopo 15 anni di rifiuti rigidi, ha aperto all’ ipotesi di tagli di gas serra obbligatori per tutti gli Stati: una misura da mettere a punto rapidamente perché diventi esecutiva a partire dal 2020.

   È un cambio di rotta netto determinato dalla preoccupazione per gli effetti del caos climatico (il deserto assedia Pechino e una parte importante della sua agricoltura dipende dai ghiacciai minacciati dal riscaldamento climatico) e da concrete ragioni di business: approfittando dell’ incertezza americana, Pechino ha conquistato la leadership mondiale nel campo dell’energia rinnovabile. (Antonio Cianciullo)

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CLIMA, COMPROMESSO AL VERTICE DI CANCUN. TAGLI ALLE EMISSIONI E FONDO VERDE

da “il Messaggero.it” del 11/12/2010

   Si chiude con un compromesso il vertice sul clima di Cancun, in Messico. Le due settimane della sedicesima conferenza internazionale sui cambiamenti climatici promossa dalle Nazioni Unite terminano con una intesa che rinvia al prossimo vertice la soluzione di tutte le questioni più spinose, ma fissa una serie di paletti e obiettivi a lungo termine sul clima.
   Fra le intese sottoscritte anche la necessità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra dal 25 al 40% al 2020, come raccomandato dal Gruppo intergovernativo di esperti sul riscaldamento globale (Ipcc), per fare in modo che la temperatura globale non aumenti oltre i 2 gradi. Istituito poi anche un fondo verde.
   L’accordo è composto da 32 pagine e sette capitoli con premessa e annessi. Oltre alla creazione di un fondo verde, ancora non contabilizzato, da gestire attraverso un comitato di 40 membri, 15 dei paesi industrializzati e 25 dei paesi in via di sviluppo, il pacchetto prevede azioni di adattamento, mitigazione (tagli di Co2), finanza (subito 30 miliardi di euro per il periodo 2010-2013 e successivamente la necessità di mobilitare 100 miliardi di euro l’anno fino al 2020 in favore dei paesi in via di sviluppo), trasferimento di tecnologie.
   È stata quindi superata l’opposizione della Bolivia che rischiava di far saltare l’intesa raggiunta, dopo due settimane di difficile trattative, dalle principali potenze su un testo di compromesso che di fatto, e come era nelle aspettative già prima della conferenza e come da tradizione di questi vertici, rimanda al prossimo summit tutte le questioni più complesse e su cui non si è trovato l’accordo.
   Nell’intesa in particolare i governi promettono «un’azione urgente» per evitare che le temperature globali salgano più di due gradi Celsius senza però specificare obiettivi precisi e vincolanti delle riduzione di gas serra per tenere sotto controllo le temperature. Il testo si limita ad esortare i paesi a «aumentare le proprie ambizioni» per quanto riguarda la riduzione delle emissioni nei prossimi decenni.
   E si chiede agli scienziati di verificare se si dovrà abbassare l’obiettivo sulle temperature ad 1,5 gradi, accogliendo le preoccupazioni e gli accorati appelli delle piccole isole che temono di sparire per l’innalzamento degli Oceani. «Io parlo a nome di un paese la cui sopravvivenza stessa dipende dal tipo di accordo raggiungiamo», ha detto il ministro dell’Ambiente delle Maldive, Mohamed Aslam, che ha comunque definito il pacchetto di compromesso «molto equilibrato» e l’ha quindi sostenuto.
   Vi è poi contenuto l’impegno a lavorare per ottenere «al più presto possibile» un nuovo accordo che estenda il protocollo di Kyoto oltre il 2012, anche se il Giappone si oppone con forza ad una mera estensione del protocollo. Nell’accordo vi è anche la creazione del nuovo «Green Climate Fund» dove dovranno confluire gli aiuti dei paesi ricchi a quelli poveri per fronteggiare le emergenze determinate dai cambiamenti climatici e adottare misure per prevenire il global warming. E contiene misure maggiori di controllo delle azioni da parte delle principali potenze emergenti, vedi la Cina, come era stato chiesto da
Usa e Ue.
   Arrivati a Cancun con le aspettative già molto basse, i gruppi ambientalisti partono esprimendo soddisfazione per il fatto che si è raggiunti un’intesa che è la migliore possibile. «Ci sono molte cose che si muovono nella giusta direzione e, se gli elementi chiave avanzeranno nel modo giusto, potremo cominciare a lasciarci alle spalle i fantasmi di Copenhagen», ha dichiarato Keith Allott, direttore dell’ufficio clima del WWF britannico.

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CANCUN, DECOLLA L’INDUSTRIA VERDE: “SALVARE IL CLIMA E’ UN BUON AFFARE”

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 9/12/2010

   La lavatrice che si programma al mattino e parte appena trova disponibile elettricità verde al miglior prezzo. Il palazzo-robot che ascolta i bisogni dei suoi inquilini e offre l´energia just in time eliminando gli sprechi. La macchina con la spina, che scivola via senza rumore e senza emissioni. La discarica che mangia il metano, abbattendo i gas serra. Il mini pannello solare che basta a tenere acceso un frigorifero e una lampadina nei villaggi più sperduti. Non è la lista dei desideri degli ecologisti, è l´offerta del mercato. E se alla conferenza sul clima di Cancun la politica arranca, l´economia galoppa.
   È stata la pressione delle eco industrie a cambiare le previsioni lasciando, ancora una volta, il timone in mano a Pechino: Cina, India, Giappone e Corea del Sud nel 2020 rappresenteranno il 40 per cento degli investimenti in energia pulita, davanti ad America e Europa. In ballo ci sono, secondo le previsioni del “Pew Charitable Trusts”, 2.300 miliardi di dollari in dieci anni: tanto vale il mercato dell´energia pulita, un mercato che è stato già ipotecato da chi ha scommesso al momento giusto, quando gli altri esitavano. L´Italia tra il 2010 e il 2020 avrà a disposizione un business potenziale da 90 miliardi di dollari, ma per afferrare questa possibilità dovrà accelerare il passo.
   «Le grandi industrie si sono presentate a Cancun con determinazione e visione di lungo periodo», racconta Monica Frassoni, presidente dei Verdi europei. «Qua e là ci potrà essere del greenwashing (aziende che si spacciano falsamente per eco-compatibili, ndr), ma nel complesso hanno scelto la strada dell´efficienza per un´ottima ragione: risparmiano.

   Ad esempio la 1E, una piccola impresa inglese di informatica, ha messo a punto un software che consente di programmare gli impianti elettronici delle grandi aziende: è riuscita a tagliare di 5 milioni di euro le bollette della Dell semplicemente ottimizzando la gestione dei computer. E la Whirpool si è presentata a Cancun con elettrodomestici che partono automaticamente nelle ore in cui il costo dell´elettricità è più basso».
   Una parte dei 20 milioni di posti di lavoro green previsti dal Global Climate Network entro il 2020 nelle 9 maggiori economie del mondo verrà dai rifiuti e dalle biomasse. E anche l´Italia ha carte da giocare nel campo dell´innovazione e dei progetti. Per diminuire i danni da metano, un gas responsabile di quasi un quinto del riscaldamento globale, è stato brevettato il GeCO2, la macchina mangia metano prodotta da un testimonial di Greenpeace, Francesco Galanzino, il maratoneta che ha vinto la gara dei 4 deserti in un anno: elimina completamente le emissioni di questo gas che vengono dalle discariche.
   E per recuperare i 7,5 milioni di tonnellate annue di biomassa disponibile si potrebbe, secondo i calcoli di Riccardo Valentini, docente di scienze forestali all´università della Tuscia, realizzare una rete di impianti capace di creare 40 mila posti di lavoro. Sono piccole centrali che utilizzano residui di lavorazione agricola, potature e scarti del ciclo agro-industriale prodotti nel raggio di poche decine di chilometri.

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Ma le energie rinnovabili sono sempre in crisi

CLIMA. IL VERTICE DI CANCUN VA IN ARCHIVIO

da “il Fatto Quotidiano” del 13/12/2010
   Pochi risultati dalla conferenza sul clima. Ma a preoccupare è soprattutto l’insufficiente volume degli investimenti nell’energia pulita. Un problema globale sui cui pesa la crisi del settore negli Stati Uniti. La sintesi perfetta sul vertice di Cancun l’ha offerta l’altro ieri Il Sole 24 Ore: “Il pianeta non è salvo. La faccia sì”.

   Dopo lo straordinario insuccesso di Copenhagen, i negoziatori della conferenza messicana non avrebbero potuto permettersi un nuovo nulla di fatto. Una certezza evidente a tutti già alla vigilia e tradottasi, puntualmente, in un’intesa assai poco ambiziosa ma in grado, se non altro, di smuovere un minimo le acque regalando qualche speranza in più in vista del prossimo appuntamento di Durban. A voler usare un’allegoria calcistica si potrebbe paragonare l’esperienza del vertice a un orgoglioso zero a zero capace di spezzare una lunga serie di sconfitte. Un punto che fa morale, insomma, più che classifica.
   L’accordo pressoché unanime (resta fuori la Bolivia, ferma sulle sue posizioni) trasferisce in sede Onu il documento programmatico di Copenhagen senza che siano assunti impegni vincolanti. Si resta, di fatto, sul piano delle dichiarazioni di intenti mettendoci, tanto per gradire, un po’ di ambizione in più.

   Tra gli obiettivi messi sulla carta, la realizzazione di ulteriori tagli alle emissioni di gas serra con l’intento di contenere il riscaldamento globale entro la soglia dei +2° (ipotizzando per il futuro un abbassamento di mezzo grado del livello di tolleranza). Al lato pratico si chiede di abbassare il livello della CO2 immessa nell’atmosfera dal 25 al 40% entro il 2020 rispetto alle quote di trent’anni prima. Un piano che resta però circoscritto al club di Kyoto escludendo così dallo sforzo gli Stati Uniti, che non hanno mai sottoscritto il documento (in scadenza nel 2012), nonché Cina e India che, pur avendo incorporato l’intesa, possono operare in regime di deroga.
   Sul tavolo, a conti fatti, resta soltanto il nuovo accordo economico per la costituzione del “Green Climate Fund”, una cassa pronta a riempirsi gradualmente dal 2020 in poi (90 miliardi nel primo triennio, poi 100 miliardi ogni anno) e destinata a finanziare i Paesi poveri ed emergenti nel contrasto al cambio climatico e nella promozione delle energie pulite. La speranza, pare di capire, è che laddove non arriverà la politica possa giungere forse il mercato. Come a dire, in altri termini, che la spinta decisiva potrà darla in primo luogo la grande attenzione internazionale per la green economy e i conseguenti investimenti in tecnologia compatibile. Una speranza diffusa ma non per questo priva di aspetti critici.
   L’economia “verde” continua a tirare ma il suo tradursi in un’autentica rivoluzione capace di garantire nuova sostenibilità resta ancora un obiettivo lontano. Al netto delle perplessità (per usare un eufemismo) sull’opportunità di certe strade, a cominciare dai sempre meno popolari carburanti “bio”, e sullo spettro speculativo che coinvolge da tempo le materie prime ma anche i derivati finanziari sul prezzo dei crediti di emissione, a gettare un’ombra sul futuro “sostenibile” del Pianeta è il volume effettivo degli investimenti.     

   L’allarme è stato lanciato nei giorni scorsi dall’ultimo rapporto redatto da Bloomberg New Energy Finance per Pew Charitable Trusts, un ente no profit con sedi a Washington e Philadelphia. Da qui al 2020, ha riferito il Guardian citando le conclusioni dello studio, le 20 nazioni più ricche del Pianeta investiranno nel comparto delle rinnovabili circa 1.700 miliardi di dollari, ovvero 546 miliardi in meno di quanto sarebbe necessario, secondo i calcoli, per frenare il riscaldamento globale.
   In attesa di poter contare sui fondi del Climate Fund, insomma, il mondo dovrà fronteggiare un notevole deficit di impegno economico sul quale, ad oggi, pesa in modo particolare la crisi del settore statunitense. Il compromesso sui piani fiscali che va materializzandosi con l’intesa tra l’amministrazione Obama e l’opposizione repubblicana, ha riferito nei giorni scorsi il Financial Times, rischia di mietere molte vittime proprio nel comparto verde.

   Gli Usa ipotizzano seriamente di bloccare i crediti concessi agli operatori del settore delle rinnovabili mettendo a rischio, ha ricordato il presidente dell’American Council on Renewable Energy Michael Eckhart, migliaia di posti di lavoro. Un vero dramma per i segmenti del solare (con i 2/3 dei nuovi progetti dipendenti dai finanziamenti pubblici) e dell’eolico (dove la quota del sostegno statale sale all’85%). Rispetto al medesimo periodo dell’anno passato, ha ricordato il quotidiano britannico, nei primi 9 mesi del 2010 la capacità di produzione energetica delle installazioni eoliche americane è diminuita del 64%.

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Un anno dopo il fallimento di Copenaghen

IL PASSO AVANTI DEL VERTICE DI CANCUN: UN ACCORDO OPERATIVO TRA DIECI ANNI

di Ezio Bussoletti, da www.loccidentale.it/ del 13/12/2010

   E’ una bottiglia mezza piena o mezza vuota  il risultato dalle due settimane di negoziati dalla Conferenza  sul clima di Cancun? Andiamo per esclusione: i due giorni finali no stop hanno concluso il vertice con un accordo di compromesso che rappresenta comunque qualcosa di differente dallo storico fallimento di Copenhagen lo scorso anno.

   Un passo avanti è stato fatto: qui almeno c’è un compromesso accettato da tutti, grandi potenze incluse, con il solo voto negativo della Bolivia che ha criticato il risultato perché ritenuto troppo debole ed insufficiente a combattere in maniera efficace i cambiamenti climatici previsti dai sacerdoti del clima.

   E’ da valutare se hanno ragione i 193 paesi che hanno sottoscritto il documento o i boliviani che hanno già preannunciato un ricorso al Tribunale internazionale dell’Aia perché in questo tipo di iniziative internazionali i documenti vanno approvati all’unanimità. E su questo hanno ragione da vendere; sarà interessante seguire i seguiti della cosa per vedere cosa dovranno inventarsi i giudici per affrontare questo caso particolarmente delicato.

   Ma andiamo ai contenuti del testo; il “pacchetto bilanciato,” come hanno deciso di chiamarlo, è una prova ulteriore del peso dei diplomatici in questo tipo di incontri. Contenti tornano a casa con un documento formalmente sottoscritto da tutti i paesi meno uno; in realtà vera sostanza non c’è ma contiene una lista di dichiarazioni politiche vaghe, dichiarazioni d’intenti generali, ma nessun impegno vincolante o operativo.

   E’ scritto che il Protocollo di Kyoto deve continuare dopo la sua scadenza naturale del 2012, pudicamente si tralascia che non ha funzionato in larga misura. Sono sollecitati “profondi tagli” alle emissioni di CO2 responsabili del riscaldamento globale: ai paesi più avanzati se ne chiedono dal 25 al 40% rispetto ai valori del 1990 entro il 2020 però, siccome questo punto riguarda il Protocollo, non tocca paesi come gli USA che non lo hanno mai sottoscritto. Si propone di studiare nuovi meccanismi per aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le loro emissioni rimandando però la discussione al prossimo incontro in Sud Africa, a Durban, nel 2011.

   L’accordo crea anche un nuovo organismo internazionale, il Green Climate Fund, per raccogliere fondi dai paesi ricchi e investirli a favore delle nazioni maggiormente colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici. La UE, Giappone e USA si sono impegnati a donare 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020 unitamente a 30 miliardi in aiuti urgenti del cosiddetto “fast start” sino al 2012; l’Italia ha preso un impegno di 410 milioni per questa prima fase.

   Particolare attenzione va al sostegno degli sforzi per ridurre la deforestazione in atto nel mondo chiedendo anche ai paesi ricchi una particolare attenzione al rispetto dei diritti delle popolazioni indigene.

   In definitiva la lista degli impegni non vincolanti non è eccessiva e contiene posizioni di principio ragionevoli su alcuni temi, anche se non su tutti. Cancun partiva col piombo alle ali della sconfitta dell’anno scorso in Danimarca; certamente presenta oggi un passo avanti almeno nelle dichiarazioni di principio che vedono posizioni comuni anche dei paesi più tetragoni a difendere i loro interessi particolari rispetto a quello collettivo.

   Resta il problema serio se alle dichiarazioni seguiranno i fatti, se finalmente i diplomatici sapranno fare un passo indietro lasciando spazio piuttosto agli scienziati per valutare se i numeri sino ad oggi indicati siano validi ed effettivamente raggiungibili. Purtroppo la storia sino ad oggi ha dato risposte non positive. Anche perché prendere impegni e fare promesse da qui a dieci anni non costa molto, è produttivo sul piano mediatico e, soprattutto, nessuno lo contesterà quando si arriverà alla data fatidica del 2020; governi e persone passeranno: il dubbio resta tutto.

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La sfida verde

CALIFORNIA, LO STATO-LABORATORIO CHE SALVERA’ L’AMBIENTE

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 29/11/2010

(…)Tra le sequoie a nord di San Francisco si dimostra che la lotta più efficace parte dal basso. Gli alberi secolari trattengono CO2, ma trasmettono anche migliaia di informazioni. Obama con una raffica di ordini esecutivi cerca di superare il blocco delle sue leggi 

SAN FRANCISCO. È una venerabile sequoia alta 120 metri, con 403 rami e 514 milioni di foglie: il calcolo è dello scienziato Stephen Sillett della Humboldt University, che passa gran parte del suo tempo appollaiato sui suoi rami a studiarla.

   È nata più di mille anni fa, quando da queste parti mancavano cinque secoli all´arrivo dell´uomo bianco. Lei gode ancora di ottima salute, circondata dall´affetto della gente: siamo a Mendocino County, splendido villaggio sulla costa a nord di San Francisco, paradiso per le vacanze ambientaliste. Questa sequoia, insieme con le sue sorelle e il vasto parentado che popola il parco naturale Montgomery Woods State, è la nuova arma sfoderata dalla California nella battaglia al cambiamento climatico. Nel giorno in cui si apre in Messico il vertice di Cancùn sull´ambiente, la speranza offerta da questa Matusalemme delle foreste è decisiva.
   Le aspettative sul summit internazionale sono modeste. Tutti ricordano il fiasco di Copenaghen un anno fa, provocato dalla mancata intesa tra Cina e Stati Uniti su un obiettivo vincolante per la riduzione delle emissioni carboniche. Oggi a Cancùn gli equilibri politici sono – se possibile – perfino peggiori di un anno fa. La vittoria della destra repubblicana alle elezioni legislative del 2 novembre ha ulteriormente ridotto le chances che il Congresso di Washington adotti l´Energy Bill. È la legge con cui l´Amministrazione Obama si proponeva di adottare limiti alle emissioni di CO2 e un sistema di permessi in parte ricalcato sulle esperienze europee. I repubblicani e la “lobby delle industrie fossili” hanno giurato che non passerà mai.

   L´impasse legislativa fa sì che Cancun avrà un profilo più basso: Obama, per esempio, non ha l´intenzione di parteciparvi come fece a Copenaghen. Ma la lotta al cambiamento climatico continua per altre strade. Prosegue dal basso, con iniziative decentrate ma efficaci. E arruola coalizioni di interessi sorprendenti, compreso un “capitalismo verde” sempre più forte negli Stati Uniti come in Cina. Agli allarmi che oggi verranno lanciati da Cancùn, le reazioni positive sono più numerose di quanto sembri.
   È qui che entra in campo sua maestà la sequoia. “Più è vecchia e grossa – spiega lo scienziato Sillett – più cresce. Quindi moltiplica la sua capacità di sequestrare emissioni carboniche”. La scoperta è uno dei frutti del lavoro che squadre di scienziati ambientalisti stanno conducendo nelle foreste della West Coast: un progetto congiunto di Humboldt e University of California che spazia da Big Sur alla Sierra Nevada.

   Le sequoie sono diventate un alleato formidabile per salvare il pianeta. Anzitutto come depositi di conoscenze: “Più sono antiche – spiega Ruskin Hartley della Save the Redwoods Leage – più sono ricche di informazioni sulla storia dell´ambiente, e i cambiamenti climatici del passato”. Rispettosamente, gli scienziati hanno montato su questi tronchi magnifici e imponenti migliaia di sensori elettronici, alimentati a energia solare, le cui informazioni vengono elaborate da complessi sistemi di calcolo matematico nelle due università.

   Alla fine c´è anche una ricaduta in termini di business. “Le antiche sequoie – annuncia il San Francisco Chronicle – sono diventate un capitale di grande valore per la California, in vista del mercato sui permessi di emissione. Hanno una incredibile capacità di resistenza e immagazzinano più CO2 di qualsiasi altro albero, perfino dopo essere morte”.
   Il rilancio della forestazione è uno dei tanti settori in cui la West Coast continua a fare da laboratorio per l´America intera. “La California – dice lo scienziato John Bryson del Pacific Council on International Policy – è stata all´avanguardia nel cambiare il suo settore energetico, e le regole sui trasporti”. A prescindere dal colore politico di chi la governa.

   Uno degli ultimi atti di Arnold Schwarzenegger, il governatore repubblicano che a fine anno arriva alla scadenza del suo secondo mandato, è stata la firma di un accordo con il Brasile e il Messico per preservare le foreste tropicali.

   Sulle politiche ambientali Schwarzenegger si dissociò fin dal 2006 dalla linea repubblicana, entrando in rotta di collisione con l´Amministrazione Bush. Sotto la sua guida la California ha adottato standard più stringenti sui gas di scarico delle automobili, ha imposto tetti severi alle emissioni carboniche per le centrali termoelettriche, le industrie inquinanti, le navi. Ha esteso il numero di componenti messi al bando dai giocattoli per bambini. Ha moltiplicato gli investimenti nell´energia eolica e solare, con l´obiettivo di arrivare al 33% di fonti rinnovabili entro il 2020.

   Ha lanciato il piano Green Chemistry per catalogare tutti i prodotti chimici e i loro effetti sulla salute. Ha aggredito emissioni diverse da quelle carboniche, come i “particolati carboniosi” dei motori diesel. “Le leggi della California – riconosce lo scienziato ambientalista Veerabhadran Ramanathan – hanno dimezzato tutte le fuliggini e polveri generate dai diesel”.

   E dopo l´addio di Schwarzenegger le cose potrebbero andare perfino meglio. Al suo posto, gli elettori hanno scelto il democratico Jerry Brown che negli anni Settanta fu un precursore dell´ambientalismo: introdusse per primo al mondo degli incentivi fiscali per i pannelli solari. E quella della California non è una “fuga in avanti” destinata a rimanere un´eccezione. Al contrario.

   Bruce Usher della Columbia Business School in un appello rivolto al vertice di Cancùn esorta i leader del mondo con lo slogan: “Start Small”. Cominciare dalle cose piccole. Dalla dimensione locale. Dal basso. Usher dimostra i vantaggi di una concorrenza virtuosa tra Stati, un effetto benefico del federalismo americano: la California lungi dall´essere penalizzata perché ha leggi ambientali più severe, sta facendo scuola.

   “In California e Arizona – spiega Usher – l´energia solare presto fornirà corrente elettrica per tre milioni di abitazioni. Ma il Texas ha risposto diventano un leader mondiale nell´eolico. Il Nevada investe nel geotermico. Il Michigan punta sull´auto elettrica. Il Maine sulle biomasse. Questi sforzi a livello dei singoli Stati hanno un impatto nazionale. In un anno, più della metà delle nuove centrali elettriche installate in America sono alimentate da fonti rinnovabili”.

   Questa è una rivincita anche per l´Amministrazione Obama. Che può sfruttare a modo suo il laboratorio innovativo della California. Anche se le sue iniziative legislative giacciono paralizzate al Congresso, il presidente ha un´arma formidabile. Executive orders: ordini esecutivi. Sono l´equivalente di decreti, che entrano in vigore senza bisogno di approvazione parlamentare. Obama li sta usando a piene mani. 

   L´opposizione repubblicana grida allo scandalo, denuncia “l´iperattivismo presidenziale”, il “diluvio di ordini esecutivi”. Ma Obama spesso non fa che estendere a livello federale le normative già adottate in California. Per esempio le nuove regole sui gas di scarico delle auto, estese progressivamente anche ai camion. L´aumento di superficie riservata ai parchi nazionali per la riforestazione.

   Tutte decisioni prese dalla Environmental Protection Agency (Epa) “copiando” la California, e by-passando il veto della lobby fossile nei palazzi del potere di Washington. L´Epa ha firmato nella sua storia tutte le normative più importanti per la protezione dell´ambiente e della salute: la messa al bando dei clorofuorocarboni, le regole sulle emissioni di anidride solforosa, contro le pioggie acide. L´Epa compie 40 anni proprio questa settimana. La creò il repubblicano Richard Nixon: di certo non il migliore presidente degli Stati Uniti, ma anche lui come Schwarzenegger un californiano. (Federico Rampini)

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“NEL MEDITERRANEO 7 GRADI IN PIÙ”.

LA PROFEZIA DELL’AGENZIA EUROPEA: “ALLA FINE DEL SECOLO DIVENTEREMO UN DESERTO”

di Marco Zatterin, da “la Stampa” del 1/12/2010
BRUXELLES. I nostri nipoti avranno caldo, molto caldo, soprattutto nella bella stagione che bella non sarà più. L’Agenzia europea per l’ambiente (Aea) stima che alla fine del secolo le estati mediterranee ci regaleranno una temperatura maggiorata di sette gradi centigradi rispetto a oggi. Nelle aree più settentrionali del continente il cambiamento climatico concederà alle generazioni future uno sconto d’un terzo, visto che il termometro salirà i media solo del 5%.
   In compenso, ma si fa per dire, a Nord delle Alpi le precipitazioni aumenteranno del 10-20%, mentre a Sud della catena le nuvole si asciugheranno del 5-20. Pagheremo con le condizioni di vita e con la vita stessa. La scelta sarà fra usare l’acqua per bere o per irrigare la terra e, dunque, per poter mangiare.
   E’ uno scenario da paura, eppure conviene mantenere i nervi saldi, almeno sinché non sarà troppo tardi per fare qualcosa. Il quarto rapporto quinquennale dell’Aea mette sul tavolo della Conferenza di Cancun l’ennesimo impressionante grido d’allarme sullo stato del pianeta. «Consumiamo le risorse necessarie per tutelare la stabilità della Terra», avverte Jacqueline McGlade, direttore dell’agenzia di Copenhagen.

   Il cambiamento climatico è la conseguenza più evidente, tuttavia si profilano altri gravi rischi per l’ecosistema. Minacciata l’agricoltura, soprattutto olio e vino, che salveremo solo riconvertendo l’economia verde.
   Qualcuno dirà che si esagera. Possibile, sebbene le serie storiche non promettano nulla di buono. Nel 2009 la temperatura continentale era di 1,3 gradi superiore alla media della seconda metà del XIX secolo. Il dato non fa spavento sino a che non ti dicono che i 12 anni più caldi dal 1850 sono stati gli ultimi 12.  

   Rispetto allo stesso anno, le ondate di caldo sono raddoppiate e il numero dei giorni torridi è triplicato, così si segnala anche una diminuzione del 10% del ghiaccio estivo artico per decennio dal 1979. Il che porta l’Aea a stimare che il numero di giornate con la temperatura superiore ai 40 gradi nell’area subalpina raddoppierà per quando i bimbi nati adesso avranno un’ottantina d’anni.
   Paura? Meglio averne, magari viene voglia di reagire per smentire la profezia dell’Aea, secondo cui i morti per le ondate torride raddoppieranno di qui a fine secolo (furono 70 mila nel 2003) e l’acqua sarà il nuovo oro. «L’efficiente utilizzo delle risorse – sostiene il commissario Ue all’Ambiente, Janez Potocnik – sarà cruciale per creare un’economia a basso contenuto di carbonio».
   Occorre consumare meno e meglio, sulla pesca come sui trasporti. Si può fare, incalza la McGlade. L’Europa ha già ridotto del 17% le emissioni serra rispetto al 1990, periodo in cui il traffico s’è gonfiato del 24%.
   «Non ci sono soluzioni da miracolo – assicura la direttrice Aea -, responsabili legislativi, imprese e cittadini devono agire insieme per trovare risposte efficaci; le premesse ci sono, ora bisogna costruire». Costerà caro? Certo che sì. Ma sarà sempre meno del conto della desertificazione. (Marco Zatterin)

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CANCUN, località turistica, si trova nell'estremo lembo peninsulare orientale del Messico
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