TERRITORI CHE SI STANNO DISGREGANDO E SEPARATISMO – Comunità che vogliono cambiare regione; unità d’Italia in crisi; questioni, settentrionale e meridionale, che si accentuano – la proposta di un FEDERALISMO A VELOCITA’ VARIABILE che incominci a premiare le Comunità virtuose

Immagine della bellissima SAPPADA, tra Veneto e Friuli - In VENETO non ci vogliono più stare. Il FRIULI VENEZIA GIULIA li aspetta con convinzione. Gli abitanti di SAPPADA consultano le carte dei vecchi distretti austriaci, si appellano ai confini della diocesi, riscoprono le antiche radici culturali. Ma, soprattutto, si fanno due conti e li confrontano con quelli dei confinanti friulani e altoatesini. Fino a ieri Sappada voleva dire la sorgente del patriottico PIAVE, l'isola linguistica con un dialetto tedesco antico, la terra di grandi CIME E COSTE DOLOMITICHE, un tempo attraversate dalle «portatrici carniche» (le donne che rifornivano le truppe italiane nelle trincee della Grande guerra) e più di recente dagli olimpionici dello sci di fondo (Silvio Fauner e Pietro Piller Cottrer) oltre che, naturalmente, dai turisti delle settimane bianche. Oggi questo piccolo paese di 1.328 ABITANTI sta diventando un caso nazionale. Nel REFERENDUM del 2008 il 96% dei votanti ha chiesto di lasciare la provincia di BELLUNO e traslocare in quella di UDINE. Pochi giorni fa il Consiglio regionale friulano ha accolto con parere favorevole il progetto. L'iter giuridico è lungo. Tocca al PARLAMENTO italiano decidere se e come cambiare i confini interni di Regioni e province. Ma l'impatto politico è forte (Giuseppe Sarcina, da “il Corriere della Sera” del 26/11/2010)

   Un’insoddisfazione generale sembra esserci nelle comunità locali rispetto agli organi istituzionali dove sono comprese (province, regioni, lo stato). Questo lo si può ben vedere (e, in fondo, capire) nei comuni confinanti con le Regioni Autonome. E’ il caso di Sappada, come a Cortina, Colle Santa Lucia, Pieve di Livinallongo, Lamon, Rocca Pietore, Sovramonte: tutti in fuga dalla provincia di Belluno.

   E Belluno (come realtà territoriale provinciale) che propone di andarsene dalla Regione Veneto: una petizione ha raccolto 16.500 firme per la creazione di una nuova regione dolomitica (il nome scelto è DOLOMITIA) nella quale aggregarsi con le ricche sorelle autonome Trento e Bolzano.

   E piovono referendum da tutte le parti… non solo nel Nord Est, ma in tutta Italia (il Salento in Puglia, nell’Italia centrale…): tante comunità che se vogliono cambiare collocazione regionale o provinciale. Alla fine di novembre, a Milano, si sono riuniti i rappresentanti dei 545 comuni che stanno nelle zone di confine e che vorrebbero trasmigrare.

QUEI 50 MILIARDI DAL NORD AL SUD - IL LIBRO – CINQUANTA MILIARDI di euro all’anno: questa è LA POSTA sul tavolo del FEDERALISMO. A tanto ammonta infatti - secondo il libro "IL SACCO DEL NORD" (ed. Guerini e associati, € 23.50) del sociologo torinese LUCA RICOLFI (qui sopra nella foto) - la cifra che annualmente viene sottratta alle regioni settentrionali per raggiungere, transitando per Roma, il MERIDIONE, ma anche le REGIONI AUTONOME DEL NORD. Una somma imponente, a cui lo studioso è arrivato mettendo a punto una originale "contabilità nazionale liberale", che riesce a cogliere in modo più rigoroso dei conteggi tradizionali quanto un territorio produce e quanto riceve, e dunque qual è il credito o il debito di ogni regione nei confronti delle altre. «La cifra deriva dalla somma dei 20 MILIARDI di costi per la SCARSA EFFICIENZA dei servizi pubblici, dei 18 dell’EVASIONE, dei 12 degli ECCESSI DI SPESA PUBBLICA», spiega Ricolfi, che è di sinistra ma piace anche a destra dopo il suo precedente libro "Perché siamo antipatici?". La sua contabilità promuove a pieni voti solo LOMBARDIA, VENETO, EMILIA ROMAGNA e PIEMONTE, che «evadono, sprecano e spendono meno della media», maturando nei confronti del sistema paese crediti rispettivamente per 11.4, 7.7, 7 e 4.8 miliardi. All’altro estremo ci sono SARDEGNA, SICILIA, CALABRIA (ognuna con un debito di circa 22 miliardi nei confronti delle altre regioni), ma anche BASILICATA, VALLE D’AOSTA e MOLISE. Promosse con riserva TOSCANA, MARCHE e FRIULI, mentre fra i "rimandati a settembre" compaiono al nord anche TRENTINO e LIGURIA. Queste disparità, oltre ad essere ingiuste, costituiscono secondo Ricolfi anche una zavorra pesantissima per lo sviluppo del Paese. Si comprende come questi dati siano benzina pura nell’imminente dibattito sull’applicazione del federalismo fiscale. Ricolfi ipotizza a questo proposito alcuni scenari che vanno dal proseguimento dello status quo (più probabile, secondo lui, perché conveniente a una classe politica immobilista) fino a una radicale messa in discussione del sistema. Per uscirne a suo parere bisogna riuscire ad attivare un meccanismo che «renda politicamente remunerative le virtù pubbliche, e la modernizzazione del Paese», con un sistema di «premi e punizioni che renda conveniente per tutti diventare più efficienti e rispettosi dei doveri fiscali». (Sergio Frigo, IL GAZZETTINO)

   I problemi sono due (pare): quello delle regioni autonome, troppo favorite (nelle entrate) rispetto alle altre, ed è ovvio che chi sta al confine, non può accettare questa disparità di condizioni che ci sono. L’altro tema è quello, annoso, del Nord Italia, ora in crisi nell’economia, e del Sud in perenne sottosviluppo, che drena risorse preziose (specie in questi anni di vacche magre e dell’avvento della globalizzazione, dove ogni rendita di posizione sembra allontanarsi).

   E’ stata fatta una legge assai importante nel 2009 sull’attuazione del federalismo, in primis fiscale (la n. 42) ed ora si sta procedendo con decreti attuativi per la sua realizzazione. Uno dei temi forti, di cui varie volte abbiamo parlato in questo blog, è quello dei costi standard tra regioni in alcuni servizi essenziali, garantiti come diritti fondamentali per tutti i cittadini dalla Costituzione: sanità, sociale, istruzione. Ma la messa a regime di un sistema equo tra regioni (un servizio medico deve costare uguale al nord, come al sud, come nelle regioni ad autonomia speciale) avverrà solo nel 2019 (i tempi di adeguamento sono questi… se tutto va bene). Troppo tardi, con gli eventi veloci e dirompenti del mondo globale…

   E’ su questa logica (di arrivare male e troppo tardi) che molti (la stessa Confidustria) ha proposto un “federalismo a due velocità”: parte chi è virtuoso, e a poco a poco converrà adeguarsi anche a chi non lo è virtuoso (cioè che viene ad avere costi di spesa pubblica troppo alti). Alcuni studiosi dicono che questa “diversa velocità” nella realizzazione dello Stato federalista è impossibile: il federalismo si può attuare se dreniamo le risorse che ora sono “impiegate” negli sprechi… dove allora trovare le risorse se gli altri se le mangiano?

   E’ la tesi del sociologo Luca Ricolfi, attento studioso del problema del federalismo e, in particolare, delle enormi risorse (50 miliardi all’anno) che alcune regioni del nord “cedono” al Sud. Ricolfi ritiene che il processo federalista sia oramai fallito. O quasi, se non si ritrova una tempestiva autentica e convinta spinta propulsiva. Altri invece credono ancora possibile la realizzazione di questo processo federalista in tempi brevi, che salverebbe l’Italia dalla inevitabile disgregazione nei prossimi anni (riportiamo qui autorevoli pareri: di Luca Antonini, presidente della Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, e di importanti economisti come Tito Boeri e Massimo Bordignon, che credono alla possibilità di un “federalismo a due velocità”).

   Lo stesso Luca Ricolfi propone altre soluzioni credibili per uscire dal rischio che non accada nulla. Dice: “La cosa da fare sarebbe uno scambio virtuoso: più infrastrutture al Sud in cambio di un taglio agli sprechi. Ci guadagnerebbero tutti. Ma il Mezzogiorno deve darsi una mossa e dimostrare di saper risanare i propri conti e di combattere l`evasione fiscale. I risparmi del meridione sono fondamentali per far ripartire l`intera locomotiva Italia”.  

QUESTIONE MERIDIONALE («Al Meridione uno choc servirà. Dall’Unità ci ha solo guadagnato») - «Non credo che il Sud sia mai stato danneggiato dall’unificazione col Nord. Più arretrato lo è sempre stato, per ragioni geografiche, storiche ed economiche». Fa effetto sentire uno storico avellinese, come LUCIANO CAFAGNA, da sempre attento alle questioni dello sviluppo meridionale, contestare Luca Ricolfi laddove il sociologo torinese spiega che il Sud qualche ragione di lamentarsi ce l’ha avuta, almeno negli 80 anni successivi all’Unità. Cafagna è pessimista: pensa che il Meridione potrebbe salvarsi solo con «una riedizione riveduta e corretta della Cassa del Mezzogiorno, fortemente centralizzata e programmatoria», ma si rende conto che «in questo momento prevalgono nel paese localismo e frammentazione, come risposta al parassitismo politico centrale: solo che anch’esso si sta via via localizzando». Ce la farà il Paese a reggere alle tensioni per il riequilibrio dei versamenti regionali? «E’ una domanda che mi pongo spesso - è la risposta - e devo dire che non lo so. Anche se dopo una prima fase difficile qualche regione del sud potrebbe avere col federalismo uno choc salutare». (Sergio Frigo, da “il Gazzettino”)

   Partiamo allora, prima di fare il punto sul federalismo in attuazione, dall’individuare il problema “separatismo” e delle comunità che vogliono andarsene in altra regione più privilegiata (sulle regioni ad autonomia speciale sembra esserci un vuoto di proposta: nessuno ha il coraggio, politico e sociale, di dire che devono cessare di essere considerate “speciali”… e neanche la revisione dei parametri di spesa e dell’utilizzo delle entrate fiscali previste dal federalismo sembra risolverà l’anomalia delle regioni a statuto speciale…). Processi comunque difficili ma che devono trovare soluzione positiva e condivisa, e che stanno cambiando il quadro geografico delle comunità della penisola italica.

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DA “DOLOMITIA” AL “SALENTO LIBERO”: L’ITALIA CHE VUOLE CAMBIARE GEOGRAFIA

di Cinzia Sasso, da “la Repubblica” del 10/12/2010

BELLUNO – Alle sette di sera la Golf grigio scuro di Moreno Broccon svolta dentro il parcheggio. Via Vecelio, zona di centri commerciali. L’Excalibur, il pub della congiura, è già pieno di gente. Uno a uno i venti del Comitato raggiungono il tavolo d’angolo e brindano: hanno impiegato un anno. Ma alla fine il risultato è stato incredibile.

   La settimana scorsa hanno depositato a Palazzo Piloni, sede della Provincia, 16.500 firme per staccare Belluno dal Veneto e per cancellare la regione Trentino Alto Adige. Insieme a Belluno, Trento e Bolzano potrebbero formare una nuova area, magari chiamata Dolomitia. In città, e soprattutto nei paesi sperduti in mezzo alle montagne – nel Cadore, in Val Zoldana, nell’Alto Agordino – tantissimi hanno sottoscritto la richiesta di referendum, convinti che il consulente informatico Broccon, politico senza bandiera, abbia ragione: «O passiamo al Trentino, o siamo destinati a morire».

   Se quello di Belluno è il primo caso in Italia di un’intera provincia che vuole cambiare indirizzo, il movimento dei comuni che vogliono cambiare provincia, inseguendo condizioni migliori, sta invece crescendo ogni giorno. Alla fine di novembre, a Milano, si sono riuniti i rappresentanti dei 545 comuni che stanno nelle zone di confine e che vorrebbero trasmigrare.

   Chi sta in Piemonte, vorrebbe andarsene in Valle d’Aosta; chi sta nel Veneto o in Lombardia vorrebbe entrare a far parte delle province autonome di Trento e Bolzano o del Friuli. Il fatto è – dice Marco Scalvini, già sindaco di Bagolino, presidente dell’associazione che riunisce i comuni secessionisti – «che di là c’è l’America e di qua l’Argentina».

   E cita alcuni dati: in Trentino un mutuo per costruire un’azienda si paga al solo al 40 per cento (il 60 è a carico dell’ente); in Lombardia il costo medio mensile della scuola materna è di 75 euro mentre nell’Eldorado nostrano è gratuita; un comune lombardo di 4.000 abitanti ha un bilancio di 6 milioni che diventano 24 al di là “del confine”.

   Questa storia comincia qualche anno fa: nel 2006 il primo caso quando le Marche cedettero all’Emilia Romagna l’alta Valmarecchia. L’ultimo è quello del Salento: tra i sostenitori del diritto all’indipendenza l’ex sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone. Insomma, addio alla Puglia. Ma qui non tutti sono d’accordo come nel nordest: è di pochi giorni fa la notizia che il comune di Ostuni ha detto no al referendum.

   Ma si va avanti: il 20 dicembre sarà depositata all’Ufficio Centrale per i Referendum della Corte di Cassazione la richiesta di alcuni Consigli comunali pugliesi. Non è finita: dopo la trasmigrazione verso l’Emilia Romagna, negli ultimi mesi anche le Marche si sono prese una piccola rivincita: il polo di attrazione è Ascoli Piceno, per Amatrice e Accumoli (Lazio) e un movimento di cittadini della Val Vibrata e di Valle Castellana in Abruzzo.

   La secessione corre anche sul web: tornando al nord est, il Comitato Belluno Autonoma Dolomiti Regione, ha fatto della sua pagina Facebook un bollettino di guerra: tagli al turismo; meno 25 per cento di risorse alla sanità in montagna; chiude l’Università di Feltre; cancellato il fondo Letta per i comuni di confine. I tagli, nell’Italia della crisi, hanno colpito tutti i paesi; ma qui, in questa terra che confina con il Trentino Alto Adige, basta fare pochi chilometri per trovarsi in un altro mondo. Perfino un sociologo come Diego Cason, che non è un estremista, conferma che se non si troverà una soluzione “davanti abbiamo solo due strade: la resa incondizionata o la ribellione violenta”.

   Sono parole che il Veneto è abituato a sentire. Su queste la Liga Veneta era prosperata e queste sono quelle che hanno portato la Lega di Bossi ad essere il primo partito, che a Belluno è al 35 per cento e che a Venezia ha in Luca Zaia, presidente della Regione, il nuovo potentissimo doge. Eppure, davanti a questo referendum per l’autonomia, stavolta i leghisti, con il presidente della Provincia Gianpaolo Bottacin in testa, sono tiepidi. Mentre è il Pd ad essere entusiasta, tanto da aver approvato all’unanimità un ordine del giorno che appoggia il referendum. Dice Lidia Maoret, segretaria provinciale: «È un grandissimo movimento popolare». Dai numeri, non c’è scampo: la provincia di Belluno perde due abitanti al giorno; in alcuni paesi – a Gosaldo, ad esempio – ci sono quattro anziani per ogni bambino. Qui gli immigrati sono necessari per sopravvivere: senza di loro decine di paesi sono destinati a diventare ghost town. (Cinzia Sasso)

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Comuni . La mini secessione partita con un referendum: il 96 per cento dei votanti ha chiesto di trasferirsi dalla provincia di Belluno a quella di Udine 

IL PAESE DEI CAMPIONI DI SCI CHE VUOLE FUGGIRE DAL VENETO

«Vogliamo più piste e un cinema». Il «sì» del Friuli – di Giuseppe Sarcina, da “il Corriere della Sera” del 26/11/2010

SAPPADA (Belluno) – In Veneto non ci vogliono più stare. Il Friuli Venezia Giulia li aspetta con convinzione. Gli abitanti di Sappada consultano le carte dei vecchi distretti austriaci, si appellano ai confini della diocesi, riscoprono le antiche radici culturali. Ma, soprattutto, si fanno due conti e li confrontano con quelli dei confinanti friulani e altoatesini.

   Fino a ieri Sappada voleva dire la sorgente del patriottico Piave, l’isola linguistica con un dialetto tedesco antico, la terra di grandi cime e coste dolomitiche, un tempo attraversate dalle «portatrici carniche» (le donne che rifornivano le truppe italiane nelle trincee della Grande guerra) e più di recente dagli olimpionici dello sci di fondo (Silvio Fauner e Pietro Piller Cottrer) oltre che, naturalmente, dai turisti delle settimane bianche. 

   Oggi questo piccolo paese di 1.328 abitanti sta diventando un caso nazionale. Nel referendum del 2008 il 96% dei votanti ha chiesto di lasciare la provincia di Belluno e traslocare in quella di Udine. Pochi giorni fa il Consiglio regionale friulano ha accolto con parere favorevole il progetto. L’iter giuridico è lungo. Tocca al Parlamento italiano decidere se e come cambiare i confini interni di Regioni e province. Ma l’impatto politico è forte.

   Perché Sappada si aggiunge a Cortina, Colle Santa Lucia, Pieve di Livinallongo, Lamon, Rocca Pietore, Sovramonte: tutti in fuga dalla provincia di Belluno. È un tentativo di minisecessione, di «autonomismo fai-da-te» nel cuore del Veneto leghista e iperfederalista del governatore Luca Zaia. Quasi che l’ identità nazionale si stia frantumando in mille pezzi, liberando istinti localistici ben al di là della volontà e delle previsioni della Lega stessa. Per Zaia «la soluzione verrà dal federalismo fiscale».

   Alberto Graz, 46 anni, tre figli, è il sindaco di Sappada dal 2009. È un imprenditore dell’arredamento alla sua prima esperienza politica. Ha vinto le elezioni con una lista unica, in un luogo dominato dal centrodestra (Pdl al 40%, Lega 39%). Graz governa senza opposizioni, ma con il movimento dei «secessionisti» fuori dalla porta.

   Il sindaco non è uno di loro: nel suo ufficio ha la bandiera del Friuli (piegata), segno di benvenuto da Trieste, ma anche la felpa verde con la scritta bianca «Veneto» che gli ha regalato Giampaolo Gobbo, sindaco di Treviso e responsabile (storico) della Liga Veneta. «I referendari hanno una visione a lungo termine, io devo rispondere ai cittadini tutti i giorni – dice il sindaco Graz – anche se devo riconoscere che hanno fatto più loro negli ultimi due mesi che non la politica bellunese in 20 anni».

   Fuori fa molto freddo: c’è aria di neve. La stagione turistica si avvicina. E allora il sindaco tira fuori le cifre che bruciano: «Il Friuli ha investito 220 milioni di euro negli impianti a fune per le piste da sci; il Veneto solo una decina. Il turismo dell’Alto Adige può contare su 20 milioni di presenze all’anno; la nostra provincia di Belluno su 5 milioni».

   Eppure il Veneto, Belluno sono la casa degli imprenditori. Nella stessa Sappada sono registrate 267 partite Iva su 1.328 abitanti, però, non c’ è neanche un cinema. «Ci mancano tante cose, non solo una sala cinematografica, per consentire alla nostra popolazione di restare qui – osserva il sindaco -. Per questo abbiamo preparato un piano di sviluppo che ho già presentato a Zaia: chiediamo un fondo a rotazione, con l’ intervento della Regione per abbattere il tasso di interesse».

   Il piano prevede: aumento dei posti letto negli alberghi da 600 a 2.000 in 5 anni; una piscina, un centro benessere, un palasport, una pista ciclabile, l’ammodernamento degli impianti a fune. Totale: 111 milioni di spesa. I «referendari scissionisti», guidati da Danilo Quinz e Alessandro Mauro, appoggiano i piani di Graz, ma sognano il Friuli. Zaia, invece, ha fatto sapere al primo cittadino di Sappada: dobbiamo vederci. (Giuseppe Sarcina)

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BELLUNO VUOLE DIVENTARE REGIONE

di Emilio Randon, da “il Mattino di Padova” del 8/12/2010

Raccolte 16.500 firme per costituire Dolomitia con Trentino e Alto Adige

BELLUNO. Nell’Italia del Censis senza desideri, abulica e afflitta da spleen esistenziale, il desiderio è ancora possibile se tascabile, confinario e, bada ben, soprattutto migratorio.

   Nasce dalla grande delusione secessionista, figlia prolifica e viaggia sulle ali dello strumento referendario, mobilita i comuni, elettrizza il più stanco degli elettori. Lamon, Sovramonte, Colle, Cortina che da Belluno vogliono andare a Trento, Asiago anche, il veneziano Cintocamaggiore che chiede l’annessione con il Friuli, Sappada che non vuole il contrario. Per dire solo dei nostri, l’epidemia infatti è nazionale: il Salento – tacco d’Italia – indice un referendum per separarsi dalla Puglia. In Piemonte Noasca intende annettersi alla Val d’Aosta, in Campania Savignano Irpino vuole diventare pugliese e non ce l’ha fa al contrario della pesarese Valmarecchia diventata riminense, unico caso finora registrato in Italia di secessione provinciale di successo.
   E adesso? Adesso piccoli sogni crescono, migrare non basta, si vuole la regione confezionata su misura. Belluno e un’intera provincia si sono svegliate dal sonno della politica: un apposito comitato ha raccolto 16.500 firme in due mesi, firme rastrellate nelle valli e nei paesi ma anche nel capoluogo che, consegnate l’altro ieri al presidente del consiglio provinciale Stefano Ghezze, hanno dato la sveglia alle segreterie.

   Non vi si chiede l’annessione a un qualsiasi Trentino Alto Adige ma la creazione di una nuova regione dolomitica a cui sono naturalmente invitate le suddette e pregiatissime sorelle autonome. Contrappasso leghista o cattiva digestione qualcosa sta succedendo.

   «Giornata memorabile – affermava il portavoce del Comitato Moreno Broccon – la battaglia è di tutti, storica e trasversale». «Altro che sogno, è nato il movimento politico più importante del Bellunese» esultavano i promotori varcando il portone di palazzo Piloni per la consegna del pacco petizionale. «Abbiamo bisogno di progettare il nostro futuro – aggiungeva Debora Calchera, 27 anni, referente del comitato per la val Zoldana e rassicurava – non siamo ostili a Roma e a Venezia ma solo una comunità forte può sopravvivere in un momento come questo».

   Molte cose stanno franando a Belluno e per molti motivi: l’ex sindaco Fistarol lascia il Pd e passa con i terzisti finirutelcasiniani, un Pd terrorizzato corre a sostenere i patrioti della nuova regione Dolomia o Dolomitia che di si voglia, nessuno resta insensibile, persino gli uomini della Lega e del Pdl fanno gli occhi dolci. Nunzio Gorza, consigliere provinciale leghista: «Ho sempre sostenuto le proposte che con forza arrivano dal territorio», Silvano Martini del Pdl non si nega: «Ho sempre creduto nell’autonomia del territorio Bellunese».
   Sedicimila firme in un bacino di 190 mila iscritti alle liste elettorali non sono poche, più delle 6 mila che nell’80, in tempi meno eccitati, raccolse il pioniere dell’autonomismo Paolo Bampo. «Dateci i soldi che Trento e Bolzano possono tenersi in casa e vedrete che certe caldane secessioniste passano in fretta – spiega il presidente provinciale Gianpaolo Bottacin – come vedreste presto risalire la classifica della qualità della vita in provincia stilata da Legambiente». Belluno è precipitata al decimo posto, Trento e Bolzano stanno in vetta.
   Il Partito Democratico bellunese riunitosi in assemblea ha deciso che è un «fatto politico eccezionale» e quindi ha fatto sua la petizione creazionista deliberando l’impegno del proprio gruppo consiliare a «sostenere e votare favorevolmente la richiesta di referendum dei 16 mila firmatari». Una nuova regione dunque nella «più completa e concreta forma di autonomia».
   S’alza il vento, s’alza la prora: l’altro ieri i circa 500 comuni confinari con le regioni a statuto autonomo (Ancc) si sono incontrati tramite i loro rappresentanti a Milano e hanno deciso di colpire uniti, dieci di loro sono pronti a indire altrettanti referendum, tra cui Castellavazzo e Falcade. A meno che il governo non rifinanzi il «fondo Letta», fondo creato per aiutarli ma ora esangue, giacente e mai più rimpinguato. Perché Lamon può vantare con Livinallongo tutte le affinità culturali che vuole quando in realtà non si capiscono nemmeno e quel che conta sono i soldi. (Emilio Randon)

http://bellunoautonoma.dolomitiregione.it/blog/

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SI’ DELLE REGIONI, ACCORDO SUL FEDERALISMO FISCALE

di Enrico Marro, da “Il Corriere della Sera” del 17/12/2010

– «Piena,soddisfazione: definita anche l`intesa ,sulla delibera Cipe che riguarda una bella fetta del Piano per il Sud» – Intesa con il governo. Più fondi per i trasporti, meno tagli ma blocco delle assunzioni –

   Nuovo passo in avanti per il federalismo. Dopo due giorni di serrata trattativa governo e Regioni hanno raggiunto l`intesa sul decreto sul federalismo fiscale regionale, che contiene anche i costi standard sulla sanità. In cambio del via libera al decreto legislativo, per il quale era appunto previsto il parere delle Regioni, i governatori hanno ottenuto i soldi richiesti per il finanziamento del trasporto pubblico locale, cioè per gestire il servizio di autobus, tram e metropolitane.

   L`esecutivo, si legge nel testo dell`accordo, «si impegna ad assicurare, in aggiunta ai 425 milioni di euro previsti dalla legge di stabilità, ulteriori 75 milioni di euro per il 2011». Inoltre, il governo assicura, a fronte di un «completo adempimento da parte delle Regioni di quanto stabilito in materia di Fondo sociale europeo», il reintegro dei trasferimenti alle Regioni per un importo di 400 milioni di euro per il 2011. Infine, le spese per il trasporto pubblico locale saranno escluse dal calcolo ai fini del rispetto del Patto di stabilità interno per il 2011.

   In cambio le Regioni si impegnano a fare la loro parte anche l`anno prossimo per quanto riguarda il cofinanziamento della cassa integrazione in deroga e ad adottare ogni iniziativa per contrastare il fenomeno dei falsi invalidi e a «partecipare attivamente alla lotta contro l`evasione fiscale» sulla base di «obiettivi di risultato predeterminati e verifícabíli».

   Risolto il contenzioso sul 2011, per l`anno successivo il documento precisa che «il governo, fermi gli obiettivi di finanza pubblica assunti in sede europea, si impegna, nei confronti delle Regioni che rispettino il Patto di stabilità interno a rivedere, dall`anno 2012, i tagli dei trasferimenti (4 miliardi, ndr.) suscettibili di fiscalizzazione, e a prevedere dal 2012 la fiscalizzazione dei trasferimenti relativi al trasporto pubblico locale su ferro».

   Un allegato al documento rende poi più stringente il Patto di stabilità interno. In particolare, le Regioni non potranno impegnare spese correnti, al netto di quelle per la sanità, in misura superiore «all`importo annuale minimo dei corrispondenti impegni effettuati nell`ultimo triennio». Le Regioni che hanno previsto stanziamenti maggiori dovranno ridurli.

   Infine, le Regioni non potranno ricorrere all`indebitamento per finanziare gli investimenti e subiscono un rigido blocco delle assunzioni. Non potranno, infatti, procede «ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo, con qualsivoglia tipologia contrattuale, compresi i rapporti di collaborazione continuata e di somministrazione, anche con riferimento ai processi di stabilizzazione in atto. È fatto altresì divieto di stipulare contratti di servizio che si configurino come elusivi della presente disposizione».    Il blocco non vale per il servizio sanitario delle Regioni che non sono soggette a piani di rientro.

Molto soddisfatti i ministri per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, e per la Semplificazione, Roberto Calderoli. Entusiasta, come tutta la Lega, il governatore del Piemonte, Roberto Cota. Contento il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, perché l`accordo ricalca il lodo Colozzi, dal nome del suo assessore al Bilancio. Più cauto il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (Pd): «È stato fatto un passo avanti, ma siamo solo all`inizio di un percorso. Abbiamo evitato una situazione gravissima. Resta da verificare la concretizzazione di un federalismo sostenibile per dare vita a una nuova unità». (Enrico Marro)

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FEDERALISMO, STORICA INTESA SUI COSTI STANDARD DELLA SANITA’

Governo e Regioni “trovano la quadra”: sbloccati i fondi per il trasporto pubblico locale, rivisti i tagli dal 2012

da “il Gazzettino” del 17/12/2010

   Governo e Regioni ci hanno lavorato per mesi e alla fine l’intesa sul decreto che contiene i principi del federalismo fiscale regionale e provinciale e i costi standard per la sanità è arrivata. E con essa i soldi per finanziare il trasporto pubblico locale nel 2011, la fiscalizzazione dei trasferimenti relativi allo stesso trasporto dal 2012 e la revisione dei 4 miliardi e mezzo di tagli previsti dalla manovra di luglio: un recupero di risorse definite essenziali per garantire i servizi fondamentali. Alla fine di una dura trattativa, tuttavia, la soddisfazione è generale. «Siamo solo all’inizio di una strada – ha detto il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani – che sarà impegnativa e richiederà risposte concrete e puntuali».
      «Dopo mesi di confronto – ha commentato il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni – abbiamo finalmente superato il grave stallo che si era aperto fin da giugno con la manovra Tremonti». Raggiante il governatore del Piemonte, Roberto Cota: «È un fatto epocale. Un sentito grazie al ministro Calderoli per il lavoro di paziente ricucitura». Soddisfatto il ministro per Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto: «È stata definita anche l’intesa sulla delibera Cipe che riguarda una bella fetta del Piano per il Mezzogiorno». Su questo punto è negativo invece il presidente della Basilicata, Vito De Filippo: «Ancora una volta abbiamo verificato che fondi aggiuntivi per il Mezzogiorno non ve ne sono».
      Tra le altre cose, il testo firmato ieri sera prevede che «per le esigenze di finanziamento del trasporto pubblico locale, il governo si impegna ad assicurare, in aggiunta ai 425 milioni di euro previsti dalla legge di stabilità, ulteriori 75 milioni di euro per il 2011».

   Sempre per il trasporto locale, l’esecutivo reintegrerà, a fronte di un «completo adempimento di quanto stabilito in materia di Fondo sociale europeo» i trasferimenti per 400 milioni di euro. Inoltre, nei confronti delle Regioni che rispettano il Patto di stabilità, il governo si impegna a rivedere i tagli previsti per il 2012 e a prevedere la fiscalizzazione dei trasferimenti, sempre per il trasporto locale, dallo stesso anno. Da parte loro, le Regioni si impegnano a mantenere l’accordo sulla Cassa integrazione straordinaria per la parte di loro competenza, a contrastare il fenomeno dei falsi invalidi e a partecipare alla lotta all’evasione fiscale.

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FEDERALISMO, E’ GIA’ TROPPO TARDI

di LUCA RICOLFI, da “la Stampa” del 24/11/2010

   Se il federalismo aspettiamo ad attuarlo nel 2013 o 2014… Beh, forse non avremo più le imprese a cui applicarlo». Questo ha detto la presidente di Confindustria Marcegaglia agli imprenditori lombardi riuniti a Cernobbio. E ha suggerito di cominciare dalle regioni che sono pronte, come la Lombardia e diverse altre regioni del Nord. Una ricetta, quella del federalismo a due velocità, che da tempo invocano anche alcuni amministratori locali, ad esempio il sindaco di Torino Chiamparino. L’uscita della presidente di Confindustria non è piaciuta a Susanna Camusso, la nuova segretaria della Cgil, che ha ammonito: «Attenti al federalismo a due velocità, sarebbe un federalismo non solidale».
   Verrebbe da essere d’accordo con Emma Marcegaglia, visto che le aree più produttive del Paese soffocano sotto la burocrazia e le tasse, e visto che il Nord stacca ogni anno un assegno di 50 miliardi di euro al resto del Paese. Un assegno che, se fosse ridotto a 30 o 40 miliardi, permetterebbe alle regioni forti di ripartire, con benefici per tutte le altre.

   Io invece, più che d’accordo, sono molto sorpreso. Non so se le due «signore del mondo delle imprese italiane», come le chiama il Corriere della Sera, abbiano seguito la vicenda del federalismo fiscale negli ultimi tre anni, o abbiano trovato il tempo di leggere la Legge 42 e i successivi decreti legislativi. Ho l’impressione di no. Perché, se lo avessero fatto, forse si sarebbero accorte di alcuni problemi, che provo ad elencare.
La copertina del libro di Luca Ricolfi - QUESTIONE SETTENTRIONALE («Ora il problema è se i territori sapranno entrare nelle reti globali») - Aldo Bonomi è un sociologo molto attento alla questione settentrionale. Delle cifre di Ricolfi dice che «sono oggettive, ma vanno rilette alla luce delle dinamiche sociali e dei rapporti di potere vigenti dentro la società italiana». Fra questi anche il rapporto Nord-Sud, «che nella storia ha visto sempre avvantaggiato il Settentrione. Il dato politico nuovo è che, come illustra il libro, con un’applicazione seria del federalismo - trasferimenti economici a parte - sarebbe ancora il Meridione ad avvantaggiarsi: è un’area più vocata alla green economy, ha un più elevato tasso di natalità, è proiettata nel Mediterraneo che se diventerà un’area di libero scambio potrebbe fare concorrenza al centro e nord Europa...». Terrà l’unità del paese a fronte delle prevedibili tensioni politiche? chiediamo. «Molto dipenderà - è la risposta - se riusciremo a liberarci delle due grandi e ormai superate questioni meridionale e settentrionale, che prima l’una e poi l’altra hanno catalizzato l’attenzione della politica e della cultura. Ora il punto è se i territori regionali sapranno rapportarsi alle nuove reti disegnate dalla produzione globale». (Sergio Frigo, da “il Gazzettino”)

Primo. La legge che, volendo, avrebbe permesso di far partire un «federalismo a due velocità» non c’è più. Era stata proposta dal Consiglio regionale della Lombardia nella primavera del 2007 (più di tre anni fa), poi era stata inserita nel programma del centro-destra per le elezioni politiche del 2008, ma alla fine venne ritirata su pressioni della sinistra e delle regioni del Mezzogiorno. E infatti la nuova legge (legge 42 del 2009, o legge Calderoli) risulta molto meno coerente e incisiva della prima, se non altro perché è il frutto di negoziazioni politiche estenuanti.
Secondo. L’entrata a regime del federalismo è stata ripetutamente spostata avanti nel tempo, ed ora è prevista al 2019. È chiaro che, anche se il federalismo dovesse funzionare, per quell’epoca le imprese italiane saranno ormai fuori combattimento, stritolate dalla concorrenza internazionale.
Terzo. Il federalismo della nuova legge ha pochissime chance di funzionare (il perché richiederebbe una lunga analisi, ma il lettore interessato la può trovare sul sito della rivista «Polena»: www.polena.net), ma comunque – che funzioni o meno – non potrà mai partire nei tempi che Emma Marcegaglia auspica, ossia prima del 2013-2014.

   E questo per il semplice motivo che manca l’infrastruttura conoscitiva e legislativa necessaria: i bilanci pubblici centrali e locali, nonostante l’ammirevole lavoro della Copaff (Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, ndr) e del suo presidente Luca Antonini, non sono a posto né sono aggiornati; le funzioni fondamentali di Regioni ed Enti locali non sono fissate; i metodi per calcolare costi standard e fabbisogni standard devono ancora essere definiti. In poche parole: i famosi «numeri», che da anni vengono giustamente invocati per parlare seriamente di federalismo fiscale, non ci sono, e non ci saranno per un bel po’.
   In questa situazione si può anche capire che gli amministratori locali dei territori più efficienti vogliano partire prima. Partire prima, infatti, significa acquisire nuove competenze. Nuove competenze significa nuove risorse (soldi). E nuove risorse significa più potere. Ma il punto è che tutto questo c’entra ben poco con i problemi delle imprese. Dal federalismo le imprese possono aspettarsi soprattutto riduzioni delle aliquote, ma pensare che tali riduzioni possano derivare da un federalismo a due velocità è un’illusione.

   Il federalismo a due velocità potrebbe dare benefici alle imprese se le amministrazioni virtuose avessero, fin da ora, la disponibilità di una quota consistente delle loro entrate, lasciandole così libere di usare la propria maggiore efficienza per ridurre la pressione fiscale sui produttori. Ma non è così. Quella era l’impostazione della proposta originaria della Lombardia, poi abbandonata per problemi di equilibri politici.

   Con la legge che l’ha sostituita (Legge 42 del 2009), nuove risorse alle imprese del Nord potranno saltare fuori solo se le regioni del Mezzogiorno ridurranno i loro tassi di evasione e di spreco, entrambi molto maggiori di quelli del Nord. Ecco perché il «federalismo in una sola regione», o in un solo territorio, è un legittimo sogno dei politici, ma è un inganno amaro per chi fa impresa.
   Spiace dirlo, ma è troppo tardi. Se si voleva un federalismo funzionante bisognava occuparsene prima, quando la politica fece deragliare il treno del federalismo dalla legge della Lombardia alla Legge Calderoli. Bisognava combattere contro il continuo spostamento in avanti della sua entrata a regime. Bisognava pretendere «assaggi» di federalismo fin da subito, a prescindere dalla entrata in vigore, inevitabilmente lenta, della nuova legge.

   Bisognava impedire i salvataggi dei comuni e degli enti in dissesto con i quattrini di tutti. Bisognava condurre la lotta all’evasione fiscale con obiettivi territoriali espliciti e differenziati, recuperando di più dove si evade di più. Bisognava che le amministrazioni virtuose, anziché coalizzarsi con quelle sprecone contro il «cattivo» Tremonti, si coalizzassero fra loro per ottenere un briciolo di giustizia nella ripartizione dei tagli, in base all’elementare principio che chi ha già tagliato le spese ha meno margini di manovra di chi non lo ha ancora fatto.
   Poiché quasi nulla di tutto ciò è stato fatto, né da parte delle imprese né da parte delle forze sociali, il federalismo che sta per andare in scena è quello che ci meritiamo. Una classe politica distratta non ha voluto capire che qualsiasi riforma tecnicamente complessa si prepara prima, molto prima, e che è inutile varare una legge quando manca tutto l’essenziale per applicarla. O forse l’ha capito benissimo, l’ha sempre saputo, ma il suo obiettivo non era far funzionare il federalismo bene e il prima possibile, bensì usarlo come strumento di propaganda politica, pro o contro a seconda dei punti di vista.
   Un vero peccato, perché il federalismo non era una cattiva idea. E perché in molti ci abbiamo sperato. Però, a questo punto, credo sia più sano deporre ogni illusione. Il federalismo è un farmaco che, bene che vada, arriverà quando il paziente sarà morto da alcuni anni. Su questo Emma Marcegaglia ha ragione.   

   Ma il «federalismo a due velocità», o federalismo dei territori forti, non è la soluzione. Può dare più potere al ceto politico locale, ma non più ossigeno alle imprese che combattono per sopravvivere sui mercati. Se vuole più ossigeno, il mondo dei produttori farebbe meglio a chiederlo direttamente, senza tirare in ballo il federalismo. Perché di illusioni il federalismo ne ha già generate abbastanza. (Luca Ricolfi)

……………..

IL FEDERALISMO NON E’ FALLITO

di LUCA ANTONINI (Presidente della Commissione per l’attuazione del Federalismo fiscale)

da “la Stampa” del 26/11/2010

Caro direttore, l’editoriale di Luca Ricolfi «Federalismo, è già troppo tardi», esponeva alcune legittime preoccupazioni. Con Ricolfi ho un ottimo rapporto e spesso le sue osservazioni sono state preziose per cercare di orientare l’attuazione della delega sul federalismo fiscale. Rispetto però alla conclusione di quell’editoriale ho una visione diversa: ritengo che il federalismo fiscale, per come si sta strutturando nei decreti di attuazione, non sia per nulla fallito, ma rappresenti un decisivo e imprescindibile passo in avanti per la razionalizzazione del sistema istituzionale.
   Questo anche grazie agli ultimi tre decreti in arrivo: quello sull’armonizzazione dei bilanci (che metterà definitivamente fine proprio al problema di mancata omogeneità dei dati che Ricolfi lamenta), quello sul fallimento politico per chi dissesta un Ente e sul recupero dell’evasione fiscale (che è strutturato raccogliendo anche un’importante osservazione di Ricolfi), quello sulla perequazione infrastrutturale (che segnerà la fine di certi scempi clientelari delle risorse, indirizzandole verso gli investimenti di cui il Paese ha davvero bisogno).

   Questi ultimi tre decreti riformano aspetti che la proposta del Consiglio regionale della Lombardia non considerava, essendo invece incentrata su una forma semplicistica di perequazione delle capacità fiscali al 50%. La praticabilità politica di quella proposta, ovvero la possibilità che ottenesse il consenso della maggioranza parlamentare, era solo utopica; è in questo caso che, sostenendola, ci si sarebbe condannati al sicuro fallimento.

   Peraltro, vorrei cogliere l’occasione per chiarire che, se tutto procede, l’anno di entrata in vigore della intera riforma del federalismo fiscale sarà il 2011, non altre date. Già dal 2011 – anche se il timing dell’entrata a regine della riforma è articolato – ci sarà un effetto di cambiamento sia diretto, dovuto ad una immediata operatività già nell’anno (ad esempio la cedolare secca sugli affitti), sia indiretto, per il chiaro segnale di inversione di tendenza che viene sancito. Questo effetto non va sottovalutato.

   Ad esempio: i fabbisogni standard saranno gradualmente determinati dal 2011 al 2013, ma già da subito chi spende in eccesso sa che non può sfuggire al nuovo criterio che rende trasparenti gli sprechi.

   L’aspettativa di ripiani statali sulla sanità tramonta definitivamente appena sarà definitivamente approvato il decreto sull’autonomia regionale, anche se i nuovi poteri sul’addizionale Irpef partono dal 2013; il segnale è chiaro da subito: «Chi rompe paga».

   Infine ritengo utile precisare che ci sono forme di quel federalismo differenziato invocato da Emma Marcegaglia che possono non implicare il trasferimento di nuove risorse: la maggiore autonomia si ottiene semplicemente abolendo certe forme di controlli statali ad alta intensità burocratica che sono pletorici in Regioni che hanno alti indici di virtuosità. (Luca Antonini)

………………

IL FEDERALISMO? MEGLIO A VELOCITÀ VARIABILE

di Tito Boeri e Massimo Bordignon, da www.lavoce.info del 30.11.2010

   Da una parte il rischio che il prossimo Parlamento si trasformi in un’arena di rivendicazioni territoriali contrapposte. Dall’altra, nonostante la retorica federalista, un’azione di governo che deprime l’autonomia degli enti locali. Una buona idea è allora il federalismo a velocità variabile. Diamo maggiore autonomia, anche sul piano delle entrate, ai governi locali meritevoli di fiducia sulla base di parametri costruiti sui comportamenti passati. È un modo per incentivare tutti a migliorare, che in più permette di superare la frustrazione dei territori più efficienti.

   Benché autorevoli commentatori l’abbiano tacciato come un primo passo verso “la secessione della Padania dal resto del Paese”, dubitiamo che lo “strappo di Cernobbio” finirà sui libri di storia. Gli industriali lombardi hanno attribuito una vera e propria ovazione a Emma Marcegaglia, quando la presidente di Confindustria ha rivendicato la necessità di andare avanti comunque sulla strada del federalismo. “Chi è pronto per la riforma deve poter partire prima degli altri”.

   Ciò che rischia di finire sui libri di storia è, invece, l’esito delle sempre più probabili elezioni politiche della prossima primavera. “Correva l’anno 2011”, i figli dei nostri figli potrebbero un giorno leggere sui loro sussidiari digitali “e paradossalmente 150 dopo l’Unità d’Italia si tennero elezioni che spaccarono il Paese in tre: la Lega e ciò che restava del partito di Berlusconi presero voti solo al Nord, il Partito Democratico e i suoi alleati al Centro, mentre un’inedita combinazione di Udc, Fli, Mpa, e vari conclamati nuovi “partiti del Sud”, risultarono vincitori al Sud”.

   La battaglia sul federalismo fiscale rischia di spezzare le rappresentanze politiche del Paese e di trasformare il futuro Parlamento in un’arena di rivendicazioni territoriali contrapposte, il peggio che ci possa capitare. Un federalismo “a geometrie variabili” può viceversa essere l’unico modo per rendere fiscalmente sostenibile un processo che avvicini le decisioni ai cittadini, responsabilizzando maggiormente la classe politica al loro cospetto.

LA SECESSIONE NEL NON FAR NULLA

   Non c’è praticamente nulla nella legge delega sul federalismo fiscale o nei suoi decreti attuativi che prefiguri forme di secessione o indebiti regali o penalizzazioni a parti diverse del Paese. Si tratta semmai di un coacervo di disposizioni che non affronta e non risolve i problemi fondamentali dei rapporti tra governi, in particolare quello che dovrebbe essere il cuore di una riforma federalista, l’autonomia degli enti territoriali di governo.

   Ma in questa indeterminatezza, la necessità delle varie forze politiche di differenziarsi e posizionarsi sul tema in fase pre-elettorale, in un periodo di crisi in cui tipicamente affiorano spinte localiste, potrebbe sobillare la frustrazione del Nord e la paura di essere abbandonati del Sud, creando uno scenario di territorializzazione della rappresentanza politica del tipo di quello che abbiamo paventato.

UN PRINCIPIO COSTITUZIONALE

   L’adozione di una logica di decentramento a velocità variabile servirebbe invece a disinnescare la miccia, riportando il dibattito su basi più concrete e dando un impulso a quella riforma delle istituzioni locali che è fondamentale soprattutto per lo sviluppo del Mezzogiorno.

   Il principio è molto semplice ed è in realtà già implicito nella riforma del Titolo V della Costituzione del 2001. L’autonomia agli enti locali, regioni e comuni, non è data per sempre, ma va continuamente meritata. Chi si è dimostrato in grado in passato di offrire servizi adeguati senza sfondare i bilanci può essere premiato con l’attribuzione di nuove competenze e maggiori autonomie; chi non lo ha fatto, deve essere posto sotto tutela, punendo i responsabili, e aiutato finché non raggiunge livelli di efficienza sufficienti.

   La lettera m dell’articolo 117, che assegna allo Stato la determinazione degli standard dei servizi nelle funzioni fondamentali, e l’articolo 120, che assegna allo Stato i poteri sostitutivi nel caso gi standard non vengano raggiunti, sostanzialmente questo prevedono, senza distinzioni tra regioni e comuni del Sud, del Nord o del Centro.

COSA SERVE PER PROMUOVERE AMMINISTRAZIONI PIÙ EFFICIENTI

   La legge delega non attribuisce nuove competenze alle regioni, ma crea le condizioni perché  possano essere attribuite in futuro, in particolare sulla scuola, dove pende una sentenza della Corte costituzionale che impone il passaggio del personale docente alle regioni, e sulla finanza locale, dove i trasferimenti agli enti locali e i patti di stabilità interna possono essere ora determinati dalle regioni.

   Nulla vieta che questi passaggi di competenze e risorse, invece che avvenire per tutte le regioni nello stesso momento, siano condizionati al buon operare delle stesse regioni nelle funzioni loro attualmente attribuite, in particolare sulla sanità.

   Questo offrirebbe un incentivo potente anche alle regioni deficitarie per mettersi a regola e raggiungere standard minimi di efficienza amministrativa. Si può anche costruire il passaggio in modo che sia reversibile, cioè con la possibilità che le nuove funzioni (e relative risorse) ritornino allo Stato centrale in caso di manifesta incapacità delle regioni a offrire in modo efficiente i servizi devoluti.

PER UNA VERA AUTONOMIA

   Questa prospettiva potrebbe avere anche riflessi positivi sull’autonomia effettiva attribuita agli enti locali. A chi guardi con occhi non ideologici le azioni del governo appare evidente che la preoccupazione principale di quest’ultimo, nonostante la retorica federalista, consiste nel cercare di mortificare l’autonomia degli enti territoriali.

   Il primo atto del governo è stato l’abolizione della principale imposta comunale (l’Ici sull’abitazione di residenza), il blocco di tutte le addizionali regionali e comunali e l’irrigidimento dei patti di stabilità interna. E tutto il dibattito sull’attuazione della legge delega si è concentrato su varie forme possibili di standardizzazione e vincolo sulle spese locali, mentre pochissimo si è discusso di autonomia tributaria, che pure dovrebbe rappresentare il cuore di ogni progetto di decentramento.

   E anche quando di tributi locali si è finalmente discusso, lo si è fatto cercando di limitare il più possibile gli spazi di manovra dei governi locali sul piano delle entrate. Così, sulla base degli schemi di decreti attuativi approvati dal Consiglio dei ministri, le regioni potranno in futuro ridurre l’Irap, ma senza aumentare l’Irpef più di un tanto, e comunque l’eventuale aumento dell’Irpef deve riguardare certi contribuenti e non altri; così, i comuni potranno tassare (dal 2014) il patrimonio immobiliare, ma non i residenti, e comunque è già specificato ex ante quali deduzioni dovranno essere introdotte e perché sull’istituenda imposta comunale. 

   Tutte queste norme poco hanno a che fare con un sistema di federalismo fiscale compiuto. In quest’ultimo, i governanti locali fanno quello che vogliono nell’ambito delle loro sfere di competenza e dei loro tributi, e i cittadini decidono se confermarli o meno sulla base dei loro risultati. Lo stato è legittimato a intervenire solo se non si rispettano i saldi (perché altrimenti è la collettività nazionale a doversene fare carico) o se gli standard dei servizi offerti non sono adeguati rispetto agli obiettivi definiti sulle funzioni su cui esiste un interesse nazionale.

   Se i vincoli imposti all’autonomia locale riflettono una scarsa fiducia del governo nazionale nei confronti dei governi locali, o dei governi locali di alcune parti del paese, si identifichino quelli di cui fidarsi sulla base di parametri predefiniti sulla base dei loro comportamenti del passato (come il rispetto dei patti di stabilità e misure della qualità dei servizi offerti), e si offrano loro spazi maggiori di autonomia anche sul piano delle entrate. Sarebbe un modo per spingere tutti a migliorare, e servirebbe anche a superare la frustrazione dei territori più efficienti. (Tito Boeri e Massimo Bordignon)

……………

RICOLFI: “VANTAGGI PER TUTTI SE IL SUD ELIMINA GLI SPRECHI”

di Antonio Troise, da “IL MATTINO” del 17/12/2010

   Premette subito di non aver letto l`ultima versione del federalismo fiscale. Ma, «se tutti i governatori sono d`accordo, allora è un brutto segno. Vuol dire che è un`intesa troppo generosa per le Regioni». Luca Ricolfi, torinese, il sociologo che ha denunciato il «sacco del Nord», calcolando che ogni anno 50,6 miliardi lasciano silenziosamente le regioni settentrionali per dirigersi verso il Sud, non nasconde un certo scetticismo sulla riforma.

Eppure, il presidente del Piemonte, Cota, parla di intesa storica?

«La Lega sbaglia a cantare vittoria. L`ho spiegato più volte: i tempi del federalismo sono toppo lunghi e se non ci diamo una mossa nel 2019 vedremo galleggiare il cadavere dell`Italia nel mare della globalizzazione».

Però è indubbio che Bossi ha portato a casa un risultato…

«Questa riforma non è una bacchetta magica che risolve i problemi del Nord. Senza considerare che ci sono molte regioni settentrionali che non sono affatto pronte».

E quelle del Sud?

«Io sono d’accordo con Miccichè che propone uno scambio fra conto capitale e conto reddito».

Cioè?

«Se ragioniamo in termini di spesa corrente il Nord è penalizzato e il Sud ci guadagna. Ma se guardiamo al capitale infrastrutturale, la situazione è opposta. La cosa da fare sarebbe uno scambio virtuoso: più infrastrutture al Sud in cambio di un taglio agli sprechi. Ci guadagnerebbero tutti. Ma il Mezzogiorno deve darsi una mossa e dimostrare di saper risanare i propri conti e di combattere l`evasione fiscale. I risparmi del meridione sono fondamentali per far ripartire l`intera locomotiva Italia. Senza questo è impossibile tagliare le tasse ai ceti produttivi del Nord».

Cosa salva della riforma?

«I benefici sono due: maggiore trasparenza e uniformità dei bilanci. Ma, lo ripeto, solo fra un paio di anni avremo dati confrontabili a tutti i livelli. Per il resto io sono un fautore dei meccanismi automatici, quelli che riducono al massimo i margini della discrezionalità politica».

…………….

QUANDO LA GEOGRAFIA E’ UN’OPINIONE. VIAGGIO TRA PROVINCE E COMUNI CHE SOGNANO UNA SECESSIONE FATTA IN CASA

18 Dicembre 2010, di Martina Di Matteo da http://www.levanteonline.net/

   Sono 16.500 le firme raccolte per staccare Bellunodal Veneto e per cancellare la regione Trentino Alto Adige. Dolomitia . potrebbe essere il nome fiabesco della nuova area ipotizzata e sperata che comprenderebbe Belluno, Trento e Bolzano.

   Quello di Belluno è il primo caso italiano di un’intera provincia che vuole cambiare indirizzo, ma è forse solo la conseguenza naturale della nuova “moda” dei comuni italiani di voler cambiare provincia. A Milano si sono riuniti i rappresentanti di 545 comuni che vorrebbero trasmigrare nelle zone limitrofe; Marco Scalvini, sindaco di Bagolino e presidente dell’associazione che riunisce in sé i comuni secessionisti spiega la volontà migratoria comunale dando alcuni numeri: ad esempio in Trentino un mutuo per costruire un’azienda si paga al solo al 40% (il 60 è a carico dell’ente); in Lombardia il costo medio mensile della scuola materna è di 75 euro mentre nell’Eldorado nostrano è gratuita; un comune lombardo di 4.000 abitanti ha un bilancio di 6 milioni che diventano 24 al di là “del confine”.

   Il Comitato Belluno Autonoma Dolomiti Regione ricorre al web per far valere le proprie ragioni, spiattellando su Facebook i tagli al turismo, la riduzione del 25% di risorse alla sanità in montagna, la chiusura dell’Università di Feltre, la cancellazione del fondo Letta per i comuni di confine.

   La crisi è esasperante, quella stessa crisi che porta gli studenti nelle piazze e a mettere a ferro e fuoco la capitale, è la stessa crisi che in terra di confine potrebbe essere risolta in pochi km. Il tricolore non indica più l’appartenenza ad uno stato, è ormai solamente il fardello di una crisi che nessuno è più disposto a pagare. Il referendum per l’autonomia trova paradossalmente più riscontri nel Pd che nella Lega: Lidia Maoret segretaria provinciale del Partito Democratico riconosce nella volontà migratoria un grandissimo movimento popolare. Belluno perde due abitanti al giorno e in alcuni paese il rapporto degli anziani ai bambini è di quattro a uno.

   Ma i moti secessionisti non riguardano solamente il nord. In coda il desiderio di liberare il salento da Bari e Lecce. Nel 2007, infatti, nasce il Comitato «Bari non è il mio capoluogo», presidente Cristian Sturdà, da cui è uscito pure un partito politico: «Salento Libero Regione» ed ancora opera per gli interessi della Terra d’Otranto. Tra i sostenitori del diritto all’indipendenza l’ex sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone. Ma qui non tutti sono d’accordo come nel nordest e pochi giorni il comune di Ostuni ha detto no al referendum. Ma si va avanti: il 20 dicembre sarà depositata all’Ufficio Centrale per i Referendum della Corte di Cassazione la richiesta di alcuni Consigli comunali pugliesi.

   Anche la Campania non è indenne ai moti secessionisti del 2010: è della parlamentare del Pdl Nunzia Di Girolamo l’idea di mettere insieme il Molise, l’attuale provincia di Benevento, il comprensorio di Piedimonte Matese (CE), alcuni comuni nel comprensorio dell’Alto Sangro abruzzese, più una fascia di comuni ora foggiani e un tempo campani del bacino del Fortore. La nuova regione avrebbe il suo capoluogo in Benevento, antico centro dei Sanniti poi capitale longobarda ed exclave pontificia nel Regno di Napoli.

Vi è inoltre il progetto di una legge costituzionale  per separare le province di Avellino, Benevento e parte della provincia di Salerno (Vallo di Diano, Cilento e Golfo di Policastro) dalla Campania. Le aree interessate pare che si sentano «ridotte a un mero ruolo di sudditanza e di serbatoio di risorse economiche a compensazione di scellerati sperperi, soprattutto in campo sanitario, perpetrati dalle province della Campania più popolate e peggio amministrate».

   E ancora non è finita perché c’è anche chi punta alla Basilicata: la Grande Lucania (movimento fondato nel 2008 dall’avvocato materano Leonardo Pinto e dal leader degli agricoltori e consigliere provinciale potentino Nicola Manfredelli) punta ad allargare la regione con l’acquisto di molti comuni del Vallo di Diano e del Cilento (provincia di Salerno) e del Pollino e della Piana di Sibari (Cz). Accanto a Potenza e Matera, verrebbero create le province di Melfi, Lagonegro, Agropoli e Policoro. Numerosi comuni salernitani hanno già detto sì al referendum per il passaggio alla Basilicata.

   Insomma ce n’è per tutti. “Diventa anche tu cittadino di una nuova regione direttamente dal tuo divano di casa!”

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3 thoughts on “TERRITORI CHE SI STANNO DISGREGANDO E SEPARATISMO – Comunità che vogliono cambiare regione; unità d’Italia in crisi; questioni, settentrionale e meridionale, che si accentuano – la proposta di un FEDERALISMO A VELOCITA’ VARIABILE che incominci a premiare le Comunità virtuose

  1. Agata domenica 19 dicembre 2010 / 21:02

    Solo una domanda?

    E le terre a confine con la Francia “come stanno”?

    Grazie.

    Colgo l’occasione per augurare a tutti Buon Natale.

  2. Danilo De Martin lunedì 20 dicembre 2010 / 9:25

    Intervengo solo per chiarire che il nome DOLOMITIA è una pura invenzione giornalistica (vedi articolo de La Repubblica a firma di Cinzia Sasso da voi riportato). Nel secondo paragrafo di apertura di questo post si continua però a far credere che questo nome sia in qualche modo legato al Comitato Belluno Autonoma Dolomiti Regione.

    [cito: “E Belluno (come realtà territoriale provinciale) che propone di andarsene dalla Regione Veneto: una petizione ha raccolto 16.500 firme per la creazione di una nuova regione dolomitica (il nome scelto è DOLOMITIA)]

    Il Comitato non ha mai espresso questo tipo di scelta. Non vi è alcun dubbio che il problema dell’autonomia della provincia di Belluno vada ben oltre il nome da dare alla regione che dovrebbe fare da contenitore alla nostra proposta di aggregazione delle tre realtà provinciali di Trento Bolzano e Belluno. Cominciamo tuttavia a puntualizzare quello che è chiaro perlomeno a noi del COmitato.

    Grazie e cordiali saluti.
    Danilo De Martin
    per Comitato Belluno Autonoma Dolomiti Regione

  3. LUCA lunedì 20 dicembre 2010 / 10:24

    20 anni fa esistevano due Germanie, due mondi contrapposti.
    Oggi la Germania federalista è una locomotiva, il cuore pulsante dell’economia europea.
    Forse il grosso del PIL è ancora nella parte occidentale, ma chi si sognerebbe di proporre un distacco tra est e ovest ?

    Nel Belpaese invece, in barba alla Storia c’è chi approfitta per fare del populismo e appoggiarsi su problemi reali per guadagnare voti e potere.
    Mi sa che Ricolfi si sbaglia : bisognerà aspettare anche dopo il 2019 per avere un federalismo efficace !

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