CRISTIANITA’ IN CRISI nella sua culla MEDIORENTALE (in calo i cristiani, avanza l’islam) – L’avanzamento islamico non toglie spazio ai valori cristiani come espressione di DIALOGO interculturale TRA TUTTE LE RELIGIONI e culture dei popoli

Nell’immagine il nucleo storico della città di BETLEMME. A Betlemme i cristiani erano l’85 per cento della popolazione nel 1948, mentre oggi sono solo il dodici per cento (su 60mila abitanti)

   La preoccupazione del calo della presenza cristiana nella sponda orienta e meridionale del Mediterraneo appare, a nostro avviso, un po’ fuori misura e schizofrenica. Se è vero che l’eterogeneità mediorientale si sta riducendo alla monotonia di una sola unica religione, l’islam, e a una manciata di idiomi e sparute comunità cristiane. Se è pur vero che, alla vigilia della conquista araba e islamica nel settimo secolo, i cristiani costituivano il 95 per cento della popolazione della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo ed erano la popolazione autenticamente autoctona del medio oriente, e oggi, con appena dodici milioni di fedeli, sono precipitati a meno del sei per cento (e si prevede che nel 2020 si dimezzeranno ancora).

   Se è altrettanto vero che i betlemiti (i cittadini di Betlemme) cristiani sono precipitati negli ultimi 30 anni da una maggioranza schiacciante a una modesta minoranza (l´ultimo censimento demografico conferma il crollo della popolazione cristiana, meno del 12 per cento dei 60 mila abitanti della città); ebbene, è pur vero che le popolazioni che si rifanno alla religione islamica molto spesso la vivono (questa stessa religione) senza più gli integralismi che si vogliono far apparire da qualche parte, conquistati da una modernità occidentale, questa sì originata dai cosiddetti popoli cristiani (di estrazione europea) che porta ad essere (specie nei giovani) completamente “integrati” in un mondo fatto di cose a volte criticamente opinabili (come il consumismo sfrenato) ma ricche di fratellanze e rifiuti di integralismi pericolosi.

Muro di Separazione che circonda Betlemme visto da Israele. La BARRIERA DI SEPARAZIONE ISRAELIANA è un sistema di barriere fisiche costruito da Israele in Cisgiordania sotto il nome di CHIUSURA DI SICUREZZA (o SECURITY FENCE in inglese), allo scopo ufficiale d'impedire fisicamente ogni intrusione di terroristi palestinesi nel territorio nazionale. Questa barriera, il cui tracciato di circa 700 km è controverso ed è stato ridisegnato più volte particolarmente a causa delle pressioni internazionali, consiste per tutta la sua lunghezza in una successione di muri, trincee e porte elettroniche. Il progetto ha suscitato una grande controversia fra la maggioranza dei civili israeliani che vogliono una protezione supplementare comportata da questa barriera dopo l'avvio della seconda intifada e i detrattori della barriera, soprannominata MURO DELLA VERGOGNA, che denunciano l'attentato perpetrato ai diritti umani e vedono il manufatto come un tentativo d'annessione di parte dei territori palestinesi occupati da Israele, essendo una porzione del tracciato in territorio occupato. (da wikipedia)

   La moda (cioè come ci si veste), la tecnologia che ci accompagna (computer, internet…), il desiderio di viaggiare, il modo di vivere la quotidianità… sono valori predominanti che non si pongono più il problema del predominio di un credo religioso o l’altro. Nel bene e (a volte) nel male. L’importante è che, nelle derivazioni religiose cui si proviene, possano prevalere principi di rispetto reciproco e interesse sincero a dialogare con tutti, a conoscere gli altri e appezzarne i valori positivi.

   I cristiani in Terrasanta sono sicuramente stati (e lo sono tuttora) il ponte tra due popoli impegnati in una guerra fratricida da sessant´anni. E’ ovvio che, da un punto di vista politico, ci sia qualche preoccupazione del “calo” della presenza dei cristiani: senza di loro il ciclo di annessione israeliana e la violenza palestinese possono peggiorare. Finché ci sono arabi cristiani in Palestina e in Israele, l´identificazione tra Stato e religione non può essere totale. Pertanto il problema (politico, non religioso) si può porre, è da considerare.  

Betlemme, in Cisgiordania, si trova ad un'altitudine di circa 775 m. sul livello del mare, 30 m. più in alto della vicina Gerusalemme. La città si trova a 73 km in direzione nord-est da Gaza ed il Mar Mediterraneo; 75 km ad ovest di Amman, Giordania; 59 km a sud-est di Tel Aviv, Israele; e 10 km a sud di Gerusalemme

   Nel primo articolo che qui proponiamo, su Betlemme (culla del cristianesimo, dove la presenza cristiana è sempre più minimale), Fabio Scuto (giornalista de “la Repub- blica”) descrive correttamente (e con essenzialità notevole) come Hamas (gli arabi palestinesi più integralisti) governi di fatto la città, e come i cristiani siano ormai un’esigua minoranza. Sembra forse, il giornalista, attribuire quasi del tutto la colpa del calo dei cristiani (l’emigrazione verso paesi e continenti altri) al muro che separa Betlemme dal territorio israeliano. Cosa che ha sicuramente inasprito gli animi, ma è pur vero che i cristiani se ne sono andati da Betlemme ben prima della costruzione del muro (che voleva essere, nelle intenzioni degli israeliani, un modo per impedire che i terroristi suicidi entrassero a seminare morte in Israele, ma che invece viene vissuto con drammaticità come tutte le separazioni rigide e crudeli di territori). 

   Pertanto se, almeno in questa fase storica la (ex) minoranza araba sta tumultuosamente crescendo, questo non potrà impedire forme di scambio interculturale, dove i valori cristiani prescindono la conta di quante persone della propria appartenenza religiosa ci possono essere in un Paese; ma possono esprimere (i valori cristiani) qualità e convivialità nei rapporti.

   Diverso invece è il contesto di scontro politico (e militare, anche terroristico) tra israeliani e palestinesi, dove l’inizio della trattativa di pace condotta da Obama si è arenata qualche mese fa quando sono iniziati nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Dopo le infruttuose contrattazioni col primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (succube dell’ala integralista di destra all’interno del suo governo), l’amministrazione Obama ha interrotto gli sforzi per convincere il governo israeliano a sospendere la costruzione di nuovi insediamenti. Anche i palestinesi hanno cambiato la loro posizione. Ora oltre al “no” agli insediamenti in quella che dovrebbe essere la terra del nuovo Stato palestinese (appunto la Cisgiordania) chiedono anche la fine degli insediamenti israeliani in quella parte di Gerusalemme (la parte est) più a loro identitaria.

   Insomma il focolaio mediorientale da oramai troppi decenni vive in uno stato di instabilità complessiva, dove l’eterogeneità religiosa sembra porti a una effettiva prevalenza dell’Islam sulla cristianità; dove palestinesi (divisi al loro interno) e israeliani (altrettanto divisi tra moderati ed integralisti) sembra non vogliano trovare un definitivo approccio di convivenza che non può che essere, almeno per il tempo che occorrerà, con la creazione di due Stati distinti e che si rispettano.

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BETLEMME

– il Natale senza cristiani nella casa di Gesù –

di Fabio Scuto, da “la Repubblica” del 22/12/2010

   La percezione di un fondamentalismo islamico strisciante si insinua quando si arriva nel centro di Betlemme, sulla sommità della collina dove sorge la Basilica della Natività. Una moschea scintillante nel riverbero della luce sulla pietra bianca si trova sulla Piazza della Mangiatoia direttamente di fronte alla Basilica della Natività, la chiesa simbolo del cristianesimo.

   A confronto dell´alto minareto dove il muezzin chiama alla preghiera con una forza di migliaia di decibel, il rintocco delle campane della Chiesa a mezzogiorno sembrano un timido e sommesso appello, un Sos che si perde nei mille rumori che invadono la piazza, i clacson dei furgoncini, la polizia palestinese che si affanna nel vano tentativo di regolare la circolazione.

   In questi giorni di fine dicembre girando per le stradine del centro ci sono i negozi che vendono abiti di Babbo Natale, le statuette madre-perla della Vergine Maria, i presepi scolpiti nel legno d´ulivo, ma come non notare che hanno le saracinesche dipinte di un verde ormai sbiancato dal sole, il colore dell´Islam. Una piccola stella cometa al neon è pronta per essere accesa sul tetto della Chiesa. Ma è tutto, nessun addobbo per le strade, niente luci colorate. Nessun segnale che annuncia che qui 2010 anni fa accadde qualcosa, qualcosa destinato a cambiare la storia dell´Uomo.
   Benvenuti nella terra del Natale dove il Natale non c´è, o meglio, vive angustiato, minacciato, compresso e quasi nascosto. Questo luogo a cui tutti i cristiani rivolgono un pensiero la notte del 25 dicembre non è quel che si crede. Il consiglio comunale della città è dominato da Hamas, il sindaco è cristiano solo perché Arafat lo impose per legge, ma la comunità ogni giorno si assottiglia, le case si vendono, si svendono e addio per sempre. I betlemiti cristiani sono precipitati negli ultimi 30 anni da una maggioranza schiacciante a una modesta minoranza.

   L´ultimo censimento demografico conferma il crollo della popolazione cristiana, meno del 12 per cento dei 60 mila abitanti della città. Chi può scappa, fugge, emigra. Tagliati fuori economicamente dal Muro – che avvolge del tutto la città e la separa dai campi un tempo coltivati – i concittadini di Dio vivono solo dei souvenir che vendono nelle botteghe sulla Piazza della mangiatoia. E le gang di ragazzetti islamici riempiono la piccola comunità di angherie, minacce, piccole violenze. Un disagio del vivere che ti entra dentro silenzioso come un virus. La paura ha spinto molte famiglie cristiane ad emigrare, a chiedere accoglienza verso altre comunità cattoliche quasi sempre oltre Oceano, negli Stati Uniti, in Canada, e negli ultimi 5 anni moltissimi vanno in Cile.
   I rapporti fra le due comunità sono indubbiamente un po´ difficili ammette padre Severino, frate francescano che gestisce per la Custodia di Terrasanta l´ostello per i pellegrini a fianco della Natività. «Indubbiamente la popolazione cristiana in questi anni è crollata». «E´ la visione del futuro che non c´è che uccide la speranza, la vita si vive giorno per giorno, poi basta una notizia sui giornali, alla tv, per vedere scendere vertiginosamente il numero dei turisti e l´economia della città si ferma».
   Il senso di isolamento è certamente aumentato da quando Betlemme si è trovata circondata dal Muro di sicurezza costruito da Israele. I turisti che cercano di raggiungere la città sono costretti a code di ore ai check-point per il controllo dei documenti, mentre gli abitanti di Betlemme che vanno in senso contrario devono ora richiedere un permesso speciale, raramente concesso, per andare a Gerusalemme, che dista appena dieci minuti di auto.

   La città ha perso gran parte del suo territorio grazie agli insediamenti israeliani, dei terreni un tempo proprietà di famiglie cristiane della città ne restano solo il 12 per cento. Due terzi del Governatorato di Betlemme è stata dichiarata zona militare off-limits per i palestinesi. Tagliata fuori dalle terre coltivate a nord e a ovest dal Muro, a sud e ad est dalle strade che solo i coloni israeliani hanno il diritto di percorrere, la città è diventata un ghetto.

   Il Muro pieno di torri di guardia è dentro la città ed è visibile ovunque, ha trasformato il luogo in cui Dio è entrato silenziosamente nel mondo in una prigione a cielo aperto. Il simbolo di tutto ciò che è sbagliato nel cuore dell´uomo, lo ha definito l´Arcivescovo di Canterbury durante la sua visita alla Basilica.
   Vista la situazione forse la meraviglia non è che i cristiani stanno andandosene da Betlemme, ma che qualcuno scelga di rimanere. Forse ciò che conta è che una delle più antiche popolazioni cristiane del mondo sopravvive qui, con la sua cultura distintiva e la sua costante testimonianza.

   È importante perché i cristiani in Terrasanta sono il ponte tra due popoli impegnati in una guerra fratricida da sessant´anni. Senza di loro il ciclo di annessione israeliana e la violenza palestinese possono solo peggiorare. Finché ci sono arabi cristiani in Palestina e in Israele, l´identificazione tra Stato e religione non può essere totale.
   I cristiani di Betlemme hanno bisogno di aiuto, non solo di quello materiale. Hanno bisogno di non sentirsi soli e isolati. Implorare la pace non è sufficiente. Il silenzio è come una pistola, non spara ma può uccidere – lentamente – in una città prigione chiamata Betlemme. Buon Natale. (Fabio Scuto)

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L’ISLAM PIGLIATUTTO

Il medio oriente si avvia allo svuotamento dei cristiani

da “il Foglio” del 15/19/2010

– Rapporto americano: solo 12 milioni di fedeli, e saranno dimezzati nel 2020 –

La tanto decantata eterogeneità mediorientale si sta riducendo alla monotonia di una sola unica religione, l’islam, e a una manciata di idiomi e sparute comunità cristiane. Il rapporto annuale del dipartimento di stato americano dedicato alla libertà religiosa quest’anno esce mentre in Vaticano si discute proprio di medio oriente e del futuro dei cristiani. A giudicare dai dati che emergeranno dal rapporto, non sembra esserci futuro per la cristianità nelle sue terre di origine. Le proiezioni sono a dir poco cupe. Complice anche il fatto che la seconda metà del 2009 ha visto inoltre un inasprirsi delle violenze nei paesi a maggioranza musulmana.

In Turchia da due milioni di cristiani si è passati agli attuali 85 mila, lo 0,2 per cento della popolazione, di cui 20mila cattolici armeni, siriaci e caldei. Il peggioramento delle condizioni a Istanbul è iniziato dopo che, nell’aprile del 2007, sono stati sgozzati Tilmann Geske, Necati Aydin e Ugur Yuksel, uccisi perché stampavano vangeli a Malatya. In Libano si è passati dal 55 per cento della popolazione ad appena un milione e mezzo, ovvero il 35 per cento del totale, di cui due terzi cattolici di confessione maronita, melchita e armena. L’avanzata politica e religiosa di Hezbollah non lascia sperare in miglioramenti per le comunità cristiane. In Egitto la popolazione cristiana si è sempre attestata al venti per cento del totale: oggi è scesa al dieci per cento, con otto milioni di fedeli. Erano il diciotto per cento in Giordania, mentre oggi sono il due per cento, con 150mila fedeli, in maggioranza greco ortodossi.

In Siria le comunità cristiane rappresentavano un quarto della popolazione ma oggi sono scese al 4,5 per cento (850mila cristiani). L’organizzazione no profit americana Open Doors ha stilato la sua World Watch List con i cinquanta paesi più feroci: trentacinque sono islamici. Nella lugubre top ten ne sono presenti otto e il secondo paese classificato come più pericoloso per i cristiani è l’Iran, dove i cristiani si sono ridotti allo 0,3 per cento. Nel vicino Iraq, sede delle ultime comunità che parlano ancora la lingua di Gesù Cristo, siamo scesi al tre per cento. In Arabia Saudita, dove pur vivono e lavorano centinaia di migliaia di cristiani, essendo terra “sacra” ai musulmani non riconosce l’esistenza di altre fedi che non sia l’islam. Li chiamano “i cristiani invisibili”.

Da essere il venti per cento nei Territori palestinesi, con epicentri Betlemme e Qalkilya, oggi i cristiani sono appena lo 0,8 per cento del totale. All’inizio dello scorso secolo i cristiani rappresentavano un quarto della popolazione palestinese; nel 1948 erano il venti per cento; con l’avvento dell’Autorità nazionale palestinese nel 1994 si è registrata la fuga di tre quarti dei cristiani. Molti osservatori ritengono che nel prossimo secolo in “Terra Santa” potrebbero non esservi più cristiani. “Le sempre più piccole comunità cristiane che vivono nei territori di Cisgiordania e Gaza sono probabilmente destinate a dileguarsi del tutto nei prossimi quindici anni a causa di crescenti angherie e sopraffazioni da parte musulmana”, ha detto Justus Reid Weiner, avvocato specializzato in diritti umani al Jerusalem Center for Public Affairs.

Ogni anno molte decine di persone abbandonano per sempre Betlemme e i suoi dintorni per stabilirsi in occidente. A Betlemme i cristiani erano l’85 per cento della popolazione nel 1948, mentre oggi sono solo il dodici. A Gerusalemme dal 53 per cento della popolazione nel 1922, sono precipitati al due. Nel 1948 i cristiani a Gerusalemme erano 30mila. Con una normale crescita demografica sarebbero divenuti oggi 120 mila. Invece sono 15mila. Nella striscia di Gaza, controllata da Hamas, vivono ormai appena tremila cristiani, per lo più della chiesa greco ortodossa. Ancora più tragica la situazione nei paesi arabi nordafricani. Come in Algeria ad esempio, dove i cristiani sono lo 0,5 per cento, o in Marocco con l’1,1, in Mauritania lo 0,2 e meno dell’uno per cento in Tunisia.

Alla vigilia della conquista araba e islamica nel settimo secolo, i cristiani costituivano il 95 per cento della popolazione della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo. Erano la popolazione autenticamente autoctona del medio oriente. Oggi, con appena dodici milioni di fedeli, sono precipitati a meno del sei per cento e si prevede che nel 2020 si dimezzeranno ancora.

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(ANSA) – GAZA, 26 DIC – Due combattenti della Jihad islamica sono stati uccisi oggi nella Striscia di Gaza da tiri di soldati israeliani. Lo hanno reso noto le Brigate di Al Qods, braccio armato del movimento, e testimoni. Vi sono versioni contrastanti sull’accaduto. Secondo la radio militare, soldati dislocati lungo il confine hanno notato una cellula armata palestinese mentre era intenta a deporre ordigni. L’emittente ha aggiunto che i soldati hanno aperto il fuoco e hanno colpito almeno due miliziani palestinesi.

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GLI STATI UNITI RINUNCIANO AI NEGOZIATI CON ISRAELE

da http://www.ilpost.it/  del 8/12/2010

– Sono falliti i tentativi di convincere il governo israeliano a sospendere gli insediamenti, durati tre settimane –

   Dopo tre settimane di infruttuose contrattazioni col primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Obama ha interrotto gli sforzi per convincere il governo israeliano a sospendere la costruzione di nuovi insediamenti per altri novanta giorni. La notizia è stata comunicata da un funzionario dell’amministrazione e di fatto mette nel limbo il processo di pace, visto che i palestinesi si rifiutano di proseguire i colloqui se gli israeliani continuano a costruire.

   L’amministrazione Obama ha deciso di fermarsi, ha detto il funzionario, quando si è resa conto che anche se Netanyahu fosse riuscito a convincere il suo governo a sospendere la costruzione degli insediamenti – cosa che comunque non ha fatto – questo non avrebbe garantito i progressi in cui gli Stati Uniti speravano all’inizio dei colloqui.

   Secondo il New York Times gli Stati Uniti non hanno offerto alcun piano B, probabilmente perché non c’è affatto, al di là del generico impegno a continuare a discutere con israeliani e palestinesi dei temi che li dividono: soprattutto i confini, la sicurezza e la sovranità su Gerusalemme. Venerdì prossimo Hillary Clinton dovrebbe affrontare l’argomento durante un discorso presso Brookings Institution.

   Nelle ultime settimane Stati Uniti e Israele sembravano vicini a un accordo, con il congelamento degli insediamenti per novanta giorni in cambio di “assicurazioni sulla sicurezza” da parte degli americani, senza le quali Netanyahu diceva di non poter convincere il suo governo. Queste “assicurazioni” sarebbero state la vendita di venti aerei da guerra e la promessa di un veto su qualsiasi risoluzione anti-Israele sia sottoposta al voto delle Nazioni Unite. Gli americani non hanno garantito niente del genere e gli israeliani si sono tirati indietro. Secondo il New York Times, l’episodio dimostra la debolezza della posizione di Netanyahu nei confronti della sua coalizione di governo, composta in misura influente da esponenti di estrema destra.

   Anche i palestinesi hanno cambiato la loro posizione. Se il primo congelamento degli insediamenti, durato dieci mesi e che avevano ritenuto soddisfacente, includeva soltanto la Cisgiordania, ora chiedevano di sospendere le costruzioni anche a Gerusalemme Est. C’erano divergenze anche sui temi da affrontare prima degli altri, con i palestinesi a insistere su dare priorità alla questione dei confini e gli israeliani a chiedere di discutere tutte le cose insieme.

– Guida al trattato di pace tra Israele e Palestina
– Come sarà la pace tra Israele e Palestina

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“Resistere all’occupazione è un diritto e un dovere per il cristiano”. Richieste di boicottaggio

VESCOVI CONTRO ISRAELE

Parla di “peccato” il manifesto che i vescovi di Gerusalemme portano al Sinodo in nome dei cristiani palestinesi

di Giulio Meotti, da “il Foglio.it” del 14/10/2010

Si richiama esplicitamente alla lotta dell’apartheid sudafricana il manifesto “Kairos Palestina” che i leader delle chiese presenti a Gerusalemme proporranno a Roma il 19 ottobre, nell’ambito del Sinodo sul medio oriente e in collaborazione con Pax Christi International. Il testo porta le firme del custode di Terra Santa Pierbattista Pizzaballa, del patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal e del predecessore Michel Sabbah, del greco-ortodosso Teofilo III, dell’armeno Torkom Manoogian, del copto Anba Abraham, del luterano Munib Younan e dell’anglicano Suheil Dawani. Sono presenti tutti i leader della cristianità in Israele e nei Territori palestinesi.

Il documento, redatto nel dicembre 2009 e già presentato in altre sedi, parla a nome di “noi cristiani palestinesi”. Si legge che “l’occupazione militare è un peccato contro Dio e l’umanità”. Un’autentica scomunica teologica delle politiche dello stato ebraico. Mai prima di oggi un manifesto ecumenico aveva usato la parola “peccato” contro Israele. Il documento nega legittimità teologica al “sionismo cristiano” forte negli Stati Uniti: “Qualsiasi uso della Bibbia per legittimare o supportare scelte e posizioni politiche che sono basate sull’ingiustizia trasforma la religione in ideologia umana e spoglia la Parola di Dio della sua santità, universalità e verità”. Si chiede la “fine dell’occupazione israeliana della terra palestinese”, senza distinguere fra i confini del 1948 e del 1967, e l’abbattimento della barriera di sicurezza che ha fermato gli attacchi kamikaze (“il muro di separazione ha trasformato le nostre città e villaggi in prigioni”) e attacca gli “insediamenti israeliani che devastano la nostra terra in nome di Dio”.

No al carattere “ebraico” d’Israele, perché “cercare di fare dello stato uno stato religioso, ebreo o islamico, lo trasforma in uno stato che pratica discriminazione ed esclusione”. Esplicita la richiesta di rilascio dei detenuti per terrorismo nelle carceri israeliane: “Le migliaia di prigionieri che languono nelle carceri israeliane fanno parte della nostra realtà”. I vescovi accusano Israele di attuare una “punizione collettiva”. Poi l’affondo sulla “resistenza”, termine usato da tutti i gruppi armati palestinesi: “Se non ci fosse occupazione non ci sarebbe alcuna resistenza”. La lotta è legittimata teologicamente: “La resistenza al male dell’occupazione è un diritto e un dovere per il cristiano”. Si dice anche che l’Olocausto è stato usato per creare Israele e colmare così il senso di colpa europeo: “L’ovest ha cercato di fare ammenda per quello che gli ebrei avevano sopportato nei paesi europei, ma hanno fatto ammenda a nostro discapito e sulla nostra terra”. Esplicito l’invito ad adottare “un sistema di sanzioni economiche e boicottaggio da applicare contro Israele”. (Giulio Meotti)

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SINODO CRISTIANO, MA ARABO

di Paolo Rodari, da “il Foglio.it” del 27/10/2010

– I cristiani di qui sono arabi, ma non c’è antisemitismo e la chiesa non è in ostaggio. Parla Pizzaballa –

Sulle feroci polemiche che hanno accompagnato la chiusura del Sinodo dei vescovi del medio oriente, “un’assise presa in ostaggio da una maggioranza anti israeliana”, hanno accusato da Israele, dice la sua padre Pierbattista Pizzaballa, 45 anni, francescano, dal 2004 Custode di Terrasanta e, dunque, l’uomo incaricato della potestà su tutti i maggiori luoghi sacri cristiani della regione. Dice: “Non credo che i padri sinodali siano stati presi in ostaggio da nessuno. Il Sinodo ha espresso la voce di personalità della chiesa che vivono in medio oriente. La maggior parte di queste personalità, direi il 90 per cento, è araba. Che il mondo arabo abbia poca simpatia per Israele è evidente. E, dunque, che questa poca simpatia sia stata in qualche modo presente nel Sinodo è cosa normale. Ma insieme si deve ricordare che il messaggio finale del Sinodo condanna l’antisemitismo e l’antigiudaismo. E ricorda l’importanza di studiare i due testamenti, il Nuovo ma anche l’Antico. Non è scontato che i padri sinodali del mondo mediorientale abbiano scritto queste parole”.
Tante parole sono uscite dal Sinodo. Due giorni fa il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha detto che solo il messaggio finale fa testo. Dice Pizzaballa: “Il messaggio finale è quello ufficiale. Ma non è la voce del Vaticano e nemmeno della chiesa. E’ semplicemente la voce dei padri sinodali”. Se il messaggio fa testo ma non è la voce ufficiale del Vaticano, gli interventi dei singoli vescovi durante il Sinodo cosa sono? “Sono interventi personali. Vanno presi come punti di vista di singole persone e assolutamente non come la voce comune”.
Quali novità porta il messaggio finale rispetto a Israele? “Poche, direi. Si condanna l’occupazione dei Territori e si dice che non si può usare il nome di Dio per compiere violenze. E’ una posizione già espressa in passato”. Già, però sotto sembra esserci una condanna teologica: il ritorno di Israele nella terra promessa e, dunque, la sua legittimità a esistere. Tutto sembra evidenziare un forte antisionismo. Risponde padre Pizzaballa: “Anzitutto vorrei dire una cosa sull’antisionismo. E’ una categoria occidentale. E’ un modo con cui l’occidente prova a descrivere una situazione”.

Una situazione reale? “Che un certo antisionismo sia presente anche tra i cristiani del medio oriente è evidente. Ma questo antisionismo, se c’è, non ha fondamenti teologici. E’ più che altro un sentimento motivato dal conflitto israelo-palestinese. E’ una reazione a una situazione drammatica e nella quale non si vedono soluzioni immediate”. Tuttavia esiste una teologia che vuole negare agli ebrei la terra promessa… “Su questo devo ammettere che occorre maggiore dialogo tra cattolici ed ebrei. Abbiamo due modi diversi di leggere le scritture e questi due modi ci dividono. Non parlerei di teologie diverse ma di diversi modi di interpretare la scrittura. Noi siamo abituati a fare una lettura spirituale e allegorica delle scritture e non sempre questa nostra lettura combacia con quella degli ebrei”.

Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006 parlò dell’islam e condannò l’uso del nome di Dio per giustificare la violenza. Oggi il Sinodo dice le stesse cose a Israele. La chiesa ha cambiato obiettivo? “Ripeto: non è la chiesa a parlare ma sono i vescovi mediorientali. C’è differenza. In secondo luogo devo dire che il Sinodo ha espresso anche diverse critiche a un certo modo di vivere l’islam. I vescovi dei paesi a maggioranza musulmana non sono stati teneri con chi usa l’islam con la spada. Le critiche, insomma, non sono state unilaterali. Anche se il Sinodo non aveva principalmente questi temi in agenda”.

Di che cosa si è parlato principalmente? “E’ stato un evento di chiesa. Erano riunite a Roma tutte le realtà ecclesiali del mondo mediorientale. Tutte hanno presentato le proprie realtà. Si è parlato di laicità positiva nel mondo islamico e di piena cittadinanza. Per i giornali sono stati importanti alcuni accenti di alcuni interventi. E sono stati ignorati gli interventi per noi più significativi, quelli di carattere pastorale. E poi abbiamo parlato molto dei tanti cristiani occidentali che oggi vivono nel mondo arabo: una risorsa che servirà in futuro e della quale non si parla mai. Sono occidentali e sono di rito latino”.

Come si fa a custodire i luoghi cari alla cristianità in una regione così contesa? “Vivo in solitudine. Una certa solitudine è necessaria qui. Certo, ho vicino i frati francescani che mi aiutano. E poi ci sentiamo molto anche con Roma, col nunzio e col Vaticano. Ci aiutiamo a decifrare questa terra così complessa”. (Paolo Rodari)

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OASI DI PACE

da http://nswas.com/rubrique109.html del 30/6/2010

Nevé Shalom – Wahat as-Salam (“Oasi di Pace” in Ebraico e Arabo) è un villaggio creato congiuntamente da Ebrei e Arabi palestinesi, tutti cittadini di Israele. I membri del villaggio sono impegnati nel lavoro di educazione per la pace, l’uguaglianza e la comprensione fra le due popolazioni.

Situato su una collina ai bordi della valle di Ayalon, ad una uguale distanza (30 Km) da Gerusalemme e da Tel Aviv-Jaffa, il villaggio comprende oggi 60 famiglie.

L’organizzazione del villaggio comprende un sistema educativo binazionale per bambini, un luogo per l’incontro fra i due popoli “La Scuola per la Pace”, un centro spirituale pluralistico, “Doumia-Sakinah”, ed un Hotel.

NSWAS accetta un numero ridotto di volontari da ogni località. Informazioni riguardo a questa possibilità si trovano qui.

In Italia, NSWAS è rappresentato e supportato da gli Amici Italiani di NSWAS.

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Per saperne di più sulla Cisgiordania:

http://it.wikipedia.org/wiki/Cisgiordania

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